Visualizzazione post con etichetta Points of View. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Points of View. Mostra tutti i post

mercoledì, aprile 13, 2016

POINTS OF VIEW - INTERVISTA A EMMANUEL MOURET

In occasione del Rendez Vous 2016 con il nuovo cinema francese abbiamo incontrato Emmanuel Moret, giunto nella capitale per presentare in anteprima il suo nuovo lungometraggio intitolato Caprice.  L'intervista, realizzata sulla terrazza dell'hotel Sofitel di via Lombardia in Roma, è l'occasione per parlare del film e più in generale per capire il suo punto di vista sull'amore che da sempre è il vero protagonista della sue storie.


Il grandi autori sembrano aver ceduto al cinema commerciale il compito di raccontare l’amore. Tu in questo senso rappresenti una felice eccezione. Ti sei chiesto come mai.

In Francia come nel resto dl mondo gli incassi influenzano le scelte dei registi e quindi la tipologia delle storie che per questo tendono a ricalcare con poche varianti il modello dominante. Questo determina per esempio che la dimensione amorosa nella maggior parte dei casi venga raccontata partendo sempre dalle stesse premesse. Per quanto mi riguarda il mio interesse nasce dal tentativo di capire cos’è l’amore e forse  è questo a generare la peculiarità delle mie storie.



A proposito di questo volevo chiederti quanto c’è di autobiografico in ciò che racconti.

Con le dovute eccezione posso dire che le mie storie non sono il frutto di esperienze realmente vissute bensì la proiezione di una visione del mondo che mi appartiene a livello ideale ed emotivo. Si tratta di fantasmi che ho nella mia testa e che ogni tanto tornano a farmi visita. Magari è difficile da spiegare ma è proprio così.




Vedendo i tuoi film è impossibile non pensare a registi della nouvelle vague come Truffaut e Rohmer ma anche a Woody Allen. E’ a loro che ti sei ispirato.

Essendo un’amante del cinema ho visto molte pellicole ed è possibile, anzi è certo, che alla pari dei miei colleghi, le abbia interiorizzate a tal punto da citarle nelle immagini che produco. Si tratta però di un processo inconscio, non voluto ne ricercato.



Dietro la naturalezza del tuo cinema si intuisce un controllo rigoroso della messinscena. Mi piacerebbe sapere come arrivi ad ottenere questo risultato.

Tutto inizia con la scrittura del film e con la definizione dei caratteri. Successivamente mi prendo un certo tempo prima dell’inizio delle riprese per provare il testo insieme agli attori. La spontaneità a cui ti riferisci nasce nel momento in cui i singoli interpreti non hanno più bisogno del copione per corrispondere alla mia idea del personaggio. In questo senso la spontaneità a cui ti riferisci non significa tradire  la sceneggiatura ma al contrario rispettarla fino al punto di farla propria.



Immagino che valga la stessa cosa anche per la composizione dello spazio scenico.

Le due cose vanno di pari passo. Essendo influenzato dal teatro l’occupazione della scena non è casuale ma risponde a precise indicazioni che mi curo di dare agli attori prima di ogni ciak. Anche in questo caso la casualità dei movimenti è del tutto fittizia e risponde al perseguimento di un’idea.



In Caprice ci sono due donne agli opposti ma in qualche modo simili. Parlami della costruzione dei personaggi

Alice e Caprice hanno diversi punti in comuni a cominciare dalla recitazione che rappresenta una parte fondamentale della loro vita. In più c’è il fatto che nonostante siano innamorate di Clement, entrambe reagiscono una verso l'altra con rispetto e senza alcuna forma d'antagonismo. Ma al di là della storia questi personaggi mi consentono di esprimere la mia idea dell’amore che centra poco con l’esclusività e la fedeltà della vita di coppia. Questi ultimi sono principi che vengono dopo rispetto al senso di libertà che è implicito nel concetto stesso d’amore. Certo, poi bisogna fare i conti con la morale e, come spesso succede nelle mie storie così come nella vita si è costretti a rinunciare a qualcosa e persino alla persona amata.



Vieni dal Sud della Francia e nei tuoi film si respira questa atmosfera mentre quando giri a Parigi la città appare diversa da quella che siamo soliti vedere al cinema.

Amo profondamente il Sud e vivo a Marsiglia, mentre la Parigi che mostro è quella che vedo io camminando per strada. Sono un viaggiatore curioso, amo scoprire luoghi particolari.



Sei stato definito uno dei cinque registi più sexy del cinema francese, questo ti fa piacere.

Non so dove tu l’abbia letto o sentito ma penso che si tratti di uno scherzo. Comunque è una cosa di cui non ho percezione quindi non so davvero cosa dirti.
Adele De Blasi, Carlo Cerofolini

giovedì, febbraio 11, 2016

POINTS OF VIEW - INTERVISTA A LUCA MARINELLI




In che maniera ti avvicini ai tuoi personaggi.
A volte mi chiedo anche io come faccio ad arrivare al personaggio. Per Non essere cattivo avevo a disposizione una sceneggiatura molto dettagliata ed un regista affascinante, per cui non ho fatto fatica ad immedesimarmi. Si trattava di un copione molto coraggioso per il modo con cui affrontava la realtà dei fatti.  All’inizio i miei provini andavano nella direzione del personaggio di Vittorio ma conoscendo anche la figura di Cesare più di una volta ho pensato che mi sarebbe piaciuto interpretarlo. Vedevo i provini degli altri e mi fermavo a pensare come  avrei potuto fare io Cesare. Poi ad un certo punto mi ricordo che Claudio guardò Valerio e gli disse che sarebbe stato meglio invertire i ruoli, di farmi provare Cesare,  e così è andata. Quando invece ho letto lo script di Lo chiamavano Jeeg Robot la prima cosa che mi ha colpito, oltre alla coraggiosa fantasia, è stata quella di capire in che modo si potesse fare un film del genere.

Nella prima parte di carriera hai portato sullo schermo un'immagine di gioventù introversa e posata. È' stata una scelta.
Assolutamente no. O meglio si, è stata la scelta di chi mi ha incontrato per primo. E' stata forse vista una mia parte caratteriale che più poteva sposarsi con i personaggi in questione. E’ successo sia ne La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo che più avanti con Virzì in “Tutti i santi giorni”, poi si può dire che con il Cesare di Non essere cattivo e lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot mi è stato permesso di ribaltare leggermente le cose, di  recitare un personaggio che aveva un indole e un comportamento completamente agli antipodi rispetto a quello che avevo affrontato in precedenza.

Del tuo esordio con Saverio Costanzo che ricordo hai.
Lui è stata la mia iniziazione al cinema, venivo dall'Accademia e non avevo idea di cosa fosse lavorare su un set. Il ricordo più bello, oltre all'esperienza del film assieme a lui ed Alba è il primo incontro, il primo provino, dove ho veramente capito di voler fortemente lavorare con lui e che se questo fosse successo sarei finito nelle mani di un grande autore.

Con quel film ti sei ritrovato nel concorso principale del festival di Venezia. Che ricordi hai di quella prima volta al lido.
Di un’immane confusione e di un gran mal di testa. Eravamo sballottati da un’intervista all'altra e non solo, perché la cosa peggiore era  rispondere sempre alle stesse domande, e mi preoccupavo tremendamente di non rendere ancora più noiosa la situazione per l' operatore di macchina che invece non cambiava mai e credo non ce la facesse più a sentire sempre le stesse frasi. Fortunatamente con me c’era Alba che mi ha salvato in piu di un' intevista.  L’esperienza mi è servita perchè le volte successive sapevo leggermente di più a cosa andavo incontro e come gestire le situazioni e tenere a bada lo stress. O forse ancora no, è una strada lunga.

Ho notato che quando parli del tuo mestiere lo fai utilizzando il verbo giocare. E’ una coincidenza oppure la scelta ha un preciso significato.
Forse non è un caso che in inglese il termine recitare si dica proprio in questo modo perché secondo me to play  o il jouez francese, rende come meglio non si potrebbe la sensazione di libertà e divertimento che è insita nel mestiere che faccio. Per quanto mi riguarda il momento del ciak è quello  in cui l’attore deve smettere di pensare, abbandonare le preoccupazioni, per riuscire a tirare fuori l’energia del suo personaggio. Deve giocare con la stessa serietà ed impegno con cui lo fa un bambino. Mi ricordo di un consiglio di Carlo Cecchi sul fatto che nella recitazione conta l'ascolto ed il qui ed ora. Essere presenti attivamente a se stessi e agli altri in quell'ìesatto momento.

Hai un metodo per raggiungere questa condizione.
Se uno mi chiedesse qualcosa sulla tecnica non saprei cosa rispondergli, a parte ascoltare. Sul set del film di Andrea Molaioli in cui sono il padre del giovane protagonista, l’attore che lo interpreta Ludovico, che  e' veramente bravo, pieno di talento e molto sveglio, una volta mi ha chiesto quale fosse la tecnica per rendere al meglio il personaggio, e l’unica cosa che mi sono sentito in grado di consigliargli è stata  quella di cercare di essere presente in quel momento e poi di lasciarsi andare, ascoltare e non pensare al resto.

Però immagino che ci siano anche degli aspetti pratici nella preparazione che precede l'inizio delle riprese.
Per quanto mi riguarda provo a prepararmi più che posso prima di arrivare sul set perché all’inizio delle riprese sarebbe buono farsi trovare pronti.  Però non tutto avviene automaticamente, nel senso che il personaggio non sempre lo trovi nell'immediato.
Ho sempre avuto la fortuna però di poter avere dei periodi più o meno lunghi di prove prima di cominciare un film. Ricordo questo con Saverio ed Alba, dove passammo settimane tra di noi ed anche con i ragazzi che avrebbero fatto noi da piccoli a provare le varie scene a cercare di creare un unione e sintonia tra i personaggi. Lo stesso avvenne con Paolo Virzì dove piu di una volta ci ritrovammo io, lui e Thony ad affrontare il copione per mettere in chiaro tutti i passaggi e i momenti delle scene.

E con Claudio Caligari come si sono svolte le cose.
La stessa cosa è successa anche con Claudio nonostante la malattia gli rendesse tutto più complicato. Lui ci ha chiesto di cambiare il nostro fisico, di partecipare ai provini degli altri attori. Questo ha permesso a tutti noi, al cast, di integrarsi e di sviluppare un’unità d’intenti e una familiarità davvero rare. Così davanti alla macchina da presa mi sembrava che la banda a cui Cesare e Vittorio appartenevano fosse davvero una parte della mia vita, che non fosse difficile passare da Luca a Cesare, perchè l'avevo trovato. E sempre per immedesimarmi nell’ambiente della storia ho preferito una casa ad Ostia e Alessandro spesso mi raggiungeva da Roma per passare tempo tra noi due.
Claudio, oltre a fare degli incontri di lettura assieme, ci ha fatto anche vedere  film che erano per lui fonte d'ispirazione per questo film come Accattone di Pier Paolo Pasolini,  Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti e Mean Sreet di Martin Scorsese.


Volevo invece chiederti cosa succede tra una ripresa e l'altra, per esempio quando torni a casa dopo una giornata di lavoro. Rimani dentro il personaggio come capita a Daniel Day Lewis, oppure lo metti da parte e pensi ad altro come faceva Marcello Mastroianni.

Cerco di staccare dal set. Provo. Torno a casa e cerco di fare altro, ma l'ultimo pensiero prima di addormentarmi va sempre al piano di lavorazione del giorno dopo e mi lascio qualche minuto per la memoria e la concentrazione utile al domani e poi chiudo gli occhi.
 
L’avevamo chiesto a Roberta Mattei e lo chiediamo anche a te. Nel corso della lavorazione eravate consapevoli dell’eccezionalità di quello che stavate facendo.

Si. Mi spiego meglio: vedevo con i miei occhi che quello che stava accadendo era eccezionale, un uomo che stava morendo voleva dare la sua ultima opera al pubblico, al suo pubblico, alle sue persone, alle persone. Questo per me non ha pari. Non pensare a se stessi in una situazione del genere ma agli altri.



Poi è stata la volta di Lo chiamavano Jeeg Robot.
Jeeg Robot l’ho girato nel marzo 2014, e quindi prima di Non essere cattivo. Il fatto che il film di Mainetti esca solo adesso è dovuto al lungo periodo di post produzione necessario ad assemblare il girato con gli effetti speciali presenti nel film.

Anche qui si è trattato di un’ interpretazione totale e di un personaggio che rovescia a 360 l’immagine trasparente  e incontaminata della prima parte della tua carriera.
Per fare Jeeg Robot ci siamo dovuti convincere reciprocamente io e  Gabriele Mainetti sulla mia riuscita nel personaggio. Io lo spingevo verso una teatralità e Gabriele verso una reale follia, un dolore puro. Alla fine credo che abbiamo trovato la giusta cifra.


La costruzione dello Zingaro era già molto chiara nella scrittura e spettava a noi però trovare il suo vero aspetto.
A guidarlo è questo ego folle e smisurato, e l’ossessione di dover lasciare un segno.L’eccentricità dello Zingaro traspare in parte dal suo look, a metà strada tra una star del rock e un  bullo di periferia.
Per i costumi e il trucco ci siamo ispirati alle grandi icone del rock.
Abbiamo osato in alcune scelte, come il cappotto nero con fodera leopardata rosa che ne caratterizzano il guardaroba. Per gli aspetti legati al suo modo di esibirsi  il modello è stato Anna Oxa e in particolare il video che la riprende a San Remo quando canta Un’emozione da poco.

In parte hai già risposto però volevo sapere in che maniera scegli di accettare le proposte che ti vengono fatte e se hai qualche preclusione nei confronti della televisione è più in generale  nei confronti del cinema commerciale.
scelgo le proposte in base ad un colpo di fulmine che deve accadere con il film, con la sua sceneggiatura. Poi capire chi sarà a guidare il film, incontrare il regista. Non ho alcun tipo di preclusione, diciamo che se una cosa non mi piace, non la faccio se mi piace si ed è indifferente se sia cinema o televisione.

Come spettatore qual è il cinema che ami.
Mi piacciono i film che hanno da dire qualcosa e che scelgo  anche in base a chi lo ha diretto e interpretato. Di solito quando mi chiedono di fare qualche titolo ho il vuoto. Pensa che la stessa cosa mi è successa anche durante il provino per entrare al centro sperimentale quando Lina Wertmuller  mi chiese il titolo di un film che avevo visto ultimamente. Io fui colpito da un vuoto cosmico e invece di nominarle un film autorevole e importante la lasciai di stucco citando Batman, credo il primo di Nolan, comunque un bel film, ma avevo pur sempre la Wertmuller davanti...
Ma per tornare a ciò che mi avete chiesto ti dico che in generale guardo sempre volentieri i film che arrivano dal Sundance di cui mi ricordo per esempio Like Crazy che ho trovato di una bellezza disarmante, i film di P.T, Anderson, Wes anderson, i Cohen, sono tanti, e tra gli italiani  quelli interpretati da Alba Rohrwacher, Valerio Mastandrea, Elio Germano, Kim Rossi Stuart e diretti da Alice Rohrwacher, Costanzo, Virzì, Sorrentino, Garrone, Salvatores.
Senza dimenticare quelli del grande Joaquin Phoenix. Ma in realtà guardo tutto, diciamo che di questi provo a non perdere nulla.

Nonostante gli attestati di stima che hai ricevuto per le tue interpretazioni l'impressione è quella di un understatement che sembra quasi non rendersi conto di quello che fin qui hai realizzato come attore.

Ogni volta che vedo un mio film penso sempre che ci sia qualche cosa che avrei potuto fare meglio. Ma di base sono contento di quello che fino ad ora ho fatto.
Detto questo penso che i film da soli dovrebbero bastare a spiegare tutto e che le interviste non aggiungano nulla di nuovo rispetto a quello che c’era da dire prima di farle. Però quando sono in ballo, quando bisogna promuovere, mi impegno a farlo nel migliore dei modi. Penso fortemente che nella vita e nel lavoro sia importante dimostrare di saper fare e non di mostrare a tutti i costi di fare.
Adele De Blasi e Carlo Cerofolini

giovedì, novembre 26, 2015

POINTS OF VIEW – ARIANNA - INTERVISTA A CARLO LAVAGNA


"Arianna" racconta una storia importante e originale. Può dirmi qual'è stata la genesi del film

Non sono stato io a scegliere il film ma il film a scegliere me. Questo perchè la storia di "Arianna" nasce da un sogno che feci da bambino in cui mi riconobbi in una donna di età più grande della mia. Il ricordo di quella immagine si ripresentò nel corso degli anni e insieme ad essa i ragionamenti sulla mia identità sessuale e sui perchè dell'esistenza umana. Le risposte che mi sono dato mi hanno convinto della fluidità dell'identità sessuale che alla pari delle parole utilizzate dalla poesia può assumere valenze diverse pur continuando a rimanere se stessa. Il tema dell’ermafroditismo mi dava il modo di esplorare questa sovrabbondanza di senso ed è per questo che l'ho scelto. Tra l’altro questo è un argomento che la società contemporanea non è riuscita ad assorbire come dimostrano le castrazioni messe in pratica attraverso le operazioni sempre più frequenti. Oggi comunque gli adolescenti sono diversi da quelli della mia generazione e nello specifico sono più disponibili ad avere rapporti con persone del proprio sesso; questo mi fa pensare che si stia andando verso un'apertura maggiore rispetto al passato e quindi a una migliore comprensione delle diversità, qualunque esse siano.




Quindi la gestazione del film è stata lunga.

Si in una maniera persino esagerata. La sceneggiatura è stata riscritta più volte: dapprima da me e da Carlo Salsa, poi, quando ci siamo accorti che eravamo arrivati a un punto morto e che il risultato non ci piaceva anche da Chiara Barzini. Nel frattempo avevamo perso il produttore e anche l’attrice protagonista che con il passare del tempo era diventata inadeguata al ruolo. A quel punto una mia collaboratrice mi ha proposto la figlia di un suo amico e cioè Ondina Quadri che però non aveva mai avuto esperienze cinematografiche. Sceglierla come poi ho fatto è stata una scommessa sia per me che per lei.


Da quello che ho capito il film che vediamo è diverso da quello che avevi pensato la prima volta.

Della prima stesura sullo schermo rimane poco o niente ma quello che non è cambiato è l’essenza del film. Quello che volevo dire è rimasto uguale così come l’energia che volevo trasmettere alla storia.

Il corpo inteso in senso fisico è centrale nel tuo film ma la nudità attraverso cui lo vediamo è svincolata dalla mercificazione che di solito ne fa il cinema contemporaneo. Al contempo lo sguardo che si posa su Arianna è rispettoso del pudore con cui il personaggio si mostra ai suoi coetanei. Volevo sapere quali sono stati  i limiti che ti sei imposto come regista nel offrirlo allo spettatore.

Il corpo e la sua nudità andavano affrontate perché era li che si rintracciavano i segni che definivano l’identità del personaggio. Il pudore di cui parli esiste e non è altro che il tentativo di riportare per immagini il modo con cui gli ermafroditi che abbiamo intervistato durante la fase di preparazione del film si raccontavano rispetto alle esperienze connesse con la propria peculiarità fisica. Per quanto riguarda Ondina posso dirvi che si è prestata alla telecamera in modo naturale e senza alcuna timidezza. La sua disponibilità è stata importante per riuscire a trovare il personaggio.


 A proposito di sguardo in “Arianna” riesci a trovare l’equilibrio tra le necessità di raccontare l’intimità della protagonista e come tu hai appena accennato il bisogno di rispettare il suo senso del pudore.  In termini di sguardo questo voleva dire bilanciare l’utilizzo di primi piani molto ravvicinati alla presenza di un fuori campo che proprio per quel pudore di cui parli si carica di significati decisivi. Mi potresti dire come sei riuscito ad arrivare a questa sintesi.

A volte uno si domanda in che modo servirsi delle differenze che ci sono tra uno sguardo oggettivo e quello che invece si immedesima nella realtà della protagonista. Nella scena in cui Ondina guarda il film pornografico per esempio ho scelto di non riferirmi alle immagini ma di farle vedere allo spettatore leggendole attraverso lo sguardo della protagonista. In quel caso il limite visivo  - quindi il fuori campo - diventa per me il modo di rendere materialmente lo stato d’animo della ragazza che dentro di se ha paura del sesso e che, come può constatare lo spettatore, tende a tirarsi indietro quando si tratta di farlo. In questo caso ho pensato di trasformare il limite psicologico della protagonista sottraendo allo spettatore la visione delle immagini del film pornografico.

Il fatto di raccontare la storia attraverso i ricordi della protagonista ti permetteva una grande libertà creativa, conseguente alla compresenza di diversi livelli narrativi, ma allo stesso tempo  ti esponeva al rischio  di una minore coerenza interna. Eri cosciente di questo.

Penso che la costruzione di un film dipende in massima parte dalle ragioni che ti spingono a farlo. “Arianna” nasceva da un’urgenza personale ma nel contempo affrontava un tema ben preciso e cioè quello dell’ermafroditismo. Ho pensato che raccontare la storia attraverso i ricordi della protagonista mi permetteva di inserire nella storia quello che ritenevo più interessante senza la costrizione di dover seguire una rigida cronologia dei fatti. Tra l’altro considerando che il film è un viaggio di scoperte e di conoscenze  questa forma narrativa mi permetteva una progressione più frastagliata e discontinua che rendeva bene l’alternarsi di certezze e dubbi che scandiscono la presa di coscienza di Arianna.


Il film è costato molto.

Complessivamente 380 mila euro quindi possiamo dire che è a tutti gli effetti un low budget. Se tieni conto che di questa cifra circa 180 mila sono stati assorbiti dalle tasse non è difficile immaginare quanto sia stato faticoso riuscire a stare dentro la cifra che avevamo a disposizione. Certo ho dovuto rinunciare al progetto di girare in pellicola e poi organizzare un compartimento tecnico ridotto al minimo; per risparmiare la maggior parte della troupe ha dormito all'interno della villa in cui abbiamo girato il film, il che da un certo punto di vista è stato vantaggioso ma dall'altro non mi ha permesso di staccarmi un attimo dal film con cui ho vissuto 24 su 24.



Il tuo film è molto bello da vedere e quindi ti volevo chiedere se nella composizione delle scene hai utilizzato riferimenti pittorici.

Gli unici riferimenti che ho avuto sono stati cinematografici. Certo nel corso degli anni ho sviluppato una passione per la fotografia ma quello per il cinema è stato un' amore a prima vista tanto che sin da bambino mi dilettavo a realizzare piccoli film. Senza dimenticare che da buon cinefilo ho guardato migliaia di pellicole che alla fine hanno finito anche inconsapevolmente per influenzarmi quando è giunto il momento di realizzare il mio film.

Tu sei la dimostrazione che qualcosa nel cinema italiano si sta muovendo. Quello che invece continua a mancare è un apparato capace di promuoverlo. Conosciamo molte persone che volevano vedere il film ma non ci sono riusciti perchè in molte zone d'Italia il film non era stato distribuito.

Sono d'accordo e aggiungo che questa è una consapevolezza che appartiene non solo a me. In questo senso c'è una grande volontà da parte di noi autori giovani di formare un pool di persone tra cui sono anche Alice Rohrwacher, Pietro Marcello,  capace di fare pressione sugli esercenti e sui distributori per cercare di sfondare il muro di indifferenza che circonda i prodotti meno commerciali. Vedremo come andrà a finire. Io sono fiducioso.
Adele De Blasi, Carlo Cerofolini


martedì, ottobre 13, 2015

POINTS OF VIEW: PECORE IN ERBA - INTERVISTA AD ALBERTO CAVIGLIA



Quanto c’è di te  in “Pecore in erba”.

A parte gli aspetti produttivi che mi rispecchiano nella scelta di ambientare la storia a Trastevere, dove sono nato e cresciuto, e per il fatto che parte della troupe era composta da persone che conosco da sempre, direi che “Pecore in erba” è la storia di un personaggio, Leonardo, in cui mi rispecchio soprattutto per  quel sentimento di incomprensione che lui si porta dietro. C’è poi uno sguardo ironico e il gusto per la satira che fa parte del mio modo di guardare alla realtà. Al contrario, la presenza del contesto ebraico è venuta da sola, così come l’umorismo tipico di questa cultura che ho utilizzato come arma da usare contro il senso di minaccia che attraversa la storia. A questo proposito mi sento di poter dire che la cosa più ebraica del film consista nella possibilità di osservare le cose con occhi diversi, proprio in ragione del mio essere allo stesso tempo italiano ed ebreo.


Com’è nato il film e perché la scelta del mokumentary.

Lo spunto è stato quello di rovesciare i termini del discorso, immaginando di inserire il tema dell’antisemitismo all’interno di una società in cui tale sentimento si rivela un boomerang per chi lo usa. Questa opzione mi ha permesso di rompere gli schemi e l’utilizzo del mokumentary è stato solo un modo per rafforzare la veridicità di ciò che volevo raccontare.

Perché hai deciso di non far parlare il protagonista del film.

E’ un espediente che mi consentito di sottolineare la retorica che esiste dietro la persecuzione degli ebrei. Leonardo nasce antisemita e non ha bisogno della parola per esprimere il suo odio; a differenza degli altri che ne hanno necessità per formulare l’ideologia capace di giustificare i propri attacchi.

Come ha reagito la comunità ebraica all’uscita del film.
Non ho fatto il film pensando alla comunità ebraica e al momento non so dirti quali siano state le reazioni. Prima dell’uscita credevo che sarei stato attaccato da tutte le parti e invece, a eccezione di qualche blogger  schierato su posizioni radicali e filo palestinesi, non ho ricevuto critiche in tal senso anche perché “Pecore in erba” non sposa nessun tipo di politica o ideologia.

L’ultimo festival di Venezia a cui anche tu hai partecipato ha visto l’esordio di un gruppo di registi che hanno riscosso successo di critica e di pubblico. A questo proposito ti volevo chiedere cosa ne pensi del momento che sta vivendo il cinema italiano.

Il difetto principale del nostro cinema è quello di investire poco o niente sulle idee e quindi sulla scrittura. Intendo dire che non basta avere un’idea forte per realizzare un film ma ci vogliono tempo e soldi per realizzare un copione che funzioni. Un processo creativo sottovalutato dai produttori, che, non a caso, tendono a risparmiare proprio su questo punto. Poi non ci si può lamentare se il pubblico diserta le sale, perché la ragione sta proprio nell’eccessiva semplicità e nello scarso interesse delle storie che si raccontano.


Visto il successo di pubblico di film come “La vita è bella” e “Train de Vie” non credi che il modo migliore per parlare della questione ebraica sia quello di raccontarla con toni più leggeri e meno drammatici.

Innanzitutto le tue parole mi fanno venire in mente che troppo spesso il confine tra Shoah e antisemitismo è troppo labile e che la tendenza sia quella di utilizzare – sbagliando - i due termini come sinonimi. Detto questo, non penso che esista un modo più giusto per parlare della questione ebraica anche perché non solo i titoli a cui ti riferisci rappresentano un’eccezione in mezzo a una  serie di opere drammatiche, ma anche perché il loro successo dipende dal fatto che in generale la gente preferisce andare al cinema per ridere e divertirsi e quindi privilegia le commedie rispetto al resto dell’offerta.


Tornando al film “Pecore in erba” deve molto alla  fisiognomica degli attori. Come sei arrivato a scegliere gli attori.

Per me era fondamentale mettere insieme volti conosciuti e facce di gente che non era mai stata davanti a una macchina da presa. Per ottenere quello che volevo il lavoro di casting è stato decisivo. Visto che il protagonista della storia non doveva parlare, ho lasciato alla mia assistente il compito di intervistare i possibili candidati. In questo modo ho evitato di farmi condizionare nella scelta dell’attore che per me doveva  dipendere esclusivamente dall’impatto della sua immagine. Con Daniele Giordano che nel film interpreta Leonardo c’eravamo conosciuti sul set di “Qualunquemente” in cui recitava la parte del figlio di Albanese, e quando c’è stato bisogno di fare il casting mi sono ricordato di quell’incontro.


Al film partecipano nella parte di se stessi alcune personalità della società civile e culturale del nostro paese. E’ stato difficile coinvolgerle.

Dipende, per alcuni c’è voluto un attimo, per altri ho dovuto faticare ed essere paziente, iniziando un  corteggiamento che è andato avanti per molto tempo. Mi piaceva l’idea di mettere uno dietro l’altro persone cosi diverse come possono esserlo Corrado Augias e il vichingo, personaggio che gli abitanti di trastevere conoscono molto bene.

Pensando al film non posso non chiederti se ti è capitato di subire discriminazioni di qualche tipo.

Come ebreo non mi sento di vivere discriminazioni diverse da quelle che subisce un qualunque cittadino. La causa di tutto non è l’appartenenza religiosa, ne la provenienza sociale, bensì il pregiudizio e l’ignoranza che nel nostro paese trovano un  terreno molto fertile.

Nella sequenza che precede il finale, con l’abbraccio tra persone appartenenti a opposte fazioni volevi per caso lanciare un messaggio di pacificazione.

No, per niente, il mio non vuole essere un film buonista, anzi. La scena dell’abbraccio tra le fazioni rivali è stata inserita non come segno di speranza quanto piuttosto per sottolineare la follia in cui è immersa la nostra società. Davvero, penso proprio che nella vicenda di Leonardo non ci sia alcun tipo di consolazione.



Discutendo del film abbiamo pensato che se esiste un difetto, questo è legato alla sua durata  che poteva essere un poco più ridotta. Sei d’accordo.

La mancanza di soldi e quindi di tempo ha condizionato la resa finale del mio lavoro. Bisogna tenere conto che rispetto ai normali lungometraggi il mio ha circa 340 scene, più o meno il triplo della media corrente. Se fosse dipeso da me avrei gestito diversamente alcune cose. Mi sono sentito limitato dal punto di vista estetico, non potendo contare sulla possibilità di girare con i carrelli che, come si sa, sono molto costosi. Così è successo anche per la questione legata alla durata del film che certamente avrebbe avuto bisogno di un montaggio migliore. Anche in questo caso la mancanza di tempo  non me l’ha permesso. Fortunatamente accanto a me ho avuto un grande direttore della fotografia come Andrea Locatelli con cui sono entrato subito in empatia. Il suo talento mi ha aiutato in parte a compensare le altre carenze.

Come sei arrivato a girare il tuo primo film.

Ho lavorato otto anni come assistente alla regia di Ferzan Ozpetek e, soprattutto all’inizio, è stato naturale identificare il cinema attraverso il suo lavoro. Poi, con gli anni, ho sviluppato uno sguardo sempre più autonomo che mi ha permesso di trovare la mia strada. “Pecore in erba” è nato per caso e in qualche modo è stata la conseguenza di un avvenimento molto frustrante, perché dopo più di due anni di lavoro alla sceneggiatura del mio primo progetto ho dovuto metterlo da parte perché costava troppo. A quel punto il produttore mi ha chiesto di sviluppare una vecchia idea, che avrei dovuto utilizzare per un corto e che in seguito è diventato invece “Pecore in erba” di cui ho scritto  la sceneggiatura in un mese e che ho girato in sei settimane.

Quali sono gli autori italiani e stranieri che apprezzi maggiormente.

Tra gli italiani apprezzo Salvatores e Bellocchio per la libertà con cui riescono ad esprimersi; e poi Segre, Costanzo e Diritti. Tra gli stranieri direi Inarritu e Cronenberg, ma tieni conto che per entrambe le categorie la lista sarebbe molto più lunga.

Con che attori vorresti lavorare in futuro.

Mi piacerebbe aver la possibilità di lavorare nuovamente con Vinicio Marchioni e Carolina Crescentini, che hanno creduto nel film e mi hanno dato subito fiducia. Non mi dimenticherò mai delle loro generosità.
di Adele De Blasi e Carlo Cerofolini

martedì, settembre 29, 2015

POINTS OF VIEW: INTERVISTA A ROBERTA MATTEI



Roberta Mattei è una delle protagoniste di "Non essere cattivo" il film di Claudio Caligari che è stato appena scelto per rappresentare l'Italia alla prossima edizione degli Oscar. Per inauguare "Points of View" il nuovo spazio dedicato alle interviste di personaggi appartenenti al mondo del cinema abbiamo pensato a lei. Ecco quello che ci ha raccontato.

 
-->

-->
Roberta, sfatiamo il concetto che tu sia una ragazza di borgata.

Sono nata a Roma e vissuta a Spinaceto, periferia di Roma sud in cui la violenza era imperante e in cui, condividevo l’esistenza con  gente di ogni tipo. Dal balcone di casa osservavo l’umanità che era in strada. Le mie giornate non di rado finivano per perdersi negli occhi e nella sofferenza di quelle persone. Di ragazzi come  Cesare e Vittorio, i personaggi principali di “Non essere cattivo”, ne ho visti tanti.

La tua è prima di tutto una formazione teatrale. Quando e come sei arrivata a salire sul palco.


Da piccola passavo delle ore a guardare le commedie di Eduardo De Filippo che mia madre registrava da Palcoscenico, il programma della Rai che si occupava di teatro. A parte la fascinazione per quello che vedevo, ad attrarmi era il senso di famiglia che dal palco e l’idea di un lavoro collettivo e itinerante. A 12 anni, vedendomi determinata, fu lei che pensò di iscrivermi all’associazione culturale di Spinaceto che i miei, poco dopo la morte dei due fondatori, un pò per caso, un pò per sfida iniziarono a gestire. E’ da li che inizia la mia gavetta teatrale,  con lo studio e la frequentazione dei vari laboratori di recitazione. Poi, a 20 anni, dopo essere stata scartata dai teatri di Genova e Torino decisi a fare un provino per entrare al Centro sperimentale.
  

 E come andò in quell’occasione.

Fu divertente, perché non avendo preparato nulla, improvvisai un pezzo tratto da “La Locandiera” di Carlo Goldoni, che conoscevo a memoria per averla vista rappresentata non so quante volte da una compagnia del mio primo insegnante Flavio Albanese, che in quel periodo provava in associazione. Tra gli esaminatori, c’era pure Lina Wertmuller, la quale rimase così colpita dalla meridionalità della mia fisiognomica,  da suggerirmi di accentuarla attraverso la  crescita delle sopracciglia.



Quindi sei riuscita ad entrare.

Si, però, insomma mi sentivo fuori luogo rispetto al mio desiderio di diventare un’attrice di teatro. Così, in piena crisi d’identità, e per una serie di fortunate coincidenze mi imbattei in Roberto Valerio che oggi è diventato un regista di fama, e che allora mi ingaggiò per rappresentare una piece, "Il Vantone", di Pier Paolo Pasolini, il mio artista di riferimento. Il reading tratto da una “Una vita violenta”, che successivamente ho portato in giro per l’Italia, nasce da quell’incontro con Valerio, che ne aveva curato il riadattamento.


Mi pare di capire che i tuoi genitori sono stati importanti per la realizzazione delle tue aspirazioni artistiche.

Non solo loro ma anche mio fratello. Vengo da una famiglia di mentalità aperta e di radici contadine, che in ogni occasione mi lasciato un’assoluta libertà culturale. Mia madre è calabrese, mio padre umbro, e da entrambi, che hanno sempre avuto una spiccata predisposizione artistica, ho imparato a fare le cose con calma e a dare il tempo agli eventi di manifestarsi secondo la propria predisposizione. Un po’ come avviene nella coltivazione dei campi, che va di pari passo con il ciclo naturale delle stagioni.


Successivamente è arrivato il film di Caligari e il personaggio di Linda.

Be non esattamente. Prima di quel film avevo fatto molta gavetta televisiva, lavorando in diverse fiction e in un mediometraggio e avevo girato pochi mesi prima "Italian Race" di Matteo Rovere. Quelle esperienze, mi hanno insegnato a stare davanti alla macchina da presa, dove, contrariamente al teatro, sono il volto e gli occhi a fare la differenza. In “Non essere cattivo” avevo fatto il provino per interpretare Viviana ma Caligari, dopo avermi vista, mi disse che ero perfetta per il personaggio di Linda. Nonostante il minutaggio ridotto, il ruolo era complesso, perché nell’arco di poche scene dovevo essere in grado di rendere, da una parte la tenacia di una madre pronta a lottare con tutte le sue forze pur di assicurare un futuro migliore a lei e al figlio; dall’altra, il sentimento di una donna disposta a tutto per tirare fuori il suo uomo dalla pericolosità di quella vita, per provare a dargli un'alternativa che forse, però, è solo illusoria.



Come sei riuscita a entrare nel ruolo.

Sul set il Maestro dava poche ma precise indicazioni, e quindi, per costruire il personaggio sono partita come sempre dall’analisi del testo. Nel farlo, mi sono tornati utili i miei trascorsi, che mi hanno permesso  di portare dentro al film situazioni che in qualche modo avevo già vissuto. In più, ero abituata al clima di complicità tipico della marginalità raccontata da Caligari, in quanto, sin da bambina, avevo vissuto in un palazzo che ospitava gente d’estrazione umilissima, e di cultura Rom. Conoscevo le dinamiche che si stabiliscono quando l’unica cosa su cui puoi contare è il rapporto d’amicizia con un'altra persona, come capita ai protagonisti del film, che non posseggono nulla, a parte la legame fraterno che li unisce. Ma la riuscita di questo processo non sarebbe stato efficace, se a stimolarlo non ci fossero state l’urgenza e la verità da cui nascono le opere di Caligari. Non potrei mai recitare in un film  in cui non credo, perché il pubblico se ne accorgerebbe in un attimo. 


A questo proposito, mi sembra che l’amicizia tra Cesare e Vittorio sia regolata da una sorte di codice d'onore.

Io non parlerei di codice d'onore, bensì di un codice di borgata, fondato su un sentimento di assistenza reciproca, e su un meccanismo d’amicizia e di sottile fiducia, che fa da collante al loro rapporto. Per descriverlo con il cinema, mi viene in mente l’amicizia virile raccontata da  Martin Scorsese in “Mean Streets”.


Volevo chiederti se tu e gli altri attori vi siete resi conto che stavate partecipando a un film così importante.

Se dovessi giudicare dallo stupore delle nostre facce alla fine dell'anteprima veneziana direi di no, perché dopo la proiezione sono successe cose incredibili. A parte i dieci minuti di applausi, quello che mi ha colpito è stato vedere le facce della gente, l’emozione che non riusciva a trattenersi. Mi ricordo della mamma del maestro e quelli che insieme a noi hanno partecipato alla realizzazione del film, tutti a piangere come dei bambini. Sul set eravamo coscienti di girare con un maestro del cinema ma nessuna poteva pensare all’entusiasmo e alla benevolenza con cui “Non essere cattivo” è stato accolto.


Parliamo invece di te come donna.

Nella vita mi potrei paragonare a Elettra, perchè in lei ci sono tutti gli eccessi del mio carattere. Sono una persona idealista che soffre quando vede un'ingiustizia. Ho un'empatia molto sviluppata che mi porta a percepire l’ambiente in cui mi trovo e le falsità che vi dimorano. Per questo mi auguro di poter sempre lavorare con persone che stimo; I miei occhi ti dicono sempre quello che penso come pure il mio stato d'animo e questo può essere un limite. Pur restando una persona positiva, sono spesso attraversata da un misto di  gioia e  di tristezza e quindi, da quel velo di malinconia che dal punto di vista artistico è molto creativo. Direi quasi che sono patologicamente appassionata della malinconia e che in un certo senso la coltivo



E invece da spettatrice cosa ti piace.

Scelgo molto le cose del passato, e quindi mi piacciono attrici come Tina Pica e Franca Valeri che davvero amo molto. Se invece penso a quelle di oggi ti dico Loredana Simioli, che in "Reality" faceva la moglie del protagonista. Tra quelle straniere invece mi viene in mente il nome di Cate Blanchett, mentre parlando di registi, a parte Caligari, dico Wes Anderson, David Cronenberg e Lee Hae-jun.
di Adele De Blasi e Carlo Cerofolini