lunedì, settembre 24, 2018

A VOCE ALTA - LA FORZA DELLA PAROLA


A voce alta: la forza della parola
di Stèphane de Freitas
con Souleila Mahiddin, Eddy Moniot, Bertrand Pèrrier
Francia, 2017
genere, documentario
durata, 109’


Ogni anno, all'Università di Saint-Denis, a nord di Parigi, si svolge una gara di oratoria che premia il migliore partecipante del distretto. Gli studenti vengono da diversi contesti sociali e si formano con professionisti per imparare l'arte di parlare in pubblico. Il regista Stéphane de Freitas ha dato vita al progetto Eloquentia nel 2012, con lo scopo di aiutare i giovani dei sobborghi a credere in se stessi e a fare in modo di non trovarsi mai a disagio a causa del modo di parlare e delle etichette che porta inevitabilmente con sé.

L'opportunità offerta dal concorso e dalle lezioni di gruppo che lo preparano va molto al di là dell'imparare a formulare un discorso accattivante.

L'obiettivo è la produzione di dissertazioni orali che vengano dall'esperienza di vita personale di ognuno dei partecipanti e che raccontino dunque i loro valori e le loro idee, in forma di slam poetry, di arringa o di pezzo di teatro. I ragazzi imparano che la parola è un'arma, da maneggiare con cura e responsabilità, che può far commuovere e convincere, e può abbattere le differenze di classe (come dimostra in parte già il processo stesso della preparazione al contest, con i professori che dalle università di Parigi si spostano in periferia per condividere i loro trucchi e segreti).


ll montaggio alterna, in maniera classica ed efficace, la documentazione delle lezioni con brevi incursioni nelle vite e nelle case dei protagonisti e con i momenti salienti delle fasi finali del concorso, confezionate fortunatamente in maniera più vicina ad un moderno agone che ad un talent show. Tuttavia, la cosa più interessante del documentario di De Freitas, in verità, è che chiama in causa anche lo spettatore: impossibile non ammirare il grande lavoro, individuale e di gruppo, che fanno Leïla, Elhadj, Eddy e tutti i ragazzi coinvolti, senza domandarsi quanto noi stessi siamo disposti a metterci in gioco nei nostri discorsi quotidiani e quanto, poco o tanto, ci sforziamo di arricchire il nostro vocabolario e, di conseguenza, la nostra idea del mondo e della sua varietà.
Il documentario propone concretamente un laboratorio di democrazia accessibile a tutti, scuole per prime, che non implica un livellamento delle abilità verso il basso ma, al contrario, uno stimolo alla scoperta dei propri talenti e all'elevazione degli stessi. Esiste, infatti, anche uno spirito di competizione positivo, quando il fine è quello di darsi uno strumento per la vita, per viverla meglio ovunque.
Riccardo Supino

sabato, settembre 22, 2018

OGNI PERSONA E' UNICA E IMPORTANTE: INTERVISTA AD ABEL FERRARA REGISTA DE PIAZZA VITTORIO

"Piazza Vittorio" è cinema di Ferrara allo stato puro, vitale e allo stesso tempo tragico. Conquistati dall'ultimo lavoro del regista newyorkese abbiamo avuto modo di rivolgere qualche domanda al grande regista americano.


Le note di Woodie Guthrie che accompagnano le immagini di Piazza Vittorio stabiliscono un parallelo tra l’Italia di oggi e l’America dei primi del novecento, e ancora tra te e gli intervistati. La California e l’Italia sono terre promesse destinate a deludere chi è convinto di trovarvi la soluzione ai propri problemi.

Questa canzone è stata scritta per le persone che scappavano dalla fame e dalle terribili condizioni di vita dell’America della Grande depressione alla ricerca della terra promessa. Guthrie canta la disillusione di chi arriva e scopre che esiste poco o nulla di ciò che pensava. Esattamente quello che è successo a molte delle persone che ho incontrato in piazza Vittorio. Le aspettative deluse della gente fuggita dal proprio paese e immigrata in Italia è la stessa dei miei connazionali quando agli inizi del ‘900 arrivarono in California sperando di trovarvi la soluzione ai loro problemi.

In controtendenza con il pensiero di molti degli intervistati, ci sono anche personaggi come Willem Dafoe e Matteo Garrone che si dicono felici e ispirati dal fatto di abitare a Piazza Vittorio. Mostrarli ti serviva per evidenziare le contraddizioni presenti nella realtà italiana, oppure era l’espediente utile per creare una variante narrativa?

La reazione delle persone che vengono dall’Africa può essere estesa anche ad artisti affermati come Dafoe e Garrone. Quando riesci a mettere il microfono davanti a qualcuno non importa se è una persona comune o un personaggio famoso, lui vuole solo parlare. C’è l’extra comunitario che viene dalla Nigeria e poi Garrone che dai Parioli è immigrato a Piazza Vittorio (ride). Molte delle persone che vedi nel film le puoi incontrare ogni giorno nella piazza o nelle strade limitrofe. Ognuno di loro ha un proprio universo anche se arriva dallo stesso luogo degli altri. Succede come a Roma, in cui ci sono diversi quartieri e quindi diversi mondi. San Giovanni, Santa Maria Maggiore e Prati sono sempre all’interno della capitale, ma allo stesso tempo rappresentano un mondo a sé, un microcosmo all’interno della grande città. Così è per gli immigrati che ho intervistato. Ogni persona è unica e per questo vale la pena di raccontarla.

Se guardo alle facce che si alternano davanti alla mdp non posso non cogliere la somiglianza con i personaggi dei tuoi film di finzione, così come il melting pot di Piazza Vittorio è molto simile a quello dei posti che sei abituato a raccontare. Dipende dal tuo sguardo o è solo l’umanità a essere uguale in ogni parte del mondo?

Può essere che le somiglianze di cui parli esistano davvero. La realtà però è che ho acceso la camera e ho detto a qualcuno: “se parli ti do 20 euro o 100 dollari”. Dopodiché ci sono voluti 200 per farlo smettere (ride). Una volta che li fai iniziare le persone vanno avanti a oltranza e ti raccontano tutti i loro problemi, indipendentemente dal posto in cui ti trovi. D’altronde chi è che non vuole essere raccontato? Soprattutto se per farlo viene pure pagato.


In alcune sequenze tu e la tua troupe entrate dentro l’inquadratura. Era questo un modo per condividere la condizione degli intervistati? Te lo chiedo perché in una di queste scene ti rivolgi a loro dicendogli di sentirti anche tu un migrante.

Non si tratta di questo. Più semplicemente io sono lì e filmo le persone che vedo. Così, oltre agli intervistati dentro il quadro entrano la camera, il microfono e me stesso intento a interagire con le persone con le quali lavoro. Tutto qui. Più interessante è sapere che Piazza Vittorio è nato da una collaborazione con la scuola di Sentieri Selvaggi che si trova vicino alla piazza. Ho pensato al documentario come a una sorta di diario personale e molte delle cose che vedi sono state filmate con il cellulare.

Tu lavori da sempre in maniera indipendente. Che differenze ci sono oggi rispetto agli inizi della tua carriera?

Nessuna, tranne il fatto che, se fai un film a Los Angeles, a New York, o qui a Roma, a cambiare è solo il tipo di business. Come regista non devi farti condizionare da queste cose, non puoi fermarti a dormire, ma solo adattarti alla situazione e sperare di fare grandi film.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

mercoledì, settembre 19, 2018

LA PROFEZIA DELL'ARMADILLO


La profezia dell'armadillo
di Emanuele Scaringi
con Simone Liberati, Valerio Aprea, Pietro Castellitto
Italia, 2018
genere, drammatico
durata, 99'



Dal fumetto al cinema il passo è breve se ti chiami Zerocalcare.

Con “La profezia dell’armadillo”, presentato nella sezione “Orizzonti” al festival del cinema di Venezia, recentemente concluso, viene portata sugli schermi la prima avventura che aveva preso vita dalla penna di Michele Rech (in arte Zerocalcare) nel 2011.

La vicenda narra la storia di Zero, un ragazzo romano, disegnatore, in cerca di lavoro, il quale si ritrova spesso a conversare e ricevere consigli da un armadillo che altri non è che la sua coscienza. Le sue giornate, abbastanza monotone, sono scandite dai momenti che passa con l’amico Secco, fino a che a scombussolarle non arriva un giorno una notizia devastante: la morte di una loro compagna di scuola, Camille. I due si metteranno, quindi, in viaggio (sia fisico che mentale) alla ricerca di una risposta a questo dramma.

Il regista Emanuele Scaringi, con l’aiuto dell’autore del testo dal quale è tratta la vicenda, si avvale delle prestazioni di Simone Liberati (che interpreta Zero) e di Pietro Castellitto (Secco), figlio d’arte di Sergio Castellitto, i quali riescono a sostenere il filo conduttore della storia, l’ironia e la spensieratezza dei due giovani ragazzi romani che interpretano.

Menzione d’onore va anche a Valerio Aprea, l’armadillo protagonista della vicenda che sembra, però, quasi perdersi e disperdersi con il susseguirsi degli avvenimenti. Se inizialmente è chiaro che rappresenti la coscienza di Zero, con il quale intrattiene interessanti e costruttive conversazioni, nel momento in cui i due amici decidono di mettersi alla ricerca di determinate risposte, l’armadillo quasi scompare per poi rientrare in scena nel tentativo di far ammettere la verità al giovane ragazzo romano. “Rinunciare significa scegliere” è, infatti, una delle grandi lezioni del film (e con tutta probabilità anche del fumetto dal quale si origina).


Interessante anche il dialogo che Zero ha con un ragazzo, Blanka, che aiuta con i compiti a scuola. In realtà, nonostante il suo metodo di insegnamento e di spiegazioni risulti essere alquanto anomalo, si rivela efficace nella misura in cui riesce a trasmettere al giovanissimo delle lezioni di vita piuttosto che delle nozioni. “Bisogna distinguere tra quello che è giusto o sbagliato. Se poi quello che è giusto è legale o illegale è un’altra cosa. Quello che è giusto rimane giusto per sempre.” è uno degli insegnamenti che Zero impartisce a Blanka e che lo spettatore vede poco dopo in un dialogo tra il protagonista e una Camille molto giovane mostrati attraverso uno dei tanti flashback presenti all’interno del film che aiutano a inquadrare e capire determinati atteggiamenti e modi di fare o di pensare dei personaggi.

Insomma “La profezia dell’armadillo” è un film coraggioso che cerca di raccontare qualcosa in maniera nuova, ma che, per farlo, si perde nella semplicità e nell’assenza di una vera struttura portante in grado di sostenere in maniera omogenea l’intera vicenda, che, in alcuni frangenti, sembra quasi essere sconnessa, tanto da dare l’impressione di star vedendo una serie di episodi piuttosto che una storia unica.
Veronica Ranocchi




lunedì, settembre 17, 2018

OPERA SENZA AUTORE


Opera senza autore
di Florian Henckel von Donnersmarck
con Tom Shiling, Sebastian Koch, Paula Beer
Germania, 2018
genere, drammattico
durara, 188' 


Nel dibattito che imperversa a proposito delle forme assunte dal cinema con l'avvento delle nuove tipologie di distribuzione si discute spesso su come i nuovi formati abbiano accelerato il processo di trasformazione che ha visto travasate nei prodotti destinati alla fruizione casalinga molte delle convenzioni utilizzate dai film realizzati per il grande schermo. A questo proposito è ancora una volta la Mostra del cinema a offrirci uno spunto su cui riflettere, inserendo nel concorso ufficiale uno di quei lungometraggi che di solito fanno storcere la bocca ai puristi, scontenti di ritrovarsi di fronte a una narrativa di facile consumo come quella proposta da "Opera senza autore" del regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck, passato alla storia per aver diretto "Le vite degli altri" e purtroppo "The Tourist". Premesso che la visione di un'esistenza da romanzo appartiene di diritto all'esperienza dell'autore tedesco per averla vissuta in prima persona, dapprima nella fiabesca escalation con il quale il suo film d'esordio arrivò alla vittoria dell'Oscar (per il miglior film straniero 2007) e successivamente, per la possibilità di reclutare due star planetarie come Johnny Depp e Angelina Jolie, ciò che più importa qui è in che modo il dispositivo messo a punto dal regista contribuisca ad ampliare i punti di vista sull'argomento: a dimostrare cioè che l'osmosi in questione funzioni anche al contrario, ovvero che al cinema sia possibile ritrovare meccanismi e tecniche tipiche delle serie tv. 


A far di "Opera senza autore" un esempio in tal senso non sono i centottantotto minuti della sua lunghezza, durata a cui si sono avvicinati molti dei titoli più autoriali (e autorevoli) del concorso ma, appunto, la serialità narrativa che presiede allo sviluppo della storia. Al contrario, la sua struttura temporale si presta non poco a questa tecnica per il fatto di abbracciare tre epoche diverse, passando dalla Germania nazista impegnata nel secondo conflitto bellico al periodo della cosiddetta Guerra Fredda, segnata dal frazionamento del paese in due stati, fino ad arrivare agli anni 60, con l'intento di seguire le vicissitudini di Kurt Barnert, la cui vita si divide tra l'amore per la moglie Ellie (la Paula Beer di "Frantz"), i contrasti con il dispotico suocero (il professor Seeband interpretato da Sebastian Koch) responsabile - a sua insaputa - della morte della zia, e soprattutto la tormentata ricerca di un'identità artistica. Come si intuisce l'originalità non è certo il tratto principale di "Opera senza autore": a ben vedere, per struttura narrativa, sensibilità del protagonista e implicazioni che i cambiamenti storici hanno sul piano personale, il lavoro di Donnersmarck ricorda, da vicino "Heimat 2" del connazionale Edgar Reitz. La differenza sostanziale è però un'altra e cioè che assecondando la moda del momento, a risultare seriale è innanzitutto la fenomenologia dei personaggi, continuamente aggiornata al succedersi degli eventi. 

Dando per scontata la centralità visiva e il monopolio narrativo dei personaggi, il regista riesce a fidelizzare il pubblico alle psicologie dei personaggi pur all'interno di un contenitore meno predisposto di altri a farglielo fare. Per riuscirci Donnersmarck rinuncia alla ricostruzione di costume optando per un'ambientazione fatta di interni borghesi e dove le cesure storiche non sono annunciate dalla messinscena del grande affresco epocale, quanto piuttosto dai riflessi di queste sul privato delle persone e sul modo in cui Kurt si rivolge alla materia artistica. E, ancora, mescolando elementi concreti, riferiti a fatti realmente accaduti, come fu lo stermino delle persone disabili effettuato dal Terzo Reich per guadagnare posti letto negli ospedali, ad altri di pura fantasia, come la corrispondenza tra il testamento spirituale della zia di Kurt e gli ideali che scandiscono l' esistenza del ragazzo. Senza alcun intento realistico (come testimonia la scelta della fotografia iperreale di Caleb Deschanel) che non sia quello dei sentimenti messi in seno ai personaggi, capaci di regalarci una delle scene più struggenti e toccanti tra quelle viste alla Mostra, e qui ci riferiamo al drammatico congedo del professor Seeband nei riguardi della sua paziente, "Opera senza autore", nell'alternanza di crudezza e romanticismo ripropone l'umanesimo cinematografico che era stato delle "Le vite degli altri", confezionando un feuilleton destinato a piacere al grande pubblico. 
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

sabato, settembre 15, 2018

THE SLENDER MAN


The Slender Man
di Sylvain White
con Joey King, Javier Botet, Annalise Basso, Julia Goldani 
USA, 2018
genere, horror 
durata, 93'


Prima di giungere al cinema Slender Man aveva dietro di sé una storia capace di qualificarne l’importanza del progetto. Nato su internet sulla scia di un concorso fotografico in cui i partecipanti erano chiamati a ritoccare con particolari macabri le immagini dei loro soggetti, il personaggio in questione è diventato virale raggiungendo una popolarità tra i teen ager americani sfociata nella realizzazione di videogiochi e, addirittura, di una web serie realizzata sullo stile di The Blair Witch Project, in cui a passare era l’idea che il terrificante villain potesse esistere anche nella realtà e non solo nell’immaginazione degli appassionati. Il film diretto da Sylvain White oltre ad essere l’ultimo atto di un cospicuo repertorio dedicato al personaggio ne doveva costituire anche la versione più compiuta, quella incaricata di legittimare e dare coerenza a una narrazione – soprattutto mediatica – fin lì eterogenea a frammentaria.


Certo è che lo Slender Man cinematografico fa poco per costruirsi la propria indipendenza dalla marea di mostri che lo hanno preceduto e, d’altronde, in mancanza d’ispirazione l’horror contemporaneo altro non fa che riciclare se stesso con variazioni a volte davvero irrisorie. In questo caso a essere apprezzabile è il tentativo di coniugare tradizione e modernità: se alla base della storia c’è come al solito l’involontaria evocazione del male, nata per gioco e destinata a finire in tragedia, la commistione tra nuove tecnologie e conoscenze tradizionali si compie da una parte aggiornando uno dei miti più classici del genere come quello del Bogeyman, l’uomo nero che mangia i bambini, dall’altra attraverso l’espediente di provocare il “contagio” mediante internet e quindi, come succedeva in The Grudge, attraverso la vista delle immagini contenute nel sito incriminato. 


Se poi la chiave per raccontare la persecuzione delle quattro amiche da parte di Slender Man è quella di ricorrere alla sovrapposizione tra sogno e realtà, con il primo più terrorizzante della seconda, è impossibile non pensare a una declinazione della lezione di Wes Craven e del suo  Nightmare. Detto che la paura è un’emozione soggettiva, ma che comunque in Slender Man di salti sulla poltrona se ne fanno davvero pochi, al regista  francese rimproveriamo soprattutto la mancanza di coraggio necessaria ad andare oltre il semplice compito in classe.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)


giovedì, settembre 13, 2018

SULLA MIA PELLE


Sulla mia pelle
di Alessio Cremonini
con Alessandro Borghi, Max Tortora e Jasmine Trinca
Italia, 2018
documentario, drammatico
durata, 100'


Telecamera fissa.

La chiave che come ogni mattina entra nella toppa della cella dell’ospedale di medicina protetta del “Sandro Pertini” di Roma, anche questa volta annunciata dall’arrivo dell’infermiere.
La voce del ragazzo in camice verde che tradisce il suo accento del sud “Buongiorno Stè…devo fare un prelievo”. E poi di colpo la presa di coscienza, il velo del tempio che si squarcia egli uomini che prendono coscienza di ciò che realmente è accaduto.
Le dita che si intrecciano, due mani che si uniscono una sopra l’altra e che di colpo si scagliano con forza contro il torace del detenuto. 1, 2, 3, 4…30 volte.
Ed infine arriva il silenzio…o meglio, la disperazione.
Niente più corse la domenica mattina o cene a casa dei genitori. Niente più abbracci con il padre e la sorella (rispettivamente Max Tortora e Jasmine Trinca) o gli allenamenti in palestra. Niente più la solita speranza salvifica che tutto si sistemerà col tempo.
Rimane soltanto la verità. “La stessa da 15 anni” che ha messo Stefano nei guai e quella che contemporaneamente pretendono a gran voce i 172 decessi silenziosi avvenuti in carcere dal 2009.


Del caso Cucchi si è parlato a lungo sui giornali o sugli approfondimenti serali alla tv (ed evidentemente si continuerà a farlo) ma per la prima volta è stato realizzato un qualcosa che potesse porre i riflettori sull’uomo e non sulla vittima, sullo stato d’animo di Stefano invece che sul corpo tumefatto di un detenuto.
“Sulla mia pelle” in tal senso è il docu-film prodotto da Netflix che racconta l’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi. Un film che farà discutere e che ha diviso il pubblico ancor prima di uscire per la scelta della casa di distribuzione di renderlo disponibile in contemporanea sia su Netflix che in sala.
Il regista (Alessio Cremonini) ha scelto per il ruolo del protagonista il giovane ma esperto Alessandro Borghi, già visto sulla piattaforma streaming nella serie “Suburra” ed al cinema (fra i tanti) in “Napoli velata” e “Fortunata”.

E mai scelta fu più giusta. Alessandro ha già dimostrato in passato di trovarsi a proprio agio interpretando il personaggio di strada romanaccio che ha problemi con la legge, ma questa volta è riuscito decisamente a superarsi, immedesimandosi a pieno in maniera camaleontica nella difficile storia che aveva il compito di vivere e raccontare.


Sono molto le cose che rimarranno nel tempo di questo lungometraggio, a partire sicuramente dal coraggio del regista e dei produttori di raccontare una pagina triste e ancora oscura del nostro Paese, passando per i 7 minuti di applausi alla prima proiezione durante la mostra del cinema di Venezia e l’abbraccio commuovente in sala fra Borghi e la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi. 
Ma c’è un’immagine, una scena in particolare che il regista Cremonini decide di regalare agli spettatori e che ha catturato in maniera magistrale il pathos del momento: una smorfia, un sorriso che il detenuto sembra abbozzare quando viene trasportato dalla sua cella alla radiografia.
Una frazione di secondo alla luce del sole prima di tornare sotto il calore delle lampade alogene dell’ambulanza. Legato fino alla testa e dolorante.
Immobile ad osservar la vita.
Lorenzo Governatori

mercoledì, settembre 12, 2018

THE EQUALIZER 2 - SENZA PERDONO


The Equalizer 2 - Senza perdono
di Antoine Fuqua
con Denzel Washington, Melissa Leo, Bill Pulman
USA, 2018
genere, action, thriller
durata, 121'


Tra i registi del mainstream americano Antoine Fuqua è uno di quelli che ci stupisce di più. Ogni volta crediamo di averne inquadrato le strategie e di poterne prevedere le mosse e invece lui è pronto a smentirci con diversivi poco prevedibili. Dopo quelli che lo avevano catapultano non senza sorpresa alla ribalta delle cronache (dopo due film dimenticabili), consentendo a Denzel Washington di vincere il suo primo - e finora unico - Oscar come miglior attore protagonista del sorprendente "Training Day", il regista afroamericano si è reso artefice di un cupio dissolvi messo in pratica nella tendenza oramai acclarata di dilapidare i crediti di stima guadagnati con la prova precedente. Era successo con il film del 2001, seguito a ruota dai flop de "L'ultima alba" e di "King Arthur" e si era ripetuto con i film venuti dopo la buona prova offerta con "Brooklyn's Finest" e ancora con quella del primo "The Equalizer - Il vendicatore" (almeno in termini di incassi), entrambe seguiti da lavori più incerti come "Southpaw - L'ultima sfida"  e addirittura inguardabili come lo è stato "I magnifici sette". In questo senso "The Equalizer 2 - Senza perdono" aveva dunque una doppia responsabilità: la prima era quella di ristabilire la parte positiva del trend, interrotto dal remake del film diretto da John Sturges, la seconda, più ai fatti del presente, era quella di superare gli incassi del primo capitolo che, solo nel mercato domestico, era stato capace di incamerare oltre 100 milioni di dollari. Per farlo Fuqua poteva contare sulla continuità del sodalizio con il suo attore feticcio (Washington) e sull'appoggio di un colosso come la Sony, subentrata in fase produttiva all'indipendente Village Roadshow Pictures, che oltre al divo rivedeva al proprio posto i caratteristi Melissa Leo e Bill Pullman.


Conferme che "The Equalizer 2" estende anche alla sostanza della trama (a questi livelli diventa quasi un dettaglio) sceneggiata ancora una volta da Richard Wenk, il quale altro non fa che reiterare i meccanismi della volta precedente, con l'implacabile giustiziere spinto ad agire in difesa dei più deboli Così dunque accade nell'introduzione del film, con Robert McCall in versione globe-trotter impegnato a restituire una bambina alla propria madre sottraendola ai criminali che la tengono prigioniera su un treno pronto a portali in un angolo remoto della vecchia Europa. Così continua (anche se con motivazioni più intime e private) con ciò che viene dopo, quando a essere coinvolto è il sentimento personale dell'eroe, sconvolto dall'omicidio di una persona cara e per questo ancora più motivato a scatenare l'inferno.

E qui sta la sorpresa, poiché invece di seguire il protocollo caro al cinema mainstream, e quindi di allestire uno spettacolo ancora più mirabolante del precedente, "The Equalizer 2" agisce in maniera opposta, riducendo le scene d'azione (comunque presenti) e facendo in modo che sia la recitazione di Washington e non gli effetti speciali a tracciare il confine che distingue questo film dal tipico action movie. Ciò che ne viene fuori è qualcosa di spurio, che potrebbe accontentare i fan dell'attore ma dispiacere agli appassionati della saga, probabilmente disorientati dal filosofeggiare del protagonista, nel caso in questione più incline a ragionare sul senso della vita che a menar le mani per farla pagare ai cattivi.
Carlo Cerofolini

(pubblicata su ondacinema.it)

lunedì, settembre 10, 2018

REVENGE


Revenge
di Coralie Fargeat
con Matilda Luz, Kevin Janssens
Usa, 2018
genere, azione 
durata, 108' 


Jennifer è un’incantevole ragazza innamorata del successo e delle luci delle grandi città.
La regista (Coralie Fargeat) mette a tal proposito subito le cose in chiaro già nella prima scena, presentandola al pubblico con un chiarissimo biglietto da visita: minigonna rosa, lecca-lecca, chioma bionda al vento e lei che atterra con l’elicottero in una villa in mezzo al deserto.
La bellezza di Jen (l’italiana Matilda Anna Ingrid Lutz, vista tra i tanti anche nel film “L’estate addosso” di Muccino nel ruolo della giovane Maria) è pari soltanto a quella del suo compagno Richard (Kevin Janssens), miliardario dal fisico statuario che abbandona moglie e figli per passare un “tranquillo” weekend di caccia insieme ai suoi due soci e alla sua irresistibile amante.

L’ i-pod rosa e la t-shirt “I love L.A.” da adolescente ingenua che di giorno sogna ad occhi aperti i grandi palcoscenici di Hollywood lasciano spazio, con estrema facilità, a succinti costumi la sera durante le feste in piscina, dove tra un bicchiere e l’altro diventa fin troppo banale per Jennifer mettere in mostra tutta la sua carica erotica e far sognare Richard.

Quello che la protagonista sottovaluta però è l’attitudine del cacciatore alla conquista e alla ricompensa: una volta posato l’occhio sull’obiettivo è abituato a portare a casa il trofeo a qualunque costo.


E così la sua bellezza verrà notata anche dagli altri due partner, i quali faranno di tutto per approfittare della situazione ed avere un’altra storia da appendere in mezzo alle teste imbalsamate delle precedenti avventure. Ed in fin dei conti saranno proprio le conseguenze delle loro azioni a dare praticamente il via alla narrazione vera e propria. Una danza dove i ruoli di prede e predatori finiscono di continuo per stravolgersi: una caotica battuta di caccia in cui il sangue rimane l’unica costante per tutti gli oltre 100 minuti di pellicola.

“Revenge” è allora uno dei più classici lavori del genere “rape and revenge”, per l’appunto: l’ennesimo film in stile “Non violentate Jennifer”/ “I Spit on Your Grave” con trama già vista, situazioni surreali e ed un finale banale che tutti accontenta ma che nessuno sorprende.
L’unica novità presentata dal lungometraggio è sicuramente l’evidente tocco femminile di una regista che ama l’estetica e la bellezza della perfezione del corpo umano (numerose infatti sono le scene di nudo integrale maschile), e che riesce a porre la giusta enfasi sull’ottima interpretazione della Lutz e sulla metafora della rivincita della donna sul maschio alfa apparentemente perfetto ed intoccabile.
Troppo poco comunque per quello che rimane poco più che uno splatter.
Lorenzo Governatori

sabato, settembre 08, 2018

VENEZIA 75 - ROMA

Roma
di Alfonso Cuaron
con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Nancy Garcia, Jorge Antonio
Messico, 2018
genere, drammatico
durata, 135'

Tra le perplessità suscitate dal cinema destinato a un uso esclusivamente casalingo c'è sempre stata quella relativa ai condizionamenti causati dalle dimensioni del formato che secondo i detrattori obbligava i registi a cambiare i fondamentali del linguaggio cinematografico epurandolo da riprese in cui gli attori non fossero stati vicini alla mdp. A questo proposito la Mostra del cinema si inserisce nella perigliosa discussione proponendo un titolo come "Roma", fatto apposta per smentire la suddetta affermazione. Fra quelli destinati da Netflix alla kermesse festivaliera il film di Cuaron non solo è quello che meno degli altri sembra farsi influenzare da limitazioni di ordine tecnico stilistiche, ma risulta addirittura brillante nella scelta di molte delle soluzioni formali adottate per l'occasione. 

A cinque anni di distanza da quello che era stato il suo più grosso successo, il regista messicano torna a Venezia, questa volta in competizione, con un film che solo in apparenza risulta più facile rispetto al precedente. Certo, affermare che un film basato sui ricordi della propria giovinezza sia più complicato della messa in scena di un naufragio nell'orbita terrestre appare esagerato anche perché "Gravity" riusciva a coniugare la verosimiglianza degli effetti speciali a un ritratto a tutto tondo dei suoi personaggi. E' peraltro vero che anche "Roma" racconta in qualche modo la metabolizzazione di un lutto, quello del regista bambino e dei suoi fratelli nei confronti del padre medico che li ha abbandonati, come pure quello di un intero paese - il Messico - che nell'estate del '71 si trovò a piangere la morte di alcuni studenti uccisi dalla polizia mentre manifestavano il proprio dissenso verso la politica repressiva del governo. 

La cosa però più interessante di "Roma" (titolo che prende il nome dal quartiere borghese dove Cuaron viveva da bambino) è il modo con cui il regista decide di raccontare la storia. Il nodo centrale è la scelta di esserne protagonista per interposta persona, e cioè attraverso il personaggio di Cleo la tata indios che si prese cura di lui e dei suoi fratellini. Lo spostamento del punto di vista narrativo non solo permette al regista di allontanare gli eccessi di emotività che di solito appesantiscono l'oggettività del resoconto, ma gli mette sul piatto d'argento il principio al quale informare la struttura del lungometraggio. Il fatto di sostituire con Cleo coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti di "Roma", per la maggior parte del tempo relegati sullo sfondo o ai margini del quadro, costituisce per lo spettatore la guida necessaria a raccordare le varie emotività del film. Succede, infatti, che, nelle varie sequenze, il tema centrale sia lasciato fuori campo e filmato con precaria visibilità, salvo senza però precludergli la possibilità di rientrare in gioco attraverso piccoli dettagli della sua fenomenologia. 

Uno schema che si ripete non solo nelle situazioni di routine, ma anche nei momenti topici come possono esserlo la sequenza della manifestazione repressa nel sangue, di cui inizialmente sentiamo solo le grida, e gli spari che entrano dalle finestre del negozio in cui si trova Cleo e poi nella scena del parto in cui, nonostante i motivi di interesse siano legati alla sopravvivenza del nascituro rispetto allo stato di salute di chi lo ha messo alla luce, è della seconda che distinguiamo la sagoma e non del primo, mostrato volutamente sfocata. Più in generale, esiste il desiderio del regista di andare alla ricerca del tempo perduto ricreandolo non in modo compiuto ma attraverso le sensazioni suscitate dalle grida dei bambini, dal loro muoversi all'interno della casa, dai rumori della città che esplodono quando "Roma" decide di uscire dalla casa dei protagonisti per riversarsi sulle strade del quartiere affollate di persone e nella campagna desolata e brulla limitrofa alla città dove vivono poveri e indigenti. 

Con un'operazione simile a quelle realizzata da Christopher Nolan per "Dunkirk", l'autore messicano fa dei personaggi delle figure prive di un vero e proprio spessore biografico - basti pensare a una delle sequenze introduttive in cui il padre è presentato senza mai mostrarne il volto, ma mettendo insieme una serie i primi piani su dettagli che gli appartengono - ma elementi complementari alla rievocazione di uno stato d'animo individuale e collettivo in cui in primo piano sono le sensazioni e i sentimenti delle persone che li hanno vissuti. In questo senso "Roma" più che mostrarci una storia ce la fa sentire, stimolandoci a parteciparvi con i nostri sensi, a partire da quelli che coinvolgono i nostri occhi perché il film di Cuaron, girato in un bianco e nero dal sapore metafisico, è innanzitutto un'opera da vedere, indipendentemente dal formato. Tra i candidati alla vittoria finale, "Roma" è un film che può servire a superare i pregiudizi nei confronti delle nuove piattaforme di distribuzione.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

VENEZIA 75 - SUSPIRIA

Suspiria
di Luca Guadagnino
con Dakota Johnson, Tilda Swinton, Mia Gotz
Italia, USA 2018
genere, horror
durata, 152'



Luca Guadagnino presenta in concorso alla 75esima edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il suo nuovo film “Suspiria” con protagoniste Dakota Johnson e Tilda
Swinton. Così come lo definisce lui stesso, “Suspiria” non è un remake dell’omonimo film del maestro
dell’horror italiano Dario Argento, ma una rivisitazione.
Se il film del 1977 oltre che un horror si può benissimo definire anche un thriller, dato il ritmo concitato dell’azione e i continui interrogativi che lo spettatore si pone, la stessa cosa non si può affermare per quanto riguarda l’opera di Guadagnino. Sin dalla lunghezza del più recente “Suspiria” (due ore e mezza) si evince un intento completamente diverso da parte del regista siciliano. L’opera di Guadagnino riprende la storyline
alla base del grande successo di Argento attuando modifiche da una parte minime dall’altra sostanziali. Sicuramente la tecnologia e i moderni metodi di miglioramento dell’immagine, del suono e degli effetti speciali sono stati un valido aiuto, ma, nonostante ciò, non hanno contribuito a rendere più spaventoso il nuovo film. Paradossalmente il film del 1977 risulta essere molto piùspaventoso soprattutto grazie ad una suspense ben congegnata e costruita dal grande maestro
dell’horror.

Nella rivisitazione la protagonista è comunque una giovane ballerina, Susie (Dakota Johnson), la
quale, per migliorare le proprie doti di danza, si sposta in una prestigiosa scuola di Berlino. Qui
conosce le sue compagne e stringe amicizia soprattutto con una di esse, Sara, mentre continua il suo impegno nella danza sotto la costante guida di Madame Blanc (Tilda Swinton). Al di là della trama, che, fatta eccezione per alcune linee base, si discosta notevolmente, soprattutto nella seconda parte, da quella originaria, anche il modo in cui avviene la narrazione è particolare e tipico di Guadagnino. Le inquadrature molto lunghe e le scene che si dilatano nel tempo sottolineano il marchio del regista più che un rimando all’opera alla quale si ispira e sembrano, in taluni frangenti, distrarre lo spettatore. La scena nella quale la giovane Olga, anch’ella ballerina presso la prestigiosa scuola di Berlino, si ritrova intrappolata in una stanza e, a poco a poco, si attorciglia su se stessa in base ai movimenti della protagonista impegnata in un attento ballo, è forse una delle più forti dell’intero film proprio a causa dell’eccessiva durata, durante la quale si vedono e si percepiscono le continue e improvvise mosse e i rumori prodotti dalle ossa spezzate contemporaneamente alla danza di Susie (che avviene in una stanza differente). Non si tratta, quindi, di una paura improvvisa, ma di un vero e proprio terrore alla vista e soprattutto all’udito di scene del genere.
Veronica Ranocchi

VENEZIA 75 - TRAMONTO


Tramonto
di Laszlo Nemes
con Vlad Ivanov, Susanne Wuest, Bjorn Freiberg, Levente Molnár, Urs Rechn
Ungheria, Francia, 2018
genere, drammatico
durata, 142'


Le immagini iniziali del nuovo film di László Nemes sono innanzitutto un atto d'amore del regista nei confronti del suo personaggio. In una storia che di lì a poco precipiterà in un abisso senza fine, il regista approfitta dell'introduzione per celebrare il volto della giovane donna intenta ad ascoltare la voce fuori campo. Nemes manifesta la trepidazione verso l'oggetto amato attraverso la morbidezza della luce che ne incornicia il volto e poi nella scelta di concentrare l'attenzione del pubblico sull'espressione della ragazza invece che sulle parole - pur importanti - proferite dalla sua interlocutrice. Per capire che Irisz Leiter sta cercando di farsi assumere come modista nel negozio appartenuto ai genitori dovremo aspettare che la mdp si apra sullo spazio circostante, definendo personaggi e ambientazione. Il tempo che intercorre per arrivare a quel punto svolge anche una funzione di senso, non solo nel fare della protagonista il centro del film, quello deputato a tenere insieme la tendenza centrifuga della narrazione, ma anche a fissarne un certo tipo di reticenza, appartenente sia a Irisz (nella sequenza in questione rimane muta) che agli altri personaggi, tutti, in un modo o nell'altro, poco disposti a esternare le ragioni dei loro comportamenti.


D'altronde in "Sunset" (come pure nel film vincitore dell'Oscar) il buio della ragione è il segno dominante per eccellenza. Rispetto ai reali motivi che fanno precipitare la situazione, catapultando la ragazza in un'odissea senza fine, poco viene rivelato e molto è lasciato all'intuizione. Certo, sappiamo di trovarci nell'Impero austro-ungarico di inizio Novecento e, ancora, nella Budapest che alla vigilia del primo conflitto attraversa la stagione di massimo fulgore. A parte questo, il resto è destinato a rimanere oscuro: lo è il passato della protagonista in merito al tracollo dell'impresa di famiglia, così come la psicologia che determina i comportamenti della ragazza di fronte al male. Lo stesso si può dire del suo datore di lavoro, il Signor Brill, le cui intenzioni nei confronti del prossimo non ci vengono mai realmente rilevate. Se poi ci mettiamo che il passato torna a bussare con la comparsa di un fratello mai conosciuto (Kálmán) e a capo dell'organizzazione terroristica intenzionata a mettere a ferro e fuoco la città durante la visita dei regnanti, è chiaro l'intento del regista di andare oltre la contingenza per mettere in scena l'insorgere del caos che di lì a poco avrebbe travolto l'Europa e la fine di un mondo intesa anche come crisi di un intero sistema di valori.


Come era accaduto ne "Il figlio di Saul" anche in "Sunset" la forma risulta decisiva nel veicolare significati ed emozioni. Da autore di razza a Nemes non manca il coraggio per organizzare una messinscena radicale che rovescia i principi vigenti nei film in costume. Per capirne la misura basterebbe prendere come termine di paragone "The Favourite", diretto da un autore a cui tutto si può imputare tranne di essere conformista. Ebbene, seppur alla propria maniera Lanthimos non rinuncia ai benefici derivanti dal sontuoso e raffinato allestimento messo in piedi per ricreare la corte dei re d'Inghilterra. Al contrario, Nemes rimane fedele a un cinema incendiario, impostato su continui cortocircuiti sensoriali che, a livello visivo, deflagrano le immagini riportandole a una stato primordiale. Cosi succede anche in "Sunset", nel momento in cui la mdp, decidendo di raccontare gli avvenimenti attraverso gli occhi e lo stato d'animo di Irisz, li rappresenta con una realtà deformata e allucinatoria, e quindi con figure e cose spesso sfocate, inquadrate a malapena e nascoste dal buio della notte. Va da sé che, in questa maniera, a contare di meno sono proprio decor, costumi e scenografie, sacrificati in termini ottici alle continue astrazioni del regista, mentre a prendere piede è l'angoscia e la paura derivata dalla minaccia pendente sul destino dei personaggi. Inserito nella selezione del concorso ufficiale della Mostra del cinema, "Sunset", con il suoi febbricitanti personaggi, il nichilismo a oltranza e la carica rivoluzionaria sembra una versione filmata dei "demoni" dostoevskijani. Bellissima e struggente la regia di Nemes si candida al premio di categoria.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)