L'estranea
di Paolo Strippoli
Italia, 2026
genere: horror, drammatico
durata: 115'
con Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Romana Maggiora Vergano
L’horror italiano ha
probabilmente trovato una nuova autorevole firma in Paolo Strippoli che
con il suo nuovo lungometraggio, L’estranea, si conferma un
regista con i fiocchi. Il film, presentato in concorso alla mostra del cinema
di Venezia 2026, è uno dei cinque titoli italiani in concorso e uno di quelli
che farà più parlare di sé. Un horror più psicologico che fisico, ma in grado
di tenere incollati davanti allo schermo per tutta la sua durata.
Siamo a Roma in una
giornata di pioggia intensa (elemento ricorrente nei film di Strippoli)
quando un’invecchiata Jasmine Trinca si reca a casa della figlia Alice
(Romana Maggiora Vergano) con un trolley in mano per raccontarle la
vera storia della famiglia. Una storia fatta di intrecci e misteri, di sospetti
e di paure, tenuta insieme da quello che si potrebbe definire un patto col
diavolo. Il nastro del racconto di riavvolge e ci riporta indietro nel
tempo, dal 2026 al 1999, quando Anna (Jasmine Trinca) e Walter
(Adriano Giannini) decidono di comprare un cane ai figli Alice
e Tobia. Da lì un tragico incidente mette a dura prova la tempra di Anna
che, ritrovandosi a tu per tu con un’estranea, decide di instaurare con
quest’ultima un patto per sopravvivere. Una concatenazione di eventi la
porteranno però a dubitare della scelta e ad avere una costante paura che
qualcosa possa ritorcersi contro.
Come una spirale,
elemento ridondante nel film di Strippoli (dal formicaio alla
liquirizia, passando anche per la tshirt di Tobia), il film si
(ri)avvolge su se stesso tra continui salti in avanti e indietro nel tempo.
Facendo leva sulla divisione in capitoli che ci permette di conoscere uno a uno
tutti i membri della famiglia (la figlia, il figlio, il padre, la madre), il
regista ci mostra un loop apparentemente destinato a non infrangersi mai.
Al silenzio e alla
mancanza di comunicazione tra i personaggi si contrappongono rumori forti,
molesti e continui nelle situazioni più disperate. La pioggia incessante di
Roma si fa sempre più acuta, arrivando addirittura a rompere alcuni vetri e a
inondare le strade perché è un diluvio che non si può fermare, sinonimo di
qualcosa di più di un semplice evento meteorologico (e ne è una chiara
dimostrazione il fatto che continui ininterrottamente a invadere l’abitazione
di Alice provenendo da ogni luogo e andando in ogni direzione, come un mostro
senza controllo).
Oltre a un evidente
problema di comunicazione, c’è anche una grande paura che attanaglia la
famiglia felice protagonista del film: l’apparenza. La paura di non risultare
perfetti, sempre credibili e impeccabili, è ciò che fa incappare Anna nella
spirale dei problemi. L’apparenza è ciò che conta: Alice selezionata per
una pubblicità e Tobia in perfetta forma fisica e pronto a diventare un
grande calciatore sono solo i primi due esempi di una storia che ci fa
riflettere sul presente molto più di quanto possa sembrare. Si tratta di una
paura costante che ormai si sta radicando nella società e che Strippoli
con il suo L’estranea estremizza all’ennesima potenza, con ritmo,
suspense e furbizia. Tra citazioni e richiami, dei quali il suo cinema è pieno,
il regista si fa portavoce di un messaggio potente, incarnato in parte dalla sua
pioggia e in parte dal sistema a spirale che nasce dall’estranea (una Valeria
Bruni Tedeschi inquietante, magnetica e pazza) nella quale si imbatte Anna.
E non è un caso che il
primo incontro avvenga proprio in una chiesa che, come il filo rosso del
destino, collega L’estranea a La valle dei sorrisi dove il
climax massimo avveniva proprio all’interno di un luogo sacro. Un luogo che qui
perde quella valenza per limitarsi a essere un luogo di accoglienza, nel quale
tutto è concesso, anche un patto col diavolo.
Veronica Ranocchi

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