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martedì, novembre 19, 2013

VIII Festival del cinema di Roma

Ci sono due modi per giudicare la riuscita di un manifestazione cinematografica: il primo e' il frutto di un conteggio numerico, e dai dati che emergono nel resoconto di Marco Müller non c'è dubbio che questa ottava edizione del festival di Roma  sia stata un successo tanto in termini di biglietti venduti che di affluenza di pubblico. Il secondo invece, relativo alla bonta' delle opere selezionate, si muove su un terreno reso più incerto dalle personalità chiamate ad esprimersi, e di conseguenza suscettibile di opposizioni anche forti come quelle che sono piovute sul verdetto della giuria capitanata dal regista James Gray. E' fuor di dubbio che il palmares di questa edizione sia stato a dir poco sorprendente, con la vittoria assegnata a "Tir", film italiano escluso da qualsiasi pronostico, e per la scelta di premiare Scarlett Johansson prestata ad un ruolo che prevedendo l'impiego della voce ed escludendo il corpo ne amplifica paradossalmente  la componente iconica. Ma a lasciare interdetti è stato la lista dei film rimasti fuori dalla contesa, mai come quest'anno meritevoli di considerazione. Stiamo parlando di "Her" di Spike Jonze, per molti il miglior film della rassegna, degli ottimi "Dallas Buyers Club" e "Out of Furnace", oppure tornando in Europa, al beniamino della critica, il romeno   "Quod Erat Demostrandum" film in bianco ambientato ai tempi di Ceausescu. 

Al di la dei meriti degli uni e degli altri appare più utile soffermarsi su alcune linee di tendenza emerse nella rassegna. Nel concorso il segno più evidente è stata la dialettica tra cinematografie di segno opposto, con il divismo e lo strapotere economico di quella hollywoodiana messa a confronto con un resto del mondo fatto di produzioni low budget ed attori sconosciuti. Da una parte la capacità del cinema americano di saper raccontare con forme di una classicità sempre nuova (vedere "Her" per credere), dall'altra quella di un movimento globale in grado di accorciare le distanze con idee ed immaginazione. Un confronto impari a giudicare dalla ressa scatenata dalle proiezione dei film di Joaquim Phoenix e Matthew McConaughey, solo in parte equilibrata dalla cinefilia e dal culto  prodotto da autori come Takashi Mike e Ayoshi Kurosawa.

Il festival è stata anche l'occasione per ammirare  interpretazioni  di altissimo livello non solo da parte di un tris d'assi - oltre a quelle già citati merita una menzione il Christian Bale di "Out the Furnace, semplicemente straordinario in un personaggio che sembra uscito fuori dalle canzoni di Bruce Springsteen- di cui sentiremo parlare ai prossimi Oscar, ma anche delll'ensemble femminile riunito nell'iraniano "Acrid". Il cinema italiano salvo qualche  eccezioni conferma una predilezione per il reale, espressa dalla mole di documentari sparsi nelle varie sezioni, ma anche declinata con ibridazioni che "Tir" nel bene e nel male esprime in maniera esemplare. 

Luci ( "Il venditore di medicine" di Antonio Morabito puo essere annoverato tra queste) ed ombre che appartengono al film di Alberto Fasulo ma non solo, perchè la seconda versione del Festival targato Marco Muller pur potendo avvalersi di una possibilità di scelta superiore all'anno scorso per la decadenza del regolamento che prevedeva una competizione di sole anteprime, ha mostrato un miglioramento della qualità complessiva ma non è riuscito sciogliere le contraddizioni di un'identità' a dir poco schizofrenica, divisa su posizioni che strizzano l'occhio al glamour ed allo spettacolo, e nel contempo  flirtano con un cinema radicale ed elitario, come dimostra il premio postumo assegnato al capolavoro russo "Hard to Be God", coupe de foudre che ci dicono di un Muller tutt'altro che appannato. Al cinema del festival invece auguriamo uno sbocco nelle sale. Sarebbe una vittoria per tutti, con buona pace dei contestatori di professione. 

Film consigliati:

Her di Spike Jonze
Out of Furnace di Scoot Cooper
Dallas Buyers Club di Jean Marc Vallee
Seventh Code di Ayoshi Kurosawa
The Male Song di Mike Takeshi
Quod Erat Demostrandum di Andrei Gruzsnick
Acrid di Kiarash Asadizadeh
Manto Acuifero di Michael Rowen
Il venditore di medicine di Antonio Morabito

 

domenica, novembre 17, 2013

Tir

Tir
di Alberto Fasulo
con Branko Zavrsan
genere, drammatico
Italia, 2013
durata, 85'


Dopo aver visto i tre film italiani in concorso sorge spontaneo chiedersi se la scrittura nel cinema nostrano conti ancora qualcosa o se il tutto dipenda solo da una questione di stile e di tecnica. In questo senso il festival di Roma ha offerto molti spunti di riflessione, proponendo gli antipodi di queste possibilità con gli eccessi ed il parossismo citazionistico di "Take Five" diretto da Guido , messi a confronto con il rigore e l'essenzialità del cosiddetto cinema del reale a cui "I corpi estranei" di Mirko Locatelli e sopratutto " Tir" di Alberto Fasulo appartengono di diritto. Il film di Fasulo in particolare rappresenta un esempio paradigmatico perché individua la tendenza delle nuove generazione di registi italiani di inserire pratiche ed estetiche del documentario nel cinema di finzione. "Tir" e' infatti il frutto di una lunga ed accurata ricerca sul campo poi confluita in un film in cui la supremazia della parola e della sceneggiatura cedono il passo al tessuto visuale fatto di immagini rubate al quotidiano ed a una narrazione ed a un montaggio frammentato, a cui è devoluto il compito di produrre il senso dell'opera. "Tir" ci porta a bordo di un autotreno commerciale e lungo le strade di un paesaggio scarnificato ed anonimo per vicissitudini di Branko, camionista slavo spinto in Italia dalla possibilità di guadagnare un salario che gli consente di non dover vivere alla giornata. Durante i vari trasferimenti conosciamo qualcosa di lui e della sua famiglia attraverso le telefonate con la moglie, ansiosa di riaverlo a casa. Il resto invece, scandito dalle varie tappe delle consegne a domicilio appartiene alla routine di un lavoro che logora e rende alieni. Presentato con l'etichetta di documentario, "Tir" è in realtà un film a soggetto interpretato da un attore (Branco Zavrsan) professionista, e raccontato con una storia che pur derivando da consapevolezze realmente vissute e' prima di tutto la conseguenza di una messinscena del reale elaborata prima di iniziare a girare. Ma questo poco importa perché sul versante della credibilità "Tir" non fatica a competere con la "vita in diretta" registrata nei documentari. Il punto risiede invece nel constatare in quale misura il film riesca ad imprimersi nella memoria delle nostre coscienze. Girato con l'intento di rifuggire qualsiasi accenno di retorica, il film di Fasulo si regge sulla capacità di restituire la dimensione interiore del protagonista partendo dalla condivisione delle sua esperienza, e dalla ricognizione dell'

Ma il problema di "Tir" risiede in una drammaturgia che lasciando fuori campo lo strappo e la lacerazioni di una scelta esistenziale difficile (da una telefonata apprendiamo che Branko è un ex insegnante costretto a lasciare un lavoro amato ma scarsamente remunerativo ) sceglie di affidarsi a sottili scarti emozionali che il film affida a dettagli apparentemente risibili eppure forieri di impennnate emotive come la felicità conseguente ad una doccia effettua dopo cinque giorni di abluzioni parziali, o al contrario la freddezza derivata da rapporti umani spersonalizzati come quelli di Branko con i propri referenti lavorativi, non a caso restituiti da immagini incapaci di contenerne l'intera figura. Se la dignità di un uomo costretto a sacrificare le proprie ambizioni per un bene superiore è restituita con efficace autenticità, a non tornare è un'urgenza che appare troppo debole rispetto alla qualità dell'impianto formale. E' come se Fasulo per tenere fede alla promessa d'autenticità che sta alla base del suo cinema si dimenticasse di fornirgli un'anima in grado di bilanciarne lo sguardo fenomenologico. Se "Take Five" nella forzatura degli snodi narrativi annullava la forza della sua spettacolarità, "Tir" non è da meno quando ammorbidendo slanci e caratterizzazione si avvicina ad una neutralità che non incide, ribadendo la necessità di ripartire da un cinema scritto prima che filmato.
(pubblicato su ondacinema.it)