venerdì, ottobre 22, 2021

ONE SECOND

One Second

di Zhang Yimou

con Zhang Yi, Liu Haocun, Fan Wei

Cina, 2021

genere: drammatico

durata: 104’

Un secondo è quello di cui ha bisogno il detenuto Zhang Jiusheng per tornare ad apprezzare la vita. Ma è anche quello che dovrebbe bastare a chiunque per sentirsi realizzato. Perché in un secondo si può capire se si può avere tutto o niente. Non solo possiamo avere e dare, ma possiamo anche essere privati di tutto. Sempre in un secondo.

Potrebbe essere questa una delle tante lezioni che Zhang Yimou dà con il suo “One second”, presentato in concorso alla Festa del cinema di Roma. Un film difficile da commentare per l’enorme quantità di significati, nascosti e non, di insegnamenti, tematiche e riferimenti. Un susseguirsi di immagini ed emozioni che si alternano in maniera efficace per tutta la durata della pellicola.

Non è tanto importante la storia in sé quanto tutto quello che essa si porta dietro.

Film in gran parte non parlato, almeno dai due protagonisti, riesce comunque a mostrare la stessa forza dirompente di un film con dialoghi impegnati. Ed è qui la vera maestria del regista cinese.

Zhang Jiusheng è un detenuto fuggito da un campo di lavoro forzato che, nella Cina della Rivoluzione Culturale, vuole semplicemente rivedere sua figlia. Per un secondo, all’interno del cinegiornale che viene proiettato prima del film che tutta la cittadina attende con impazienza. Fan è il miglior proiezionista in circolazione e ha il compito di far divertire, per tutta la durata di un film, i suoi spettatori, mostrando loro sul grande schermo, prima un breve cinegiornale, e dopo il film. Quando sembra che Zhang possa vedere senza problemi la figlia sullo schermo la pellicola del cinegiornale viene rubata dalla giovanissima orfana Liu. Tra i due ha vita un inseguimento continuo e quasi sempre silenzioso che li porta, poi, inevitabilmente, a instaurare una sorta di legame.

Lo spettatore si trova completamente spiazzato dalla narrazione che mette alla prova mostrando e dimostrando, ogni volta, che ogni personaggio può essere considerato il “buono”, ma anche il “cattivo”. Non c’è un vero e propria protagonista, così come non c’è un buono assoluto per il quale parteggiare. Zhang è un detenuto fuggitivo. Liu è una ladra. Nessuno dei due è il personaggio con il quale empatizzare immediatamente. Ma, con l’andare avanti della narrazione, si viene a scoprire che entrambi hanno le proprie buone ragioni per comportarsi in un determinato modo.

Un tuffo nel passato, ma anche nel presente perché “One second” racconta un periodo storico particolare, ma si lega molto anche al presente con riferimenti e metafore che sono un chiaro segnale del tempo che scorre.

Se da una parte c’è il deserto sconfinato simbolo di una libertà ormai da troppo tempo negata sia a Zhang che a Liu dall’altra parte c’è la condizione che entrambi vivono e che li accomuna. Nei loro difetti e nel loro egoismo riescono comunque a trovare un punto in comune, quel qualcosa che li fa percorrere un tratto di strada insieme e che li manterrà sempre, in qualche modo, uniti.

Sono comunque tante le tematiche che Zhang Yimou inserisce nel suo film e fa proprie con una delicatezza quasi unica. Dalla famiglia, a, come detto, l’attualità, arrivando passando per la vendetta e il riscatto umano.

Al centro, però, un amore sconfinato. C’è l’amore che il detenuto fuggitivo prova per la propria figlia per la quale è disposto veramente a tutto. C’è l’amore della piccola Liu per il fratellino. C’è l’”amore” tra i due che vedono nell’altro quello che non hanno (più). Zhang è il padre che Liu non ha mai conosciuto e Liu è la figlia che Zhang probabilmente non rivedrà più se non attraverso un fotogramma. E, ancora oltre, c’è l’amore per il cinema che il regista celebra e omaggia strizzando l’occhio a grandi nomi del passato. Da “Ladri di biciclette” a “Nuovo cinema paradiso”, anche “One Second” entra di diritto tra i film che omaggiano il grande schermo con una bellissima sequenza di recupero di una pellicola e un’altra che mostra, nei minimi particolari, il meccanismo che porta alla proiezione della stessa.

Un film che i cinefili apprezzeranno, ma che farà emozionare anche i “non addetti ai lavori”.

Un’immersione totale e completa nel cinema.


Veronica Ranocchi

mercoledì, ottobre 20, 2021

MOTHERING SUNDAY

Mothering Sunday

di Eva Husson

con Odessa Young, Josh O’Connor, Colin Firth

Gran Bretagna, 2021

genere: drammatico

durata: 110’

Una domenica molto particolare quella di Jane e Paul, amanti segreti e protagonisti di “Mothering Sunday” di Eva Husson, presentato alla Festa del cinema di Roma nella sezione “Tutti ne parlano”.

La storia, ambientata nell’Inghilterra 1924, vede al centro tre famiglie, unite sotto più punti di vista. Ci sono gli Sheringham, nobile famiglia della quale fa parte Paul, il giovane e unico figlio rimasto in vita alla coppia di genitori che attende le nozze con la giovane Emma. Ed ecco la seconda famiglia, quella di quest’ultima, giovane promessa in moglie a uno dei due fratelli di Paul, caduto in guerra, e, quindi, destinata a passare il resto della propria vita al fianco del gentile e premuroso protagonista che, con lei, condivide solo lo status sociale e nulla più. Infine ci sono i Niven, ricchi coniugi rimasti soli e senza figli, che hanno assunto la giovane orfana Jane Fairchild come domestica.

Durante una domenica di primavera, coincidente con la festa della mamma, Jane si accorda di nascosto con Paul per passare una giornata insieme, lontani dagli altri e vivere serenamente il loro amore proibito.

Peccato, però, che il destino abbia progetti particolari per i due amanti.

Il ricco cast di richiamo che vede, tra i vari nomi, Olivia Colman e Colin Firth, nei ruoli dei coniugi Niven, deve, in realtà, molto a Odessa Young e Josh O’Connor, rispettivamente Jane e Paul.

Un film che si ancora molto alle interpretazioni e alla fotografia, guidata da una regia (fin troppo) artistica. Attenzione fin troppo esagerata anche a un contesto che non aiuta e non si integra appieno con la narrazione.

“Mothering Sunday” è il “Downton Abbey” del 2021. Ambientazione temporale e spaziale praticamente identica. Avvenimenti praticamente identici. Personaggi che devono molto a quelli che tanti hanno conosciuto sul piccolo schermo grazie alla serie britannica.

A livello di tematiche sicuramente la perdita e l’elaborazione del lutto sono, dopo l’amore, quelle principali e funzionali allo sviluppo della vicenda. Ogni personaggio ha il proprio modo di vedere il mondo e la realtà dei fatti. Ognuno reagisce al distacco in maniera diversa. Ed è interessante apprezzarne le differenze, alcune quasi all’eccesso tanto da far pronunciare al personaggio di Olivia Colman una frase emblematica nei confronti di Jane. La donna si rivolge, infatti, alla propria domestica dicendole che può ritenersi fortunata di essere orfana perché non avendo conosciuto i propri genitori non dovrà provare dolore a differenza sua che, invece, ha perso un figlio.

Una chiave di lettura che poteva essere approfondita in maniera diversa e non limitandosi a dilatare il tempo di un pranzo che è la maschera dell’intera esistenza delle tre famiglie.

La spinta d’interesse che Eva Husson vuole dare e suggerire con il suo film va troppo oltre. È la nudità a prendere il sopravvento e a far dubitare lo spettatore che, invece di seguire linearmente lo sviluppo della narrazione, si concentra sui dettagli, tutt’altro che funzionali.

E anche l’escamotage utilizzato per raccontare gli avvenimenti sa di già visto, non integra e anzi risulta piuttosto banale.

Forse la direzione presa dalla Husson è quella di un riferimento a momenti d’altro tempo che, però, invece di essere solamente poetici e fini a sé stessi, avrebbero potuto osare e raccontare di più.

E poteva essere sfruttato maggiormente anche il cast, come detto, pieno di volti noti che tendono a perdersi e mimetizzarsi con il contorno.


Veronica Ranocchi

sabato, settembre 25, 2021

A proposito de Il buco di Michelangelo Frammartino

Il buco

di Michelangelo Frammartino

genere, documentario

Italia, Germania, Francia, 2021

durata, 93


Sottoposto a continue sollecitazioni il cinema contemporaneo sembra aver dimenticato l’importanza e i significati relativi alla scelta del punto in cui collocare la macchina da presa. Il buco di Michelangelo Frammartino c’è lo ricorda a partire dalla sequenza iniziale, quella ripresa nel poster del film: guardare il mondo che sta per nascere dall’interno della grotta e non viceversa fa tutta la differenza del mondo. Posizionare la mdp nello spazio recondito anziché in superficie per iniziare a raccontare la storia della misteriosa spedizione di un gruppo di speleologi nel sud d’Italia ci dice che quello che stiamo per vedere è un punto di vista interno a quei luoghi, come se a raccontarli non fosse un testimone arbitrario ma un vero e proprio Genius Loci. Un particolare, questo, che crea uno scarto nella lettura del film e nella coerenza delle sue immagini.

Carlo Cerofolini

IL SILENZIO GRANDE

Il silenzio grande

di Alessandro Gassmann

con Massimiliano Gallo. Margherita Buy, Marina Confalone

Italia, Polonia, 2021

genere: commedia

durata: 107’

Dopo il teatro, “Il silenzio grande” arriva sullo schermo, sempre grazie a Alessandro Gassmann che, dietro la macchina da presa, dirige con maestria pochi attori in uno spazio più o meno delimitato.

Presentato alle Giornate degli Autori al Festival di Venezia, il film ha, fin da subito, riscosso un buon successo.

Grande merito, oltre che al cast, ben selezionato e ben assortito, va anche alla location, vera e propria protagonista a tutti gli effetti.

Tutto ruota intorno a una famiglia che vive nella bella, e allo stesso tempo fredda, Villa Primic a Napoli, con vista su Capri. Un’abitazione, però, che Rose (Margherita Buy) ha deciso di mettere in vendita perché offuscata e messa in ombra dalla “presenza” e notorietà del marito Valerio (Massimiliano Gallo), affermato scrittore, da tempo rintanato nel proprio studio che altri non è che una biblioteca che accoglie un incredibile numero di volumi di letteratura. Ma non solo. Lo studio di Valerio ben si presta anche ad ospitare dialoghi, confessioni e segreti dei vari personaggi che si decidono a confidarsi con il padre, rivelando quanto di più segreto c’è in loro. Ma cosa potrà fare il povero Valerio per aiutarli? Il suo unico punto di appiglio, dopo essere venuto a conoscenza di tante rivelazioni, non del tutto positive, da parte della moglie e dei due figli, Adele e Massimiliano, è la domestica Bettina (Marina Confalone), perfetta spalla per il protagonista tanto da diventarlo lei stessa in alcuni frangenti.

Un Gassmann molto abile porta sullo schermo una storia teatrale che ben si presta anche ai tempi del grande schermo, facendo leva su interpreti validi che conferiscono ai propri personaggi quel qualcosa in più.

A tratti mantiene le tempistiche dello spettacolo dal vivo, ma la capacità di mascherare la “conclusione” del film attraverso la regia è il punto a favore di quella che è a tutti gli effetti una commedia, seppur in grado di far riflettere al pari di un dramma.

Piccolo e divertente cameo anche per lo stesso regista che, sempre sfruttando le tecniche cinematografiche, riesce a inserire il suo personaggio.

Uno spazio e un tempo non ben definiti, se non dai colori e dagli elementi intorno ai personaggi. Ma è proprio questa asetticità a dare quel qualcosa in più al film. Oltre a questo, naturalmente, come già detto, c’è da segnalare un cast sempre all’altezza e mai sopra le righe che seguendo la macchina da presa, e facendosi seguire da essa, trasporta lo spettatore nella stessa Villa Primic. Una villa che viene, a tratti solo accennata, e questo alone di mistero fa sì che molti dei segreti si possano nascondere proprio fra le mura di quella che, a tutti gli effetti, diventa parte integrante del cast del film. Ad aleggiare su di essa, e sulla biblioteca in particolare, quei tanti silenzi piccoli che, col tempo, hanno dato vita a un silenzio fin troppo grande che chissà che qualcuno non riesca, prima o poi, a colmare.


Veronica Ranocchi

venerdì, settembre 24, 2021

ANCORA PIU' BELLO

Ancora più bello

di Claudio Norza

con Ludovica Francesconi, Giancarlo Commare, Gaja Masciale

Italia, 2021

genere: commedia

durata: 112’

Tornano le “avventure” di Marta. Dopo il grande successo di “Sul più bello” diretto da Alice Filippi e tratto dall’omonimo romanzo di Eleonora Gaggero, la giovane protagonista affetta da mucoviscidosi, una rara malattia, fa di nuovo capolino sullo schermo. Il secondo capitolo, “Ancora più bello”, diretto da Claudio Norza, non riesce, però, purtroppo a mantenere alte le aspettative.

Marta, che nel primo capitolo, aveva lottato con le unghie e con i denti per vivere la propria storia d’amore con il bell’Arturo, in questo nuovo film ha già dimenticato l’ex ed è felicemente fidanzata da alcuni mesi (come ci dice lei stessa in voice over all’inizio) con Gabriele. La storia d’amore tra i due sembra procedere per il meglio finché al ragazzo non viene fatta una proposta di lavoro che prevede il trasferimento a Parigi per 10 mesi. Marta lo spinge ad accettare proponendo di vivere una relazione a distanza, ma, complici tutta una serie di imprevisti, la storia non sembra andare per il meglio. In parallelo continuano a svilupparsi anche le storie dei due amici di Marta che danno vita a delle sottotrame che aiutano a conferire leggerezza all’intera vicenda.

Un secondo capitolo, insomma, che, nel tentativo di mantenere toni e colori del primo film, non riesce a eguagliarne il successo. Una storia il sui risultato non è fresco come il precedente, nel quale la malattia di Marta era il centro dal quale si diramavano tutta una serie di situazioni in grado di conferire comunque leggerezza all’intera narrazione.

Inevitabile, quindi, il paragone con il primo film, soprattutto considerato il grande successo e la grande riuscita di “Sul più bello”.

Tutti gli elementi che avevano reso fresca, frizzante, leggera, ma anche appassionante la storia di Marta nel primo capitolo, qui vengono meno. Tutti quei punti di forza che tanto avevano reso speciale la storia di questa giovane ragazza “sfortunata” vengono accantonati in favore di caratteristiche ed elementi che, invece, sanno di già visto e che, pur non essendo del tutto negativi, appaiono scontati se si paragonano alle scelte registiche di “Sul più bello”. Un confronto che, a cose normali, non andrebbe fatto, ma che risulta, come detto, inevitabile per capire la direzione presa dalla storia, soprattutto se si considera che è già previsto un terzo capitolo, nel quale il rischio di inciampare è sempre più elevato.

Altra “piccola” nota dolente di “Ancora più bello” è il cambiamento della caratterizzazione dei personaggi, o meglio di un personaggio: la protagonista. Quella che tutti hanno amato in “Sul più bello” è la spensieratezza, seppur nei limiti della sua condizione, di Marta: una ragazza giovanissima che, nonostante tutto quello che le è successo fino a quel momento, non si piange addosso. Anzi, tutto il suo entusiasmo e tutta la sua energia, sprigionati nell’ora e mezzo di film, sono talmente forti che investono completamente chiunque decida di guardare la pellicola. Dopo aver visto “Sul più bello” si esce ancora più freschi dalla sala. Cosa che, purtroppo, non si può dire di “Ancora più bello”.

L’Amélie italiana, come molti l’hanno definita, per il taglio di capelli e per i colori è comunque un personaggio interessante, in grado di dar vita a interessanti riflessioni su temi forti e attuali. E il tutto sempre con la freschezza che la contraddistingue. Ma forse da questo sequel ci si aspettava di più.


Veronica Ranocchi

SUPERNOVA

Supernova

di Harry Macqueen

con Colin Firth, Stanley Tucci, James Dreyfus

Gran Bretagna, 2020

genere: 2020

durata: 95’

Una meteora più che una supernova il film diretto da Harry Macqueen con protagonisti Colin Firth e Stanley Tucci.

La storia è quella di una coppia di sessantenni, Sam (Firth) e Tusker (Tucci), compagni da una vita e innamorati l’uno dell’altro. Il primo è un pianista affermato, il secondo uno scrittore di romanzi di successo. Purtroppo, però, Tusker scopre di essere affetto da demenza precoce e decide di compiere, insieme al proprio compagno, un viaggio in camper che ripercorra luoghi e persone della loro vita.

In questo viaggio, però, verranno fuori alcuni dubbi che daranno vita a delle riflessioni da entrambe le parti.

Un road movie che ruota unicamente e interamente attorno ai due protagonisti e al rapporto di amore che li lega. Non ci sono indicazioni né temporali né spaziali, solo deducibili dal contorno e dal contesto. I personaggi secondari sono un numero davvero esiguo, tanto da non oscurare mai e in nessuna circostanza Sam e Tusker.

Il loro rapporto viene dato per scontato fin dai primi momenti e dalla prima sequenza. Siamo già, fin dai primi istanti, immersi nel “problema” e nella malattia di Tusker. Il suo modo di fare che, in un primissimo momento, può apparire come sopra le righe o esagerato nei confronti di un compagno che, invece, sembra continuamente prodigarsi per lui, è “spiegato” immediatamente dopo attraverso il disvelamento, sempre tra le righe, della malattia. I due ne parlano in un modo che fa comprendere che ne siano ormai a conoscenza da tempo. Ma non è dato sapere al pubblico quando e come. Ed è un peccato perché è come se mancasse un pezzo del puzzle. Fin troppo immerso nella vicenda, da subito in medias res, lo spettatore non sa come rapportarsi nei confronti di due personaggi che, per quanto bravi nell’interpretazione, rimangono in qualche modo distanti. Non si conosce il background, non si sa niente di più specifico sulla malattia di Tusker, non sappiamo i loro rapporti pregressi e, per questo, diventa difficile instaurare un rapporto di empatia sia con l’uno che con l’altro.

Un po’ “The Leisure Seeker” alla Virzì, anche “Supernova” è un film che deve tanto ai due interpreti. Il collante e il punto di forza di una narrazione alla quale manca qualcosa. Peccato perché le interpretazioni dei due sono interessanti ed efficaci, in ogni momento. Ma non bastano a compensare una sceneggiatura priva di alcune spiegazioni e di alcuni momenti che avrebbero meritato di essere mostrati, se non addirittura approfonditi.

Il peso che Tusker porta con sé lo trasmette a chi guarda fin dal primo istante, ma è troppo presto e questo fa sì che lo spettatore arrivi al termine della visione “affaticato”, senza provare quella liberazione o leggerezza che, anche se in negativo, avrebbe dovuto provare.

Grandi potenzialità e grandi aspettative per un film che, invece (e purtroppo), stanca.


Veronica Ranocchi

giovedì, settembre 23, 2021

A proposito di Titane di Julia Ducornau.

Titane

di Julia Ducornau

con Agathe Rousselle, Vincent Lindon

Francia, 2021

genere, drammatico, horror, fantascienza

durata, 108'


Nella prima sequenza del suo film Julia Ducourneau stabilisce un rapporto doppio e opposto. Quello interno, viscerale e nascosto di Alexia con gli “organi caldi” del motore dell’auto su cui sta viaggiando assieme al padre. E poi l’altro, superficiale, divisorio e privo di calore, del genitore rispetto alla figlia seduta dietro di lui. Interrotto prima del suo farsi il senso della scena si inserisce in Titane come una sorta di coito interrotto. Una mancanza di sfogo a cui Julia Ducournau darà compimento agognando un unione dei corpi prima fisica e poi spirituale. In questo senso Titane è un film di superficie/i - anche dal punto di vista visuale -, in cui gli istinti vengono prima di ogni ragione.

Carlo Cerofolini

mercoledì, settembre 22, 2021

DUNE (2021)

Dune

di Denis Villeneuve

con Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac

USA, Ungheria, Canada, 2021

genere: avventura, fantascienza, drammatico

durata: 155’

Parlare del nuovo e attesissimo film di Villeneuve, presentato a Venezia, è tutt’altro che semplice.

Dovendo scegliere un aggettivo, sicuramente “imponente” è quello che più si avvicina al concetto. Un film tanto atteso quanto poi apprezzato da pubblico e critica. Già David Lynch, negli anni 70, aveva fatto un primo tentativo: quello di portare sullo schermo il grande successo letterario di Frank Herbert. Ma con scarso successo. Addentrarsi, quindi, in un’opera del genere, dopo i vari tentativi già fatti in passato non era scontato. Ma Denis Villeneuve è ormai abituato al genere così come è abituato a toccare grandi must del cinema (vedi Blade Runner 2049).

Siamo in un futuro distopico dove il duca Leto Atreides, padre di Paul, accetta la gestione di un pericoloso pianeta, Dune, unica fonte di una droga in grado di allungare la vita e fornire eccezionali capacità mentali. Ma, viste le potenzialità della spezia, ci saranno anche altri contendenti.

Insomma personaggi, tematiche e dinamiche si intrecciano in quella che si trasforma in una vera e propria avventura e in uno scontro per il potere.

Una delle abilità di Villeneuve è anche quella di essere riuscito a inserire riferimenti al contemporaneo in un’opera che, per certi versi, si presta a questo tipo di lavoro. Dall’ecologia agli scontri per la spezia e per il potere, gli accenni del regista alla società contemporanea sono molteplici.

A livello, invece, di tematiche si possono ritrovare tutte quelle tipiche del cinema di fantascienza e quelle del cinema d’avventura. Il filo conduttore che tiene in piedi un’opera di 2 ore e 35 minuti è quello di uno scontro. Uno scontro che inizialmente sembra quello tra due fazioni, ma che, con l’andare avanti della vicenda, si trasforma in qualcosa di più. Uno scontro con sé stessi e con le proprie paure, debolezze, incertezze.

Un’ambientazione “neutra”, nuda e scarna che aiuta, da questo punto di vista, lo spettatore a entrare in sintonia con i personaggi e capirne le dinamiche (solo talvolta un po’ rallentate). Personaggi ben caratterizzati e interpreti riusciti. Un Paul Atreides, interpretato da Timothée Chalamet, che si pone domande, si interroga su sé stesso e sul futuro. E questo contrasto interno è ben reso dal giovane attore che soffre internamente e, con lui, lo spettatore.

A fare da cornice a una vicenda che, come pecca, ha forse il fatto di dare troppo per scontato alcuni passaggi, soprattutto per i non lettori o appassionati del genere, c’è la musica di Hans Zimmer che richiama un mondo futuro, incerto e pieno di dubbi e domande.

Abilissimo il regista nel rendere lo spazio e il tempo come entità quasi del tutto prive di connotazioni. Quello che Herbert dipinge come qualcosa di infinito e indefinito è reso in maniera praticamente perfetta dagli scenari privi di connotazioni, ma che, anzi, richiamano questa asetticità voluta.

Un primo capitolo e una lunga introduzione necessaria che getta le basi per quella che Villeneuve ha anticipato essere una trilogia e che darà lo spazio e il tempo necessario ai vari protagonisti.

Intanto gli spettatori, protagonisti incontrastati, hanno tutto il tempo che serve per vivere un’avventura fuori dall’ordinario.


Veronica Ranocchi

Margherita Buy e il connubio con Nanni Moretti, regista di Tre piani

Partecipando a quattro dei 13 film diretti da Nanni Moretti Margherita Buy ne è diventata attrice feticcio, figura emblematica del disagio esistenziale raccontato dal regista romano. Pù che un alterego la Buy è una sorella maggiore, unica, tra tanti, in grado di intercettarne le nevrosi e contenerne le esuberanze. A differenza di Laura Morante, compagna di gioventù e specchio di un mondo già allora al di fuori di qualsiasi portata. Carlo Cerofolini


domenica, settembre 12, 2021

QUI RIDO IO

Qui rido io

di Mario Martone

con Toni Servillo, Maria Nazionale, Cristiana Dell’Anna

Italia, Spagna, 2021

genere: biografico, drammatico

durata: 133’

“Qui rido io” è la frase identificativa di Eduardo Scarpetta. Ma non solo. È anche il titolo del nuovo film di Mario Martone, in concorso a Venezia, con uno strabiliante Toni Servillo protagonista nei panni del grande attore di teatro.

Al centro del film di Martone c’è la storia di Eduardo Scarpetta, noto attore e commediografo napoletano che, nei primi anni del XX secolo, è al culmine del proprio successo grazie al personaggio di Felice Sciosciammocca che aveva oscurato e superato quello di Pulcinella. Le sue commedie riscuoto enorme successo, aiutato dalla sua numerosa troupe che può contare anche nell’aiuto e nella partecipazione della sua famiglia, tra cui Maria, Vincenzo e Domenico, figli della moglie Rosa e degli altri “figli”, nati da una relazione extraconiugale con Luisa, la nipote di Rosa: Titina, Eduardo e Peppino De Filippo.

Tutto sembra procedere nel migliore dei modi finché, a Roma, Eduardo non si imbatte nel dramma firmato Gabriele D’Annunzio de “La figlia di Iorio”. Immediatamente il commediografo ne vede una parodia che inizia a scrivere e presenta direttamente al Vate, nella speranza di una sua approvazione che arriva solo verbalmente. Ottenuto quello che lui considera un via libera, Scarpetta comincia a mettere in scena “Il figlio di Iorio”, parodia del dramma dannunziano. Durante la prima, però, un gruppo di intellettuali vicini a D'Annunzio iniziano a protestare contro Scarpetta, accusandolo di aver plagiato l’opera originale per mettere in cattiva luce il poeta. Eduardo è costretto a interrompere il tutto e presentare al pubblico i suoi personaggi più celebri nella speranza di mettere una toppa al fatto. Nonostante ciò, questo è considerato un vero e proprio momento di svolta al quale fa seguito la prima storica causa sul diritto d’autore in Italia.

Una storia “alla Martone” nella quale il regista riesce a raccontare un fatto in un modo che solo lui sa usare con efficacia. Reduce da un altro titolo strettamente legato al mondo del teatro e con il rischio di ripetersi o di cadere nel “banale” raccontando una storia del genere, il regista realizza, invece, un film destinato a catturare un vasto pubblico e a incuriosirlo. Andare a documentarsi su questi grandi maestri del palcoscenico è la prima cosa che viene naturale fare dopo essere usciti dalla sala. Martone è riuscito, ancora una volta, a portare il teatro al cinema, senza essere ridondante, esagerato o superficiale.

I personaggi sono tutti ben delineati: ognuno ha il proprio ruolo e ognuno porta con sé una propria evoluzione e un proprio sviluppo, funzionale al proseguo della storia generale, ma anche di quella personale. Come nel caso di Eduardo De Filippo, ben caratterizzato anche se ancora giovanissimo, con lo sguardo già rivolto verso il futuro e una strizzata d’occhio allo spettatore che, naturalmente, ne conosce la storia.

La menzione speciale, però, da fare è quella a un Toni Servillo più che brillante. La sua interpretazione di Eduardo Scarpetta è una di quelle interpretazioni con la i maiuscola e che fa ben comprendere la grandezza, la potenza e il carisma di un grande uomo di spettacolo quale era il commediografo. Sulle scene in un modo e nella vita privata in un altro. Sempre comunque una figura “dominante” che l’attore ha saputo tratteggiare al meglio, dando vita forse a una delle sue migliori performance.


Veronica Ranocchi

domenica, settembre 05, 2021

IL COLLEZIONISTA DI CARTE

Il collezionista di carte

di Paul Schrader

con Oscar Isaac, Tye Sheridan, Tiffany Haddish

USA, 2021

genere: drammatico, thriller

durata: 112’

Titolo in parte fuorviante per il nuovo film di Paul Schrader presentato in concorso per il Leone d’Oro a Venezia.

Protagonista è un eccellente Oscar Isaac, nei panni di William Tell, ex carceriere di Abu Ghraib finito in prigione in seguito ad alcune violazioni dei diritti umani. Uscito dal carcere, l’uomo si guadagna da vivere come giocatore di poker professionista, avendo imparato a giocare e a contare le carte proprio in cella. Un giorno, tra un casinò e l’altro, William si reca ad un convegno della polizia tenuto da colui che riconosce come il suo vecchio istruttore che, a differenza sua, non è mai stato punito per i crimini commessi. Al convegno William viene riconosciuto da un ragazzo, Cirk, figlio di un ex torturatore che, come il protagonista, è stato istruito dal maggiore, ma che ha “portato con sé” le tecniche apprese diventando violento e arrivando a picchiare moglie e figlio prima di togliersi la vita. Cirk è deciso a vendicare il padre e William cerca di allontanarlo da questo proposito portandolo con sé in giro. Ma non tutto andrà come previsto e anche il protagonista dovrà fare i conti con il passato.

Come i più classici personaggi di Schrader, anche William Tell è un personaggio solo e solitario che non riusciamo mai a conoscere e comprendere fino in fondo. Silenzioso e attento a tutto, William è, per certi versi, un personaggio universale, nel senso che non ha una collocazione e una connotazione ben preciso che lo inquadra e lo vincola in un determinato tempo e luogo.

La scelta di descrivere anche i suoi modi di fare come “anonimi” è sintomatica del personaggio e del peso che esso ha e porta con sé con l’andare avanti della narrazione. Per far risaltare l’azione e le parole di un dato momento, il regista sceglie di rendere tutto asettico, facendo ricoprire al personaggio interpretato da Isaac ogni superficie con un telo bianco legato da dello spago.

Uno dei punti forti del film è sicuramente il poker, spiegato, in più momenti, con la voce fuoricampo del protagonista, in maniera precisa, ma sempre legandolo a precisi momenti da lui vissuti. Un’analogia costante tra il gioco delle carte, e del poker più precisamente, e il carcere. Analogie e simboli che soprattutto gli amanti di questo gioco possono apprezzare per tutta la durata del film.

Interessante è il rapporto che si viene a instaurare tra William e Cirk, che, nel giro di pochissimo tempo, diventa quasi un figlio per il protagonista che lui cerca di aiutare e proteggere il più possibile. Cerca di dargli i consigli che potrebbe dargli un padre pur accompagnandolo in un viaggio che sembra non avere una meta e uno scopo, trascorso in costante movimento tra un luogo e l’altro, o meglio tra un casinò e l’altro perché di questo si tratta. I luoghi frequentati da William sono solo i casinò e la sua vita, come suggerito dallo stesso Cirk, alla fine, appare sempre uguale. Ma questo solo all’apparenza.

Molto bravo il cast e tutti all’altezza del proprio ruolo, compreso il ruolo, quasi marginale, di Willem Dafoe, ma quello di Isaac, in primis, è degno di nota. Un personaggio disegnato su di lui che, agendo nella maggior parte dei casi, in silenzio, non ha bisogno di accessori per essere efficace. Basta uno sguardo e una presenza che, senza batter ciglio, funzionano.

Ultima, ma non per importanza, la rappresentazione del passato, un mix tra ricordi e incubi, resi da una messa in scena che fa precipitare anche lo spettatore in un vero e proprio vortice, senza appigli e senza riferimenti spazio temporali. La sofferenza è ancora più vera e cruda in questo modo. In un modo che solo Schrader poteva descrivere.

Forse non il favorito al Leone d’oro, ma un film da non perdere.


Veronica Ranocchi

lunedì, agosto 30, 2021

COME UN GATTO IN TANGENZIALE - RITORNO A COCCIA DI MORTO

Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto

di Riccardo Milani

con Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Luca Argentero

Italia, 2021

genere: commedia

durata: 109’

Antonio Albanese e Paola Cortellesi tornano, ancora una volta, insieme sullo schermo per il sequel di una commedia italiana molto apprezzata: Come un gatto in tangenziale.

In questo secondo capitolo i due attori tornano a interpretare rispettivamente, Giovanni e Monica. Il primo, che all’inizio del primo film sta conducendo per conto del Parlamento europeo uno studio sulla situazione delle periferie italiane, separato da Luce con la quale ha avuto Agnese, in questo secondo film sta preparando uno spazio dedicato alla cultura, insieme alla sua attuale compagna. Monica, invece, è la mamma di Alessio, ex fidanzatino di Agnese, che ha un primo incontro “particolare” con Giovanni e con il quale si instaura, però, un legame, inizialmente dovuto ai figli e poi a qualcosa di più.

La storia riprende tempo dopo con Giovanni che, appunto, si sta occupando della realizzazione di “Spazio Vivo”, mentre Monica viene arrestata a causa di un furto perpetrato dalle sue sorellastre gemelle, taccheggiatrici, che hanno nascosto la refurtiva nel negozio della protagonista. Monica chiede, quindi, aiuto a Giovanni che cerca di fare il possibile e viene nominato garante della donna che, invece del carcere, dovrà scontare un periodo di lavori socialmente utili in una comunità. Qui incontra, oltre alle suore, a dei volontari e alle persone che hanno bisogno degli aiuti della comunità stessa, anche il parroco, don Davide. E, nonostante i suoi modi di fare, entrerà presto nel cuore di tutti.

Un secondo capitolo che comunque diverte, come nelle più classiche delle commedie, tra equivoci e battute pungenti, ma che, al contempo, cade anche un po’ nel banale.

Appare, infatti, un po’ scontata la conclusione dei personaggi (che poi in realtà non si può nemmeno considerare una conclusione a tutti gli effetti), che, pur restando fermi nei propri principi, si adattano forse troppo a una narrazione che vuole dare forse troppo.

La sensazione è quella che si voglia cercare di migliorare e modellare una storia che, invece, non ne aveva né il bisogno né la necessità. I personaggi di Giovanni e Monica hanno funzionato molto bene nel primo capitolo, così all’opposto e così agli antipodi, e potevano funzionare altrettanto bene anche nel secondo “in autonomia”, senza essere, per forza di cose, legati e ancorati a dinamiche a loro estranee.

Il fulcro e il punto di forza di questa commedia era proprio l’essere leggera e spensierata. Nel sequel, invece, questa spensieratezza e questa leggerezza fine a sé stessa si perde. La direzione che il film prende sembra essere quella di voler portare lo spettatore a riflettere e interrogarsi su dinamiche attuali, del quotidiano, che, attraverso i personaggi, rispecchiano quello che vediamo tutti i giorni. E così, anche se in maniera comunque ironica e divertente, la morale di Monica è “smussata” e le sue azioni non hanno più lo stesso peso che avevano nel primo capitolo.

Si tratta comunque di una commedia piacevole che, seguendo il filone del successo del primo film, si mantiene in linea e continua a presentare personaggi iconici con momenti davvero esilaranti. Ma, viste le premesse, forse si poteva andare in un’altra direzione.


Veronica Ranocchi

martedì, agosto 24, 2021

FREE GUY - EROE PER GIOCO

Free Guy – Eroe per gioco

di Shawn Levy

con Ryan Reynolds, Jodie Comer, Joe Keery

USA, 2021

genere: commedia, fantastico, avventura

durata: 115’

La giusta miscela di azione e divertimento con un pizzico di attualità e di fantastico è quello che dà vita al film dell’estate: “Free Guy – Eroe per gioco”.

Ryan Reynolds è il protagonista indiscusso di una storia adrenalinica, adatta a tutti, anche se principalmente indirizzata ai più giovani, e che fino all’ultimo istante mantiene lo spettatore incollato allo schermo, pur se consapevole di determinate scelte e svolte narrative.

Guy (Reynolds) è il personaggio di un videogioco originariamente ideato da due giovani programmatori, Millie e Keys, ma che in realtà è stato sottratto ai due per essere inserito all’interno di “Free City” da un potente editore, Antwan, che se ne è preso i meriti. Mentre i due cercano di fare il possibile per riprendere possesso della propria creazione, il personaggio di Guy acquista improvvisa coscienza di sé e comincia a comportarsi come un essere umano. Questa consapevolezza, che lo contraddistingue da tutti gli altri personaggi del gioco, sarà la chiave di svolta della vicenda che permetterà ai giovani di avere un ulteriore appoggio per riprendere ciò che spetta loro di diritto. Da mero personaggio di contorno Guy, o meglio Camiciola Guy, come iniziano a chiamarlo tutti gli altri, diventa un vero protagonista, anzi un eroe. Quell’eroe che tutti vogliono incontrare e provare ad emulare. E pensare che tutto questo Guy inizia a farlo per amore.

Quello impersonato da Reynolds è un eroe puro, un eroe pulito che, un eroe che, come lui stesso lo ha definito, è un adulto di 4 anni. Non ha problemi e non se ne crea, pensa sempre che ci sia una soluzione semplice e positiva per tutto. Il suo unico scopo, al di là dell’amore e dell’aiuto che vuole dare alla sua “fanciulla in pericolo”, è solo quello di fare la cosa giusta per più persone possibili.

Un importante punto a favore del film è l’alternarsi di termini tecnici e magari incomprensibili ai più con brevi spiegazioni che aiutano a capire quello che si vede sullo schermo. I due creatori, Antwan e tutte le persone che lavorano nel grande centro parlano tra loro utilizzando termini propri del videogioco, visto e considerato come un vero e proprio fenomeno di massa in tutto il mondo, in grado di fermare qualsiasi evento o manifestazione, ma Guy non riesce a stare al passo. Per lui la realtà non esiste ed è inconcepibile pensare di non farne parte. Per questo non riesce spesso a seguire quello che la bella Molotov Girl tenta di spiegargli. Ma è grazie a questo che lo spettatore, invece, riesce a seguire meglio lo svilupparsi della vicenda.

Menzione speciale, poi, ai dettagli che richiamano altri nomi e titoli del cinema contemporaneo. In particolare il ruolo di Channing Tatum, avatar felicissimo di essere derubato dal famigerato Camiciola Guy, ma ancora il riferimento a Star Wars e, su tutti, il cameo di Chris Evans chiamato in causa nel momento in cui il protagonista decide di ricorrere al famigerato scudo di Capitan America per difendersi dagli attacchi del nemico.

Insomma “Free Guy” è sicuramente una ventata di freschezza nell’ennesima estate “strana” che, a discapito delle apparenze e delle aspettative, si rivela essere un film ben costruito e ben congegnato. Non è il semplice film fine a sé stesso, ma un’opera dove gli effetti speciali che la fanno da padrona non superano mai la soglia del “troppo”, ma seguono il percorso dei personaggi. Poteva essere rischioso realizzare un film del genere. Accostare realtà virtuale, videogiochi e simili alla settima arte è stato spesso sinonimo di insuccesso, ma non si può dire altrettanto per il film di Shawn Levy che trae grande aiuto anche dal cast. Oltre a un Ryan Reynolds al top, mai sopra le righe e con la capacità di non ancorarsi troppo al personaggio, ma di disegnarlo a poco a poco, il regista può contare su volti noti e conosciuti soprattutto dal pubblico più giovane. Da Jodie Comer a Joe Keery arrivando a Taika Waititi. Insomma: impossibile sbagliare.


Veronica Ranocchi

sabato, agosto 21, 2021

BECKETT

Beckett

di Ferdinando Cito Filomarino

con John David Washington, Alicia Vikander, Vicky Krieps

Italia, Brasile, 2021

genere: thriller

durata: 108’

Solo contro tutto e tutti. Ecco cos’è “Beckett”. Il film di Ferdinando Cito Filomarino disponibile su Netflix e con protagonista John David Washington.

La storia è apparentemente semplice. Washington è Beckett, un giovane americano in vacanza con la fidanzata April in Grecia. Tutto sembra procedere nel migliore dei modi fino a un incidente in auto: Beckett, per la troppa stanchezza, si addormenta alla guida; l’auto nella quale si trovano lui e la fidanzata precipita e quest’ultima perde la vita. Lui, invece, sopravvive. Da quel momento nulla sarà più come prima. L’uomo si troverà a fuggire da chiunque, civili e non, alla disperata ricerca dell’ambasciata americana.

Quella davanti alla quale lo spettatore si trova guardando “Beckett” è una vera e propria caccia all’uomo. Il protagonista è completamente solo e abbandonato a sé stesso, non può contare su nessuno e non può fidarsi di nessuno. Inizialmente cerca di trovare supporto e conforto, ma capisce subito che non può né fidarsi né essere aiutato perché chiunque gli si avvicini per prestargli soccorso è destinato a subire importanti e gravi ripercussioni.

A mescolarsi nella storia, oltre allo smarrimento di Beckett (e con lui anche dello spettatore) ci sono varie tematiche. Quello che nasce come “semplice” thriller è in realtà qualcosa di più. Accanto alle (dis)avventure del protagonista si vanno a mescolare questioni politiche, sociali e tanto altro che Filomarino cerca di condensare in quasi due ore.

Ciò che colpisce, però, in primo luogo, è l’asetticità che, invece di essere un punto a sfavore, è un qualcosa di positivo. Beckett è un uomo qualunque che, come sottolineato anche nel film stesso, si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Accanto a lui niente, nel senso che il luogo nel quale si ritrova è la Grecia, ma potrebbe essere qualsiasi altro luogo. L’unico elemento che caratterizza il posto è il fatto che quasi nessuno parla inglese. È questa l’unica discriminante che fa comprendere l’estraneità del luogo. E come è estraneo per Beckett lo è anche per chi guarda il film. Anche lo spettatore non comprende quello che sta succedendo, sia perché accade tutto all’improvviso senza il minimo preavviso o sospetto sia perché, come il protagonista, anche noi siamo nella stessa posizione: non conosciamo il luogo né la lingua. Un bel tentativo, quindi, per immedesimarsi nel personaggio al centro del film, anche se, naturalmente, portato all’estremizzazione. Pensare al percorso rocambolesco di Beckett può, per certi versi, far storcere il naso, ma, per certi altri, strizza l’occhio a tanti titoli che lo hanno preceduto e dai quali trae ispirazione.

Un film moderno, ma d’altri tempi. O un film d’altri tempi, ma moderno? Sicuramente un lavoro che pone lo spettatore di fronte a vari interrogativi e a cercare di mettere insieme alcune situazioni al limite dell’assurdo che non rendono poi troppo credibile la vicenda. Accanto a questi dubbi, e a fare da contraltare agli elementi positivi del film, c’è anche una recitazione di John David Washington talvolta sopra le righe che in alcuni frangenti fa empatizzare immediatamente, mentre in altri fa storcere il naso.

Sicuramente un film che tiene incollati allo schermo (uno grande possibilmente) e che porta anche a riflessioni più grandi di quelle che effettivamente sono. Nascoste tra le righe, a volte nemmeno troppo, le domande e le tematiche portate avanti da Filomarino sono tante e meriterebbero un approfondimento a parte.


Veronica Ranocchi

mercoledì, agosto 18, 2021

Invisibili: Tilt

 Tilt

di, Kasra Farahani

con. Joseph Cross, Jessy Hodges, Elijah Collins, Billy Khoury, Christian Calloway, Kyle Koromaldi

USA 2017 

durata, 100’





I’ve been thinking for days

about the means and the ways

— Filastrocca —



Dal momento che, da inguaribili dissipatori, siamo abituati a largheggiare, non ci scompone più di tanto annoverare il complottismo sì tra le masturbazioni travagliate - a dire tanto laboriose quanto insoddisfacenti - tenendo però presente, a mo’ di spasmo non del tutto velleitario, uno dei suoi ingredienti nobili (non foss’altro perché foriero di implicazioni ulteriori, talvolta in grado di mettere in luce aspetti ambigui della quotidianità altrimenti sottovalutati o destinati alla dispersione), nel caso di questo “Tilt” di Farahani ricondotto agli albori delle sue sfaccettate epifanie, a dire l’ossessione qualche passo prima che l’intero processo si adagi nel vicolo cieco della paranoia. Condizione che, via via e plausibilmente, si impossessa del in fondo mite Joseph T. Burns/Cross - detto Joe - appartato filmaker dei sobborghi losangelini il quale, come spesso accade, dopo un documentario passato persino per qualche festival [avente come tema la curiosa parabola percorsa dal gioco del flipper/(pinball, in orig.) negli USA a cavallo degli anni Quaranta (pare che una corte fosse giunta a riconoscere per il popolare passatempo, salvo essere poi smentita grazie a una spettacolare dimostrazione pratica, una natura assimilabile a quella del gioco d’azzardo)], stenta a completare l’opera seconda, stavolta centrata sulla tesi per cui il capitalismo - solo metonimicamente - americano, a partire dalla sua cosiddetta Golden Age, corrispondente al periodo successivo alla conclusione del secondo conflitto mondiale, si sia sempre più caratterizzato per una ineguale redistribuzione della ricchezza al cui confronto i correttivi proposti allo scopo di contenerne gli eccessi hanno finito per rivelarsi, più che altro, artifici retorici, strumenti di una propaganda allo stesso tempo pervasiva e ingannevole. Apprensivo e scettico rispetto alla forma che il mondo ha assunto intorno a lui e di cui, invero sconcertato, contempla l’imperturbabile assurdità di talune sue casuali manifestazioni (un fastidioso fetore si spande per casa fino a portare alla luce, nell’intercapedine tra il pavimento e il terreno, il cadavere di un topo in avanzato stato di decomposizione; le piante del suo piccolo giardino, nonostante le assidue cure, hanno l’aria di rifiutarsi di crescere; si ritrova addebitato un servizio telefonico dall’onere del quale non riesce a districarsi, et.), quanto caparbio e assorbito dalla elaborazione delle proprie, assai critiche, contro-deduzioni, quella che per Joe avrebbe dovuto essere, in fondo, niente altro che un’altra tappa sul tragitto di una carriera ancora tutta da costruire, uno slittamento cognitivo dopo l’altro prende ad assumere i connotati di una vera e propria missione intellettuale atta al riconoscimento unanime di quella leggendaria verità-di-fondo ogni volta negletta o fraintesa dalla sedicente realtà (leggi: strumentalizzata dal cosiddetto sistema) e di cui egli si sente, al tempo, depositario e araldo.



Ciò non bastasse a radicare lo smarrimento e a seminare i grani di una angosciosa instabilità nell’intrinseco puntilismo di un evento esistenziale isolato, di per sé consegnato all’anonima irrilevanza della ordinarietà contemporanea, si deve aggiungere, da un lato, la figura di Janet/Hodges, giovane compagna, infermiera in dolce attesa, ragazza premurosa ma non esente da quell’estro tipicamente femminile con naturalezza incline a coniugare capacità di ascolto e scaltro pragmatismo in un ibrido tanto compassionevole quanto ambiguo; dall’altro, il ricorrente riaffacciarsi alla memoria del nome di un tal Chusuke Hasegawa, tizio che Joe non riesce a collocare con esattezza tra i ricordi ma che per qualche ragione non gli suona estraneo e le cui tracce prova a ricostruire in Rete, scoprendone infine il decesso in circostanze misteriose - e nei panni autentici, secondo varie agenzie di stampa, di un turista giapponese - sul suolo hawaiano tempo prima meta, per lui e Janet, di una breve vacanza. Sotto la facciata dell’equilibrio e della perseveranza, sempre meno convinto della in apparenza placida plausibilità di ciò che costituisce l’impasto dei giorni, Joe, anche per via della impasse creativa in cui versa il nuovo lavoro (ancora allo stadio di coacervo di immagini - spezzoni di spettacoli, film, notiziari, pubblicità sottratti all’oblio dalla memoria storica degli anni ’50 - in cui la allusiva intenzionalità retrospettiva porta a confondere più che a chiarificare, a volte irrita più che persuadere), che dovrebbe sia imporlo all’attenzione di un pubblico più vasto che riscattarlo dallo strisciante sentimento di paziente degnazione riservatogli da parenti e amici, prende quindi ad avventurarsi in lunghe passeggiate notturne durante le quali trova il modo di acquistare allucinogeni, spaventare un povero cristo impegnato in una sessione di bricolage fuori orario, insolentire una ragazza sul piazzale di un mini-market, farsi pestare da tre tiratardi, fissare con insistenza equivoca la sagoma di un senzatetto addormentato sul selciato.



La frustrazione subdola, pedestre, finto svagata, che si mescola come una riga di melma al corso già torbido delle nostre vite dal canto loro ridisegnate dalle correnti di un tardo modernismo tanto impetuoso nelle sue rappresentazioni, quanto, oramai, quasi astratto, metafisico nella attendibilità logica dei suoi presupposti, non di rado briga allo scopo di indirizzarne l’inerzia verso una abulia rassegnata o - vedi il presente caso - presso i territori desolati di una sorta di inquietudine feroce dagli accessi imprevedibili. Farahani, registrando il percorso in discesa dell’ennesimo uomo qualunque di fronte alla vacua accessibilità delle cose, alla loro forzata allegria o per contro alla loro enfatica drammatizzazione (qui è l’avvento dell’era Trump, subìto da Joe con ribrezzo e metabolizzato dai suoi conoscenti in un alternarsi di indifferenza annoiata e sarcastico distacco), alla stracca scipitezza con cui oggi, di base, si prestano alla menzogna e alle divagazioni aleatorie come se niente fosse, come se, tutto sommato, a nessuno importasse davvero più di nulla, insinua, - in modo lineare quand'anche arguto (il daily grind di Joe si snoda secondo i ritmi e le occorrenze di un meccanismo invisibile ma inderogabile a cui, ecco il paradosso nutriente dell’ossessione ricordato all’inizio, solo il progressivo sbriciolarsi delle consuetudini offre quantomeno la possibilità di un punto di vista laterale, benché anticipatore del disastro), al limite di una soavità intellettuale che non esclude la consapevolezza di una resipiscenza tardiva, con ogni probabilità immeritata e sempre più sorella gemella dell’impotenza - l’avvenuto distacco dell’elemento umano dalle proiezioni che egli stesso ha modellato su ciò che lo circonda al fine di circoscrivere profittevolmente i limiti del proprio agire. Del resto - e occorre ribadirlo soprattutto perché è Joe in persona che attorno a esso inanella una serie di sempre più sconsolati ragionamenti - il Capitalismo, nella sua essenza, è sul serio un’allucinazione - chissà: forse anche una patologia del linguaggio, oltreché un deragliamento della psiche - visto che il suo unico scopo, la sua ragion d’essere, tetragona e insindacabile, ossia il conseguimento a qualunque costo della infinite volte citata crescita (e del relativo profitto) a fronte di un contesto limitato quale quello in cui ci è dato vivere, sta lì a dimostrarlo. Modi e maniere per uscirne, quindi, non contemplando un sovvertimento radicale, sembrano in tal senso rientrare ancora in un armamentario desueto o inefficace, per non dire disperato e fuorviante, in specie se si riflette sul fatto che gran parte di quegli strumenti la abbiamo, senza nemmeno troppe afflizioni, barattata con (l’idea) del denaro, con gli oggetti e l’intrattenimento.

TFK