domenica, ottobre 25, 2020

SUL PIU' BELLO

Sul più bello

di Alice Filippi

con Ludovica Francesconi, Giuseppe Maggio, Gaja Masciale

Italia, 2020

genere: commedia

durata: 90’

Tratto dall’omonimo romanzo di Eleonora Gaggero (una delle attrici del film), “Sul più bello” è l’opera prima di Alice Filippi. Un teen drama che vira sulla commedia e non si prende mai troppo sul serio.

Marta è una ragazza di diciannove anni, rimasta orfana dei genitori, morti entrambi in un incidente stradale quando lei aveva 3 anni, che vive con i suoi due migliori amici, Federica e Jacopo. Sembra una ragazza come le altre, se non fosse per la sua malattia, la mucoviscidosi, che la costringe ad una cura e un’attenzione rigorosa e continua e che le dà ben poche speranze per una vita lunga e uguale a quella degli altri. Marta, però, nonostante questo, ha un sogno nel cassetto: quello di innamorarsi e far innamorare il ragazzo più bello di Torino. La scelta sembra ricadere fin da subito sull’avvenente Arturo Selva, canottiere dal fisico invidiabile, figlio di una ricca famiglia torinese. Marta inizia un vero e proprio stalkeraggio nei confronti del ragazzo che inevitabilmente si accorge di lei e si trova, in qualche modo, costretto ad invitarla a cena. Dopo una serie di situazioni che mettono in luce la sincerità di Marta come arma vincente, anche il bell’Arturo deve ricredersi e cedere al fascino di colei che fino a poco prima aveva definito, insieme ai suoi amici, “spazzatura”.

La storia è semplice e si limita a portare sullo schermo una storia già vista e una tematica già affrontata e sviscerata. Ma “Sul più bello” si differenzia dalle altre storie analoghe per il modo in cui la vicenda viene narrata. Non c’è esasperazione, non c’è finzione e non c’è pietismo, anzi. “Sul più bello” cerca di mettere insieme i tasselli di tutti i film dai quali prende spunto, facendoli propri e mescolandoli in maniera saggia.

Come la protagonista stessa afferma attraverso la voce fuori campo, esistono già storie di ragazze affette da malattie incurabili che, nonostante questo sono bellissime e fortissime. Marta non rientra in questa categoria perché non si prende mai veramente sul serio. Riesce a scherzare e ironizzare, per quanto possibile, sul suo stato di salute. Pur conoscendo la gravità della situazione pensa sempre in maniera positiva e cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno. Il suo modo di vivere condiziona tutte le persone che le stanno intorno: i suoi amici in primis, ma anche Arturo che non può che cedere al suo “fascino” nascosto. Il suo modo di vedere la vita non la rende fragile, ma anzi la rende ancora più forte ed è questo quello che incuriosisce.

Una Amélie tutta italiana, complici i colori che richiamano il film di successo francese, ma anche i modi di fare e la somiglianza fisica tra Ludovica Francesconi e Audrey Tatou, rendono “Sul più bello” un teen drama fuori dagli stereotipi e, proprio per questo, apprezzato ed apprezzabile.

Il non prendersi mai realmente sul serio, l’usare l’ironia come arma e scudo per non parlare mai direttamente della malattia e di tutte le conseguenze che essa può portare con sé sono gli elementi di forza della pellicola.

Un plauso anche agli interpreti, mai sopra le righe, ma reali e credibili al punto giusto, senza caricature o eccessi. Dalla protagonista, per forza di cose fuori dagli schemi, ma mai esagerata, né in un verso né in un altro, al bello e tenebroso Arturo, interpretato da un convincente Giuseppe Maggio.

Anche lo stile, spesso ironico e autoironico, rende il film un prodotto diverso dal solito, che culmina nella scelta di non far dilagare nelle lacrime, ma resta fedele al suo principio di base: quello di far sognare e far diventare una principessa anche la ragazza più semplice di tutte.


Veronica Ranocchi

giovedì, ottobre 22, 2020

INVISIBILI: GOD BLESS AMERICA

God bless America

di: Bobcat Goldthwait

con: Joel Murray, Tara Lynne Barr, Melinda Page Hamilton, Rich McDonald, Mackenzie Brooke Smith, Maddie Hasson
- USA 2011 -
105’




Esiste una sconfitta
pari al venire corroso
che non ho scelto io
ma è dell'epoca in cui vivo
— CCCP —




Magari qualcuno ricorda ancora o - e sarebbe un mezzo miracolo - di recente si è imbattuto in quel misto di rabbia e disgusto mano mano e testardamente assurto a rango di anatema distintivo non solo di un preciso periodo storico (l’imporsi definitivo del materialismo nella sua declinazione edonistico-reazionaria a cavallo degli anni ’80 dell’altro secolo), ma di quanto la iniqua lungimiranza dell’intrecciarsi delle circostanze sia capace di trasformarsi quasi senza colpo ferire, in questo caso, in stigma indelebile dello stesso stare al mondo nella dimensione di agonia protratta di quella che abbiamo imparato a conoscere - e a subire - col nome di modernità e post-modernità, pronunciato e ripetuto allo sfinimento da G.L.Ferretti nel brano dei CCCP “Morire”, ossia nel a suo modo celebre produciconsumacrepa. Se tale affermazione, infatti, caustica (perché stanca delle menzogne consolatorie), eppure per nulla autocompiaciuta; feroce (perché certa della concretezza di una china suicida) ma non priva di un suo esausto sconcerto, non ci fosse appartenuta così nel profondo da far sorgere la necessità di rievocarla ogniqualvolta il tessuto della nostra normalità addomesticata patisce l’ennesimo strappo in direzione di quel collasso collettivo il cui incombere persino l’ipnosi propagandistica oramai stenta a dissimulare, l’avremmo abbandonata a sé stessa o, probabilmente, menzionata di sfuggita a mo’ di lascito di una personalità sguaiatamente provocatoria. Al contrario, lei è ancora tra noi e alla luce di un’opera come “God bless America” di Goldthwait, non possiamo esimerci dall’interrogarci sulle valenze, se possibile, ancora più drammatiche, acquisite nel frattempo (parliamo di oltre trent’anni) da una affermazione in grado di far risuonare sulle sue frequenze acide lo spartito del comune e immemore quotidiano di esseri umani del terzo millennio. Chiaro: bisognerebbe interrogarsi, ad esempio una volta per tutte, circa il momento esatto - e la scarsa resistenza opposta al loro inverarsi - in cui, mettiamo, abbiamo barattato la libertà e l’indipendenza di pensiero con la soddisfazione illusoria del benessere; o la facilità con cui abbiamo sepolto ogni dilemma morale sotto l’insindacabile urgenza presunta di un determinismo cieco a ogni istanza che non sia qui e ora redditizia: ma ciò - come è ovvio e anche giusto - esula dai compiti di questa minuscola rubrica e rimanda sia ad altri ambiti che allo specifico di una teorica riflessione individuale.

Ciò che comunque è fuori di dubbio è che un tarlo non dissimile a quello evocato dall’invettiva ferrettiana (benché a sua volta distorta dalla contestuale progressione beffarda dell’eterogenesi dei fini) si sia insinuato, con lentezza ma inesorabilmente, nel già mesto andirivieni che costituisce il corpo molle dell’esistenza di Frank Murdock/Murray, pingue uomo-massa a stelle e strisce incastrato in una routine senza apparenti vie d’uscita; tipo privo di particolari talenti però consapevole e stufo sia della propria mediocrità quanto soprattutto di quella di un panorama - l’attuale - che non solo è persuaso di esserne immune ma ha preso persino a vantarsene senza vergogna, tanto da raggiungere, al volgere di un giorno qualunque, il fatidico punto di non ritorno oltre il quale, a suo parere, all’opzione drastica e violenta non si oppone, come alternativa, che la beffa dell’assurdo. Del resto, cosa fare se tua figlia, ragazzina capricciosa e petulante, si rifiuta di passare del tempo insieme, riuscendo solo a sbraitare al telefono, complice una madre/ex moglie superficiale e permissiva, “Voglio un I-phone, voglio un I-phone, voglio un I-phone !” ? Cosa pensare se i tuoi colleghi di lavoro - pagliacci abbondantemente rincoglioniti da intere giornate spese all’interno di un loculo 2x2 a rimorchio di mansioni da scimmia digitale, eppure sempre lì a mettere in fila commenti causidici sulle prurigini delle celebrità - appaiono addirittura sollevati quando il Capo ti licenzia su due piedi con una motivazione difficile dire se più prevaricatrice o demenziale ? Come regolarsi se i tuoi vicini passano gran parte del tempo incollati al televisore deliziandoti, grazie a pareti divisorie spesse un dito, con i loro liquami catodici impreziositi dagli strepiti del pupo di casa che sembra non esaurire mai le lacrime conseguenti alla sua fresca venuta ? Vasto programma, avrebbe detto quello. Certo è che Frank attacca a rimuginare, aiutato nell’impresa da elementari constatazioni di fatto. Estromesso tra derisione e biasimo dalla produzione, assottigliatasi la capacità di accedere ai consumi, non resta, conclude, in un contesto come quello (nello specifico) americano contemporaneo, dominato dal chiacchiericcio deprimente dei mass-media, dall’idiozia come unica moneta di scambio e dalla volgarità umiliante del denaro e degli oggetti, che crepare. Eventualità che invero lui non esclude, anzi, prova anche a mettere in atto, non fosse che una certa irresolutezza intrisa di nostalgia da un lato e in generale quella comica accozzaglia di imprevisti che chiamiamo vita, dall’altro, si scoprono capaci di brigare insieme affinché prenda piede un’altra opzione: far sparire dalla faccia della terra tutti quelli che rendono la permanenza sulla medesima uno strazio insopportabile e/o un inferno scemo. E’ pure vero, però, che una follia del genere non sarebbe praticabile ma più di tutto non avrebbe lo stesso sapore se a condirne la sgangherata inerzia non ci piombasse sopra a piedi pari qualcosa di altrettanto stravagante e fuori controllo, a dire un micro uragano femmina con i connotati di Roxanne Harmon/Barr, olim vocata Roxy, teenager scappata dal caramello rivoltante di genitori a misura delle famigliole-modello della pubblicità, nichilista, ciclotimica, pasticciona ma arguta e decisa, pronta con la sua stramba effervescenza a scuotere il disilluso Frank indirizzandone l’hybris verso una sorta di percorso di eliminazione tanto impietoso quanto umorale e arrivando a sgrossare per sé e per il nuovo strampalato compare, di puro estro adolescenziale e vitalismo deviato, la fisionomia grottesco-criminale pari a quella dei più inverosimili Bonnie e Clyde.

In tal senso, appare già chiara l’inconsistenza di un prevedibile riflesso condizionato teso a creare un nesso diretto tra la parabola di Frank e Roxy e quella, per dire, del William Foster/Douglas in “Un giorno di ordinaria follia” o, meno ancora, quella degli sciroccati natural born killers dell’omonimo film di Stone. Se per un verso, appunto, la vicenda dello spostato di Schumacher somma al suo interno revanscismi da sempre latenti nell’inconscio della cosiddetta maggioranza silenziosa (recriminazioni, tra l’altro, del tutto assenti nel carnevale sanguinolento allestito a favore di telecamera dai coniugi Knox/Harrelson-Lewis dell’opera stoniana) con un malessere psicologico inerente un vissuto segnato da traversie private utilizzando la rivolta plateale in guisa di extrema ratio contro una frustrazione non più incanalabile, senza in ogni caso sindacare mai troppo sul meccanismo di coercizione alla base di un fallimento collettivo in parte perseguito e in parte a forza compartimentato dal sistema ma accontentandosi, seppur paternalisticamente, di cullare ancora un’idea di ordine e coesione sociale possibili nonostante l’infierire di una prassi caotica e indifferente; per l’altro, il destino di caratteri come quelli rappresentati dal nostro curioso binomio si profila e va a compiersi entro una cornice emotiva e passionale scevra da ogni interdizione intellettualistica come da qualunque rivendicazione sociologica o genericamente brandita a titolo vendicativo. Il gesto inaudito dei due protagonisti, in altre parole, il loro stesso itinerario omicida - ed è uno degli assi calati dal lavoro di Goldthwait, assieme a un tono interpretativo che dosa con accortezza e divertita impertinenza la naturalezza di un nonsense giunto a impregnare di sé ogni atteggiamento e ogni circostanza al punto da proporsi come unico grimaldello efficace per forzare una realtà priva di logica oltreché di pietà umana, falsa per definizione, satura com’è di colori sgargianti e di un’arietta da svendita permanente, e lo stupore melanconico qua e là mostrato nei confronti del rivelarsi di tali mancanze, inconsolabili perché soppiantate o, peggio, barattate con la stupidità e il vuoto - vive e si sostanzia di una sovversione che è prima di tutto estetica - ossia gratuita e amorale, quindi per definizione giovane: il mondo è brutto, recita il teorico assunto. Noi, eliminando “chi non merita di vivere”, lo rendiamo bello - eppure non meno sarcastica e incline allo sberleffo, alla autoparodia, dal momento che è inutile prendersi troppo sul serio se quello che ti circonda della serietà non sa che farsene. Così, Frank e Roxy fanno delle rispettive esasperazioni un solo, bislacco pactum sceleris e, come detto, uccidono, ma senza autentica malvagità, fanciullescamente, verrebbe da dire, a insistere sulla linea del paradosso, ossia come il ragazzino che distrugge il suo castello di sabbia perché non conforme all’idea che se ne era fatto. Per tale motivo, le affinità distintive di un film altresì più dolente di ciò che la sua confezione ilare e rilassata lascia trasparire vanno cercate altrove: per esempio nella ferocia stralunata e nell’ironia impassibile - di preferenza virata al nero - tenute assieme dall’alchimia della strana coppia di liceali costituita da James e Alyssa nella serie britannica “The end of the fucking world”, al cui cuore non è estraneo tanto lo smarrimento a volte inerme di Frank quanto la spiccia risolutezza di Roxy; o persino, di sicuro per echi tenui ma non discordi, nel periplo inconcludente e tragico epperò circonfuso di una sua arresa dolcezza intrapreso da Kit e Holly ne “La rabbia giovane” di Malick. Ma chissà. Forse l’intento vero, tacito ma non meno pregnante, perseguito da Frank e Roxy è sempre stato quello celiniano di morire irreconciliati, ancora di più di fronte a un paesaggio umano e materiale divenuto tanto avvilente. Il rischio, di nuovo preconizzato da Ferretti (“Io sto bene”), è che, oggi come oggi, anche questa sia solo una formalità.
TFK

martedì, ottobre 06, 2020

NON ODIARE

Non odiare

di Mauro Mancini

con Alessandro Gassmann, Sara Serraiocco, Luka Zunic

Italia, Polonia, 2020

genere: drammatico

durata: 96’

Presentato all’ultimo Festival del cinema di Venezia, “Non odiare” rappresenta l’opera prima di Mauro Mancini che, appunto per la prima volta, si cimenta in un lungometraggio.

La storia, ispirata ad un fatto di cronaca realmente accaduto in Germania, inizia, al di là della sequenza iniziale che mostra il passato del protagonista, con un incidente stradale. Una macchina, probabilmente speronata da un’altra, si schianta con al suo interno un uomo. Simone Segre, medico chirurgo, è casualmente nei paraggi e accorre subito sul luogo per tentare i primi soccorsi. Dopo aver chiamato l’ambulanza, cerca di fare il possibile per salvare l’uomo e bloccare una brutta emorragia alla gamba, ma, quando scopre un tatuaggio nazista sul corpo della vittima, indietreggia, in quanto ebreo, e abbandona il “paziente” al suo destino, lasciandolo quindi morire.

Dilaniato dai sensi di colpa, inizia a seguire i tre figli del defunto, Marica, la maggiore, Marcello, adolescente e fervente neonazista, e il piccolo Paolo. In particolare cerca di aiutare Marica, alla quale, senza rivelarsi, offre un lavoro di domestica nella propria casa, nonostante il disappunto di Marcello. Quando, però, quest’ultimo si troverà in una situazione disperata, Simone dovrà fare una scelta molto importante.

Un film “silenzioso”, in un certo senso, che, rifacendosi ad un fatto di cronaca reale, mette in scena una situazione senza dare giudizi, senza dire chi ha torto e chi ha ragione, ma semplicemente mostrando una storia.

Il fulcro dell’intera narrazione è sicuramente Alessandro Gassmann, che dà vita ad un personaggio che, per certi versi, potrebbe essere etichettato come ambiguo. Un’ambiguità strettamente connessa con il suo continuo silenzio, incrementato anche e soprattutto dal tipo di vita che conduce, in solitaria. Sono i suoi gesti, le sue espressioni e le sue azioni a raccontare più delle sue parole stesse.

Il tutto insieme ad inquadrature pulite che non sembrano nemmeno frutto di un regista al suo esordio. Ogni scena è curata e ogni angolazione ha un significato ben preciso. Indubbiamente quello che dà maggiormente nell’occhio è la scelta di propendere spesso per inquadrature dall’alto che mostrano il personaggio all’interno di uno spazio che sembra quasi risucchiarlo al suo interno.

Si può davvero non odiare? Si può davvero dimenticare qualcosa di così grande e passarci sopra perdonando tutto e tutti? Se il titolo sembra dare una risposta positiva, il film rimane all’esterno e non invita né in un senso né in un altro.

Non c’è pietismo, non c’è moralismo. C’è solo una storia, vista da due mondi e in due modi completamente diversi, destinati a scontrarsi continuamente. Ma indubbiamente da vedere, per riflettere e far riflettere.


Veronica Ranocchi

martedì, settembre 29, 2020

GUIDA ROMANTICA A POSTI PERDUTI

 Guida romantica a posti perduti

di Giorgia Farina

con Jasmine Trinca, Clive Owen, Andrea Carpenzano

Italia, USA, 2020

genere: drammatico

durata: 106’

Terzo lungometraggio per la regista romana Giorgia Farina, “Guida romantica a posti perduti” è un road movie con protagonisti Jasmine Trinca e Clive Owen, nel ruolo di due insoliti compagni di viaggio.

Lei è Allegra (solo di nome) che, chiusa nelle sue paure, fobie e insicurezze, ha una relazione con un ragazzino più giovane di lei e finge, mentendo anche a lui, di avere un lavoro che la impegna in continui viaggi in giro per il mondo. Nella stessa palazzina, ma al piano di sopra abita Benno, marito di un’infermiera che sembra dedicare tutto il suo tempo a sé stessa e al suo lavoro, piuttosto che al marito, del quale sembra non vedere (o non voler vedere) l’evidente problema di alcolismo. Ne è a conoscenza, nonostante lui continui ad inventarsi mille scuse e a nascondere le prove, e lo invita a recarsi in un centro apposito, ma non va oltre. Quando i due si incontrano, durante una delle tante sbornie dell’uomo e finiscono insieme in ospedale, hanno modo, in maniera rocambolesca, di conoscersi forse per la prima volta, nonostante residenti nella stessa palazzina e, abbandonati temporaneamente, in un modo o in un altro, dalle proprie metà, decidono di intraprendere insieme un viaggio. Un viaggio alla ricerca di posti perduti.

Quella che doveva essere una guida romantica, perché maturata da Allegra insieme al fidanzato Michele, si trasforma in un viaggio all’insegna dell’avventura dove la guida, in realtà, serve allo spettatore che si perde dentro un ciclo di eventi che sembrano quasi ripetersi continuamente. I personaggi, fin troppo caricaturati, non convincono né singolarmente né insieme. L’intento è probabilmente quello di far sì che riescano a spalleggiarsi e supportarsi a vicenda, ma l’esito va in tutt’altra direzione, caricato ancora di più da un finale aperto che ha un sapore dolceamaro. La sorte dei due è già scritta fin dall’inizio e il viaggio non è altro che un pretesto per raccontare due vite sole e solitarie che nascondono segreti e insicurezze. Ma se uno di loro fa di tutto per uscire dalla bolla che si è disegnata intorno, o almeno ci prova, l’altro personaggio sembra non comprendere i suoi errori e continua incessantemente a ricaderci in un meccanismo senza fine.

La struttura dei personaggi, mai veramente solida, rimane piatta e preannunciata e non è aiutata né avvalorata dalle interpretazioni degli attori, soprattutto da quella della Trinca che sembra caricaturare fin troppo Allegra.

Non eccelle nemmeno la sceneggiatura e la scelta dei dialoghi che non approfondiscono né, appunto, i personaggi né tantomeno le situazioni, mostrate al pubblico e poi portate immediatamente via per passare alla successiva. E tutte al limite del reale.

Menzione, invece, per i due personaggi secondari: il fidanzato di Allegra e la moglie di Benno che, paradossalmente, risultano più sfaccettati, più veri e più approfonditi, anche se con poche battute e poca presenza sullo schermo.


Veronica Ranocchi

sabato, settembre 19, 2020

iNVISIBILI: KID THING


Kid Thing
di David  Zellner 
con,  Sydney Aguirre, Nathan Zellner, Susan Tyrrell
genere, drammatico
USA 2012 
durata,  82’



I hope that
there’s a way
to breathe you
someday
— Idaho —



Intrappolati, oramai nessuno sa più da quanto, entro un incantesimo consolatorio che rappresenta l’infanzia e la prima giovinezza come la perfetta allegoria del paradiso in terra, e via via persuasi nel medesimo da decenni di allucinazioni propagandistico-pubblicitarie stentiamo o, sarebbe più onesto ammettere, sovente rifiutiamo di constatare - sistemandone per una volta nella giusta sequenza i rispettivi tasselli, senza pregiudizi e interessate precauzioni - le conseguenze di ciò che costituisce il nucleo autentico delle nostre attuali vicende personali al crepuscolo di una avventura collettiva, quella Occidentale (una poltiglia costituita per lo più di materialismo passivo, placida indifferenza, sottaciuta anedonia e, in perversa simbiosi, di ossessioni, rancore, grettezza et.), sulle generazioni che, una dopo l’altra, ci ostiniamo a mettere al mondo.

Per dire: Annie/Aguirre, dieci-undici anni, condivide lo stesso tetto insieme al padre Marvin/Zellner (un semi-inebetito a modo suo ipnotizzatore di galline e devoto del gratta-e-vinci, nonché capace di estrarsi un dente di fronte a lei) in uno spicchio di desolazione texana incistato tra zone approssimativamente inurbate, nello specifico all’interno dei confini rurali di una piccola proprietà tenuta insieme più dalla tassidermia di giorni tutti uguali che dalle attività minime connesse alla gestione di qualche capo di bestiame - quattro vacche, altrettante capre - Giocoforza solitaria, lunghi capelli giallo ananas e lentiggini di complemento, aria dolce/perfida da tesoruccio precocemente scoglionato (qualcosa di paragonabile, sebbene in versione aggressiva - ma utile per ribadire lo sprezzo consustanziale al modo moderno di maneggiare i rapporti - alle vicende narrate in un altro esordio alla regia, quello di Vasily Sigarev a nome “Volchok”, del 2009), di solito silenziosa ma al dunque indisponente, la ragazzina mena la propria giovane biologia collettizia secondo l’estro del momento ossia, tra una sorta di menefreghismo congenito e i primi assaggi di un tedio di cui - per lo meno - ignora vera ampiezza e profondità, non si tira indietro davanti a nulla: fa colazione con quello che trova; stacca le spine a una pianta con le pinze; mette a soqquadro un ripostiglio scovando una maschera antigas che indossa giusto per vedere l’effetto che fa; improvvisa uno scherzo telefonico a un meccanico. Di seguito esce e litiga con un gruppo di quasi coetanei in un parco giochi sgangherato, finendo per prenderli a sassate; ruba dolcetti e porcherie varie presso un minimarket: con quello che avanza bersaglia le automobili di passaggio allo svincolo di una tangenziale. Quindi si inoltra in un’area verde, trova uno specchio d’acqua e prova a farci rimbalzare dei ciottoli; a mani nude scorteccia un albero caduto per estrarne dai resti marci larve d’insetto che si premura di stritolare… Peregrinazioni circolari e insoddisfacenti che un giorno, mentre fa a pezzi un grosso lecca-lecca iridescente, si arricchiscono di un particolare inedito. Dalla boscaglia sembra giungere cioè un lamento o qualcosa del genere: in ogni caso, una variazione che spezza la monodia greve dei soliti pomeriggi. Annie si incammina e senza dannarsi troppo trova l’apertura quadrata di un pozzo da cui, una volta sollecitata, si leva la voce di una tal Esther/Tyrrell, ivi caduta di recente e bisognosa di aiuto. Cosa che però, lì per lì, la nostra piccola impunita, come perplessa e infastidita insieme, è tutt’altro che disposta a prestarle, preferendo mollare la faccenda e tornarsene a casa. Chiaro che a breve la curiosità connaturata all’anagrafe ha gioco facile sulla precauzione e sulla stessa iniziale riluttanza. Fatto sta che Annie torna di quando in quando sul luogo della scoperta offrendo alla misteriosa malcapitata (a questo punto stremata e implorante) un tipo di collaborazione sui generis la quale esclude la pura e semplice chiamata in causa di un soccorritore ma implica invece sia la periodica somministrazione di vettovaglie, preparate a casa o sottratte al già citato minimarket, tramite lancio a peso morto nel pozzo, sia la possibilità di improvvisare scampoli di conversazione (da notare: non di rado battibecchi) tramite un paio di walkie-talkie recuperati nel garage-magazzino del padre, con esiti alla lunga magari intuibili ma non per questo meno atroci.

Il sopra accennato equivoco sulla fanciullezza nelle mani dei fratelli Zellner (qui Nathan interpreta e co-produce, David dirige ma non è insolito che i due collaborino anche in sede di scrittura, come in “Kumiko, the treasure hunter”, del 2014, in cui gli autori, alternandosi ancora tra sceneggiatura, regia e recitazione tentano un ulteriore scarto allo scopo di screziare l’inesorabilità della disperazione contemporanea facendo leva sui chiaroscuri offerti da una inerme follia) diventa un non comune esempio di testimonianza indigesta (leggi: affatto conciliante, per certi versi chissà quanto suo malgrado ammonitrice), per la fredda puntualità e la disadorna disinvoltura con cui mantiene il piano della narrazione e le soluzioni visive escogitate - lenti indugi e accorte prolessi prospettiche sugli spostamenti della protagonista; primi piani della stessa da cui emerge la stolida fissità dell’animale inchiodato alla tagliola dell’istante da cui, per interminabili fotogrammi, sembra trapelare una abissale e incosciente frustrazione; ricorsività di un paesaggio in buona parte brullo e agonizzante, eppure talvolta come scoraggiato di fronte all’eventualità di dispensare le proprie residue sorprese a chi non è in grado di coglierne l’intrinseca natura duplice di promessa/responsabilità - in equilibrio sullo scivoloso crinale che separa la repertazione socio-antropologica dalla miniatura sovrapponibile alla dimensione mitica del racconto di formazione, qui entrambe ostaggio di un presagio di sventura eternamente incombente. In tal modo, sotto cieli spesso grigi, impassibili e muti, tra i simulacri sfiniti di una normalità orrenda proprio perché assimilata da sempre come finzione unica e immodificabile, l’agire al tempo sconclusionato e febbrile di Annie, un giorno dopo l’altro, una immemore rinuncia affettiva dopo l’altra, un gesto apatico o brutale dopo l’altro (ci si soffermi sul suo modo di dare il buon compleanno a una pari età costretta sulla sedia a rotelle), finisce per assumere i contorni paradossali di una - per quanto distorta, degradata e alla fin fine futile - fiabesca e autosufficiente atemporalità, i cui ritmi e le cui epifanie, le condizioni di sussistenza e la grammatica di base, le ingenuità e le perversioni (Annie sfida Esther a dimostrarle di non essere il Diavolo in persona o una strega pronti, una volta tratti d’impaccio, a portarla via con loro), in quel mistero mai del tutto penetrabile che lega l’incanto vergine di un bambino alla magia senza utilità del mondo, fluiscono e a loro volta sono generati dalle fantasie e dai raccapricci di una creatura umana incommensurabilmente sola. Di conseguenza, di fronte a un abbandono così radicale e indifferente, non può che perdere significato e sgretolarsi, nel disvelamento della sostanziale menzogna di taluni suoi assunti - i valori, le gerarchie, i sistemi educativi - lo stesso edificio sociale (la famiglia, la comunità) che a quell’abbandono dovrebbe opporre il primo e più resistente argine. Ad Annie che non soppesa, non discrimina, non resta allora che reagire, nell’equivalenza e nell’oblio di ogni cosa, dimentica degli uomini e da essi dimenticata, orfana persino di Dio (con buona pace, ad esempio, degli sciagurati ritratti dalla coppia Ewing/Grady nel documento “Jesus camp” del 2006, tutti intenti a plagiare attoniti marmocchi nel nome di Cristo). E assodato questo, davvero tutto può accadere, in ragione della triste necessità che avvolge i destini banali ma tragici. Destini che, come in questo caso, di fatto nemmeno ambiscono a compiersi, tanto tendono a esaurirsi in una inconsapevole quanto indotta dispersione, lusso ingannevole, quest’ultimo che, su scala più grande - una intera Civiltà - e per scopi tutt’altro che elevati, ci si è voluto permettere nell’illusione che non avrebbe implicato un prezzo da pagare, a dire la perdita di quella condizione aperta a un compromesso dignitoso tra purezza e raziocinio che ad Annie, come detto, non è stata concessa e a cui noi - per ampio demerito - non torneremo più.
TFK

MISSING LINK

Missing link

di Chris Butler

USA, 2019

genere: animazione, avventura, fantastico

durata: 95’

Candidato al premio oscar come miglior film d’animazione, “Missing link” arriva finalmente nelle sale per far intraprendere ad ogni spettatore (grande o piccolo) un bel viaggio all’interno del vero significato dell’amicizia.

Il film d’animazione diretto da Chris Butler è la storia dell’incontro tra la creatura leggendaria Mister Link e l’esploratore Sir Lionel Frost. Il primo è alla ricerca dei suoi simili, il secondo, in quanto avventuriero ed esploratore, vuole dimostrare da sempre l’esistenza di esseri come Mister Link per essere accettato dall’alta società inglese. Alla richiesta di aiuto pervenutagli da Mister Link stesso, l’avventuriero, seppur inizialmente scettico, decide di inoltrarsi in questo viaggio a fianco di quello che, piano piano, diventa un nuovo amico. E così facendo sarà costretto a rivedere le proprie priorità e i propri modi di fare, complice anche l’aiuto la temeraria Adelina, sempre al centro di qualche peripezia, ma che non abbandona neanche un istante i suoi nuovi amici.

Un viaggio come tanti e, come spesso succede nei film d’animazione, strutturato nella stessa maniera, ma comunque non troppo scontato e banale, ricco di colpi di scena e di momenti davvero esilaranti e divertenti. I dialoghi strampalati tra i due protagonisti ne sono l’esempio lampante con continui giochi di parole e modi di dire che Mister Link sembra non comprendere, nonostante capisca la lingua degli umani.

Realizzato in stop motion “Missing link” è un film attento a tutto, ad ogni dettaglio, sia fisico che verbale. Con un umorismo tutto suo che varia da quello più british a quello più semplice e immediato, permette di arrivare a grandi e piccoli ed essere apprezzato allo stesso modo.

Nonostante tratti argomenti già analizzati in tante altre pellicole (quello del viaggio e quello del ritorno a casa) il film non si perde e non scende nel banale, ma cerca solo di prendere spunto per trasformare elementi tipici di questo genere e farli propri.

Un film per tutta la famiglia con dei personaggi ben caratterizzati che emergono nel flusso della narrazione con uno sviluppo e un’evoluzione importante: uno su tutti lo stesso Lionel Frost che, grazie alla vicinanza con il suo nuovo amico impara molte cose e inizia a vedere il mondo da un’altra prospettiva. A questo va sommato, poi, anche l’aiuto di Adelina che, invece che essere relegata a figura secondaria o di contorno, si rende protagonista delle scene nelle quali è presente arrivando ad essere l’ennesimo anello di congiunzione tra i due protagonisti.

Avventura consigliata per tutta la famiglia, per riscoprire il piacere di tutto quello che ci circonda, a partire proprio dalle persone.


Veronica Ranocchi

domenica, settembre 13, 2020

ARTU' WHERE ARE THOU? NOTE A MARGINE DI CURSED



 So at Candlemas many more great lords came thither for to have won the sword, but there might none prevail. And right as Arthur did at Christmas, he did at Candlemas, and pulled out the sword easily, whereof the barons were sore aggrieved and put it off in delay till the high feast of Easter. And as Arthur sped before, so did he at Easter; yet there were some of the great lords had indignation that Arthur should be king, and put it off in a delay till the feast of Pentecost.

- Sir Thomas Malory, da Le Morte d’Arthur -




Assisi come siamo su una montagna di più o meno lepide scipitezze (quando di non vere e proprie scemenze), tendiamo a sorvolare o, peggio ancora, ad assimilare passivi operazioni di calco e aggiornamento (verso cosa, poi, esattamente ? L’appiattimento irriflesso e definitivo di ogni differenza ?) proposte con sempre maggiore frequenza soprattutto dai colossi dello spettacolo domestico in ossequio al più banale circolo vizioso secondo cui, assecondando sempre e solo una logica ragionieristica, si riproduce oltre la nausea una formula rivelatasi remunerativa.

Caso di specie - ma è solo uno tra gli esempi possibili a portata di mano - la serie proposta dalla piattaforma Netflix (oramai quasi un paio di centinaia di milioni di abbonati in giro per il mondo; qualche decina di miliardi di dollari di capitalizzazione; dozzine di titoli, tra film e serie Tv, a copertura di, grossomodo, ogni genere cinematografico), nelle intenzioni (?) dedicata alle vicende che dovrebbero avere preceduto (e già la stessa prassi, a pensarci, sempre più diffusa e sempre più figlia della terminale mancanza di idee, di proporre ciò che potrebbe esserci stato prima per, nel frattempo, omogeneizzare quello che conosciamo adesso, allo scopo di preparare il terreno a ciò che potrebbe accadere, complice qualunque escamotage, dopo, esigerebbe lo sforzo di una riflessione) le gesta che siamo soliti associare al cosiddetto ciclo arturiano (canone letterario, estetico e morale - quindi, a suo modo, identitario - che ci è stato tramandato a partire dalle suggestioni in precario equilibrio sulla realtà storica collezionate dall’Historia Regum Britannie di Goffredo di Monmouth, all’incirca nel cuore del sec. XII, quasi a ridosso elevate a espressione poetica dal francese Chrétien de Troyes, infine cristallizzate nella forma ancora comunemente riconosciuta da Sir Thomas Malory, a cavallo della metà del sec. XV). Ci si riferisce alle, per ora, dieci puntate di “Cursed”, adattate a partire da un testo scritto da Tom Wheeler, poi addirittura illustrato dalle matite di Frank Miller e centrate sulla figura di Nimue - quella che, secondo il lascito originario, sarebbe diventata the Lady of the Lake/la Dama del Lago/Langford - giovane predestinata incaricata da un insieme di circostanze superiori di consegnare la spada-del-destino, la leggendaria Excalibur (fin qui mai menzionata come tale), nelle mani di Merlino il Mago/Skarsgård (figlio di Stellan e fratello di Alexander, noto ai più per la sua interpretazione dello sfuggente Floki in “Vikings”), al fine di un suo consono ultimo conferimento presso chi, tra i numerosi pretendenti in aperta e reciproca ostilità - un Uther Pendragon, cicisbeo regnante, vanesio e piagnone quanto, all’occorrenza, crudele; avide (sebbene un po’ in anticipo sui tempi: le prime testimonianze della loro presenza sul suolo britannico risalgono infatti alla fine del sec. VIII) orde il libera discesa dal Nord Europa; esaltati uomini di chiesa, i Paladini Rossi, intabarrati giustappunto in purpurei sai e accesi da una smania a metà tra furore iconoclasta e opportunismo di bottega, secondo gli ordini di tal Padre Carden/ Mullan - se ne fosse dimostrato davvero degno.

Come già si intuisce, lo spirito che sostiene il libero adattamento è tale - tra sovrapposizioni quantomeno dubbie (una spedizione di chierici in armi nella Britannia del, si suppone, V sec. ?); autentiche forzature storiche (Merlino sottolinea, durante uno dei suoi interludi alcolici, l’incostanza di carattere dei tanti sovrani che si sono avvalsi dei suoi servigi, annoverando tra questi Carlo Magno, Re e quindi Imperatore, bontà sua, vissuto tra i secoli VIII e IX, ossia un ingombrante numero di decenni dopo i fatti raccontati nella serie i quali, come accennato, dovrebbero essere collocati - e a maggior ragione per ciò che attiene a un Artù tratteggiato come sconosciuto ex mercenario di belle speranze - intorno al V sec.); pedaggi pagati a mo’ di sinecura ma senza fiatare al politicamente cretino (l’immancabile presenza, da un lato, di esponenti delle etnie più varie - per dire: Artù stesso è un ragazzo meticcio - dall’altro, di blande quanto esornative caratterizzazioni omosessuali che altro non aggiungono se non una scontata e paradossalmente retriva nota di colore) - da fagocitare quasi per intero il già citato canone da cui in teoria avrebbe preso le mosse l’intera faccenda, per restituirlo nelle fogge di guscio buono, perché doviziosamente svuotato, per qualunque esperimento, quindi alla fin fine pre-testo inutile perché, una volta sollecitato oltre i limiti naturali di tensione, ciò che si scopre - qui come altrove, sia chiaro - è un pigro annacquamento/svilimento (di temi, storie, passioni, proiezioni dell’immaginazione) con la scusa di un sincretismo tutto di superficie che deve tenere insieme, visti i veri interessi in gioco - l’inseguimento dei più alti indici di ascolto - e in ragione dell’ipocrita omologazione imperante che ancora si illude di comporre contraddizioni e attriti semplicemente mettendo ogni cosa sullo stesso piano (nel caso, ossia in ambito artistico, fraintendendo a scopo truffaldino la grandezza con la popolarità), il multiculturalismo fasullo da spot pubblicitario e da pseudo avant-garde social; il più che peloso ammiccamento alle sacrosante quanto sovente ambigue rivendicazioni emerse dal tumultuoso mondo femminile contemporaneo; la tolleranza magnanima ma al dunque pilatesca nei confronti delle istanze di genere, et.

Del resto, che il cimento in oggetto non fosse definito in relazione non si pretende alla fedele riproposizione degli ideali e delle imprese di ciò che avrebbe concorso a edificare il cosiddetto mondo cortese, quanto almeno a un coinvolgente succedersi di avventure sul filo di una ricostruzione un minimo puntuale dal punto di vista dei luoghi (qui quasi tutti come presi a noleggio alla fiera itinerante dei fondali che si avvicendano da un set genericamente fantasy all’altro) e così delle situazioni, dei volti e dei gesti, lo si evince dal tono medio di una scansione drammaturgica che indulge di preferenza in un anodino pragmatismo dialogico-esplicativo utile solo a trascinare il corpus della fabula (?) da un quadro al successivo (da una manciata di pop-corn all’altra, verrebbe da dire), senza un intermezzo accattivante (figuriamoci visionario), una stasi dubbiosa buona per ispessire di ambiguità, di non-detti, i profili psicologici dei personaggi; e che, d’altra parte, si pasce di una pienezza figurativa risolta pressoché esclusivamente nella prepotenza cromatica, nella magniloquenza inerte di talune inquadrature, cioè in una visibilità del tutto priva di opportune, stimolanti penombre, quelle che avvolgono, ad esempio, sul versante psicologico ed emotivo, rendendolo unico, lo stampo mercuriale delle donzelle e dei cavalieri della tradizione. A rimorchio di tali evidenze cercano così il proprio posto - spesso e volentieri non trovandolo - figure (leggi: attori) magari funzionali a un discorso vuoi orientato alla riconoscibilità immediata desumibile da altre esperienze televisive simili, vuoi indotto dalla già accennata e ingannevole inferenza per cui a una maggiore varietà di tipi umani corrisponde automaticamente una altrettale universalità di contenuti, che però, oltre a risultare poco credibili, sembrano addirittura impossibilitate per complessione, espressività, loquela a innervare quel piglio lirico - meditabondo/elegiaco - come anche ardimentoso/guerresco impresso sulle loro sembianze romanzesche dalla stratificazione dei secoli. Giusto restando ai ruoli principali, troviamo allora la Nimue della Langford (quella di “13 reasons why” e di “Tuo, Simon”) praticamente calata di peso - absit iniuria verbo - ma, più di tutto, spaesata in un contesto di eterna frenesia latente condito di ruvidezze assortite che poco si addice alla sua aria di ragazza borghese e di fondo ritrosa: non stupisce, di conseguenza, l’evidente goffaggine nel conciliare, mettiamo, aderenti mise in pelle con le presunte abilità di una consumata amazzone, per tacere del legnoso impaccio mostrato nel brandire la suprema spada durante i concitati certami. Di contro o, sarebbe meglio puntualizzare, in scia, l’Artù di Devon Terrell non si eleva mai, per atteggiamento e carisma, al di sopra delle aspettative e del rango di un volenteroso (quantunque a volte persino petulante) comprimario. Il panorama si movimenta un po’ al cospetto di Merlino - come detto, affidato alla longilinea fisionomia di Gustaf Skarsgård - uomo di magia solitario, sornione e doppiogiochista, incline alla depressione e all’alcol, come impone la vulgata recente che lo riguarda (pensiamo a una connotazione analoga proposta in “Transformers - L’ultimo cavaliere” da Bay). A lui si devono per l’appunto i rari momenti di sarcasmo e le sottigliezze argomentative (traccia unica di ambivalenza in una prospettiva retorica uniformata a una didascalica assertività declamatoria) utilizzate per restare a galla nel mare magno delle trame ordite al fine di entrare in possesso di Excalibur. Per il resto, ci si accomoda alla grassa tavola di “Game of Thrones” per rifocillarsi di estetica burina e ferocia enfatica, e per scimmiottare, aggrappandocisi malamente, la monumentalità paesaggistica del tardo archetipo jacksoniano.

Alla seconda stagione, dunque. E al prossimo miliardo di dollari.

TFK

martedì, settembre 08, 2020

DOGTOOTH

Dogtooth

di Yorgos Lanthimos

con Christos Stergioglou, Michele Valley, Angeliki Papoulia

Grecia, 2009

genere: drammatico, grottesco, thriller

durata: 93’

Il secondo lungometraggio del regista greco Yorgos Lanthimos ha finalmente trovato lo spazio adeguato per essere portato nelle sale cinematografiche italiane, a distanza di ben 11 anni. Grazie al successo della sua ultima fatica “La favorita”, presentato lo scorso anno a Venezia e che ha fatto ricevere il premio oscar ad Olivia Colman come miglior attrice protagonista, anche “Dogtooth” arriva nelle sale per essere gustato e forse apprezzato da un pubblico più vasto. Si vocifera anche che presto uscirà pure “Alps”, lungometraggio successivo.

Trovare le parole per descrivere “Dogtooth” e scrivere una recensione non è un compito semplice.

Etichettato come “capolavoro surrealista”, il film di Lanthimos ha il grande pregio di lasciare a bocca aperta qualsiasi spettatore. E riesce in questo grazie alle immagini, ai dialoghi, alle situazioni e alla tecnica completamente fuori dagli schemi.

La sinossi della vicenda può anche essere semplice. Una coppia con tre figli più che adolescenti vive all’interno di una grande casa con giardino e piscina. Apparentemente sembrano condurre una vita tranquilla e normale, ma in realtà sono tutti segregati all’interno delle mura domestiche (fatta eccezione per il giardino e la piscina, appunto). I genitori, e soprattutto il padre, impartiscono loro lezioni di vita che i figli considerano la normalità, ma che sono completamente assurde. Emblematica a tal proposito la scena iniziale, con la quale veniamo immediatamente immersi nella storia. I tre figli (dei quali non sappiamo il nome, così come per i genitori) ascoltano insieme un nastro registrato dalla madre che tenta di insegnare loro nuovi vocaboli, dando però delle definizioni fuori dall’ordinario. Da questa scena inizia a svilupparsi la storia, accompagnando i vari personaggi e le loro azioni. Una storia che non segue un vero e proprio filo logico, ma anzi sembra mostrare delle “sensazioni” se così si possono definire.

Dalle inquadrature “mozze” ai dialoghi sconclusionati in molti frangenti, dalle dinamiche assurde allo sviluppo dei personaggi che rimangono delle creature, per certi aspetti, estranei alla faccenda, soprattutto a causa dell’assenza del nome e della mancanza di un background che permetta allo spettatore di comprendere perché si trovano in quella situazione e perché il padre (e la madre) abbia deciso di agire in questo preciso modo con i figli.

Sono tanti gli spunti che un film come “Dogtooth” mostra e ogni sequenza e inquadratura meriterebbe un approfondimento particolare perché ricca di significati nascosti, così come il titolo stesso che richiama il canino che, in base ai racconti del padre, rappresenta il passaggio alla cosiddetta “vita adulta”, permettendo a chi lo perde di potersene andare di casa e condurre una vita propria.

Scene forse eccessive, spinte, esagerate e sicuramente non adatte ad un pubblico qualsiasi che, anzi, come detto, rimane interdetto e sconcertato al termine. Dopo un’ora e mezza di situazioni disturbanti e surreali, ci si trova di fronte ad un finale aperto che solo da una parte dà uno spiraglio di positività e speranza, ma dall’altro fa capire come tutto sia comunque vincolato a prescindere da tutto.

Una storia sicuramente non per tutti e che merita un’attenzione particolare perché “Dogtooth” non è un film che si lascia guardare con facilità. Anzi, fa storcere il naso ai più, ma nasconde dentro di sé un potere molto più forte. E pensare che era solo l’inizio del genio di Lanthimos.


Veronica Ranocchi

sabato, settembre 05, 2020

MULAN

 Mulan

di Niki Caro

con Liu Yifei, Donnie Yen, Jason Scott Lee

USA, Cina, 2020

genere: drammatico, azione, avventura

durata: 115’

Grande attesa per il nuovo live action Disney, lanciato sulla piattaforma Disney Plus al quale era possibile accedere solamente con accesso vip. L’eroina cinese che ha conquistato non solo la stima dell’imperatore della sua nazione, ma anche i cuori di tanti bambini torna sullo schermo in una rivisitazione che apporta numerose e non sempre riuscite modifiche. Mulan, la cui storia tutti conosciamo, ha una veste completamente nuova e più attuale. Al passo con i tempi che corrono e in perfetto stile MeToo e simili, la protagonista cinese diventa protagonista assoluta, differentemente dal film d’animazione che l’ha consacrata.

Passi il cambio di tono, passi l’adeguarsi ai tempi, ma il risultato finale di questo lungometraggio non si può certo considerare soddisfacente per il pubblico, soprattutto per quello abituato al grande classico Disney.

In questo nuovo film Mulan è la primogenita della famiglia Fa e fin da subito mostra una propensione particolare all’arte del combattimento che la isola da tutte le sue coetanee e non, molto più aggraziate e femminili. Anche in questo caso l’incontro con la famigerata e temibile Mezzana per cercare di essere considerata una donna da marito in grado di onorare la propria famiglia non va secondo i piani e a Mulan viene confermata l’etichetta di pecora nera della famiglia. A seguito del pericolo che incombe sull’impero cinese e sulla figura dell’imperatore viene fatto arruolare almeno un maschio di ogni famiglia e la giovane protagonista prende il posto del padre mascherando, per quanto possibile, il suo essere donna. E’ qui che avrebbero dovuto fare la loro comparsa due dei personaggi centrali della storia: il comandante e il simpaticissimo Mushu. Entrambi sono stati, però, cancellati dalla storia che, quindi, non ha più la valenza di fiaba o favola per i giovanissimi, ma si trasforma in un’avventura, ben fatta, con scenografia, fotografia ed effetti speciali molto buoni, ma niente di più. Mushu, il simpatico draghetto che accompagna Mulan nel suo viaggio, era un personaggio a dir poco fondamentale che, oltre a dar vita ai momenti più comici e divertenti della storia, aveva anche il compito di creare empatia e collegare i personaggi tra loro e con il pubblico. Questo ruolo, del quale si sente in maniera incredibile la mancanza, è stato “consegnato” a una voce fuoricampo che cerca di raccontare il susseguirsi degli eventi come se fosse al fianco dell’eroina. E, in parte, è dato anche ad una fenice, simbolo di rinascita e chiave di volta della vicenda, che invita indirettamente Mulan a rivelarsi per chi è veramente, mostrando la sua vera natura.

Altra importante assenza è quella delle canzoni, forse tra quelle più apprezzate in tutto il panorama Disney, che non vengono mai nemmeno accennate. Solo alcune note nei momenti chiave quasi come invito allo spettatore che deve riflettere per comprendere i riferimenti. Una scelta che non trova una ragione vera e propria, dal momento che tutti gli altri live action precedenti (da “La bella e la bestia” a “Aladdin”, ma anche il più recente “Il re leone”) avevano mantenuto la struttura del film d’animazione e soprattutto le canzoni, ancora oggi apprezzate quasi più dei film stessi, modificando solo pochissimi elementi per attualizzare le vicende o per spiegare meglio e rendere più comprensibili determinati eventi.

Ottimo il cast con una Liu Yifei, nei panni della protagonista, in formissima e molto credibile, sia nell’aspetto che nell’atteggiamento e nelle movenze. Molto bravi anche tutti gli altri, ma la bravura non riesce ad essere abbastanza per sopperire a tutte le evidenti lacune dell’intera storia.

La Mulan del live action è, alla fine dei conti, un’eroina che non ha bisogno di niente e soprattutto di nessuno (un uomo in primis) per ottenere e diventare ciò che vuole. Un elogio al femminismo e alla forza della donna che, però, era già comunque emerso nel migliore dei modi anche dal classico Disney che fortunatamente ha accompagnato e continua ad accompagnare tantissimi bambini.


Veronica Ranocchi

giovedì, settembre 03, 2020

QUATTRO VITE

Quattro vite

di Arnaud des Pallières

con Adèle Haenel, Adèle Exarchopoulos, Sergi López

Francia, 2020

genere: drammatico

durata: 117’

Come ci suggerisce il titolo, il film di Arnaud des Pallières “Quattro vite” regala non uno, ma ben quattro spaccati della vita di una stessa persona.

Renée è un’insegnante di una scuola elementare che vorrebbe costruire una famiglia insieme al fidanzato. Un giorno, però, fa la sua improvvisa comparsa Tara che, appena uscita di prigione, esige dei soldi dalla protagonista perché complice in una rapina avvenuta sette anni prima. Da questo evento cominceranno a susseguirsi alcuni avvenimenti a catena che faranno “viaggiare nel tempo” la donna mostrando allo spettatore varie fasi della sua vita.

In realtà quelle che vediamo sullo schermo sono quattro donne diverse, per aspetto, nome ed età, ma, alla fine dei conti, rappresentano la stessa persona. E cercano di mostrare il modo in cui la stessa persona può decidere di affrontare una determinata situazione.

Si tratta di un interessante esperimento attraverso il quale cercare di sviscerare più che la persona stessa, le specifiche azioni e scelte compiute da questa. Quante volte ci siamo domandati se una determinata decisione avrebbe potuto influenzare un’azione futura e in che modo? Ecco, il film di Des Pallières cerca di mostrare concretamente questo aspetto, cioè come il passato può influenzare in modo diverso il futuro di una persona dando vita a diverse sfaccettature.

Ciò che si evince, però, dai comportamenti della protagonista è che lei sembra costantemente opporsi alla realtà che la circonda, quasi come se fosse costringente e la vincolasse a comportarsi sempre in un determinato modo piuttosto che in un altro. Concentrato sulla visione della specifica donna in quel determinato momento, lo spettatore si perde momentaneamente nel vortice di avvenimenti e di emozioni, sempre forti ed all’ennesima potenza, nei quali è spesso costretta a tuffarsi la donna.

Un viaggio temporale e contemporaneamente anche una sorta di gioco col tempo, quasi paradossale che, solo in alcuni momenti, ricorda al pubblico quello che sta veramente guardando. Un film che non guida lo spettatore, ma che si limita a mostrare gli eventi quasi come in un flusso di coscienza, sbalzando da un momento all’altro e da un personaggio all’altro per cercare, però, paradossalmente, di empatizzare ancora di più con lui (lei).

Le quattro vite del titolo sono in realtà le quattro fasi della vita della protagonista (e di ognuno di noi), ma sono anche quattro possibili alternative alla routine quotidiana che attanaglia la giovane.

Una storia, quindi, doppiamente universale che non mette in risalto solo la figura della donna, ma anche quella della donna in tutte le fasi della propria vita. Un film comunque semplice nella sua complessità, in grado di plasmare qualsiasi cosa.


Veronica Ranocchi

lunedì, agosto 31, 2020

EMA


Ema
di Pablo Larraín
con Mariana Di Girolamo, Gael García Bernal, Santiago Cabrera
Cile, 2019
genere: drammatico
durata: 102’
Presentato alla mostra di Venezia 2019, “Ema” è l’ultimo film del regista cileno Pablo Larraín. Dopo “Jackie” l’autore torna ad analizzare e a mettere al centro di tutto una figura femminile.
La storia ruota attorno a Ema, una giovane ballerina che divorzia da Gastón, il direttore della compagnia per la quale la protagonista si esibisce, perché incapace di andare oltre la “perdita” di Polo. I due, infatti, a causa della sterilità di lui avevano deciso di adottare un bambino, Polo, appunto. Questi, però, è stato riportato in orfanotrofio a seguito di un incidente causato dalla piromania del piccolo.
Una trama semplice e lineare, ma sviscerata sotto ogni aspetto. Quello su cui si sofferma il regista non è tanto il susseguirsi degli eventi, ma la presa di coscienza del personaggio. E’ l’introspezione di Ema il fulcro dell’intera vicenda. Ema che è un fuoco (e da qui nasce il parallelismo con il figlio e la piromania), come ci suggerisce l’immagine di apertura del film: una lunga e statica inquadratura su di un semaforo che prende fuoco.
Il senso di colpa che invade lentamente la figura della donna è un senso di colpa che fa nascere in lei una reazione contraria. La separazione dal figlio, al quale giustifica qualsiasi azione e decisione proprio perché figlio, porta la donna a compiere scelte che si possono considerare anche fuori dall’ordinario. In realtà niente è lasciato al caso perché tutto è stato ben congegnato ed ha uno scopo ben preciso che Ema ha immaginato in ogni minimo particolare.
Quello che lo spettatore vede è un flusso di coscienza che scorre sullo schermo perché prima vengono presentate alcune situazioni e solo in un secondo momento viene mostrato l’antefatto che permette di comprendere le ragioni di certe scelte. Non conosciamo la storia così come la conosce Ema o come la conoscono gli altri personaggi. Veniamo inseriti all’interno della vicenda per gradi e anche in maniera non continuativa. Nonostante questo si riesce ad arrivare alla comprensione del film e a capire il perché di determinate situazioni.
Una storia tutta al femminile, ma al tempo stesso anche universale, nella quale Ema si interroga su sé stessa e su ciò che la circonda. Si tratta di una serie di interrogativi che la donna si pone e ai quali non riesce a trovare una vera e propria risposta. Attraverso la creazione di un piano meticoloso e studiato nei minimi particolari per arrivare al solo e unico scopo che la protagonista si prefigge, entriamo in contatto con delle dinamiche particolari. Interrogarsi su sé stessa, porta Ema a mettersi costantemente in dubbio e in discussione, sotto tutti i punti di vista. E senza arrivare mai ad una risposta vera e propria. Insoddisfatta della propria vita fa ricadere le proprie insicurezze e le proprie frustrazioni su chi la circonda, sia il marito, siano le amiche, sia addirittura il figlio che esprime, a sua volta, il suo disagio esternandolo al mondo e ricorrendo a mezzi non proprio adeguati.
Una giovane donna che regge sulle proprie spalle l’intera narrazione e lo fa nel migliore dei modi, con un’interpretazione intensa e struggente.

Veronica Ranocchi

venerdì, agosto 21, 2020

ONWARD - OLTRE LA MAGIA


Onward – Oltre la magia
di Dan Scanlon
USA, 2020
genere: animazione, commedia
durata: 102’
Dopo tutta una serie di disavventure dovute all’emergenza sanitaria, è finalmente uscito al cinema “Onward – Oltre la magia”, il nuovo e atteso film d’animazione della Pixar.
Un’attesa che, come al solito, non ha affatto deluso le aspettative.
La storia, ambientata ai giorni nostri in un mondo, però, abitato da creature magiche che, come ci suggerisce la voce narrante iniziale, si sono adattate sempre più al progresso tecnologico lasciando da parte i propri poteri che, col tempo, si sono perduti.
In questo mondo vivono anche i due elfi protagonisti della vicenda, Ian e Barley Lightfoot, insieme alla madre Laurel che ha dovuto crescerli da sola a causa della prematura scomparso del marito Wilden poco prima della nascita del secondogenito. Ian, infatti, non ha mai conosciuto il padre, ma si limita ad ascoltare il nastro di una cassetta nel quale è registrato un dialogo tra lui e la madre e a guardare le fotografie che lo ritraggono. Al compimento del suo sedicesimo compleanno la madre consegna ai due fratelli un regalo che il padre avrebbe voluto dare loro quando entrambi avrebbero compiuto 16 anni. Si tratta di un bastone magico, una gemma rara e una lettera nella quale Wilden spiega che, con un incantesimo, è possibile farlo “risorgere” per 24 ore. Barley tenta quindi di usare la formula indicata sulla lettera per farlo apparire, essendo un esperto di magia perché appassionato ad un gioco di ruolo che tratta proprio questo argomento, ma senza successo. Ci riesce, invece, in maniera del tutto casuale, Ian che, però, fa apparire solo la metà inferiore del corpo del padre prima che la gemma scompaia. I due fratelli allora, decisi a trovare una soluzione e a riportare il padre da loro anche se per poco, si mettono alla ricerca di un’altra gemma identica alla precedente per tentare di far apparire anche la parte restante del corpo di Wilden. Grazie a tanti personaggi e a tanti ostacoli i due fratelli scopriranno l’esistenza di un legame forte e profondo che va oltre l’obiettivo della loro missione.
Una Pixar sicuramente nuova e rinnovata quella di “Onward” che quasi rimanda indirettamente ai lungometraggi che hanno fatto la storia di case di produzione come la Dreamworks, che spesso si avvale di personaggi e scenari magici e mitici. La Pixar, dal canto suo, raramente si è servita della magia come elemento centrale della vicenda. Pur trattandosi, la maggior parte delle volte, di personaggi non umani le azioni e i gesti compiuti da questi avevano sempre, in qualche modo, una spiegazione razionale e logica. Era cioè normale un determinato comportamento in un certo modo, anche se fuori dall’ordinario. La magia, invece, come fulcro della narrazione è stata utilizzata poche volte. Questo perché il grande pregio della Pixar è proprio quello di creare storie che possano adattarsi perfettamente alla realtà e al pubblico che le osserva, in grado di immedesimarsi con i personaggi che vede sullo schermo, siano essi degli esseri umani o dei giocattoli, o ancora dei mostri, delle macchine, dei robot o delle emozioni, tanto per citarne alcuni dei più famosi.
Ma il vero punto di forza della storia è, come sempre, il tema e il messaggio trasmesso attraverso i personaggi e la loro crescita. In questo caso sicuramente il percorso che Ian (ma, in parte, anche Barley) compie è l’elemento centrale. Da ragazzo introverso, timido, sempre pronto ad assecondare gli altri, a nascondersi o stare in disparte senza essere osservato o chiamato in causa, diventa una nuova persona grazie alla consapevolezza di poter contare su qualcuno. Il fatto di avere sempre accanto qualcuno pronto a supportarlo in ogni decisione permette al giovane di cambiare prospettiva e diventare una persona diversa, più adulta e consapevole dei propri mezzi.
Momenti molto divertenti (memorabile l’inseguimento stradale con Ian alla guida di “Ginevra”) che si alternano saggiamente ai momenti più seri e, talvolta, anche cupi che riescono a sciogliere anche i cuori più duri. Con un’animazione sempre al top e attenta ad ogni minimo particolare in ogni sequenza per fornire sempre maggiore realismo, la Pixar rimane anche al passo coi tempi grazie all’introduzione del primo personaggio dichiaratamente omosessuale.
Un tipo di amore, quello fraterno tra Ian e Barley, che è stato già mostrato, analizzato e sviscerato in tanti altri lungometraggi, ma al quale la Pixar guarda con un occhio diverso. Con l’occhio di chi può “sfruttarlo” per analizzarne tutte le sfaccettature. Grazie all’amore e all’amicizia tra i due fratelli si è in grado di comprendere quello che è il passaggio alla vita adulta, reso alla perfezione dal momento in cui Ian prende consapevolezza di ciò che ha vissuto e, poco dopo, quando decide, per la prima volta, di prendere il posto del fratello.
Un film semplice, ma da non perdere. Un film in grado di colpire tutte le corde nel giusto modo. Quindi tutti a bordo di Ginevra per dare il bentornato alla Pixar!


Veronica Ranocchi