mercoledì, luglio 29, 2020

L'HOTEL DEGLI AMORI SMARRITI


L'hotel degli amori smarriti
di Christophe Honoré
con Chiara Mastroianni, Vincent Lacoste, Benjamin Biolay
Francia, 2019
genere: commedia
durata: 86'
“L’hotel degli amori smarriti” è la nuova commedia francese di Christophe Honoré con protagonista Chiara Mastroianni.
La ricerca di una propria identità e di quello che è un legame solido e stabile con una persona è il tema centrale del film che il regista analizza e sviscera nei minimi particolari, facendosi aiutare da alcuni artifici specificatamente e unicamente cinematografici.
Maria (Chiara Mastroianni) è una donna di mezza età, sposata con Richard, un uomo buono e silenzioso che sembra non essersi mai accorto, in tutti gli anni di matrimonio, di tutto quello che la moglie ha compiuto alle sue spalle. Questo perché Maria sembra essere solita a continue scappatelle, soprattutto con ragazzi più giovani, talvolta addirittura suoi alunni. Una sera, però, dopo reiterati tradimenti da parte della moglie, il marito legge i messaggi che il giovane Asdrubale invia alla donna e le chiede spiegazioni. Da qui nasce una discussione tra i due che porta la protagonista a “nascondersi” per la notte in una delle camere dell’hotel di fronte alla loro abitazione. Con la scusa di avere bisogno di spazio e tempo per riflettere in solitudine, Maria non informa Richard riguardo il suo spostamento. Durante la notte, però, la donna riceve delle strane visite che la iniziano a mettere in discussione.
Quelle che si presentano davanti a Maria sono delle vere e proprie domande, indirettamente poste dalle persone stesse che la donna si ritrova nella propria stanza di hotel. Appaiono, infatti, la versione venticinquenne di Richard, la sua insegnante di piano, nonché primo amore del marito, poi la madre, la nonna e addirittura la sua stessa “volontà”.
Messa di fronte al fatto compiuto, cioè i ripetuti tradimenti, Maria deve cercare di capire cosa prova davvero per il marito, se è in grado di lasciarlo andare definitivamente, se verrà perdonata, se è ancora innamorata di lui o se lo è mai stata veramente. La versione giovanile del marito, provocandola, cerca di instillare tutta una serie di dubbi nella mente e nel cuore della protagonista. Allo stesso modo anche l’insegnante di piano di Richard, approfittando della situazione, chiede alla donna l’approvazione per poter recarsi dal marito di lei per poter riallacciare i rapporti e magari riaccendere una scintilla forse mai spenta del tutto.
Si tratta, naturalmente, di un sogno, di una visione, di qualcosa di puramente cinematografico e che solo questo mezzo poteva realizzare. Ed è, infatti, anche un gioco stesso sul cinema. Perché il cinema è protagonista, o almeno coprotagonista, della vicenda, insieme a Maria, Richard e tutti gli altri personaggi. Un cinema che gioca con sé stesso, prendendosi in giro. Un cinema che appare fisicamente perché sotto l’appartamento della coppia c’è proprio una sala, o meglio sette, le cui locandine tornano spesso a irrompere sulla scena.
Tutto appare strano e surreale, sia dal punto di vista della narrazione e delle scelte che vengono adoperate dal regista, sia dal punto di vista visivo. La calma piatta e apparente che sembra essere solo il presagio ad una vera e propria tempesta; il silenzio improvviso e le continue voci fuoricampo; la solitudine, dovuta all’assenza di persone intorno ai protagonisti principali che si sostituiscono tra loro e si scambiano più e più volte.
Emblematiche alcune inquadrature alle quali inizialmente si può non dare particolare peso, ma che, invece, a posteriori sono esemplificative di determinati comportamenti e atteggiamenti. Una su tutte l’inquadratura di Maria e Richard nel momento iniziale di confronto, subito dopo che il marito è venuto a conoscenza del tradimento. Sono uno di fronte all’altro, ma lo spettatore li vedi come lontani, già divisi e separati da un muro che sembra la rappresentazione di un ostacolo insormontabile, quello che poi la donna dovrà affrontare nel corso di tutta la vicenda.
Un film che racconta l’amore da un punto di vista molto particolare e con una morale non del tutto condivisa e condivisibile. Nonostante la pretesa di voler mettere “troppa carne al fuoco”, nel complesso risulta un prodotto godibile con interessanti spunti di riflessione e con una più che buona interpretazione della Mastroianni che, per questo ruolo, si è aggiudicata il premio di miglior attrice nella sezione “un certain regard” al festival di Cannes 2019.

Veronica Ranocchi

domenica, luglio 26, 2020

LA FOTO DELLA SETTIMAMA

Paranoid Park di Gus van Sant (USA 2007)

A HIDDEN LIFE

A Hidden Life
di, Terrence Malick
con, August Diehl, Valerie Pachner, Maria Simon, Michael Nyqvist, Matthias Schoenaerts, Jürgen Prochnow, Bruno Ganz
Germania, USA, 2019
genere, drammatico
durata, 175’



L'occhio, viziato da una mostruosa costrizione a vedere lontano [...] viene costretto qui a
cogliere con acutezza ciò che è più vicino, il tempo, ciò che ci circonda. [...] Parlando da un punto
di vista teologico, fu Dio stesso che, terminato il suo compito, si mise, in forma di serpente, sotto
l'albero della conoscenza: cercava così sollievo dall'essere Dio... Aveva reso tutto troppo bello...
— F. Nietzsche, "Ecce Homo” —




Le montagne dell'alta Austria, argini spirituali prima ancora che geografici. A introdurre, però, le immagini di repertorio di Hitler acclamato dalla folla, accompagnate da una musica che le estromettono dalla mera funzione di documentazione storica facendone una sorta di liturgia macabra, iniziano a indirizzare oltre quelle cime nubi di colorazione prossima al nero assoluto. Se è vero che in Natura per ogni elemento ne esiste un altro sua contraddizione pura, sulla scia dell'esempio precedente possiamo affermare che per ogni fiume c'è una diga pronta a fermarlo e che per ogni diga c'è un fiume pronto a fare breccia. A risolvere il paradosso, nel caso specifico di "A hidden Life", c'è un umano-troppo-umano, al secolo Franz Jägerstätter, che Malick non pone come martire - strizzando l'occhio al sopra citato Federico, che i martiri li aveva già seppelliti dalle prime battute de “L’Anticristo” - ma  semplicemente come argine ulteriore e imprevisto. 




Franz  - il film è ispirato alla sua storia vera - si dedica alle tre Madri - la Terra che coltiva, la Madre naturale e la Madre dei suoi figli - incarnando sostanzialmente un essere umano antico che con la Natura non vive un rapporto estetico ma morale. Questo fino a quando non viene chiamato alle armi per servire il regime Nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, decidendo per la dissidenza e dunque per l'inevitabile condanna. Tutto il percorso interiore del personaggio viene attraversato dai consueti flashback, da meditazioni errabonde e placidi silenzi grandangolari alternati a sguardi, gesti e paesaggi elevati spontaneamente al di fuori di una connotazione temporale propria della materia. 


Per paradosso, nella visione cristologica di Malick, la fede non è più quella componente etica insita nell'uomo per risolvere i conflitti del cosmo - il riferimento è alla visione antropocentrica di "The Tree of Life" e di "To the Wonder" - ma diventa la colonna portante del dramma umano in quanto tale, annullando di fatto la distanza con la Morte in una sequenza finale che con pochissimi stacchi di montaggio riesce a disarcionare la Storia dalla sella del Presente: il sole, il silenzio vuoto e poi di nuovo le montagne. Per il regista texano Franz altri non è che Cristo senza retorica e senza apostoli, amato dagli altri, amante di sé stesso e viceversa, che non cede mai al peso della pressione sociale né al fascino della seconda possibilitàMalick depone quindi i personaggi ultramoderni - nichilisti perché già annichiliti, ossia morti in partenza -  di "Knight of Cups" e "Song to Song”, e si dedica all'introspezione di un individuo - nel senso puro del termine, in quanto agisce per sé stesso e in sé stesso - che muore perché, con ogni probabilità, ha ancora qualcosa per cui vale la pena vivere. 
Antonio Romagnoli

domenica, luglio 12, 2020

MATTHIAS & MAXIME

Matthias & Maxime
di Xavier Dolan
con Xavier Dolan, Gabriel D'Almedia
Canada, 2020
genere, drammatico
durata, 119'


Il cinema di XavierDolan è sempre autobiografico ma talvolta lo è di più di altre per il suo essere invaso da sentimenti e stati d’animo che sono la trasposizione di questioni contingenti. MatthiasMaxime ne è la conferma in virtù del suo prefigurarsi come il tentativo di ricucire lo strappo seguito alla tormentata lavorazione di La mia vita con John F. Donovan, film che nelle intenzioni del regista doveva segnare l’inizio di una nuova fase di carriera e il principio di un nuovo corso lavorativo. Girato in lingua inglese e prodotto nel contesto e secondo le regole dell’apparato hollywoodiano, il primo lungometraggio in terra americana si è però rivelato un flop di tali proporzioni da indurre il regista a ritornare sui propri passi.0

Da cui Matthias & Maxime, ovvero la restaurazione del primo cinema di Dolan, quello nel quale era lui per primo protagonista in veste di attore davanti alla mdp e in cui il budget ridotto e la freschezza di volti e corpi esenti dai condizionamenti dello star system diventavano il viatico di una libertà artistica qui confermata dalla leggerezza dell’assunto. Matthias & Maxime ruota infatti attorno a un bacio rubato, quello che i due amici si danno in veste di attori di un film amatoriale e che da lì in poi assurge a motivo della messa in discussione delle rispettive esistenze.0

Se l’orizzonte temporale entro il quale si svolge la vicenda sono le giornate che separano Maxime dal giorno della partenza per l’Australia dove il ragazzo ha intenzione di trasferirsi e se ancora le vicissitudini scaturite dall’avvicinarsi della data fatidica altro non sono che il risultato delle schermaglie con cui Maxime e i suoi amici esorcizzano l’imminente separazione, allora si può dire che Matthias & Maxime ragioni soprattutto sull’importanza delle proprie radici e sulla necessità di rimanervi il più possibile ancorati. Magari, tornando a casa, come ha fatto Dolan, anche nella riproposizione di situazioni e tematiche da sempre al centro della sua poetica. E dunque riflettendo sull’amore e le sue pene, su amicizia e identità sessuale per non dire dei rapporti famigliari, come al solito tanto imprescindibili quanti tormentati.

Nel farlo Dolan si affida a una regia più concreta di altre occasioni, lasciando che siano espedienti tutto sommato semplici a sottolineare lo stato d’animo del film. Parliamo per esempio delle accelerazioni del numero dei frame volte a sottolineare l’esuberanza giovanile e il tumulto degli affetti e ancora di certi stacchi di montaggio, anticipati rispetto alla fine della sequenza apposta per sottolineare le reticenze e i non detti di una verità, quella che Matthias e Maxime faticano a confessarsi.
Carlo Cerofolini

martedì, luglio 07, 2020

DARK


Dark
di Baran bo Odar
con Louis Hofmann, Lisa Vicari, Andreas Pietschmann
Germania, 2017-2020
genere: drammatico, thriller, fantascienza, giallo
stagione: 1-3
episodi: 26
durata: 45-73
Cercare di scrivere una recensione di “Dark” è un compito tutt’altro che facile che potrebbe richiedere, tra le varie cose, anche un incredibile dono di sintesi.
Indubbiamente uno dei migliori prodotti della piattaforma Netflix, dobbiamo ringraziare due autori tedeschi per questa intricata, quanto meravigliosa serie tv.
Riuscire a spiegare in breve i personaggi e gli eventi richiede grande attenzione, così come la serie nei confronti della quale bisogna essere sempre molto attenti, ad ogni minimo particolare, anche quello apparentemente più insignificante. Di seguito solo l’inizio dei tantissimi eventi che, nel corso delle tre stagioni, hanno dato vita ad uno degli intrecci più belli ed entusiasmanti di sempre.
Ci troviamo a Winden, in Germania, il 21 giugno 2019 quando incontriamo per la prima volta tanti personaggi, a partire da Jonas Kahnwald, pseudo protagonista (perché alla fine non c’è né un protagonista né un antagonista) della vicenda, passando per la sua famiglia e per altre. Tutto inizia, nella prima stagione, con la sparizione del piccolo Mikkel Nielsen, fratello più piccolo di Martha (ex fidanzata del “protagonista” e ancora suo interesse amoroso) e Magnus, due coetanei di Jonas che, insieme a Bartosz, attuale fidanzato di Martha, e Franziska, fidanzata di Magnus, si ritrovano a cercare della droga, apparentemente nascosta, all’ingresso di una misteriosa caverna. In una buia e concitata sequenza, la telecamera cerca di seguire tutti i ragazzi, ma finisce per concentrarsi su Jonas, rimasto l’ultimo del gruppo, insieme al piccolo Mikkel. A un certo punto Jonas cade e tutto sembra fermarsi per un attimo. Quando la fuga riprende, però, Mikkel non c’è più, sembra sparito nel nulla. Ed è proprio da questa sparizione che ha “inizio” tutto l’intreccio al centro delle vicende narrate in “Dark”.
Ai giovani ed adolescenti Jonas, Martha, Bartosz, Magnus e Bartosz si vanno ad incastrare ed intrecciare le vicende degli adulti, genitori, parenti e non, ma anche dei più piccoli. E così la famiglia Kahnwald, composta da Jonas, dalla madre Hannah, dal padre Michael che, suicidandosi nel primo episodio, dà vita a tutta una serie di eventi e viaggi temporali e dalla madre adottiva di quest’ultimo, l’infermiera Ines si intreccia alla famiglia Nielsen, inizialmente composta da Magnus, Martha, Mikkel, dai genitori Katharina e Ulrich e dalla madre di lei, Helene, e dai genitori di lui, Jana e Tronte, ma anche alla famiglia Doppler, composta da Franziska e Elisabeth, figlie di Charlotte e Peter, quest’ultimo figlio di Helge e alla famiglia Tiedemann, composta da Bartosz, figlio di Aleksander e Regina, quest’ultima figlia di Claudia e nipote di Egon e Doris. A chiudere il cerchio, poi, altri personaggi che, direttamente e non, sono comunque legati almeno ad una di queste famiglie.
Naturalmente comprendere tutto quello che una serie come “Dark” vuole mostrare al pubblico, attraverso queste poche righe è pressoché impossibile. Anzi, la sensazione è che spesso sfugga qualche elemento e che anche lo spettatore più attento pensi di non riuscire ad essere più in grado di seguire la storia. In realtà gli ideatori Baran bo Odar e Jantje Friese sono riusciti a creare un prodotto complesso, ma dove tutto è comunque sempre collegato. E la terza stagione ne è la chiara dimostrazione. “L’inizio è la fine e la fine è l’inizio” è ciò che viene ripetuto più e più volte da determinati personaggi, ma è anche ciò che i due ideatori di una delle serie di maggior successo hanno voluto dire al proprio pubblico. Con la terza stagione si chiude un incredibile viaggio che è stato in grado di sorprendere ogni volta di più e di smontare tutte le varie teorie che sono circolate durante e prima la messa in onda. E si chiude con un finale degno di ogni aspettativa che, apparentemente, non dà le risposte a tutti i quesiti e tutti gli enigmi che si sono sviluppati nel corso del tempo, ma fornisce una chiave di lettura.
Quello di “Dark” è un viaggio davvero incredibile, in tutti i sensi, che, nonostante parta da una base già vista e presa in esame da molti altri, la sviluppa in un modo unico e inimitabile. Se già tanti altri personaggi, nel corso della storia, cinematografica e televisiva, ma non solo, avevano provato a viaggiare nel tempo, “Dark” non solo riesce nell’intento, ma sviscera il tempo e tutto ciò che da esso ne deriva in una maniera ben precisa e che, fin dall’inizio, sembra essere ben delineata.
Ad accompagnare l’incredibile struttura narrativa partorita dalle brillanti menti degli ideatori, non vanno assolutamente trascurate o dimenticate le prove attoriali del cast che, fin dai più giovani interpreti, contribuisce ad innalzare il livello della serie tedesca. Una fotografia, cupa e desolata, che trasforma ogni luogo e ogni situazione, anche le più drammatiche, in delle vere e proprie cartoline, è l’altro punto di forza, insieme alle musiche, sempre perfette, in grado di accompagnare lo spettatore facendogli intuire la gravità della situazione. Mai a caso, mai fuori posto, musica, fotografia ed effetti speciali (memorabili sono le immagini speculari, presenti in quasi tutti gli episodi che mettono a confronto i personaggi, i luoghi o le situazioni in una maniera unica) sono i tratti distintivi di una serie destinata ad essere ricordata a lungo. E ultimo, ma non meno importante, un plauso al casting e alla scelta degli attori che hanno interpretato lo stesso personaggio, ma in epoche, mondi e realtà diverse o parallele. La curiosità di fare una breve ricerca per scoprire se effettivamente si trattasse dello stesso personaggio, magari invecchiato o ringiovanito dal trucco, o di un parente prossimo ha probabilmente vinto tutti. Ma è anche la dimostrazione dell’attenzione, veramente ad ogni minimo particolare, per quella che, da molti, è stata decretata, a ragione, come la miglior serie Netflix.


Veronica Ranocchi

domenica, luglio 05, 2020

SOTTO IL SOLE DI RICCIONE


Sotto il sole di Riccione
di Antonio Usbergo, Niccolò Celaia
con Cristiano Caccamo, Lorenzo Zurzolo, Ludovica Martino
Italia, 2020
genere: commedia
durata: 100’
Da pochi giorni disponibile su Netflix, “Sotto il sole di Riccione” è il titolo estivo italiano sul quale punta la piattaforma nel nostro paese.
Le premesse e le aspettative non erano elevate, pur considerando un bel cast corale e, per la maggior parte, giovane e fresco. Ciononostante la pellicola svolge, ai limiti della sufficienza, il compito di puro intrattenimento senza alcun tipo di pretesa.
Le storie che si sviluppano e che, poi, finiscono, come sempre succede, per concatenarsi l’una con l’altra vedono protagonisti tanti amici e diverse coppie, con un pizzico di divertimento che non guasta mai.
Ciro è un giovane con la passione per la musica che si reca a Riccione per sperare, senza successo, di sfondare in questo campo. Viene, comunque, trattenuto in città perché assunto come bagnino, lasciando sola a casa la fidanzata Violante (che invia la migliore amica per tenere a bada il compagno). Marco, invece, per l’ennesimo anno a Riccione, sperando di riuscire a farsi notare da Guenda, trova una camera da condividere con lo stravagante Tommy, pronto fin da subito ad aiutarlo, insieme all’affittuario della casa, Gualtiero, un latin lover in grado di fare cadere ogni donna ai propri piedi.
Ma ci sono anche Furio, aspirante bagnino che conoscerà Vincenzo, un ragazzo cieco, recatosi a Riccione proprio per fare finalmente nuove amicizie, ma che troverà, invece, l’amore con la bella Camilla, fidanzatissima da diversi anni, ma incastrata, in realtà, in una relazione finita che nessuno dei due ha il coraggio di chiudere. A fare da cornice alle vicende di questi giovani ragazzi, la madre di Vincenzo, Irene, molto apprensiva, talvolta fin troppo, che, in vacanza insieme al figlio, conoscerà Lucio, un buttafuori dal cuore tenero.
Tanta estate, tanti colori e tanta voglia di mare sono gli ingredienti principali di questa commedia. Complice l’uscita nel periodo estivo e complici le continue restrizioni dovute all’emergenza sanitaria, “Sotto il sole di Riccione” rappresenta una boccata d’aria fresca, non così negativa come le premesse avevano fatto intendere. E’ vero che siamo di fronte all’ennesimo prodotto italiano stereotipato, ricco dei più grandi cliché tra i vari personaggi e che la fregatura è sempre dietro l’angolo. Non ha sicuramente le pretese di diventare chissà quale prodotto o di voler mostrare e insegnare chissà cosa, ma, come già detto, riesce nel suo scopo principale: quello di intrattenere. Le battute e le situazioni hanno il sapore di già visto, ma hanno la capacità di far staccare la spina e far “rimpiangere” al pubblico quell’estate che, almeno per quest’anno, non potrà essere vissuta allo stesso modo.
I colori, la musica (che accompagna tutta la narrazione, usando come filo conduttore il concerto di Tommaso Paradiso e le sue hit, tra le quali una dà addirittura il titolo al film) e qualche performance di alcuni attori sono gli unici aspetti che riescono ad emergere veramente e a oltrepassare la superficie. Un’ora e quaranta di spensieratezza e nulla più, con prove non sempre convincenti e intrecci talvolta forzati e prevedibili, ma che fanno compagnia in un’estate un po’ anomala.

Veronica Ranocchi

venerdì, giugno 26, 2020

NEVER RARELY SOMETIMES ALWAYS


Never rarely sometimes always
di Eliza Hittman
con Sidney Flanigan, Talia Ryder, Théodore Pellerin
USA, UK, 2020
genere: drammatico
durata: 101’
Un film che, fin dal titolo, lascia trasparire l’intento di smuovere emozioni continue e, talvolta contrastanti, nello spettatore. Questo è quello che si può immediatamente dire di “Never rarely sometimes always” di Eliza Hittman che confeziona un film davvero intenso, seppur nella sua apparentemente semplice costruzione e struttura.
La storia non è una storia inedita nel mondo del cinema, anzi si tratta di un argomento già trattato, più e più volte in vari modi e sotto svariati punti di vista. Autumn è una giovane diciassettenne della Pennsylvania che sembra avere la vita di una normale adolescente e ragazza della sua età, fatta eccezione per una gravidanza improvvisa e assolutamente non prevista. Grazie all’aiuto della cugina, praticamente coetanea, Skylar, cercherà di trovare una soluzione a questa sua nuova ed inaspettata situazione. Senza dire niente ai genitori e in un silenzio che spesso sembra varcare la soglia del mutismo, soprattutto in determinate circostanze e di fronte a determinate persone, la giovane protagonista deve prendere una difficile decisione.
Un silenzio, spesso assordante, è quello che segue l’intera vicenda di Autumn, accompagnandola e sostenendola in un viaggio più che formativo. Non si ha mai la sensazione di essere di troppo, ma di essere sempre al fianco della giovane e di supportarla nelle varie vicende che si ritrova costretta a vivere.
Le emozioni sono autentiche, mai forzate, a sottolineare una veridicità e un modo di approcciarsi ad una vicenda del genere diverso rispetto a quanto fatto da altri autori passati. Nonostante lo spettatore sia a conoscenza di tutto ed entri nell’intimo della ragazza, viene comunque sempre mantenuto un certo pudore, una certa distanza e una certa riservatezza. Trattare un tema così delicato non è mai semplice, ma la Hittman sembra riuscirci. Guardando questo film si ha la sensazione che la regista si sia messa nei panni della giovane grazie al modo attraverso il quale racconta una storia del genere, senza nessuna sbavatura, senza ricorrere al banale o al patetico.
Emblematica, sia perché dà il titolo alla storia sia perché rappresenta forse il punto più alto (o più basso) toccato dalla giovane Autumn, ma anche dal film stesso, è la scena della visita e delle domande da parte della dottoressa che deve sincerarsi delle condizioni della paziente e capire qualcosa di più della vita passata di quest’ultima. Le domande, alle quali la protagonista può rispondere solamente scegliendo una delle quattro opzioni fornite (never, rarely, sometimes, always che tradotti significano mai, raramente, qualche volta, sempre) iniziano quasi in maniera generica per poi scendere nel particolare e nel personale, andando a cercare di violare una giovane vita già più che provata da una gravidanza inaspettata. L’abilità in questa scena sta, oltre che nell’intensa interpretazione dell’attrice, Sidney Flanigan, nell’immobilità della macchina da presa che solo inizialmente ci mostra la dottoressa, ma che poi si stabilizza su Autumn e non la lascia più andare, insistendo sulle emozioni e sulle sensazioni che domande del genere suscitano in lei. 
Un’esagerazione e un’esasperazione che, però, si possono vedere come una carezza, un tendere la mano alla ragazza che, in un momento di difficoltà, ha solo bisogno di aiuto. Un aiuto che non ha trovato invece in chi la circonda, nelle persone che dovrebbero starle vicino, nella società che non mette mai, nemmeno per un istante, in dubbio niente (il capo che le impedisce di finire il turno un paio d’ore prima ne è la chiara dimostrazione). Autumn è apparentemente sola e da sola deve combattere e cadere. Cadere, ma soprattutto rialzarsi.
Intensità ed emotività al massimo, grazie alla storia, al modo di raccontarla e all’ottimo esordio delle due giovani protagoniste che, con un solo sguardo, riescono a far trasparire la vera essenza di ogni cosa.

Veronica Ranocchi

domenica, giugno 21, 2020

giovedì, giugno 18, 2020

THE LAST DAYS OF AMERICAN CRIME


The last days of American crime
di Olivier Megaton
con Edgar Ramirez, Anna Brewster, Michael Pitt
USA, 2020
genere: thriller
durata: 149’
“The last days of american crime” poteva essere un thriller ricco di azione e colpi di scena, uno di quei film che incollano lo spettatore allo schermo grazie ad una carica adrenalinica continua.
Peccato che ciò non avvenga nel lunghissimo film di Olivier Megaton, disponibile su Netflix ed uscito praticamente in concomitanza con tutta la situazione che si è venuta a creare negli Stati Uniti, a seguito dell’uccisione di George Floyd. E anche questo è un punto a sfavore del lungometraggio che poteva sicuramente sfruttare meglio lo spunto dal quale si sviluppa l’intera vicenda. Invece sembra quasi mettere da parte un’informazione del genere che, adesso, col senno di poi, sarebbe stata la chiave di volta principale sulla quale puntare l’attenzione.
Graham Bricke è un criminale che, in un’America nella quale il governo ha in programma di trasmettere un segnale che possa rendere impossibile a chiunque il tentativo di commettere atti illeciti di qualsiasi genere, decide di allearsi con il famoso gangster Kevin Cash e con l’hacker del mercato nero Shelby Dupree per tentare il colpo del secolo. Così facendo rimarrebbe un ultimo baluardo di cattivi o nemici dello stato in grado di tener vivi gli ultimi giorni del crimine americano, destinato, invece, lentamente ad estinguersi.
Un thriller distopico che, però, mette in scena una storia già vista e che non aggiunge niente di nuovo ad un repertorio già di per sé stracolmo di “avventure” del genere.
Nemmeno il cast e le interpretazioni degli attori, Edgar Ramirez, Anna Brewster e Michael Pitt soddisfano a sufficienza e non riescono a innalzare il livello del film che resta, invece, piuttosto basso e insoddisfacente.
Una durata decisamente eccessiva per la storia messa in piedi dal regista francese di origine italiana che accumula tutta una serie di informazioni e personaggi facendo spesso uso della violenza, talvolta anche in maniera eccessiva, seppur sempre per voler sottolinearne la brutalità.
Colori scuri, personaggi cupi e scenografia e fotografia abbastanza buie, proprio a rimarcare tutta questa negatività e violenza che si sposa bene con i personaggi, che sono comunque dei criminali, ma anche con tutti gli agenti che, invece di rappresentare la giustizia e il bene, sono disegnati come i veri cattivi della vicenda (anche se la distinzione tra buoni e cattivi è molto sottile, se non addirittura quasi inesistente).
Adattamento cinematografico dell’omonima graphic novel, “The last days of american crime” non riesce, complice anche l’infelice combinazione di eventi con i quali si è dovuto (e si deve) “scontrare” al momento, ad attirare l’attenzione e a raggiungere comunque un livello soddisfacente. Due ore e mezzo per raccontare qualcosa che poteva benissimo essere condensato in un tempo minore o in maniera diversa.

Veronica Ranocchi

lunedì, giugno 15, 2020

ARTEMIS FOWL


Artemis Fowl
di Kenneth Branagh
con Ferdia Shaw, Lara McDonnell, Nonso Anozie
USA, 2020
genere: avventura, fantastico, fantascienza
durata: 93’
Sono state tantissime le critiche mosse verso questo adattamento cinematografico dei primi due libri dell’omonima saga di Eoin Colfer.
L’ultima fatica da regista di Kenneth Branagh, disponibile sulla piattaforma Disney Plus sembra non essere stata apprezzata dal pubblico, soprattutto dai più fedeli fan dei libri che hanno atteso diversi anni. Quello che tutti si aspettavano era un inizio scoppiettante degno di diventare il perfetto trampolino di lancio per una nuova indimenticabile saga cinematografica che avrebbe dovuto fare la fortuna della casa di produzione. Purtroppo sembra che questo rimarrà un sogno nel cassetto, dati i riscontri principalmente negativi, dovuti, in gran parte, ad un prodotto che non ha niente di colossale e che sembra voler dire tanto in poco tempo, inserendo personaggi, elementi e legami in maniera troppo caotica.
La storia si sviluppa intorno al dodicenne geniale e miliardario Artemis Fowl. Quando il padre di quest’ultimo viene rapito, il ragazzino, sfruttando le sue doti, in parte innate, in parte imparate proprio dal genitore, decide di rapire una fata. Il suo piano prevede di rubare la magia a quest’ultima, in modo da poterla sfruttare per salvare il padre. In realtà, però, così facendo dovrà superare molti più ostacoli del previsto prima di arrivare al suo scopo finale.
La storia, molto avvincente, ha lo scopo di immergere il pubblico letteralmente in un mondo nuovo, facendolo entrare in contatto con particolari personaggi, la maggior parte dei quali magici, in modo da vivere una vera e propria avventura al fianco del protagonista. In realtà, però, quello che accade è tutt’altro. I personaggi che vengono introdotti attraverso la narrazione proprio di uno di loro sono dati praticamente per scontato e, soprattutto chi non ha letto i libri, riscontra delle difficoltà nel comprendere i vari ruoli e i vari compiti di ognuno. Oltre a questo va detto che non c’è un vero sviluppo e una vera evoluzione dei personaggi che, anzi, sembrano talvolta costretti a determinate scelte piuttosto che altre semplicemente per il procedere della narrazione. Anche attori più noti, e che dovrebbero fare da traino per un pubblico più vasto, come Colin Farrell, nel ruolo del padre, e Judi Dench, in quello del comandante Tubero, non riescono ad emergere all’interno della storia, che risulta piatta, senza nessun guizzo particolare.
La nota positiva è sicuramente dettata dall’interpretazione di Josh Gad, nel ruolo del nano gigante Bombarda Sterro, che è anche il narratore della vicenda e che riesce a catturare l’attenzione dello spettatore.
Si tratta, insomma, di un prodotto probabilmente ridimensionato a causa delle circostanze che, per la piattaforma streaming nella quale è disponibile, può essere utilizzato come titolo di richiamo che permette di gustare un’avventura adatta a tutti e trascorrere un’ora e mezzo in un nuovo mondo. Sicuramente indirizzato più verso un pubblico giovane, l’ “Artemis Fowl” di Kenneth Branagh non convince pienamente. Peccato.


Veronica Ranocchi

domenica, giugno 14, 2020

LA FOTO DELLA SETTIMANA


Catwoman (Anne Hathaway)

INVISIBILI: DIMENSION BOMB


Dimension bomb
di, Morimoto Koji
genere, animazione
[in “Genius party beyond”, ep. IV]
Giappone, 2008
durata, 20’




She knows the rain
It brings her up and takes her down
It’s all the same
- Opal -



Quel qual alone di tristezza che da sempre avvolge l’Arte per i limiti intrinseci legati alla più generale inconsistenza della vicenda umana, trova nella forsennata consuetudine tardo moderna un perverso complice/carnefice in grado, al tempo, di vellicare la speranza circa la di lei capacità di incidere continuativamente anche in una prassi oramai ostaggio del più unanime materialismo e di frustrarne la medesima velleità diluendola in primis nel gorgo delle sollecitazioni infinite che assediano l’immaginario contemporaneo. Il risultato più banale ma anche più deprimente di questa contraddizione (perché evoca una perdita patita sotto forma di una assenza nemmeno più vissuta come tale) è la relativa facilità con cui un’opera degna quantomeno di essere sottoposta alla curiosità di ipotetiche vaste platee passa bensì sotto silenzio o - e per certi aspetti è anche peggio - resta confinata nei ghetti specialistici e/o nei solipsismi devozionali.

Da tale deriva è persino impellente riscattare (ed è in questi casi più che in altri che ci si riscopre critici, ovvero orrendamente mediocri) un lavoro come il presente “Dimension bomb” di Morimoto, contenuto a mo’ di episodio nell’animazione collettiva dal titolo “Genius party beyond”, del 2008. In genere, la tentazione prevalente di fronte a creature dell’ingegno e della passione restie, come questa, a concedersi tanto all’indagine razionale quanto all’immedesimazione distratta, è quella di liquidarle, nel migliore dei casi, come esercizi di stile: attitudine, a volte, non dissimile dalla carica mistificatoria attribuita a un pensiero di cui si intuisce - e si teme - una certa carica eversiva. Eventualità in ogni caso tutt’altro che peregrina, la predetta - per carità - risulta però spesso insufficiente a smontare per intero la legittimità di taluni sforzi formali qualora si convenga su un paio di considerazioni. Innanzitutto - ed è molto meno ovvio di quello che si è disposti ad ammettere - per esercitarcisi, su uno stile, bisogna averlo. E già qui la faccenda si complica. Inoltre, il particolare ambito preso in considerazione, quello più ampio delle immagini con nel suo grembo l’altro, più specifico, del disegno (animato), per sua natura risulta dotato di un’arma di eccezionale efficacia: l’ascendente visivo. Ossia, di base, il potenziale pressoché infinito di tessere - a partire da un insieme di segni organizzati per il tramite di un determinato bagaglio tecnico da una variante individuale dell’estro, del senso estetico e della fantasia - trame, rimandi, associazioni ulteriori, cortocircuiti linguistici, senza che ciò necessariamente chiami in causa una premessa e una soluzione logica o, meno ancora, il conforto di una spiegazione. In tal senso, proprio il minifilm dell’autore nipponico si presta - suo malgrado, ovviamente - a indossare le vesti di parziale ma indispensabile abbecedario sullo stato di avanzamento del costante processo di approssimazione, sovrapposizione e rielaborazione di procedimenti, schemi e modelli al servizio dell’esuberanza creativa.

All’interno di un orizzonte siffatto, allora, diviene oltreché congrua anche necessaria la corte di giustapposizioni, di alternanze nervose di tonalità e cesure narrative, di stasi premonitrici di una prepotente dimensione alternativa che brulica a un niente dalla superficie del reale. Lo stesso per angosce sommesse entro sghembe accelerazioni e rallentamenti stupiti che insieme si inseguono, si accavallano e si alternano lungo le traiettorie di un racconto che abdica da subito ai criteri di linearità e consequenzialità puntando su figure umane affidate a un tradizionale tratto continuo però quasi stilizzato, i cui dettagli vengono tenuti in tensione ariosa e geometrica più dalle variazioni cromatiche che dagli interventi sui volumi (talvolta si fa persino ricorso a una bidimensionalità tanto ricercata quanto icastica), chiamando poi quelle e questi a integrarsi con un ambiente - volta per volta agreste, metropolitano, industriale - al quale è la CGI a dettare le direttrici di sviluppo e a conferire consistenza, in un doppio registro espressivo che alla fluidità e alla freschezza del gesto e dell’atteggiamento associa, certo per contrasto tuttavia secondo i percorsi inediti di uno strambo ma a suo modo febbrile incanto - ecco il primo e più seducente dei pregi del tentativo di Morimoto - la staticità minacciosa della materia e la languida opalescenza del paesaggio, a corroborare l’evenienza di una dilatazione lisergica dell’impeto spirituale dell’ukiyo-e. Tutto ciò a partire da un compatto cielo blu oltremare su cui in lontananza procede orizzontalmente una sorta di velivolo (un’astronave in manovra di atterraggio ?), mentre una ragazzina in tunica, sneakers e grosso nastro a intrappolarle i capelli improvvisa in un sotterraneo una danza sotto una lampada oscillante al centro di un suo personale cerchio magico il quale, più avanti, diventa semplice sfondo bianco a cui regalare eleganti movenze da circassa impreziosite qua e là da intarsi e schizzi di colore degni di una lama di Masamune o delle celebri schegge grafiche kandinskijane. Indi, la sospensione iniziale si tramuta, sulla scia di un tappeto sonoro elettronico, in un essere antropomorfo con cui la protagonista non ha la minima relazione ? Che ha forse solo immaginato ? O che con la forza del desiderio ha in qualche misterioso modo concorso a evocare ? Quesiti oziosi: lo scarto di qualche fotogramma ed è già tempo di cominciare comunque a interagire privilegiando il linguaggio simbolico dei segni e dell’ironia fanciullesca (“Cheese !”) a esorcizzare, forse, una istintiva aptofobia, per poi inseguire insieme una farfalla accompagnati dal commento meditabondo di un fraseggio di piano: “Non è facile come pensi” (questa come le altre sparute linee di dialogo sono recitate da una infantile voce femminile tanto vivace quanto interrogativa, orchestrata su brevi risolini, lallazioni, nonsense), “Se ci fosse una farfalla in un campo credo che la prenderei” (qui di nuovo il tratteggio si fa essenziale, la prevalenza delle sfumature tenui accompagna l’incanto delle prime volte con le sue esitazioni e i suoi stupori). Ma il desiderio è tale anche e soprattutto perché recalcitra davanti alla stabilità e alla ripetizione e con la stessa disinvoltura con cui elegge l’oggetto preferito della sua indagine così lo respinge (“Uffa, ti odio !”), invitandolo a suo modo a incarnarsi, a prendere una foggia quantomeno riconoscibile, processo che di solito assume i connotati di un trauma violento, nel caso tanto in parte indotto quanto in sostanza registrato passivamente, a dire senza che si faccia nulla per evitarlo, fino a quando lo strazio per la avvenuta separazione (che, a questo stadio, è già una separazione da una parte di sé stessi) è troppo lancinante da essere sopportato ed esige una ammenda…

Se il Passato è il regno dell’inevitabile, il Futuro si costruisce a partire dall’istante, ovvero dalla possibilità che a esso si concede di dispiegarsi in reiterate porzioni di Tempo al fine di accoglierne e sostenerne l’affacciarsi alla percezione. Ed è l’istante in cui l’alieno - così lo definisce la voce-bambina - dopo un processo assimilabile a un parto durante il quale si vede strappare di dosso (o viene costretto a separarsi, come sacrificio per accedere a un mondo nuovo) la propria forma astrale (l’anima ?) lasciata a una inerzia invisibile che la conduce (muta, a testa in giù, in un dolce collasso dilatato all’infinito) tra vicoli in penombra, edifici fatiscenti, grattacieli sbriciolati, raffinerie/acciaierie/futuribili laboratori abbandonati, condomini immensi e silenziosi, lungo litoranee e prospettive desertiche o montuose (parliamo dell’inserto più arreso e metafisico del film), sutura la lacerazione della sua diversità e rinasce come promessa, come ipotesi di armonia tra razze a tutta prima incompatibili, riannodando le trame di quello stesso desiderio che il sospetto, l’impazienza, l’ignoranza avevano - come accennato - interrotto: “Se sparissi dal mondo, saresti triste ? “, domanda ora sussurrando la voce-bambina. “Io lo sarei di sicuro”. Così, la oculata spensieratezza compositiva - quelle cromie sinterizzate sui gialli impalpabili, gli arancio pieni e decisi, i rossi e gli ocra più lievi, gli scuri e i neri impenetrabili, tipo occhi senza fondo; quelle sagome severe e come intente delle architetture e degli scorci, la fissità mai inerte degli scenari naturali - si raccoglie in una parentesi ai confini dell’avventura sensoriale, verso cui confluiscono anche il dettato della volontà (sfidare l’evidenza) e la disposizione sentimentale (ambire a un ordine rigenerato e giusto): qualcosa di maestoso e di intimo, di crudele e di beato (“Sembra agrodolce”), pulsione verso l’inesistente (“Shin, fagli una foto”) di due mondi complementari divisi dalla dicotomia simmetrica inverno-primavera (metà di quel cielo ordinario adesso si è indurito in una oscurità nevosa; l’altra persiste placida in una calma turchese. Al centro un sole splendente fa baluginare gli estremi angelico-demoniaci delle sue ipotetiche evoluzioni) eppure sorretti dalla sofferenza che la progressione circolare di quel desiderio originario implica, nella speranza illusoria ma incoercibile di un suo superamento (“Ecco perché mi piace il gelato fritto”), prima di scoprirsi solidali e vulnerabili davanti alla contemplazione di un tramonto, accettando, cioè, di una condizione di confidente vicinanza tanto l’esemplarità che la pena.

Indipendentemente dai giudizi, esiste l’eventualità che la collocazione migliore per un singolare oggetto come “Dimension bomb” si trovi in quella impertinente gratuità grazie alla quale azzardo, sperimentazione, destrezza e sguardo ludico si incontrano per il solo piacere di ricombinarsi liberamente comportandosi come elementi primari di una suggestione ingenua (che, si badi, non vuol dire credulona e, men che meno, stupida, come per lo più intende la contemporaneità ottusa, ma pronta ancora a scommettere - e quindi, certo, anche a perdere - sulla meraviglia nascosta delle cose) in grado di prendere corpo e trasformarsi mano mano in una configurazione aperta, curiosa, se così si può dire, a testimonianza ulteriore di come l’Arte, per quanto imperfetta e sempre più marginale, insista a voler funzionare a più livelli e in direzioni diverse. A questo proposito, potrà risultare interessante e/o sorprendente, a seconda delle sensibilità personali, affiancare alle tavole in movimento di Morimoto, ad esempio, la prima parte di “In a silent way” di Davis o, magari, “Voice of the turtle” di Fahey.

“Cheese !”.

TFK

martedì, giugno 09, 2020

THE QUARRY


The Quarry
di Scott Teems
con Michael Shannon, Shea Whigham, Catalina Sandino Moreno
USA, 2020
genere: thriller, drammatico
durata: 98’
Tratto dal romanzo omonimo di Damon Galgut “The Quarry” di Scott Teems è il nuovo film che vede protagonisti Michael Shannon e Shea Whigham.
Siamo in Texas dove conosciamo il reverendo David Martin, in viaggio verso la chiesa di Bevel per un nuovo incarico. Durante il tragitto incontra un uomo, quasi privo di sensi che decide di aiutare e con il quale cerca di intrattenere un dialogo. Questi, però, invece di confidarsi uccide il reverendo, nasconde il corpo e decide di stabilirsi nella città di quest’ultimo prendendone l’identità. Diventando, quindi, un finto predicatore comincia a fare sermoni incentrati sul perdono che vengono apprezzati dagli abitanti del luogo, tranne che dal capo della polizia locale che, invece, inizia ad insospettirsi.
Una narrazione che fatica a decollare, soprattutto a causa di un’oppressione sia spaziale che temporale. Non ci sono riferimenti particolari e precisi sulla data, né tantomeno sullo spazio che appare, anzi, molto soffocante, sia per i colori utilizzati sia per i movimenti molto limitati dei personaggi sia per i luoghi molto circoscritti entro i quali si svolgono i fatti. E quest’assenza di indicazioni contribuisce a creare un alone di mistero intorno a tutta la storia. Allo stesso modo non vengono fornite informazioni nemmeno sul protagonista, interpretato da Shea Whigham, recentemente osservato al cinema in “Joker” che qui finalmente può vantare un ruolo primario. Non sappiamo niente di lui perché è intorno a questa maschera che lui si crea che ruota il perno della vicenda. Ma non ci dobbiamo limitare al personaggio, al mistero e ai segreti che lui si porta dietro. Bisogna guardare oltre e considerarlo come una chiave di lettura. Dovrebbe incarnare il perdono, la consapevolezza di un errore e la successiva redenzione. In realtà, però, ciò che trapela è la convinzione che non ci sarà mai una seconda possibilità, cosa che si deduce anche dalle continue visioni del protagonista.
La progressione finale che porta ad una sorta di risoluzione è forse un po’ troppo veloce e non permette di comprendere completamente le decisioni che hanno spinto il personaggio a compiere determinate scelte.
Affidare il tutto in maniera equa sia al protagonista che al capo della polizia, interpretato da Michael Shannon, il Walt di “Cena con delitto – Knives out”, sarebbe forse stata la scelta più opportuna, invece che limitare il tutto alle visioni del finto predicatore, ai continui ralenti e agli sguardi in macchina del vero reverendo che, però, così facendo, sembra indirizzarsi direttamente al pubblico  e suggerirgli cosa fare, come agire e come comportarsi.
Peccato perché l'idea di fondo, già vista in diversi altri contesti, dal cinema alla letteratura, poteva essere sicuramente sviluppata in maniera diversa.

Veronica Ranocchi