Serpenti
di Roberto De Paolis
Italia, 2026
genere: commedia
durata: 93'
con Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto
La situazione politica
italiana è grave… ma non è seria.
Così si apre Serpenti,
il nuovo film di Roberto De Paolis scritto dai fratelli D’Innocenzo,
black comedy che contesta la situazione burocratica (e non solo)
italiana con leggerezza e tante risate.
La domanda è: si può
ridere del dramma quotidiano che ormai accompagna le nostre vite? Se lo si fa
in maniera intelligente andando a toccare i punti centrali e portandoli al
paradossale allora la risposta è sì.
Ed è proprio questo
quello che fanno i D’Innocenzo nella scrittura, arguta, furba ed
efficace, ma anche De Paolis nella direzione del film.
Tutto inizia con il campo
lungo di Paolo Marra. Di fronte alla macchina da presa l’uomo ha appena
ammesso di aver ucciso la moglie. Deciso a costituirsi (un Leonardo Lidi molto
nella parte, perfetto nel mescolare disperazione e senso di colpa) al più
vicino comando della polizia Paolo scopre che nessuno sembra prendere
seriamente in considerazione la sua confessione.
Dal piantone intento a
cercare la nuova cover per il cellulare all’agente col mal di testa a grappolo,
passando per un avvocato farlocco e una cartomante, Paolo si
spazientisce e non si capacita di tutto ciò che accade intorno a lui. Nessuno
sembra davvero capire la gravità della situazione. E lui si trova costretto a
oltrepassare il limite per venire almeno considerato.
Da qui la domanda che
sorge spontanea è: Paolo è carnefice o vittima? È carnefice perché ha
commesso un delitto, ma è anche vittima di un sistema che lo sta logorando
non dandogli la giusta attenzione. È proprio da questo che nasce e si
dipana la satira arguta di Serpenti, un modo sicuramente efficace
per poter portare sullo schermo una tematica drammatica, ma resa in chiave
comica.
Paolo perde
completamente la bussola della ragione, ma si è anche smarrito fisicamente,
rimanendo ingabbiato in ambienti a tratti labirintici, a tratti claustrofobici
che lo deridono a loro volta. I lungi corridoi del comando della polizia
richiamano il celebre gioco Snake che compare nei titoli di testa, ma in
parallelo c’è il labirinto delle scale che gli fa perdere la cognizione dello
spazio (e anche del tempo).
Ad alimentare tutta
questa sensazione ci pensano i personaggi che il protagonista incontra sul suo
cammino. Dal poliziotto interpretato alla perfezione da Alessandro Borghi
che, tra accento ancora più marcatamente romano e menefreghismo, comincia a far
venire i primi dubbi a Paolo, fino all’avvocato (un magistrale Pietro
Castellitto) che solo per pochi secondi sembra essere uno dei pochi
personaggi lucidi, ma che poi si perde nei discorsi facendo credere all’omicida
di essere dalla parte della ragione e inventandosi di sana pianta una storia
alternativa in grado di giustificarlo. Un parterre di personaggi paradossali e
al limite dell’assurdo che, però, funzionano alla perfezione per rendere
concreta l’idea di un meccanismo che ha evidentemente delle lacune, qui portate
all’eccesso.
Veronica Ranocchi

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