martedì, settembre 08, 2026

SERPENTI

Serpenti

di Roberto De Paolis

Italia, 2026

genere: commedia

durata: 93'

con Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto

La situazione politica italiana è grave… ma non è seria.

Così si apre Serpenti, il nuovo film di Roberto De Paolis scritto dai fratelli D’Innocenzo, black comedy che contesta la situazione burocratica (e non solo) italiana con leggerezza e tante risate.

La domanda è: si può ridere del dramma quotidiano che ormai accompagna le nostre vite? Se lo si fa in maniera intelligente andando a toccare i punti centrali e portandoli al paradossale allora la risposta è sì.

Ed è proprio questo quello che fanno i D’Innocenzo nella scrittura, arguta, furba ed efficace, ma anche De Paolis nella direzione del film.

Tutto inizia con il campo lungo di Paolo Marra. Di fronte alla macchina da presa l’uomo ha appena ammesso di aver ucciso la moglie. Deciso a costituirsi (un Leonardo Lidi molto nella parte, perfetto nel mescolare disperazione e senso di colpa) al più vicino comando della polizia Paolo scopre che nessuno sembra prendere seriamente in considerazione la sua confessione.

Dal piantone intento a cercare la nuova cover per il cellulare all’agente col mal di testa a grappolo, passando per un avvocato farlocco e una cartomante, Paolo si spazientisce e non si capacita di tutto ciò che accade intorno a lui. Nessuno sembra davvero capire la gravità della situazione. E lui si trova costretto a oltrepassare il limite per venire almeno considerato.

Da qui la domanda che sorge spontanea è: Paolo è carnefice o vittima? È carnefice perché ha commesso un delitto, ma è anche vittima di un sistema che lo sta logorando non dandogli la giusta attenzione. È proprio da questo che nasce e si dipana la satira arguta di Serpenti, un modo sicuramente efficace per poter portare sullo schermo una tematica drammatica, ma resa in chiave comica.

Paolo perde completamente la bussola della ragione, ma si è anche smarrito fisicamente, rimanendo ingabbiato in ambienti a tratti labirintici, a tratti claustrofobici che lo deridono a loro volta. I lungi corridoi del comando della polizia richiamano il celebre gioco Snake che compare nei titoli di testa, ma in parallelo c’è il labirinto delle scale che gli fa perdere la cognizione dello spazio (e anche del tempo).

Ad alimentare tutta questa sensazione ci pensano i personaggi che il protagonista incontra sul suo cammino. Dal poliziotto interpretato alla perfezione da Alessandro Borghi che, tra accento ancora più marcatamente romano e menefreghismo, comincia a far venire i primi dubbi a Paolo, fino all’avvocato (un magistrale Pietro Castellitto) che solo per pochi secondi sembra essere uno dei pochi personaggi lucidi, ma che poi si perde nei discorsi facendo credere all’omicida di essere dalla parte della ragione e inventandosi di sana pianta una storia alternativa in grado di giustificarlo. Un parterre di personaggi paradossali e al limite dell’assurdo che, però, funzionano alla perfezione per rendere concreta l’idea di un meccanismo che ha evidentemente delle lacune, qui portate all’eccesso.


Veronica Ranocchi

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