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mercoledì, novembre 01, 2017

Film telecomandati - TRAINING DAY

di,  Antoine  Fuqua
con, Denzel Washington, Ethan Hawke, Scott Glenn, Eva Mendes.
USA 2001

genere, drammatico
durata, 125"






Antoine Fuqua è un regista che comincia ad avere una filmografia sostanziosa. Ciò non gli ha consentito - ancora, perlomeno - di ridurre l'altalenanza degli esiti delle sue opere. A prove poco convincenti ("King Arthur", 2004; “I magnifici sette”, 2016 ), riuscite solo in parte (“Olympus has fallen”, 2013; “The equalizer", 2014; “Southpaw”, 2015) o pericolosamente ai limiti del patetico, se non del ridicolo ("L'ultima alba"/"Tears of the sun", 2003), affianca un esordio promettente ("Costretti ad uccidere"/"The replacement killers", 1998, con C.Yun-Fat e M.Sorvino) e tre colpi niente male: “Shooter”, 2007 "Brooklyn's finest”, 2009 - che può considerarsi un prolungamento e una estremizzazione di alcuni argomenti proposti in "Training day” - e, appunto, "Training day" del 2001.

Utilizzando una messinscena ancorata solidamente a un realismo scabro e non di rado brutale, quanto estetizzante in talune soluzioni formali, l’autore di Pittsburgh racconta ilgiorno (determinante) d'addestramento (training day, appunto) di un giovane poliziotto, Jack Hoyt/Hawke, deciso a diventare detective dell'antidroga di Los Angeles. Intransigente e idealista, Hoyt viene affidato alle cure dell'anziano Alonzo Harris/Washington, spregiudicato sbirro profondo conoscitore della strada, delle sue insidie e delle sue regole non scritte, poco incline a soffermarsi sui regolamenti e invischiato in una fitta ragnatela d'affari poco chiari e frequentazioni potenzialmente letali. I due caratteri - opposti ma con aspetti complementari che via via risalteranno, aumentando l'ambiguità del loro rapporto - arriveranno ben presto ai ferri corti.

Tratteggiato con mano felice da David Ayer, già autore di sceneggiature centrate sul mondo del crimine (vedi "SWAT", "Harsh times", "La notte non aspetta", "End of watch" - questi ultimi tre, diretti oltreché scritti - ), "Training day" si svolge nell'arco di un giorno qualunque in quel gigantesco ginepraio esistenziale che è Los Angeles, all'interno del quale si aggirano i due tutori dell'ordine uniti dal caso e dalle inderogabili necessità del servizio ma divisi dall'applicazione minuta della prassi poliziesca a sua volta minata da una più profonda frattura circa la visione del fine e del senso autentico da attribuire a concetti sempre al centro delle contraddizioni del dibattito sociale contemporaneo, comelegge e ordine. Per Hoyt è ancora possibile gestire l'autorità che il cittadino consegna nelle mani di un Corpo in uniforme e in armi, come è quello della Polizia, entro i limiti che riconoscono nell'altro - seppure criminale - un titolare di diritti; per Harris la quotidiana consuetudine della realtà metropolitana non è che il trasferimento della legge della giungla, della lotta per la sopravvivenza, in un contesto reso sempre più scivoloso e sempre più ostile dalla modernità tecnologica e dall'onnipresenza ossessiva del denaro.

Girato in buona parte negli autentici luoghi del degrado, dei traffici e delle vite perdute, fotografato (Mauro Fiore) evocando cromatismi brillanti e contrastati che rimandano al Müller di "Vivere e morire a Los Angeles" di Friedkin, intriso di cinismo, di sarcasmi senza repliche, come di violenze piuttosto esplicite e ripetute che non lascerebbero presagire improvvise aperture alla tregua e alla stanchezza, il film di Fuqua tocca con una sua ferina sagacia (soprattutto nella prima parte) un buon numero di nervi scoperti e irrisolti di questo nostro tempo e di questo nostro vivere una fine che non finisce mai di finire e ci consegna due tipi umani - uno, disciplinato e leale ma non disposto a tollerare la sopraffazione; l’altro, affetto da una sorta di superomismo scaltro, frutto probabile d’un’esemplarità corrosa dal tempo e dai compromessi - antitetici ma legati a filo doppio, controversi, quindi difficili da dimenticare.

Niente da dire sul finale compensativo/consolatorio, di certo poco coraggioso, forse imposto, se non che ne fa rimpiangere almeno un paio di più inquietanti e metaforici. Oscar a Washington come migliore attore protagonista (con l’immancabile strascico di polemiche riguardo l'attribuzione d'un premio a un attore nero per un ruolo negativo). Nomination per Hawke come migliore attore non protagonista.
TFK

mercoledì, giugno 14, 2017

COGAN - KILLING THEM SOFTLY

Cogan - Killing them softly
di Andrew Dominik 
con: B. Pitt, J. Gandolfini, R. Liotta, S. Mc Nairy
USA 2012 
genere, drammatico
durata, 97’

We're only in it for the money, sghignazzava Zappa ai tempi. Più o meno la conclusione intimata da Jackie Cogan/B.Pitt (congetturale monello chapliniano che crescendo smarrisce una o oltre alla retta via) al termine di questo "Cogan/Killing them softly", terza fatica del neozelandese Dominik, dopo l'esordio di "Chopper" (2000) e le estenuazioni liriche de "L'assassinio di Jesse James..." (2007). Tratto, ma è un’affermazione impegnativa, dal "Cogan's trade" (1974) del poliedrico Charles V. Higgins, già giornalista di nera, ex procuratore distrettuale ammaliato dalla letteratura, il cui "Gli amici di Eddie Coyle" era stato ben portato sullo schermo nel ’73 da P.Yates, con R.Mitchum e P.Boyle come protagonisti, il film in questione compie preliminarmente due operazioni: sposta gli accadimenti in avanti nel tempo - diciamo a ridosso delle elezioni che portano Obama alla Casa Bianca, nel mentre che la morsa della crisi economica comincia a far sentire la sua stretta come rimandano, tipo basso continuo, i teleschermi che punteggiano con i loro notiziari tutta la pellicola - e lateralmente nello spazio, dalle atmosfere umide e ovattate del Mideast letterario a quelle fatiscenti e variopinte d’una fantasmatica New Orleans restituita per accenni e indizi.


Se la storia - la rapina a mano armata compiuta da due balordi ai danni d’una bisca gravitante attorno ai traffici della mala la quale, per non perdere la faccia e nuocere agli affari creando un precedente, mette in moto il Cogan del titolo, killer a libro paga in giaccone di pelle, pizzetto e chioma lisciata all'indietro - è piuttosto semplice, le cose si complicano quando andiamo a valutare l'efficacia della stessa sulla pagina e sullo schermo. Per quanto siano stucchevoli i confronti, stante la diversità dei linguaggi, la sensibilità autonoma di chi scrive e quella di chi dirige, e tentando di superare il logoro binomio "letteratura filmata"/"film tratto da un libro", alcune cose possono comunque essere sottolineate: la scrittura sarcastica, gaglioffa, contraddittoria e spesso paradossale fin quasi alla demenza di Higgins, innanzitutto. Scrittura che ha la capacità, quasi solo a forza di dialoghi, di costruire la vicenda e di darle pregnanza tratteggiando indirettamente ma compiutamente un intero microcosmo costituito perlopiù da mezze tacche, sfigati, inetti e intronati a vari stadi, che più sbattono il grugno contro la realtà del proprio fallimento, più s'ingegnano (eufemismo) a escogitare piani cervellotici per svoltare il cui rischio poi, a conti fatti, si rivela sempre sproporzionato alla resa. Tanto da risultare, quindi, più patetici che tragici, più infantilmente naïf che malignamente consapevoli: più affini, per dire, alla banda di idioti di J.K. Toole che alla conventicola di buzzurri schizzati del "Killer Joe" di Friedkin. In altre parole, più capaci, non tanto di forzare, quanto di dilatare i limiti del genere di riferimento - nel caso, il noir - aprendoli alla parodia, al nonsense, alla commedia dell’assurdo. All’opposto, Dominik sembra percorrere un sentiero sì parallelo ma in senso contrario: ovvero orchestra la messa in scena secondo uno svolgimento orizzontale, sempre indeciso tra l'accelerazione sul versante del grottesco e l’adesione fedele allo spirito sconclusionato del testo originario, finendo per appiattire entrambe le opzioni in una narrazione priva di basi d’immedesimazione, di solidi agganci - stilistici, estetici, emotivi - per chi guarda. Inoltre, quanto la logorrea dei personaggi d’intreccio narrativo èvitalistica, ossia imprevedibile, zeppa di cortocircuiti per i suoi rimandi interni, le ripetizioni, la tendenza a divagare, a-non-dire-niente, in grado cioè di scartare di continuo, di cadenzare un ritmo, tenerlo e variarlo sino alla fine, non la medesima feconda irrequietezza arride alle figure dell’autore di Wellington, spesso bloccate, come costrette a glissare, a stilizzare uno stile - si passi la forzatura - di fatto depauperandolo della sua spinta maggiore, a dire l'accumulo stratificato da Higgins volto a generare una risacca che tutto travolge a mo’ d’unico, insensato sberleffo, e condannandosi, di conseguenza, a girare a vuoto, ad agire secondo un'inerzia che non si trasforma mai davvero in azione.


Il timore ventilato da più parti circa la prosopopea, l'incontinenza verbale riconducibile a certi prototipi tarantiniani, è allora, in “Cogan", scongiurata in partenza. L'esperimento di Dominik, infatti, non è prolisso, tantomeno verboso. Piuttosto è monco: da un lato dell'esplosività controllata del linguaggio del romanzo; dall'altro per la mancanza di soluzioni espressive che non siano risapute (il ralenti dell'eliminazione del personaggio di R.Liotta); ribadite (numerose inquadrature e primi piani tenuti oltre misura); manieristiche (l’accuratezza quasi esornativa della ricostruzione scenografica e l'impianto della scelta cromatica debitore verso intuizioni care al cinema USA anni ’70). Resta un Pitt in parte ma col freno-a-mano-tirato, nel ruolo oramai fin troppo familiare per lui di guascone letale. Resta Gandolfini, altrettanto a suo agio nei panni del sicario afficato e ubriacone a cui dobbiamo un paio di validi assolo, quanto l'insinuazione, questa sul serio maliziosa, per cui in tempi grami pure il crimine organizzato si fa due calcoli e cerca di risparmiare tirando sul prezzo. "Li conosco quelli che vincono" diceva il Cogan di carta. "C'è chi da qualcosa al cavallo e vince. C'è chi da qualcosa a tutti gli altri cavalli, e vince. E poi ci sono quelli che magari drogano i cavalli da una vita e uno o due di loro, forse tre, vincono. Tranne quando i cavalli li droga qualcun altro prima di loro, e vince. A quel punto perdono. Accettano la sfortuna. Non ci pensano più". Appunto. We're only in it for the money. Take it or leave it.
TFK

lunedì, settembre 21, 2015

Film Telecomandati: THE PRESTIGE


"The Prestige"/id.
di: C.Nolan
con: H.Jackman, C.Bale, M.Caine, S.Johansson, P.Perabo, D.Bowie, R.Hall.
Drammatico - USA 2006 - 130 min

Salito agli onori delle cronache cinematografiche nel 2000 con "Memento" - il film "a rebours" - Nolan (autore che ha diviso da subito gli appassionati, fin troppo consapevole fino alla "furbizia cinematografica" per taluni, incontestabilmente geniale per altri), esibisce in questo "The prestige", dopo le alterne vicende di "Insomnia" (2002) e "Batman begins" (2005), una narrazione più lineare, riuscendo tuttavia ad approfondire - ancora una volta con l'aiuto del fratello Jonathan in fase di scrittura e basandosi sull'omonimo romanzo di Christopher Priest - quei temi che sin dall'inizio hanno concorso a caratterizzare la sfera d'interessi della sua creatività: i sempre ambigui concetti di "verità" e "finzione", innanzitutto, e le ricadute che hanno su quell'altrettanto grande mistero che e' l'"identità" individuale. La scansione non cronologica del tempo e la possibilità che essa offre di moltiplicare le angolazioni e i punti di vista. Il "sospetto" di una casualità superiore e arcana che si fa beffa dell'agire umano condannandolo allo scacco e all'angoscia. L'inconsistenza venata di menzogna che permea i rapporti umani.

Londra, sgoccioli dell'età Vittoriana: due maghi di talento - Robert Angier (Jackman) e Alfred Borden (Bale), fascinoso e ammaliatore delle folle, il primo; introverso, sfuggente ma estroso, il secondo - si sfidano senza esclusione di colpi alla ricerca del "Prestigio", ovvero dell'illusione perfetta, per la quale arriveranno a mettere in gioco molto più che i propri destini professionali...

La storia del film e' la storia di un ossessione, la più terribile, forse - quale verità più "vera" di un raggiro abilmente confezionato ? - che in quanto tale non ammette intralci e non conosce soste, calpesta le regole condivise (illusioni, in sostanza, solo più "razionali" e compartimentate, osserva Nolan), spazza via gli affetti (specchio quasi sempre infranto dell'illusione più grande, l'amore) e giunge a sfidare la Morte. "Gli uomini vogliono essere ingannati", ripetono a più riprese i due funamboli del trucco, dietro le quinte dei palcoscenici e lungo le strade di paesi e città che sembrano a loro volta fondali posticci di una bugia (l'utopia di una società che nella decisiva transizione a cavallo dei secoli XIX e XX comincia a credere di potersi affidare alle "certezze" della scienza e della tecnica deponendo una volta per tutte le armi della critica) scaltramente congegnata. Solo l'inganno, nascondendo la realtà per ricrearla, può produrre la sospensione del giudizio e con essa le premesse per la meraviglia più fuggevole ma più bramata - la felicita' - a cui tutto si sacrifica e del cui culto il mago sa di essere, al tempo, il sacerdote più esposto e la vittima più misconosciuta. Scostante e geometrico, rigoroso e determinato nel suo pessimismo, anticonvenzionale perché non consolatorio, permeato di un romanticismo cupo ma seducente, ispessito dalla prevalenza delle tonalità scure, l'opera di Nolan funziona laddove s'inceppano molte opere di media/grossa produzione: coniugare le aspettative spettacolari con lo svolgimento di un tema scomodo fino alle sue non rassicuranti conseguenze. Muovendosi lungo direttrici che mano mano si svelano essere altrettanti vicoli ciechi, infatti, il film procede e cresce per brevi blocchi di scene contraddistinte da movimenti larghi e circolari della mdp e da oculate ellissi. Azzeccate e inquietanti le scenografie sempre sul punto di rivelarsi meri sipari dietro cui s'intrecciano artifici infiniti, così come una fotografia densa di penombre capace di moltiplicare la costante atmosfera di enigma della vicenda. Pregevoli ed efficaci nella loro semplicità "artigianale" gli effetti speciali. E se Jackman e Bale si confermano attori convincenti e a proprio agio, ecco che passa quasi inosservata la diva Johansson, in un ruolo poco più che esornativo. Splendidamente sottotono e sardonico, invece, Michael Caine, in una parte solo in apparenza secondaria; mentre David Bowie nei panni dello scienziato precursore Tesla utilizza la sua proverbiale ambiguità per solleticare la curiosità nei confronti di un personaggio di non comune ingegno eppure più che negletto dalla Storia.

TFK
 
In onda questa sera su IRIS alle ore 2100

domenica, settembre 13, 2015

FILM TELECOMANDATI: NESSUNO MI PUO' GIUDICARE

Nessuno mo può giudicare
di Massimiliano Bruno
con Paola Cortellesi, Raoul Bova, Rocco Papaleo, Anna Foglietta
Italia, 2011
genere, commedia
durata, 95'

 
Fenomenologia professionale. Passata alle cronache per le frequentazioni altisonanti la femmina mondana ha pensato bene di adeguarsi al clamore del momento inventandosi un epiteto che potesse rappresentarla degnamente in siffatti palcoscenici. E così in meno che non si dica Puttana, Prostituta e Cortigiana sono diventati i rimasugli di una vecchia mentalità non più al passo con la nuova attitudine imprenditoriale di questa procacciatrice di uomini.

Per non essere da meno e come sempre interessata agli aspetti boccacceschi della vita anche la nuova commedia italiana non poteva mancare l’appuntamento con la storia ed in men che non si dica ha allestito uno spettacolo che suona un po’ come la versione truffaldina di certe inchieste televisive che con la scusa della cronaca solleticano il voyeurismo del pubblico raccogliendo le memorie delle scollacciate signorine.

Ecco allora la storia di una donna benestante impegnata a guadagnarsi la pagnotta vendendo il proprio corpo per fare fronte ai debiti del marito defunto e nel contempo costretta a barcamenarsi con la socialità del quartiere dove si è dovuta trasferire (stiamo parlando del Quarticciolo). Imbranata ed a disagio nelle provocanti mise che di volta in volta scandiscono l’alternanza delle situazioni e degli incontri, Alice avrà modo di sperimentare sulla sua pelle pregi e difetti della nuova occupazione, finendo anche per innamorarsi di Giulio,un coatto dal cuore d’oro che risponde alla faccia e soprattutto al fisico di un sempre più naturale Roul Bova. Gestito da un regista esordiente come Massimiliano Bruno “Nessuno mi può giudicare” tenta di elevarsi al di sopra della media cercando di coniugare una comicità diretta e popolare, quella per intendersi dei campioni di incasso che l’hanno preceduto, con una certa attenzione agli aspetti del reale. 




E non ci riferiamo tanto al mestiere della protagonista, riprodotto attraverso espedienti ampiamente risaputi (basti pensare alla scena del bar in cui l’iniziazione di Alice diventa l’occasione per fare il verso alla Sally di Meg Ryan) e piuttosto stereotipati ma al fatto di collocare la vicenda in una dimensione di autenticità testimoniata dalla decisione di filmare per davvero nei luoghi che fanno da sfondo alla vicenda, oppure seminando tracce, vedi la locandina de la ricotta di Pasolini nel internet cafe di Giulio (Pasolini tra l’altro non è estraneo al Quarticciolo avendo sceneggiato il film sul famoso Gobbo) di un impegno che vorrebbe tracimare in una divertimento spensierato ma sempre intelligente. Sospetti confermati anche dalla presenza di Paola Cortellesi, comica radical chic prestata ad un ruolo che dovrebbe essere nobilitato da uno humor esibito ma nello stesso tempo controllato, ridanciano ma mai volgare. Missione in parte riuscita, anche se a differenza della sua versione drammatica la Cortellesi in versione comedy è sempre sul filo di una certo autocompiacimento, per la presenza di spalle come Lillo, Papaleo ed una strepitosa Anna Foglietta nella parte di Eva, la escort che insegna ad Alice i rudimenti del mestiere. Le riserve come al solito riguardano la bonarietà che il film sparge a piene mani sulle contraddizioni che si sforza di far emergere. 

Vizzi, razzismo, schermaglie politiche finiscono così per ricadere in quel qualunquismo che Bruno prende in giro scimmiottando la celebre sequenza de la Messa è finita in cui il personaggio di Moretti inveiva nei confronti del cinema di Alberto Sordi (anche qui rossi e neri finiranno per essere tutti uguali). La voglia di affondare il coltello nella piaga come altrove è sostituita dal desiderio di alleggerire il contesto con il fragore di una risata, d’altronde il film è il frutto di una collaborazione degli stessi autori, Brizzi (soggetto) e Bruno (sceneggiatura), già artefici di prodotti come Notte prima degli esami, Ex, Maschi Contro femmine. I tempi sono grami e la cosa migliore è non pensare. In questo senso “Nessuno mi può giudicare” assolve il compito nella maniera miglior.
In onda questa sera su Rai 1 alle 21,30

giovedì, settembre 10, 2015

FILM TELECOMANDATI: X - MEN - GIORNI DI UN FUTURO PASSATO

X-Men - Giorni di un futuro passato
di Bryan Singer
con Hugh Jackman, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, James MacAvoy, Nicholas Hoult
Usa, 2014
genere, drammatico, avventura, fantascienza
durata, 130'


Il ritorno di Bryan Singer alla Marvel, ed in particolare alla serie dedicata agli X-Men, è cosa di poco conto. Tanto per fare paragoni, sarebbe come se Mourinho dopo la parentesi spagnola fosse tornato all’Inter oppure, restando  al cinema, che Sam Raimi si gettasse dietro le spalle dissapori e incomprensioni, e tornasse a dirigere Spiderman. L’importanza di Singer poi ha che fare con i numeri e con un primato importante in termini di credibilità, avendo lui diretto con quest’ultimo episodio dei mutanti ( ma il progetto prevede anche un seguito) ben quattro Hero Movies, tra cui ricordiamo la controversa riedizione di “Superman Returns”.


Per riannodare i fili con i suoi prediletti il regista sceglie di viaggiare nel tempo, immaginando una storia in cui il ritorno al passato di Wolverine, spedito nella Los Angeles degli anni 70 per incontrare Charles Xavier, è l’estremo tentativo per cambiare il corso di eventi che vedono i mutanti perseguitati e uccisi da robot -le sentinelle – usati dal governo per sbarazzarsi della loro presenza. Il compito di Logan sarà quello di rimettere insieme il gruppo scioltosi all’indomani della cattura di Magneto, convincendo il riluttante Xavier, caduto in depressione per il tradimento di Raven, a ritrovare ideali e determinazione.


Detto che il film “X-Men- Giorni di un futuro passato” è la trasposizione riveduta e corretta di una delle saghe più belle del mondo Marvel (scritta dal grande Chris Claremont), è impossibile non sottolineare l’abilità di regista e produttori di operare un restyling privo di soluzioni traumatiche (come invece era accaduto a “Spiderman” nel passaggio di consegne tra Sam Raim e Marc Webb) e lavorando più all’interno del tessuto narrativo che in quello del marketing. Così come non si può non notare che il viaggio temporale di Xavier e soci sembra replicare l’idea di “X-Men: l’inizio”, in cui le origini dei mutanti sono rivisitate in chiave vintage, e che la nuova storia sia ritagliata su quei personaggi della serie interpretati da alcuni degli attori più in voga del momento. In questo modo il protagonismo commerciale di Jennifer Lawrence, e quello per cinefili di Michael Fassbender, (Shame, 12 anni schiavo) aggiunge al film un surplus di immaginario cinematografico che sicuramente farà bene alle casse dei produttori.


Sul piano dei risultati però il film non è’ all’altezza delle aspettative perché l’operazione nostalgia voluta da Singer rimane a metà strada tra la rivisitazione di un mondo perduto e una riformulazione testuale che non apporta nessuna novità sostanziale. In questo senso, anche l’ennesimo tradimento di Magneto, prevedibile quanto meccanismo, ripropone una dialettica tra bene e male che non trova alternative a ciò che abbiamo già visto. Così in una trama oscura e apocalittica, in cui il pendolo esistenziale oscilla tra catastrofe e palingenesi a emergere è l’umanità dei vari personaggi, tutti quanti impegnati, chi più chi meno, a mostrare il lato più fragile delle loro personalità. Certo, non siamo dalle parti del Superman ultrasensibile disegnato da Singer, ma vedere Wolverine in versione pacifista e’ quasi una rivoluzione. Il resto invece, e’ routine d’autore.
Questa sera in onda su Sky Max alle ore 21

martedì, settembre 08, 2015

FILM TELECOMANDATI: BELLA ADDORMENTATA

Bella addormentata
di Marco Bellocchio
con Toni Servillo, Isabelle Hupper, Alba Rorhwacher, Maya Sansa, Roberto Herlitzka
Italia, 2012
genere, drammatico
durata,  110'

 
Siamo sicuri che a Marco Bellocchio sarà venuto più di un dubbio rispetto all’unanimità di consensi ricevuti al festival di Venezia in occasione della presentazione nel concorso ufficiale del suo “Bella addormentata” ispirato alle vicende di Eluana Englaro ed al tema dell’eutanasia che pochi anni fa  scosse e divise l’opinione pubblica del nostro paese. La considerazione è lecita se pensiamo all’autobiografia ed alla carriera artistica di un uomo difficilmente catalogabile, avulso dalle parti e per questo considerato scomodo da qualunque schieramento politico ed ideologico. Una diversità che si è riversata sul cinema producendo film memorabili ed anche opere meno considerate perché troppo legate a questioni personali come quella della psicanalisi a cui il regista si sottopose e dalla quale fu così influenzato da promuovere il suo psichiatra a sceneggiatore dei suoi film (il medico Massimo Fagioli per questo fu accusato addirittura di plagio nei confronti del regista). Era il periodo di titoli scandalosi come “Il diavolo in corpo”(1986) oppure altamente criptici come “Il sogno della farfalla” (1994). Comunque la si voglia mettere queste opere erano lo specchio di un’artista che nel raccontare e nel raccontarsi non ha mai smesso di mettersi in gioco e di rischiare in prima persona con polemiche spesso aspre e prese di posizioni anche astiose alle quali  ha risposto sempre e solo con la potenza del suo cinema.


E’ quindi singolare, per tornare al discorso iniziale il fatto di assistere ad una compattezza di giudizio, dei critici come del pubblico, e tutto sommato alla mancanza di un dibattito acceso intorno alle questioni sollevate dall’ultimo film del regista, che diciamo subito pur elevandosi dalla massa non è il suo film migliore. Nel provare a trovare la ragione di queste affermazioni è necessario prendere in considerazione alcuni aspetti della contemporaneità italiana con cui il film di Bellocchio si deve confrontare: innanzitutto il senso di sfiducia nei confronti dei massimi sistemi (politica e religione in testa) e poi un attesa quasi messianica verso qualcuno o qualcosa capace di colmare la sensazione di smarrimento generale verso una realtà indecifrabile e fraudolenta. E' quindi logico dire che dal punto di vista cinematografico l’epifania del regista piacentino che affronta la dicotomia vita/morte senza fare sconti a nessuno ma riuscendone comunque a ricavare un  messaggio di speranza e d’amore – simbolicamente Bellocchio metterà in corrispondenza la morte di Eluana con il risveglio alla vita di Rossa, la bella addormentata del titolo – era la medicina giusta per curare le ferite, e l'artista un salvatore della patria austero e rigoroso, adatto alla situazione del momento. Se invece ci caliamo in un discorso prettamente tecnico le cose diventano più complesse. Lo sono i temi messi in campo, che infatti si traducono in una storia collettiva con vicende e personaggi che si muovono sullo sfondo dell'italia infuocata dal caso Englaro. Lo diventano le loro azioni mosse da pulsioni ed esperienze che nella contrapposizioni dei punti di vista e nella condivisione di un esperienza che per alcuni è la stessa di quella della famiglia Englaro riescono ad andare oltre la cronaca per mettere in scena il subconscio di una nazione.



Una sfida quella di Bellocchio che si serve di un apparato visuale capace di creare una spazio di mediazione tra narrazione e realtà, in cui l'alternanza dei toni - ora calmo e misurato altre volte frenetico e schizoide - e dello stile- onirico ed iperreale - riesce a bucare l'apparenza per arrivare al cuore del problema. Dalle sequenze d’apertura invase dall’apparato mediatico e dai bollettini d’informazione che rigurgitano la storia in una cronaca da reality show si passa quasi subito ad una dimensione intima e personale in cui anche la presenza del mondo esterno, con le sue date e le sue scadenze rimane sempre un passo indietro rispetto all'elemento umano. Uno scarto che nella differenza tra pubblico e privato appartiene anche ai personaggi il cui ruolo ufficiale è messo in secondo piano, o cessa di esistere rispetto all’urgenza dell’esistenza: è così per il politico che pensa da uomo e non da collega di partito, dell’attrice che ritorna ad essere madre rinunciando alla carriera, della militanza di una figlia che quando si tratta di innamorarsi non si lascia condizionare dalle proprie convinzioni, del dottore che smette di essere tale (la scienza non può fare nulla per chi da deciso di morire) per  curare la propria paziente con la medicina dell’amore e della perseveranza. C’è nel film di Bellocchio una sorta di supremazia dell’individuo che va oltre il caso specifico - il diritto di Eluana a rinunciare alla sua condizione vegetativa - ma che si allarga all’intero spettro dell’esistenza. Un ricominciare da se stessi e dai propri affetti, diremo quasi un ritorno alla famiglia presente nell’epilogo di tutte le microstorie di “Bella addormentata”, che è il controaltare all’incapacità di chi ci avrebbe dovuto prendersi cura di noi: la politica innanzitutto, depressa e deprimente nella sequenze da psicodramma che coinvolgono il personaggio di Roberto Herlitzka, uno psicologo che dispensa calmanti ed epitaffi, ed in parte la Chiesa, colta più come apparato di funzioni e liturgie che come dispensatrice di misericordia ed empatia. A ricordarcelo il prete manipolato dall’attrice  e ridotto a mera presenza istituzionale, e poi le suore che accompagnano le preghiere di suffragio della donna a favore della figlia:  svuotate di qualsiasi umanità si muovono a comando con una gestualità meccanica al limite del ridicolo.





E’ da queste considerazioni che nascono immagini come quella di Tony Servillo ripetutamente inglobato all’interno dei maxi schermi in cui Berlusconi, corpo mediatico in maniera similare a quello del Mussolini di “Vincere”, si mangia letteralmente la nostra libertà, oppure nella pietà che si tramuta in una sindone laica con il fazzoletto bianco che nelle mani di Michele Riondino si posa sul volto bagnato di Alba Rohrwacher per asciugarlo dall’acqua e nello stesso tempo, con uno slittamento di senso di cui il cinema di Bellocchio è pieno, per rendere il senso del rapporto che si sta instaurando tra i due personaggi, oppure nella sequenza dell’ospedale in cui l’improvvisa reazione di un uomo che getta per aria le lenzuola degli altri pazienti diventa il presagio di un cambiamento che metterà letteralmente a nudo le vite dei protagonisti. Visioni che non avrebbero bisogno d’altro e che invece nella seconda parte si appesantiscono con un eccesso di parole che in certi momenti risulta persino didascalico, non all’altezza della forma di cui si fregia tutta l’opera. In un film senza scandali a cui nonostante tutto Bellocchio ci aveva da sempre abituato (ma il tempo presente è già di per se scandaloso), e che tutto sommato è abbastanza clemente nei confronti del potere costituito è questo il maggior peccato del regista insieme ad un equilibrio interno che la suddivisione in quattro segmenti narrativi non sempre riesce ad assicurare. Grandi le  prove attoriali tra cui ci piace ricordare quella strepitosa di Pier Giorgio Bellocchio nella parte del dottore. La sua maschera di sofferenza e di determinazione meriterebbe sicuramente una menzione.
Questa sera in onda su RAI 5 alle ore 21,15

sabato, settembre 05, 2015

FILM TELECOMANDATI: SUPERIPOCONDRIACO - RIDERE FA BENE ALLA SALUTE

Superipocondriaco
di Dany Boon
con Dany Boon, Kad Merad
Francia, 2014
genere, commedia, azione
durata, 107'



Promotore di uno dei successi più clamorosi del box office francese, con incassi paragonabili a quelli dei blockbuster americani, “Giù al nord” aveva fatto del sodalizio tra Dany Boon e Kad Merad una delle sue carte vincenti. In quel caso poi, Dany Boon, regista oltrechè attore, si era inventato il classico asso nella manica, con una storia che esasperava pregiudizi e diversità tra due opposti culturali e geografici, capaci di diventare paradigmatici di una condizione universale.

Era perciò logico che Boon, dopo una manciata di sortite non altrettanto fortunate (“Niente da dichiarare?”, “Un piano perfetto”) decidesse di ritornare all’antico, riproponendo la formula che gli aveva consentito simile ascesa.   Questa volta però, forse per cercare di rinnovare il repertorio, Boon si ripresenta con una commedia spuria, nel senso che la comicità ed il divertimento scaturiti dalla dialettica tra il protagonista e la sua spalla sono contaminati da un diverso registro, ora drammatico, ora romantico, che prende piede quando Romain Faubert, ipocondriaco e single viene scambiato per Anton Miroslav, rivoluzionario in fuga dal Tcherkistan, immaginaria nazione dell’est europeo. Da quel momento in poi la storia subisce un’accelerazione improvvisa, trasportando le ossessioni dello sciagurato protagonista in un contenitore assolutamente dinamico, con fughe rocambolesche, scontri a fuoco, e salvataggi all’ultimo minuto che riproducono luoghi e dinamiche frequentate dal cinema d’azione.


Lo scarto, pur evidente, viene tenuto a bada con disinvoltura dal regista che continua a privilegiare gestualità da cartone animato (i capitomboli si sprecano così come le mimiche facciali ) e quelle improvvisazioni linguistiche che appartengono alle specialità della casa, qui utilizzate quando Romain deve far credere di essere un cittadino straniero, e quindi di conoscere a malapena la lingua francese. Caratteristiche che non vengono meno quando gli interni borghesi della Parigi della rive gauche vengono sostituiti dall’anonimato fatiscente e grigio della prigione dove il protagonista ad un certo punto si ritrova, ed in cui, in una scena da libro cuore, assistiamo alla tragicomica consumazione  di un companatico, equamente diviso con topi e scarafaggi. Così come nell’assunzione di responsabilità che Romain sarà obbligato ad accettare durante la cattività, per superare gli ostacoli che lo separano dalla felicità. Diversamente dal capodopera che l’ha preceduto, “Superipocondriaco” rinuncia quasi del tutto all’analisi del contesto sociale ed allo scavo psicologico delle varie tipologie umane che entrano in gioco solamente per innescare le fobie del protagonista. Il meccanismo funziona a fasi alterne, perché se da una parte la scrittura del film assicura un progressione narrativa che non concede pause, dall’altra fa capolino una certa autoreferenzialità  che copre solo in parte i limiti di un ispirazione troppo programmatica.
Questa sera in onda su Sky Comedy alle ore 2100

venerdì, settembre 04, 2015

FILM TELECOMANDATI: LA VITA DI ADELE

--> La vita di Adele
di Abdellatif Kechiche
con  Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos
Francia, 2013
genere, drammatico
durata, 179'


Adele è una liceale che sogna il grande amore, quello da romanzo, un po' come tante della sua età. Consuma una relazione breve e poco intensa con Thomas, suo coetaneo, al quale si concede senza troppo trasporto. In un locale gay conosce Emma, eccentrica studentessa dell'accademia delle belle arti.

E qui bisogna fermarsi, bisogna fermarsi perchè la vita di Adele inizia a prendere forma in sè stessa e in chi guarda, l'amore vissuto senza accenni di morbosità, trasparente; carne e spirto si fondono senza sfiorare reticenza ridondante o vano richiamo trasgressivo, ed Emma prende per mano Adele e l'accompagna nel suo diventare donna, la dipinge immolando i contrasti di un'animo che fuoriesce da quel viso dilagante di vero, che incanta e sturba in ogni sguardo ed ogni lacrima versata.

Abdellatif Kechiche porta sullo schermo tre ore che diventano Attimo, quell'attimo fugace e intenso che poche volte è possibile cogliere sullo schermo, Léa Seydoux ed Adéle Exarchopoulos si buttano a capofitto nel travolgente flusso narrativo, senza interpretare ma semplicemente "vivendosi". Ed il resto è tutto sensazione, atmosfera, essenza. Quei primi piani che vanno oltre il cogliere le espressioni e tendono la mano all'illimite, e  la telecamera, sospesa, segue ogni gesto spontaneo o apparentemente superfluo, come una carezza lungo la schienza, come se gli interpreti ne fossero i burattinai, mettendoci a confronto con il reale.

"...Nell'ora in cui tremiamo



Di tenerezza



Le labbra che vorrebbero baciare



Innalzano una preghiera a quella pietra infranta".


Mi vengono in mente queste parole di Thomas Stearns Eliot per descrivere l'emozione che rimane cucita addoso alla fine di una visione sconvolgente, che non ha paura di guardare e gettarsi nell' immenso abisso umano, cruda e mera autopsia dell'Io. Il blu è un colore caldo, e rimane dietro ogni angolo, e Adele se ne va col suo vestito blu, ma ci lascia li, come una dolce carezza d'abbandono.
Antonio Romagnoli 
Questa sera in onda su Sky Cinema, alle ore 22,50

giovedì, settembre 03, 2015

FILM TELECOMANDATI: I ORIGINS

 I Origins

di Mike Cahill
con Michael Pitt, Brit Marling
Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 106'


  
Liberaci dal male. Potrebbe essere questala frase più sintetica per riassumere il tema più urgente del cinema di Mike Cahill. autore di nicchia assurto al successo con una di quelle opere a basso budget di cui ogni tanto ci si stupisce per la capacità di fare tanto con molto poco. Stiamo parlando di cinema realizzato con pochi spiccioli e molte idee e comunque capace di ritagliarsi uno spazio adeguato nel panorama del cinema mondiale. "Another Earth" infatti pur lambendo la fantascienza con una trama che immaginando la possibile esistenza di una "controterra", vero e proprio doppione di quella già esistente , esplorava il dolore della perdita e del senso di colpa, spogliando il concetto di esistenza dai vincoli dell'esperienza e della ragione. In quel caso la protagonista cercava di venire a patti con il rimorso di aver provocato la morte della moglie e del figlio di un famoso compositore musicale. "I Origins" continua a percorrere la strada già tracciata del film che lo ha preceduto attraverso la dicotomia tra scienza e fede, che Ian, un ricercatore medico specializzato nello studio degli occhi, cerca di confermare sforzandosi di trovare una spiegazione scientifica all'incognito che normalmente appartiene al sacro e allo spirituale. Anche in questo caso c'è di mezzo un'amore spezzato e l'inaccettabilità della morte, come pure la predominza del caso, qui come allora ingrediente principale per scatenare il cortocircuito che annulla certezze e rimette tutto in discussione.


 

Homo Faber del set cinematografico per la poliedrica applicazione del proprio talento (dalla sceneggiatura alla fotografia fino agli effetti speciali) Cahill si addentra nel territorio del dubbio tornandone con risposte quasi definitive - "I Origins" parte dalla teoria sull'origine della specie per arrivare a parlare di metempsicosi e di vite precedenti) - sulle verità della vita. Se il confronto tra i massimi sistemi ricalca schemi e situazioni già viste, e se in alcuni passaggi la narrazione fatica a costruire situazioni che siamo all'altezza dei suoi contenuti, è pur vero che Cahill comferma la capacità di scrutare tra i silenzi e i non detti di cui gli attori si fanno carico.

 
Visione affascinante di espression e volti ripresi con la partecipazione di chi ne condivide il sentire. E se Brit marling è un habituè del regista (era lei la protagonista di "Another Earth"), non dispiace Michael Pitt alle prese con un ruolo -insolitamente per lui - equilibrato.

Questa sera, in onda su Sky Cinema, ore 21,10

mercoledì, settembre 02, 2015

FILM TELECOMANDATI: ANIMAL KINGDOM

Animal Kingdom
di David Michod
con JamesFrecheville, Joel Edgerton,BenMendelsohn, Guy Pearce
genere, drammatico
Aus 201
durata, 115'


Da tempo il Cinema aussie sta raccontando la transizione attuale sbirciandola dal particolare punto di vista separato degli antipodi. Transizione tipizzata, come si sa - da quella parte del mondo come da questa - da talmente tanti tratti reiterati e interscambiabili che una sua malaugurata implosione comporterebbe scompensi su scala planetaria. Del resto, lo spartito e' questo, riporta stringate strofe ed un solo ritornello: avidità, attaccamento oramai quasi inconscio al denaro, nessun contatto o sporadico-turistico con l'ambiente naturale vissuto come mero magazzino per l'approvvigionamento di materie prime. E un quieto vivere sinistramente somigliante alla rassegnazione, spesso in conflitto con una condizione gemella ai limiti dell'esclusione sociale che a quella stessa rassegnazione, in fondo, non e' così estranea. Come pure, riduzione del dialogo a livorosa semi-afasia, frantumazione dei rapporti, ricorso alla scorciatoia della violenza, sempre più crudele - questa - sempre più insensata et...


Siffatti temi ben si sposano a narrazioni di ambientazione metropolitana o (con una certa assiduità in Australia) suburbana;
a scampoli di esistenze o fatti consumatisi sul crinale spesso rosso-sangue della cronaca (in quei meandri, a dire, che intrecciano in un viluppo non di rado letale, impotenza, rancori senza sfogo e alienazione): a circoli viziosi che irrobustiscono le spire del crimine e mettono alla prova la resistenza del cosiddetto sistema. Ad uno dei molteplici crocevia di così stringenti e contraddittorie sollecitazioni, s'incontra un film come "Animal kingdom" di David Michod (qui all'esordio nel lungometraggio, alle prese con una vicenda ispirata ad eventi realmente accaduti e il cui ultimo parto, "The rover", e' reperibile su queste pagine) e la figura del giovane protagonista Joshua Cody, detto "J" (Frecheville) - elemento di frattura sul percorso delle oscillazioni di un gigantesco pendolo esistenziale - il nostro - animato nel profondo da un perverso motu proprio entro gli opposti punti limite dell'apatia, da un lato, e della crudeltà, dall'altro - il quale, e siamo solo agli inizi, seduto sul divano di fronte ad uno show televisivo, in attesa che i paramedici si presentino e rimuovano il corpo della madre vinto dall'eroina, si prepara a condensare una manciata di parole che, da li' in avanti, terra' sempre ben presente:


"Sono un ragazzo come gli altri... ragazzi che stanno dove devono stare e fanno quello che devono fare". La concretezza e la sottesa inderogabilità di un assunto del genere trova ben presto adeguato campo di applicazione allorché J si trasferisce nella casa/tana di nonna Janine, detta "Smurf" (Weaver), e dei suoi tre cuccioli, ognuno ben avvezzo alle arti varie della delinquenza: Andrew (Mendelsohn), detto "Pope", tipo scontroso e sfuggente, quanto spiccio nell'ideare e mettere in atto rapine; Craig (Stapleton), instabile, paranoico e attaccabrighe ma, a conti fatti, infantile spacciatore; e, infine, Darren (Ford), robusto e dai tratti gentili (stuzzicato spesso dai fratelli circa la sua presunta omosessualità) che - magari proprio in ragione di una qual autentica doppiezza caratteriale - si barcamena tra i lavori di "Pope" e i maneggi di Craig. Michod - con un accorto uso di movimenti laterali/avvolgenti della mdp - descrive il regno animale di questo aggregato umano, alternando inquadrature (dominate dal contrasto buio/interni, chiarore radente/esterni) che privilegiano i piani ravvicinati, a quelle in cui l'agitarsi nervoso dei singoli s'impone. Lascia, quindi, che l'ansia si accumuli, risolvendola pero' spesso - sottile perfidia - non nell'esplosione cruenta degli antagonismi interni al branco bensì per il tramite della matura leonessa. Janine, madre e nonna che abbraccia e bacia la sua carne qualunque sproposito l'hybris stravolta di questa abbia portato a compimento o stia ancora progettando.
Nelle ore che scivolano uguali le une nelle altre, J prende così dimestichezza con le nuove dinamiche di gruppo: scambiando sovente con gli altri sguardi da vasca di squali, apprende lo stare al mondo regolato da schemi (prontezza di esecuzione, omertà, fedeltà/tradimento, progressivo montare della solitudine personale) difficilmente eludibili. Metabolizza condotte arcaiche, perentorie e brutali, affini ad una ferinità elementare ma implacabile che trova perversa continuità e paradossale linfa vitale in un deforme guazzabuglio fatto di silenzi inerti, di dialoghi che rimestando un'umanità esausta e perdente annientano, di fatto, ogni tensione condivisa che non sia quella della sopravvivenza purchessia: tutto nella prospettiva in apparenza risolutiva del procacciamento del denaro/cibo. Ed, in un senso più vasto, dilaga, questa suddetta ferinità - finendo d'incistarsi - nelle periferie amorfe e silenziose, la cui desolazione, materiale e morale, sembra essere solo il portato più evidente - oltre che un grido roco nel vuoto - del contrasto radicale tra l'incedere normalizzatore della ragione tecnica e l'immanenza di un paesaggio, per quanto sfigurato, ancora minaccioso perché irriducibile. Lo zoofamiliare dei Cody percorre, in tal modo, le linee già tracciate di una stanca ripetizione, cui nemmeno la controparte sana pare davvero opporsi (la Polizia - con al centro delle indagini il determinato sbirro Nathan Leckey/G.Pearce - utilizza con cinica risolutezza metodi non meno ambigui e spietati di quelli che le vengono riservati) eternando una sorta di transumanza a perdere sui sentieri dell'indifferenza e della distruzione di se'.

Avvolto in un impassibile disincanto, gli equilibri del quale s'instaurano e si sbrogliano secondo le disposizioni di un rigido determinismo a base d'istintualità cieca e prevaricazione, "Animal kingdom" si offre come testimonianza di un malessere allo stesso tempo diffuso e anestetizzato dalla noia e dal disgusto; come il referto australe cui non resta che riordinare - per quanto possibile - reperti degradati di un'infezione che, pressoché indisturbata, ha raggiunto, giorno dopo giorno, anche il cuore di J, degno conquistatore sul campo di un proprio posto al sole nella catena alimentare. TFK

martedì, settembre 01, 2015

FILM TELECOMANDATI: BLING RING

Bling Ring
di Sofia Coppola
con Emma Watson, Leslie Mann, Taissa Farmiga, Erin Daniels
Usa 2013
genere, drammatico
durata, 95'


Alcuni adolescenti di Hollywood, nonostante il benestare dilagante, sono alla costante ricerca di emozioni e trasgressioni, e arrivano ad irrompere nelle ville di Vip quali Paris Hilton e Orlando Bloom, per collezionare un bottino di quasi tre milioni di dollari.

Sofia Coppola usa una storia vera quanto stravagante, pubblicata da Vanity Fair, per gettare il suo ormai consueto sguardo sull'adolescenza. Ma questa volta sorprende, non scivola mai in introspezioni esasperate, sostiene sempre un buon ritmo e non è mai noioso. Calzante la scenografia composta da night club privati, infinite collezioni di scarpe e gioielli e i boulevard californiani. Credibilissimo il lavoro del cast, in particolare di Emma Watson, che continua a confermare di essersi sganciata dal ruolo che l'aveva resa celebre fra streghe e maghetti (a differenza del suo collega Daniel Radcliffe). A rendere ancor più inaspettatamente piacevole la visione è lo sguardo totalmente obbiettivo  della regista, con una telecamera che non è giudice ma spia, posta spesso in lontananza o nascosta dietro angoli con oggetti sfocati in primo piano.



Ed era forse questo l'unico modo di mettere su pellicola una storia che rispecchia tristemente l'inspiegabile malessere giovanile, un mondo costantemente attratto dal superfluo e dal vacuo, che va perdendosi tra borse griffate, feste, cocaina e quel mondo virtuale piacevolmente ingannevole. Le stesse dichiarazioni dei giovani colpevoli, rilasciate dopo essere stati presi, sono metafora indotta del flusso di incoscienza che li travolge come se nulla fosse. Il lavoro della regista sembra essere un docu-fiction ben congegnato dove il sogno americano si  è spinto troppo oltre, e Sofia Coppola ce lo mostra con discrezione e amoralità, lasciando trarre a chi vede le dovute riflessioni.

di Antonio Romagnoli

domenica, agosto 30, 2015

FILM TELECOMANDATI: L'ARTE DI VINCERE - MONEYBALL

L'arte di vincere - Moneyball
di Bennett Miller
con Brad Pitt,  Jonah Hill, Robin Wright, Philip Seymour Hoffman
Usa, 2011
genere, drammatico, sportivo
durata, 126'



Cinema e sport non sono quasi mai un connubio vincente. A limitarne l'efficacia giocano soprattutto due fattori: la mancanza di empatia verso discipline attraversate da regole complicatissime, per di più alimentate da una tradizione che riguarda solo pochi adepti. E poi l'accostamento con una visione della vita che rispecchia un punto di vista prevalentemente maschile. Ed anche "Moneyball" occupandosi di un manager di una squadra di baseball alle prese con la scommessa di rendere competitiva una compagine allestita con pochi mezzi e molta inventiva, non si distacca dal quadro appena descritto.

Eppure dopo qualche minuto ti accorgi che pur continuando a parlare di tattiche e di mercato nella speranza di compiere il miracolo, il personaggio di Billy Beane nella sua (titanica) impresa di competere con i moloch di uno sport che anche in America ha subordinato il gesto atletico al potere dei soldi, appartiene di diritto alle grandi figure romantiche che prima il cinema e poi la letteratura hanno saputo rendere immortali. Icaro contemporaneo per la voglia di infinito racchiusa nel sogno di invertire le sorti di una sconfitta annunciata, Billie è il capitano di una nave alla caccia della balena bianca, con il mitico cetaceo sostituito dall'altrettanto leggendario titolo delle world series che nel mondo del baseball rappresenta il successo più alto a cui si possa aspirare. Ed è proprio nel tentativo riuscito di ricostruire la vicenda emotiva e psicologica che scandisce le varie fasi di questa rincorsa, come al solito costellata dallo scetticismo e dalla mancanza di fiducia che da sempre circonda il visionario, che il regista compie il suo capolavoro consegnandoci una vicenda che riesce a fare a meno dell'esibizione muscolare ed estetica.


Rinunciando al campo da gioco ed alle discussione tecniche, Miller ci parla di uomini e della paura di non essere all'altezza delle proprie aspettative e di quelle degli altri. Una sfida con se stessi e con il proprio inconscio che il film rende in maniera pragmatica, mostrandoci il protagonista spesso in solitudine, a rimembrare i fantasmi di una promessa mancata (Billie ha smentito il pronostico di chi ne aveva prefigurato una carriera da star) o ad immaginare i risultati di partite che si ostina a non guardare per mantenere le distanze di chi ha paura di innamorarsi di nuovo dell'oggetto del proprio desiderio.



E poi circondandolo di figure sospese in una linea d'ombra che impedisce loro di reagire alle difficoltà di una carriera ormai logora, o mai decollata. Oppure di compagni d'avventura poco glamour come Peter Brand, il genio della statistica che aiuterà Billie a convertire i numeri in giocatori da comprare. Dal fisico corpulento e completamente assorbito dal suo mestiere Peter è nella sua dimensione monotematica (ogni sua apparizione è legata ai motivi del suo mestiere) emblema di un mondo chiuso in se stesso, alla ricerca continua della prestazione. L'epilogo seppur rimandato nella conclusione alle cronaca dei nostri giorni dove il manager Billie Beane non ha smesso di inseguire la sua chimera, suggella nella scelta del protagonista, le ragioni di un film che ragiona sul senso della vita. Immerso in chiari scuri caldi e leggermente autunnali "Moneyball" è un esempio di come il cinema classico sia ancora il modo per raccontare gli uomini e le loro storie. Brad Pitt è perfetto nel tratteggiare i mezzi toni di uno spirito inquieto ma deciso. Come lui tutti gli altri, in un ensemble di rara efficacia attoriale.


Questa sera in onda:
Cult, ore 21

giovedì, agosto 27, 2015

FILM TELECOMANDATI: LOCKE

Locke
di Steven Knight
con Tom Hardy
Usa, Regno Unito 2013
genere, drammatico
durata, 85'

  
Davvero interessante e per certi versi sorprendente la carriera cinematografica di Steven Knight, dapprima al servizio di storie criminali prestate al regista di turno (Stephen Frears ma, soprattutto David Cronenberg) e poi, con presa di coscienza rivoluzionaria per tempistica e coraggio (due film in un anno, ed esordio con un attore voluminoso e ingombrante come Jason Statham), capace di segnalarsi all'attenzione di pubblico e critica per il suo talento di filmmaker.La prima considerazione che viene in mente dopo avere visto "Locke", il suo ultimo film, è la capacità del regista di fissare in una così breve filmografia gli assi portanti del suo cinema e, quindi, di far emergere in maniera netta i segni della propria autorialità. Tendenze eterogenee tenute insieme dalla solidità della scrittura, che nel caso in questione si avventurava in un'impresa non da poco, prevedendo per tutto il film un'unica location, ovvero l'interno dell'automobile in cui sta viaggiando Ivan Locke, capo cantiere, impegnato a saldare un debito con la propria coscienza, rivelando alla moglie il tradimento di una notte, e annunciando la volontà di assistere alla nascita del bambino, frutto di quella trasgressione.

 

Con un intreccio praticamente inesistente, e con l'unica incognita di una qualche sorpresa derivante dallo stato emotivo del protagonista, bloccato all'interno dell'auto e costretto a tenere a freno le reazioni per l'impossibilità di agire al di fuori dell'orizzonte prestabilito (l'ospedale in cui la donna sta partorendo), "Locke" ha tutte le caratteristiche per scoraggiare lo spettatore abituato a fidarsi solo di ciò che vede. Ed è proprio eliminando il confine che divide il visibile da ciò che non lo è, il parlato dal non detto, che Steve Knight compie il suo capolavoro, trasformando la trappola claustrofobica dell'assunto in una confessione che apre le porte a una rinascita esistenziale, in cui la routine quotidiana (la cronaca della partita di calcio che il figlio commenta al padre durante le conversazioni telefoniche) e i dettagli più anodini (i calcoli e le procedure per la colata di cemento che servirà alle fondamento di un gigantesco palazzo) si intersecano con un sostrato filosofico universale e condivisibile. Quest'ultimo, apprezzabile non solo nei temi della responsabilità e nella redenzione che, alla pari dei film precedenti, sono il caposaldo della poetica del regista (i protagonisti de "La promessa dell'assassino" e, ancor più, di "Redemption", erano mossi da un'assunzione di colpa e da un'innocente da proteggere) ma anche nell'utopia - sconfessata - di ridurre la realtà a una razionalità che le appartiene solo in parte e che la narrazione fa saltare, quando Locke, uomo metodico e pragmatico, sarà costretto ad affidare le sorti del suo lavoro all'improvvisazione e al caos da cui sempre ha cercato di sottrarsi.

 

Evitando di addentrarsi nei riferimenti al pensiero dell'omonimo filosofo inglese, a cui la personalità del protagonista per certi versi può essere accostata, preferiamo soffermarci sulla qualità delle immagini, in "Locke" decisive per conferire alla storia i suoi significati. Cominciando dalla sequenza inizlale, l'unica che si svolge in ambiente esterno, con la voragine del cantiere simile a Ground Zero a preannunciare il disastro che si è già compiuto (la notte d'amore con una sconosciuta) e la svestizione dell'uniforme di lavoro a introdurre il disvelamento, psicologico e materiale, del personaggio, e poi continuando con l'impressionismo della fotografia che, attraverso i vetri della macchina, proietta il mondo esterno sul volto del protagonista, mantenendolo attaccato alla realtà (l'astrazione era uno dei rischi possibile) e, al contempo, disegnando sullo schermo un magma di luci e di colori che diventano l'anima e il cuore del film e del suo protagonista. In un modo non lontano dall'Alfonso Cuaron di "Gravity" (e, nel suo piccolo, si può citare anche l'Alberto Fasulo di "Tir"), Knight riesce a farci perdere le coordinate del nostro presente per trasportarci all'interno del tempo psicologico dell'opera, che in tal modo ci coinvolge in prima persona senza farci sentire il peso della sua visione. Abituato a cambiar pelle, Tom Hardy nella parte di Ivan Locke è perfetto nel confondere un immaginario d'attore continuamente reinventato e, in questo caso, messo a disposizione di un'interpretazione in cui la fisicità viene imprigionata dall'hip hop mentale a cui lo costringe una sceneggiatura ad orologeria. Non abbiate paura, correte al cinema e non ve ne pentirete.
(pubblicata su ondacinema.it

In onda questa sera:
Cult, ore 1930

mercoledì, agosto 26, 2015

FILMTELECOMANDATI: LA VITA FACILE

La vita facile, di Lucio Pellegrini
con Stefano Accorsi, Pier Francesco, Vittoria Puccini
Italia, 2011
genere, commedia, drammatico
durata, 102'



Finalmente un bel film italiano. Dopo una serie di prodotti che solleticano la fantasia televisiva del pubblico nostrano, infarcendolo di un qualunquismo che usa la risata come mezzo per dissuaderlo da qualsiasi iniziativa critica, ecco spuntare all’orizzonte il film che non ti aspetti, realizzato da un regista “alternativo” come Lucio Pellegrini, poco prima nelle sale con l’ennesimo rifacimento dei soliti ignoti, e qui pronto a raddoppiare con un'altra uscita che però si discosta e non di poco dalle sue esperienze precedenti.


Film della maturità si potrebbe dire, se la parola non rappresentasse un ipoteca su un futuro ancora da scrivere, per la presenza di personaggi che con la giovinezza e le loro scelte sono chiamati a fare i conti. Ma soprattutto film con la “F” maiuscola per la volontà di costruire una storia che non si ferma al glamour dei suoi interpreti, Accorsi e Favino - come dire un pezzo importante della nouvelle vague italiana - all’effetto delle loro battute, e che soprattutto non usa il malessere della società per imbastirci sopra una serie di speculazioni di ovvio qualunquismo.



La vicenda di Luca e Mario divisi da una donna ma soprattutto da una visione del mondo quantificata dalla distanza tra le strutture fatiscenti dell’ospedale africano gestito dal primo ed i corridoi asettici della clinica in cui opera il secondo, è il pretesto per fare il punto su una generazione che ha messo da parte amore ed ideali politici per trovare il proprio posto nel mondo. Così quando Mario con la scusa di aiutare l’amico si trasferisce in Africa, le ragioni di quella diversità ma soprattutto la natura delle loro personalità diverranno la chiave per un esperienza catartica, capace di portare a galla antiche ipocrisie risolvendole alla luce di un confronto giocato in una terra che non ammette vie di mezzo.


Ambientato quasi interamente in un paesaggio africano che non diventa mai stereotipo, La vita facile smentisce il suo titolo presentandoci un’umanità perennemente in affanno, intrappolata in una dimensione di precarietà che seppur a diversi livelli, Mario impegnato a mantenere un tenore di vita al di sopra delle proprie possibilità e Luca medico senza frontiere e senza mezzi, si rivela l’unica costante in un pluralismo di caratteri ed aspirazioni. Enfatizzando il contrasto tra la vastità degli spazi naturali con i limiti degli interni borghesi oppure anteponendo lo stile di vita frugale ma sincero del personale impegnato nella missione umanitaria con quello affettato e di convenienza del mondo imprenditoriale, Pellegrini rende ancora più evidente la grettezza dei nostri tempi. Ma il vero capolavoro lo compie quando lavorando sulle psicologie dei personaggi (basterebbe pensare al personaggio di Ginevra ago della bilancia e punto di raccordo tra i due amici) permette alla storia di trasformarsi in una specie di thriller esistenziale dopo averci abituato ad un tono a metà strada tra il dramma e la commedia. Ed è proprio nelle sfumature dei toni, ben sintetizzate dalla complementarità caratteriale dei due protagonisti, Favino estroverso e farabutto, Accorsi ingenuo ed idealista, ma anche dalla comune debolezza (entrambi in un fuga, entrambi soggiogati dalla stessa donna) che La vita facile riesce a dirci qualcosa di diverso, a sollevarci il dubbio che forse è proprio nella comprensione della fallibilità che si nasconde la ricetta della nostra rinascita. Sbaglio quindi sono. E’ questa la nuova "eresia" a cui anche noi ci uniamo volentieri.
 In onda questa sera:

 Canale 5, ore 23,50

mercoledì, gennaio 14, 2015

Film Telecomandati: "Serendipity"/"Quando l'amore e' magia"

di: P.Chelsom.
con: J.Cusack, K.Beckinsale, J.Piven, M.Shannon.

- USA 2001 - 90'

Commedia romantica ma non cretina. Ragguaglio semplice ma tutt'altro che secondario e che dovrebbe bastare per inquadrare un film lieve e piacevole come "Serendipity", ulteriormente ingentilito dalla presenza di una certa sottile malinconia che riduce di molto il melenso e lo stucchevole comunque in agguato in operazioni del genere. Se la storia ruota attorno al concetto di serendipita' - ovvero la sagacia d'interpretare nel giusto senso i segni casuali di un fenomeno, in questo caso amoroso, giungendo a consapevolezze diverse dalle premesse di partenza, del genere cercando-qualcosa-ne-trovi-un'altra - la progressione della vicenda se ne avvale più come pretesto per innescare equivoci, corse  contro il tempo, momenti di euforia e disillusioni, che per speculare o divagare sul versante filosofico.


Sara (Kate Beckinsale) e Jonathan (John Cusack) s'incontrano un giorno qualunque in una New York prenatalizia e, in capo a qualche ora, fraternizzano. Già impegnati dal lato sentimentale, pero', affidano gli eventuali sviluppi di quel loro incrocio ai capricci della sorte e alla volubilità del tempo, con la segreta speranza/certezza di ravvisarne nelle circostanze del quotidiano ipotetiche avvisaglie e insospettate rivelazioni. Riusciranno, alla fine, Sara e Jonathan a convogliare le giravolte delle proprie vite sulla stessa coordinata geografica ? Domanda oziosa: turbamenti, ironie, dubbi e aspettative in "Serendipity" scaturiscono - ecco il pregio e il tratto distintivo - più ancora che dalla ronde amorosa che ne rappresenta la ovvia ragion d'essere, dalla contagiosa e nient'affatto scontata chimica dei protagonisti, affiatati e complici, empatici e credibili, in specie nel loro meditabondo girovagare alla ricerca uno dell'altra (con spesso alle calcagna amici solleciti, tipo l'irrefrenabile Jeremy Piven, vero vecchio sodale di Cusack).



Kate Beckinsale, silhouette sottile di straordinaria fotogenia, quanto interprete di alterna e in fondo poco eclatante carriera, divisa, quest'ultima, tra incerti tentativi di cinema adulto e una più routinaria quanto remunerativa permanenza nei generi (si pensi solo all'ennesima inesauribile saga, "Underworld"), offre al carattere di Sara tratti impazienti e febbrili che contrastano felicemente col suo charme altolocato molto soave, molto british, donandole/donandoci l'illusione di uno splendore accessibile perché intimamente vulnerabile. John Cusack, uno degli eterni ragazzi americani, attore forse poco apprezzato ma in grado di giocare con un discreto bagaglio di sfaccettature, tratteggia Jonathan in parte tornando in linea con quel suo personaggio scanzonato e un tanto sopra le righe, in apparenza risolto ma in fondo inquieto, degli episodi meno banali della teen comedy americana della seconda meta' degli anni '80. Qui solo un po' appesantito, più scaltro ma con guizzi di quella logorroica ingenuità - degna della gloria antica di film come "Sacco a pelo a tre piazze/"The sure thing" (1985) di quel abile commediante che e' Rob Rainer, o "Non per soldi... ma per amore"/"Say anything..." (1989), esordio alla regia per Cameron Crowe - che non a caso aveva intrigato il Woody Allen pre-senile ("Pallottole su Broadway", 1994).

Pur perdendo di mordente nella seconda parte, "Serendipity" si riscatta nel finale sulla pista di pattinaggio di Central Park - mentre impalpabile comincia a fioccare la neve - con Jonathan/Cusack che si stende sul ghiaccio ad aspettare che il suo destino si compia e da qualche parte si fa strada la morbida mestizia di "Northern sky" di Nick Drake.


TFK

in onda mercoledì 14/01, alle 21,15 su RAI Movie.