giovedì, febbraio 14, 2019

VELVET BUZZSAW


Velvet Buzzsaw
di Dan Gilroy
con Jake Gyllenhaal, Natalia Dyer e John Malkovich
USA, 2019
Thriller
durata, 109’


Completo blu scuro, andatura ondeggiante ma sicura, pochette floreale, taglio caschetto per essere sempre impeccabile in poco tempo. e occhiali spessi e neri che danno quel tocco di intelligenza in più - non necessario naturalmente – che ci aspetta da un personaggio come Morf Vandewalt.
Parlare di stereotipo in questo caso è forse anche troppo riduttivo: Morf (interpretato da Jake Gyllenhaal su cui Netflix per l’occasione ha decisamente puntato tutti i riflettori) è un eccentrico critico d’arte omosessuale, alle prese con una vita privata e lavorativa che si intrecciano sempre più ed una sessualità messa a dura prova da una sua amica che sembrerebbe avergli rapito il cuore.

Il film, come avrete già capito, è incentrato interamente nel mondo dell’arte e sugli intrecci ed operazioni tipiche di questo mercato e degli artisti o galleristi che lo popolano. Pur essendo Morf e i suoi colleghi i veri protagonisti, la svolta che avvia la narrazione è data involontariamente da Vetril Dease, pittore amatoriale scoperto per caso dalla sua vicinata di casa e aspirante gallerista Josephina in occasione del ritrovamento del suo corpo esamine nel pianerottolo del condominio.
Le opere di questo artista scoperto postumo sono tanto affascinanti quanto pericolose: chiunque ne entri in possesso finisce inevitabilmente per essere inghiottito nella violenza e nella desolazione della trama che avvolge i dipinti. E così, uno ad uno, i personaggi dovranno liberarsi dall’ossessione innescata da nuova questa scoperta (e nuova fonte di guadagno) per cercare di salvarsi e scampare a questa specie di maledizione che li perseguita.


Da segnalare la decisamente positiva interpretazione dell’ambiziosa Josephina, affidata per l’occasione all’attrice semi-esordiente Zawe Ashton, capace di trasferire allo spettatore le emozioni di un personaggio complesso ed introverso come quello della gallerista.
Per il resto la pellicola è Gyllenhaal e poco più. Idee già viste per un connubio arte-horror che stanca ancor prima della visione: davvero poca cosa.
Lorenzo Governatori

COPPERMAN

Copperman
di Eros Puglielli
con Luca Argentero, Antonia Truppo, Galatea Ranzi
Italia, 2019
genere, commedia, drammatico

durata, 95’

“Sugar free”! E’ questo il motto di Anselmo, o meglio di Copperman, l’uomo di rame.
Anselmo è un bambino (e poi un uomo) molto particolare che vive la vita in un modo tutto suo, con una grandissima passione per i colori, fatta eccezione per il giallo, e per i cerchi (che riescono addirittura a calmarlo in determinate situazioni). Vive con la madre che, per il bene del figlio, mente dicendogli che il padre è un supereroe in missione per salvare il mondo (quando in realtà li ha semplicemente abbandonati, forse a causa del “disturbo” di Anselmo). Prendendo spunto da questo racconto della madre e da una serie di fumetti che tiene gelosamente custoditi in un baule, matura in lui l’idea di diventare un vero e proprio supereroe, quasi come per seguire le orme del padre. Con l’aiuto di un amico di famiglia, che gli fabbrica una vera e propria divisa pronta ad ogni evenienza, diventa Copperman. Agisce di notte, in segreto e cerca (riuscendoci), nel suo piccolo, di salvare coloro che sono in pericolo o hanno bisogno di aiuto, costruendosi, in questo modo, una fama, non solo tra gli amici, ma anche tra gli sconosciuti. Se a tutto questo sommiamo l’interesse che si tramuta fin da subito in amore nei confronti di Titti, una bambina conosciuta all’asilo, ma dalla quale è costretto ad allontanarsi per volere del violento padre di quest’ultima, troviamo la formula perfetta per un film ben costruito che fa emozionare.
Eros Puglielli realizza un’opera interessante che nella prima parte getta le basi di quella che è una storia semplice e “quotidiana”, ma che, nella seconda parte, decolla definitivamente, quasi trasformando anche il pubblico in un supereroe.
L’elemento che colpisce e che si può apprezzare totalmente è la possibilità di immedesimarsi nei personaggi che sono esseri umani comuni, come chiunque. A differenza della classica idea di supereroe, Copperman è un ragazzo semplice che non ha nulla di speciale, se non questo grande sogno che riesce a trasformare in qualcosa in più. Il supereroe (e di conseguenza i suoi eventuali poteri) sono solo degli espedienti che il regista utilizza per poter descrivere quella che è una vita normale. Non c’è niente di ultraterreno. E’ solo un sogno, un desiderio che Anselmo (o chiunque) utilizza per far fronte ai suoi problemi e dare libero sfogo alla sua fantasia.

Saranno, poi, le scenografie molto suggestive, che rimandano quasi a un’epoca passata, ma, per certi aspetti, indefinita e le buone prove attoriali dei protagonisti che rendono il film veramente un buon prodotto. Luca Argentero riesce a immedesimarsi (e fare immedesimare lo spettatore) in un personaggio “comune”, ma non semplice. Riusciamo a percepire le sue insicurezze, i suoi dubbi, i suoi problemi e capiamo immediatamente quando sta bene e quando no. Allo stesso modo anche Antonia Truppo rende molto bene il personaggio di Titti e la sua frustrazione dovuta a una vita tutt’altro che semplice.
Un buon film che dimostra che basta guardare le cose da una prospettiva diversa per poter comprendere e riflettere.
Veronica Ranocchi

giovedì, febbraio 07, 2019

IL CORRIERE - THE MULE


Il Corriere – The Mule

 Clint Eastwood, 
con Clint Eastwood e Bradley Cooper
USA, 2019
genere, drammatico
durata, 116’



Se The Old Man and The Gun sarà ricordato per essere stato l’ultimo film interpretato da Robert Redford, Il corriere – The Mule è destinato a passare agli annali per il motivo opposto, considerato che il ritorno davanti alla macchina da presa di Clint Eastwood lo riconsegna a una carriera d’attore che lo stesso aveva deciso di concludere dopo le riprese  di Gran Torino. A riportarlo in scena è la storia di Earl Stone, come il film di Lowry, ispirata a un articolo del New York Times dedicato alle vicissitudini di uomo diventato corriere della droga (di un cartello messicano) per rimediare alle conseguenze di un tracollo economico. Alle prese con una vicenda contaminata da dinamiche e situazioni tipiche di certo cinema thriller, genere ripreso quando si tratta di raccontare le pericolose frequentazioni del protagonista così come gli imprevisti di volta in volta presenti lungo la strada che lo separano dal luogo della consegna, Il corriere è innanzitutto la rappresentazione di un’esistenza divisa tra consuntivo personale e voglia di vivere, ai quali l’autore fa corrispondere sul piano narrativo da una parte il travagliato rapporto di Earl con l’ex moglie e la figlia (da sempre uno dei temi centrali della sua poetica), dall’altra i numerosi momenti di un privato allietato da passatempi e trastulli degni di un’aitante giovanotto.


Baluardo di un mondo – e di un cinema – in via d’estinzione, Eastwood fa ancora una volta del suo universo morale la misura di ogni giudizio, riuscendo come sempre a bilanciare una certa avversione nei confronti della modernità (qui segnalata dai continui rimbrotti nei confronti di internet e del ricorso alla  telefonia) con un umanesimo che pur non cancellando differenze e ostilità serve a renderle più accettabili. Conscio di non avere più niente da dimostrare, Eastwood torna sul grande schermo all’insegna di una libertà che si tocca con mano, tanto nello spirito ludico e nella mancanza di filtri del protagonista, pronto a scherzare o a farsi scherno di temi capitali della società americana quali razzismo e omofobia, ma anche a sorvolare una questione importante come quella della droga (non a caso tornata alla ribalta nel cinema e sui giornali), considerata solo nella sua funzione di espediente narrativo, quanto nel modo di girare, segnato dall’utilizzo di una luce più limpida e meno contrastata rispetto quella impressa nelle immagini di Tom Stern, da cui il regista si separa dopo lunga collaborazione (sostituito dall’Yves Belanger di Lawrence Anyways e Dallas Buyers Club), e supportato da una cinepresa mai così mobile nel tradurre in movimenti di macchina l’irrequietezza dell’ottuagenario signore.

Che poi attraverso Earl Stone il regista altro non faccia che mettere in scena se stesso e il proprio personaggio, in una sovrapposizione tra elementi autobiografici (tratti dalle dicerie vere o presunte del suo conservatorismo politico) e suggestioni che ruotano attorno al suo immaginario cinematografi (per esempio il Western inteso come spazio fisico e genere filmico), è un altro paio di maniche. Altrove minimale, il regista questa volta non riesce a contenere il carisma e la personalità regalata al suo alter ego, destinati, per forza di cose, a fagocitare quelle di coloro che gli stanno attorno, facendo dei personaggi parte di un’aneddotica funzionale allo sviluppo della narrazione. Così come non si può non segnalare, in termini di scrittura e drammaturgia, la meccanicità del cambio di passo che, nelle battute conclusive, riporta il film alle atmosfere più tipiche dell’ultimo Eastwood, quelle in cui il mea culpa del protagonista diventa lo spunto per una ripensamento generale sul senso della vita. In America il film è piaciuto di più al pubblico che alla critica, confermando che uno come Eastwood non passa mai di moda.
Carlo Cerofolini
taxidrivers.it

martedì, febbraio 05, 2019

HOME VIDEO: BLACKkKLANSMAN


DISPONIBILE IN DVD, BLU-RAY™, 4K ULTRA HD E DIGITAL HD

CON UNIVERSAL PICTURES HOME ENTERTAINMENT ITALIA




BlacKkKlansman
di Spike Lee
con Adam Driver, John David Washington, Laura Harrier
USA, 2017
genere, biografico, thriller, commedia, drammatico, giallo, poliziesco
durata, 128'


Come si sa, la presenza a Locarno nella sezione Piazza Grande di "BlacKkKlansman" non è un'anteprima assoluta poiché nel Maggio scorso il film di Lee è passato nel concorso ufficiale del festival di Cannes, portandosi a casa il premio per la miglior regia. Le notizie della buona accoglienza ricevuta dal film e la vittoria di un premio importante non sono però sufficienti a restituire la qualità del lavoro messa in campo per l'occasione dal regista americano, il quale da un po' di tempo sembrava aver perso l'ispirazione, fiaccata dalle polemiche che da sempre contraddistinguono i rapporti del regista con lo show business americano e dalla scelta di progetti che, almeno per quanto riguarda il cinema di finzione, erano apparsi quanto meno discutili (su tutti il remake di "Oldboy" per la scarsa attinenza con l'identità della sua filmografia). Al contrario, la prima cosa che emerge in "BlacKkKlansman" è la volontà di recuperare il tempo perduto ripristinando il paesaggio poetico e sociale presente nelle opere migliori. La prova ci viene dall'utilizzo della trama, poiché la vicenda del poliziotto di colore che si infiltrata nelle file del Ku Klux Klan non risolve le sue prerogative nella fabbricazione dell'indagine dei poliziotti determinati a smascherare le nefandezze della famigerata organizzazione, tantomeno nell'avallo della matrice razzista della Nazione americana raccontata attraverso fatti (storici) realmente accaduti.


L'ambizione di Lee questa volta è diversa: l'afflato militante e le irridenti provocazioni che ne hanno contraddistinto le regie assumono in "BlaKkKlansman" le forme di un vero e proprio sit in cinematografico in cui "la chiamata alle armi" della comunità afroamericana subisce un'accelerazione che la porta a inglobare dentro di sé quello che fin qui è stato l'intero corso estetico, formale e contenutistico dell'autore. In questo senso nella carriera del regista "BlaKkKlansman" potrebbe figurare come una versione personalizzata dell' "8 e 1/2" felliniano in cui le modalità di infiltrazione, i mascheramenti e le indagini svolte dall'eccentrica squadra di poliziotti per entrare nel cuore del famigerato sodalizio vengono scandite da una serie di inserti in cui la condizione sociale e politica della popolazione nera degli anni Settanta (epoca in cui si colloca la vicenda) viene raccontata attraverso le passioni personali e cinematografiche del regista, di volta in volta declinate in vari tipi di forme e generi: della partita, dunque, fanno inevitabilmente parte il pamphlet politico, condensato soprattutto nella sequenza iniziale preceduta dall'inquietante arringa di Alec Baldwin, la commedia stand-up, utilizzata quando si tratta di confezionare l'esilarante sequenza della telefonata con cui Ron Stalworth (John David Washington) si finge uno sbirro bianco e razzista per farsi reclutare all'interno del Klan e, ancora, il tourbillon di generi (il thriller e il poliziesco già frequentati in altre circostanze), di toni (divertiti, divertenti e grotteschi) e di stili di recitazione (da quella compassata e laconica di uno straordinario Adam Driver alle esasperate e quasi caricaturali performance di chi da vita ai personaggi più viscidi e cattivi) per non dire della presenza di altrettanti miti della cultura afroamericana (dalla Blaxploitation ad Harry Belafonte, chiamato a parlare di razzismo e intolleranza davanti a simpatizzanti del movimento rivoluzionario delle Pantere Nere). 


La bravura di Lee (e del suo montatore) è quella di riuscire a far coesistere teorizzazione (si pensi alla presa di posizione nei confronti di "La nascita di una nazione") e pratiche cinematografiche in un contenitore perfettamente coerente e per nulla appesantito dal volume di materiale che vi converge. Vi si aggiunga, poi, la capacità di sfruttare il doppio canale costituto dal dare parola ai personaggi razzisti e a quelli che fingono di esserlo per sottolineare con ancora più veemenza il ridicolo su cui si basano le motivazioni dell'odio razziale. Il tutto con gli anni Settanta presi ad esempio per parlare dell'oggi e per evidenziare con tono polemico quanto poco sia cambiato rispetto a quegli anni in termini di diritti civili e di eguaglianza sociale.

La sequenza conclusiva con le drammatiche immagini degli incidenti avvenuti a Charlottesville nell'agosto del 2017 contrapposte all'imbarazzante commento del presidente Trump sono esemplari nel dirci che Lee ha ancora voglia di combattere e di farlo attraverso nuovi proseliti come per certi versi lo sono Jordan Peele ("Scappa - Get Out") e, un po' a sorpresa visto il target della compagnia di Jason Blum, la Blumhouse Productions, produttori del film.
Carlo Cerofolini


(pubblicato su ondacinema.it)

TRAMONTO


Tramonto
di Laszlo Nemes
con Juli Jakab, Vlad Ivanov
Ungheria, Francia, 2019
genere, drammatico
durata, 142'


Le immagini iniziali del nuovo film di László Nemes sono innanzitutto un atto d'amore del regista nei confronti del suo personaggio. In una storia che di lì a poco precipiterà in un abisso senza fine, il regista approfitta dell'introduzione per celebrare il volto della giovane donna intenta ad ascoltare la voce fuori campo. Nemes manifesta la trepidazione verso l'oggetto amato attraverso la morbidezza della luce che ne incornicia il volto e poi nella scelta di concentrare l'attenzione del pubblico sull'espressione della ragazza invece che sulle parole - pur importanti - proferite dalla sua interlocutrice. Per capire che Irisz Leiter sta cercando di farsi assumere come modista nel negozio appartenuto ai genitori dovremo aspettare che la mdp si apra sullo spazio circostante, definendo personaggi e ambientazione. Il tempo che intercorre per arrivare a quel punto svolge anche una funzione di senso, non solo nel fare della protagonista il centro del film, quello deputato a tenere insieme la tendenza centrifuga della narrazione, ma anche a fissarne un certo tipo di reticenza, appartenente sia a Irisz (nella sequenza in questione rimane muta) che agli altri personaggi, tutti, in un modo o nell'altro, poco disposti a esternare le ragioni dei loro comportamenti.

D'altronde in "Sunset" (come pure nel film vincitore dell'Oscar) il buio della ragione è il segno dominante per eccellenza. Rispetto ai reali motivi che fanno precipitare la situazione, catapultando la ragazza in un'odissea senza fine, poco viene rivelato e molto è lasciato all'intuizione. Certo, sappiamo di trovarci nell'Impero austro-ungarico di inizio Novecento e, ancora, nella Budapest che alla vigilia del primo conflitto attraversa la stagione di massimo fulgore. A parte questo, il resto è destinato a rimanere oscuro: lo è il passato della protagonista in merito al tracollo dell'impresa di famiglia, così come la psicologia che determina i comportamenti della ragazza di fronte al male. Lo stesso si può dire del suo datore di lavoro, il Signor Brill, le cui intenzioni nei confronti del prossimo non ci vengono mai realmente rilevate. Se poi ci mettiamo che il passato torna a bussare con la comparsa di un fratello mai conosciuto (Kálmán) e a capo dell'organizzazione terroristica intenzionata a mettere a ferro e fuoco la città durante la visita dei regnanti, è chiaro l'intento del regista di andare oltre la contingenza per mettere in scena l'insorgere del caos che di lì a poco avrebbe travolto l'Europa e la fine di un mondo intesa anche come crisi di un intero sistema di valori.

Come era accaduto ne "Il figlio di Saul" anche in "Sunset" la forma risulta decisiva nel veicolare significati ed emozioni. Da autore di razza a Nemes non manca il coraggio per organizzare una messinscena radicale che rovescia i principi vigenti nei film in costume. Per capirne la misura basterebbe prendere come termine di paragone "The Favourite", diretto da un autore a cui tutto si può imputare tranne di essere conformista. Ebbene, seppur alla propria maniera Lanthimos non rinuncia ai benefici derivanti dal sontuoso e raffinato allestimento messo in piedi per ricreare la corte dei re d'Inghilterra. Al contrario, Nemes rimane fedele a un cinema incendiario, impostato su continui cortocircuiti sensoriali che, a livello visivo, deflagrano le immagini riportandole a una stato primordiale. Cosi succede anche in "Sunset", nel momento in cui la mdp, decidendo di raccontare gli avvenimenti attraverso gli occhi e lo stato d'animo di Irisz, li rappresenta con una realtà deformata e allucinatoria, e quindi con figure e cose spesso sfocate, inquadrate a malapena e nascoste dal buio della notte. Va da sé che, in questa maniera, a contare di meno sono proprio decor, costumi e scenografie, sacrificati in termini ottici alle continue astrazioni del regista, mentre a prendere piede è l'angoscia e la paura derivata dalla minaccia pendente sul destino dei personaggi. Inserito nella selezione del concorso ufficiale della Mostra del cinema, "Sunset", con il suoi febbricitanti personaggi, il nichilismo a oltranza e la carica rivoluzionaria sembra una versione filmata dei "demoni" dostoevskijani. Bellissima e struggente la regia di Nemes si candida al premio di categoria.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

DRAGON TRAINER 2 - IL MONDO NASCOSTO

Dragon Trainer – Il mondo nascosto
di Dean DeBlois
con Jay Baruchel, America Ferrera, Cate Blanchett
USA, 2019
genere, animazione
durata, 104’



Nell’ultimo capitolo della trilogia, “Dragon Trainer – Il mondo nascosto”, ritroviamo Hiccup e Sdentato sempre più uniti, ma alle prese con nuovi problemi e nuove avventure.
Avevamo lasciato il giovane protagonista al comando di Berk, diventata fin troppo affollata da draghi, costantemente salvati dagli ormai ex cacciatori. In particolare, a seguito di una missione, i giovani non si accorgono della presenza di una Furia chiara (sottospecie della Furia Buia) in grado di poter diventare invisibile. Purtroppo il drago in questione viene consegnato al malvagio cacciatore Grimmel il Grifaio che decide di utilizzarla come esca per catturare Sdentato. E sembra proprio riuscire nel suo intento in quanto il capo dei draghi rimane folgorato dalla Furia Chiara tanto da seguirla in ogni dove. Contemporaneamente Grimmel fa visita a Hiccup facendogli presente che intende portargli via Sdentato. Il giovane pensa, quindi, che l’unica soluzione sia quella di spostare i draghi e tutti gli abitanti di Berk in quello che suo padre stava cercando: un mondo nascosto. Ma la sua idea si rivela ben presto non essere la soluzione più indicata. Dovrà, perciò, ricorrere ad altri stratagemmi per far fronte ai vari problemi e fortunatamente potrà contare sui suoi amici, sui consigli della madre, su quelli di Astrid e sulla collaborazione con Sdentato e gli altri draghi.
Con questo terzo capitolo sembra che la “favola” di Dragon Trainer voglia virare in una direzione diversa dal solito. Il protagonista resta il giovane Hiccup che deve fare i conti con il potere, ormai da tempo ereditato dal padre, e con tutti gli incarichi che ne derivano. Ma, nonostante ciò, alla fine dei conti, risulta essere Sdentato il protagonista incontrastato di questa specifica vicenda. Il pubblico guarda con i suoi occhi, viaggia con lui alla scoperta di nuovi luoghi (fisici e metaforici), ride e si commuove con lui. 


L’incontro tra Sdentato e la Furia Chiara permette di sperimentare e approfondire molte sfaccettature del personaggio, ma anche, e soprattutto, molti temi. Vediamo per la prima volta uno Sdentato diverso e distratto perché innamorato. E l’amore è proprio uno dei temi portanti di questo film, insieme all’amicizia e al tentativo di far coesistere entrambi nello stesso momento. Può Sdentato innamorarsi senza dimenticare Hiccup? La conclusione alla quale si giunge al termine è un’interessante riflessione sull’importanza di valori quali amore e amicizia, alla base di ognuno di noi.
C’è, poi, oltre ai temi trattati, un’attenzione particolare (e maggiore rispetto ai primi due film) per quanto riguarda l’aspetto tecnico, con un’animazione più ricercata e precisa.
Non è mai semplice concludere una trilogia con un’opera che rimanga, per quanto possibile, sullo stesso livello delle precedenti, ma con “Dragon Trainer – Il mondo nascosto” questo non avviene perché il film rappresenta la degna conclusione di un meraviglioso viaggio, non solo in un mondo particolare, ma anche come metafora della vita stessa, nella quale si riflette, si ride, ci si diverte, ma, alcune volte, ci si commuove. 
Veronica Ranocchi

lunedì, febbraio 04, 2019

IL PRIMO RE


Il primo re
di Matteo Rovere
con Alessandro Borghi, Alessio Lapice
Italia, 2019
epico, storico
durata, 127’


753 A.C.. Alba è la città più forte del Lazio e governa i suoi territori attraverso la paura e la schiavitù che utilizza come strumento di controllo. Il Tevere è alle prese con periodiche esondazioni che trasformano le campagne in palude e che costringono gli uomini ad una vita nomade o semi-sedentaria all’interno delle foreste.
Roma è soltanto un nome inventato senza significato e poco più: una speranza di libertà, un utopico luogo a cui destinare le preghiere di un popolo disperato. Ancora per poco però.

“Il primo re” è l’ultimo film di Matteo Rovere – al cinema tre anni fa con “Veloce come il vento” – e come si può intuire facilmente dal titolo è la trasposizione cinematografica dell’ascesa dei due gemelli più famosi della storia: Romolo e Remo.
Separati dalla nascita dalla madre ma legati da un vincolo di sangue fraterno indissolubile, i due sono dei semplici pastori erranti che vivono alla giornata e che si ripetono come un mantra che prima o poi troveranno il loro pezzo di terra dove mettere le proprie radici.

Il film si limita a due soli accenni al passato dei fratelli, lasciando spazio più ai personaggi e alle loro diversità caratteriali che alla leggenda che li avvolge. Aspro di dialoghi nella prima parte (ma fortemente carico di simboli e significati), man mano che trascorrono i minuti si intravede sempre più con maggiore chiarezza il quadro che il regista ha disegnato per lo spettatore, dove religione e potere finiscono per legarsi a doppio filo l’uno con l’altro.
In tal senso il background letterario ed epico ne è la prova: la narrazione è governata dalla tradizionale contrapposizione alla base del mondo classico tra la PIETAS (umiltà e devozione alla volontà degli dei) simboleggiata da Romolo ed il peccato di UBRIS di Remo, uomo moderno che non affida il proprio destino agli dei ma crede nel libero arbitrio.

Un gioco di conflitti, di evoluzioni e di cambiamenti, con il loro legame di sangue che sarà strumento di difesa nel momento di bisogno e arma fratricida quando il dolce gusto del potere avrà inebriato la mente di Remo.

Alessandro Borghi è un prodotto che funziona, sia cinematograficamente parlando che a livello di incassi, e su questo non c’erano dubbi. Un plauso maggiore questa volta va a lui e agli altri membri del cast se si pensa che tutto viene recitato in protolatino, lingua antecedente del latino arcaico…scelta difficile ma che sicuramente dà un tocco di originalità in più al racconto.
La vera sorpresa è però l’ottimo Alessio Lapice (conosciuto ai più per aver interpretato Alfredo Natale nella seconda stagione di “Gomorra”), alle prese con un personaggio difficile che inizialmente sembra essere destinato ad un parte quasi da sparring-partner al più esperto Borghi, ma che in realtà sarà l’ago della bilancia nel finale per decretare il destino dei due gemelli ed il successo cinematografico del loro conflitto.
Un film d’autore che non delude ma che francamente non lascia senza fiato.
Lorenzo Governatori


PUBBLICATO IL BANDO DELLA CALABRIA FILM COMMISSION PER LE PRODUZIONI AUDIOVISIVE




Pubblicato il nuovo bando della Fondazione Calabria Film Commission di incentivi pubblici per l’attrazione di produzioni audiovisive e cinematografiche nazionali e internazionali nel territorio della Regione Calabria.

On line, sul sito della Fondazione www.calabriafilmcommission.it, l’avviso pubblico scadrà il prossimo 2 marzo 2019

Possono presentare domanda di ammissione al contributo, per la prima fase, entro e non oltre il 2 marzo 2019 le reti di produzione cinematografica e/o audiovisiva aventi sede in Italia (codici ATECO 59.11 o 59.12), in uno dei Paesi dell’Unione Europea (classificazione equivalente NACE Rev. 2 59.11) o in un Paese extraeuropeo a condizioni di reciprocità.

Possono inoltre presentare domanda di ammissione al contributo, per le sole categorie “Cortometraggi” e “Documentario”, gli stessi soggetti di cui sopra unitamente alle associazioni culturali senza scopo di lucro, quest'ultime escluse per le categorie precedenti.

In seguito alla prima fase, l'avviso riaprirà a partire dal 17 maggio fino al 1 Ottobre 2019 la seconda fase. E comunque, fino alla data di esaurimento delle risorse destinate al presente avviso. 

venerdì, febbraio 01, 2019

LA FAVORITA

La favorita
di Yorgos Lanthimos
con Olivia Cole, Emma Stone, Rachel Weisz
Grecia, 2019
biografico, storico
durata, 120'



Quando si ha a che fare con Yorgos Lanthimos si deve mettere in conto una buona dose di eccentricità e provocazioni. A tracciare un solco tra lui e gli altri c'è, però, il fatto che nel cinema dell'autore greco questi pungoli non rimangono semplici aneddoti, ma sono il segnale di una sostanza che si relaziona alle cose umane, traguardate nei loro aspetti più indicibili e scabrosi. Si badi bene, qui non ci si riferisce solo ai contenuti dei film che, di per sé, costituiscono uno degli elementi vincenti del pacchetto, ma anche al modo in cui essi sono fatti. Se prendiamo come paragone il suo nuovo film, "The Favourite", ambientato nella corte della monarchia inglese di inizio Settecento, e lo confrontiamo con la maggior parte dei lungometraggi aventi come sfondo il medesimo soggetto, a spiccare non è certo il degrado morale e la decadenza dei reali inglesi e dei loro accoliti. Si può, anzi, dire che il tema degli intrighi di corte, con la consueta alternanza di alleanze e tradimenti, spesso è bastato per giustificare la messa in opera di questo genere di film. In effetti, anche quella di Lanthimos non differisce per nulla da tale schema, avendo come protagonista la rivalità tra Lady Sarah Churchill, (Rachel Weisz, attrice feticcio del regista) favorita della regina Anna e fautrice per interposta persona della guerra a oltranza contro la Francia, e Abigail Masham (Emma Stone), nobildonna caduta in disgrazia e per questo determinata a risalire la china, scalzando la rivale dai privilegi che si è conquistata. Come si può immaginare anche in "The Favourite" cattiverie e colpi bassi si sprecano: basti pensare a quelli messi in atto dalla spregiudicata Abigail per conquistarsi il diritto di giacere nel talamo della regina, soddisfacendone gli appetiti sessuali, come pure alle trame cospiratrici del politico Robert Harley (Nicholas Hoult) acerrimo nemico di Lady Sarah e disposto a tutto per toglierla di mezzo e prenderne il posto accanto alla sovrana.

Le convenzionalità di genere, però, finiscono qui, poichè per Lanthimos la ricostruzione di costume e le consuetudini della vita aristocratica non sono il fine bensì il punto di partenza, o meglio, una delle possibili prospettive dalla quale continuare a declinare la poetica sui rapporti di forza all'interno di strutture regolate da gerarchie e consuetudini strettamente fissate. Se, in altre occasioni, l'osservazione del regista aveva trovato il proprio campo d'applicazione all'interno dell'istituto famigliare, con "The Favourite" a essere sotto la lente d'ingrandimento ne è una sorta di variabile allargata che tiene conto non solo dei legami biologici ma anche delle relazioni acquisite per altre vie, nelle quali il rapporto tra servi e padroni non è solo figurato ma reale, nella misura in cui nel corso della vicenda lo mettono in pratica la regina con la sua protetta e a sua volta Lady Sarah con la disinvolta cugina e ancora quest'ultima con la fragile sovrana. Nelle mani di Lanthimos questo triangolo diventa un moltiplicatore di casistiche umane create dal continuo riposizionamento dei ruoli (di vittima e carnefice) a cui vengono sottoposti gli incontenibili personaggi. Ma tutto ciò non sarebbe sufficiente a giustificare la fama del regista, che al gusto estetico e allo sguardo da entomologo aggiunge la capacità di creare immagini cariche di senso rispetto al pensiero di cui si fa promotore.


Sulla scia di Sorrentino a cui Lanthimos non è secondo per la costruzione di universi visivi autosufficienti, "The Favourite" reinventa gli spazi del potere, fotografandoli a lume di candela (come a uso tempo aveva fatto Stanley Kubrick con "Barry Lyndon") e fendendoli con carrellate letali come quelle che trasformano i corridoi del palazzo in un pista da corsa dove far sfrecciare la regina in "carrozzella". Fatta salva la tendenza a compiacersi della propria bravura, cosa che in certi passaggi non lo esentano dall'essere fin troppo prolisso, le immagini di Lanthimos suggeriscono relazioni (come quella in cui la ripresa dal basso che accomuna Sarah e Abigail è rivelatrice della medesima natura delle due donne), svelano caratteri (ci riferiamo alle scene relative alle sessioni di tiro, indicative della personalità proditoria e rapace delle agoni) certificano patologie (suggerite dalla deformazione visiva presente in alcune inquadrature). Detto che, se non fosse per la mancanza di stringatezza della seconda parte, "The Favourite" figurerebbe ai vertici della filmografia dell'autore, era dai tempi della "Marie Antoinette" di Sofia Coppola che non vedevamo un film in costume sbarazzino e sfrontato come quello in questione. Da non perdere.
Carlo Cerofolini
pubblicata su ondacinema.it)

CREED II

Creed 2
di teven Caple Jr.
con Sylvester Stallone, Michael B. Jordan, Tessa Thompson, Dolph Lundgren
USA, 2019
genere, azione, drammatico 

"Creed 2” è uno di quei film di che non c’è bisogno di vedere per sapere come va a finire. Sceneggiato da Sylvester Stallone che insieme a Ryan Couglar -presente in veste di executive - supervisiona la direzione dell’esordiente Steve Clape Jr, il nuovo episodio delle imprese di Adonis Creed ti prende in contropiede laddove meno te lo aspetti. Detto che la trama altro non fa che rimettere in scena dinamiche e situazioni che da sempre appartengono alla saga di Rocky Balboa e, nella fattispecie all’episodio numero quattro della serie, ( rifatto nella decisione di mettere uno contro l’altro il Rocky afroamericano trasposto nella sezione “sportiva” del film decidendo che a sfidare il Rocky afroamericano e l’erede di Ivan Drago, ospiti di una rimpatriata generale che oltre a Dolph Lundgren comprende anche la rediviva ‪Brigitte Nielsen‬,) Creed 2 si conquista la propria autonomia raffreddando la spettacolarità fracassona dello show pugilistico con la trattenuta malinconia dell’ex stallone italiano. Il quale, recalcitrante ma pur sempre disposto ad assistere e consigliare il suo pupillo nella preparazione della nuova sfida, assurge a un livello di tragicità che ne fa una figura per certi versi simile al Frankie Dunn di Million Dollar Baby. Un pedegree che il personaggio di Stallone si conquista in virtù di una gestualità minimale e di una partecipazione che non ruba mai la scena e, ancora, nel senso di colpa che gli deriva dalla responsabilità di una paternità mancata. Il film lo asseconda privilegiando oscurità e mezzi toni. Fatto, questo, piuttosto raro nel cinema mainstream.
Carlo Ccrofolini

martedì, gennaio 29, 2019

COMPROMESSI SPOSI

Compromessi sposi
di Francesco Miccichè
con Vincenzo Salemme, Diego Abatantuono, Dino Abbrescia
Italia, 2019
genere, commedia
durata, 90’



Come i famosissimi Renzo e Lucia, promessi sposi protagonisti dell’omonima opera, in prosa, di Alessandro Manzoni, anche Riccardo e Ilenia sono due giovani innamorati che, spinti dal grande sentimento che li lega, decidono di sposarsi. Fin qui niente di strano, se non fosse che i genitori (soprattutto i rispettivi padri) non sono assolutamente d’accordo perché li ritengono troppo giovani per compiere un gesto del genere.
Alla giovane età dei due ragazzi si somma un altro problema non di poco conto: le città di origine. Riccardo è il figlio di Diego (Abatantuono), un ricco imprenditore del nord tutto d’un pezzo; Ilenia è, invece, la figlia di Gaetano (Salemme), il sindaco di Gaeta. Oltre alle differenze sostanziali che i due sottolineano, l’incontro dei due figli riporta a galla un diverbio avvenuto l’anno prima, proprio a Gaeta. Lo scopo dei due protagonisti diventa, quindi, quello di boicottare il matrimonio dei rispettivi figli in tutti i modi possibili. Riusciranno nel loro intento?
La commedia di Francesco Miccichè porta sullo schermo la classica diatriba nord-sud, sempre fonte e spunto di interessanti aspetti da scardinare. Purtroppo, però, non riesce a emergere e a portare una ventata di freschezza e novità ad un tema che, seppur interessante, è già stato ampiamente visto.
I due attori sono molto bravi ad interpretare i loro ruoli (forse un po’ troppo stereotipati), ma non sono sufficienti a rendere l’opera una commedia riuscita.
Al di là degli stereotipi, anche le battute e i momenti più puramente comici sanno di già visto e lo spettatore non può far altro che anticiparne le risposte, fin troppo prevedibili. Allo stesso modo anche l’intreccio della storia sembra essere fin troppo chiaro da subito con dei personaggi che inizialmente pensano e agiscono in un determinato modo per poi cambiare nel corso della narrazione e crescere.
Se da una parte l’appoggiarsi a due attori come Abatantuono e Salemme può essere (ed è) un vantaggio perché hanno la capacità di incarnare perfettamente i personaggi descritti e riescono sempre e comunque a strappare più di una risata, dall’altra parte sarebbe stato, forse, più saggio appoggiarsi maggiormente ai personaggi secondari, dai due giovani innamorati, alle mogli e alla sorella di Riccardo. Mescolare i vari personaggi e le dinamiche che si vengono a creare tra i personaggi secondari e quelli principali avrebbe probabilmente conferito maggiore freschezza a un’opera che, nonostante qualche risata, lascia un po’ l’amaro in bocca.
Veronica Ranocchi


domenica, gennaio 27, 2019

INVISIBILI: DESTINATION WEDDING

Destination wedding
di, Victor Levin
con, Keanu Reeves, Winona Ryder, Dj Dallenbach
USA 2018
genere, commedia
durata, 85’


Take the space between us
Fill it up some way…
- The Police -


Sul serio il Cinema è un piccolo scrigno per la meraviglia. Al suo interno, infatti, cura con particolare dedizione un metodo tutto suo di offrire cittadinanza all’improbabile, tipo quello che avvicina due cherofobici conclamati - il Frank dalla prestanza stanca e lo sguardo in perenne tralice interpretato da Keanu Reeves a mo’ di un John Wick costretto a usare l’arma della dialettica al posto di quella da fuoco; la Lindsay dalla grazia nervosa e il tenue disincanto di Winona Ryder, precipitato contemporaneo dell’acqua cheta May Welland de “L’età dell’innocenza”, padrona magari delle proprie prerogative manipolatorie quanto oramai poco o punto persuasa della loro autentica efficacia - La coppia, nella cosiddetta realtà, impiegherebbe meno di tre minuti a recidersi vicendevolmente le giugulari ma, appunto, grazie alla peculiarità di cui sopra, cede alla curiosità di cimentarsi col rischio di misurare in prima persona l’esatta distanza che la separa, lasciando aperto un varco utile all’ipotesi d’instaurare una paradossale intesa al negativo.

Non si spiegherebbe altrimenti la palpabile prossimità che si avverte al cospetto di un’opera come “Destination wedding”, di Victor Levin (già produttore televisivo, sceneggiatore e autore di “5 to 7”, prima personale incursione nel ginepraio delle relazioni e dei sentimenti), scientemente e brillantemente compressa entro uno schema che mutua dal teatro leggero la costruzione per scene autosufficienti in ambienti d’immediata individuazione (il terminal di un aeroporto, l’interno di un taxi, il tavolo di un rinfresco, una camera da letto, et., a margine del ricevimento di nozze - casus belli e apriscatole della storia - organizzato da Keith, fratellastro di Frank, a cui non proprio per caso viene invitata anche Lindsay, vecchia fiamma di Keith), a formare una successione armonica di quadri che via via delineano e caratterizzano umore, gesti e parole dei protagonisti; mentre invece estremizza, dal Cinema, passandolo all’essiccatoio del cinismo impietoso dei nostri anni, quell’estro per il dialogo serrato e assertivo, arguto e capziosamente riflessivo, che abbiamo imparato a conoscere - e ad amare - almeno a partire dai sublimi battibecchi Hepburn/Grant (o Hepburn/Tracy) targati Hawks e Cukor, attraverso Wilder, giù fino a Simon, Edwards e al miglior Allen.

Le vicende incrociate di Frank - addetto al marketing per una grossa corporation dell’energia - e di Lindsay - che, letterale, persegue “compagnie e istituzioni per azioni e affermazioni non rispettose delle singole sensibilità culturali” - trovano così consistenza e interesse proprio nella messinscena d’una duplicità divenuta oggigiorno propellente spettacolare: l’esasperata centralità dell’io, la sua irrefrenabile esigenza di doversi sempre esporre come su un palcoscenico, da un lato; la simile e, per certi versi, conseguente mania per la razionalizzazione a trecentosessanta gradi, il gusto per la dissezione logica, la sottolineatura lessicale, l’asprezza retorica, dall’altra. Antagonismo/sodalizio precario cui sottende - e parliamo di un magma sepolto/represso molto instabile - il gigantesco punto interrogativo dell’identità moderna, di continuo sollecitata per le quattro direzioni, ognuna delle quali proposta - ma sarebbe più esatto dire venduta - come irrinunciabile, in un moto perpetuo di stimoli appetibili e tuttavia ambivalenti, al termine del quale sovrabbondanza, ansia da prestazione, esasperazione per aspettative spesso deluse, sostanziale equivalenza tra le scelte, si sciolgono in quell’unica frustrante vaghezza che mai tarda a volgersi in disillusione beffarda, in rancore malcelato, oltreché in un vischioso attendismo difensivo (“Apparteniamo a quello scampolo di società che non deve più preoccuparsi delle cose essenziali: il cibo, i vestiti, un tetto sopra alla testa, i mezzi di trasporto o l’eventualità di essere fatto fuori dalla Polizia… Noi siamo noiosi, banali, sordi e narcisisti”, puntualizza Frank).

In tal senso, l’operazione allestita da Levin - dal sapore, per una volta, ironicamente intellettualistico, vista la matrice testuale pronta a confessare inquadratura dopo inquadratura la propria controllata artificiosità - attorno a corpi cinematografici che a quel quesito identitario hanno offerto il loro contributo di legittimazione (Winona all’inizio degli anni ’90; Keanu fino al loro epilogo, culminato, tra l’altro, con l’avvio della saga di Matrix), nella lineare sovrapposizione tra momento esistenziale (una, per certi aspetti perfetta, anedonica solitudine: non a caso, il film stesso è un solo, ininterrotto gioco-a-due dal quale il mondo intero è escluso, retrocesso a fondale, seppur animato) e contesto (la tarda modernità), registra puntuale, avvalendosi dei toni della commedia come detto logorroica, sarcastica, punteggiata da un frasario implacabile, lo smacco ulteriore autoinfertosi da un mondo (e falegnameria umana acclusa) - a dire il nostro quotidiano ipnotizzato dal futuro come meta d’ogni pacificazione, irretito dagli stili di vita, persuaso dalla inesorabilità calcolante della tecnologia - a conti fatti terrorizzato proprio dalle passioni, cioè dalla vicinanza fisica ed emotiva con l’Altro ma, allo stesso tempo, incapace di proporre alternative soddisfacenti, anche perché alla fine resosi conto - non senza sconcerto, ci mancherebbe, e spaccato l’ultimo capello in quattro - che precisamente tale dimensione, per quanto fragile, non di rado meschina, per lo più incoerente, è quella chiamata da ciò che resta del vissuto a giocare il ruolo di argine alla mera dissoluzione. Dimensione di cui il Cinema si conferma uno dei custodi più intransigenti e affidabili.
TFK

L'UOMO DAL CUORE DI FERRO


L'uomo dal cuore di ferro
di Cedric Jimenez
con Jason Clarke,  Rosemund Pike, Mia Wasikowska, Jack O'Connel
Francia, Belgio, Usa, Gran Bretagna
genere, thriller, azione, biografico
durata, 1200


Forse per la caduta in disgrazia della Weinstein Company, distributore americano del lungometraggio in questione, fatto sta che L’uomo dal cuore di ferro arriva in Italia con più di un anno di ritardo rispetto alla sua normale distribuzione. Diretto dal francese Cedric Jimenez, specialista di film di genere, conosciuto anche in Italia per la regia del non disprezzabile French Connection, il film esce nelle sale appena in tempo per figurare tra gli eventi cinematografici previsti per la celebrazione della cosiddetta Giornata delle Memoria. L’uomo dal cuore di ferro, infatti, altri non è che Reinhard Heydrich, gerarca nazista tra i più potenti e spietati nel perseguire e uccidere gli oppositori del Reich, nonché principale artefice della cosiddetta Soluzione finale, le cui teorie fecero da premessa allo scientifico sterminio della popolazione ebraica.


Sul modello di quanto faceva Operazione Valchiria rispetto al tentativo di uccidere il principale responsabile del secondo conflitto bellico anche il film di Jimenez nasce sulla scia di un fatto reale, in questo caso l’assassino di Heydrich, raccontandone organizzazione e messa in opera all’interno di un film che mescola biopic (nella prima parte, relativa alla formazione e alla scalata al potere del morituro) e war movie (nella seconda, quella dei preparativi che precedono l’attentato), declinandoli con atmosfere e tensione da cinema thriller. 

Le somiglianze con il film di Singer comprendono anche le tipologie produttive poiché L’uomo con il cuore di ferro appartiene alla categoria di lungometraggi che privilegiano la riconoscibilità alla verosimiglianza e come tale non rinuncia a mettere in piedi un cast di cultura anglosassone (dal “cattivo” Jason Clarke alla “algida” Rosamund Pilke, ai “romantici” Mia Wasikowska e Jack O’Connell) chiamato a interpretare uomini e donne di diversa etnia. Ciò detto, sul piano dell’intrattenimento L’uomo dal cuore di ferro riesce a soddisfare le premesse da film di facile consumo, coinvolgente quel che basta per farci trepidare sul destino dei buoni e capace di arrivare alla fine senza intoppi, grazie a una linearità – dei caratteri, del montaggio e della messinscena – che può essere un pregio a patto di non concepire lo spazio dell’azione come un contenitore di shock sensoriali. Possibilità che la regia di Jimenez non prende mai in considerazione.
Carlo Cerofolini
(taxidrivers.it)