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domenica, aprile 17, 2022

Un Eroe

Un Eroe

di Asghar Farhadi

con Amir Jadidi, Sarina Farhadi

Francia, 2022

genere, drammatico

durata, 127'


Costruito sul gioco di punti di vista, ogni volta in grado di rimettere in discussione il divenire dei fatti, quello di Asghar Farhadi è per antonomasia un cinema spiazzante, il cui pregio non sta solo nel documentare la realtà del proprio paese ma di interpretarla chiamando in causa quella dello spettatore. Scarnificando il paesaggio dagli alibi della sovrastruttura, non solo i personaggi ma anche chi guarda è costretto a compiere una scelta (ideale), decidendo da che parte stare in base al proprio sistema di valori. Se il film d’autore contemporaneo - per esempio Sundown, l’ultimo film di Michel Franco - ne racconta la mancanza e il caos che ne consegue, Farhadi è uno dei pochi che opera in senso opposto, mettendo in scena un mondo capace di reagire al cupio dissolvi attraverso il codice etico e morale a cui si appellano le coscienze per sopravvivere a torti e ingiustizie. Guardare Un eroe vuol dire riprendere in mano i fondamentali della propria esistenza e capire chi siamo diventati. Forse anche per questo non ha avuto la stima che meritava.

Carlo Cerofolini

giovedì, aprile 14, 2022

Spencer

Spencer

di Pablo Larrain

con Kristen Stewart

Germania, Cile, Regno Unito, 2022

genere, drammatico 

durata 117


 “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate". I versi danteschi ben si addicono alle prime immagini di Spencer in cui Lady Diana si accinge a varcare la soglia di quella che di li a poco diventerà la sua prigione. Abbandonata dai vivi e costretta ai fantasmi delle proprie paure, la Principessa si muove in un limbo di anime esangui e paesaggi desolati messi in scena da Pablo Larrain come elementi di una moderna Divina Commedia. A suggellare la dimensione ultraterrena della storia le immagini finali, di tenore opposto rispetto a quelle della cronaca, con l’ultima corsa (in macchina) di Lady Diana destinata a lasciarsi indietro le ombre per diventare il viatico di un percorso di luce e dunque di un ritorno alla vita. Come Daniel Day Lewis in Lincoln, Kristen Stewart costruisce la magistrale interpretazione a partire dall’uso dello strumento vocale, qui scandito dalla matrice regale della dizione inglese.

Carlo Cerofolini




giovedì, settembre 23, 2021

A proposito di Titane di Julia Ducornau.

Titane

di Julia Ducornau

con Agathe Rousselle, Vincent Lindon

Francia, 2021

genere, drammatico, horror, fantascienza

durata, 108'


Nella prima sequenza del suo film Julia Ducourneau stabilisce un rapporto doppio e opposto. Quello interno, viscerale e nascosto di Alexia con gli “organi caldi” del motore dell’auto su cui sta viaggiando assieme al padre. E poi l’altro, superficiale, divisorio e privo di calore, del genitore rispetto alla figlia seduta dietro di lui. Interrotto prima del suo farsi il senso della scena si inserisce in Titane come una sorta di coito interrotto. Una mancanza di sfogo a cui Julia Ducournau darà compimento agognando un unione dei corpi prima fisica e poi spirituale. In questo senso Titane è un film di superficie/i - anche dal punto di vista visuale -, in cui gli istinti vengono prima di ogni ragione.

Carlo Cerofolini

martedì, agosto 10, 2021

FIRST COW


di Kelly Reichardt
con John Magaro, Orion Lee, Toby Jones, Ewan Bremmer
USA, 2020
genere, drammatico
durata, 121




Chiamato a legittimare la propria investitura, era chiaro prima di altri a Carlo Chatrian che la partita si sarebbe giocata soprattutto sulle scelte dei film selezionati per il concorso ufficiale, quello dal quale uscirà il vincitore della 70 edizione del Festival di Berlino.

In questo senso, la scelta di Kelly Reichardt e del suo First Cow è di quelle destinate a fare letteratura, tanta è la distanza da quelle fatte a suo tempo da Cannes e Venezia per quanto riguarda le produzioni americane. Rispetto a Del Toro e Todd Philipps, solo per fare i nomi di due degli esponenti più rappresentativi del nuovo corso imposto da Barbera, la Reichardt è autrice di segno opposto, a cominciare dalla determinazione con cui rinuncia alla spettacolarizzazione del proprio lavoro.

Abituata a lavorare con budget microscopici e in maniera indipendente, l’autrice di Meek’s Cutoff e Night Moves fa di necessità virtù, allestendo un cinema povero di mezzi ma ricco di contenuti.

Dunque, è sbagliato pensare al lavoro della Reichardt in termini riduttivi, perché quelli della regista americana a suo modo possono essere considerati dei veri e propri kolossal, se è vero che ad andare in scena è l’anima degli esseri umani riprodotta all’ennesima potenza dall’attenzione fenomenologica e dal minimalismo narrativo con cui la cineasta statunitense si rivolge alla vite dei suoi personaggi.

Pertanto, è il fatto di fare “pietra d’angolo” di ciò che di solito rimane fuori campo a fare la differenza: in First Cow, infatti, più che la storia, come sempre minimale e qui incentrata sulle avventure di due picari decisi a costruire la propria fortuna (e non solo quella) rubando il latte (dalla mucca del titolo) necessario a produrre gustosi dolcetti, a essere peculiare è la meticolosità dell’indagine volta a catturare i gesti e le espressioni, così come i corpi e i volti dei personaggi; soprattutto quelli del taciturno ma solidale pasticcere Cookie Figowitz, che attraversa il west in cerca di fortuna insieme a King Lu, immigrato cinese a cui si offre prima come benefattore e poi come amico.

Ed è proprio sul personaggio del vagabondo puro e sincero che First Cow costruisce la sua fortuna, consegnandoci il ritratto indimenticabile di un loser che la Reinhardt sembra ricalcare sull’immaginario del coevo  (visto che la storia del film si svolge nell’Oregon dei primi del ‘900) Charlie Chaplin, al quale Cookie (un grande John Magaro) “ruba” non solo il romitaggio e un’esistenza fatta di espedienti necessari a sopravvivere, ma anche una compassione capace di imporsi sulla crudeltà del mondo.

Una rimembranza, questa, sufficiente a ripagare il prezzo del biglietto, se non fosse che First Cow approfitta della sua collocazione temporale per realizzare un western anomalo, i cui stilemi e archetipi, propri del genere in questione, diventano lo specchio della società contemporanea, con indiani, afroamericani e cinesi pronti a replicare il melting pot culturale e le dinamiche del capitalismo in corso nella nostra società.

Se il paragone non è nuovo, a contare è il modo in cui la Reichardt riesce a formularlo, procedendo con entomologa precisione a isolare i personaggi all’interno del proprio ambiente per poi osservarli con una macchina da presa che funziona come una lente di ingrandimento, grazie anche alla scelta di girare in pellicola e con il formato 4:3, preferito a quello normale.

Riducendo i movimenti di macchina al minimo indispensabile e mettendosi in ascolto dei protagonisti senza perdere niente della loro vita minuta, l’autrice riempie il film di stasi e di silenzi altresì rivelatori del trascendentale rappresentato dal pensiero del film (e della regista), pronto a riflettere sul destino delle cose e degli uomini.

Con il suo film Kelly Richardt entra di diritto tra le candidate alla vittoria finale.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)


martedì, maggio 04, 2021

L'apparenza delle cose

L'apparenza delle cose

di  Shari Springer Bergman e Robert Pulcini

con Amanda Seyfried, James Norton

USA 2021

genere, thriller, orrore

durata, 121


Ad attirarci de L’apparenza delle cose era stata innanzitutto la presenza in cabina di regia della coppia formata da Shari Springer Bergman e Robert Pulcini, già autori di quell’ American Splendor che, prendendo in parola anticonformismo del suo protagonista, il fumettista Harvey Pekar, erano riusciti a realizzare  un biopic fuori dagli schemi

Diventati registi di genere e di consumo, Bergman e Pulcini tentano di fare la cosa più difficile, e cioè di conferire uno sguardo personale a una storia di fantasmi che punta a conquistare il grande pubblico attraverso la capillare distribuzione del mecenate Netflix.Forti di un’interprete brava e popolare come Amanda Seyfried, appena riscoperta e nominata con Mank, i registi si avvicinano al genere assecondandone canoni e dinamiche, lavorando a un sottotesto che ripropone schemi e situazioni di prevaricazione maschile (#METOO docet) in cui violenze e vessazioni hanno poco di metafisico e riguardano più che altro la realtà dei fatti.


Pulcini e Bergman sono bravi a lavorare sulle suggestioni e sulle psicologie dei personaggi, dipanandone con coerenza i rispettivi rimossi; lo sono meno quando si tratta di tirare le fila del discorso e quindi nel momento in cui sono narrazione e drammaturgia e non i personaggi a costruire la catarsi finale che ne L’apparenza delle cose non è all’altezza delle premesse.

Carlo Cerofolini

mercoledì, febbraio 10, 2021

Malcom & Marie

Malcom & Marie

regia di Sam Levinson

con Zendaya, John David Washington

genere, drammatico

durata, 105'


Il merito più grande di Malcom & Marie è quello di farti dimenticare ciò che stai guardando. In fondo si tratta di un film in bianco e nero, girato in unico ambiente, con due soli attori in scena alle prese con una trama costruita sul confronto dialettico tra i loro personaggi. Insomma, parliamo della quintessenza di come non dovrebbe essere un copione appetibile dagli studios. La magia del cinema invece sta proprio lì e cioè nella capacità di trasformare un’opera da camera in un’esperienza glamour totalizzante e immersiva come quelle sperimentate durante la visione di un blockbuster.

Anche in questo caso al centro della scena c’è un conflitto e di conseguenza la messinscena di uno scontro solo che al posto dei corpi a confrontarsi sono le psicologie e le parole della coppia in questione.
Pur non toccandosi le parti in causa se le danno di santa ragione e mentre lo fanno la mdp di Sam Levinson ci porta nel bel mezzo della battaglia, tra fendenti lessicali e rivelazioni esistenziali che lasciano il segno. Il tutto arricchito da attori - David Washington e Zendaya - che nel diventare altro da se alimentano consapevolmente il proprio status symbol: un paradosso questo del tutto coerente con un contenitore fatto apposta per esaltare il divismo e la mitologia del cinema hollywoodiano, omaggiato anche laddove - e Mank ne è esempio - se ne mettono in evidenza le manchevolezze.
Volendo lo si potrebbe etichettare come un divertissment d’autore se non fosse che in Malcom & Marie c’è davvero poco da ridere.

Carlo Cerofolini


domenica, gennaio 31, 2021

HOME VIDEO: MI CHIAMO FRANCESCO TOTTI

Mi Chiamo Francesco Totti

con Francesco Totti

Versione: DVD

Brand: Vision

Audio: Lingua: Italiano, Inglese | Sottotitoli: Italiano, Inglese

Data uscita: 03.12.2020







"Mi chiamo Francesco Totti" è in primo luogo la storia di un predestinato. Le prime immagini del nuovo film di Alex Infascelli ce lo dicono senza mezzi termini attraverso un aneddoto tanto divertente quanto esplicativo dell’abilità funambolica del protagonista nel calciare un pallone. Apprendiamo infatti che il campione ancora in erba era già un cecchino infallibile ai tempi della scuola elementare quando giocando a tirassegno con i corpi dei compagni finiva per centrarli tutti al primo colpo.

Eppure, nonostante la grandezza indiscutibile del repertorio, dimostrata nel corso di una carriera suggellata dalla vittoria del campionato e da quella del mondiale del 2006, quest’ultima voluta a tutti i costi e nonostante l’infortunio che ne aveva messo a rischio la presenza, il nostro ha l’umiltà di riconoscere la benevolenza di un destino capace di fargli evitare la cessione ad altra squadra nel momento in cui la sua carriera nella Roma stava per esplodere. Anche in quel caso, come nell’altro ben più famoso che fu causa del prematuro ritiro, fu un allenatore, l’argentino Carlos Bianchi, a mettersi di traverso e a peccare di lesa maestà cercando in tutti i modi di farlo cedere ad altra squadra per sostituirlo con un giocatore già affermato.


In questo senso fa ancora più scalpore, dopo aver raccolto le testimonianze di ammirazione e affetto del pubblico restituito dal campione con generosità e riconoscenza verso familiari, amici e colleghi, vedere, e soprattutto ascoltare, la conferma delle parole di accusa pronunciate nei confronti di Luciano Spalletti, il tecnico che, secondo la ricostruzione dell’interessato, si accanì senza motivo  contro la sua persona emarginandolo dal resto della squadra e di fatto impedendogli di scendere in campo se non per piccoli scampoli di partita.


Da questo punto di vista "Il mio nome è Francesco Totti" è, per dirla come Raymond Chandler, una sorta di lungo addio poiché il film costruisce la narrazione a partire dal giorno in cui Totti si appresta a calcare per l’ultima volta un campo di calcio per poi ripercorre le fasi salienti della carriera, non senza tornare di tanto in tanto alla vigilia del fatidico momento per filmare le sensazioni del protagonista.



Aggiungi didascalia
Accompagnato dalla voce fuori campo del protagonista, uguale per simpatia e disincanto a quella di certe scenette pubblicitarie, il film è efficace a trasformare il materiale visivo  in una biografia essenziale da cui è possibile percepire non tanto il talento del calciatore quanto l’umanità dell’uomo, quella capace di farne da sempre un antidivo. Certo, anche il documentario di Infascelli come altri dedicati a grandi personaggi sportivi mantiene la prerogativa per cui è nato e cioè quella di celebrare Totti dal punto di vista di chi ne ha ammirato le gesta sportive, mettendo dunque da parte gli strumenti critici propri del documentario per privilegiare una comunicazione positiva, volta a confermare le certezze degli appassionati. La scelta di privilegiare le immagini rispetto al contenuto, e quindi di non estrapolare mai il protagonista dal contesto che ha concorso a costruirne il mito, contribuisce a fare del Totti cinematografico un vero e proprio personaggio: fonte di ispirazione per film già usciti ("Il campione" di Leonardo D’Agostini) e al centro di progetti sul punto di nascere come la prossima serie interpretata da Pietro Castellitto. Presentato con successo nella selezione ufficiale della Festa del cinema di Roma, "Io mi chiamo Francesco Totti" ha le potenzialità per piacere al grande pubblico.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su ondacinema.it)


venerdì, gennaio 08, 2021

PIECES OF A WOMAN

Pieces of a woman

di Kornél Mundruczó

con Vanessa Kirby, Shia LaBeouf, Molly Parker

USA, Canada, 2020

genere: drammatico

durata: 128’

Presentato alla mostra del cinema di Venezia “Pieces of a woman” è il primo film americano per il regista ungherese Kornél Mundruczó.

La storia è quella della giovane Martha che, insieme al suo compagno Sean, aspetta una bambina. Il film, scandito da alcune date che mostrano allo spettatore lo scorrere del tempo, inizia con la donna ormai in procinto di partorire che ha deciso di dare alla luce il figlio in casa. Ad aiutarla l’ostetrica Eva, inviata in sostituzione di quella con la quale avevano accordi che, a causa di un contrattempo, non ha potuto assistere la giovane coppia. Per un presunto errore da parte della nuova ostetrica il parto ha un esito tragico e il lungometraggio si concentra sull’elaborazione del lutto da parte della giovane coppia e su tutta una serie di dinamiche che si vengono a creare a seguito di questo fatto.

Se da una parte vediamo le rivendicazioni da parte di molti, esterni alla vicenda, subito pronti a puntare il dito verso l’ostetrica o comunque a cercare di ottenere vendetta, dall’altra notiamo un cambiamento progressivo in Martha che cerca di interrogarsi e di comprendere le ragioni che l’hanno portata a questa situazione.

La giovane, interpretata da una superba Vanessa Kirby, riesce ad “insinuarsi” nel pubblico e a renderlo partecipe della sua sofferenza. Magnifico, a tal proposito, il piano sequenza iniziale attraverso il quale veniamo catapultati all’interno di un parto, tutt’altro che semplice, e lo facciamo non da spettatori passivi, ma quasi da personaggi vicini alla protagonista. La sua sofferenza è anche la nostra, le sue paure sono anche le nostre e le sue reazioni sono anche le nostre. La grande capacità dell’attrice risiede proprio in questo, nel mostrarsi completamente alla macchina da presa.

E la sua sofferenza continua per tutta la durata del film, spesso in un silenzio estenuante ed esasperante che non fa comprendere a chi la circonda quello che le passi per la testa e perché reagisca in un certo modo piuttosto che in un altro. In realtà Martha sta metabolizzando l’accaduto e sta cercando di reagire in una maniera il più razionale possibile.

Ma il “Pieces of a woman” del titolo non fa riferimento solo e soltanto a Martha. Perché non è solo lei la vittima dell’intera storia (oltre alla bambina, naturalmente). Anche Eva, l’ostetrica accusata immediatamente da chiunque di essere la responsabile della morte della piccola, deve sottostare ad un processo mediatico e reale che la vede diventare il capro espiatorio dell’accaduto.

Un film forse a tratti lento, ma che fa leva sulle prove attoriali dei protagonisti, in particolare quella di Vanessa Kirby, per la quale l’attrice britannica ha già ottenuto più che meritatamente la Coppa Volpi a Venezia e ha messo la sua firma in vista dei prossimi Oscar, per i quali è praticamente d’obbligo una candidatura.

Una travolgente storia di emozioni che spesso si sofferma con attenzione su dettagli apparentemente insignificanti, ma che aiutano la comprensione di tanti aspetti. Una regia che accompagna il pubblico e gli interpreti e lo fa scavando a fondo, ma senza dare giudizi di nessun tipo.

Una buonissima prova sotto tutti i punti di vista.


Veronica Ranocchi

domenica, novembre 01, 2020

INVISIBILI: VAN DIEMEN'S LAND

van Diemen’s land

di, Jonathan auf der Heide

con, Oscar Redding, Thomas R. Wright, Paul Ashcroft, Arthur Angel, Mark Leonard Winter, Greg Stone, John Francis Howard, Torquil Neilson

genere, drammatico

Australia 2009

105’





… alle prepotenti realtà di quel prodigioso mondo di piante,

di acque, di silenzio. Ma quell’immobile vita non aveva proprio

nulla di pacifico. Era l’immobilità di una forza implacabile che

stia covando qualche imperscrutabile disegno

— J. Conrad —



Assai più che beffardamente, a dire con il retrogusto di una malevolenza irriducibile oltreché imponderabile, la vita può ridursi a un viaggio di avvicinamento alla morte, sebbene questo sia stato intrapreso come gesto estremo di riaffermazione di sé. Tra due capisaldi casuali - un inizio e una fine - a volte la vicenda assume i tratti di una appassionante impresa. Più spesso, il manto che ne avvolge le circostanze non è altro che il sudario sbiadito della mediocrità e dell’indifferenza. Allo stesso modo, non è raro che le fogge da lei acquisite - a mo’ di perfido percorso obbligato - siano quelle truci dell’abiezione e della crudeltà. Dal momento che, in ogni caso, tale prerogativa è comune all’animale umano in quanto specie, non stupirà la collocazione di una delle sue più allusive epifanie ai confini geografici del mondo conosciuto, più di preciso nella Terra di van Diemen (l’attuale Tasmania, così ribattezzata nel 1855 dopo che Abel Tasman, qui giunto nel novembre del 1642, ne aveva intitolato gli orizzonti materiali ad Anthony van Diemen, ai tempi Governatore Generale delle Indie Olandesi Orientali), presso la Colonia Penale di Macquarie Harbour, nell’anno di grazia 1822.


La storia, più o meno ricalcata dall’esordiente auf der Heide con la collaborazione di Oscar Redding alla sceneggiatura su fatti realmente accaduti, si dipana attorno alle figure di otto detenuti - Alexander Pearce/di nuovo Redding, Robert Greenhill/Angel, Alexander Dalton/Winter, Thomas Bodenham/Wright, John Mather/Neilson, Matthew Travers/Ashcroft, William Kennerly/Stone ed Edward Little Brown/Howard - di origine inglese, scozzese, irlandese i quali, in ossequio alla scaltrezza tipica degli imperi, nel caso quello britannico al suo apogeo, contribuiscono obtorto collo, in veste di avanguardie reiette spedite oltremare a scontare in regime di lavori forzati le pene più varie e recidive (“Sono qui per sei paia di scarpe”, sillaba inerte Pearce), al consolidamento delle colonie nuovissime avocate alla Corona nemmeno un sessantennio prima a seguito delle esplorazioni del comandante Cook. L’idea della fuga è perciò un assillo, e tanto più allettante quanto più in apparenza semplice da concretizzare, non esistendo di fatto particolari sistemi di sorveglianza che non siano riconducibili alla monumentalità di un ambiente lussureggiante, vasto e primitivo che ricopre l’avamposto a nome Sarah Island, a mollo nelle acque interne del Pacifico Australe, teatro del racconto. Ecco, dunque, migliaia di alberi poderosi avvinti in strambi amplessi su un letto di smeraldo imbronciato a base di felci, arbusti e muschi, a impedire allo sguardo di aprirsi una strada verso il cielo. A variare il colpo d’occhio intervengono erte ripide che si innalzano all’improvviso su fiumi dal corso spesso impetuoso. E, ancora, vette a cui non sono estranee precipitazioni nevose si alternano a rilievi più dolci ma ingombri di vegetazione; chiazze di terreno piatto, agevoli in lontananza, nascondono acquitrini e recessi melmosi. Ogni centimetro di spazio uniformemente impregnato di una pellicola di umidità assicurata da piogge cicliche e persistenti. Per tutta evidenza, sono il clima e la conformazione dei luoghi, allora, più che la costanza repressiva dell’Autorità, a fissare le condizioni di una sopravvivenza ogni giorno da conquistare e, per contro, di una dipartita sempre un passo dietro le spalle. Consegue che, sin da subito, l’evasione messa a punto dal lacero gruppo di disgraziati (consistente nel sopraffare il custode dell’imbarcazione che di solito li traghetta in una zona di macchia vergine dove l’abbattimento continuativo di tronchi alimenta la nascente industria del legno e puntare verso Est, sede dei meno remoti insediamenti, anche se “There’s nothing out there”, li ammonisce il malcapitato) somigli più a una specie di stranito élan mortel che a un indomito desiderio di libertà (quest’ultimo in effetti più volte negato durante il sovrapporsi delle peripezie da una istanza a più voci finalizzata a un paradossale “tornare indietro”), azzardo temerario che non implicherebbe alcun lascito se il lugubre commento - in gaelico - di Pearce, pronunciato di quando in quando nei toni di una crescente e allucinata incredulità, non si incaricasse di renderne testimonianza: “Io sono un uomo tranquillo… Un uomo tranquillo che non vuole altro che un po’ di whisky nel sangue, una canzone nelle orecchie e una donna nel letto… Avevi dunque il Diavolo dentro quando mi hai portato qui ?… La pioggia sta arrivando”, annota in apertura su un lento movimento avvolgente della mdp a scrutare l’imperturbabilità della foresta aprirsi sul silenzio della baia e delle sue acque grigie come lame rotto solo dalle incombenze schiavili dei galeotti.



In quel tempo senza tempo stabilito dall’alternanza capricciosa degli elementi, le pretese avanzate dal comparto umano ben presto retrocedono a rango di oziosi intenti. Nell’eccedenza di vita vegetale (quella animale essendo pressoché inesistente o alquanto elusiva), nel suo incessante rincorrersi e puntuale ritrovarsi, nel rapporto elementare ma indefettibile fissato da processi chimico-fisici vecchi di millenni a riunire luce, acqua e composti organici in una sorta di unica, immensa creatura, infatti, il lavorìo febbrile ma caotico di esseri già orfani del legame originario con un mondo in perenne trasformazione - maldestramente sostituito da una volontà persuasa dell’ineluttabilità dello sfruttamento a fronte della prospettiva di una equilibrata coesistenza - lascia presto germinare le tossine della follia e della distruzione. Sorprendente risulta, a riguardo, la maniera di accostarsi utilizzata dall’autore a questa che è una materia ricca dal punto di vista simbolico, quindi in potenza passibile tanto di digressioni retoriche che di sbrigative semplificazioni, per non dire di teorici istrionismi stilistici. Al contrario, qui ci troviamo di fronte a un dramma i cui termini di riferimento sono al punto contundenti (lo stato avanzato della cecità dell’homo tecnologicus del XIX sec. nei confronti di un pianeta il cui riflesso nell’immaginazione collettiva stava velocemente virando da dono illuminato della benevolenza divina a nudo campo di applicazione di interessi particolari; il suo individualismo feroce che si svela alleato primo della demenza e dell’abominio, laddove uno spirito sinceramente collaborativo avrebbe almeno risparmiato l’onta dell’ignominia; l’oscuro desiderio di morte che ogni volta, in specie nelle congiunture dirimenti, sembra permearne anche le più ardite intraprese) da suggerire e far preferire la strada dell’approccio obliquo, della suggestione, evocata magari da uno sguardo perduto in una pienezza oramai incomprensibile - quella della voluttà minacciosa, perché mai esaurita nella sua mera evidenza, di uno squarcio, boschivo, fluviale, montano inviolato - così pienamente sé stessa (“Questa cosa che ingrassa su sé stessa…”, prova ad articolare un arreso Greenhill, impossibilitato a capacitarsi) da fagocitare mano mano le parole a disposizione degli uomini per attutirne l’impatto, concedendo d’altro canto tregua solo per laconici commenti intessuti al fuoco di improvvisati bivacchi atti a diluire lo stremo, il disgusto, la fame (definita dal cuore nero Pearce “uno strano silenzio”) o per dar sfogo a pruriti su donne favolose e compiacenti possedute durante chissà quali deliri onanistici da reclusi, in realtà fragili esorcismi messi assieme per provare a scrollarsi di dosso un orrore che non va più via: “Una volta ho visto un ragazzo prendersi duecento frustate”, rammenta il vecchio Little Brown. “Dopo le prime cento, gli è venuta fuori la spina dorsale. Così le altre cento gliele hanno date sul culo. Il sangue usciva come da un rubinetto. Non ci ho nemmeno provato a scappare, dopo quello”. Risulta pertanto coerente, nella sua fatalità, l’efficacia del controsenso che allinea senza attriti, anzi, con una sua perversa innocenza, la progressione idealmente votata alla riconquista di ciò che più preme al genere sapiens, ossia la capacità di piena auto-determinazione, e il suo via via somigliare a una sciagurata e rabbiosa rincorsa verso l’abisso, in relazione alla quale lo scempio ripetuto del cannibalismo (tra l’altro, perpetrato per raptus subitanei, senza distinzione di età, complessione, cricche cameratesche, a comporre, forse, antipatie inconsce generate dallo sfinimento o disforie per più ovvi rancori troppo a lungo repressi) non è che, al contempo, l’impronta più vistosa e la decalcomania in sedicesimo di imminenti e più insaziabili appetiti di cui la Storia aveva cominciato a prefigurare - e a pregustare - l’avvento. In simil guisa, un ordito tematico siffatto non poteva che confidare su una trama visuale di eguale valenza espressiva, in grado cioè di esaltare la componente allegorica all’interno dell’impellenza di quella materica schivando le trappole dei sovraccarichi cromatici e dei generici estetismi. Ancora una volta con gusto e metodo (ribadiamo che è di un esordiente che stiamo parlando), auf der Heide, grazie all’apporto decisivo delle luci e dei colori scelti da Ellery Ryan, arrischia uno scarto, figurativo stavolta, dando origine a un ibrido tra i più seducenti e malsani - perché strepitosamente e inquietantemente vivo - visti di recente, costituito da un compromesso di volumi, ombre, tonalità in equilibrio tra la cupa magnificenza del paesaggismo caro a Caspar D. Friedrich e il concorso di sfumature e lucori di derivazione naturale colti durante il trascorrere delle giornate, in un accostarsi, avvicendarsi e rimescolarsi di grigi, di effusioni bluastre, di repentine opalescenze, fino a lambire per ampie parentesi i chiaroscuri e i riverberi del leggendario verde-nero inseguito, per esempio, da van Gogh. Ciò gli consente di guadagnarsi una qual equidistanza tanto dalla solennità estatica del sublime manierismo malickiano, quanto dal titanismo terragno reso esemplare da Herzog, giungendo ad approssimare, attraverso gli strumenti della finzione, quell’immediatezza tipica del resoconto documentario, unica via, probabilmente, per restituire nel giusto impasto di verosimiglianza e affabulazione il volto terribile dell’avventura.

[Nota: Alexander Pearce, unico sopravvissuto allo svolgersi dei fatti, venne al fine catturato e ricondotto a Macquarie Harbour. Da qui fuggì una seconda volta assieme a un altro detenuto, Thomas Cox, il cui corpo mutilato venne rinvenuto non lontano dalla Colonia Penale. Pierce, di nuovo preso e confinato, venne trasferito a Hobart Town Goal e ivi impiccato il 19 Luglio 1824].  

TFK

martedì, ottobre 27, 2020

AMMONITE

Ammonite

di Francis Lee

con Kate Winslet, Saoirse Ronan

genere, romantico, biografico, drammatico

USA, Gran Bretagna, Australia 2020

durata, 120’

 

Nell'ambito del lungometraggi candidati agli Oscar ce ne sono alcuni progettati fin dall'inizio con un unico scopo, quello di far risaltare le interpretazioni di attori e attrici chiamati a interpretarli. Di solito si tratta di film a metà strada tra prodotto mainstream e cinema d'autore caratterizzati da temi di facile presa e personaggi accattivanti, tali da portare il pubblico all'immedesimazione sin dalle prime sequenze.


"Ammonite" del regista britannico Francis Lee combacia alla perfezione con i requisiti sopra elencati a cominciare dalla scelta dell'argomento incentrato sulla relazione tra due donne nell'Inghilterra vittoriana della prima metà dell'Ottocento. E poi per il fatto che a interpretare la paleontologa Mary Anning e la sua amante, la giovane e maritata Charlotte Murchison, ci siano due delle attrici anglosassoni più amate e rispettate non solo per la loro bravura ma anche per il fatto di proporre da anni un modello di femminilità fuori dagli schemi, capace di essere indipendente senza per questo rinunciare al romanticismo e alla femminilità. Resa più affascinante da trascorrere degli anni, Kate Winslet appare quanto mai in parte in un ruolo, quello della Anning, in cui le si chiedeva di essere tormentata e sofferente senza però perdere un briciolo della dignità e dell'autorevolezza necessarie a impersonare una studiosa capace di imporre il proprio pensiero all'interno di una comunità scientifica maschilista e conservatrice. Fa da contrappeso la presenza di Saoirse Ronan, attrice prediletta dal cinema newyorkese più chic, nei panni della più fragile Murchison, capace però di sostenere anche dal punto di vista intellettuale la forte personalità della sua interlocutrice.


Consapevole del capitale umano e artistico messogli a disposizione, la regia di Lee evita artifici e soluzioni che non siano quelle di mettere le sue attrici nella condizione di esprimersi al meglio. In questo Lee adotta una regia invisibile ma efficace nel far risuonare sguardi e silenzi attraverso il contraltare di un paesaggio letterario e insieme cinematografico. Battuta dal vento e bagnata dal mare in perenne tempesta il sublime della costa inglese davanti alla mdp diventa qualcosa a metà strada tra "Lezioni di piano" e "Cime tempestose": senza avere la complessità di quei modelli ma riprendendoli soprattutto quando si tratta di assegnare al sublime dell'elemento naturale i’inespresso di una relazione per molti versi impossibile da manifestare e dunque destinata a farsi sentire in maniera indiretta nell'austerità del clima, negli improvvisi cambi di luce, in generale nelle asprezze di un luogo tanto pittoresco quanto inospitale.


Minimale nello sviluppo dell’intreccio e laconico in quello dialogico, "Ammonite" è un film di atmosfere e suggestioni che le due interpreti principali trasformano in un tessuto emotivo più nascosto che esplicito, conseguenza di rimandi interni come quello che fa del processo conoscitivo la capacità di saper andare oltre l'apparenza. Winslet e Ronan sono da Oscar.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su ondacinema.it)


mercoledì, agosto 19, 2020

Looking for Alaska. O dell’ultima età inquieta




ideazione: Josh Schwartz
con: Kristine Frøseth, Charlie Plummer, Denny Love, Jay Lee, Sofia Vassilieva, Landry Bender, Timothy Simons, Ron Cephas Jones, Uriah Shelton
- USA 2019 -
miniserie, ep. I/VIII
durata media: 53’ ca./ep.






Don't go, what's so great about there ?
It's all damn tunnels, newspapers and skin
And meanwhile, you know
I'll be here and you there
with crackheads and assassins and burn victims
and millionaires' sons

— The for carnation —


I

La ragione inconfessabile per la quale si è sempre ricamato attorno all’adolescenza nei modi utili a suggerire una leggendaria aurea aetas risiede nel fatto che chi ne parla l’ha passata da un pezzo - e nemmeno tanto bene, a giudicare dall’aspetto ultimo assunto dalla rispettiva faccia - Ma soprattutto si basa sulla tesi che essa, di per sé, debba essere ricondotta a un periodo per lo più contraddistinto da pensieri eversivi e sottintesi atteggiamenti antagonisti, nemmeno il mondo non fosse poi costituito per una notevole sua parte da quella che J.K.Toole aveva classificato come a confederacy of dunces (un branco di idioti), logica e degna filiazione di legioni di altrettali post-puberi: cretini, ipocriti, profittatori, vili, leccapiedi, et. Un minimo di precauzione, quindi, indurrebbe a tenere a mente l’inconveniente per cui neanche l’adolescenza sfugge a uno dei meccanismi tipici dell’apprendimento e dell’esperienza, quello incline all’equivoco di una rappresentazione idealizzata, legittimamente nostalgica e/o consolatoria, magari, nondimeno falsa quanto pure, oggi come oggi, tenuta in circolo e vezzeggiata da una industria (nel caso, culturale, ohibò) che ha fatto dell’età verde un’esca per tutte le stagioni, ossia il solito imbroglio un tanto al chilo. In realtà, la prima giovinezza rappresenta l’istante in cui una coscienza in formazione si imbatte con l’evidenza che fa coincidere la-scoperta-del-mondo con l’epifania della sua finitezza e della sua gratuità, al di sopra della quale si erge - silenzioso, monumentale e trionfante - l’unico mistero degno di questo nome, quello della Morte, con annessa rassegnazione alla sostanziale inscalfibilità del Male. Proprio su questa direttrice eminentemente letteraria, costruita cioè a partire da un campione umano elevato a epitome di una condizione e in via ulteriore irrobustita dal suo effettivo calco romanzesco impressole a suo tempo (2005) da un esordiente alla scrittura come John Green (autore di altri due testi presto trasferiti sul grande schermo, “Colpa delle stelle”/”The fault in our stars”, nel 2014 e “Città di carta”/”Paper towns”, nel 2015), quantunque con un tenore che - per la temporanea rassicurazione di chi guarda - alterna, ai predetti nuclei tragici, commedia e dramma, momenti di riflessione e parentesi romantiche, scazzi a orologeria e improvvise euforie, si sviluppa un lavoro come “Looking for Alaska”, miniserie in otto episodi (proposta da Hulu, gruppo Disney/NBC Universal in collaborazione con la Paramount Pictures, dopo traversie produttive, traccheggi e rinvii protrattisi sin dall’uscita del libro) centrata sulle vicissitudini di un pugno di liceali accomunati oltreché da uno status sociale e familiare omogeneo - la piccola borghesia provinciale e il proletariato più o meno disfunzionale - da una spiccata sensibilità unita a una non comune per quanto acerba ma tenace diffidenza di classe.

domenica, luglio 12, 2020

MATTHIAS & MAXIME

Matthias & Maxime
di Xavier Dolan
con Xavier Dolan, Gabriel D'Almedia
Canada, 2020
genere, drammatico
durata, 119'


Il cinema di XavierDolan è sempre autobiografico ma talvolta lo è di più di altre per il suo essere invaso da sentimenti e stati d’animo che sono la trasposizione di questioni contingenti. MatthiasMaxime ne è la conferma in virtù del suo prefigurarsi come il tentativo di ricucire lo strappo seguito alla tormentata lavorazione di La mia vita con John F. Donovan, film che nelle intenzioni del regista doveva segnare l’inizio di una nuova fase di carriera e il principio di un nuovo corso lavorativo. Girato in lingua inglese e prodotto nel contesto e secondo le regole dell’apparato hollywoodiano, il primo lungometraggio in terra americana si è però rivelato un flop di tali proporzioni da indurre il regista a ritornare sui propri passi.0

Da cui Matthias & Maxime, ovvero la restaurazione del primo cinema di Dolan, quello nel quale era lui per primo protagonista in veste di attore davanti alla mdp e in cui il budget ridotto e la freschezza di volti e corpi esenti dai condizionamenti dello star system diventavano il viatico di una libertà artistica qui confermata dalla leggerezza dell’assunto. Matthias & Maxime ruota infatti attorno a un bacio rubato, quello che i due amici si danno in veste di attori di un film amatoriale e che da lì in poi assurge a motivo della messa in discussione delle rispettive esistenze.0

Se l’orizzonte temporale entro il quale si svolge la vicenda sono le giornate che separano Maxime dal giorno della partenza per l’Australia dove il ragazzo ha intenzione di trasferirsi e se ancora le vicissitudini scaturite dall’avvicinarsi della data fatidica altro non sono che il risultato delle schermaglie con cui Maxime e i suoi amici esorcizzano l’imminente separazione, allora si può dire che Matthias & Maxime ragioni soprattutto sull’importanza delle proprie radici e sulla necessità di rimanervi il più possibile ancorati. Magari, tornando a casa, come ha fatto Dolan, anche nella riproposizione di situazioni e tematiche da sempre al centro della sua poetica. E dunque riflettendo sull’amore e le sue pene, su amicizia e identità sessuale per non dire dei rapporti famigliari, come al solito tanto imprescindibili quanti tormentati.

Nel farlo Dolan si affida a una regia più concreta di altre occasioni, lasciando che siano espedienti tutto sommato semplici a sottolineare lo stato d’animo del film. Parliamo per esempio delle accelerazioni del numero dei frame volte a sottolineare l’esuberanza giovanile e il tumulto degli affetti e ancora di certi stacchi di montaggio, anticipati rispetto alla fine della sequenza apposta per sottolineare le reticenze e i non detti di una verità, quella che Matthias e Maxime faticano a confessarsi.
Carlo Cerofolini