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venerdì, ottobre 05, 2018

ORA E SEMPRE RIPRENDIAMOCI LA VITA


Ora e sempre riprendiamoci la vita
di Silvano Agosti
con Oreste Scalzone, Giovanni Piperno, Silvano Agosti, Franca Rame
genere, documentario
Italia, 2018
durata, 93


Da molti anni a questa parte, o almeno da quelli in cui abbiamo incominciato a seguire le vicende del festival è apparso subito chiaro che per certo cinema italiano - indipendente e lontano dai poteri forti - la manifestazione svizzera costituisce uno spazio anomalo e insperato dove la possibilità di un pensiero libero e non preconfezionato può ancora trovare le attenzioni che gli spettano. Una sorta di asilo cinematografico in cui gli autori più scomodi e meno convenzionali hanno trovato, e ancora trovano, un'insperata e quanto mai preziosa immunità intellettuale. In questa edizione è toccato a Silvano Agosti beneficiare della vetrina festivaliera con uno di quei film che un tempo si sarebbero definiti necessari. "Ora e sempre riprendiamoci la vita" è infatti qualcosa di più che un semplice (per quanto la parola sia poco corretta di fronte al genere in questione) documentario perché l'idea di Agosti, e delle immagini messe in campo dal suo film, è quella di far riflettere lo spettatore sull'eccezionalità - storica, politica e sociale - degli eventi accaduti nel decennio a cavallo tra il 1968 e il 1978. Per essere più specifici ed entrare nel merito dei contenuti trattati, degli anni che si aprono con la battaglia di Villa Giulia a Roma in cui gli studenti romani si scontrarono con la polizia nel tentativo di riconquistare la facoltà di architettura a quelli conclusisi con l'omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse.

Il film di Agosti scandisce la narrazione attraverso i capitoli di un ideale libro di Storia in cui l'elemento documentale è accompagnato dalle testimonianze di alcuni dei protagonisti di quegli avvenimenti, raccolte dallo stesso regista nel corso degli anni e inserite a mo' di commento nell'accurata ricostruzione offerta dalle immagini di repertorio. In questo modo l'alba del 68, salutata in Italia dalla nascita del movimento studentesco e di quella di gruppi della sinistra extraparlamentare quali Potere Operaio, precede senza soluzione di continuità la fase delle manifestazioni di piazza e della radicalizzazione della protesta (all'inizio dei Settanta), con la lotta armata e le stragi di stato (Piazza Fontana, Bologna, Italicus) ad anticipare la fine dell'utopia sessantottina. A prendere la parola sono i testimoni discussi e discutibili (non da Agosti) di quegli anni: parliamo di personaggi pubblici come Oreste Scalzone, Giovanni Piperno, Pietro Valpreda e ancora Franca Rame, Mario Capanna che insieme ad altri meno celebri ma non meno importanti, si rivolgono al loro interlocutore tanto nel ruolo di vittima che in quello di parte in causa e propositiva degli avvenimenti che li riguardano. Se ripercorrerne le biografie sarebbe qui inopportuno, talmente complessi e importanti sono stati i loro interventi nelle cronache di quei giorni per poterli ricostruire in poche righe, ciò che importa è il coro di voci a cui essi danno corpo e al punto di vista che regalano al film.

Convinto che gli anni in questione abbiano rappresentato una vera e propria rivoluzione, pari, se non superiore a quella realizzata moto tempo prima dai "cugini francesi", Agosti, che a quello specifico consorzio umano appartenne, non ha paura di mostrarsi schierato e di offrire una versione di parte in merito ai fatti narrati, inquadrandoli all'interno di un urgenza nata dalla necessità di salvaguardare il prossimo dalle storture e dai delitti compiuti dal potere (politico e governativo, ma anche economico e capitalista) per salvaguardare se stesso e le proprie oligarchie. Se rispetto allo stesso argomento un documentario come "Assalto al cielo" di Francesco Munzi tracciava un resoconto in cui a mettersi in luce erano le ingenuità e contraddizioni insite negli ideali della "meglio gioventù" di quel periodo, "Ora e sempre riprendiamoci la vita" appare più netto e concreto nella sua presa di posizione così come nel disperato tentativo di continuare a lottare, oggi, domai e per sempre. Senza nostalgia ma con l'intento di emozionare e di far riflettere soprattutto i più giovani la lezione di "Ora e sempre riprendiamoci la vita" si inserisce come esempio e monito nel dibattito sulle questioni relative al nuovo corso del nostro paese e solo per questo meriterebbe la distribuzione in sala. Speriamo che questo possa succedere e che al film di Agosti non spetti lo stesso destino subito dai vari "Sangue" di Pippo Del Bono e "Pays Barbare" di Angela Riccci Lucchi e Yervant Gianikian, presentati con successo a Locarno e in seguito messi a tacere per paura della loro libertà.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

venerdì, settembre 28, 2018

LOCARNO 71 - BLACKKKLANSMAN


BlacKkKlansman
di Spike Lee
con Adam Driver, John David Washington, Laura Harrier
USA, 2017
genere, biografico, thriller, commedia, drammatico, giallo, poliziesco
durata, 128'


Come si sa, la presenza a Locarno nella sezione Piazza Grande di "BlacKkKlansman" non è un'anteprima assoluta poiché nel Maggio scorso il film di Lee è passato nel concorso ufficiale del festival di Cannes, portandosi a casa il premio per la miglior regia. Le notizie della buona accoglienza ricevuta dal film e la vittoria di un premio importante non sono però sufficienti a restituire la qualità del lavoro messa in campo per l'occasione dal regista americano, il quale da un po' di tempo sembrava aver perso l'ispirazione, fiaccata dalle polemiche che da sempre contraddistinguono i rapporti del regista con lo show business americano e dalla scelta di progetti che, almeno per quanto riguarda il cinema di finzione, erano apparsi quanto meno discutili (su tutti il remake di "Oldboy" per la scarsa attinenza con l'identità della sua filmografia). Al contrario, la prima cosa che emerge in "BlacKkKlansman" è la volontà di recuperare il tempo perduto ripristinando il paesaggio poetico e sociale presente nelle opere migliori. La prova ci viene dall'utilizzo della trama, poiché la vicenda del poliziotto di colore che si infiltrata nelle file del Ku Klux Klan non risolve le sue prerogative nella fabbricazione dell'indagine dei poliziotti determinati a smascherare le nefandezze della famigerata organizzazione, tantomeno nell'avallo della matrice razzista della Nazione americana raccontata attraverso fatti (storici) realmente accaduti.


L'ambizione di Lee questa volta è diversa: l'afflato militante e le irridenti provocazioni che ne hanno contraddistinto le regie assumono in "BlaKkKlansman" le forme di un vero e proprio sit in cinematografico in cui "la chiamata alle armi" della comunità afroamericana subisce un'accelerazione che la porta a inglobare dentro di sé quello che fin qui è stato l'intero corso estetico, formale e contenutistico dell'autore. In questo senso nella carriera del regista "BlaKkKlansman" potrebbe figurare come una versione personalizzata dell' "8 e 1/2" felliniano in cui le modalità di infiltrazione, i mascheramenti e le indagini svolte dall'eccentrica squadra di poliziotti per entrare nel cuore del famigerato sodalizio vengono scandite da una serie di inserti in cui la condizione sociale e politica della popolazione nera degli anni Settanta (epoca in cui si colloca la vicenda) viene raccontata attraverso le passioni personali e cinematografiche del regista, di volta in volta declinate in vari tipi di forme e generi: della partita, dunque, fanno inevitabilmente parte il pamphlet politico, condensato soprattutto nella sequenza iniziale preceduta dall'inquietante arringa di Alec Baldwin, la commedia stand-up, utilizzata quando si tratta di confezionare l'esilarante sequenza della telefonata con cui Ron Stalworth (John David Washington) si finge uno sbirro bianco e razzista per farsi reclutare all'interno del Klan e, ancora, il tourbillon di generi (il thriller e il poliziesco già frequentati in altre circostanze), di toni (divertiti, divertenti e grotteschi) e di stili di recitazione (da quella compassata e laconica di uno straordinario Adam Driver alle esasperate e quasi caricaturali performance di chi da vita ai personaggi più viscidi e cattivi) per non dire della presenza di altrettanti miti della cultura afroamericana (dalla Blaxploitation ad Harry Belafonte, chiamato a parlare di razzismo e intolleranza davanti a simpatizzanti del movimento rivoluzionario delle Pantere Nere). 


La bravura di Lee (e del suo montatore) è quella di riuscire a far coesistere teorizzazione (si pensi alla presa di posizione nei confronti di "La nascita di una nazione") e pratiche cinematografiche in un contenitore perfettamente coerente e per nulla appesantito dal volume di materiale che vi converge. Vi si aggiunga, poi, la capacità di sfruttare il doppio canale costituto dal dare parola ai personaggi razzisti e a quelli che fingono di esserlo per sottolineare con ancora più veemenza il ridicolo su cui si basano le motivazioni dell'odio razziale. Il tutto con gli anni Settanta presi ad esempio per parlare dell'oggi e per evidenziare con tono polemico quanto poco sia cambiato rispetto a quegli anni in termini di diritti civili e di eguaglianza sociale.

La sequenza conclusiva con le drammatiche immagini degli incidenti avvenuti a Charlottesville nell'agosto del 2017 contrapposte all'imbarazzante commento del presidente Trump sono esemplari nel dirci che Lee ha ancora voglia di combattere e di farlo attraverso nuovi proseliti come per certi versi lo sono Jordan Peele ("Scappa - Get Out") e, un po' a sorpresa visto il target della compagnia di Jason Blum, la Blumhouse Productions, produttori del film.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

domenica, agosto 19, 2018

LOCARNO 71 - RAY & LiZ


Ray & Liz

di Richard Billingham
con  Michelle Bonnard, James Eeles, Sam Gittins
UK, 2018
genere, drammatico
durata, 108'


Ray & Liz di Richard Billingham è uno di quei film che per essere gustati appieno ha bisogno di qualche parola in più d'introduzione poiché la famiglia disfunzionale che viene raccontata nella storia non è solo un'estensione romanzata di quella reale in cui il regista è nato e in parte vissuto, ma la sintesi di un percorso artistico avente sempre come riferimento il medesimo soggetto, seppure mediato dalle tecniche di pittura e soprattutto dalla fotografa di cui Bellingham è diventato maestro (e pure docente in un'importante università dell'Inghilterra). La premessa è significativa perché permette di capire da dove venga il sentimento d'amore e di umana pietas che il regista riserva ai protagonisti, colpevoli agli occhi dello spettatore, ma non a quelli di Bellingham, di una degradazione morale e materiale che neanche l'indigenza della propria condizione sociale potrebbe giustificare. E ancora, per capire come la visione della galleria degli orrori che il film generosamente ci riserva (alcuni dei quali davvero insopportabili e ci riferiamo per esempio alla scena in cui il cane si precipita a saziarsi del vomito uscito di bocca dall'uomo riverso sul divano) non sia una furbizia escogitata dall'autore per fare scandalo, ma una sorta di terapia psicanalitica in cui l'accumulo degli episodi raccapriccianti altro non è che il modo per accelerare una catarsi che diventa pubblica solo in un secondo momento, collegandosi innanzitutto al vissuto personale del regista.

Ciò non toglie che "Ray & Liz" sia un film duro e provocatorio, pensato per mettere lo spettatore a disagio, spiazzato non solo dagli effetti dello shock visivo che il film gli somministra ma anche dal fatto di ritrovarsi di fronte alla versione lisergica del cinema dei vari Ken Loach, Mike Leigh e via dicendo. Questo perché la periferia di Birmingham e i suoi slum diventano un'installazione permanente in cui le soluzioni formali adottate da Billingham (a partire dal formato ridotto dell'inquadratura), cosi come la frantumazione della linearità narrativa, destinata a perdersi e ricongiungersi senza soluzione di continuità, altro non solo che le modalità con le quali il film riesce a far sentire, oltre che vedere, cosa significhi vivere in una dimensione esistenziale in perenne disfacimento. Per chi scrive, una delle sorprese del festival.
Carlo Cerofolini
(ondacinema.it)

domenica, agosto 12, 2018

LOCARNO 71 - A LAND IMAGINED


A Land Imagined
di Yeo Siew Hua.
con Peter Yu, Jack Tan, Luna Kwok, Kelvin Ho.
genere, drammatico 
Singapore,Francia, Paesi Bassi, 2018,
durata, 92’




Se nella scorsa edizione la presenza massiccia del cinema di genere era stato una delle novità più sorprendenti del programma, quest'anno a livello di concorso ufficiale la categoria in questione era ancora latitante. A rompere il digiuno ci ha pensato il regista di Singapore YEO Siew Hua con un'opera che solo in apparenza si risolve nella messa in campo della classica indagine investigativa, giustificata dalla scomparsa di un personaggio e focalizzata sulle ricerche messe in campo da chi ha il compito di ritrovarlo. Siccome la vittima di turno è scelta nell'ambito del sottoproletariato cinese assoldato dalle compagnie industriali che lavorano nelle aree di recupero di Singapore (presenti per rubare terre alle acque dell'arcipelago ed estendere i metri quadri di suolo calpestabile), la storia di "A Land Imagined" si sviluppa quasi subito lungo la direzione di un doppio binario, con la trama poliziesca che rappresenta il motore narrativo, quello che da cui si dipana il detour sensoriale voluto dal regista per amplificare gli orizzonti del suo film, doppiata da un sottotesto politico che ragiona sulle sfruttamento degli immigrati presenti nelle industrie del suo paese e sul sacrificio di vite umane necessario alla messa in opera di nuove aree edificabili.

Considerato che stiamo parlando di una città che è tra i principali centri finanziari del mondo e di una comunità in assoluto tra le più cosmopolite, la scelta di rappresentarla attraverso uno dei suoi aspetti più inquietanti e meno conosciuti non è casuale. Se poi ci mettiamo che a essere protagonisti sono due tipi umani che per necessità (l'operaio) e predisposizione (il detective) si collocano ai margini della società, si capisce quale sia la misura e la forza con cui il film in questione si oppone alla visione dominante delle cose. Ed è proprio la percezione, reale e immaginaria, dell'esistenza dei due protagonisti e la prospettiva dei rispettivi sguardi a far scattare il cortocircuito narrativo che spinge "A Land Imagined" verso territori in cui niente è vero e tutto è permesso: innanzitutto al regista, che approfitta di questa libertà per alimentare un gioco di specchi nel quale a fare da filo conduttore è il tema del doppelganger, abbinato tanto alla trama, replicata da punti di vista "uguali e diversi", quanto ai personaggi, destinati ad apparire alla fine del "falso" inseguimento messo in campo dall'investigazione come le due facce della stessa medaglia.

Detto che, come capita con i film di David Lynch - i deragliamenti dei protagonisti così tanto ricordano - il modo migliore per gustare "A Land Imagined" non è la tentazione di mettere ordine ai suoi continui detour narrativi, ma piuttosto quello di lasciarsi trasportare dalle sensazioni prodotte dalla fantasia del suo tessuto visivo, l'impressione è di trovarsi di fronte a un regista di talento che però si affida più di quel che dovrebbe alla cinematografia preesistente e, per esempio, a quella del primo Wong Kar-wai, invece di "rischiare" di suo. Il risultato è esteticamente affascinante, ma fin troppo scoperto nei suoi intenti.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

sabato, agosto 11, 2018

LOCARNO 71 - HOTEL BY THE RIVER


Hotel by the River
di Hong Sang-soo
con Ki Joo-bong,, Kim Min-hee
Corea del Sud
genere, drammatico
durata, 96'


Uno dei tratti principali del cinema di Hong Sang-soo è quello di saper parlare in modo semplice di argomenti complessi. In "Hotel by the River" presentato nel concorso internazionale del 71 Locarno Festival a essere di scena è la morte o, per meglio dire, la maniera per prepararsi al momento del trapasso. Come si capisce da queste poche note, anche stavolta il regista non ha alcuna intenzione di abbassare il livello delle proprie tematiche, tantomeno di adeguare i toni del suo cinema alla drammaticità dell'argomento. Così, ad andare in scena è, ancora una volta, la disarmante e spesso divertente umanità dei suoi personaggi e un racconto morale il cui messaggio si desume più dalla caratterizzazione di uomini e donne e dalla modalità con cui essi entrano in contatto tra di loro che dalla presenza di un sottotesto filosofico, peraltro rischioso da inserire in un contesto fatto di equilibri delicati come quelli che reggono le composizioni dell'autore coreano. Il quale, come aveva fatto altrove, dà l'idea di radunare davanti alla mdp personaggi che avevamo già incontrato nelle storie precedenti. Infatti se il carattere centrale, quello del vecchio poeta (Ki Joo-bong) che si sente prossimo alla fine, è di fatto inedito, a favorire il déjà vu narrativo sono personalità e occupazioni dei personaggi che gli stanno attorno e, in particolare, del più giovane dei suoi figli che di mestiere fa, per l'appunto, il regista, e delle due sorelle ospiti dell'albergo, dove vive il protagonista, arrivate sul posto per trovare la pace necessaria a lenire i tormenti amorosi di una delle due. Favorita dalla presenza dell'attrice feticcio del regista - la compagna di vita Kim Min-hee - per la sesta volta sul set di un film dell'autore e di Hong Sang-soo, già visto in "Right Now, Wrong Then", la commedia umana di Hong Sang-soo sembra riprendere il discorso lasciato in sospeso con il lavoro precedente nell'intenzione di aggiornarlo con un nuovo capitolo della stessa avventura. E di avventura si tratta perché pur non avendone la forma - troppo poco esibita e movimentata per poterlo essere - "Hotel by the River" ha anch'esso il pregio di aprirsi alle incognite dell'animo umano con una purezza stilistica e di contenuti che prende ogni volta in contropiede. 

D'altronde come non esserlo di fronte alle circostanze con cui l'autore fa incontrare i personaggi, sempre concepite all'insegna dell'imprevisto e della sorpresa, anche quando si tratta di incontrarsi nella hall dell'albergo, come si verifica nelle sequenze introduttive, oppure alla spontaneità delle loro reazioni, come quella in cui poeta con l'innocenza di un fanciullo non riesce a smettere di complimentarsi con le sue interlocutrici per il regalo della loro bellezza. Come pure. e non è la prima volta che gli succede, di non prendersi sul serio e anzi di burlarsi di se stesso e della propria arte per interposta persona, attraverso i commenti poco lusinghieri che una delle ragazze utilizza per sottolineare la noiosità dei film diretti dal figlio del protagonista. 

In tale contesto la bravura di Hong Sang-soo non è solo quella del miniaturista che si preoccupa di rifinire i suoi "ornamenti", ma anche la grazia e la poesia con cui lo stesso li fa convivere con il resto della rappresentazione. La sensazione che se ne ricava è quella che nulla sia in grado di corrompere l'universo creato dal regista, neanche la morte, esorcizzata nella scena conclusiva, dagli antidoti che la storia aveva messo in campo attraverso i discorsi dei suoi personaggi. Meno sperimentale di altri e forse non altrettanto ispirato nell'orchestrazione di un intreccio che risulta fin troppo basico, "Hotel by the River" è comunque sufficiente a soddisfare le attese degli appassionati. Per "Hotel by the River" Ki Joo-Bong ha vinto il premio del migliore attore al Locarno Festival.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

venerdì, agosto 10, 2018

LOCARNO 71 - YARA


Yara
di Abbas Fahdel
con Michelle Wehbe, Elias Freifer, Mary Alkady, Elias Alkady
Libano, Iraq, Francia 2018
genere, drammatico
durata, 101'




Rispetto al dibattito sulla condizione femminile contemporanea la domanda a cui tenta di rispondere il festival di Locarno ragiona intorno alla possibilità di conciliare da una parte la determinazione e, in taluni casi, la durezza assunta dalle battaglie del nuovo corso femminista e, dall'altra, la necessità da parte delle donne di non perdere le prerogative della propria diversità, adeguandosi al temperamento e agli atteggiamenti della sua controparte: è quindi, in sostanza, un modo di chiedersi se il coraggio e l'eroismo messo in mostra in più di un'occasione possa andare di pari passo con gli slanci e la bellezza tipiche del proprio modo di essere. Se dovessimo tenere conto di quanto visto nel film del libanese Abbas Fahdel, la risposta oltre ad essere positiva lascerebbe intravedere un percorso di realizzazione che non ha bisogno di mezzi straordinari per potersi compiere. Un'affermazione, quest'ultima, strettamente collegata alla qualità del lungometraggio in questione, che fa della semplicità il suo tratto dominante. Si badi bene, però, che l'aggettivo è usato in termini tutt'altro che dispregiativi, sposandosi alla perfezione con il concetto di meraviglia e di purezza presenti nel cinema delle origini.

Ma non basta, poiché l'altra caratteristica di "Yara", titolo ricavato dal nome della ragazza libanese che insieme con la nonna vive in una vallata ubicata nel nord del paese, è quella di porsi in contrasto - estetico e di contenuti - con la maggior parte dei film provenienti dallo stesso territorio. Se, infatti, lo scenario usuale delle storie ambientate in medioriente non può fare a meno di mostrarci la guerra e le sue conseguenze, "Yara" riesce a farne a meno, sostituendola con le atmosfere edeniche e pacificate del paesaggio naturale e con gli atteggiamenti di amicizia e di condivisione di un'umanità che non per questo è esente dai problemi e dalle sofferenze della vita. La differenza, in "Yara" e nella filosofia che vi sta dietro, consiste nel considerare gli accadimenti come il risultato di esperienze inquadrate all'interno di una dimensione che esalta la dignità e l'armonia degli esseri umani, come accade con le gioie e i dolori conseguenti all'amore di Yara nei confronti del giovane escursionista capitato per caso nei pressi della sua casa. Nel raccontarli Fahdel si fa complice della sua eroina riflettendone i sentimenti nella sobrietà delle composizioni (piani-sequenza a camera fissa con elementi ridotti al minimo e figure per lo più statiche) e in particolare nella dialettica esistente tra le scene di vita quotidiana in cui è la ragazza ad essere protagonista e gli stacchi sul paesaggio (umano e animale) che la circonda, ameno quanto basta per rappresentare una visione del mondo che pur non riuscendo a proteggerla dai rovesci del destino quanto meno ne rende le conseguenze più sopportabili. Per stile e contesto ciò che vediamo ricorda certo cinema iraniano con la differenza che Fahdel riesce a sfuggire al rischio del bozzetto (come taluni sarebbero portati a pensare) con l'utilizzo di un linguaggio archetipico che gli consente di superare i limiti imposti alla storia della compartimentazione paesaggistica e dalle scelte formali della regia, per aprire le vicende del film a una poesia che risulta allo stesso tempo commovente e universale. Film e attrice (Michelle Wehbe) entrano di diritto nel novero dei pretendenti a uno dei premi del palmares.
Carlo Cerofolini
pubblicato su ondacinema.it)


giovedì, agosto 09, 2018

LOCARNO 71- UN NEMICO CHE TI VUOLE BENE


Un emico che ti vuole bene di Denis Rabaglia
con Diego Abatantuono, Antonio Folletto, Sandra Milo, Massimo Ghini
Italia, Svizzera 2017
genere, drammatico, commedia
durata, 97'


È vero che la maggior parte dei comici ha un'anima nera e che molti di loro riescono con disinvoltura a passare dal dramma alla commedia mantenendo inalterata la qualità della propria arte. Di esempi ce ne sono all'infinito e basterebbero, su tutti,  i casi di Tom Hanks e Jim Carrey per non avere dubbi a riguardo. Nonostante questo per la parti in causa la questione è tutt'altro che scontata, come sa bene Diego Abatantuono, il quale, abbonato a replicare la variante del terrunciello settentrionale,  ha deciso di fare il grande salto, spinto più che altro dalla necessità di rilanciare la propria carriera giunta in quel momento a una fase di stallo e solo grazie all'intuito di Pupi Avati che, per la prima volta, lo ha voluto sullo schermo cinico e duro nel suo "Regalo di Natale" (1996). Nonostante non sia la stessa cosa, poiché nel frattempo la filmografia del nostro si è arricchita di personaggi a tinte forti, è pur sempre vero che vedere l'attore milanese con il viso rabbuiato e la mente occupata da pensieri poco felici è comunque un'eccezione rispetto al normale. In questa occasione a farne risaltare la vena più drammatica è Denis Rabaglia, regista di "Un nemico che ti vuole bene", per il quale Abatantuono interpreta il professore di astronomia Enzo Stefanelli, coinvolto suo malgrado negli affari di un killer su commissione a cui per circostanze casuali ha salvato la vita e che per questo lo vuole ricompensare proponendogli di far fuori il suo peggior nemico.

Da questo spunto - peraltro suggeritogli dal polacco Krzysztof Zanussi - è partito il regista Denis Ramaglia per sviluppare la vicenda di "Un nemico che ti vuole bene", film che alla stregua delle opere più interessanti deve la sua riuscita alla capacità di cambiare forma cinematografica e di restare sempre in bilico tra le diverse opzioni che mette in campo. A partire da quella attinente all'individuazione del nemico da uccidere, che il film, come in un giallo di Agatha Christie, riesce a tenere fino all'ultimo in sospeso, nascondendolo allo spettatore e allo stesso protagonista, costretto ogni volta a rivedere i propri piani e a riconsiderare le proprie posizioni attraverso il continuo rimescolamento di ruoli e di rapporti. Una caratteristica, questa, favorita dalla verosimiglianza con cui la sceneggiatura riesce a fare incontrare i diversi fili narrativi senza compromettere l'intento di cambiare ogni volta l'obiettivo del killer e di riservarsi un colpo di scena finale capace di ribaltare le premesse del film. 


Fluidità e mutevolezze che, comunque, non sono riferibili a soli contenuti ma parimenti allo stile di recitazione - ritirato e quasi laconico quello del sempre ottimo Abantuono, più spinto e leggero quello di Ghini e Ciufoli - e alla varietà delle atmosfere. Queste ultime ricavate da un'ambientazione che ancora una volta rilancia il principio dell'unità degli opposti nel momento in cui alla foresta cupa e tenebrosa della sequenza iniziale subentrano gli scorci illuminati e pittoreschi offerti dalla bellezza della costa pugliese, a cominciare da quelli del suo capoluogo. È dunque un peccato che, tirando le fila del ragionamento, non si possa parlare di "Un nemico che ti vuole bene" qualificandolo con gli aggettivi che avrebbe meritato se fosse stato più audace e, diciamo pure, cattivo quando, nella seconda parte, si trattava di affondare il colpo e dare seguito ai propositi di rivalsa nei confronti di amici e parenti. Il finale buonista e la voglia di ritornare nell'alveo della normalità lo costringono a tenere strette le briglia sulla sua voglia di eversione.
Il film è comunque buono ma secondo chi scrive inferiore alle ambizioni palesate nelle sue premesse.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

domenica, agosto 05, 2018

LOCARNO 71: SIBEL


di Çağla Zencirci e Guillaume Giovanetti
con Damla Sönmez
Turchia, Fancia 2018
genere, drammatico
durata 



Di tutt'altra pasta - rispetto a "Diane", di Kent Jones, anch'esso proiettato al Settantunesimo Festival di Locarno - è il film della coppia di registi franco turca Çağla Zencirci e Guillaume Giovanetti, i quali per raccontare il romanzo di formazione della loro giovane eroina ci portano in un territorio dimenticato da Dio e dagli uomini e, nella fattispecie, in un villaggio isolato su una montagna della costa del Mar Nero in Turchia, dove la venticinquenne Sibel condivide la propria vita insieme alla sorella e al padre che è anche sindaco della comunità. Privata della voce in tenera età per i postumi di una febbre malcurata, Sibel comunica con gli altri modulando il suono dei suoi fischi. Una caratteristica, questa, che però non la salva dall'isolamento a cui la relegano non solo la particolarità della sua condizione fisica, ma anche e sopratutto le manifestazioni di una personalità - ancora acerba ma consapevole della propria indipendenza - che la ragazza esprime nella libertà (non concessa alla sorella) di entrare e uscire di casa a proprio piacimento e di passeggiare nel bosco alla stregua di un uomo, armata di fucile e pronta a uccidere il fantomatico lupo che vi si aggira.


Racconto di formazione e insieme favola nera per i riferimenti (archetipici) alle fiabe europee più conosciute, "Sibel" riesce nel duplice intento di essere da un lato un film di pura narrazione, raccontando le avventure della protagonista che ad un certo punto sceglie di nascondere agli altri la presenza del presunto terrorista di cui finirà per innamorarsi, e dall'altro di rappresentare i riti di passaggio di un'emancipazione che va oltre le vicissitudini personali e riscrive (all'interno della vicenda e nel messaggio lanciato dai registi) il ruolo sociale della Donna con un utilizzo originale di simboli e metafore legate al paesaggio naturale (la selva, il bosco, il fuoco, la notte). Ma a differenza di ciò che accade sovente in lungometraggi di questo tipo,"Sibel" organizza il suo discorso senza dimenticarsi della compagine maschile, che seppur spodestata dalla sua normale vetrina comunque ne partecipa con una dialettica non priva di sfumature e che per esempio, nel caso del padre di Sibel, si fa promotrice di una serie di sfumature psicologiche e di reazioni nei confronti della figlia ribelle che sono dimostrazione dell'antico retaggio patriarcale e, allo stesso tempo, lasciano intravedere la possibilità di un cambiamento in meglio e verso una prospettiva di ritrovata condizione tra uomini e donne.


Ma la ricchezza di un film come "Sibel" non si ferma alla sua mancanza di retorica, né alla constatazione della straordinaria performance di Damla Sönmez, un concentrato di energia in continuo movimento alla quale si deve aggiungere la capacità dell'attrice di supplire alla mancanza di parole voluta dal copione con un'espressività che ne moltiplica l'empatia. A colpire infatti è l'abilità dei registi di ribaltare le premesse di un processo creativo che partendo dal reale (il villaggio così come la lingua dei suoni presente nel film esistono per davvero e corrispondono a quello che lo spettatore vede sullo schermo) arriva a trasfigurarlo con una messinscena (iperrealista) che ne accentua l'autenticità. Presentato nel concorso internazionale e accolto da un lungo applauso del pubblico presente in sala "Sibel" si candida al premio per la regia e l'interpretazione femminile.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it/speciale Locarno festival)

venerdì, agosto 03, 2018

LOCARNO 71 - PRIMA GIORNATA


Liberty
di Leo McCarey
con Stan Laurel, Oliver Hardy
USA, 1929
genere, comico
durate, 23'

Parlavamo proprio ieri delle peculiarità che fanno di Locarno un festival unico nel suo genere. La giornata inaugurale, aperta dal cortometraggio (23’) in bianco e nero diretto da Leo McCarey e interpretato da Stan Laurel e Oliver Hardy ne è la contro prova. Trattandosi di una vera e propria comica, appena successiva a quella che nel ventisette (Putting Pants on Philip, diretta dallo stesso Carey) avrebbe inaugurato la nascita artistica del celebre duo, non era poca la curiosità per la scelta di aprire la manifestazione con una tipologia cinematografica mai vista in questo genere di contesto. Al contrario la purezza di “Liberty” e ancora, la capacità dei partecipanti - attori e regista - di creare divertimento e spettacolo lavorando su un’unica variante, è la dimostrazione che nel cinema non esistono confini che non possano essere abbattuti. In questo modo l’evasione dal carcere dei protagonisti e i maldestri tentativi di scambiarsi i pantaloni erroneamente indossati danno il là a un’esilarante quanto acrobatica avventura sulle pericolanti impalcature di un grattacielo in costruzione, con Stanlio e Olio impegnati a salvarsi la vita in un continuo scambio di ruoli e di situazioni. Se in un scenario simile la trama appare il pretesto per innescare la comicità dei funambolici attori, a stupire è la modernità della confezione tanto sotto il profilo del ritmo, scatenato ma perfettamente consequenziale allo sviluppo delle vicenda, quanto degli effetti speciali, straordinari nel rendere credibile la “danza sul vuoto” degli sciagurati evasi. Ma non basta, perché a fare di “Liberty” un oggetto meravigliosamente alieno concorre la scelta degli organizzatori di accompagnare le immagini con una partitura musicale eseguita dal vivo il cui mix di suoni - elettronici e tradizionali - completa lo straniamento sensoriale prodotto dal film in questione. Meglio di così non si poteva iniziare.
voto 10
Carlo Ceofolini
(pubblicato su ondacinema.it