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venerdì, maggio 25, 2018

MONTPARNASSE- FEMMINILE SINGOLARE


Montparnasse - Femminile singolare (Jeune Femme)
di Leonor Seraille
con Laetitia Dosch, Souleymane Seye Ndiaye, Grégoire Monsaingeon
Francia, 2018
genere, commedia, drammatica
durata, 97'



Significativi sono i primi momenti di Jeune Femme, quelli in cui a essere rappresentata non è Paula, la protagonista della storia, bensì il suo stato d’animo. In preda a una crisi di nervi per essere stata mollata dal compagno e alle prese con le cure necessarie a riparare i danni di uno sfogo finito all’ospedale, la protagonista fatica a restare dentro l’inquadratura, per l’incapacità di quest’ultima di contenerne la debordante fisicità. Prima di affondare la macchina da presa dentro la storia della ragazza e sulle cause che hanno determinato la fine della relazione, la regista Léonor Séraille si mantiene sulla superficie degli eventi e sul corpo ferito e insofferente dell’attrice Laetitia Dosch, chiamata a immedesimarsi nei dolori della giovane protagonista. Ed è proprio nel rapporto esistente tra il vuoto emotivo confessato da Paula e la pienezza di segno del suo inarrestabile movimento a trasferire sullo schermo l’energia sprigionata dalla personalità della protagonista. La quale, onnipresente e marcata stretta dall’occhio della regista, mette in scena il proprio lutto facendo di Parigi la mappa di una caccia al tesoro, il cui premio finale consiste nella riconquista dell’equilibrio perduto.

Da questo punto di vista, la ricognizione del paesaggio urbano da parte de Jeune Femme trasfigura la città, facendo del disordinato girovagare di Paula e dei suoi inconcludenti incontri il riflesso del caos che scuote l’interiorità della donna. Così, pur senza raggiungere lo stesso livello d’astrazione, appare evidente come la Seraille organizzi la narrazione secondo quella deriva tipica della Nouvelle vague, nella quale l’andare a zonzo dei personaggi diventa il modo per esprimerne la condizione esistenziale. Certo, rispetto ai film dei giovani turchi quello della Seraille è figlio di una sceneggiatura più scritta e meno libera, come pure di una visione del mondo in cui lo smarrimento della protagonista e il suo perdersi nel non sense del quotidiano non è una dichiarazione d’anarchia nei confronti delle regole quanto un modo per rientrare a farvi parte. Eccessivo come la sua protagonista anche per un minutaggio che nuoce sulla premesse di leggerezza attribuite al film, Jeanne Femme è nei toni meno leggero di quanto vuol far credere. Vincitore della camera d’or all’ultima edizione del festival di Cannes, Jeune Femme è soprattutto l’occasione per verificare le capacità interpretative della Dosch, attrice in ascesa di cui sentiremo ancora ancora parlare.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidriver.it)






mercoledì, aprile 25, 2018

RENDEZ VOUS 2018 FESTIVAL DEL NUOVO CINEMA FRANCESE: I FANTASMI D'ISMAEL


I fantasmi d'Ismael
di Arnaud Desplechin
con Mathieu Almaric, Charlotte Gainsbourg, Marion Cotillard
Francia, 2018
genere, drammatico
durata, 110'


Quello di Arnaud Desplechin è un cinema da maneggiare con cura per evitare il rischio di vederselo scivolare dalle mani. D’altronde, se c’è una cinematografia allergica alle classificazioni è proprio quella del cineasta francese, il quale, per nulla scoraggiato dalla volubilità del pubblico pagante  e incurante dei giudizi della critica più cinefila, continua imperterrito a filmare  tasselli di un universo a se stante, dove le rimembranze dei ricordi personali si mescolano con motivi che nascono dagli interessi più disparati del regista: non solo il cinema, inteso come contenitore di memorie perdute ma, più in generale, materie come scienza, psicoanalisi e filosofia, le quali, in un rapporto dialettico con il farsi degli eventi si offrono al protagonista come strumenti per tentare di decifrare il caos che lo circonda. Alla pari de “Essere John Malkovich” di Spike Jonze anche ne I fantasmi d'Ismael l’osservazione del film  mette lo spettatore nella condizione di entrare nella testa ( e nel cuore) del regista, permettendogli di immergersi nel flusso visivo che ne scaturisce. Senza alcuna intenzione di realismo che sia quello di riportare con esattezza epistemologica le emozioni e gli stati d’animo dei personaggi, il film punta in tutt’altra direzione, sottoponendo la linearità della storia a detour narrativi che restituiscono come meglio non si potrebbe i molteplici alter ego del regista. 


Per riuscire a farlo, Desplechin sintonizza il montaggio sugli umori del protagonista e sull’evolversi della sua condizione psicologica, destabilizzata fino allo follia dalla comparsa di Carlotta (Marion Cotillard), l’ex moglie tornata dal passato e causa del malessere in grado di mettere in crisi il menage tra Ismael e Sylvia (Charlotte Gainsbourg). Così, se le immagini riferite ai momenti più felici sono collegate con ferrea razionalità, quando il fantasma di Carlotta inizia a incalzare Ismael, il deragliamento sensoriale dell’uomo viene trasferito sullo schermo da una consequenzialità più labile, derivata non tanto dal nesso di causa effetto provocato dai suoi comportamenti ma frutto di uno sparpagliamento sequenziale corrispondente  all’anarchia degli stati d’animo.   


Da qui la conferma di un cinema, quello di Desplechin, che per essere compreso nella sue sfaccettature ha bisogno di un coinvolgimento attivo da parte dello spettatore, chiamato con la sua volontà a entrare in sintonia con la complessità dei personaggi di Desplechin. Nondimeno, la presa di coscienza sull’impossibilità di restringere il campo di indagine nel tentativo di decostruire il film in questione non può fare a meno di trovare punti d’appiglio, come capita quando ci si imbatte nella continuità de I fantasmi di Ismael con I miei giorni più belli. Caratteristica riferibile tanto ai contenuti, per la contiguità delle esperienze vissute dai protagonisti dei due film, i quali, raccontanti in diverse fasi della vita (nel primo film, la giovinezza, nel secondo, l’età adulta) condividono lo stesso cognome (Dedalus) e potrebbero essere addirittura fratelli; quanto alla forma che ne I fantasmi di Ismael così come nell’altro, è frutto di una commistione di generi capace di mescolare dramma e commedia, grottesco e melodramma, arrivando a far convivere l’intimismo del paesaggio francese con il gioco di specchi e gli infingimenti del deserto orientale destinato a fare da sfondo alla spy story che a intermittenza si inserisce nella vita dell’irrequieti protagonisti. 

Ma il romanzo cinematografico di Desplechin è prima di tutto il modo utilizzato dal regista per esorcizzare le proprie ossessioni, tra le quali ancora una volta hanno un posto di rilievo la morte - reale o metaforica - intesa come perdita dei propri cari, e la prospettiva di un’esistenza consegnata alla sua versione più mitologica e fantasmatica. Il tutto accompagnato da una tragicità che - alla pari delle ultime opere di Dumont -  si pone in antagonismo con i mali della contemporaneità facendosene sberleffo con il ridicolo in cui spesso si rifugia la disperazione di Ismael. A differenza del suo collega, però, Desplechin lo fa con una passione cinefila certificata tra le altre cose dalla presenza di due icone del divismo francese come Gainsbourg (alla quale il regista offre uno dei più bei ruoli degli ultimi anni) e Cotillard, con le quali  il regista, conferma di saper declinare le sue storie con una sensibilità che funziona sia con i personaggi maschili che in quelli femminili. Film d’apertura della 70ma edizione del Festival di Cannes e punta di diamante del focus dedicato al cineasta di Roubaix da parte del Rendez Vous 2018 Festival del nuovo cinema francese I fantasmi d'Ismael è un titolo imprescindibile nella filmografia del regista. 
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidriver.it)



lunedì, aprile 23, 2018

RENDEZ VOUS 2018 FESTIVAL DEL CINEMA FRANCESE: L'AMORE SECONDO ISABELLE


L'amore secondo Isabelle
di Claire Denis
con Juliette Binoche, Gerard Depardieu, Valeria Bruni Tedeschi
Francia, 2018
genere, drammatico
durata, 94'


Come spesso accade nelle cose del cinema, non sapremo mai se ciò che stiamo per dire sia il frutto della volontà dell’attrice oppure una precisa scelta della regista. Sta di fatto che, a un certo punto del film, nel riprendere Isabelle intenta a dipingere su un panno disteso a terra, Claire Denis, invece di spezzare il montaggio per far simulare il movimento del pennello nelle mani di un vero pittore, ce la mostra con un totale in cui a mettersi in gioco è la stessa Juliette Binoche, talmente calata nel personaggio da accettare di simulare una gestualità che non le appartiene. In un’epoca in cui le possibilità di infingimento sono sempre più verosimili, Binoche decide di farne a meno per offrirsi allo spettatore senza maschere ne artifizi. Se la professionalità dell’attrice francese non è stata mai in discussione, a colpire è la ricerca di un’autenticità ancora una volta destinata a essere il marchio di fabbrica di un’interpretazione fuori dal comune.

Certo, L’amore secondo Isabelle è uno di quei film che fanno la felicità dell’attrice che ne è protagonista: presente dalla prima all’ultima scena e con la macchina da presa a valorizzarne la voluttuosa e sensuale figura, Binoche è una donna alle prese con la mancanza d’amore che, in un vortice di pathos e sofferenza, è indirizzata a crescere ogni volta che la ritroviamo sola ma imperterrita al cospetto di una nuova possibilità. La sceneggiatura è ispirata ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes: i vari segmenti dedicati agli incontri di Isabelle sono allo stesso tempo parte di un unico racconto ma anche singoli tasselli destinati a diventare il modello di una femminilità universale, capace di rispecchiare, nelle variazioni offerte dalle diverse storie in cui è coinvolta Isabelle, l’intera categoria.


Un’ambizione, quella della Denis, alla quale non poteva non corrispondere la presenza di un’attrice iconografica come Binoche, la quale, come sempre, si dimostra capace di disfarsi della sua fama, anteponendo l’autenticità dei sentimenti espressi attraverso Isabelle ai tic e alle maniere che derivano dalla padronanza dei propri mezzi. Al contrario, Binoche sembra consegnarsi allo sguardo dello spettatore, accettando di filmare uno smarrimento che sembra appartenerle in prima persona. Non si può non innamorarsene. Presentato alla Quinzane 2017 e all’ultimo Torino Film Festival, L’amore secondo Isabelle arriverà nelle sale a partire dal 19 Aprile.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

martedì, aprile 10, 2018

RENDEZ VOUS 2018 FESTIVAL DEL CINEMA FRANCESE: AU REVOIR LA' - HAUT


Au revoir là-Haut
di Albert Dupontel
con Albert Dupontel, 
Francia, 2018
genere, commedia, drammatico
durata, 115' 




Attore prima che regista, Albert Dupontel è interprete capace di riempire lo schermo con una faccia d’altri tempi. Forte di un’espressività da cinema muto, Dupontel sulla scena del suo nuovo film assolve a una duplice funzione. Per un verso è infatti uno dei personaggi principali de Au revoir là-haut, ovvero Edouard, compagno d’armi di Albert, artista geniale ma incompreso; per l’altro, il narratore delle vicende atte a ricostruire cosa è successo a lui e all’amico dopo la fine del primo conflitto mondiale (quando quest’ultimo, sfigurato per l’esplosione di un ordino, si costringe a una vita da recluso). Regista della storia dietro e davanti la macchina da presa, Dupontel a dispetto del tratto un po’ dimesso di Edouard – disposto a vivere nell’ombra  pur di aiutare Albert a riscattarsi dalle proprie sventure – e di una fisiognomica da caratterista, riesce suo malgrado a ritagliarsi un ruolo centrale per la bontà d’animo e il romanticismo che riesce a infondere al suo carattere.

Facendo della Parigi degli anni ’20 e della variopinta umanità che la abita il riflesso dell’intrepida fantasia dei protagonisti, Au revoir là-haut ha nella forma favolistica e nel tratteggio caricaturale delle figure uno spessore semantico in grado di fronteggiare i grandi temi dell’esistenza facendone uno spettacolo che, comunque, non svilisce l’importanza della posta in palio. In questa maniera,  il dramma della guerra, la generosità dell’amicizia e dell’amore ma anche la funzione catartica dell’arte incarnano, nelle mani di Dupontel, un caleidoscopio visivo dove, come nelle fiabe, tutto diventa possibile. Au revoir là-hau ci riesce mescolando luoghi e narrazioni tipiche del cinema classico – e ci riferiamo, per esempio, alla suddivisione netta tra buoni e cattivi e al modo con cui essi si confrontano –  con il gusto postmoderno per la composizione delle immagini, dentro le quali è possibile ritrovare contaminazioni estetiche (da Jean-Pierre Jeunet a Wes Anderson) e formali di altri film.

Se l’apertura, con il piano sequenza ambientato nelle trincee e poi sulla piana di Verdun, è più un pezzo di virtuosismo che una vera invenzione cinematografica, a colpire è soprattutto  la capacità di Au revoir là-haut di rubare spazio alla propria grandeur per aprire un filo intimo e diretto con il cuore dello spettaotore. Pensiamo a certe immagini di Chaplin, presente ogni volta  in cui il film torna sulla storia d’amore tra Edouard e la cameriera interpretata da Melanie Laurent; oppure all’iconografia delle maschere indossate da Albert per cancellare la sua mostruosità che, insieme alla reclusione alla quale si costringe e alla vendetta messa in atto nei confronti del responsabile delle sua tragedia, porta dritti alle tante versioni filmate de Il fantasma dell’opera. Tratto dall’omonimo romanzo di  Pierre Lemaitre, premio Goncourt 2013, Au revoir là–haut ha fatto vincere il Cesar per la migliore regia a Dupontel: speriamo che la partecipazione al Rendez vous 2018 convinca i distributori italiani a portarlo nel nostro paese. Ne varrebbe davvero la pena.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidriver.it)