domenica, dicembre 09, 2018

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Rainer Werner Fassbinder e Hanna Schygulla

LA PRIMA PIETRA


La prima pietra
di Rolando Ravello
con Corrado Guzzanti e Kasia Smutniak
Italia, 2018
Commedia
durata, 77'


“La prima pietra” è il classico film che non ti aspetti: entri in sala quasi titubante sperando non sia il solito cinepanettone ed esci con la consapevolezza di aver appena visto una commedia brillante dai risvolti sociali. L’ultimo lavoro del regista Rolando Ravello (tanto cinema come attore e già visto alla regia in “Tutti contro tutti” e “Ti ricordi di me?”) è in tal senso forse la sorpresa più grande della programmazione di questo Natale 2018; una pellicola che pone l’accento sui pregiudizi e la paura verso l’altro che quotidianamente tutti noi teniamo nascosti nel nostro animano, ma che prima poi rigurgitiamo quando meno è il momento.
La narrazione scorre veloce ed incessante, con diversi colpi di scena che si susseguono mentre uno ad uno i veli della bella facciata messa in piedi dai protagonisti viene meno. Lo stile è molto simile alla scuola di pensiero di Checco Zalone: un lungometraggio divertente che fa fare allo spettatore quella risata dal sapore acro che lascia più pensieri che certezze.

Tutto inizia con un gesto, il lancio di una pietra che si infrange contro la vetrata di una scuola; sarebbe stato un episodio come un altro, una delle tante bravate che avvengono negli istituti se non fosse per il fatto che a compiere il gesto è un bambino di origine arabe. 
Al preside (Corrado Guzzanti) l’arduo compito di gestire la spinosa situazione fra una recita di Natale che incombe ed una coppia di bidelli inferociti colpiti dal masso e dalle schegge dei vetri.

Quello che viene fuori è un processo collettivo dove nessuno è innocente e tutti sono colpevoli…emblematica la scena finale con la recita che inizia e la rissa che imperversa nel teatrino.
“La prima pietra” è questo e molto di più: una commedia intelligente, un attacco alla mediocre integrazione (culturale, religiosa, territoriale, …) che mettiamo in scena nella nostra quotidianità
Lorenzo Governatori

sabato, dicembre 08, 2018

NON CI RESTA CHE VINCERE


Non ci resta che vincere
di Javier Fesser
con Javier Gutiérrez, Sergio Olmo, Julio Férnandez
Spagna, 2018
genere, commedia
durata, 124 minuti



“Non ci resta che vincere” è una divertente, ma riflessiva commedia spagnola diretta da Javier Fesser. Marco Montes è un allenatore di pallacanestro, ma, a causa del suo carattere scontroso e dei suoi comportamenti, fin troppo sopra le righe, viene licenziato dalla squadra che allena (come allenatore in seconda). Sconvolto dalla perdita del lavoro il nostro si mette alla guida in stato di ubriachezza e ha un incidente. La pena da scontare è quella di allenare per nove mesi una squadra di pallacanestro, i “Los Amigos”, composta da giocatori disabili. Inizialmente Marco crede di potersi limitare a scontare la pena con il minimo sforzo, ma dovrà presto ricredersi, quando alcuni fattori cambieranno notevolmente.
“Non ci resta che vincere” è una commedia ben riuscita perché riesce a mescolare saggiamente comicità e dramma. Scene divertenti ed esilaranti sono accompagnate a momenti più intensi e riflessivi. Il personaggio di Marco è tale da potersi rispecchiare con facilità nel momento in cui si trova di fronte ad una situazione quasi assurda e paradossale, soprattutto considerando il suo mestiere. Non riesce ad accettare ciò che è stato deciso per lui e nemmeno il fatto che le persone che ha davanti siano, prima di tutto, persone a tutti gli effetti.
Fortunatamente nessuno si perderà d’animo in quella che si trasformerà ben presto in una vera e propria avventura e, così facendo, non sarà solo Marco a cambiare profondamente grazie a questa esperienza, ma anche le persone che ne saranno coinvolte. 
Il punto di forza del lungometraggio è la capacità di descrivere i componenti della squadra di pallacanestro come persone dotate di determinate caratteristiche. Queste, pur non essendo propriamente positive in relazione all'obiettivo che Marco si pone (il giocare a pallacanestro), vengono comunque sfruttate al meglio in certe situazioni e permettono di far capire che tutti hanno delle doti e delle qualità da poter mettere in pratica al momento opportuno.  Il regista non utilizza attori che interpretano personaggi diversamente abili ma dei disabili “veri e propri”, con i quali si diverte a giocare, anche in fase di costruzione delle scene.
In questo modo lo spettatore riesce, a tutti gli effetti ad entrare in sintonia anche con loro riuscendo a guardarli come Marco sotto una luce differente con il  susseguirsi delle vicende e della narrazione.
Emblematiche le scene nelle quali vengono “sfruttati i punti deboli” di alcuni personaggi per farli diventare i loro punti di forza; standogli costantemente accanto, Marco riesce a comprendere la loro volontà, decidendo di sfruttare tutto ciò per il proprio scopo (quello di farli giocare come si deve a pallacanestro). Il problema nascerà quando anche loro, una volta comprese le sue intenzioni e il suo inganno a fin di bene, vorranno fare la stessa cosa nei riguardi del loro all’allenatore.

Il grande successo del film al box office spagnolo è, come già detto, la conseguenza di alternare momenti seri a momenti più ludici e divertenti. Si ride, insomma, e si riflette.
Veronica Ranocchi

venerdì, dicembre 07, 2018

ALPHA - UN'AMICIZIA FORTE COME LA VITA


Alpha - Un’amicizia forte come la vita
di Albert Hughes
con Kodi Smit- McPhee , Leonor Varela, Johannes Haukur Johannesson 
USA, 2018
genere, avventura, drammatico
durata, 96



In attesa che il pubblico italiano possa vederli in sala fa piacere iniziare a parlare di “Alpha - Un’amicizia forte come la vita” aiutandosi con un altro film destinato a monopolizzare le festività natalizie. Pur essendo “Spiderman - Un nuovo universo” (di prossima uscita) e quello di Albert Hughes due prodotti separati e distinti vale la pena di citarli assieme perché sono la testimonianza di come nel mainstream americano la distanza tra live action e animazione stia diventando sempre meno lontana, arrivando talune volte a scambiarsi persino i ruoli. Se, infatti, nel film del tessiragnatele alcune sequenze - per esempio quelle in cui il super eroe sfreccia tra i grattacieli e, in generale, quando indossa il costume e si lancia in funamboliche azioni -  sono più verosimili che nei lungometraggi di Sam Raimi e company, così capita che in certi momenti di "Alpha - Un’amicizia forte come la vita” si fatichi a distinguere i passaggi in cui la fauna preistorica e il lupo protagonista della storia sono reali oppure frutto dei miracoli della computer graphic. Nella medesima modo si potrebbe parlare delle fattezze dei personaggi la cui fisiognomica, alterata dal make-up necessario a ricrearne le discendenze dal prototipo neanderthaliano, fa pensare più di una volta di trovarci di fronte agli esiti del morphing, e quindi di farci scambiare per reale qualcosa che non lo è del tutto o, almeno, non completamente. 


Fatta questa precisazione, è necessario sgomberare il campo dal rischio di pensare che il film di Hughes sia un prodotto ad alto tasso di omologazione poiché se c’è una cosa che ne distingue la fattura è proprio quello di essere nei suoi principi altra cosa dal lungometraggio di Ramsey così come dalla maggior parte dei blockbuster programmati sui nostri schermi. Nel mettere in scena "l’infanzia di un (futuro) capo" - Keda, figlio del leader di una tribù al quale viene chiesto di dimostrarsi degno del suo status attraverso il superamento di una serie di prove di abilità e di coraggio - Hughes rinuncia ad alcune delle caratteristiche dominanti del cinema teen ager a cominciare dall’intensificazione audiovisiva e, di conseguenza, allo shock sensoriale provocato dalla predominanza dello stile convulso e fracassone e del montaggio ipercinetico di solito utilizzato per confezionare le gesta di eroi ed eroine. 

Ma non basta, poiché a parte gli inserti del prologo, necessari a fare dell’habitat dei protagonisti qualcosa di cui sentire la mancanza una volta che essi ne saranno privati, “Alpha - Un’amicizia forte come la vita” taglia quasi subito i ponti con le sue premesse, mettendo il ragazzo nella condizione di dover sopravvivere al destino che lo hanno separato dalla famiglia offrendogli per amico il lupo grigio con il quale sfiderà agguati e  intemperie nel tentativo di ritornare a casa. Colpita nella testa e nel cuore dall’uso incondizionato degli effetti speciali, l’avventura tout court ritrova nel film di Hughes il posto che merita grazie a una narrazione in cui la meraviglia suscitata dall’eccezionalità delle circostanze in  cui sono catapultati Keda e il suo socio non è il fine verso il quale far convergere la tensione scenica, ma piuttosto lo sguardo con cui Hughes si volge all’imponderabile che si nasconde dietro la bellezza del creato - dispensatrice di estremi opposti, in bilico tra vita e di morte - come pure nelle sfere più intime della natura umana, esplorate per dare conto del percorso di formazione dei protagonisti. Esemplare in tal senso è il modo in cui il regista mette in scena il confronto con ostacoli e pericoli, definiti all’insegna di una sobrietà visiva e temporale lontani dal l’estenuante flusso narrativo con cui certo cinema (della Marvel, innanzitutto) ama reiterare le pratiche della guerra, configurandole quasi come una sezione a parte rispetto al resto degli ingredienti. La (due) scene in cui Keda e il lupo si devono  difendere dall’agguato di mortali predatori sono - anche nel minimalismo di luci e scenografie - un esercizio di sintesi che nulla toglie alla loro efficacia emotiva e spettacolare. 

Un’estetica concepita in sottrazione, a cui giova l’opzione di un racconto dalla struttura archetipica nella quale l’anabasi di Keda e del fidato compagno lascia spazio a numerosi momenti in cui ad andare in scena non sono tanto i personaggi in sé ma i valori e gli ideali incarnati a secondo delle situazioni. Aspetti che, insieme alla capacità dell’elemento ambientale di restituire il mondo dei personaggi, risultano alla fine più interessanti della visione edificante dell’Eroe, inquadrato come da copione nella sua funzione di elemento ordinatore rispetto al caos esistenziale che  lo circonda. Adatto a giovani e meno giovani “Alpha - un’amicizia forte come la vita” appare un buon compromesso tra classico e moderno, utile a soddisfare le esigenze del pubblico natalizio.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì, dicembre 06, 2018

RIDE


Ride
di Valerio Mastandrea
con Chiara Martefgiani, Renato Carpenieri, Stefano Dionisi
Italia 2018
genere, drammatico
durata, 95'



Che il tema della morte sul lavoro sia tra quelli che stanno a cuore a Valerio Mastandrea lo si era capito ai tempi del suo esordio alla regia, avvenuto nel 2005 con "Trevirgolaottantasette", cortometraggio dai toni surreali nel quale gli istanti del trapasso di un operaio colpito dalla caduta di un pezzo di impalcatura diventavano nella trasfigurazione filmica un congedo dolce amaro dalle infinite possibilità della vita. Queste poche note sono sufficienti per aiutarci a ragionare su quello che può essere considerato l'esordio ufficiale dell'attore romano dietro la mdp, peraltro coinciso con la selezione del lungometraggio nel concorso ufficiale - unico film italiano - della 36esima edizione del Torino Film Festival. Del corto sopra menzionato "Ride" può considerarsi l'ideale seguito perché la vicenda legata al dramma di Carolina e a quello della sua famiglia incomincia laddove si era concluso "Trentavirgolaottantasette", ovvero dal lutto di coloro che hanno subito la perdita. Dunque, "Ride", come sottolineato nella dedica che precede i titoli di coda, è la storia di chi in un modo o nell'altro è chiamato ad andare oltre il dolore per ricominciare a vivere: per dirla come Mastandrea, è un film su quelli che sono rimasti. Se la necessità di poter contare su un punto di vista esterno alla tragedia era stata urgenza della prima ora, a suo tempo risolta con una sorta di sdoppiamento del personaggio interpretato da Elio Germano a cui si assegnava la doppia veste di vittima e testimone, nel caso di "Ride" esso diventa innanzitutto il mezzo deputato a fissare le coordinate spazio temporali della storia, dislocandola nella realtà in modo certo e inequivocabile visto che gli avvenimenti raccontati si svolgono nell'arco della vigilia dei funerale di Mauro, il marito di Carolina, deceduto una settimana prima nel cantiere in cui stava lavorando.


Inoltre, la collocazione post-mortem della storia segnala la volontà del regista di evitare la retorica che scaturisce dalla necessità di far coincidere la cronaca dei fatti con il seguito di stigmatizzazione e di critica conseguente al fatto di ragionarci sopra. In linea con il carattere dei personaggi interpretati, sempre a disagio, sempre fuori posto, ma puri rispetto ai protocolli e alle ipocrisie delle consuetudini sociali, Mastrandrea fa di Carolina il suo alter ego, prigioniera di uno spaesamento interiore che, oltre a non permetterle di vivere il dolore in maniera consueta ("Io voglio e devo stare male. E' un mio diritto!"  esclama nel momento del massimo sconforto), la fa sentire attiva e in ottima forma, come risponde al figlio che la rimprovera per non averla mai vista piangere, funzionando - nella sua manifesta alterità - come contrappunto tragicomico all'esasperato ritualismo delle persone che di volta in volta la vanno a trovare per farle le condoglianze. In tal senso la peculiarità estetica e gestuale conferita alla figura di Carolina (le cui movenze aristocratiche e l'algida bellezza marcano le distanze che la separano dalla straripante e talvolta sgangherato estro dell'umanità che la circonda) ben si addice alla volontà del regista di fare del filone narrativo che la riguarda una cosa a se stante rispetto alle storie complementari, quelle in cui il film da conto delle reazioni di Bruno, il figlio dodicenne di Carolina impegnato insieme al compagno di giochi a simulare le risposte da dare alle eventuali domande dei giornalisti presenti al funerale e poi di Cesare e Nicola (Stefano Dionisi restituito al cinema con un ruolo vicino a quelli creati per lui da Pasquale Pozzessere), rispettivamente padre fratello di Mauro, pronti a rinfacciarsi le colpe di un passato che non ha ancora smesso di tormentarli.

Un unicum, quello della protagonista (Chiara Martegiani, brava in un ruolo in cui, il più delle volte, è costretta a recitare con il corpo e con lo sguardo), conferitogli sia dallo status di personaggio principale della storia - nonostante quelli dei personaggi sopra citati non siano da meno - come pure dallo sguardo rivoltole dal regista, capace di farne ambasciatrice di suggestioni e metafore che senza appesantire la narrazione ne accentuano le prerogative antinaturaliste con una elegia visiva volta a costruire - pezzetto dopo pezzetto - una poetica dell'assenza intesa non solo come privazione spirituale e fisica ma anche fattuale. Senza rischio di esagerazioni si potrebbe dire che "Ride" racconti principalmente questa cosa, declinandola sotto le forme più svariate: da quella narrativa ed eclatante delle sequenze finali, dove Mastandrea la rende manifesta in maniera esplicita e diretta attraverso ciò che (non) succede nel giorno del funerale; a quella metaforica, rappresentata dalla scena in cui Nicola si mette a tavola nel posto di solito occupato dal fratello e inizia a mangiare affondando la forchetta dentro un piatto vuoto; confessionale, affidata alle parole di Cesare che attraverso la voce (non a caso) fuori campo si scusa per essere stato un padre assente nei confronti dei figli, congedandosi dal pubblico al termine di un excursus che per forma, contenuti e personaggi può considerasi un omaggio di Mastandrea al compianto Claudio Caligari, mentore e amico del neo regista. Ambientato in una Nettuno sottratta ai segni della mondanità turistico-balneare e trasfigurata quel tanto che basta per farne un vero e proprio luogo dell'anima, "Ride" appartiene alla categoria di film che raccontano l'insostenibile leggerezza dell'essere riuscendo a unire nella medesima visione il cinefilo incallito e lo spettatore occasionale. Certo non tutto è perfetto e qualche addebito si potrebbe sollevare al regista riguardo al fatto che, allontanandosi dal nucleo centrale costituito da Carolina e dal suo habitat domestico, si ha sensazione di una narrazione più debole e meno compatta ma si tratta di inezie se confrontate al soffio di vita e alla bellezza regalataci dal regista e dai suoi meritevoli complici.
Carlo Cerofolini

lunedì, dicembre 03, 2018

ROMA

Roma
di Alfonso Cuaron
con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Nancy Garcia, Jorge Antonio
Messico, 2018
genere, drammatico
durata, 135'

Tra le perplessità suscitate dal cinema destinato a un uso esclusivamente casalingo c'è sempre stata quella relativa ai condizionamenti causati dalle dimensioni del formato che secondo i detrattori obbligava i registi a cambiare i fondamentali del linguaggio cinematografico epurandolo da riprese in cui gli attori non fossero stati vicini alla mdp. A questo proposito la Mostra del cinema si inserisce nella perigliosa discussione proponendo un titolo come "Roma", fatto apposta per smentire la suddetta affermazione. Fra quelli destinati da Netflix alla kermesse festivaliera il film di Cuaron non solo è quello che meno degli altri sembra farsi influenzare da limitazioni di ordine tecnico stilistiche, ma risulta addirittura brillante nella scelta di molte delle soluzioni formali adottate per l'occasione. 

A cinque anni di distanza da quello che era stato il suo più grosso successo, il regista messicano torna a Venezia, questa volta in competizione, con un film che solo in apparenza risulta più facile rispetto al precedente. Certo, affermare che un film basato sui ricordi della propria giovinezza sia più complicato della messa in scena di un naufragio nell'orbita terrestre appare esagerato anche perché "Gravity" riusciva a coniugare la verosimiglianza degli effetti speciali a un ritratto a tutto tondo dei suoi personaggi. E' peraltro vero che anche "Roma" racconta in qualche modo la metabolizzazione di un lutto, quello del regista bambino e dei suoi fratelli nei confronti del padre medico che li ha abbandonati, come pure quello di un intero paese - il Messico - che nell'estate del '71 si trovò a piangere la morte di alcuni studenti uccisi dalla polizia mentre manifestavano il proprio dissenso verso la politica repressiva del governo. 

La cosa però più interessante di "Roma" (titolo che prende il nome dal quartiere borghese dove Cuaron viveva da bambino) è il modo con cui il regista decide di raccontare la storia. Il nodo centrale è la scelta di esserne protagonista per interposta persona, e cioè attraverso il personaggio di Cleo la tata indios che si prese cura di lui e dei suoi fratellini. Lo spostamento del punto di vista narrativo non solo permette al regista di allontanare gli eccessi di emotività che di solito appesantiscono l'oggettività del resoconto, ma gli mette sul piatto d'argento il principio al quale informare la struttura del lungometraggio. Il fatto di sostituire con Cleo coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti di "Roma", per la maggior parte del tempo relegati sullo sfondo o ai margini del quadro, costituisce per lo spettatore la guida necessaria a raccordare le varie emotività del film. Succede, infatti, che, nelle varie sequenze, il tema centrale sia lasciato fuori campo e filmato con precaria visibilità, salvo senza però precludergli la possibilità di rientrare in gioco attraverso piccoli dettagli della sua fenomenologia. 

Uno schema che si ripete non solo nelle situazioni di routine, ma anche nei momenti topici come possono esserlo la sequenza della manifestazione repressa nel sangue, di cui inizialmente sentiamo solo le grida, e gli spari che entrano dalle finestre del negozio in cui si trova Cleo e poi nella scena del parto in cui, nonostante i motivi di interesse siano legati alla sopravvivenza del nascituro rispetto allo stato di salute di chi lo ha messo alla luce, è della seconda che distinguiamo la sagoma e non del primo, mostrato volutamente sfocata. Più in generale, esiste il desiderio del regista di andare alla ricerca del tempo perduto ricreandolo non in modo compiuto ma attraverso le sensazioni suscitate dalle grida dei bambini, dal loro muoversi all'interno della casa, dai rumori della città che esplodono quando "Roma" decide di uscire dalla casa dei protagonisti per riversarsi sulle strade del quartiere affollate di persone e nella campagna desolata e brulla limitrofa alla città dove vivono poveri e indigenti. 

Con un'operazione simile a quelle realizzata da Christopher Nolan per "Dunkirk", l'autore messicano fa dei personaggi delle figure prive di un vero e proprio spessore biografico - basti pensare a una delle sequenze introduttive in cui il padre è presentato senza mai mostrarne il volto, ma mettendo insieme una serie i primi piani su dettagli che gli appartengono - ma elementi complementari alla rievocazione di uno stato d'animo individuale e collettivo in cui in primo piano sono le sensazioni e i sentimenti delle persone che li hanno vissuti. In questo senso "Roma" più che mostrarci una storia ce la fa sentire, stimolandoci a parteciparvi con i nostri sensi, a partire da quelli che coinvolgono i nostri occhi perché il film di Cuaron, girato in un bianco e nero dal sapore metafisico, è innanzitutto un'opera da vedere, indipendentemente dal formato. Vincitore della scorsa Mostra del cinema di Venezia "Roma" è un film che può servire a superare i pregiudizi nei confronti delle nuove piattaforme di distribuzione.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

SE SON ROSE


Se son rose
di Leonardo Pieraccioni
con Leonardo Pieraccioni, Michela Andreozzi, Elena Cucci
Italia, 2018
genere, commedia 
durata, 90’

Leonardo è un cinquantenne ostinatamente single che fa il giornalista di successo sul web occupandosi di alte tecnologie e ha una figlia di 15 anni, Yolanda, lascito di un matrimonio naufragato. Yolanda è stanca di vedere il padre nutrirsi di involtini primavera surgelati e crogiolarsi nel suo infantilismo regressivo, e pensa che una relazione stabile possa cambiare la situazione. Per metterlo di fronte ai suoi innumerevoli fallimenti in materia sentimentale, Yolanda decide di mandare a tutte le ex di Leonardo un sms che dice: "Sono cambiato. Riproviamoci!". E le sue ex rispondono, ognuna secondo la propria modalità.

La premessa di questa ennesima avventura cinematografica di Leonardo Pieraccioni contiene in sé qualche elemento implausibile, a cominciare dall'agiatezza economica di un giornalista web, per continuare con la disponibilità di una serie di donne adulte a rispondere a un messaggino da parte del ragazzo che le ha lasciate per proseguire la sua strada di serial lover.
È una premessa comica interessante e ha il potenziale per una di quelle farse alla francese cui il cinema d'oltralpe ci ha abituati negli ultimi anni. Il punto debole è la struttura narrativa creata da Pieraccioni insieme a Filippo Bologna, che cede spesso al buonismo e al moralismo di facciata e si lascia andare a svolte e dialoghi via via più improbabili. 

Il punto di forza, invece, è costituito da una serie di personaggi che, pur nella loro assurdità, rivelano angolazioni interessanti, anche perché sono affidati all'interpretazione di una galleria di attori competenti, fra cui Antonia Truppo, Gianluca Guidi e soprattutto Gabriella Pession, che regala tenerezza e tempi comici impeccabili al ruolo di Elettra, sul quale si sarebbe potuta costruire un'intera commedia.

La sceneggiatura, pur nelle sue derive demagogiche (si pensi al ritratto maschilista di un'oca giuliva detta 48 per il suo presunto numero di neuroni), lascia spazio all'improvvisazione vernacolare di Pieraccioni, vero punto di forza del comico. E apre a quella vena malinconica che, in un paio di occasioni (l'incontro con la fidanzatina del liceo, il dialogo finale con l'ex moglie), lascia intravvedere qualche sprazzo di autenticità autobiografica e un principio di vera autocritica. 

La domanda centrale della storia, ovvero "Quando e perché finiscono gli amori?", nasconde uno strazio sincero, soprattutto nei confronti di un'unione matrimoniale terminata nonostante una figlia molto amata. Considerato che il suo nume tutelare dichiarato è Monicelli, Pieraccioni fa bene ad esplorare il lato amaro del proprio personaggio, smarcandosi occasionalmente dalla melassa. 
“Se son rose” è la riflessione di un Peter Pan sulle proprie responsabilità nei fallimenti sentimentali collezionati nel tempo, ma anche sulla fragilità strutturale di una generazione maschile autocompiaciuta e programmaticamente immatura.
Riccardoo Supino

sabato, dicembre 01, 2018

TRE VOLTI


Tre volti
di Jafar Panahi
con Jafar Panahi, Benaz Jafari
Iran, 2018
genere, drammatico
durata, 102'



Occhio e croce “Tre volti” inizia alla stessa maniera dell’ultimo film di Michael Haneke. In entrambi i casi i registi affidano alle immagini di una video chiamata il compito di innescare la trama delle loro storie e questo la dice lunga sulla considerazione dei maestri sulle possibilità offerte loro dall’utilizzo  delle nuove tecnologie. Lungi dal demonizzarle, entrambi hanno da tempo  capito che queste ultime consentono un potere decisionale altrimenti limitato e ancora meglio che regalano un’ispirazione sempre meno dipendente dalla disponibilità degli strumenti produttivi. Nel caso di Jafar Panahi, che di “Tre volti” è regista, la questione diventa vitale per le note vicende che da anni impediscono al nostro di esercitare la professione, costringendolo a una clandestinità lavorativa che in termini di risultati è a dir poco aiutata dalla diminuita invasività dei mezzi di ripresa, la cui invisibilità è determinante nel permettere a Panahi di filmare senza essere notato da chi sarebbe pronto a impedirglielo. Partendo da queste considerazioni “Tre volti” acquista per forza di cose significati che oltrepassano la vicenda raccontata nel film: la richiesta d’aiuto della ragazza che minaccia di uccidersi se non riuscirà a fuggire dal genitore che le impedisce di recitare, il viaggio del regista e dell’attrice Benaz Jafari nell’entroterra del paese (siamo nel nord ovest dell’Iran) e gli incontri con alcuni abitanti della comunità locale sembrano infatti ragionare su ciò che rimane fuori campo. 

Considerando che le protagoniste femminili sono attrici che hanno già lavorato con Panahi e che alla pari della sua compagna di viaggio anche il regista appare davanti alle cinepresa nella parte di se stesso “Tre volti” diventa il dietro le quinte delle riprese di un film in corso d’opera nel quale ad andare in scena è il gioco delle parti tra singoli convitati e i rapporti tra il regista e attori. Quando - durante il viaggio che li sta portando alla meta - Panahi e la Jafari discutono sul da farsi, le loro considerazioni danno l’impressione di parlare d’altro, evocando il ruolo che l’arte e in particolare il cinema ha sulla vita di coloro che lo fanno. Anche lo schema che si instaura tra i due, con l’autore che rimane in disparte, lasciando alla donna il compito di mettere in pratica ciò che si sono detti, sembra evocare l’essenza della materia in questione. Un corto circuito, quello tra finzione e realtà, tra arte e vita, destinato a raggiungere l’apice nei riferimenti alla condizione di subordinazione della donna nella società iraniana, pronta a emergere in un misto di dramma e ironia nello sguardo che il regista rivolge a se stesso e ai suoi interlocutori (maschili) e che, soprattutto quando si riferisce alla censura della libertà d’espressione artistica, non può non ricordare le limitazioni imposte a Panahi dal regime iraniano. 

“Tre volti” però è anche cinema allo stato puro: Panahi c’è lo ricorda con due sequenze da brivido, collocate all’inizio e alla fine del film. Di diverso tenore,  per il stato d’animo e la condizione dei protagonisti, parliamo in entrambi i casi di due lunghi piani sequenza in cui (soprattutto nel primo) il protagonismo assoluto del personaggio femminile e l’apertura allo spazio esterno rispetto quello limitato e claustrofobico fin li riservato alla donna dalle inquadrature del regista diventano l’epifania di un desiderio di libertà che almeno per una volta mette sullo stesso piano uomini e donne. Distribuito da  Cinema, “Tre volti” si aggiunge ai titoli da non perdere usciti in questa settimana. 
Carlo Cerofolini

venerdì, novembre 30, 2018

BOHEMIAN RAPSODY


Bohemian Rapsody

di Dexter Fletcher, Bryan Singer
con Rami Malek, Mike Myers, Aidan Giller
UK, USA, 2017
genere, biografico, drammatico, musicale
durata, 105'



Il film tanto atteso sulla nascita e formazione dello storico gruppo dei “Queen” e soprattutto sulla vita del carismatico front man della band, Freddie Mercury, non è stato pienamente apprezzato dalla critica. Certo, portare sullo schermo tutte le sfaccettature di un personaggio del calibro di Freddie Mercury era tutt’altro che semplice.

Il film inizia mostrandoci quello che precede l’entrata del fatidico concerto umanitario, Live Aid, con lo scopo di ricavare fondi da destinare alle popolazioni dell’Etiopia, colpite da una grave carestia. A questo concerto, al quale parteciparono gli artisti internazionali più importanti, furono presenti anche i Queen, esibitisi al Wembley Stadium di Londra. Ma prima di mostrarci l’esibizione della band, il film ci invita a ripercorrere tutta la storia di questi quattro giovani ragazzi, con focus, naturalmente, sul leader e il modo e il motivo che li hanno portati a diventare delle star internazionali. Veniamo, quindi, catapultati nel 1970 dove incontriamo un Freddie, addetto a sistemare dei bagagli in aeroporto, ma che inizia già a nutrire un interesse e una passione particolare per la musica. Gli si presenta l’occasione quando, in occasione di un concerto di una band in un locale, si propone a due membri del gruppo (batterista e chitarrista), dopo che questi ultimi sono stati scaricati dal cantante. I due membri altri non sono che Brian May e Roger Taylor, ai quali, dopo poco, si unisce il bassista John Deacon. I quattro cominciano la loro scalata verso il successo, grazie soprattutto al grande talento di Freddie. La storia della formazione della band e della nascita delle varie canzoni diventate dei veri e propri must è intervallata dalla storia personale del leader. Una vita ben più che particolare la sua e vissuta intensamente fino alla fine, ma che viene, in parte, attenuata dal film (che si ferma prima della sua morte). Inizialmente il cantante, prima ancora di raggiungere la notorietà, incontra Mary, una giovane ragazza alla quale chiede addirittura, dopo poco, di sposarla. Matrimonio destinato, però, a non avere luogo dal momento che Freddie comincia a nutrire dubbi sulla sua sessualità e li rivela alla giovane, la quale, nonostante tutto, decide comunque di stargli accanto per tutto il resto della sua vita.

In parte grazie alla notorietà ottenuta, in parte grazie al suo innato carisma, Mercury comincia ad attirare le attenzioni di molti, tra questi anche quella del suo manager personale, Paul, che lo porterà a prendere delle decisioni importanti.

Se, come già anticipato precedentemente, riuscire a riprodurre fedelmente tutte le sfaccettature di un personaggio carismatico ed esuberante come il leader dei Queen è quasi praticamente impossibile, si può, però, affermare che Rami Malek, con la sua interpretazione, cerca di fare il possibile per avvicinarsi al cantante e al suo strabiliante modo di porsi nei confronti degli altri e del pubblico.

Un’impresa non da poco, quindi, quella affrontata e portata a termine dai due registi, Bryan Singer e Dexter Fletcher (due perché la fase di produzione di questo film ha vissuto alcune “avventure”) che, sicuramente per chi non conosce i Queen, o sa davvero poco di loro, è una guida ben riuscita. Il film invoglia, senza ombra di dubbio, l’ascolto di tutte quelle hit che hanno fatto la storia della musica. Il poter contare, infatti, su delle canzoni del genere come base di appoggio è, sicuramente, un punto di partenza più che ottimo, sapientemente sfruttato in fase di realizzazione del lungometraggio.

Al di là delle critiche mosse da molti, sia per la non totale aderenza alla realtà dei fatti sia per il non aver scavato a fondo nei personaggi (Freddie in primis), forse ciò che manca maggiormente al film è quel “quid” in più che ha caratterizzato non soltanto la vita del solista o quello della band, ma la vera energia che ha circondato tutto quel periodo che loro hanno reso d’oro. Qualche guizzo in più e qualche eccesso per descrivere il “supereroe” Mercury e la sua “famiglia” non avrebbe guastato.
Veronica Ranocchi

giovedì, novembre 29, 2018

TRA ARTE E SPETTACOLO: IL ROMANZO DELLA VITA NE L'AMICA GENIALE DI SAVERIO COSTANZO DAL FENOMENO EDITORIALE DI ELENA FERRANTE


L'amica geniale
di Saverio Costanzo
genere, serie tv
Italia, 2018
durata, 480'


Che Saverio Costanzo sia uno sperimentatore di linguaggi ne sono testimoni i suoi film, ognuno dei quali è stato pronto a lasciarsi indietro il passato per guardare a nuove forme di espressione e di formato. Se in questo contesto non è il caso di ricordarne i vari passaggi, torna utile citare almeno quello relativo a La solitudine dei numeri primi, in cui la notorietà della fonte letteraria non impedì a Costanzo di tradirne l’ortodossia con una rivisitazione della vicende del romanzo che richiamava non solo il cinema di genere – in particolare quello di matrice horror – ma si nutriva di una sfrenata fantasia citazionista e cinefila. Con un altro film (Hungry Hearts) e una serie televisiva sulle spalle (In Treatment), la direzione de L’amica geniale rappresentava per Costanzo un ulteriore passo in avanti in termini di conoscenza cinematografica, poiché si trattava non solo di confrontarsi con i meccanismi di una produzione ad altissimo budget che, oltre a Wildeside, Fandango, TIMvsion e soprattutto RAI, prevedeva il coinvolgimento di un colosso mediatico come la HBO, in vista della distribuzione della serie, ma anche di individuare gli equilibri che consentono a un autore di ricreare l’opera altrui secondo il proprio occhio, senza metterne a rischio la riconoscibilità presso il suo pubblico di riferimento e, in questo frangente, dei milioni di lettori sparsi in tutto il mondo in qualche modo desiderosi di ritrovare sullo schermo le pagine del libro della Ferrante.


Nel passaggio da un cinema privato e confidenziale a un altro mondano ed esibito, fatto di grandi numeri (150 attori, 5000 comparse, sono quelli che riguardano il cast), oltre che di grandi professionalità, Costanzo adotta una regia attenta a valorizzare lo sforzo scenografico che ha permesso di ricostruire ex novo (ad opera di Giancarlo Basili) il rione della Napoli anni ’50 in cui vivono Lila ed Elena, grazie anche alla fotografia di Fabio Cianchetti, destinato a diventare il grande protagonista di questa prima serie e, più in generale, a fare de L’amica geniale una sorta di ambasciatore di quell’artigianato italiano che in casi come questo coincide con l’arte, anche quando si tratta di montaggio (Francesca Calvelli) e, soprattutto, del casting (Laura Muccino, Sara Casani), cui spettava il non facile compito di dare volto e corpo alle giovanissime protagoniste, impresa riuscita nella maniera in cui il pubblico avrà presto modo di vedere. Una macchina da cinema – perché di questo si tratta, anche se lo si vedrà in televisione – a cui Costanzo conferisce anima e forma esplorando i chiaroscuri dell’animo umano dei suoi personaggi e regalandoci un come eravamo che rende omaggio all’iconografia del neorealismo italiano di cui non mancano omaggi espliciti, come quello che rivisita la scena clou del rosselliniano Roma città aperta. Se anche il giudizio su L’amica geniale non può essere definitivo, perché basato sulle prime tre puntate presentate in anteprima alla stampa, ciò che abbiamo visto fino a questo punto sembra confermare la volontà della rete nazionale di elevare la qualità delle sue produzioni. Da questo osservatorio i lavori sembravo arrivati a buon punto.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivelrs.it)

martedì, novembre 27, 2018

TROPPA GRAZIA

Troppa grazia
di Gianni Zanasi
con Alba Rohrwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston, Carlotta Natoli
Italia, Grecia, Spagna, 2018
genere, drammatico
durata, 110'


Che Gianni Zanasi sia regista fuori dal comune è un fatto assodato ma che lo siano anche i film da lui realizzati è tutto un altro paio di maniche. Un po' come i personaggi dei suoi lavori il regista di Vignola è abituato a parlare poco e a comparire ancora meno, preferendo che a farlo sia il risultato del suo lavoro e cioè i suoi film, anche questi, come si conviene, centellinati con il contagocce: appena cinque in oltre venti anni di carriera sono un record di parsimonia che per l'appunto fanno di ogni uscita una specie di piccolo grande evento. In realtà, rispetto alle usanze, "Troppa grazia" rappresenta un'eccezione visto che il film arriva sugli schermi italiani dopo essere passato (e aver vinto un premio) alla Quinzaine des Réalisateurs dell'ultimo festival di Cannes e quindi, una volta tanto, facendo leva su un ritorno pubblicitario che in questo caso trova terreno fertile in una materia come quella delle apparizioni mariane antropologicamente connaturate alla natura della nostra storia.

In realtà, pur nel suo tratto distintivo, "Troppa grazia" sembra la naturale prosecuzione del film che lo ha preceduto a cominciare dal titolo - "La felicità è un sistema complesso", il cui significato si addice come meglio non si potrebbe al percorso esistenziale di Lucia (a cui presta corpo e voce una effervescente Alba Rohrwacher), madre di una figlia adolescente e geometra specializzata in rilevamenti catastali, impegnata a barcamenarsi tra la fine della relazione con Arturo (Elio Germano) e i rimorsi di coscienza dovuti alla possibilità di nascondere - per bisogno di soldi - le anomalie presenti sul terreno nel quale dovrà nascere un importante polo immobiliare. A conti fatti, più o meno ciò che capitava all'Enrico Giusti di "La felicità è un sistema complesso", alle prese con una altrettanto dolorosa consapevolezza sulle implicazioni negative poste in essere dalle risultanze del proprio lavoro. E come nel lavoro del 2015, attraversato da un'anarchia che in entrambi i casi si manifesta, da una parte, come critica fatta a se stessi prima ancora che agli altri, rispetto all'accettazione passiva delle storture del sistema capitalistico, una volta di più combattuto anteponendo a quest'ultimo il primato dell'ambiente e la sua salvaguardia; dall'altra, orientandosi a combinare gli aspetti teorici e pratici della questione con una "chiamata alle armi" che nel caso di Lucia - e come vedremo anche di Arturo - si profila come una svolta personale, indispensabile a farle riprendere in mano la propria vita e quella della sua famiglia.


"Troppa grazia" però ha dalla sua il fatto di portare a compimento alcune delle peculiarità emerse in maniera embrionale nell'ultima produzione del regista a partire da una certa propensione al metafisico che, se altrove era stata affrontata più sul piano teorico che materiale (e comunque segnalata dalla presenza di distorsioni visive e accentuazioni cromatiche), qui diventa addirittura apoteosi mistica nel momento in cui il risveglio di Lucia avviene per il tramite della Vergine Maria (la Hadas Yaron di "La sposa promessa" e dello stesso "La felicità è un sistema complesso"), disposta a tutto, anche alle maniere forti (in una delle scene più esilaranti sembra di essere nel bel mezzo del "Fight Club" fincheriano), pur di convincere la donna a contrastare le speculazioni economiche dei suoi datori di lavoro.



Detto che quella di Zanasi non è la manifestazione di una professione religiosa bensì l'ammissione di una religiosità laica (testimoniata dall'umanità anche sgraziata di cui la Vergine si fa portatrice come pure della prosaicità del contesto nel quale Zanasi ce la propone) applicata alla bellezza del creato e, nel caso di Lucia, delle sue creature, "Troppa grazia" legittima la pregnante spiritualità dei personaggi zanasiani, i quali, almeno sul versante dei protagonisti, ci appaiono svuotati dei loro bisogni organici (non a caso, qui come altrove la sessualità è assente anche nel fuori campo) e, sulla scia del modello mariano, rivestiti di pura anima. Una mancanza di fisicità, questa, compensata da un surplus emotivo e sentimentale di cui l'espediente del film è materializzazione drammaturgica e insieme narrativa. In tal senso. la scelta della Rohrwacher appare più che azzeccata non solo per la bravura dell'attrice ma anche per l'eccezionalità di un ruolo che, andando contro l'immaginario dei personaggi da lei interpretati, rende ancora più forte lo straniamento della "commedia" surreale in cui la vediamo coinvolta. La debolezza di qualche nesso logico relativo alle motivazioni della protagonista e, in particolare, di quello che dovrebbe giustificare lo scarto tra l'iniziale scetticismo di Lucia e la successiva adesione alle volontà del sua interlocutrice così come una certa tendenza a divagare nella parte conclusiva della vicenda non diminuiscono la bontà del risultato né l'originalità del cinema di Zanasi.