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domenica, aprile 23, 2017

9 FESTIVAL DEL FILM DI ROMA: NIGHTCRAWLER

Festival del film di Roma 10 giornata
Nightcrawler
di D. Girloy
USA 2014
durata, 117'



L'ennesimo assaggio di come e quanto la cosiddetta informazione può essere volutamente manipolatrice e orgogliosamente cialtrona, l'avevamo avuto nemmeno una settimana fa incrociando le vicende dei protagonisti di "Gone girl" di Fincher. Ora, con "Nightcrawler" di D.Gilroy - sceneggiatore passato alla regia; co-autore, tra l'altro, insieme al fratello Tony, dello script di "The Bourne legacy" (2012) - rischiamo una, forse, salutare indigestione, rovistando tra gli avanzi di un più che metaforico punto-di-non-ritorno, alle propaggini del quale comunicazione, giornalismo, arbitrio, voyeurismo, indifferenza, cinismo, speculazione, si fondono in una massa tanto ancora indistinta quanto già solo di primo impatto sinistra.
Los Angeles. Oggi. Louis Lou Bloom (sul serio una specie di fiore-pronto-a-sbocciare, della cui presenza nel variegato giardino sociale non ci eravamo ancora accorti; strano germoglio subdolo e con tutte le carte in regola per diventare parassitario, nel caso, restituito dalle fattezze smagrite, il passo rigido e lo sguardo fisso e penetrante di Gyllenhaal, attore che qui ribadisce la propria confidenza nel cambiar pelle con una certa disinvoltura), cerca di sfangarla improvvisandosi ladro ma è poco più di una mezza tacca. A malapena, infatti, mette insieme rottami di rame, metallo da recinzione e tombini che poi svende a piccole ditte sempre a caccia di materie prime. Una notte qualunque gli si rivela il proprio destino sotto forma di un incidente stradale e di un operatore che, telecamera in spalla, sbircia e ruba sequenze delle operazioni di rimozione dalle lamiere. A suo modo, per Lou, è una rivelazione: da qui ad improvvisarsi cameraman d'assalto o, come si dice in gergo, stringer, il passo è breve. Messa assieme un'attrezzatura rudimentale, munitosi di un apparecchio sintonizzabile sulle frequenze della Polizia, analizzati e ordinati i codici di riconoscimento dei crimini, si scapicolla sulla scena di eventi tragici o delittuosi appena consumati (e in una casistica così vasta, può entrarci di tutto: dalla rapina in un supermercato, allo scontro automobilistico; dall'omicidio allo stupro, passando per un incendio, un'aggressione o un tentato suicidio e così via), filma il possibile - riservando particolare preminenza ai dettagli efferati e ai risvolti truculenti - e mette il materiale girato a disposizione di quella rete di emittenti locali, piccole o medie, che su tali notizie impostano la quasi totalità dei loro palinsesti. All'inizio è dura ma mosso da una personalissima filosofia aziendale che mescola in un amalgama inedita quanto spavalda reminiscenze da manualistica della motivazione, istinto di rivalsa e feroce auto-conservazione, ambizione di guadagno e una qual atonia interiore di fondo, Lou si scaltrisce e si organizza in fretta. Al suo svezzamento concorre anche Nina/R.Russo (per inciso, moglie di Gilroy, interprete che sopperisce con la grinta a palesi ed annosi limiti espressivi), spregiudicato direttore di una televisione con pochi peli sullo stomaco, che sulle prime ne sfrutta il noviziato, quindi ne incoraggia e puntella la mancanza di remore, al punto che Lou non si tirerà indietro neanche quando si prospetterà l'ipotesi di mettersi di traverso ad una pericolosa indagine dell'LAPD, con tutto ciò che ne seguirà...

Immerso nel labirinto di pastose luci notturne (a cura di R.Elswit), di frequente squarciato da macchie sciolte sui toni del blu, del rosso e del giallo, come se l'intero spettro del visibile (e del praticabile) fosse ricoperto della medesima laida membrana che tutto accorpa e destina ad una ripetizione ottusa e crudele nella sua ciclica indolenza, "Nightcrawler" svela il suo pregio più grande - e fonte principale dell'inquietudine che secerne - nella concentrazione senza divagazioni o, peggio, sottolineature esplicative e moraleggianti, sulla prassi spietata e contabile di un uomo totalmente ma monodimensionalmente moderno, ossia solo, senza affetti, senza distrazioni, animato dalla nuda volontà di potenza la quale, una volta individuato il suo campo di applicazione, su di esso prende a esercitarsi con qualunque mezzo, senza la minima esitazione, fino a imporsi/impossessarsene nella più stringente delle logiche capitalistiche produzione-profitto-consumo-distruzione. Lou, a dire, nel suo piccolo agisce - in un ben munito carnevale dell'assurdo che sostanzia e sostiene quel rapporto d'interdipendenza patologica che lega il sistema odierno di costruzione delle informazioni (e fruizione delle immagini), sempre più teso verso la ricerca di un oltre, di preferenza estremo, a un pubblico (in rapida crescita) che di quell'oltre si nutre avido secondo l'arcaico principio di piacere basato sulla contemplazione compiaciuta della sofferenza altrui da una posizione di relativa sicurezza - alla stregua della libera circolazione dei capitali all'interno del tessuto connettivo che regola l'equilibrio e il funzionamento delle attività umane in un contesto vergine: ossia ne invade, in primis, per gradi ma con metodo e diffusione capillare, i gangli, alterando i meccanismi di reciproca interazione (in origine, non necessariamente orientati a un fine cumulativo o a un interesse particolare); piega, poi, i rapporti alla sola dinamica guadagno/perdita, diventandone arbitro indispensabile, da un lato e, di fatto, svuotandoli di ogni peculiarità, dall'altro; per ergersi, infine, a ago della bilancia di qualsivoglia relazione (in tutto e per tutto derubricabile a semplice legame di natura contrattuale) e sola unità di misura in rapporto alla quale argomentare su termini come valore, scelta, senso et. Bloom, armato di telecamera e a riparo dagli scrupoli, cioè, opera - addirittura anticipando talune mosse sulla scacchiera degli eventi o predisponendo le circostanze su una linea che gli riservi il minimo attrito e il massimo ricavo - su una lunghezza d'onda assai simile a quella del principio economico dominante la modernità, quasi ne fosse una naturale estensione, in ogni caso, per il medesimo scopo: proliferare, espandersi, rafforzarsi. Come un virus. Come un tumore.

L'insolita variante di creatura notturna che egli è (un nightcrawler, un lombrico, appunto, che impassibile rimesta le frattaglie di un'umanità devastata per trarne vantaggio), si dimostra così in grado - al netto di una blanda consapevolezza e di una ancor più scarsa partecipazione - di ritoccare in via ulteriore i margini di una convivenza solo propagandisticamente stabilizzata e regolata da presupposti e norme razionali. E se, con ogni probabilità, all'opera di Gilroy avrebbe giovato una maggior asciuttezza per lenire l'intermittente sensazione di programmaticità dell'insieme, il resoconto scabro e dal torbido fascino della perversione a cui è giunto l'ottimismo contagioso (e opportunista) del nulla esiste, tutto è permesso - quasi senza colpo ferire già virato in una sua nemesi ancor più deforme e aggressiva - resta intatto e, anzi, col progredire della vicenda, si ammanta di una sua intransigente e spaventosa inevitabilità, tale da riaffermare che se questa è ormai da considerarsi buona parte della canticchiante e danzante merda del mondo, allora sembra persino grottesco, oltreché tardivo, votarsi alla eventualità per cui deus dementat quos vult perdere.
TFK

venerdì, maggio 29, 2015

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: LO STRAORDINARIO VIAGGIO DI T.S.SPIVET

di, Jean-Pierre Jeunet
con, Kyle Catlett, Helena Bonham-Carter, Judy Davis
genere, avventura
Francia, Austria, Canada, 2013
durata, 105'




T.S.Spivet (Tecumseh Sparrow) ha dieci anni, un certo numero di lentiggini intorno a grandi occhi curiosi, ed è una sorta di precocissimo genio, intrigato, per dire, nientemeno che dall'idea di dare concretezza duratura al moto perpetuo. Vive in una piccola fattoria del Montana assieme al padre (cow-boy tutto d'un pezzo - un po' Gary Cooper, un po' Sam Shepard - che si esprime per stereotipi western tipo: "Quel ruscello è più asciutto del sarcofago di una mummia"); alla madre (- H. B-Carter - entomologa apprensiva e pasticciona); alla sorella più grande Gracie (certa che uno dei modi più sicuri per evadere dall'isolamento e dalla monotonia della vita campestre sia quello di partecipare alle selezioni per Miss America); al gemello Leyton (oltreché sua stessa copia, replica in sedicesimo del padre che in lui vede la prosecuzione perfetta di sé stesso) e al cane di casa, uso a rosicchiare il ferro quando aumentano le tensioni interne al microcosmo familiare.

Ben deciso a "rimaner sempre fedele alla scienza", T.S. percorre in solitaria le tappe d'un viaggio fisico e simbolico attraverso il continente americano e il tumulto interiore dei suoi pochi anni, che lo condurrà alla riscoperta delle gioie delle sfide intellettuali, come alla grama consapevolezza che nulla è sul serio ciò che accade e che - spesso e volentieri - vanità, menzogna, senso di colpa e doppiezza, hanno quasi il medesimo spiacevole sapore.


Il Cinema stilizzato e coloratissimo di Jeunet affronta, stavolta da un punto di vista più classico (il precedente s'identificava con l'eccentricità non solo produttiva di "Alien 4/La clonazione"), a dire quello del romanzo di formazione, l'universo-America, declinando il suo vocabolario di variazioni sincretiche quanto fondamentalmente derivative in un insieme che riesce ad accostare, senza fastidiose frizioni, panoramiche da prototipo dei film-di-frontiera al gusto più moderno per il dialogo arguto e brillante, sempre in bilico tra disinvolta saccenza e malcelato cinismo. Giù giù fino a dettagli in apparenza incongrui ma deliziosamente funzionali all'esaltazione di uno slancio avventuroso, d'una sorta d'imprevista magia che occhieggia tra minute imprecisioni e calibratissimi anacronismi tra loro in pacifica coesistenza. Entro lo spazio d'una partitura fitta di suggestioni che non si fa mancare nemmeno il fraseggio a base di steel guitar, armonica e violino, ecco palesarsi, allora, come espressione d'una capacità inventiva vitale e coerente, secchi della spazzatura in alluminio di ultima generazione e salotti foderati d'una membrana fatta di mobilio e suppellettili dall'identico color cuoio. Ecco scarponcini tecnici in gore-tex e frullatori e tostapane dall'inconfondibile design anni '50 et., nell'estremizzazione paradossale e intrigante di riferimenti culturali e metaforici che sul piano strettamente figurativo richiamano modelli cinematografici (Ford, Hawks, Capra, per dirne alcuni) e pittorici (Hopper, Wyeth, Rockwell) passati al tritatutto di un'estetica edificante e laccata.

Nonostante una voce narrante sempre sul punto d'impossessarsi in via definitiva degli snodi cruciali della vicenda, la figura del piccolo T.S. - al pari degli altri co-protagonisti, ognuno con un suo cruccio nascosto, un personale non-detto - si colora sovente di toni malinconici e d'improvvise apprensioni che sembrano preludere a un sostanziale destino di solitudine (abbastanza consueto tra i grandi ingegni) e allo stesso tempo concorrono a irrobustire gli argini sguarniti d'un mondo in cui - tutto sommato - i contrasti si appianano e i rimorsi e le sofferenze trovano consolazione, riportando la fiaba d'una fanciullezza speciale ma travagliata sul sentiero comune della ricerca di quell'incanto che fa percorrere alle gocce d'acqua sempre "la traiettoria di minima resistenza".
TFK

lunedì, gennaio 26, 2015

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: STILL ALICE

Still Alice
Festival internazionale del film di Roma - 3 giornata 
di Richard Glatzer e Wash Westmoreland
Usa, 2014
durata, 99′


Il termine “americanata” è un neologismo circa il quale neppure tre pagine di dizionario basterebbero a descriverne tutte le declinazioni in maniera esaustiva. “Still Alice”, film di Richard Glatzer e Wash Westmoreland – che narra di una madre di famiglia ammalatasi di una rara forma di Alzheimer precoce – ne assume tutti i connotati peggiori.
Postulato che è doveroso fare un minuto di silenzio per la sceneggiatura, che ai mielosi tratti drammatici ne alterna alcuni comici iper-calcolati, rendendo la riuscita finale assiduamente artificiosa e pre-frabbricata, Still Alice racconta di quanto il dramma più grande di un essere umano sia la distruzione della felicità (?) di una famiglia borghese da parte di una malattia rara. Lasciato, quindi, completamente da parte il lato umano della vicenda, tutto si concentra su come la tragedia vada a modificare gli equilibri inter-familiari, annullando di fatto qualsiasi dinamismo nell’evoluzione (o involuzione) dei personaggi e rendendo la visione noiosa – per non usare epiteti peggiori-. Non ci vengono risparmiati neppure i flashback girati in super-8, né il discorso commovente (?) al termine del quale tutta la platea si alza in piedi lacrimando. La regia, a tratti apatica e a tratti antipatica, trova i momenti di maggiore esaltazione nel fare continua pubblicità al marchio “Apple”, rimarcando in malo modo il concetto con la battutaccia affidata ad Hunter Parrish circa la superiorità della tecnologia sull’uomo. La bravura del cast, ovviamente, non basta a risollevare le sorti di un prodotto di così basso livello.
Lo spunto di partenza di “Still Alice” è tanto ottimo quanto pessimo ne è lo svolgimento. La mela di Steve Jobs, a quanto pare, vale più di quella di Isaac Newton.
Antonio Romagnoli (voto *)

mercoledì, dicembre 17, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: GONE GIRL


Festival del cinema di Roma - 5 giornata
Gone Girl
di David Fincher
Usa, 2014
durata, 145′

L’Occidente, visto dagli occhi di David Fincher, altro non è che un grattacielo fatiscente costruito su fondamenta fatte d’illusione e di menzogna.
Protagonisti della storia sono Nick Dunne e la moglie Amy che, a dispetto di un matrimonio apparentemente idilliaco, scompare in circostanze misteriose il giorno del quinto anniversario di matrimonio.
Un mescolamento di generi, quello adoperato da Fincher, che spazia dalla commedia al thriller (si citano, tra gli altri, “La guerra dei Roses” e “Basic Instinct”), scivolando in una ritmica narrativa che non perde mai colpi – 145 minuti volano via come se nulla fosse -. La scelta di utilizzare Ben Affleck, che col suo fare perennemente inebetito incarna a perfezione il personaggio, risulta non solo azzeccata ma addirittura oculatamente premeditata (un’operazione simile venne fatta da Cronenberg scegliendo Robert Pattinson per “Cosmpolis”). A finire di confezionare il tutto, una fotografia sincronizzata con una regia definitivamente matura e dal tocco più che riconoscibile.
L’illusione e la menzogna, cui facevamo cenno in apertura, trovano riscontro, su una base più superficiale, nella pochezza grottesca del mezzo mediatico. Andando a scavare, poco più a fondo, nel microcosmo dettagliato descritto in “Gone girl”, l’amara conclusione che Fincher trae, e di cui tutti, ci piaccia o no, dovremmo convincerci, è la seguente: non è natura dell’uomo vivere con gli altri.
Abbiamo fallito.
Antonio Romagnoli (voto *****)

domenica, novembre 02, 2014

"9 Festival Internazionale del Film di Roma: bribes"




Trovandosi in una disposizione d'animo particolarmente tollerante (o essendo cuorcontenti di natura o, anche, sic et simpliciter indifferenti) si potrebbe sorvolare sulle magagne organizzative del Festival Internazionale del Film di Roma appena concluso e concentrarsi sulle proposte che il suddetto - bene o male - e' riuscito a mettere insieme. Basterà allora ricordare qui - a futura memoria, chissà, o per esausta testardaggine - in ordine sparso e senza la minima pretesa di arrivare ad incidere su meccanismi che sembrano vivere di vita propria, ben al di la', cioè, dello spazio, del tempo e del buon senso, spettacoli iniziati anche con trenta-minuti-trenta di ritardo; la logica indecifrabile ma non per questo più risolutiva che vivacizzava l'accesso alle sale tra i possessori di accredito e i titolari di biglietto giornaliero; l'utilizzo di spazi per la proiezione dei film poco più grandi della sala d'aspetto di un dentista, con tanto di sedie più o meno degne della medesima; cancellazione di titoli senza alcun preavviso e successiva spiegazione, e altre piacevolezze...


Per ciò che attiene alla programmazione, il consuntivo può dirsi soddisfacente, tenendo sempre nella giusta considerazione variabili specifiche dell'universo cinematografico, magari ovvie nel loro puntuale riproporsi, comunque difficilmente derogabili, a dire, presunti o reali capolavori - già di per se' in entrambi i casi rari - assenti o ufficialmente "non pronti" per l'occasione; difficoltà di reperimento di nomi altisonanti anche per via di strategie tanto elaborate quanto sfuggenti ad opera delle grandi majors; risorse eternamente all'osso che non consentono, da un lato, ampi margini di manovra (vedi sopra) e, dall'altro - in concorso con un invalsa tendenza alla cautela che orienta ad ottenere il massimo col minimo sforzo - indirizzano, quasi senza attrito, verso la politica dell'usato sicuro.


Come che sia, resta importante ribadire la conferma - tutt'altro che scontata - di pezzi grossi come Fincher e Miike (da ricordare la sua conferenza stampa oltreché per le risposte sempre argute e ammantate di cortesia, per la mise sfoggiata a base di bermuda e massicce scarpe da ginnastica); notare l'esordio di Gilroy dietro la mdp; assistere alla riflessione dolente ma vitale - e mai ruffiana o ricattatoria - di Matthews nel tratteggiare i contorni di una patologia per tanti versi ancora misteriosa come l'autismo; seguire il precisarsi della poetica di Moverman e della spregiudicatezza inventiva di Jeunet: calarsi con apprensione e gustare la strana malia del nero esistenziale di Anger. Così come salutare il redivivo Smith (che con "Tusk" getta le basi per una trilogia sul grande nord); intrattenersi con leggerezza grazie al godibile ritratto giovanile pensato da Meyer; ripercorrere i sentieri di un'eredita comune attraverso la testimonianza di una pagina negletta della Storia, per mano di Jacoby. Qualche parola, poi, e' giusto spenderla per alcuni italiani i quali, in un panorama sociale ed economico davvero poco esaltante, hanno dimostrato, pur nelle difficoltà (o proprio in virtù di esse), di avere idee e, soprattutto, gli strumenti per dar loro forma: Sportiello ("Index zero") - splendidi i bianchi e i grigi taglienti della sua fotografia - e Di Stefano ("Escobar: paradise lost") - dallo stile più classico ma alle prese con una materia che tra epopea criminale, avventura e romanzo di formazione, non nasconde ambizioni di ampio respiro - sembrano, in altre parole, guardare senza esitazioni altrove: più di tutto, sembrano cercarlo, quest'altrove, e avere voglia di esprimerlo. E' già tanto.


Con questa nona edizione del RFF si chiude anche l'esperienza di Müller al comando delle operazioni. Se il futuro e' incerto per definizione, quello dell'appuntamento romano - allo stato attuale dei fatti - appare ancor più nebuloso. Non resta che sperare per il meglio perché, come si dice, "sperare non costa niente", anche se pero', alla lunga, snerva.

TFK

venerdì, ottobre 24, 2014

9 FESTIVAL DEL FILM DI ROMA: PARADISE LOST

 Festival del film di Roma-8 giornata
Escobar: Paradise lost
di Andrea Di Stefano
durata,

L’aura che si crea attorno ai criminali illustri, sul piano specie iconografico, attecchisce spesso sulla fantasia di autori, in particolar modo registi cinematografici, che ne subiscono la fascinazione. Talvolta – anzi fin troppo spesso – si rischia di cadere nel cliché (vedi “Blow”, storia con la quale, tra l’altro, il nostro Pablo aveva già qualcosa a che fare); altre volte, ed è il caso del film di Di Stefano, si riesce ad andare oltre la siepe che delimita il proprio giardino per indagare – e/o mostrare – dell’altro.
La storia è quella di Nick che, dopo aver lasciato il Canada ed aver aperto una piccola attività in spiaggia col fratello, conosce e s’innamora di Maria, adorata nipote di zio Pablo Escobar.
Ed è partendo da questo punto di vista inedito che il film – complice un Benicio del Toro mostruoso nel costruire il suo personaggio, sempre sul filo del tagliente rasoio dell’imprevedibilità – va a confermarsi un prodotto d’ottima fattura e fuori dalla norma. Partendo da una fotografia curata in ogni dettaglio e che restituisce a pieno l’illusione/amarezza del titolo, passando per una sceneggiatura che matura attraverso i silenzi, laddove i dialoghi sono ridotti all’essenziale e non prendono mai troppo il sopravvento.

Andrea Di Stefano, un po’ come aveva fatto Paolo Sorrentino ne “Il Divo”, utilizza la figura di Escobar per parlare del potere e circoscriverne tutte le proprie dualità e contraddizioni. Il denaro e la popolarità diventano solo mezzi attraverso il quale il potere vuole, sempre più senza limiti, superare sé stesso, distruggere ogni cosa che gli si opponga e, attraverso le proprie facoltà divinatorie, costruirsi su come si mostra dall’esterno: intoccabile. Nick e Pablo   –  ne abbiamo ulteriore conferma nel dialogo che ha quest’ultimo col prete prima dell’arresto – altri non sono che, ognuno a proprio modo,  l’uomo che disseta e asseconda, oltre ogni limite, la propria natura: l’illusione o l’avere il controllo di essa.
“E non Dio ma qualcuno che per noi l’ha inventato
ci costringe a sognare in un giardino incantato”.
Antonio Romagnoli

9 FESTIVAL INTERNAZIONE DEL CINEMA DI ROMA: LA FORESTA DI GHIACCIO

Festival del film di Roma -9 giornata
La foresta di ghiaccio
di Claudio Noce
Italia 2014
durata, 99'
 

Fare un film di genere significa, se non innovarne modi e linguaggi, perlomeno rispettare i codici che esso esige per propria natura. Claudio Noce tenta di fare un thriller tra le montagne del Trentino, dove la narrazione si sviluppa attorno ai fatti riguardanti gli immigrati dal confine sloveno.
Di manifattura  davvero pregevole, il film risulta però poco convincente dal punto di vista della scrittura dal momento in cui, essendo, come dicevamo sopra, un tentativo thriller (che si trasforma a tratti in un noir mal gestito), è privo dei momenti di tensione che dovrebbero caratterizzarlo in quanto tale. A non aiutare sono la piattezza dei personaggi, a loro modo tutti già preconfezionati - la poliziotta sotto copertura che svolge indagini inutili agli occhi dei colleghi, il protagonista in cerca di vendetta etc..-, e dello svolgimento che ne consegue. Quest'insieme di elementi rende la visione - seppur scorrevole - apatica, non creando alcun senso né di fastidio né d'interesse a proseguire oltre.
Andando, con le sue evidenti pecche, a confermare l'importanza della fase di scrittura di cui ogni film necessita, "La foresta di ghiaccio" va a inserirsi in quella filmografia  di prodotti narcisisti che si fregiano esclusivamente della propria estetica dimenticando il resto, fruitore compreso.
Antonio Romagnoli (voto **1/2)

giovedì, ottobre 23, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: INDEX ZERO

9  Festival del film di Roma- 8
Index Zero
di Lorenzo Sportiello
Italia 2014
durata, 84'
 
"Una società non si giudica soltanto da ciò che crea, ma soprattutto da ciò che non riesce a distruggere".
Basterebbero queste parole a definire il limbo di ricorsi storici ai quali l'uomo è eternamente condannato. E' compito del cinema, invece, laddove sia questo l'argomento interessato, mostrare l'elemento brutale del concetto di società e di tutte le declinazioni affini che ruotano intorno alla parola stessa.
"Index Zero" racconta, in una società di un futuro nemmeno troppo lontano, di Kurt ed Eva che, per dare una prospettiva migliore al figlio ormai prossimo alla nascita, tentano di entrare illegalmente negli Stati Uniti d'Europa (ipotesi, quella degli U.S.E., nemmeno troppo campata per aria, già presa in considerzione da Ortega Y Gasset tempo addietro). I due vengono catturati e destinati in un centro, la cui funzione è rendere gli essere umani pronti per essere produttivi ed inseriti nella comunità una volta raggiunto l'indice zero.
Prodotto in maniera indipendente , "Index Zero" è un film che fa sicuramente categoria a sé in ogni sua fase, che sia pre-produttiva, di realizzazione e contenutistica, rendendo fattibile ciò che in Italia, fin'ora, è stato solo utopia. Una messa in scena perfetta e mai sopra le righe accompagna la fotografia, sempre grigia e disperata, in una coerenza narrativa tenuta insieme da una grande regia e da una sceneggiatura talvolte al tritolo, che sbava solo in alcuni momenti  tirati troppo per le lunghe.
La rivolta popolare finale e il cenno d'innamoramento tra i due giovani, in maniera tutt'altro che ottimista, pongono l'uomo in una condizione irriversibilmente astorica in cui la vita - e noi dietro ad essa - continua a girare a vuoto.
Antonio Romagnoli

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: ALL CATS ARE GREY

Festival del film di Roma-8 giornata
All cats are grey
di S.Dellicour
Belgio201
durata, 85'



Nel tranquillo (molti dicono semi-anestetizzato) Belgio, Dorothy, adolescente di qual grazia e poche parole mena, in apparenza senza troppi patemi, la sua routine borghese comoda e insulsa. Senonché un cruccio non le da pace: il desiderio di conoscere il vero padre, quello biologico, dal momento che l'altro - con cui condivide le abitudini di tutti i giorni - altro non e' che il frutto della sagace mobilitazione materna, finalizzata, attraverso un passaggio sull'altare, a meglio puntellare le proprie ambizioni di classe. Dorothy un po' per noia, un po' per testardaggine, un po' per autentica frustrazione, comincia ad indagare per suo conto, coadiuvata da un all'inizio riluttante Paul - detective privato dalla corporatura robusta e dall'animo malinconico, convinto di essere lui il vero padre della ragazza - mettendo così pian piano insieme le tessere di un puzzle che si rivelerà più complicato di ciò che l'apparenza di una consuetudine confortevole e rispettabile poteva lasciar supporre.

Il circolo vizioso fatale in cui spesso finiscono per avvitarsi film del tenore e della fattura di "All cats...", risiede nella rigidità eccessiva della struttura drammaturgica, la quale, dopo aver isolato i caratteri principali e averli impostati - la madre bas-bleu apprensiva e invadente; il padre acquisito campione d'assenza; quello in teoria naturale combattuto tra il senso di colpa e lo slancio di riannodare i fili di un discorso affettivo troppo presto interrotto; l'amica del cuore - Claire - programmaticamente ribelle in ragione di atteggiamenti che combinano con scarse varianti, faccia tosta, indolenza e lingua lunga - li obbliga a non muoversi più di tanto entro uno schema di parole e gesti che, col tempo, tende sempre più ad abbandonare la complessità del ritratto per accomodarsi nella più ovvia restituzione di un cliché , precludendo, di fatto, qualunque ipotesi di evoluzione psicologica e, con essa, l'eventualità di un azzardo o di una sorpresa.

E se sul serio tutti-i-gatti-sono-grigi, e' non tanto e non solo, quindi, perché la madre di Dorothy paga con il rimorso e la vergogna  forse l'unica parentesi sfrenata di un'esistenza centrata sul controllo e l'onorabilità, quanto per il motivo che nella passiva coerenza ad un campionario ristretto di accorgimenti narrativi e formali, non viene quasi data possibilità a tensione e coinvolgimento per ritagliarsi uno spazio autonomo e attivo nella vicenda, lasciando di conseguenza campo libero ad una uniformità (una sorta d'indefinito grigiore, appunto) che della concretezza e della vitalità ha solo i contorni.

Da rilevare, ancora, l'accorto lavoro sulla luce che, soprattutto negli interni dalle geometrie moderne, si diffonde morbida nelle sfumature dei bianchi, dei grigi e dei bruni; anche se, a stagliarsi davvero, alla fine resta solo il viso chiaro e un po' scostante di Dorothy.

TFK
(voto: **)

mercoledì, ottobre 22, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: TUSK

 Festival del cinema di Roma-7 giornata
Tusk
di  Kevin SmithUSA 2014 
Usa, 2014
durata, 102'
 



Wallace Bryton/Justin Long e Teddy Craft/un dilatato H.J.Osment si sono inventati un loro podcast (trasmissione radio via internet) specializzato sulle figure appartenenti a quella particolare fauna umana che tra goliardia e cretinismo gira in maniera amatoriale video demenziali o strambi e poi riversa il frutto delle proprie prodezze in rete. La coppia di amici campa discretamente sull'idiozia di massa, fin quando Wallace si mette in testa di conoscere uno dei semi-svitati di persona e va a cercarlo al suo luogo di origine, una cittadina canadese, ove, giunto, scopre che familiari e amici ne stanno celebrando il funerale. Infastidito per aver macinato tanti chilometri a vuoto e comunque intenzionato a spremere qualcosa di sostanzioso per la sua attività, nel gabinetto di un bar del posto, appeso di fronte alla latrina, Wallace crede di aver trovato ciò che fa per lui: tra pubblicità, annunci di ogni genere e altre amenità, scova una lettera scritta su carta di pregio, con calligrafia ordinata e senza errori o cancellature, nella quale si promette - a chi sarà interessato e si farà vivo - ristoro e una confortevole permanenza a base di storie e mirabolanti avventure narrate dalla viva voce di chi ne e' stato protagonista. Wallace, intrigato, s'appropria della lettera e comincia le sue ricerche. Contattato per telefono il tizio autore della missiva - un tale che dice di chiamarsi Howard Howe/M.Parks - chiede lumi circa la località da raggiungere e vi si reca. La', nell'atmosfera ovattata e tetra di una grande casa isolata nei boschi del grande nord, colma di cimeli e quadri, dagli interni in legno, adornata di enormi tappeti, con pareti rosso scuro, tra una tazza di te', resoconti di viaggi e complicate peripezie, citazioni da Coleridge e Tennyson, il nostro eroe verra' sequestrato e, con perizia certosina, degna del più accorto macellaio come di un altrettanto meticoloso chirurgo, trasformato in un... tricheco ! Più precisamente nel Mr.Tusk che da titolo al film ('tusk' in originale sta, appunto, per 'zanna'), secondo le stazioni della personalissima e aberrante teoria psicopatico-nichilista di Howe, volta alla dimostrazione materiale del fondo orribile e disumano che motiva ogni azione.

Con "Tusk" Smith guarda alla fabula gotica con venature horror il cui collante stavolta solo in parte e' rappresentato dalla rivelazione grottesca del mondo delle circostanze e dei fatti o di quello psicologico-emotivo, spesso sgangherato o non al passo coi tempi, come dal divagare su aspetti minimi della cultura popolare americana o dal trastullarsi in non di rado spassosi nonsense: ad un livello più profondo e in altre parole, in "Tusk", si snoda piano piano - pur tra parentesi che non disdegnano, in ogni caso, lo sberleffo e lo sghignazzo di antica memoria - il filo di una riflessione non accomodante riguardo l'interessata ambiguità del singolo contemporaneo - Wallace, abile nella loquela, disinvolto e puntuto, con i suoi atteggiamenti da eterno ragazzo scanzonato, manipola chi gli sta attorno: Teddy che gli tiene bordone più per ammirazione che per paritario legame di amicizia; Ally/Genesis Rodriguez, la fidanzata, che dice di amare ma tradisce sistematicamente (e da cui proprio con Teddy viene a sua volta tradito, e come se nulla fosse); gli stessi mostri di cui va a caccia, mero strumento, per lui, di arricchimento personale - l'avanzato stato di una malattia dai risvolti feroci e per tanti versi imprevedibile che assedia l'uomo comune d'inizio millennio - Howe, benché in la' con gli anni, racconta il suo gesto mentre si compie alla stregua di un orripilato rifiuto della società moderna, gretta, individualista nel senso più abbietto del termine, falsamente civilizzata, poco al di sotto della quale pulsano desideri e smanie tanto ancestrali quanto sanguinarie - l'anestetizzata passività con cui si assiste (e si contribuisce) alla disintegrazione dei rapporti umani - la liaison fra Teddy e Ally e' data per scontata e solo in parte e' motivata dalla frustrazione della ragazza per il comportamento irresponsabile di Wallace - il piacere sadico-puerile (a dire quasi del tutto incosciente) con cui s'infligge il dolore - l'impassibilità distante mostrata da Howe nel portare a compimento la sua opera vivente; i resoconti truci e dettagliatissimi cadenzati dal detective LaPointe/J.Depp in un misto di ebetudine, frenesia alimentare e sonnolenza - et,.

"Tusk" risulta, così, un film più cupo e stranito di quello che la sua superficie sarcastica e disimpegnata - qua e la' - lascia intravedere. Qualche perplessità emerge per il finale, che appare paradossalmente più consolatorio, nella sua prevedibilità, dell'intenzione che lo ispira, si presume, quest'ultima, beffarda.

TFK
(voto: ***1/2)

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: I GUARDIANI DELLA GALASSIA

Festival del cinema di Roma
I guardiani della galassia
di John Gunn
con Chris Pratt, Zoe Saldana, Vin Diesel
genere, fantasy
Usa, 2014
durata, 121'

Parlare de “I guardiani della galassia” è un po’ come tirare fuori la vecchia storia delle uova al tegame: chi le vuole ben cotte, chi meno ma, al dunque sempre di quello si tratta, di uova. L’ultimo parto dei Marvel studios (distribuzione Disney) si muove, infatti, in equilibrio su un grado di cottura – per continuare ad usare la metafora alimentare – che rasenta una buona frittata, buona perché ha più o meno il sapore di sempre.
La storia della combriccola dei Guardiani – Peter Quill, ragazzone scapestrato ma dal cuore d’oro, Indiana Jones con meno titoli accademici ma con sempre al seguito un walkman, ultimo regalo della madre scomparsa; Gamora, guerriera dalla pelle verde in cerca di riscatto da un passato burrascoso; Drax, galeotto iper-palestrato animato dall’unico desiderio di vendicare lo sterminio della propria famiglia; Rocket, procione parlante frutto di strane alchimie biologico-cibernetiche, ingegnere tuttofare, mercenario petulante e sarcastico e Groot, albero antropomorfo che si esprime ripetendo all’infinito l’asserzione che indica il suo nome – è quella tipica dei buddy movies, in cui all’inizio si sta sempre sul punto di staccarsi la testa vicendevolmente e alla fine si diventa amiconi inseparabili. Nel caso, a porsi di mezzo, è il tira e molla intrapreso fra due razze opposte e ostili, una delle quali briga senza esclusione di colpi per impossessarsi di una sfera prodigiosa –Orb – contenente il potere immenso della commistione degli elementi che hanno formato l’universo, al fine di sterminare gli avversari, da un lato e porre la propria decisa candidatura al comando del medesimo, dall’altro.

Ciò che è interessante notare, però, è che dove il film funziona meglio – e sembra un paradosso – per i suoi 121′ (che filano via, in ogni caso, con una certa agilità) è quando si affida ai siparietti farsesco-goliardici modello slapstick comedy, più che alle sequenza d’azione, le quali, nella ripetitività di schemi e soluzioni formali abbondantemente usurate, dicono poco anche al più integralista dei sostenitori. A riparo della propria noncurante superfluità, “I Guardiani della galassia” si apprestano a sbarcare/sbancare anche da noi (sono annunciate per l’uscita del 22/10 ben 600 copie) e a non abbandonarci per un bel pezzo. L’ultima immagine del film, difatti, è una sovrimpressione che recita: “I guardiani della galassia torneranno ancora”. Se lo dicono loro…
(Il 3D, nel caso, non aggiunge sale alle uova).
TFK (Voto **1/2)

martedì, ottobre 21, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: ROMA TERMINI

Festival del cinema di Roma-7 giornata
Roma Termini
di Bartolomeo Pampaloni
Italia 2014
durata, 79′

Il documentario, in Italia, da qualche anno a questa parte sembra avere un fascino, oltre che un discreto successo – si vedano le premiazioni di “Sacro G.R.A.” e “Tir”, rispettivamente alle edizioni 2013 dei festival di Venezia e Roma – al quale sempre più registi nostrani cedono, riuscendo però ad innovarne i modi ed i linguaggi. Tra questi autori s’aggiunge anche Bartolomeo Pampaloni che, con “Roma Termini”, narra, attraverso la drammaturgia documentaristica, la vita dei barboni – altresì, come direbbero i politicamente corretti, i senzatetto – che bazzicano la stazione Termini.
Argomento, quello degli homless, già trattato, durante il festival, in maniera diversamente efficace da Moverman con “Time out of mind”. Usiamo l’epiteto diversamente efficace poiché qui, trattandosi di documentario, s’affronta la tematica con un approccio ed un linguaggio, del tutto differente. Linguaggio che, però, ha le sue innovazioni e peculiarità, specie nel manierismo delle riprese, sgranate e quasi sempre sfocate, che vanno a richiamare la diegeticamente  vita sbiadita dei protagonisti che vivono nel caos, quasi atavico, della stazione centrale della città capitolina. Film che trova i suoi lievi difetti – difetti che, del resto, avevamo riscontrato già nel sopracitato “Time out of mind”- nell’eccessiva prolissi del proprio giungere a conclusione.
La solitudine diventa un’arma a doppio taglio nell’essere, da una parte, fonte di disperazione, dall’altra, nella presa di coscienza d’un eccesso di lucidità, quasi una salvezza.
“Ti sei mai innamorato in vita tua?”
“No”.
Antonio Romagnoli (voto ***1/2)

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: TIME OUT OF MIND

Festival del cinema di Roma-6 giornata
Time out of mind
di O.Moverman.
Usa 2014
durat, 



Una delle prime cose che viene in mente riflettendo su un film come "Time out of mind" di Oren Moverman, e' che la sola, autentica, libertà rimasta all'individuo occidentale e' quella di sparire. Non si spiegherebbe altrimenti il calvario materiale e morale vissuto ogni giorno da George/Gere, uomo che ha perso il lavoro, non ha mezzi, famiglia (se non una figlia che non frequenta più ma spia di tanto in tanto dall'esterno della vetrina del bar in cui lavora), amici, e del quale il mondo - il mondo delle opportunità e del benessere, il mondo in cui ogni desiderio ha un nome e un'etichetta col prezzo sopra - semplicemente non ne vuole sapere.

Spesso il cinema di Moverman si e' mosso entro i meandri scomodi del dolore e della perdita: pensiamo all'esordio alla sceneggiatura per "Jesus' son" (1999), sui racconti di Denis Johnson; ai reduci spostati di "The messenger" (2009), o al poliziotto disadattato di "Rampart" (2012). In "Time out of mind" il passo rallenta e si concentra sulla vita minuta di un uomo-massa solo e confuso (un Gere controllato e convincente nell'esprimere lo smarrimento, l'incredulità e il disinganno che ha portato via al personaggio, lentamente ma senza scampo, persino il tempo, quello del titolo, cancellandone le tracce dall'esperienza comune, al punto da forzarlo ad esclamare con allibito scoramento: "Io... non esisto"); sui tentativi spesso patetici - se non fossero tragici - di racimolare un pasto o un letto; sui peripli insensati all'interno di un organismo burocratico deputato in linea teorica alla sua salvezza e  auspicabile reinserimento che, al contrario, lo umilia e lo esaspera con la richiesta, per dire, della copia di un documento inesistente al fine di avere accesso all'assistenza o con la sistematica ingiunzione di rispondere a questionari la cui mancanza di qualunque sensibilità tipica delle regole e dei protocolli, alla fine, non fa che rimestare oscenamente nelle pieghe di sofferenze tutt'altro che superate o anche solo rimarginate.

Ciò che può in via erronea sembrare una sorta di spaccato sociologico descrittivo ed anodino ed invece rappresenta il quotidiano di un numero sempre maggiore di uomini e donne, si avvale di una messinscena sobria - attenta ai dettagli, ai mutismi imbarazzati, ai piccoli gesti trattenuti o abortiti - come intrisa di una qual mesta eleganza e sostenuta dalle meravigliose luci della fotografia espansa di Bobby Bukowski, livida e splendente sulle cose e sui volti durante i giorni freddi di una primavera che tarda ad arrivare; morbida e densa negli interni desolati, nelle sale d'aspetto degli ospedali o nei locali pubblici ove si consuma il teatrino sfinito di una cordialità che oramai stenta a passare persino nelle formule convenzionali di un linguaggio che non interroga mai, davvero, l'umano ma si limita a gestirne le circostanze esteriori. Meno convincente e' la scelta di dilatare alcune scene oltre la loro naturale conclusione: il ritmo interno dell'opera, via via, ne risente, non aggiungendo di fatto nulla allo spessore emotivo dei protagonisti o alla tensione narrativa della storia. Come che sia, Moverman, pur alludendo nel finale ad una possibilità di rinascita - l'unica sensata, l'unica degna - compone l'ennesimo ritratto avvilente e scoraggiante di questa nostra presunta modernità, di un altro nuovo secolo ottimista e sorridente per contratto, quanto crudele e oppressivo per quel poco che resta nel cuore dell'uomo.

TFK (voto: ***1/2)

lunedì, ottobre 20, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: LA PROCHAINE FOIS JE VISERAI LE COEUR

Festival del cinema di Roma-5 giornata

La prochaine fois je viserai le cœur
di  Cédric Anger
Francia 2014
durata, 111′

“Nelle case si soffoca”. Al limite del lapidario l’affermazione del protagonista che, in apparenza gendarme, è in realtà un assassino seriale.

I fatti, ispirati a reali notizie di cronaca, sono ambientati in una Francia grigia e quasi asettica, come asettiche sembrano essere le dinamiche emozionali del protagonista. Evaso il tentativo thriller, ci si concentra sul dramma interiore di un uomo che vive, nell’ancor più paradossale vestire la divisa, una contraddizione logorante. Si tratta, dunque, di una messa in scena ben ragionata e che si rafforza con la regia sapiente e poco invadente di Anger. A convincere poco è l’epilogo finale, che risulta prolisso e quasi confusionario nel proprio svolgersi narrativo. Molto suggestive restano le scene oniriche dei vermi che, chiara metafora della morte, rappresentano l’unico destino possibile (per non dire un’invidiabile via di fuga).

Interessante il punto di vista misantropico che, nelle fasi iniziali, caratterizza il personaggio principale come uno Übermensch odierno, spostando la sottile linea che delimita la sanità mentale dalla psicopatia, che comunemente s’associa al profilo di un serial killer. Purtroppo, o per non tradire troppo il genere, o per non esulare troppo dai fatti di cronaca o, lo diciamo con un pizzico di malizia, per un probabile risentimento etico/morale del regista, le premesse vengono in parte tradite nell’andare a conclusione, ridimensionando le pretese e la riuscita di un film che, in ogni caso, rimane un ottimo prodotto. Certo è che dar la colpa, in maniera più volte evidente, alla mistificazione e al fraintendimento del cristianesimo, andando a minare le basi della nostra cultura (sempre in riferimento al precedente discorso sanità mentale/psicopatia), è un tocco di gran classe.

Antonio Romagnoli (voto ***1/2)

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: SOUL BOYS OF THE WESTERN WORLD

Festival internazionale del film di Roma -5 giornata
Soul Boys of the Western World
di, G.Hencken
durata, 112′


Forse non aveva proprio tutti i torti Faulkner quando annotava che “il passato non e’ mai davvero del tutto passato”. E, parimenti, è improbabile che una osservazione di uguale tenore ma meno perentoria possa trovare maggiore applicazione in una società come quella odierna – la società dei consumi e dell’ obsolescenza programmata dei prodotti – uno dei pilastri fondativi della quale è proprio la riproposizione ciclica d’interi segmenti della sua storia, in una sorta di “inesorabile ritorno dell’uguale” che – si potrebbe persino calcolarlo – non risparmia (praticamente) nulla.
Se, poi, si restringe questo principio ad un particolare settore del vivere associato, a dire quello del generico intrattenimento/spettacolo, ecco che si nota come la tendenza alla replicazione si approssimi al cento per cento. All’interno di una reiterazione così serrata, non hanno mai smesso di saltare fuori, prima o poi, i cosiddetti “anni ’80”, di cui, a fasi alterne, si continua a dire tutto e il contrario, contribuendo, in via ulteriore, alla loro perpetuazione. A pensarci – per quanto su una scala limitata -la sensazione/condanna di vivere in un eterno presente, deriva anche in parte da questo: da una sistematica riesumazione/riproposizione/riciclo di tendenze, di modelli (con tutto il loro strascico di atteggiamenti più o meno esteriori, veri o presunti cambi di mentalità, piccole manie, et.) che finiscono per rallentare il tempo in una specie di onnicomprensiva contemporaneità.
Non stupisce più di tanto, allora, ritrovarsi “fra le mani”, oggi, movimenti artistici e relativi protagonisti – sulla cui idea di definitivo tramonto i meno inclini alla nostalgia o i pragmatici duri e puri almeno una volta si sono baloccati – perché è un po’ come se non se ne fossero mai andati. Testimonianza di quanto accennato può essere questo “Soul boys of the Western world” del britannico George Hencken, documento incentrato sulla storia del gruppo pop degli Spandau Ballet, cresciuto su ciò che restava del movimento punk di fine anni ’70 e – mutati gusti e costumi – capaci di afferrare un successo planetario che ha visto il suo apogeo al momento dell’uscita dell’album “True” (1982), per scemare piano piano lungo il decennio, fino allo scioglimento, alle controversie legali, alla malattia (superata) di uno dei membri. Prendendo le mosse dalle origini proletarie omiddle class dei cinque ragazzi, Hencken si avvia da subito sul sentiero ben tracciato delle “biografie in musica”, ossia in una sorta di diligente lavoro di repertazione che, intervallando cinegiornali d’epoca, programmi televisivi che contestualizzano i fatti, fotografie e filmini dell’archivio privato dei musicisti, offre un quadro d’assieme in cui si sovrappongono le tinte contrastate del desiderio di riscatto, quelle del genuino amore per la musica, come un certo gusto per lo sberleffo unito ad un altrettanto puntuale scaltrezza nella gestione degli affari, la cui sostanziale prevedibilità, però, alla lunga, non viene intaccata neanche dal montaggio nervoso.
Si rincorrono così, accanto alle hit più famose della band (la quale, si stenterà a crederlo, ha emesso i primi vagiti su sonorità punk), “True”, “Highly strung”, “Through the barricades”, “Gold”, “I’ll fly for you”, e assieme a tutto il corollario di mise improbabili, pettinature vaporose, limousine e migliaia di adolescenti in delirio, immagini che giustappongono la scena dei locali londinesi di inizio anni ’80, il ritorno ad una musica più ballabile, l’avvento del decennio della Thatcher, “Top of the Pops”, MTV, Live-Aid, perché impossibilitate ad offrire una qualunque prospettiva che non sia la loro semplice riproposta in un moto circolare che preclude all’analisi l’utilizzo di uno dei suoi strumenti più efficaci: la vera distanza. Nel lavoro di Huncken tale distanza non può darsi dal momento che pressoché tutto ciò che è mostrato è ancora presente – magari mutato ma nemmeno tanto – e continua a tornare e a passare, come un lieve detergente su una superficie senza asperità (gli Spandau saranno di nuovo in tour a partire dal 2015). Amen.
TFK (voto **)



domenica, ottobre 19, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: A GIRL WALKS HOME ALONE AT NIGHT

Festival internazionale del film di Roma -4 giornata
A girl walks home alone at night”
di Ana Lily Amirpour
USA 2014
durata, 99′

Non v’è alcun dubbio che, adesso come nel passato, fare film di genere “vampiresco” sia un’operazione estremamente complessa. C’era riuscito recentente Jarmoush col suo “Only lovers left alive”, risposta d’autore a “Twilight” e spazzatura simile. Il tentativo di Ana Lily Amirpour è quello di ambientare la storia di una vampira in una cittadina iraniana.
Se a risultare assai interessanti sono messa in scena e un’elegantissima fotografia in bianco e nero, la sceneggiatura appare debole e pretenziosa. La narrazione, non andando, di per sé, a parare da nessuna parte, appare ancor più confusionaria nell’impiastro citazionistico  privo di qualsiasi consequenzialità: si parte dall’iconografia alla James Dean per passare alla nauvelle vague, mettendo in mezzo Sergio Leone e cinema underground europeo. I troppi silenzi, nel tentativo di dare un’aura ancor più misteriosa alla pellicola, finiscono per negare ogni possibilità d’evoluzione o quantomeno di comprensione dei personaggi. Infine l’amore/odio tra la cultura mediorentale e quella americana viene fuori in maniera esageratamente melensa, con la vampira che, iconograficamente e metaforicamente, veste i panni della donna islamica.
Sicuramente è mirabile, quanto inusuale, il tentativo d’ambientazione di un genere che sembra avere poche vie di fuga. Meno esaltante, e di parecchio, è l’esecuzione.
Antonio Romagnoli (voto **)

sabato, ottobre 18, 2014

9 FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA: AS THE GODS WILL

Festival internazionale del film di Roma -3 giornata
As the gods will
di Miike Takashi.
Giappone, 2014
120'



Miike Takashi e' un autore eclettico, controverso, quindi alterno, comunque sempre ben disposto a non tirarsi indietro di fronte agli argomenti spinosi, come alla possibilità di trarre conseguenze poco in linea con l'acquiescenza corrente. Si prenda ad esempio questo "As the gods will" e il suo modo di mettersi di traverso - alla solita maniera che coniuga sarcasmo ai limiti dell'irrisione, crudeltà beffarda, spietatezze assortite, isolate tregue in cui a fatica si fa largo la riflessione stranita o scampoli di un desiderio di vicinanza autentica, in genere negletta se non, persino, inesistente - rispetto a quella che potremmo definire con scarsa fantasia "lo stato dell'arte della modernità" ai tempi della sistematica disgregazione dei rapporti e dell'imporsi in sua vece di una condizione (post-qualcosa, meta-qualcosa, chi sa più dirlo con certezza ?) sempre più mediata (di fatto, di continuo ri-generata) dalla onnipresenza tecnologica e dai suoi più possenti bracci armati: il denaro e le merci (intese come consumo nel senso più generico del termine).

Da decenni l'Occidente si gingilla col concetto di pulsione di morte, finendo con l'averlo interiorizzato nei modi di una resa psicologica ed etica al dato-di-fatto, la superficie inerte del quale viene talvolta increspata da esplosioni di violenza pressoché immediatamente rimosse (o mal interpretate o nemmeno analizzate) nell'illusione che il mastice a base di solvibilità e oggetti  richiuda la crepa e soprattutto regga. Ebbene, Miike prova a fermarsi un istante, a guardare più da vicino il tessuto di questa realtà in apparenza dai colori vividi e subito riconoscibili quanto instancabile nel garantire che domani non sarà altro che l'ennesimo oggi, e addentrandosi nelle vite di coloro - che già solo fisicamente rappresentano il futuro - su cui quella realtà punta per imporsi una volta per tutte: un gruppo di giovani uomini e donne. Nel caso, liceali.

Alla luce di ciò, se l'esistenza di gran parte della gioventù odierna e' ritmata in maniera serrata e monotona sul progressivo allontanamento dalla pratica quotidiana dei fatti (per quanto scoraggianti, insensati, banali essi siano: pensiamo alla piaga sociale degli otaku, qui ritratti tra l'ironico e il patetico) a favore di una reiterazione fondata sull'utilizzo passivo dei manufatti tecnologici, sull'assenza o limitazione degli stimoli, sul restringimento conseguente degli orizzonti ad un qui-e-ora di primo acchito eternamente promettente ma via via inflessibile, fino al momento di mostrarsi al dunque di una scelta col suo vero volto - un ghigno severo ed esigente - diventa allora sensato scaraventarne un esemplare - Takahama Shun, Takeru Amaya e Akimoto Ichiko ne incarnano nel film l'epitome più rappresentativa - all'interno di un contesto (un gigantesco cubo bianco opaco che staziona/veleggia nei cieli, subito ribattezzato dai media accorsi golosi, "il cubo di Hokkaido") tarato su misura della logica stringente di un videogioco ad eliminazione graduale dei suoi partecipanti.

Shun - annoiato e depresso quanto sensibile e di fondo disgustato di una vita già senza vie d'uscita -; Amaya - egoista e violento, prevaricatore e cinico, votato alla conservazione di se stesso come eletto di una stirpe superiore che ha il dovere morale di eliminare i più deboli -; Ichiko - dai capelli decolorati e dall'animo in bilico tra una frivola spensieratezza, una indefinita attrazione per Shun e un grumo più intimo fatto di solitudine e frustrazione - insieme ad altri appartenenti alla loro sfera comune, assurgono così a rango di protagonisti di un gioco (la vita-agli-albori-del-terzo-millennio) in cui si prende teoricamente parte a tutto e alla fine si muore spesso per niente, ossia o per capriccio o per caso.

Miike concentra la sua attenzione sul carnevale folle ma, letteralmente, iperrealista che coinvolge/usa i ragazzi; sui loro volti stravolti dal terrore, dall'incredulità, come da una sorta di serafica apatia, costruendo una messinscena al solito pulsante nei colori vistosi (il sangue, le luci della città, i tramonti al limite dell'oleografia) e veemente nelle scansioni (a cui non poco contribuisce anche il tipico piglio assertivo nipponico) ma controllata e inflessibile nell'aderenza ad una programmatica inerzia fondata sul legame di causa-effetto. Ciò che si perde, fatalmente, nel meccanismo del "passaggio al livello successivo", si recupera nella coerenza di un pessimismo che non ammette infingimenti o scorciatoie. Perché se il Male alla fine non muore, il Bene non trionfa e la sopravvivenza e' mera questione di fortuna, non d'intelligenza, non di abilita', non di forza: se, in altre parole e a conti fatti, e' questa " la volontà di Dio", sembra lecito e addirittura  morale sentenziare alla maniera di Shun: "Se Dio ha creato tutto questo, che si fotta !".


TFK (voto: ****)