Visualizzazione post con etichetta home video. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta home video. Mostra tutti i post

domenica, gennaio 31, 2021

HOME VIDEO: MI CHIAMO FRANCESCO TOTTI

Mi Chiamo Francesco Totti

con Francesco Totti

Versione: DVD

Brand: Vision

Audio: Lingua: Italiano, Inglese | Sottotitoli: Italiano, Inglese

Data uscita: 03.12.2020







"Mi chiamo Francesco Totti" è in primo luogo la storia di un predestinato. Le prime immagini del nuovo film di Alex Infascelli ce lo dicono senza mezzi termini attraverso un aneddoto tanto divertente quanto esplicativo dell’abilità funambolica del protagonista nel calciare un pallone. Apprendiamo infatti che il campione ancora in erba era già un cecchino infallibile ai tempi della scuola elementare quando giocando a tirassegno con i corpi dei compagni finiva per centrarli tutti al primo colpo.

Eppure, nonostante la grandezza indiscutibile del repertorio, dimostrata nel corso di una carriera suggellata dalla vittoria del campionato e da quella del mondiale del 2006, quest’ultima voluta a tutti i costi e nonostante l’infortunio che ne aveva messo a rischio la presenza, il nostro ha l’umiltà di riconoscere la benevolenza di un destino capace di fargli evitare la cessione ad altra squadra nel momento in cui la sua carriera nella Roma stava per esplodere. Anche in quel caso, come nell’altro ben più famoso che fu causa del prematuro ritiro, fu un allenatore, l’argentino Carlos Bianchi, a mettersi di traverso e a peccare di lesa maestà cercando in tutti i modi di farlo cedere ad altra squadra per sostituirlo con un giocatore già affermato.


In questo senso fa ancora più scalpore, dopo aver raccolto le testimonianze di ammirazione e affetto del pubblico restituito dal campione con generosità e riconoscenza verso familiari, amici e colleghi, vedere, e soprattutto ascoltare, la conferma delle parole di accusa pronunciate nei confronti di Luciano Spalletti, il tecnico che, secondo la ricostruzione dell’interessato, si accanì senza motivo  contro la sua persona emarginandolo dal resto della squadra e di fatto impedendogli di scendere in campo se non per piccoli scampoli di partita.


Da questo punto di vista "Il mio nome è Francesco Totti" è, per dirla come Raymond Chandler, una sorta di lungo addio poiché il film costruisce la narrazione a partire dal giorno in cui Totti si appresta a calcare per l’ultima volta un campo di calcio per poi ripercorre le fasi salienti della carriera, non senza tornare di tanto in tanto alla vigilia del fatidico momento per filmare le sensazioni del protagonista.



Aggiungi didascalia
Accompagnato dalla voce fuori campo del protagonista, uguale per simpatia e disincanto a quella di certe scenette pubblicitarie, il film è efficace a trasformare il materiale visivo  in una biografia essenziale da cui è possibile percepire non tanto il talento del calciatore quanto l’umanità dell’uomo, quella capace di farne da sempre un antidivo. Certo, anche il documentario di Infascelli come altri dedicati a grandi personaggi sportivi mantiene la prerogativa per cui è nato e cioè quella di celebrare Totti dal punto di vista di chi ne ha ammirato le gesta sportive, mettendo dunque da parte gli strumenti critici propri del documentario per privilegiare una comunicazione positiva, volta a confermare le certezze degli appassionati. La scelta di privilegiare le immagini rispetto al contenuto, e quindi di non estrapolare mai il protagonista dal contesto che ha concorso a costruirne il mito, contribuisce a fare del Totti cinematografico un vero e proprio personaggio: fonte di ispirazione per film già usciti ("Il campione" di Leonardo D’Agostini) e al centro di progetti sul punto di nascere come la prossima serie interpretata da Pietro Castellitto. Presentato con successo nella selezione ufficiale della Festa del cinema di Roma, "Io mi chiamo Francesco Totti" ha le potenzialità per piacere al grande pubblico.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su ondacinema.it)


sabato, giugno 22, 2019

HOME VIDEO: IL CORRIERE - THE MULE



                                                   WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA 
                                                                               PRESENTA
 
                                                     COSA SEI DISPOSTO A RISCHIARE?
                                                            IL CORRIERE - THE MULE
                                              IN DVD, BLU-RAY, 4K UHD DAL 13 GIUGNO




Il Corriere – The Mule

 Clint Eastwood, 
con Clint Eastwood e Bradley Cooper
USA, 2019
genere, drammatico
durata, 116’



Se The Old Man and The Gun sarà ricordato per essere stato l’ultimo film interpretato da Robert Redford, Il corriere – The Mule è destinato a passare agli annali per il motivo opposto, considerato che il ritorno davanti alla macchina da presa di Clint Eastwood lo riconsegna a una carriera d’attore che lo stesso aveva deciso di concludere dopo le riprese  di Gran Torino. A riportarlo in scena è la storia di Earl Stone, come il film di Lowry, ispirata a un articolo del New York Times dedicato alle vicissitudini di uomo diventato corriere della droga (di un cartello messicano) per rimediare alle conseguenze di un tracollo economico. Alle prese con una vicenda contaminata da dinamiche e situazioni tipiche di certo cinema thriller, genere ripreso quando si tratta di raccontare le pericolose frequentazioni del protagonista così come gli imprevisti di volta in volta presenti lungo la strada che lo separano dal luogo della consegna, Il corriere è innanzitutto la rappresentazione di un’esistenza divisa tra consuntivo personale e voglia di vivere, ai quali l’autore fa corrispondere sul piano narrativo da una parte il travagliato rapporto di Earl con l’ex moglie e la figlia (da sempre uno dei temi centrali della sua poetica), dall’altra i numerosi momenti di un privato allietato da passatempi e trastulli degni di un’aitante giovanotto.


Baluardo di un mondo – e di un cinema – in via d’estinzione, Eastwood fa ancora una volta del suo universo morale la misura di ogni giudizio, riuscendo come sempre a bilanciare una certa avversione nei confronti della modernità (qui segnalata dai continui rimbrotti nei confronti di internet e del ricorso alla  telefonia) con un umanesimo che pur non cancellando differenze e ostilità serve a renderle più accettabili. Conscio di non avere più niente da dimostrare, Eastwood torna sul grande schermo all’insegna di una libertà che si tocca con mano, tanto nello spirito ludico e nella mancanza di filtri del protagonista, pronto a scherzare o a farsi scherno di temi capitali della società americana quali razzismo e omofobia, ma anche a sorvolare una questione importante come quella della droga (non a caso tornata alla ribalta nel cinema e sui giornali), considerata solo nella sua funzione di espediente narrativo, quanto nel modo di girare, segnato dall’utilizzo di una luce più limpida e meno contrastata rispetto quella impressa nelle immagini di Tom Stern, da cui il regista si separa dopo lunga collaborazione (sostituito dall’Yves Belanger di Lawrence Anyways e Dallas Buyers Club), e supportato da una cinepresa mai così mobile nel tradurre in movimenti di macchina l’irrequietezza dell’ottuagenario signore.

Che poi attraverso Earl Stone il regista altro non faccia che mettere in scena se stesso e il proprio personaggio, in una sovrapposizione tra elementi autobiografici (tratti dalle dicerie vere o presunte del suo conservatorismo politico) e suggestioni che ruotano attorno al suo immaginario cinematografi (per esempio il Western inteso come spazio fisico e genere filmico), è un altro paio di maniche. Altrove minimale, il regista questa volta non riesce a contenere il carisma e la personalità regalata al suo alter ego, destinati, per forza di cose, a fagocitare quelle di coloro che gli stanno attorno, facendo dei personaggi parte di un’aneddotica funzionale allo sviluppo della narrazione. Così come non si può non segnalare, in termini di scrittura e drammaturgia, la meccanicità del cambio di passo che, nelle battute conclusive, riporta il film alle atmosfere più tipiche dell’ultimo Eastwood, quelle in cui il mea culpa del protagonista diventa lo spunto per una ripensamento generale sul senso della vita. In America il film è piaciuto di più al pubblico che alla critica, confermando che uno come Eastwood non passa mai di moda.
Carlo Cerofolini
taxidrivers.it

domenica, marzo 03, 2019

HOME VIDEO: A STAR IS BORN



IN ITALIA IN DVD, BLU-RAY™ E 4K ULTRA HD
DAL 12 FEBBRAIO



A Star is Born
di Bradley Cooper
con Bradley Cooper, Lady Gaga
USA, 2018
genere, drammatico
durata, 


L'esordio alla regia di Bradley Cooper è ricco di storia e di riferimenti in parte dovuti alla popolarità del testo da cui il regista, insieme a Will Fetters ed Eric Roth, ha ricavato la sceneggiatura. La storia della star del rock Jackson Maine che si innamora di Ally, aspirante cantante, di cui decide di promuovere il talento facendone una stella del firmamento musicale, affonda le radici nell'omonimo film diretto da William A. Wellman nel 1937. Quello di Cooper è il terzo remake della pellicola in parola figurando, nel computo delle versioni già realizzate, una prima, uscita nel 1954, con James Mason e Judy Garland nelle parti principali, e un'altra, datata 1976, interpretata da Kris Kristofferson e, soprattutto, da Barbra Streisand. Il rinnovato interesse mostrato dai produttori nel corso degli anni è presto detto: le vicissitudini di Ally e delle sue "colleghe", sbucate dal nulla e assurte al massimo successo risultano a dir poco paradigmatiche rispetto alla mitologia costruita attorno al sogno americano, di cui la vicenda in questione costituisce la quintessenza. Senza contare che l'importanza del format rispetto alle caratteristiche della messinscena è testimonianza del fatto che a essere ricordati non sono i nomi dei registi quanto piuttosto quegli degli attori, veri e propri custodi dell'immortalità dei personaggi e della loro performance. Da non sottovalutare è poi l'ambientazione del film, il quale, svolgendosi nell'ambito dello spettacolo e ragionando sui meccanismi dello star system, fornisce a Hollywood l'irrinunciabile opportunità di rappresentarsi in un'esaltazione virtuosa e spettacolare delle proprie peculiarità, utile ad alimentare la sua leggenda. 



Per quanto lecito ai fini dell'analisi, il confronto con i lungometraggi sopra menzionati è però viziato da una matrice comune che in qualche modo favorisce un punto di vista interno e, quindi, meno efficace a rivelare la vera natura di "A Star is Born". Più utili ai fini della comprensione sono invece gli spunti forniti da un altro film presente alla scorsa Mostra del cinema di Venezia ("A Star is Born" era stato selezionato per il fuori concorso) ovvero "Vox Lux" di Brady Corbet. Come Cooper anche Corbet si serve della musica per raccontare un'esperienza fuori dal comune, mettendo al centro della propria speculazione una cantante - Celeste, nei cui panni troviamo Natalie Portman - chiamata a confrontarsi con le conseguenze del successo. Etichettati come music drama, "Vox Lux" nelle sue caratteristiche di prodotto indipendente ha un antagonismo con la materia trattata che l'altro non ha: non solo nei confronti di Celeste, della quale non ha remora di denunciare opportunismo e mancanza di talento ma anche rispetto al concetto stesso di successo, decostruito al punto tale da dimostrarne l'assenza di reali presupposti. Di tutt'altra pasta è fatto "A Star is Born" che, pur non disdegnando di flirtare con la morte (come fa in maniera ben più cupa "Vox Lux"), quando si tratta di fare i conti con l'afflizione del tormentato rocker, è pero investito di un'aura di romanticismo destinato a essere l'asse portante del film, unità di misura con cui giudicare non solo la storia d'amore tra i due protagonisti, tanto tormentata quanto impareggiabile per complicità artistica e sentimentale, ma anche il mondo che li circonda. E, se nel primo caso tale predisposizione si confà alla straordinarietà degli avvenimenti che scandiscono la relazione tra le parti in causa, basti pensare alle coincidenze che portano Jackson e Ally a incontrarsi nel locale di drag queen in cui la ragazza si esibisce (in una splendida versione de "La vie en Rose"), così non accade nel momento in cui bisogna dare conto di tutto il resto: per esempio, del prezzo da pagare alle regole dello spettacolo, al quale mondo Cooper per primo appartiene e che per questo non riesce fino in fondo a criticare, come pure del paesaggio umano con cui i protagonisti entrano in contatto, espressione di un ottimismo che è più il modo di accattivarsi i favori delle tante minoranze presenti sul territorio americano anziché il risultato di un attento studio sociologico. 

D'altro canto "A Star is Born", a cominciare dalla scommessa del contemporaneo debutto - nei rispettivi settori - di Cooper e Lady Gaga, chiede al suo pubblico un atto di fede verso la morale della storia (the show must go on), dopo il quale, anche i difetti appena enunciati finiscono per fare parte del gioco. In questo senso apprezzabile è la regia, improntata a una classicità non estranea alla lezione di Clint Eastwood (mentore di Cooper e inizialmente designato a occuparsi del progetto) e quindi attenta a non andare mai sopra le righe - soprattutto nella direzione degli attori - e attraversata da un fondo di malinconia che in questo caso e, nonostante tutto, riesce a tenere il film con i piedi per terra. Senza particolari picchi (i primi minuti, in cui il ritorno alla vita di Jackson è scandito da un montaggio progressivamente meno frammentato e da long take che permettono di apprezzarne per intero la sua figura, rimangono nella memoria) ma neanche con cadute di stile, "A Star is Born" riesce a tenere desta l'attenzione per tutta la durata della visione. Le performance musicali di Cooper e Lady Gaga, così come l'alchimia della loro intesa davanti alla mdp, fanno dimenticare certe incongruenze, rendendo la passione dei personaggi alquanto credibile. Per un film d'amore è il massimo che si possa ottenere ed è per questo che non saremmo sorpresi di ritrovare "A Star is Born" tra i favoriti per i prossimi Oscar. Ai due attori una nomination non gliela toglie nessuno.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su ondacinema.it)

martedì, febbraio 05, 2019

HOME VIDEO: BLACKkKLANSMAN


DISPONIBILE IN DVD, BLU-RAY™, 4K ULTRA HD E DIGITAL HD

CON UNIVERSAL PICTURES HOME ENTERTAINMENT ITALIA




BlacKkKlansman
di Spike Lee
con Adam Driver, John David Washington, Laura Harrier
USA, 2017
genere, biografico, thriller, commedia, drammatico, giallo, poliziesco
durata, 128'


Come si sa, la presenza a Locarno nella sezione Piazza Grande di "BlacKkKlansman" non è un'anteprima assoluta poiché nel Maggio scorso il film di Lee è passato nel concorso ufficiale del festival di Cannes, portandosi a casa il premio per la miglior regia. Le notizie della buona accoglienza ricevuta dal film e la vittoria di un premio importante non sono però sufficienti a restituire la qualità del lavoro messa in campo per l'occasione dal regista americano, il quale da un po' di tempo sembrava aver perso l'ispirazione, fiaccata dalle polemiche che da sempre contraddistinguono i rapporti del regista con lo show business americano e dalla scelta di progetti che, almeno per quanto riguarda il cinema di finzione, erano apparsi quanto meno discutili (su tutti il remake di "Oldboy" per la scarsa attinenza con l'identità della sua filmografia). Al contrario, la prima cosa che emerge in "BlacKkKlansman" è la volontà di recuperare il tempo perduto ripristinando il paesaggio poetico e sociale presente nelle opere migliori. La prova ci viene dall'utilizzo della trama, poiché la vicenda del poliziotto di colore che si infiltrata nelle file del Ku Klux Klan non risolve le sue prerogative nella fabbricazione dell'indagine dei poliziotti determinati a smascherare le nefandezze della famigerata organizzazione, tantomeno nell'avallo della matrice razzista della Nazione americana raccontata attraverso fatti (storici) realmente accaduti.


L'ambizione di Lee questa volta è diversa: l'afflato militante e le irridenti provocazioni che ne hanno contraddistinto le regie assumono in "BlaKkKlansman" le forme di un vero e proprio sit in cinematografico in cui "la chiamata alle armi" della comunità afroamericana subisce un'accelerazione che la porta a inglobare dentro di sé quello che fin qui è stato l'intero corso estetico, formale e contenutistico dell'autore. In questo senso nella carriera del regista "BlaKkKlansman" potrebbe figurare come una versione personalizzata dell' "8 e 1/2" felliniano in cui le modalità di infiltrazione, i mascheramenti e le indagini svolte dall'eccentrica squadra di poliziotti per entrare nel cuore del famigerato sodalizio vengono scandite da una serie di inserti in cui la condizione sociale e politica della popolazione nera degli anni Settanta (epoca in cui si colloca la vicenda) viene raccontata attraverso le passioni personali e cinematografiche del regista, di volta in volta declinate in vari tipi di forme e generi: della partita, dunque, fanno inevitabilmente parte il pamphlet politico, condensato soprattutto nella sequenza iniziale preceduta dall'inquietante arringa di Alec Baldwin, la commedia stand-up, utilizzata quando si tratta di confezionare l'esilarante sequenza della telefonata con cui Ron Stalworth (John David Washington) si finge uno sbirro bianco e razzista per farsi reclutare all'interno del Klan e, ancora, il tourbillon di generi (il thriller e il poliziesco già frequentati in altre circostanze), di toni (divertiti, divertenti e grotteschi) e di stili di recitazione (da quella compassata e laconica di uno straordinario Adam Driver alle esasperate e quasi caricaturali performance di chi da vita ai personaggi più viscidi e cattivi) per non dire della presenza di altrettanti miti della cultura afroamericana (dalla Blaxploitation ad Harry Belafonte, chiamato a parlare di razzismo e intolleranza davanti a simpatizzanti del movimento rivoluzionario delle Pantere Nere). 


La bravura di Lee (e del suo montatore) è quella di riuscire a far coesistere teorizzazione (si pensi alla presa di posizione nei confronti di "La nascita di una nazione") e pratiche cinematografiche in un contenitore perfettamente coerente e per nulla appesantito dal volume di materiale che vi converge. Vi si aggiunga, poi, la capacità di sfruttare il doppio canale costituto dal dare parola ai personaggi razzisti e a quelli che fingono di esserlo per sottolineare con ancora più veemenza il ridicolo su cui si basano le motivazioni dell'odio razziale. Il tutto con gli anni Settanta presi ad esempio per parlare dell'oggi e per evidenziare con tono polemico quanto poco sia cambiato rispetto a quegli anni in termini di diritti civili e di eguaglianza sociale.

La sequenza conclusiva con le drammatiche immagini degli incidenti avvenuti a Charlottesville nell'agosto del 2017 contrapposte all'imbarazzante commento del presidente Trump sono esemplari nel dirci che Lee ha ancora voglia di combattere e di farlo attraverso nuovi proseliti come per certi versi lo sono Jordan Peele ("Scappa - Get Out") e, un po' a sorpresa visto il target della compagnia di Jason Blum, la Blumhouse Productions, produttori del film.
Carlo Cerofolini


(pubblicato su ondacinema.it)

lunedì, ottobre 29, 2018

HOME VIDEO: JURASSIC WORLD

JURASSIC WORLD:
IL REGNO DISTRUTTO

DISPONIBILE  IN 4K ULTRA HD, BLU-RAYTM3D, BLU-RAYTM, DVD E IN DIGITAL HD CON UNIVERSAL PICTURES HOME ENTERTAINMENT ITALIA



Jurassic World: il regno distrutto
di Juan Antonio Bayona
con Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Ted Levine
USA, 2018
genere: fantasy
durata, 128’

A tre anni di distanza dai fatti di Jurassic World, Isla Nublar sta per essere sommersa da lava vulcanica. Il governo deve decidere se salvare i dinosauri superstiti che la popolano o se lasciare che la natura faccia il suo corso. Eli Mills propone a Claire di coinvolgere Owen per una missione di salvataggio, che recuperi anche il Raptor super-intelligente Blue. 
“Jurassic World: Il regno distrutto”, nel terzo e conclusivo atto della storia, punta tutto sulla suspense. Dalla catastrofe naturale del vulcano in eruzione su Isla Nublar alle tematiche animalistiche, passando per il sempre caro scontro tra filosofia morale e avidità congenita, il film diligentemente prepara il cliché che ben conosciamo. C'è più consapevolezza su cosa trattare in modo superficiale (la storia) e su cosa insistere affinché anche il pubblico affondi gli artigli nei braccioli delle poltrone (la suspense, appunto). Chi davvero lascia una traccia del suo passaggio, oltre ai rettili giganti, è il regista spagnolo Juan Antonio Bayona.

Egli realizza il suo film più impersonale, per ovvie ragioni. La rivitalizzata saga creata da Steven Spielberg nel 1993 ha riacceso tre anni fa la fiamma della passione per le creature estinte. Jurassic World è, ad oggi, il quinto miglior incasso di sempre al box office mondiale. I protagonisti sono gli eroi del Giurassico e non si bada a spese nel ricrearli al computer o dal vero a dimensioni naturali, con gli artigiani degli effetti speciali di una volta. Il regista di turno deve assecondare qualcosa di molto più grande di lui, come ha fatto Colin Trevorrow nel primo film, ma Bayona lascia una scia. Lo spagnolo è ossessionato dai riflessi: specchi e vetrate raddoppiano tensione e paura, e con le ombre disegna sui muri quei contorni propri del terrore infantile. Prende ispirazione da se stesso, attingendo a piene mani ai chiaroscuri dal fantasy “The Orphanage”, suo film d'esordio, e con il suo intervento rende più digeribile una sceneggiatura un po’ forzata sugli snodi narrativi, per mandare avanti la storia nel film successivo.


Scritto sempre da Trevorrow e Derek Connelly, “Jurassic World: Il regno distrutto” raddrizza il tiro, scorre veloce lasciando spesso il primo piano all'azione e delinea meglio i personaggi rispetto al precedente film. La presenza femminile, intanto, fa un bel passo avanti in quantità e qualità. La Claire di Bryce Dallas Howard è operativa e decisiva più di quanto non sia Owen, sempre Chris Pratt. Quest'ultimo ha la commedia nel sangue: bastano tre momenti di brevi espressioni facciali per ricordarlo e una sequenza memorabile tra il magma rovente in cui recita solo con il corpo. La dottoressa latino-americana che ha il volto di Daniella Pineda è tosta quanto basta per salvare un dinosauro e zittire in più occasioni i mercenari senza scrupoli, primo su tutti il loro boss interpretato da quel gran caratterista che è Ted Levine. Ogni volta che entra in scena la bambina Maisie, l'esordiente Isabella Sermon, Bayona gioca in casa. È su di lei che il film, anzi la saga, investe cospicuamente. 

A fronte della pericolosa primordialità dei dinosauri, “Jurassic World: Il regno distrutto” ribadisce quanto l'uomo sia l'unico vero animale da temere per il futuro della sua stessa specie e di tutte le altre. Il messaggio passa attraverso le parole pronunciate dal dottor Malcolm, una presenza che segna il ritorno, seppur per poco più di un cameo, del carismatico Jeff Goldblum.
Riccardo Supino

 

mercoledì, maggio 16, 2018

HOME VIDEO: NAPOLI VELATA


dal 2 maggio In DVD e Blu-Ray, distribuito da Warner Bros. Entertainment Italia.


Napoli velata
di Fernand Ozpetek
con Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Borghi, Anna Bonaiuti
Italia, 2017
genere drammatico 
durata, 113’


Adriana, anatomopatologo a disagio coi vivi, incontra Andrea, un giovane uomo che la seduce e la ama una notte intera, appassionatamente. Adriana è travolta, finalmente viva. Al risveglio gli sorride e dice accetta il primo appuntamento. Ma Andrea non si presenta. È l'inizio di un'indagine poliziesca ed esistenziale che condurrà Adriana nel ventre di Napoli e di un passato, dove cova un rimosso luttuoso.
Protagonista dichiarata del film, Giovanna Mezzogiorno deve vedersela con Napoli, che assurge in primo piano col suo potenziale esplosivo, la sua straordinaria energia linguistica, le sue contraddizioni interne.
Così la religiosità popolare, nelle sue forme più esasperate (culti, icone, maschere, santini), in Napoli Velata si coniuga con un sostrato pagano, che unisce le tradizioni folcloriche antiche e moderne.
Mescolando i generi, ma privilegiando l'approccio plastico a tutto tondo del melodramma, Ferzan Ozpetek traduce la forza dirompente della città in una struttura narrativa che intreccia fili in profondità. Al cuore del film c'è una conversione che si genera dall'interazione fra una perdita e un incontro.
Questi due elementi in  “Napoli Velata” coincidono, in uno spazio che si fa sempre più fantasmatico e labirintico, dentro una geografia sotterranea, metropolitana, laboratori, gallerie, botteghe, instabile e cadaverica, che dialoga con una geografia superficiale, barocca, scenica, vitale. Lungo il confine che invita all'infrazione, Ozpetek introduce un rito pagano ("La figliata dei femminielli"), una performance antropologica che partorisce un bimbo priapesco e concepisce la passione di Adriana e Andrea.
Andrea inietta nella vita di Adriana il fuoco divampante di un sentimento che resta allo 'stato nascente' ma avvia l'odissea (sessuale) del personaggio. Sarà l'inchiesta a rivelare poi la natura segreta dell'eroina, i suoi segreti e la sua sessualità risvegliata. Inscritto nel quadro di un'indagine poliziesca, il film non è mai realmente interessato al suo intrigo; coglie, invece, e rende visibili i flussi emotivi della sua protagonista e le correnti passionali che legano i personaggi agli amanti. Al ruolo virile e fragile di Alessandro Borghi replica il corpo assediato di Giovanna Mezzogiorno, musa di Ozpetek e soggetto scopico desiderante e immaginifico.


Ma a questo giro di vite alla sua protagonista non basta guardare al di là della strada per compensare con l'immaginazione la vita in cui permane. Sensuale e sensibile, la messa in scena riflette i vacillamenti percepibili della protagonista e tutta l'urgenza dell'attrazione carnale. Un tumulto che Adriana non può evitare e tantomeno dimenticare.

Cupo come un mystery e debordante come un mélo, “Napoli Velata” è un film ambizioso che non nasconde i modelli alti, come Hitchcock, e restituisce in maniera efficace l'incandescenza della passione. A volte l'autore cede al turgore della storia e non riesce a evitare la caduta nella ridondanza e nell'eccesso, ma gli viene in soccorso l'interpretazione di Giovanna Mezzogiorno, unica possibile valvola di sfogo in cui lascia passare il dolore e la perdita, l'infiammazione e lo scacco. Il proprio non poter essere, malinconicamente, che una figura dello scacco. In un film fatto di primi piani intensissimi e sguardi folgoranti, è giusto che la storia rimanga aperta e che sia un ultimo movimento 'a seguire' a chiedere allo spettatore di produrre senso.
Riccardo Supino

martedì, febbraio 06, 2018

HOME VIDEO: SYMPATHY FOR THE DEVIL

disponibile in DVD e Blu-ray, in un’imperdibile edizione doppio disco da collezione contenente due versione differenti del documentario: Sympathy for the devil e One plus one


di, Jean Luc Godard
con: Mick Jagger, Keith Richards, Chris Watts, Brian Wyman, 
UK, 1968
durata, 100’


Dice: Mi sa che si stava meglio quando si stava peggio. Risponde: Mi sa che è ora di piantarla con la nostalgia del passato (quella che, ad esempio, Simon Reynolds chiama retromania). Dice: Vuoi spenderla una lacrima a ragion veduta ? Dà un’occhiata alle uscite discografichechessò, del ’68. Così, un po’ per curiosità, un po’ per non lasciare nulla d’intentato, uno si mette a percorrere a ritroso la corrente degli anni e, con ogni probabilità non una lacrima, ma una qualche difficoltà a deglutire, a giro finito, la incontra. Fanno la loro comparsa, infatti, tra gli altri, in quello che è diventato uno spartiacque simbolico a tutti gli effetti: Wheels of fire/Cream; Electric Ladyland/J.Hendrix and the Experience; l’album bianco dei Beatles; We’re only in it for the money/F.Zappa and the Mother of Inventions; l’omonimo dei Traffic; Giles, Giles e Fripp con The cheerful insanity of… e, ciò che qui preme, Beggars banquet degli Stones, al cui interno spicca, appunto, Sympathy for the devil (vagamente ispirata a Il Maestro e Margherita), pretesto e motivo attorno a cui ruota l’occhio curioso e sarcasticamente militante di Godard, tanto in presa diretta con avvenimenti storici e sociali in pieno divenire - le agitazioni studentesche, le tensioni razziali, la geopolitica bellica, l’emancipazione femminile, la consacrazione dell’individualismo, l’incombere d’un’idea di comunità globale fondata sulla comunicazione, l’imporsi totalizzante del Mercato, et. - da fissarne con sorprendente intuito e non comune intento antiretorico lo svolgersi spesso irruento, come la sottostante trama non esente da ambiguità e contraddizioni rivelatesi, ai nostri giorni, pervasive e interdipendenti al limite dell’aporia.


Questo per osservare, in via preliminare, che l’affermazione di Faulkner in base alla quale Il passato, in fondo, non è mai del tutto passato, se calata di peso in un contesto come quello attuale - definibile tarda modernità - nei proclami e nelle propagande votato senza esitazione al futuro, quanto nella prassi infaticabile recuperatore del passato, assume sfumature ancor più grottesche, se non sinistre, non secondariamente perché il senso di frustrazione latente implicito in qualunque paragone evidenzia caratteri impietosi al momento di soppesare, con un minimo d’obiettività e senso delle proporzioni, la produzione corrente (non solo musicale) con quella di trascorsi più o meno recenti svelando, di contro, oltre l’antinomia di superficie d’una società devota al domani con lo sguardo però molto spesso puntato in direzione dello ieri (è praticamente infinita, restando sempre al generico ambito del rock, la serie di solisti e di gruppi che prima o dopo sono tornati sul palco e si sono riformati nelle line-up originali, qui e là impediti, tanto i primi quanto i secondi, solo dal naturale succedersi dei decessi), una sostanziale impasse creativa che va ben oltre un ecumenico e reiterato debito di riconoscenza.


Senso della stravaganza e attonito spaesamento permeati d’insofferenza con sorniona lucidità già ben presenti nel gesto godardiano organizzato attorno alle sessioni di registrazione che mano mano avrebbero trasformato la canzone del titolo da un abbozzo acustico, attraverso l’incedere d’un gospel ritmato, fino alla forma canonica d’un ibrido blues con coloriture caraibiche, allo stesso tempo, in una fulminante scheggia d’improvvisazione in bilico tra confini incerti e in un sibillino ma conturbante presagio delle cose a venire, collocando l’invenzione all’interno dell’unico congruo intervallo che dovrebbe prevederla: quello che vibra tra raziocinio e affronto, controllo ed effrazione, equilibrio ed eversione, senza dimenticare, aggiunge l’autore cogliendo la band al meglio della propria ispirazione, le trappole di ogni sua rappresentazione. A dire, il fascino puerile e morboso per il talento; la fuorviante indulgenza concessa all’alterità dell’artista; la magari inconscia ma comunque remunerativa manipolazione divistica et., tratti, del resto, evocati dalle stesse strofe che punteggiano il film: Pleased to meet you/hope you guess my name/But what’s confusing you/is just the nature of my game… Di fatto il meccanismo linguistico ed espressivo che il cineasta di retaggio svizzero scansiona e ribadisce interpolando, sovrapponendo, sfasando la performance dei musicisti lungo sequenze costruite vuoi come semi-circolari piani sequenza, vuoi come fluide panoramiche o morbidi zoom, per mezzo d’inserti (a volte quasi delle gag, vedi quello in cui una solerte ragazza lascia scritte e graffiti provocatori sui muri, intorno o sotto le vetrine dei negozi, lungo le fiancate delle automobili in sosta, per scomparire lesta dall’inquadratura; quindi un altro avente per protagonista, in un autodemolizione, un gruppo d’attivisti del Black Power armati di tutto punto e intenti a registrare o a declamare scampoli di testo che svariano dalla storia della musica afro-americana, corrotta dalla mercificazione progressiva del pop, alle duplicità dellanegritudine in eterna tensione fra assimilazione dei codici bianchi e il loro consapevole rigetto attraverso l’avvento d’un’agognata rivoluzione annunciata, in chiusura di frammento, dall’esecuzione sommaria di due ragazze appartenenti al nemico: e ancora quello relativo a una troupe cinematografica impegnata in un paesaggio agreste nel pedinamento intellettualistico di una giovane donna - Wiazemsky - la quale tenta di sottrarsi a quesiti del tipo Crede che la cultura abbia diminuito la credibilità artistica ? oMagari il Diavolo è Dio in esilio, attingendo alla soave lungimiranza dell’interlocuzione monosillabica evangelica del Sì/No) sottolineati da voci fuori campo che scandiscono estratti di dialogo diversi per tenore - ironico, disimpegnato, drammatico - e per tema - privato, sociale, politico, erotico/pornografico - in un continuo e calcolato gioco di decontestualizzazioni sul filo del nonsense, di giustapposizioni elusive e spiazzanti, di paradossali entr’acte, di siparietti (da ricordare quello della bambina che dopo aver preso la sua dose di riviste nel punto vendita alla moda che affianca alla saggistica e alla letteratura - data per agonizzante - le pubblicazioni del glamour e del sesso un tanto a pagina e il cui gestore legge ad alta voce il Mein Kampf, sfodera, come gli altri che l’hanno preceduta, un sorridente saluto nazista), al modo d’una sincopata partitura sentimentale tesa a scongiurare il più osceno degli spauracchi, quello della cristallizzazione in un significato digeribile al già devastato immaginario di massa a cui sottende, suggerisce beffardo Godard, la passiva acquiescenza d’un Cinema dei grandi numeri sempre più intrattenimento innocuo e anestetico blando che, in una dimensione più grande non a caso denominata Cuore dell’Occidente, non può non chiamare in causa l’inesorabilità montante del dominio tecnologico, la prepotenza invasiva dei media nelle scelte individuali, la conseguente disgregazione dei rapporti, tutto a favore dell’instaurazione dell’impero unico del Denaro e delle Merci.


Ecco, allora, che quel rapporto incestuoso tra ieri e oggi richiamato in apertura, capace di coinvolgere così d’appresso un intero modo di sentire e affrontare il mondo, si ammanta, retrospettivamente, sulle note d’un pezzo sfuggito al logorìo del suo stesso consumo per farsi istantanea d’un’epoca e nelle immagini d’un regista riottose all’inerzia d’una forma stabilizzata, dei toni mesti d’una inascoltata e dolorosa preveggenza (la morte delle ideologie, delle democrazie liberali: il ruolo del Cinema come complice, esegeta e curatore testamentario di tali accadimenti), d’un futuro possibile che è stato tradito in nome della continuità assicurata da un ingannevole eterno presente, nell’illusione che sottraendosi alla responsabilità di conoscere e di capire sarebbe stato comunque possibile ignorare che l’unico modo di essere un intellettuale rivoluzionario è smettere di essere un intellettuale e (vilmente) sfuggire alla desolata constatazione per cui è stata tutta una perdita di tempo. Devo fare qualcosa. Devo uscire da questo casino. Addio.
[La nuova versione DVD di “Sympathy for the devil” consta di due dischi, uno dei quali include il film (col titolo alternativo “One plus one”) sottoposto a minime revisioni di montaggio e un documento, “Voices”, a firma Richard Mordaunt, in cui a fasi della lavorazione vengono intercalati contributi tratti da interviste rilasciate dal regista].
TFK

giovedì, febbraio 01, 2018

HOME VIDEO: MADRE!

 IN DVD, BLU-RAY E 4K ULTRA HD
IN DIGITAL HD DAL 17 GENNAIO 2018
CON UNIVERSAL PICTURES HOME ENTERTAINMENT ITAL


Madre!
di Darren Arnofosky
con Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Ed Harris, Michelle Pfeiffer
USA, 2017
genere, thriller, drammatico
durata, 121'


È ancora presto per fare consuntivi ma ci sembra di poter dire che mai come quest'anno il concorso ufficiale presenti una selezione di titoli capaci di dialogare tra loro in ragione di affinità che riguardano soprattutto una comunanza di temi e situazioni. La conferma di quanto stiamo dicendo ci viene dalla visione di uno dei film più attesi della Mostra e da un regista, Darren Arnofosky, che il festival di Venezia aveva aiutato a risollevarsi - con "The Wrextler" (2008) - dal duplice insuccesso di "Requiem for a Dream" (2000) e di "The Fountain" (2006) da cui non era facile riprendersi. Pur con caratteristiche assolutamente peculiari, infatti, "Madre!" si dimostra in linea non solo con la rabbia violenta e sanguinaria che scandiva le storie raccontate in "Suburbicon" e "Three Billboards Outside Ebbing, Missouri", ma anche con la maternità agognata ma dolorosa del film di Riso ("Una famiglia"), al quale lo accomuna anche la maniera di portarla a termine, in ambedue i casi, concretizzata da procreazioni fai da te, effettuate senza il supporto di dottori e di strutture ospedaliere. Venendo al film di Aronofsky, dicevamo poc'anzi delle aspettative suscitate in sede di presentazione da "Madre!", in parte utili a spiegare i fischi e il dissenso che ha concluso l'anteprima stampa di questa mattina. D'altronde il cinema del regista americano è destinato per natura a dividere gli spettatori, non prevedendo alcuna alternativa alla visionarietà barocca rintracciabile nella sua filmografia.


Ciò che non manca a "Madre!" è di certo l'ambizione, essendo la sua narrazione attraversata da metafore e simbolismi che da soli basterebbero a riempire un intero libro. In questo senso, è singolare che, in un cinema visivo come quello di Aronofsky, a deciderne le sorti sia la trama e ciò che le sta attorno, e che dunque da qui si debba partire per trovare l'origine dei suoi difetti. Sulle prime "Madre!" sembra avviarsi in direzione del più classico degli home invasion movie, con il ménage tra il poeta in crisi d'ispirazione interpretato da Javier Bardem e la bella e accondiscendente compagna impersonata dalla dinamica Jennifer Lawrence minacciato dalla visita di una matura coppia di coniugi che l'artista, con decisione un po' forzata, decide di ospitare in casa propria. Al contrario, anziché svilupparsi sulla scia di tale premessa, il film cambia improvvisamente strada (e, diremmo, genere), innescando una sorta di coazioni a ripetere che, in un crescendo di caos e tensione, vedranno l'abitazione dei protagonisti riempirsi con centinaia di persone, giunte fin lì con la scusa di celebrare la produzione artistica del padrone di casa e invece pronte a scatenare la guerra fratricida che farà precipitare la situazione. Detto che la sorpresa e il mistero, connessi con la circolarità del meccanismo narrativo, si esauriscono quasi subito per la volontà del regista di privilegiare la visionarietà dei contenuti sugli effetti della spettacolarità e dell'intrattenimento, "Madre!" ha dalla sua il fatto di stimolare lo spettatore quando si tratta di assegnare alle immagini il loro esatto significato. E, quindi, di lasciargli la facoltà di decidere se esista (come fanno supporre gli inserti del cuore pulsante nascosto dentro i muri della dimora) o meno una corrispondenza tra l'essenza stessa della casa, intesa come corpo sociale capace di rappresentare uno spaccato dell'intera nazione, e la fisiologia della madre, destinata a contenere prima, e mettere al mondo poi, i nuovi cittadini. O, ancora, se davvero la villa, con le sue generose risorse, possa essere la rappresentazione dell'Eden biblico, e se la successiva distruzione da parte dei belligeranti la raffigurazione della perdita del paradiso da parte dell'umanità.


Come già aveva fatto George Clooney con il racconto dei disordini esplosi nella cittadina della sua storia, è indubbio che anche Aronofsky ragioni per sineddoche, e perciò che "Madre!", alla pari di "Suburbicon", possa essere la trasfigurazione della crescente conflittualità prodottasi negli Stati Uniti in seguito all'elezione alla Casa bianca di Donald Trump. Un menù stratificato e complesso (in cui trova posto anche una filippica sull'arte intesa come vampirizzazione delle vite altrui) che però avrebbe bisogno di una sottigliezza che non è nelle caratteristiche del regista newyorkese, il quale, non volendo rinunciare ai suoi intenti, allestisce un dispositivo che rimane schiacciato dalla retorica della materia in questione. La combinazione di carne e spiritualità (una delle specialità della casa) prende forma, allora, in un patchwork di sacro e profano, in cui le reminiscenze deliranti di "π - Il teorema del delirio" e di "The Fountain" si incontrano, senza amalgamarsi, con il mood dissociato de "Il cigno nero". Indeciso nello stile, inizialmente fatto di pedinamenti e soggettive volte a restituire il punto di vista della protagonista e, poi, convertito alla supremazia di dolly e panoramiche quando a subentrare è la grandeur da blockbuster hollywoodiano, "Madre!" si lascia vedere senza particolare entusiasmo e nella consapevolezza di assistere a un'opera minore rispetto alle ultime uscite del regista americano.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

sabato, gennaio 13, 2018

HOME VIDEO: ATOMICA BIONDA

 IN DVD, BLU-RAY E 4K ULTRA HD
IN DIGITAL HD DAL 29 NOVEMBRE 2017
CON UNIVERSAL PICTURES HOME ENTERTAINMENT ITALIA

CON ESCLUSIVI CONTENUTI EXTRA TRA CUI AZIONE DIETRO LE QUINTE, SCENE ELIMINATE E MOLTO ALTRO!


Bionda atomica
di David Leitch
con Charlize Theron, James MacAvoy
USA, 2017
genere, avventura, azione, drammatico
durata, 115’


C'è chi il cinema lo impara dietro la macchina da presa, assistendo il regista di turno, oppure davanti, interpretando i personaggi dei loro film. Poi come al solito esistono le eccezioni che confermano la regola. A queste appartiene la storia del regista di "Atomic Blonde", promosso sul campo per i meriti acquisiti con "John Wick" e in procinto di continuare la scalata al successo con la regia del prossimo "Deadpool". Ma ritorniamo al punto, e cerchiamo di capire cosa centra questo discorso con il film interpretato da Charlize Theron. Se andate su IMDB e visitate il profilo di David Leitch vi accorgerete che a fronte di un esiguo numero di regie (2 con quella di oggi, 3 se contate anche il film della Marvel) e d'interpretazioni (19) ce ne sono ben 89 come stuntmen di alcuni dei più importanti blockbuster contemporanei tra cui "X-Men" e "The Bourne Legacy". La statistica è tutto fuorché superflua perché ci permette di capire almeno una cosa fondamentale di "Atomica bionda", e cioè quale sia l'origine estetica del cinema di Leitch, e quindi la ragione per cui il corpo della Theron venga filmato in modo da apprezzarne la potenza della performance fisica, esaltata da un tipo di riprese (long take) in cui la telecamera si sofferma senza stacchi sulle acrobazie e i contorcimenti a cui esso è sottoposto. In questo senso "Atomica bionda" è fondato su una verosimiglianza introvabile in prodotti dello stesso genere e per esempio nei film della Jolie ("Tom Raider", "Salt"), montati ad arte per regalare all'attrice quel dinamismo di cui in realtà non c'è traccia nei singoli fotogrammi, come pure, non c'è ne voglia l'affascinante Gail Godot, nel celebrato Wonder Woman di Patty Jenkins.


Ambientato nella Berlino degli anni 80, quella che si preparava a essere sconvolta dalla caduta del muro, "Atomica bionda" racconta di Lorraine Broughton, spia del M16, inviata in loco per aiutare il collega David Percival (il sempre più cattivo James McAvoy) a sgominare l'organizzazione che ha ucciso un'agente sotto copertura. Se la ricostruzione d'ambiente è una "scocciatura" che Leitch risolve da par suo, ricreando quegli anni attraverso la sofisticata compilation di hit dell'epoca chiamati a dare ritmo all'indagini della "bionda", le attenzioni del regista sono tutte per la "sua" attrice, alla quale il nostro non riserva solamente scene d'azione, con le specialità della casa - i combattimenti corpo a corpo - a dare lustro alle sue capacità atletiche in alternativa a primi piani che consentono di apprezzarne una bellezza incapace di retrocedere anche quando si tratta di recitare con il volto tumefatto dai colpi ricevuti. Accade infatti che Leitch, tra uno scontro e l'altro, riesca anche ad abbozzare uno straccio di introspezione psicologica della sua protagonista, concedendole un minimo di distrazione, che la Bionda consuma tra le braccia dell'altra amazzone Sophia Boutella, a segnalare come anche nel cinema mainstream - dopo quello d'autore nella varie sezioni del festival di Locarno - l'amore saffico faccia tendenza
Carlo Cerofolini