venerdì, febbraio 03, 2023

GLI SPIRITI DELL'ISOLA

Gli spiriti dell’isola

di Martin McDonagh

con Colin Farrell, Brendan Gleeson, Barry Keoghan

USA, UK, Irlanda, 2022

genere: drammatico, commedia

durata: 114’

In un concorso ufficiale che mai come quest’anno ha segnato il predominio di narrazioni incentrate sulla natura conflittuale dell’essere umano, facendo del privato l’incubazione delle grandi contese della nostra epoca, la presenza di un film come “Gli spiriti dell’isola”, traduzione italiana dell’originale “The Banshees of Inisherin”, non si può considerare una sorpresa. Ad esserlo piuttosto è lo scenario in cui si svolge la vicenda, l’Irlanda del 1923, e il suo paesaggio, un'anonima isola del suo arcipelago, per la distanza spazio-temporale del nuovo film di Martin McDonagh con l’America di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”. A ben vedere infatti è proprio da tale constatazione che bisogna partire per cercare di intercettare le coordinate del cinema del regista e commediografo britannico, oramai uso nel prendere un immaginario da cartolina, di quelli che si pensano sempre uguali a se stessi, per poi divertirsi a rovesciarlo con l’innesto di un fattore imprevisto e destabilizzante.

Succedeva con “In Bruges”, dove lo sfondo della famosa cittadina belga si tingeva di nero per dare seguito a una drammatica caccia all’uomo; capitava in “Tre manifesti” in cui toccava alla madre coraggio interpretata da Frances McDormand il compito di togliere l’iniziativa alla controparte maschile, facendo della connotazione da cinema western una questione tutta femminile. “Gli spiriti dell’isola” non è da meno, confermando quanto meno l’ipotesi che il punto di partenza delle storie del nostro autore sia legato alle caratteristiche dei luoghi, essendo quelli a generare - anche per opposizione - i personaggi e non viceversa.

Nel nuovo film, infatti, ancora una volta, il paesaggio non è semplice orpello scenografico ma piuttosto qualcosa che si impone sulle vite dei personaggi attraverso un’immutabilità intesa non solo in quanto rispetto di consuetudini e tradizioni ma pure come schema mentale e psicologico: quello al quale si deve imputare l’esordiente narrativo che scatena la contesa, ovvero le rimostranze di Pádraic (Colin Farrell) di fronte alla volontà di Colm (Brendan Gleeson) di interrompere la loro amicizia.

Abituati a vivere immersi in una realtà inalterabile, quella dei cicli naturali tipici del mondo rurale, Pádraic, con la sua opposizione al cambiamento e Colm, desideroso di provare l’ebrezza dell’infinito, diventano metafora dell’eterno dissidio tra progresso e conservazione, tra carne e spirito. In questo senso la decisione di Colm di mutilarsi le dita che gli consentono di suonare la sua musica ogni volta che l’ex amico tornerà a disturbarne l’ispirazione, diventa espressione della consapevolezza che vita e arte siano soprattutto una questione di sensibilità d’animo e di predisposizione interiore.

Se la trama de “Gli spiriti dell’isola” si sviluppa in maniera semplice e lineare, costruita com’è sulla faida prodotta dall’insistenza con la quale Pádraic tenta di far cambiare idea all’amico, a creare lo scarto tra quello che poteva essere un prodotto di intrattenimento e che invece diventa un’opera di rielaborazione della realtà è il valore simbolico assegnato da McDonagh alla messa in scena.

Basti pensare all’idea di assegnare alla collocazione delle case dei due contendenti il compito di rifletterne la personalità: in pianura e affacciata sul mare quella di Colm, a segnalare il bisogno di allargare gli orizzonti rispetto a quelli angusti e routinari del suo avversario (non a caso ripreso nei suoi spostamenti con scene sempre uguali), arroccato sulle proprie abitudini e dunque relegato nell’asperità collinare, quella più refrattaria alle influenze esterne tipiche delle zone costiere. Oppure si pensi all’intuizione di far intravedere in lontananza gli echi della guerra civile per stimolare il confronto con il deterioramento dei rapporti umani all’interno dell’isola e dunque ragionare sui fantasmi dell’animo umano e sulla vocazione autodistruttiva della sua natura.

Consideriamo che qui più che in altri film di McDonagh tutto assume una valenza archetipica: dall’essenzialità scenografica volta a far risaltare la connotazione ancestrale del paesaggio, e dunque a giustificare il manifestarsi di un sentire quasi primordiale, alla presenza di personaggi senza passato e di volta in volta pronti a identificarsi con gli archetipi della condizione umana.

Senza contare che la decisione di alimentare la drammaticità del contesto con l’involontaria comicità scaturita dall’ingenuità dei personaggi, in particolare quello interpretato da un Farrell mai così in palla, contribuisce a determinare un processo d’astrazione in grado di trasformare la realtà della storia in una specie di fiaba: come suggerisce la presenza tra i personaggi della figura di un’anziana veggente che sembra rispolverare la mitologia della migliore tradizione folcloristica irlandese.   

Meno dinamico dei film precedenti (scelta giustificata dalla necessità di far sentire il peso del tempo nelle vite dei personaggi) ma scandito dalla stessa inaudita ostinazione da parte dei protagonisti, ancora una volta intenzionati a farsi giustizia da soli, “Gli spiriti dell’isola” può contare sull’efficacia dello spartito drammaturgico e sul contributo di attori bravi nello spogliarsi di ogni divismo per diventare parte integrante di un meccanismo a orologeria.

Tra i film in competizione alla Mostra quella di McDonagh è una delle opere più risolte.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su Ondacinema.it)

mercoledì, gennaio 25, 2023

L'INNOCENT

L’innocente

di Louis Garrel

con Louis Garrel, Roschdy Zem, Noémie Merlant

Francia, 2022

genere: commedia

durata: 99’

Un Louis Garrel in splendida forma quello che si vede, davanti e dietro la macchina da presa, nella sua ultima “fatica”: “L’innocente”.

La commedia francese diretta e interpretata dall’attore non è solo una commedia, ma un bel mix di generi con i quali, con ironia e astuzia, gioca sapientemente, prendendoli, e a tratti prendendosi, anche in giro.

Al centro della simpatica e riuscita commedia c’è Abel, figlio della sessantenne Sylvie che si sposa con il galeotto Michel. Dopo il matrimonio dei due e dopo la scarcerazione di Michel, avvenuto naturalmente in carcere, i novelli sposi cominciano a vivere la loro vita insieme e fare grandi progetti, tra i quali anche quello di aprire un negozio. Ma Abel non sembra contento della nuova vita della madre ed è convinto che il nuovo patrigno tornerà presto a dedicarsi al crimine. Per questo, spesso insieme all’amica di sempre Clémence, inizia a seguirlo e spiarlo.

Una divertente commedia che mescola le carte a disposizione del figlio d’arte, ma comunque in grado di mantenere alto il proprio nome.

Ma non solo una divertente commedia. “L’innocente”, infatti, porta con sé anche vari elementi propri del dramma che si rispecchiano fin da subito anche nelle immagini che vengono proposte. Le luci e la saturazione del film, per esempio, sono elementi importanti per comprendere quello che si nasconde dietro un’apparente leggerezza. Dalla preoccupazione di Abel per l’ennesimo matrimonio della madre, al quale si oppone, seppur in maniera pacata tanto da ritrovarsi poi costretto, suo malgrado, ad accettarlo così come tutte le conseguenze che ne derivano, al grande lutto che aleggia sulla sua persona e del quale veniamo a conoscenza solo in un secondo momento. Ma si tratta di un lutto e di una perdita che ha contribuito a formarlo e renderlo quello che è. Ecco perché il suo atteggiamento nei confronti di situazioni apparentemente normali diventa esagerato, quasi al limite dell’assurdo. Ed è proprio questo suo modo di fare, che talvolta si può leggere come un senso di inadeguatezza, che rende la commedia una vera commedia. Invece di reagire a determinate situazioni e determinati frangenti come reagirebbe non tanto il personaggio di una commedia, ma quantomeno una persona normale, Abel arriva quasi all’esasperazione, facendo innervosire gli altri, ma facendo “divertire” il pubblico.

E questo si traduce, narrativamente, in una serie di colpi di scena che fanno apprezzare notevolmente la pellicola che non ha la presunzione di ergersi a capolavoro del cinema, ma nonostante questo svolge il suo compito in maniera egregia.

Il giusto dosaggio dei generi e delle caratteristiche principali di essi fanno sì che “L’innocente” non rientri pienamente in nessuna definizione circoscritta. Si va dal divertimento (e “spavento”) iniziale con l’esilarante scena della madre che rivela al figlio l’intenzione di sposarsi alla memorabile scena al ristorante. Una scena nella scena messa a punto con un obiettivo preciso e portata sul metaforico palco da Abel e Clémence, dove, tra detto e non detto, i sentimenti fittizi e “recitati” si mescolano a quelli veri e autentici.

E se l’inizio è, in qualche modo, scoppiettante, quasi stessa sorte spetta al finale che, con un ulteriore colpo di scena, spiazza e convince lo spettatore, già pronto a pensare alla chiusura più scontata.


Veronica Ranocchi

lunedì, gennaio 23, 2023

BABYLON

Babylon

di Damien Chazelle

con Brad Pitt, Margot Robbie, Diego Calva

USA, 2022

genere: commedia, storico, drammatico

durata: 189’

Arrivato in Italia sulla scia del flop americano, “Babylon” è forse il film più libero e coraggioso di Damien Chazelle, summa dei temi e delle ossessioni della sua filmografia.

La prima cosa che si nota guardando Babylon è il cambio di registro operato dall’autore. I modi calmi e misurati propri di una classicità di cui Damien Chazelle era stato invocato cantore, qui lasciano il posto all’eccesso delle pulsioni più incontrollate. Le prime sequenze non lasciano dubbi, tanto le immagini risultano un tripudio di istinti disparati. Dall’elefantiaca defecazione che investe l’aspirante attore messicano, metafora di quel lavoro sporco a cui il malcapitato sarà di lì a poco chiamato, all’esaltazione dionisiaca dei corpi avvinghiati uno contro l’altro nell’esclusiva festa hollywoodiana, Babylon si fa da subito manifesto del mondo di cui fa menzione nella consapevolezza di poterlo restituire solo lasciandolo andare.

Abituato a controllare la propria materia cinematografica, Chazelle questa volta sposa il principio opposto, un po’ come fece a suo tempo il grande Michael Herr (Dispacci, ndr), il quale, chiamato a narrare agli americani la guerra del Vietnam si rese conto dell’impossibilità di farlo con la scrittura giornalistica convenzionale. Per raccontare l’Inferno, diceva, bisognava in qualche modo sporcarsi le mani. Così decide di fare Chazelle attraverso i suoi personaggi. Raccontare Hollywood, quella dei ruggenti anni venti, dal loro fulgore fino all’inevitabile declino (ila crisi  relativa al passaggio dal muto al sonoro ricorda quello dalla sala allo streaming), calandosi “anima e corpo” nelle dorate pastoie del suo Star System per seguire le avventure del divo Jack Conrad (Brad Pitt in versione Clark Gable) e di chi, l’ambiziosa Nellie Le Roy (una spregiudicata Margot Robbie) e il suo amico Manuel Torres (il semi esordiente Diego Calva), è disposto a tutto pur di seguirne le orme.

Lungi dal dimenticare se stesso e le proprie origini, Chazelle si limita a cambiare pelle, tirando fuori il coraggio e la provocazione che altre volte gli era mancata. In questo senso Babylon è al cento per cento un film del suo autore, a cominciare dalla centralità della musica, qui più che altrove motore della storia, per il fatto di essere parte integrante di un dispositivo che equipara le immagini a uno spartito musicale e la narrazione a un’unica meravigliosa Jam Session (lo aveva fatto in maniera altrettanto radicale Paul Thomas Anderson in Ubriaco D’amore). L’esempio più lampante lo si ha nella lunga sequenza che precede i titoli di testa, concepita come una corsa perdifiato – dalla notte fino al mattino -, in cui il ritmo della musica e quello delle parole sono pronti ad alternarsi per dare vita alla vertigine sensoriale vissuta dai protagonisti. Così funziona il montaggio alternato con cui Babylon, poco dopo, mette in scena il cortocircuito tra arte e vita: la seconda chiamata a salvare la prima attraverso la ricerca della mdp necessaria a terminare le riprese del film interpretato dal personaggio di Brad Pitt.

Ma Babylon può anche considerarsi la madre di tutte le ossessioni di cui fin qui si è nutrito il cinema di Chazelle.

La mecca hollywoodiana infatti è il monumento destinato a contenerle tutte: da quella nei confronti del talento artistico, messo alla prova da una realtà quasi mai disposta a riconoscerne il valore, ai tormenti romantico sentimentali destinati a tradire l’amore quando si presenta nella sua forma più pura e gratuita; alla morte – materiale e ideale che sia -, intesa come sacrificio estremo conseguente all’incapacità dell’arte e dell’artista di scendere a compromessi.

Laddove la dimora della festa, ma anche il set cinematografico, sembrano una variante del locale jazz di La La Land, dell’omologo parigino di The Eddy e persino della navicella spaziale di The First Man, universi alternativi e ancora, spazi di una diversità che la Villa della festa rappresenta al massimo grado: filmata da Chazelle in analogia a quella di Norman Bates in Psycho, per avvalorare la doppiezza dei personaggi, disposti a convivere e a fare i conti con l’immagine del proprio alter ego filmico.

Elegante e kitsch come il mondo e i personaggi che racconta, Babylon fa dell’imperfezione un valore aggiunto, risultando più vero dei film che lo hanno preceduto. Troppo colto e scandaloso per compiacere gli standard casalinghi – nonostante l’utilizzo di una rappresentazione a tratti grottesca e parodistica volta a raffreddarne la peccaminosità -, non stupisce di Babylon la notizia del flop casalingo.

In attesa degli Oscar la palla passa ora al pubblico europeo, chiamato a ribaltare le sorti economiche di un film comunque meritevole di essere visto.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su Taxidrivers.it)

ANCHE IO

Anche io

di Maria Schrader

con Zoe Kazan, Carey Mulligan, Patricia Clarkson

USA, 2022

genere: drammatico

durata: 129’

Un film d’inchiesta che, sulla scia dei recenti fatti che hanno coinvolto il produttore cinematografico Harvey Weinstein, investiga e scava a fondo sulla faccenda. “Anche io” è il nuovo film di Maria Schrader che vede al centro della vicenda le giornaliste Jodi Kantor e Megan Twohey che indagano per portare alla luce le molestie sessuali commesse dal produttore.

Un’inchiesta prettamente e interamente al femminile, condotta da due donne che danno continuamente prova del loro carattere e della loro testardaggine, proprio in quanto donne.

Jodi Kantor e Megan Twohey sono due giornaliste, due donne, due mamme che fanno del loro essere donne il punto centrale dell’indagine. Provano a mettersi nei panni delle vittime, combattono, insistono, soffrono e lavorano. Non si perdono mai d’animo e non si arrendono mai per scavare in fondo alla verità e provare a raggiungere i loro obiettivi.

In questo, ad aiutare la sceneggiatura e la storia che gran parte del pubblico conosce, trattandosi di eventi piuttosto recenti, ci sono le due attrici protagoniste. Da una parte Zoe Kazan, nel ruolo della determinata Jodi Kantor, e dall’altra una Carey Mulligan in grado di essere davvero l’ago della bilancia della vicenda.

Quella che, all’inizio, sembra solo la pratica di un pervertito uomo di potere ai danni di giovani e promettenti assistenti e attrici si rivela, in realtà, come un vero e proprio sistema che va avanti da decenni e che consiste in violenza fisica e psicologica e abuso da parte non solo di un uomo, ma di qualcosa di più. Un intero sistema in balia di un potente produttore che costringe donne e chiunque altro al silenzio, ma che proprio dalle donne, che tanto brama e tanto teme, è smascherato e portato allo scoperto.

Di film d’inchiesta è pieno il panorama cinematografico, soprattutto quello americano. Piuttosto recenti sono, per esempio, “Il caso Spotlight” e “The Post”, ma sicuramente uno di quelli più emblematici e degni di essere citati nel momento in cui si decide di parlare di “Anche io” (titolo originale “She Said”) è “Tutti gli uomini del presidente”.

Il film della Schrader è, infatti, una sorta di tutti gli uomini, o meglio tutte le donne del presidente che, in questo caso, non è presidente, ma è come se lo fosse considerando i pieni poteri che ha.

Le due donne, rappresentate come donne al 100%, hanno in mano un potere enorme, e cercano di farne l’uso che ne farebbero gli uomini. Ma si trovano a essere infastidite e interrotte dalle circostanze. Il doversi continuamente giustificare e dover lottare il doppio se non addirittura il triplo degli uomini che hanno lo stesso ruolo rende il film ancora più femminile. E porta inevitabilmente a una riflessione importante che va al di là della “semplice” questione Weinstein.


Veronica Ranocchi

martedì, gennaio 17, 2023

LE VELE SCARLATTE

Le vele scarlatte

di Pietro Marcello

con Juliette Jouan, Louis Garrel, Raphaël Thiéry

Francia, Italia, Germania, 2022

genere: drammatico

durata: 99’

Pietro Marcello torna al cinema con un nuovo film che, sulla scia del precedente “Martin Eden” parte dalle pagine di un romanzo.

Quella che attua il regista italiano è una rivisitazione del romanzo “Vele scarlatte” di Aleksandr Grin.

Siamo in Francia nel primo dopoguerra e Juliette è una giovane orfana di madre che vive col padre Raphaël, reduce di guerra. Questi, che conosce la figlia di ritorno dal conflitto, fa l’artigiano per guadagnarsi da vivere, lavorando quotidianamente il legno.

Nel frattempo la figlia cresce e, per tutta una serie di motivi, complice anche la sua indole di sognatrice, non è ben vista dagli altri abitanti del villaggio che la considerano una pazza in attesa delle “vele scarlatte” che una maga le predice arriveranno e la aiuteranno ad andare via. Tra le difficoltà economiche che continuano e la passione per la musica, Juliette continua a sperare nella “profezia” della maga finché finalmente un giorno si avvera, più precisamente quando un affascinante aviatore le piove dal cielo.

La rivalsa femminile è uno dei temi fondamentali del film del regista italiano. Juliette è la protagonista indiscussa e l’unica in grado di crescere e maturare. Se tutti gli altri personaggi rimangono letteralmente “intrappolati” nei loro corpi e nelle loro abitudini, Juliette cresce, cambia e si trasforma. È attraverso il suo personaggio e il suo cambiamento che riusciamo a percepire lo scorrere del tempo. Se da una parte può far storcere il naso allo spettatore più preciso e attento ai dettagli, dall’altra parte si può considerare come parte integrante della storia raccontata. L’emancipazione femminile e, più precisamente quella di Juliette, passa anche e soprattutto per questo, come una sorta di “prova concreta”.

Il canto, allo stesso tempo magico e liberatorio, è l’ “arma” di Juliette contro il mondo. Si tratta di qualcosa che, al contempo, la estrania dal resto del villaggio e la fa considerare una “diversa”, ma è anche l’elemento che le permette di raggiungere il proprio obiettivo e arrivare al traguardo tanto agognato delle “vele scarlatte”, metaforicamente incarnate dall’aviatore Jean.

E, a proposito di metafore, c’è da considerare anche quella tra l’aereo che porta con sé il “salvifico” aviatore e la gazza che si avvicina alla finestra di Juliette e alla quale lei si rivolge, quasi invocandola, tornando poi, in qualche modo, sulla questione mentre legge delle poesie e scrive musica.

Quindi cosa sono davvero le vele scarlatte?

Sono il traguardo, ma anche il sogno e l’obiettivo. Quello che Juliette tanto ardentemente attende e che arriva quando meno se lo aspetta. E, come nelle più classiche favole, ecco letteralmente piovere dal cielo ciò che la giovane tanto brama.

A fare da cornice alla storia di formazione (e d’amore) di Juliette c’è anche tutta la costruzione del villaggio e dei personaggi che lo abitano, senza dimenticare la maga, osteggiata da tutti, così come il burbero Raphaël che ha solo la colpa di non parlare e di dedicarsi notte e giorno al lavoro e alla figlia, unica cosa rimastagli. Di pari passo con la crescita di Juliette c’è una crescita delle opere realizzate dalle mani stanche e provate di Raphaël. Da piccoli lavoretti con il legno a giocattoli per la sua bambina fino ad arrivare a decorazioni per una barca. Una decorazione più che simbolica anche e soprattutto per il valore complessivo del film. Un’opera che lo spettatore vede come il traguardo di Raphaël che, probabilmente, nonostante il continuo silenzio e quella che sembra una mancata comunicazione con la figlia, capisce molto più di quanto possa far pensare e si lascia andare, sapendo la sua Juliette al sicuro, pronta non tanto a vedere le vele scarlatte, ma addirittura a salpare sull’agognata nave che viaggia sul mare proprio grazie a esse.


Veronica Ranocchi

lunedì, gennaio 16, 2023

THE PALE BLUE EYE - I DELITTI DI WEST POINT

The Pale Blue Eye – I delitti di West Point

di Scott Cooper

con Christian Bale, Harry Melling, Lucy Boynton

USA, 2022

genere: thriller, horror, giallo, poliziesco

durata: 128’

Alla sua terza collaborazione con Christian Bale, con The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point il regista Scott Cooper mette in scena un’indagine criminale ed esistenziale intorno a un mondo in bilico tra la vita e la morte. Buone le premesse, più discutibili gli esiti nonostante le ottime performance degli interpreti tra cui si distinguono i protagonisti Christian Bale e di Harry Melling nei panni di Edgard Allan Poe.

The Pale Blue Eyes è il nuovo film Netflix di Scott Cooper.

Quello di Scott Cooper è da sempre un cinema sottovalutato. Il giudizio nei suoi confronti non è mai cambiato anche quando alcuni suoi lungometraggi sono stati oggetto di interesse per le grandi interpretazioni degli attori che vi hanno preso parte. Se sono in molti a ricordare quella di Jeff Bridges, vincitore dell’Oscar come migliore interprete maschile nella parte del cantante alcolista di Crazy Heart, meno fortuna hanno avuto, anche presso gli addetti ai lavori, le performance di Christian Bale, a dir poco superlativo in ben due film di Cooper, Out of Furnace e soprattutto Hostiles, ignorate dall’Academy anche in sede di nomination.

Troppo violento e con un’ipotesi di redenzione non così forte da poter compiacere i gusti dell’establishment hollywoodiano, il cinema di Cooper ha il torto di perseguire una classicità che, soprattutto nell’austerità della forma e nell’invisibilità della regia, non riesce a fare breccia tra il pubblico più giovane, quello a cui non può rinunciare qualsiasi progetto con ambizioni commerciali. Da qui la consapevolezza di trovarsi di fronte a un autore al quale si può semmai imputare la mancanza di uno scatto in avanti, capace di far uscire i suoi personaggi dall’ombra di un esistenzialismo che concede poco o nulla al glamour da copertina.

Tormentati e in cerca di riscatto, gli uomini e le donne di Cooper trovano spesso nella vendetta il modo per mettere a tacere i propri demoni, pur sapendo che di lì a poco gli stessi torneranno a farsi vivi.

The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point non fa eccezione, risultando quasi una variazione su temi e personaggi già presenti nel connubio lavorativo di Cooper e Bale, se è vero che anche il detective August Landor si porta dietro una reclusione esistenziale e una dolenza di sguardo frutto di un passato a cui la rivalsa sul male – qui rappresentati dall’assassinio di alcuni cadetti di West Point (siamo nel 1830) e dall’indagine che porterà alla scoperta del colpevole – servirà solo in parte a lenirne le ferite. In realtà The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point fa segnare un passo in avanti nella filmografia del suo autore in un’ottica tutta contemporanea, assemblando generi (dall’horror al thriller, dal dramma in costume al poliziesco) e presentandosi come una sorta di crossover tra cinema e letteratura per la presenza di un giovane Edgard Allan Poe, ancora lontano dalle sue grandi produzioni letterarie, ma già sufficientemente melanconico per figurare come coprotagonista in un racconto gotico come quello messo in piedi da Cooper.

Poggiando la progressione del racconto sugli esiti dell’indagine e sul conflitto tra ragione e follia, The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point moltiplica i misteri e le sorprese, favorito da un plot in cui la logica è chiamata a confrontarsi con il diabolico e l’occulto. Nel farlo Cooper lavora soprattutto sulla messa in scena, amplificando la dimensione spettrale e la convivenza tra vita e morte (enunciata da Poe in fase di premessa) attraverso una fotografia a lume di candela, in cui il nero della notte è lo stesso degli interni, perennemente immersi in un’oscurità senza fine. A non tornare però è la qualità della scrittura e la precisione del meccanismo che, soprattutto nel genere in questione, avrebbe bisogno, almeno negli snodi decisivi, di arrivare alla svolta con prove probanti, laddove The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point rimane lasco nelle evidenze che tali non sono, provvisto com’è di deduzioni fuori campo di cui allo spettatore rimane solo l’esito finale. Laddove sarebbe chiamato ad affondare il colpo The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point resta sulla superficie dei fatti, riassunti con una serie di forzature il cui unico risultato è quello di far perdere potenza a un’idea di base che ben sviluppata poteva portare ad altri esisti.

Ciò detto The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point è un film che si guarda fino in fondo anche per merito delle interpretazioni di Bale e, nella parte del celebre scrittore, di un ottimo Harry Melling, bravi nell’assecondare l’idea di un’esplorazione esistenziale attorno ai rispettivi personaggi.

Dopo l’uscita tecnica in poche e selezionate sale, dal 6 gennaio The Pale Blue Eyes – I delitti di West Point è visibile su Netflix.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su Taxidrivers.it)

AFTERSUN

Aftersun

di Charlotte Wells

con Paul Mescal, Francesca Corio, Celia Rowlson-Hall

UK, USA, 2022

genere: drammatico

durata: 101’

Il debutto alla regia di Charlotte Wells è un toccante racconto di quello che è il rapporto tra un giovanissimo padre e una figlia di undici anni.

Tutto ci viene mostrato, fin dall’inizio, come un ricordo perché di questo si tratta. Addirittura mentre scorrono i titoli di testa, si percepisce il suono di quello che è il ricordo: i clic di quella che può essere una macchina fotografica così come di un apparecchio di registrazione introducono lo spettatore in quello che vedrà sullo schermo. Si tratta del ricordo di Sophie, ormai circa trentenne che ricorda il viaggio fatto in Turchia con il padre quando questi aveva la stessa età che ha lei adesso. E tutto il film è il ricordo di quello che è stato e non potrà più essere, di quella comunicazione che poteva esserci tra loro, ma che di fatto è sempre stata nascosta dal “non detto”.

Una mancanza di comunicazione, ma, al tempo stesso, una riflessione su cosa si sarebbero potuti dire e su come avrebbero potuto confidarsi l’uno nell’altra per capire forse molto di più, anche del futuro.

Questo è contemporaneamente sia la trama che il messaggio che Charlotte Wells vuole dare al suo film che lei stessa ha definito “emotivamente autobiografico”.

A colpire di questo film, oltre alla storia, tremendamente autentica e sincera, è il modo in cui viene “raccontata”. Lo spettatore vede innanzitutto il ricordo come se fosse la realtà presente, ma soprattutto lo vede principalmente attraverso gli occhi di una bambina che, proprio perché ancora piccola, non è in grado di comprendere tutto, anche se si sta “aprendo” al mondo, in qualche modo.

In entrambi i sensi ad aiutare c’è una regia sempre al punto giusto. Una regia che prende per mano lo spettatore e che gli ricorda che quello che sta vedendo è un ricordo continuo, interrotto, saltuariamente, da immagini irrealizzabili che, però, paradossalmente, riportano con i piedi per terra. Una su tutte è la sequenza in discoteca nella quale si “incontrano” il padre, Calum (interpretato da un sorprendente Paul Mescal), e la Sophie adulta. Sequenza irrealizzabile o meglio inverosimile perché la Sophie adulta non può più parlare con il proprio padre né tantomeno avrebbe comunque potuto farlo all’età mostrata.

Per quanto riguarda, invece, l’altro aspetto, inevitabile trattandosi del ricordo della stessa, la Wells riesce, attraverso alcuni geniali escamotage, a farci comprendere la situazione e a far aleggiare su tutti una sensazione di presagio di morte. Lo si vede in alcune scene, quella dell’autobus che, in base a come è girata, sembra riuscire a investire il giovane padre, ma anche quelle in cui la piccola protagonista è come abbandonata in balia di sé stessa.

Sophie (un’eccellente Francesca Corio), nonostante la giovane età, ha capito molto più di quanto si possa pensare e di quanto possa pensare il padre stesso. Si accorge di dettagli, di persone, di situazioni che possono passare inosservati. E lo fa in silenzio, con quello che, solo apparentemente, è lo sguardo di una bambina che ancora non conosce il mondo. Ma Sophie è già grande, i suoi 11 anni sono in realtà molti di più. È costretta a crescere prima del previsto, tanto che nel film arriviamo a vedere invertiti i ruoli di padre-figlia. Se inizialmente è lui a spalmare la crema solare alla figlia, è lui a dirle cosa fare, dove andare, con chi stare e averne cura, con il passare del tempo, è lei che inizia a prendersi cura del genitore, arrivando anche “simbolicamente” a coprirlo con la coperta.

Interessanti, poi, sono altri due aspetti che costituiscono una parte importante dell’intero film: i silenzi e le riprese. Sono tante le scene in cui si percepisce solo e soltanto il respiro dei personaggi che, soli o in compagnia, non pronunciano parole, ma si osservano, pensano, riflettono. Un silenzio che si fa pesante e che diventa più significativo ed emblematico di tante parole.

E, infine, le riprese, un po’ sfocate, un po’ con effetti riconducibili volutamente al passato, oltre a mettere ancora di più in luce il fatto che si tratti di un ricordo che nasce da riprese effettuate da quella che all’epoca era una bambina di 11 anni, mostrano anche la precarietà di tutto questo. Ormai la vacanza in Turchia non è che un ricordo, sempre più lontano e sempre più flebile. Nonostante questo, però, Sophie ricorda momenti e dettagli importanti e fondamentali. E, anche se non si sono parlati apertamente, lei conserva in maniera indelebile il ricordo del padre, a prescindere da quello specifico momento.

Mentre tutto quello che circonda Sophie in quella vacanza è giovane, pieno di vita ed entusiasmo, il padre sembra andare in una direzione completamente opposta, quasi a sfiorire, come nella metaforica scena finale in un lungo e profondo corridoio bianco.

Un film che, nel suo silenzio, nel suo essere “sbiadito” come un ricordo, si impone, invece, contro l’eccesso e l’esagerazione di parole, immagini e molto altro.

“Aftersun” è un film che fa del ricordo un ricordo stesso.


Veronica Ranocchi 

sabato, dicembre 31, 2022

THE FABELMANS

The Fabelmans

di Steven Spielberg

con Michelle Williams, Gabriel LaBelle, Seth Rogen

USA, 2022

genere: drammatico

durata: 151’

Anche Steven Spielberg prova a dare vita alla sua idea di cinema. E lo fa con lo stile che lo contraddistingue da sempre e che lo ha collocato, con il tempo, nell’olimpo dei grandi. “The Fabelmans” è, come spiega lo stesso regista all’inizio, un atto d’amore alla famiglia, ma soprattutto alla settima arte, quella che ha conferito a Spielberg la notorietà e quella che, più di ogni altra cosa al mondo, gli ha permesso di esprimersi.

Sammy Fabelmans è un giovanissimo alter ego del regista che viene portato al cinema dai genitori per la prima volta e assiste a un film western il cui culmine è rappresentato dallo scontro frontale tra un’auto e una diligenza. Sammy è travolto da ciò che ha visto e, dopo aver ricevuto in regalo dei vagoni ferroviari giocattolo, mette in scena, a casa, un incidente simile per capirne le dinamiche e pensando di poterlo riprendere e “stravolgere” quando e quanto vuole. In questo lo aiuta la madre che, nonostante i timori del padre, sembra voler incoraggiare quello che non è “solo un hobby” per il figlio. Sammy cresce e inizia a frequentare la scuola dove deve fare i conti con i bulli della zona che lo prendono di mira in quanto ebreo. In parallelo vorrebbe continuare il suo interesse per il cinema, ma in parte impaurito dagli “avvertimenti” di uno strampalato zio Boris, in parte distrutto dalla disgregazione del rapporto tra i suoi genitori, comincia ad allontanarsi da ciò da cui è attratto più di ogni altra cosa al mondo. Ma uno come Sammy può davvero stare lontano dalla cinepresa e dal cinema?

Il film più personale di Spielberg, come lui stesso l’ha definito, ma anche quello più personale per qualsiasi cinefilo o appassionato di questa arte. Più volte nel film, le riprese e le cosiddette “immagini in movimento” prendono il posto delle parole e vengono utilizzate per esprimere concetti, per confrontarsi, per dialogare.

Quello che fa Spielberg con questo film non è solo elogiare il cinema in quanto arte che ormai ha fatto sua nel corso degli anni, ma è un omaggio a tutto il cinema, ai grandi autori di questa arte e anche un elogio alla ricerca di un sogno (che può prescindere dal cinema stesso) verso il quale bisogna sempre protendere, senza mai arrendersi. Sammy è la prova lampante di cosa significhi non lasciarsi mai scoraggiare, ma continuare per la propria strada alla ricerca del proprio sogno. Che sia il cinema, che sia l’amore, che sia qualsiasi altra cosa, l’insegnamento della famiglia Fabelmans è proprio questo: mai gettare la spugna, ma supportarsi sempre a vicenda.

In un film che usa il cinema per parlare di cinema, sono tanti i richiami e i riferimenti che il regista inserisce, anche involontariamente, quasi sfidando il lettore, come la scena dell’incidente del treno che il giovanissimo Sammy vede al cinema e che strizza l’occhio alla nascita della splendida invenzione dei fratelli Lumière.

Ma “The Fabelmans” è anche una grandissima Michelle Williams, nel ruolo della madre del protagonista. Una donna che inizialmente si mostra forte e capace di sorreggere l’intera famiglia, tenendo le redini e potendo controllare ogni singolo tassello. Questo finché Sammy, proprio grazie a quelle riprese che lei stessa aveva incentivato, non si accorge di qualcosa che, pur essendo abbastanza alla luce del sole, nessuno aveva mai notato. E anche qui viene sottolineato il potere del cinema e delle sue riprese, in grado di scovare e scavare dentro (e non solo) ognuno di noi. Da quel momento tutto cambia e la forza di Mitzi, la madre, viene meno per far spazio a una “rassegnazione”, a un’accettazione della realtà e al disvelamento di quello che credeva un segreto ben celato in grado di sopravvivere a qualsiasi cosa. Nel rendere questo cambiamento del personaggio la Williams è perfetta. Degno di menzione il momento in cui, accovacciata nell’armadio del figlio vede scorrere davanti a sé quelle immagini che prima ha vissuto in prima persona, inconsapevole che un occhio “esterno” la stava riprendendo. Lo spettatore conosce già il contenuto di quelle immagini e si concentra, quindi, solo ed esclusivamente sullo sguardo di una donna che comprende, poco alla volta, la sua “sconfitta”. Accanto a lei anche un giovanissimo Gabriel LaBelle che, nonostante la giovane età, si destreggia molto bene tra attori più navigati.

E, infine, come non poter citare il divertente e geniale cameo di David Lynch nel ruolo di quello che, a detta del film, è, per l’epoca in cui “The Fabelmans” è ambientato, il miglior regista in assoluto, John Ford? Una scena che vale da sola tutto il film, da vedere e rivedere, magari con l’orizzonte spostato, in alto o in basso.

Una dichiarazione d’amore al cinema che è già storia.


Veronica Ranocchi

mercoledì, dicembre 28, 2022

GLASS ONION - KNIVES OUT

Glass Onion – Knives Out

di Rian Johnson

con Daniel Craig, Janelle Monáe, Edward Norton

USA, 2022

genere: giallo, commedia, poliziesco

durata: 140’

Rian Johnson torna a dirigere Daniel Craig nei panni del famigerato detective Benoit Blanc. Stavolta, rispetto al primo titolo “Cena con delitto” ci troviamo catapultati in una splendida, lussuosa e moderna isola sul mar Egeo che deve il suo nome, Glass Onion, alla struttura principale che ricorda proprio una grande cipolla di vetro.

Aspetto interessante è l’idea di svolgere il film nel 2020, in piena pandemia, anche se le caratteristiche di quel preciso periodo sono presenti solo nella primissima parte del film. Tutto ha inizio con un invito da parte dell’egocentrico multimiliardario Miles Bron. Questi ha organizzato una cena con delitto da svolgersi in un fine settimana insieme ai suoi migliori amici, tutti invitati: la politica Claire Debella; Lionel Toussaint, scienziato a capo della sezione ricerca e sviluppo di Alpha Industries; la stilista Birdie Jay; lo youtuber e twitcher Duke Cody. Insieme a loro partecipano anche Cassandra “Andy” Brand, ex-partner in affari di Miles; Peg, l’inseparabile assistente di Birdie, e Whiskey, fidanzata di Duke. Come in tutti i gialli che si rispettano, fin da subito si cominciano a nutrire sospetti nei confronti di ogni personaggio che sembra avere qualcosa da nascondere.

Giunta la sera, Miles, dopo aver introdotto la serata ai presenti e dopo aver mostrato loro la presenza dell’originale Monna Lisa, prestatagli dal Louvre in seguito a un corposo finanziamento, dà il via alla vera e propria cena con delitto che viene, però, risolta in un attimo dal detective Blanc che, grazie alle sue capacità investigative, decide di “rovinare” i piani del magnate di proposito perché teme che qualcuno degli ospiti voglia farlo fuori. Da quel momento tutto cambia poiché i programmi di Miles vanno a rotoli a causa della presenza del detective che comincia a indagare, soprattutto a seguito di una vera morte che avviene alla presenza di tutti gli invitati.

Puntando sia sul sempre riuscito cast corale sia sulla scia del successo del primo film Rian Johnson gioca le migliori carte a sua disposizione e confeziona un validissimo prodotto.

Tra indagini, colpi di scena continui ai quali ci ha abituati il regista, legami segreti tra i personaggi e tanto lusso sfrenato “Glass Onion” risulta un buonissimo secondo capitolo, anche se di fatto si tratta di una storia a sé stante.

Daniel Craig nei panni del detective Benoit Blanc vince e convince, come già aveva fatto con il primo film e richiama, per certi versi, il mitico e iconico Hercule Poirot di Agatha Christie, un po’ per i modi di fare, un po’ per le intuizioni, un po’ per la calma e il carisma che lo contraddistingue.

Ma non ci sono solo riferimenti alla regina del giallo. Commovente, a posteriori, la presenza, seppur minima, della compianta Angela Lansbury. Così come sono interessanti le tante citazioni presenti all’interno della storia e i richiami, né evidenti né invadenti, al primo capitolo.

Nuovamente un cast corale appositamente scelto che pesca tra grandi nomi del cinema a nomi più emergenti, ma venuti fuori grazie alla serialità, affiancati ad attori che, invece, hanno alle spalle un importante passato, ma sono rimasti comunque più nell’ombra. Una Janelle Monáe che buca letteralmente lo schermo, e non solo per la sua incredibile e semplice bellezza, ma per la sua capacità di imporsi come figura ambivalente. E poi nessun bisogno di presentazioni per gli altri interpreti capaci, però, di rendere, come probabilmente da direttive, i rispettivi personaggi antipatici al punto giusto, senza alcuna possibilità di redenzione.

E se nel primo capitolo la coprotagonista Ana de Armas era più dimessa, così come imposto dal ruolo, in questo secondo capitolo la Monáe arriva quasi a togliere dal piedistallo di intoccabile un Daniel Craig anche autoironico. Capace di intuizioni geniali e in grado di renderne la spiegazione ancora più magnifica, seduto sul trono, prima di “spade” nel primo capitolo e poi di vetro e di “metalli” nel secondo, Benoit Blanc è il detective con il quale nessun criminale “moderno” vorrebbe avere a che fare.


Veronica Ranocchi

martedì, dicembre 27, 2022

PINOCCHIO DI GUILLERMO DEL TORO

Pinocchio di Guillermo del Toro

di Guillermo del Toro

con Gregory Mann, Ewan McGregor, David Bradley

USA, Messico, 2022

genere: animazione, fantastico, avventura

durata: 121’

Sono stati tanti gli adattamenti nel corso del tempo del grande classico di Carlo Collodi con protagonista il piccolo bambino di legno creato dalle mani di Geppetto. Ognuno di essi ha provato, ogni volta, ad aggiungere elementi, a modificare alcuni tratti e a inserire la propria personale visione dei fatti, ma nessuno, fino a ora, aveva mai fatto l’operazione compiuta da Guillermo del Toro.

Il regista messicano ha realizzato quello che può essere considerato, al momento, il miglior adattamento del classico di Collodi.

Una visione personale di un classico della letteratura e del cinema che sembrava essere stato sviscerato completamente, ma che, invece, con la sapiente mano dell’autore del film premio Oscar “La forma dell’acqua” si trasforma quasi completamente.

Interamente realizzato con la tecnica della stop-motion, il film, a differenza degli altri adattamenti, è ambientato al tempo del fascismo.

La mano del regista plasma e conferisce una completa e nuova forma all’opera della quale mantiene intatto il nucleo principale. Con il tocco di Guillermo del Toro, Pinocchio diventa, a tutti gli effetti, una sua creatura, più dark e più inquietante, come quelle alle quali ci ha abituato il regista messicano.

Complici le musiche e le fantastiche ambientazioni, il Pinocchio di Guillermo del Toro è destinato, già dopo una prima visione, a diventare un grande classico, da vedere e rivedere per analizzare ogni singola scelta compiuta e ogni saggio e astuto stratagemma messo in atto.

La scelta di ambientare la storia in un’epoca come quella del fascismo dà modo a del Toro di utilizzare quel male per distruggerlo con astuzia e ingegno. Basti pensare, per esempio, alla presenza di Mussolini a uno degli spettacoli di marionette, ai quali prende parte anche Pinocchio, “costretto” a partecipare per salvare Geppetto, e al modo in cui viene “disegnato” il dittatore. Degna di nota anche la scelta di muovere, naturalmente, i vari burattini con dei fili, fatta eccezione per Pinocchio che, come gli altri, avrebbe dovuto avere bisogno di una “guida” per muoversi, ma che riesce autonomamente a emergere, andando anche contro la realtà che lo circonda e arrivando a criticare il fascismo e tutto ciò che ne consegue.

Ciò che emerge dall’opera di del Toro è, quindi, anche una critica sociale, a un momento buio della storia che va di pari passo con i personaggi. Ci sono, infatti, dei cambiamenti, delle variazioni e delle reinterpretazioni dell’opera di Collodi che il regista messicano fa proprie. Abituati alle sue opere nelle quali vita e morte sono costantemente presenti, seppur ogni volta con diverse modalità, anche nel “Pinocchio di Guillermo del Toro” notiamo questa commistione fin dall’inizio con la decisione di aggiungere la figura di Carlo, il vero figlio di Geppetto, purtroppo scomparso da giovanissimo. La sua presenza, seppur solo nei ricordi e nella memoria, è costante in tutta la narrazione.

Un film che, fin dal titolo, fa ben capire la direzione e l’intenzione. Non è più solo “Pinocchio” o il “Pinocchio” nato dalla penna di Collodi. Adesso è “Pinocchio di Guillermo del Toro”, una distinzione netta e decisa secondo il regista. E, visto l’apprezzamento generale, anche secondo il pubblico.


Veronica Ranocchi

lunedì, dicembre 12, 2022

MERCOLEDI'

Mercoledì

ideata da: Tim Burton, Alfred Gough, Miles Millar

con Jenna Ortega, Catherine Zeta Jones, Luis Guzman

USA, 2022

genere: commedia, horror, fantasy

durata: 8 episodi da 40-50 minuti

Uno dei personaggi, da sempre, più apprezzati dell’iconica famiglia Addams è sicuramente Mercoledì, la giovane primogenita di Morticia e Gomez che tanto ama il dolore e la sofferenza.

Un personaggio che, nonostante sia già stato protagonista, ha meritato un ulteriore palcoscenico per mostrarsi davvero a 360°. E lo ha fatto grazie a Tim Burton su Netflix.

Interpretata dalla bravissima e davvero talentuosa Jenna Ortega, Mercoledì è la protagonista assoluta degli 8 episodi che hanno tinto di nero la piattaforma di streaming, arrivando a oscurare anche personaggi iconici come quelli degli altri membri della famiglia, una su tutti la Morticia Addams di Catherine Zeta-Jones.

La storia messa in scena da Tim Burton vede Mercoledì costretta a frequentare la Nevermore Academy, stessa scuola dei genitori, a causa del comportamento fin troppo sopra le righe nei precedenti istituti. La scuola, all’interno della cittadina di Jericho, è rivolta soprattutto a coloro che vengono definiti “reietti”, cioè con poteri o facoltà fuori dall’ordinario (lupi mannari, gorgoni, sirene, vampiri e tanti altri). Qui Mercoledì si trova ad affrontare, oltre alle classiche dinamiche adolescenziali, anche dei misteri ben più grandi di lei. Grazie ad alcune visioni riesce a capire di essere coinvolta, direttamente o indirettamente, in un mistero che vuole a tutti i costi risolvere.

Nel corso degli episodi conosciamo alcuni dei protagonisti. Se i genitori di Mercoledì, insieme al fratello Pugsley e Lurch (qui solo in veste di autista), sono già noti, nella serie Netflix fa la sua comparsa, per esempio, l’eccentrico personaggio di Enid, colei che si può considerare a tutti gli effetti la perfetta nemesi di Mercoledì. Colorata, eccentrica, sorridente e costantemente piena di energia, Enid è un lupo mannaro, ma soprattutto l’unica che, nonostante tutto, può provare a scalfire la dura corazza di Mercoledì. Compagne di stanza, le due creeranno un legame particolare reso anche visivamente dalle potenti immagini che mostrano la camera nettamente divisa in due parti, dove colori, oggetti e azioni sono diametralmente contrapposte.

Accanto a Enid ci sono poi Xavier e Tyler, entrambi innamorati della protagonista, ma entrambi con dei segreti da nascondere. E poi ancora la rivale Bianca, l’austera preside e molti altri, tra insegnanti e studenti. All’appello non possono mancare lo zio Fester, presente solo in un episodio e che forse avrebbe meritato più spazio, visto e considerato il profondo legame tra lui e Mercoledì, ma soprattutto Mano, il vero protagonista della serie. Elemento indubbiamente più riuscito, Mano, nonostante possa contare solo su una mano, appunto, riesce a comunicare perfettamente e a esprimere emozioni e concetti non soltanto ai personaggi della serie, ma anche nei confronti del pubblico. Dulcis in fundo non si può non citare l’indovinata presenza di Christina Ricci, la Mercoledì Addams degli anni ’90 che, qui, torna a rapportarsi con il personaggio, ma con un aspetto e un ruolo diversi.

Una serie dove l’impronta di Tim Burton è ben presente, a partire dall’ambientazione fino alle fattezze del mostro. E se qualcuno ha storto il naso per il fatto che, in parte, si discosta dalla famiglia Addams originale, non si può non parlare di prodotto più che riuscito per questa “Mercoledì” rivisitata in chiave moderna.

È vero, probabilmente la vera Mercoledì Addams non sarebbe scesa a compromessi e, in alcune occasioni, non si sarebbe comportata come la ragazzina della serie Netflix, ma è apprezzabile la scelta di Tim Burton e del team di autori di modificare una parte della storia e virare verso una maggiore adesione all’epoca in cui è ambientata adesso. Ci sono comunque riferimenti al passato e all’ “originale” famiglia Addams disseminati ovunque nel corso degli episodi, per non parlare delle sempre affilate parole di Mercoledì. Parole che, pronunciate da Jenna Ortega, sono ancora più “pericolose” vista la serietà e l’attenzione che la giovane ha riservato al personaggio. Memorabile la scena del ballo, diventata già un must.

Insomma, nel complesso, una serie riuscita e convincente, in grado di attirare un gran numero di spettatori, sempre più variegato, e che sta battendo record su record in attesa della prossima, quasi scontata (e obbligatoria) stagione.


Veronica Ranocchi

domenica, dicembre 11, 2022

PANTAFA

Pantafa

di Emanuele Scaringi

con Kasia Smutniak, Mario Sgueglia, Francesco Colella

Italia, 2022

genere: horror

durata: 101’

Il passato come colpa, ma soprattutto l’impossibilità di conciliarsi con ciò che è stato e ora non è più. Pantafa di Emanuele Scaringi ragiona sul nostro tempo procedendo con coerenza sul percorso della propria filmografia delegando ancora una volta al genere – questa volta tocca all’horror -, il compito di tradurre il paesaggio interiore dei personaggi.

Se la trama è presto detta, ruotando attorno alla fuga dal mondo di una madre e della sua bambina, destinate a fronteggiare gli inquietanti sviluppi derivati dalla decisione di soggiornare in un paesino di montagna, quello che più interessa in questo caso è il modo in cui Scaringi riesce a conciliare la componente più personale del suo discorso con la necessità di non venire meno al presupposto principe del genere in questione, ovvero quello di mettere paura allo spettatore.

Così facendo Pantafa si confronta con luoghi e personaggi tra i più classici del cinema horror, a cominciare da una versione femminile del Bogeyman americano, retaggio della tradizione popolare, alla casa infestata da demoniache presenze e per finire con una concezione del male radicata nella storia degli uomini e dunque destinato a reiterarsi nel tempo e nello spazio (quest’ultimo, come insegna la Blumhouse, circoscritto per lo più all’interno di un unico ambiente). Questo per dire come ogni elemento nel film di Scaringi suggerisce (fuoricampo) una serie di titoli putativi al suo.

In questa ottica Scaringi è bravo a sottrarsi dalla sudditanza verso i prodotti americani. Così è, per esempio, la scelta del linguaggio dialettale, peraltro, nella sua asprezza vocale, adatto a rendere il senso di una realtà minacciosa e respingente. Altrettanto lo è il rigore di un’essenzialità che non riguarda solo la messinscena, priva o quasi di CG, ma anche la recitazione, con Kasia Smutniak e la piccola Greta Santi, brave a far trasparire il disagio dei personaggi da interpretazioni scarnificate e prive dei consueti birignao.

Come successo ne La profezia dell’Armadillo ma anche ne L’alligatore anche in Pantafa Emanuele Scaringi mostra di prediligere il racconto intimo di esistenze ribelli e per questo costrette ai margini. Ma non solo, perché come nel film d’esordio, anche in quest’ultimo la crisi di identità dei personaggi si trasforma in un conflitto, tra realtà e immaginazione, tra carne e spirito, capace di raccontare i fantasmi delle nostre paure.

Nel farlo Pantafa non si volge mai indietro, immerso com’è in un senso di colpa che impedisce al film di trovare ragione dei propri patimenti. A confermarlo la scelta di collocare le foto d’epoca, quelle con gli antenati dei protagonisti, oltre il termine della storia. Una sorta di commento fuori campo utile a ribadire – come si diceva all’inizio – l’impossibilità di fare pace con il passato. Ultimo atto di una coerenza che in Pantafa non viene mai meno.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su taxidrivers.it)

venerdì, dicembre 09, 2022

SVEGLIAMI A MEZZANOTTE

Svegliami a Mezzanotte

di Francesco Patierno

con Fuani Marino, Eva Padoan

Italia, 2022

genere: documentario

durata: 71’

Ultimo episodio di un’ideale trilogia a cui appartengono “Napoli’44” e “Diva!”, “Svegliami a mezzanotte” di Francesco Patierno è una sorta di “Alice nel paese delle meraviglie” in cui, come nel romanzo di Lewis Carroll, realtà e fantasia, conscio e inconscio si mescolano in una fantasmagoria di suoni, musica e parole. Da non perdere.

Prodotto e distribuito da Luce Cinecittà, “Svegliami a Mezzanotte” è un documentario italiano presentato alla 40esima edizione del Torino Film Festival.

Incontrare una persona e non un personaggio. Parliamo di Fuani Marino, nata due volte, nel momento in cui, una mattina d’estate, decise di porre fine alla propria vita lanciandosi dal quarto piano, sopravvivendo, suo malgrado, alle lesioni riportate nella caduta.

“Svegliami a Mezzanotte”, questo il titolo del film di Francesco Patierno, altro non è che la storia del prima e dopo che separa la vita di Fuani da quel tragico evento.

Tra le possibilità di mettere in scena l’avventura esistenziale della sua protagonista con i codici del cinema e quella di ripercorrerla dall’interno, lasciando che a raccontarla non sia un alter ego fittizio, ma la protagonista dei fatti, Patierno sceglie la seconda, per realizzare una fantasmagoria di immagini, suoni e parole che, eliminando la distanza tra schermo e spettatore, ha la potenza di catapultare quest’ultimo nel cuore pulsante del racconto, all’interno di quel flusso di coscienza con cui il film e la sua protagonista ripercorrono le fasi di un’esistenza che sembra prendere vita davanti ai nostri occhi. Attraverso le parole di Fuani “Svegliami a Mezzanotte” ci invita a “chiudere gli occhi” per iniziare a guardare con uno sguardo nuovo, non limitato a una fruizione passiva della rappresentazione, ma parte in causa e finanche complice della condivisione in atto.

“Svegliami a mezzanotte” lo mette in pratica con un dispositivo che funziona contemporaneamente su più livelli: da una parte esponendo gli avvenimenti in maniera lineare, come succede nei biopic più classici, con la cronaca dei fatti con cadenza cronologica, dall’inizio alla fine; dall’altra destrutturando il racconto orale attraverso un montaggio “casuale” (che tale non è) delle immagini.

Mescolando materiali diversi con filmini e foto della protagonista alternati a un caleidoscopio di frammenti cinematografici e documentari, “Svegliami a mezzanotte” accosta filmati eterogenei senza la logica stringente del cinema mainstream, lasciando alle assonanze e ai rimandi poetici il compito di cortocircuitare la ragione a favore di una lettura emotiva e sentimentale del percorso salvifico compiuto dalla protagonista.

E se nella prima parte “Svegliami a Mezzanotte” privilegia la discontinuità della narrazione, con una forma, quella appena detta, coerente alla progressiva perdita di senso che spingerà Muni al folle gesto, nella seconda, quella seguente al tentato suicidio, lo stile cinematografico si fa meno estremo e più classico, andando di pari passo con il ritorno di Fuani a una stabilità esistenziale e familiare che, pur non escludendo la possibilità di eventuali ricadute, si apre comunque a una speranza capace di scaldare il cuore dello spettatore.

In questa ottica “Svegliami a mezzanotte” evita la retorica della malattia, tenendosi distante dalla tentazione di dare risposte o regalare una morale a una vicenda chiamata a fare i conti con il mistero della mente umana.

Frutto della collaborazione alla scrittura tra Francesco Patierno e Fuani Marino, autrice dell’omonimo libro a cui il film è liberamente ispirato, “Svegliami a Mezzanotte” è l’ultimo episodio di un’ideale trilogia (“Napoli’44” e “Diva!” sono gli altri due) in cui l’autore napoletano sembra aver trovato nella pratica del documentario creativo il terreno ideale per portare avanti un discorso cinematografico – iniziato con Pater Familias -, in cui poesia e sperimentazione vanno di pari passo. In concorso nella sezione Documentari Italiani al 40° Torino Film Festival Svegliami a mezzanotte è destinato a rimanere nel cuore e negli occhi dello spettatore. Da non perdere.


Carlo Cerofolini

(recensione già pubblicata su taxidrivers.it)