lunedì, novembre 29, 2021

È STATA LA MANO DI DIO

È stata la mano di Dio

di Paolo Sorrentino

con Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo

Italia, 2021

genere: drammatico

durata: 130’

Un Sorrentino all’ennesima potenza, degno di tutti i riconoscimenti possibili quello di “È stata la mano di Dio”.

Il film, presentato in anteprima al Festival di Venezia, è adesso nelle sale, in attesa di sbarcare su Netflix dal 15 dicembre.

Etichettato con svariati appellativi dall’anteprima mondiale a oggi, il film di Sorrentino è forse il suo migliore da intendersi come autentico. Con “È stata la mano di Dio” Sorrentino si racconta, si mette a nudo e si interroga, interrogando anche chi sta guardando.

Il film mostra l’adolescenza del regista premio Oscar, concentrandosi non tanto sulla sua vita, quanto su tutto ciò che lo circonda e soprattutto chi, dai parenti agli amici. Ed ecco che conosciamo zia Patrizia, personaggio quasi surreale che, in un certo senso, farà da filo conduttore in tutta la narrazione. Ma anche l’amico Armando, lo “zio” Alfredo e, ovviamente i genitori e il fratello (anche la sorella, nonostante si rifugi costantemente in bagno). Tutti hanno a che fare, più o meno direttamente, con Fabio “Fabietto” Schisa, protagonista indiscusso, sotto tutti i punti di vista. Fabietto è l’alter ego di Sorrentino, anche se ciò non viene mai detto esplicitamente, anche se ci sono variazioni e “licenze poetiche”. Dall’evidente somiglianza fisica alle vicissitudini che lo colpiscono, dall’ambiente nel quale cresce all’idolo indiscusso, tutto richiama Paolo Sorrentino, come lui più volte ha spiegato e ripetuto.

A mettere d’accordo l’allegria e la voglia di scherzare del padre di Fabietto e la dolcezza della madre, ma anche la vicinanza del fratello e tutte le dinamiche della famiglia sempre più grande c’è l’idolo che tutta la Napoli (e non solo) degli anni ’80 sogna: Diego Armando Maradona. Il suo arrivo al Napoli fa da sfondo alla storia raccontata da Sorrentino. È sia il sogno di Fabietto, così come di tanti altri, tifosi e non, come lui, sia la speranza di un cambiamento che, partendo dal calcio, si può espandere oltre e portare nuova vita e nuova linfa alla splendida Napoli che culla “È stata la mano di Dio” fin dalla primissima inquadratura.

Un concentrato di amore sotto tutti i punti di vista. Il film di Sorrentino racconta l’amore per una famiglia, l’amore per Maradona (che il regista ha ringraziato anche in occasione della cerimonia dei premi Oscar), l’amore per la sua Napoli, al pari di grandi ed eterne città di cui la cinematografia (e non solo) è piena e l’amore per il cinema. Quell’arte che lo ha fatto evadere, che lo ha portato lontano da Napoli e al contempo sempre più vicino e che lo ha salvato e continua a salvare.

“La realtà è scadente” è forse una delle frasi più significative dell’intero film che racchiude quanto appena detto, ma anche l’idea di cinema che Sorrentino ha portato, e continua a portare, avanti. Quella che disegna è una realtà diversa non solo dalla vera realtà, ma anche dalla realtà cinematografica alla quale siamo abituati solitamente. La sua è un’immersione totale e completa. Fabietto è Paolo e Paolo è Fabietto. Entrambi hanno subito una grave, gravissima perdita ed entrambi sono stati salvati proprio da quella famigerata “mano di Dio”. Ma in realtà Fabietto siamo noi. Nelle sue scelte, nelle sue difficoltà e nelle sue incertezze. Affiancato da personaggi talvolta fin troppo caricaturali (come in pieno stile sorrentiniano), riesce ad affrontare tutti gli ostacoli che la vita gli mette davanti perché si prefigge un obiettivo, un sogno, uno scopo.

Un film attento a tutto, dove niente è lasciato al caso. Dalle parole, con le quali è sempre stato molto abile il regista partenopeo, alle immagini che si soffermano con estrema cura e dolcezza su particolari e luoghi degni di rimanere impressi nella mente dello spettatore.

Ma non solo parole e immagini. Anche interpretazioni. In questo caso, una su tutte è quella di Filippo Scotti che, nei panni di Fabietto, regala una vera e propria magia. Un premio Marcello Mastroianni a Venezia quasi d’obbligo. Ridiamo con lui e soffriamo con lui. Lo guardiamo cercare di capire il mondo e di capire sé stesso. Ride e si diverte con il padre, si spaventa per i litigi dei genitori e si arrabbia in una scena cruciale. Ma soprattutto scruta il mondo, il futuro, quello che lo aspetta con uno sguardo a tratti assente, a tratti sognante, a tratti affamato. Che è poi lo sguardo di Paolo Sorrentino.

Non “È stata la mano di Dio” solo per Fabietto (e Paolo). Lo è stata anche per noi, dopo la visione di questo film. In attesa di futuri riconoscimenti, per il momento resta la sensazione indescrivibile di sogno, bellezza e speranza che si ha una volta usciti dalla sala.


Veronica Ranocchi

mercoledì, novembre 03, 2021

BELLE

Belle

di Mamoru Hosoda

Giappone, 2021

genere: animazione, fantastico, avventura

durata: 122’

Mamoru Hosoda ha presentato ad Alice nella città il suo ultimo film d’animazione “Belle”, al quale ha fatto seguito anche una masterclass.

Come indica il titolo stesso, il film è un chiaro richiamo alla figura di Belle, protagonista de “La Bella e la Bestia”, ma posta nella quotidianità di oggi, 2021.

Al centro di tutto c’è Suzu, una diciassettenne rimasta orfana della madre che vive con il padre dal quale, a poco a poco, si sta allontanando così come dalla passione per la musica che condivideva proprio con il genitore defunto. Le giornate per Suzu si svolgono tutte allo stesso modo in maniera monotona e ripetitiva. Questo finché la ragazza non scopre l’esistenza di U, un social che permette la creazione di profili virtuali dove essere, quindi, qualcun altro. Creandosi il proprio alter ego, dal nome Belle, Suzu inizia a riprendere in mano il canto, dando libero sfogo a questa sua passione e diventando, in breve tempo, una vera e propria star di questa realtà virtuale. Tutto sembra procedere per il meglio finché non arriva un drago a scombinare le carte in tavola.

La bravura di Hosoda nella sua nuova opera sta nel riuscire a fondere perfettamente passato e presente (con un pizzico di futuro). Quello che ci mostra è qualcosa di non troppo distante da quello che vediamo continuamente ogni giorno e nemmeno da quello in cui potremmo “cadere” molto prima di quanto possiamo immaginare. La realtà virtuale è sicuramente un qualcosa di già utilizzato e analizzato nel cinema (“Ready Player One” di Spielberg è uno dei titoli da citare), ma Hosoda è abile nel riuscire a dargli una connotazione differente, intersecandola e incastrandola come in un puzzle con la quotidianità. Non a caso, infatti, le vite si intersecano tra realtà reale e virtuale tanto che l’unico modo per risanare determinate ferite è “scambiarsi”.

Ma un’altra fusione più che efficace tra passato e presente è anche da intendersi come la fusione tra un grande classico dell’animazione Disney, la già citata “La Bella e la Bestia”, e la quotidianità di oggi. I movimenti, le parole, le situazioni e le dinamiche così come i personaggi sono gli stessi del grande classico. Qui tornano e sembrano quasi sfidare lo spettatore che, in alcuni frangenti praticamente identici, è spinto quasi più a trovare le similitudini tra le due opere piuttosto che seguire la narrazione. Anche perché ne conosce già le conseguenze. Con tematiche analoghe e sviluppo delle stesse in maniera quasi identica “Belle” mette anche al centro la femminilità della protagonista e, con lei, l’importanza della figura femminile universale. È lei che salva la situazione; è lei che salva il mondo. Gli equilibri si invertono e invece di essere la classica “principessa/protagonista” da salvare è la salvatrice. L’unica e sola che agisce, facendo ricorso agli altri solo per avere supporto, sostegno e suggerimenti. Lei è la protagonista, il “problema” e la soluzione. Sembra prendere alla lettera la frase “ognuno è artefice del proprio destino”. Suzu se lo crea, lo modella su sé stessa, sui suoi interessi e sulle persone che la circondano senza, però, farsi troppo influenzare da queste ultime, e lo utilizza per diventare prima Belle e poi davvero Suzu.

Ed è questo il grande insegnamento che Mamoru Hosoda vuole darci. Quello di una libertà ricercata, agognata e finalmente pronta ad essere “utilizzata”. Tra le righe anche altre tematiche che trovano il loro sviluppo in parallelo a quella centrale.

Un film sulla forza di credere in sé stessi e sul sapersi sempre rialzare dopo una sconfitta o una perdita.

Mamoru Hosoda ha ancora tanto da raccontare, per fortuna.


Veronica Ranocchi

lunedì, novembre 01, 2021

ANNI DA CANE

Anni da cane

di Fabio Mollo

con Aurora Giovinazzo, Federico Cesari, Isabella Mottinelli

Italia, 2021

genere: drammatico, commedia

durata: 97’

Presentato in anteprima ad Alice nella città e adesso disponibile su Prime Video, “Anni da cane” è il nuovo film di Fabio Mollo con un cast di giovani e giovanissimi.

Come indicato dal titolo, il film si sviluppa a partire da un’idea un po’ bizzarra: quella di considerarsi un cane e quindi calcolare la propria età come quella dell’animale domestico. Per questo la protagonista Stella, dovendo compiere 16 anni, pensa di doverne fare 112, come il suo cagnolino al quale è legata a seguito della scomparsa del padre.

Dal quel momento la sua vita è incasinata, a casa e fuori. Dentro le mura domestiche la madre si affida ai tarocchi e la sorella di 18 anni la detesta. Considerando che pensa di essere ormai con un piede nella fossa, Stella ha compilato una lista di cose da fare prima di morire. Per completare il lungo elenco avrà, però, bisogno dei suoi due migliori amici, Nina e Giulio. E poi anche dell’arrivo di Matte.

Una storia di formazione che sembra avere tutti i presupposti per essere originale e diversa dalle altre. Purtroppo, però, la direzione presa dal film è un’altra.

Visto e descritto come una fiaba, il film gira intorno alla propria protagonista assecondandola in tutto e perde di vista gli spunti iniziali. I personaggi secondari sono fin troppo secondari e tutto lo sviluppo che potevano promettere fin dai primi istanti rimane in superficie. Vengono chiamati in causa solo nel momento in cui ci si riferisce alla protagonista.

Tematiche importanti, come amicizia, amore, crescita e anche morte, sono trattati in maniera “leggera” per adattarli a un pubblico teen o comunque molto giovane. Ma, talvolta, sono fin troppo accentuati. Il malessere della protagonista è messo in evidenza fin dal primo istante ed esibito per tutta la durata del film. Una differenza sostanziale, quindi, tra “Anni da cane” e un film come “Sul più bello” dove è presente una situazione di disagio, ma meno accentuata. Non si pone l’attenzione sul malessere, quanto su quello che può alleviarlo.

Quella di Stella è una corsa continua nella speranza di afferrare più elementi possibili, ma, al contempo, questo ha un effetto contrario sullo spettatore che si perde e disperde la propria attenzione e il proprio interesse su tutto il resto, senza mai entrare davvero in empatia con la protagonista, con i suoi amici e con il suo malessere.

Bravi gli interpreti, a partire dalla protagonista Aurora Giovinazzo, al momento in sala con “Freaks Out” di Gabriele Mainetti, convincente al punto giusto. Così come il cameo di Achille Lauro nei panni di sé stesso a uno pseudo concerto per un compleanno.

Tanti anche i riferimenti alla quotidianità che, soprattutto la generazione dei più giovani, riuscirà a cogliere e apprezzare.

Sicuramente una commedia carina e moderna, ma il rammarico è che, oltre a questo, poteva essere anche frizzante e fuori dall’ordinario e non solo per un pubblico di giovanissimi.


Veronica Ranocchi

MARILYN HA GLI OCCHI NERI

Marilyn ha gli occhi neri

di Simone Godano

con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Thomas Trabacchi

Italia, 2021

genere: commedia

durata: 110’

Stefano Accorsi e Miriam Leone sono i protagonisti dell’ultimo film di Simone Godano. Una commedia leggera e godibile che niente toglie e niente aggiunge al panorama cinematografico.

Lei è Clara, una mitomane. Lui, invece, è Diego, un nevrotico cuoco che non riesce a tenere a bada le proprie frustrazioni. I due si incontrano in un centro diurno dove, insieme ad altre persone, cercano di portare a termine un percorso sotto la guida di uno psichiatra che va loro incontro provando a fargli gestire un ristorante per anziani bisognosi. Da questo input nasce la strana amicizia tra Clara e Diego, uno l’opposto dell’altra, ma in grado di compensarsi. Lei inizia a scrivere false recensioni su internet a proposito di un locale dal nome Monroe che altri non è che la descrizione, molto “romanzata” di quello che lei, Diego e gli altri stanno facendo al centro diurno. Ma cosa succede quando cominciano ad arrivare le prime prenotazioni?

Una commedia che cerca di raccontare con semplicità e attraverso un po’ di ironia tematiche importanti, senza cadere mai troppo nel banale o nella retorica.

Ogni personaggio coinvolto in prima persona nella narrazione ha una sua caratteristica distintiva che lo etichetta come “diverso”, ma che, col tempo, diventa un tratto distintivo in grado di incuriosire e affascinare. In base a come viene descritto e narrato un certo episodio esso assume un connotato diverso. Ed è proprio questo il caso. Fa, infatti, sorridere la reazione dei clienti di fronte al personale che li accoglie nel “ristorante”. Tra chi urla, chi non parla e chi parla da solo, i clienti, dopo un primo momento di smarrimento, ci ridono su pensando che, come affermato da Clara nelle recensioni, sia un tratto caratteristico delle “performance” del personale.

Un film che ruota intorno anche all’accettazione di sé e degli altri, non solo direttamente grazie ai momenti di condivisione con lo psichiatra, ma anche e soprattutto quando ognuno è veramente sé stesso. E allora poco importa se Diego butta nel cestino una carbonara perfetta perché per lui manca un solo ingrediente. O se Clara si immagina star internazionale con incetta di premi alle spalle. Ognuno ha la propria fragilità, più o meno in contrasto con il mondo, ma ognuno ha anche la propria unicità che lo contraddistingue. Ed è questa la lezione che Godano vuole dare allo spettatore.

A fare da cornice a questa commedia comunque riuscita e ben costruita, due attori completamente calati nella parte che non esagerano mai, né in un senso né nell’altro. Miriam Leone pungente e simpatica al punto giusto, dà una propria lettura del personaggio di Clara che non si può non amare, anche nelle sue imperfezioni. Ma è Accorsi ad avere il ruolo più difficile che, però, grazie alla sua interpretazione risulta quasi il più semplice. Mai troppo, ma sempre giusto, è attento a ogni singolo movimento, ogni singolo gesto e ogni singola parola. Non eccessivo, ma autentico e reale. E non era semplice rimanere in bilico su questa linea per tutta la durata del film.


Veronica Ranocchi

domenica, ottobre 31, 2021

THE LAST DUEL

The Last Duel

di Ridley Scott

con Matt Damon, Adam Driver, Jodie Comer

USA, UK, 2021

genere: drammatico, storico

durata: 152’

Insieme a “House of Gucci” presto nelle sale, il maestro Ridley Scott ha pensato, alla sua veneranda età, di realizzare, quasi in parallelo anche un altro film. E il risultato è (stato) più che soddisfacente. “The Last Duel” racconta un fatto realmente accaduto verso la fine del 1300, più precisamente nel 1386. Ma potrebbe benissimo essere ambientato nel 2021 data la chiave moderna e la situazione non troppo lontana da quella odierna.

La storia è una, ma a intrecciarsi sono tre visioni della stessa che viene, così, sviscerata, durante tutta la narrazione che si suddivide in tre “capitoli”, coincidenti, appunto, con i tre punti di vista.

Ecco che conosciamo Jean de Carrouges, combattente di grande valore, ma al tempo stesso troppo incline alla rabbia che prende spesso il sopravvento. Oltre a lui c’è Jacques Le Gris, protetto del conte Pierre d’Alençon, parente diretto del re. Le Gris, abile combattente e persona colta, interessata all’arte e alle belle donne, è amico di Carrouge da sempre. Infine c’è la bella Marguerite, data in moglie a Carrouges che, così facendo ottiene il titolo di cavaliere. Quando anche Le Gris ha modo di vedere e conoscere Marguerite, il rapporto di amicizia tra i due si inasprisce e arriva al culmine quando la donna lo accusa di averle usato violenza. Per mettere le cose in chiaro e salvare l’onore della moglie Carrouges sfida a duello l’ex amico.

Una storia che, aiutata dai cartelli all’inizio di ogni capitolo, è raccontata per tre volte, ma nonostante ciò non annoia. Anche perché ogni volta ci sono delle novità. Ogni volta la storia prende una direzione diversa e si comprendono decisioni e affermazioni in base a delle sfumature che sono essenziali.

Una narrazione chiara che, attraverso una sceneggiatura divisa in tre parti, aiuta a comprendere ogni singolo istante e a entrare nella mente dei personaggi.

A differenza di altre narrazioni del genere, in questo caso, Scott fornisce la sua chiave di lettura. Ci dice chiaramente come stanno le cose. È vero che si intuisce la piega che prenderà il tutto dopo pochi istanti, ma il regista vuole comunque sottolineare la sua presa di posizione. E lo fa in due modi: sia attraverso l’ordine con il quale vengono raccontati i fatti e, di conseguenza, l’aggiunta dei dettagli che arrivano ad essere al completo solo al termine, sia ricorrendo alla didascalia.

Un film che mette in primo piano la figura femminile, interpretata da un’eccellente Jodie Comer, forse fin troppo all’avanguardia per l’epoca, ma sicuramente efficace per risvegliare anche animi contemporanei.

La violenza perpetrata e attorno alla quale ruota l’intero film non è solo la violenza subita in quegli istanti dalla donna, ma è una violenza che va oltre e che riguarda tutti i personaggi coinvolti nella storia, diretta sapientemente da Scott che cura tutto nei minimi dettagli. C’è violenza nelle parole utilizzate dai protagonisti in primis, ma anche dai personaggi secondari. C’è violenza negli atteggiamenti e nelle scelte. Una violenza dalla quale stare alla larga, adesso e sempre.

Oltre alla già citata Comer, convincono anche Matt Damon e Adam Driver, rispettivamente Jean de Carrouges e Jacques Le Gris, ma a emergere come personaggio “sopra le righe” è un irriconoscibile Ben Affleck nei panni del conte Pierre d’Alençon.


Veronica Ranocchi

sabato, ottobre 30, 2021

I'M YOUR MAN

I’m your man

di Maria Schrader

con Maren Eggert, Dan Stevens

Germania, 2021

genere: commedia

durata: 105’

Rappresenterà la Germania agli Oscar il nuovo film di Maria Schrader con protagonisti Maren Eggert e Dan Stevens, “I’m your man”.

Una nuova esplorazione del rapporto uomo-robot. Questo è il fulcro della storia che ruota intorno ad Alma, un'archeologa che lavora in un museo di Berlino, dedita solo ed esclusivamente al proprio lavoro, che accetta di aiutare una collega e si presta per collaudare in prima persona quello che è un androide-partner costruito su misura attorno al proprio padrone, in base ai desideri e alle richieste di quest’ultimo. Ecco, quindi, che entra in scena Tom, una macchina a tutti gli effetti, programmata per soddisfare Alma che, però, sembra non volerne sapere nulla di essere soddisfatta. Non cerca una relazione, non cerca conforto e non mostra né accetta sentimenti. Tom, al contrario, e trattandosi di una macchina, non comprende del tutto il comportamento schivo di Alma. Cerca di adattarsi, per quanto possibile alla propria “padrona-partner”, ma sembra che tutto quello che fa sia sbagliato, date le continue reazioni esasperate della protagonista. Riusciranno i due a trovare un punto di incontro e capire l’uno le esigenze dell’altro?

Sicuramente il confronto uomo-robot è un tema che si presta bene al mondo del cinema e, in generale, si presta anche a un approfondimento sotto vari aspetti. La settima arte ha già avuto ampiamente modo di svilupparlo, da “Ex Machina” a “Her”, il tentativo di sviscerare realtà e intelligenza artificiale è spesso all’ordine del giorno.

L’abilità della Schrader in “I’m your man” sta nell’aver cambiato i connotati classici di ciò. Non è la donna il robot, ma è colei che, in qualche modo “traina” l’azione. Alma non ne vuole sapere di impegnarsi o di lasciarsi trasportare da qualcosa che la distragga dal proprio lavoro e da quello che lei pensa sia il suo obiettivo primario.

L’analisi della “relazione” tra i due è interessante e mette l’accento sul rapporto della quotidianità con il progredire della tecnologia. Tom è davvero così distante da quello che oggi circonda noi ogni giorno? Sicuramente si tratta di un passaggio ancora superiore, ma non è così esageratamente lontano come poteva essere qualche anno fa.

E a questa riflessione la Schrader aggiunge anche dell’ironia, sempre pungente, che coinvolge sia l’essere umano che il robot.

Un’ambientazione, sia fisica che dal punto di vista di personaggi, un po’ asettica permette un maggiore coinvolgimento tra e con i due protagonisti. Il loro quotidiano si svolge entro le mura domestiche e in pochissimi altri luoghi che disegnano una Germania diversa dal solito e che punta sull’arte (anche grazie al lavoro della protagonista).

Menzioni doverose quelle agli attori. Se Maren Eggert crea un personaggio, solo all’apparenza, freddo con un continuo desiderio di capire, di scavare a fondo nella sua stessa mente, di interrogarsi su scelte, atteggiamenti e movimenti, Dan Stevens è forse la vera sorpresa. Con il suo praticamente perfetto tedesco riesce ad ammaliare e a dare dimostrazione della propria poliedricità e del suo non ancorarsi al classico “bello e buono”. I suoi movimenti che dovrebbero essere artificiali, in quanto robot, sono l’elemento comico e divertente dell’intero film.

Un film che aiuta a riflettere su tanti aspetti e che chissà che, sotto alcuni punti di vista, non si realizzi davvero.


Veronica Ranocchi

A CHIARA

A Chiara

di Jonas Carpignano

con Swamy Rotolo, Grecia Rotolo, Claudio Rotolo

Italia, 2021

genere: drammatico

durata: 121’

Finisce così la trilogia di Gioia Tauro d Jonas Carpignano. Con il suo “A Chiara” che con quella “a” vocativa sembra quasi essere una dedica. A chi lo ha seguito fin dall’inizio, con il primo film della trilogia, nonché primo lungometraggio in assoluto “Mediterranea”, al quale è succeduto “A Ciambra”.

“A Chiara” racconta la vita di Chiara, appunto, una giovane quindicenne che si trova in una fase particolare della vita: quella in cui vorrebbe sapere tutto, ma in cui non ottiene niente. È grande per stare dietro ai capricci, seppur minimi, della sorellina e per iniziare a fumare e a farsi considerare. Ma è piccola per sapere tutto della sua famiglia, per sapere tutti i segreti che si nascondono tra le mura di quella che lei ha sempre considerato la propria casa. Al diciottesimo compleanno della sorella Giulia, che coincide con l’apertura del film, Chiara fa capire allo spettatore di essere particolarmente legata al padre con il quale si sente sempre protetta. Ma, subito dopo la festa, nel momento in cui il padre fugge e non si fa più né trovare né vedere, Chiara inizia ad interrogarsi. Vuole sapere perché tutte le notizie dei tg parlano di suo padre come di un latitante, vuole sapere chi è veramente e vuole sapere come mai è stata tenuta all’oscuro di tutto. Ma le domande che fa sono troppe e troppo scomode. Per questo deciderà di cercare risposte da sola. Perché la sua caratteristica principale, oltre alla curiosità, è la tenacia e il fatto di non lasciarsi abbattere dalle difficoltà.

Un film che lascia tanto spazio a una ricerca della verità silenziosa. Soprattutto la prima parte del film, fatta eccezione per la festa e i rumori che essa si porta dietro, è prevalentemente muta, nel senso che la macchina da presa segue i personaggi e si lascia guidare da loro (e soprattutto da Chiara) senza dover dare o ricevere spiegazioni. È lo sguardo, quasi magnetico, della protagonista che, con quei profondi ed enormi occhi neri guarda la realtà che la circonda, cercando di scoprirla e svelarla a poco a poco.

Carpignano lascia la riflessione allo spettatore che cerca di indagare insieme alla stessa Chiara, costantemente dilaniata dalla scoperta e accettazione della verità e dall’amore per la propria famiglia. Lei sa, fin da subito, come stanno le cose e cosa è giusto e cosa no. Ma continua a sperare che non sia come lei pensa. Quando si trova di fronte alla cruda verità deve, prima di tutto capirla, e poi, una volta archiviata la “batosta”, accettarla e prendere la decisione giusta. Per il proprio bene e per quello delle persone che la circondano.

Oltre alla situazione che la circonda che rappresenta il fulcro dell’intero film premiato a Cannes, nella Quinzaine, a colpire particolarmente è il coraggio di Chiara. Un coraggio non scontato, soprattutto se si considera il fatto che ha solo 15 anni. Scopre una verità nascosta da chissà quanto tempo, si sente tradita da tutto e da tutti, da tutte le persone a cui lei voleva bene e nelle quali aveva riposto fiducia e inizia a interrogarsi. Fin da subito il suo comportamento e la sua reazione sono quelli di qualsiasi persona nella sua posizione. Pensa di poter affrontare la cosa “a muso duro”, ma la realtà intorno a lei le fa capire che non può permetterselo.

Lo sguardo sempre guardingo di Chiara, sottolineato dagli enormi occhi neri, già citati, è emblematico della situazione che lei vive. Si guarda attorno, aspettandosi, a ragione, che succeda chissà cosa da un momento all’altro. E, alla fine, posta di fronte a un bivio, è costretta a scegliere.

Una vera famiglia (Rotolo) anche nella realtà quella reclutata da Carpignano per il film che, quindi, per certi aspetti, non ha avuto difficoltà a rendere autentici e reali scambi di battute e situazioni all’ordine del giorno. La naturale confidenza di Chiara con la famiglia è la reale confidenza che Swamy Rotolo, interprete della giovane protagonista, ha con il resto della sua propria famiglia.

Una storia nella storia, insomma, quella raccontata dal regista italiano e statunitense che chiude in maniera efficace la sua trilogia.


Veronica Ranocchi

giovedì, ottobre 28, 2021

RON - UN AMICO FUORI PROGRAMMA

Ron -Un amico fuori programma

di Sarah Smith, Jean-Philippe Vine, Octavio E. Rodriguez

USA, 2021

genere: animazione, commedia

durata: 106’

Il nuovo film della 20th Century Fox, presentato come evento speciale ad Alice nella città, è un film d’animazione che fa riflettere sul quotidiano, sul presente, su ciò che ci circonda e, soprattutto, sull’amicizia.

Al centro di tutto c’è Barney, un ragazzino delle medie che pensa di non avere amici e di non essere in grado di crearseli. Soprattutto considerando che vive in una società dove tutti i suoi coetanei hanno un Bi*bot, cioè un dispositivo digitale in grado di incamerare le informazioni di base di ognuno, memorizzare i principali interessi e associarli con le persone nel raggio di un determinato spazio in modo da trovare qualcuno con gli stessi punti in comune con il quale fare amicizia. Barney, purtroppo, non ha tale dispositivo e sembra essere l’unico. Questo finché il padre, super indaffarato col lavoro, ma stufo di vedere il figlio perennemente solo e triste, e la stravagante nonna non decidono di regalargliene uno per il compleanno. Peccato che si tratti di un esemplare caduto dal mezzo che lo stava trasportando e, quindi, “fuori programma”. Ron non è come tutti gli altri, ma ha quel qualcosa in più che riuscirà a conquistare Barney. E anche ogni singolo spettatore.

Con una strizzata d’occhio al “Big Hero 6” della Disney, “Ron – Un amico fuori programma” vuole aiutare a far riflettere sulla società odierna. I Bi*bot altro non sono che i social network di cui ormai chiunque fa uso e abuso, soprattutto i più piccoli. L’insegnamento di Barney e Ron è quello che si può fare amicizia anche senza ricorrere a questi apparecchi perché la cosa importante è la parola e la relazione diretta con un’altra persona. Per diventare amici bisogna conoscersi e per farlo bisogna farsi coraggio e buttarsi. Ed è proprio questo che fa Barney, inizialmente angosciata dalla ricreazione, per la quale arriva addirittura a coniare un nuovo termine. Lui è il diverso e quello additato dai compagni solo per il fatto di non essersi omologato alla massa. È vero, lui è il diverso. Ma lo è in senso positivo. Tutti dovremmo essere diversi come lui perché è proprio la diversità la caratteristica che ci contraddistingue e che ci permette di essere noi stessi.

Interessante, soprattutto per il pubblico dei più piccoli, il continuo dibattito tra i due protagonisti. Ognuno cerca di far valere la propria idea e la propria opinione, ma sempre cercando di arrivare a un punto di incontro, in modo tale da poter convivere serenamente proprio come due amici.

E, oltre al classico tema dell’amicizia e della crescita, c’è anche, come detto, quello sempre più attuale del sopravvento della tecnologia e di qualcosa che probabilmente presto non saremo più in grado di controllare o di gestire. Una riflessione che, in questo modo, si espande anche al pubblico più grande, mettendolo di fronte a quello che potrebbe essere un futuro neanche troppo lontano e utopistico.

Divertenti e curiosi, poi, i vari e famigerati “Easter Eggs”, cioè tutti quei riferimenti ad altri film della stessa casa di produzione, ma non solo. Uno su tutti, oltre ai social, indirettamente citati per tutta la durata del lungometraggio, è quello a Steve Jobs e all’origine della sua geniale idea. Così come il grande informatico ha creato la Apple, allo stesso modo sono stati ideati i Bi*bot dal suo inventore. Con lo stesso sguardo sognante e la speranza di aver creato qualcosa di bello da poter utilizzare solo a fin di bene e per far sì che l’umanità intera progredisca, i due geniali inventori realizzano, invece, qualcosa che, purtroppo, come spesso accade, verrà modificato per altri scopi.

L’importante, però, è arrivare alla stessa e unica soluzione: l’amicizia vince su tutto.


Veronica Ranocchi

mercoledì, ottobre 27, 2021

YUNI

Yuni

di Kamila Andini

con Arawinda Kirana, Kevin Ardilova, Dimas Aditya

Indonesia, Singapore, Francia, Australia, 2021

genere: drammatico

durata: 95’

Tante emozioni in “Yuni”, in concorso alla Festa del cinema di Roma.

Yuni, oltre ad essere il titolo del film, è anche una ragazza indonesiana, protagonista della vicenda e di una vita per lei troppo stretta, con troppe restrizioni e regole ferree da seguire.

Un’adolescente brillante e intelligente che sogna di poter frequentare l’università, ma che, per farlo, deve “combattere” contro la propria famiglia e le usanze del proprio paese. Quando due uomini che lei nemmeno conosce la chiedono in moglie, la giovane rifiuta le proposte innescando una serie di chiacchiere e maldicenze tra tutti coloro che la incontrano. Anche perché secondo una leggenda, la donna che rifiuta tre proposte di matrimonio non si sposerà mai. E tutto si complica ancora di più nel momento in cui arriva un terzo pretendente a chiedere nuovamente la mano di Yuni.

Non ci è dato sapere, per tutta la durata del film, se la giovane sia preoccupata più per il fatto di non poter entrare all’università se non si comporta secondo i rigidi dettami del paese o se per i continui rifiuti che la porteranno, probabilmente, a non riuscire mai, nemmeno in futuro, a crearsi una famiglia. In alcuni momenti la scelta sembra orientarsi in una direzione, in altri nell’altra. E la giovane interprete è molto brava a far percepire questo contrasto interno che non può mai veramente esternare del tutto. Non ha nessuno con cui parlarne, non ha nessuno con cui confidarsi e a cui chiedere consiglio. È e vuole essere sola. O meglio libera. Per Yuni l’essere sola e non essere obbligata a instaurare legami e relazioni è sinonimo di libertà. La stessa libertà che la potrebbe portare, senza alcuna difficoltà, all’università, date le sue grandi doti intellettive. E sono proprio quelle che la fanno emergere rispetto agli altri, rispetto alle sue amiche, ai suoi compagni e ai suoi conoscenti. Nessuno può comprenderla completamente perché nessuno sa abbastanza. Fatta eccezione solo per Yoga, l’unico in grado di capirla e accettarla. Yoga è innamorato di lei da sempre, di un amore sincero e autentico, tanto da impedirgli di proferire parola in sua presenza. Ed è lo stesso amore che permetterà ai due di diventare sé stessi, lasciando da parte tutto il resto.

Anche se tutto ruota intorno alla questione del matrimonio combinato, sono in realtà molte di più le tematiche affrontate in questa bella storia di formazione, di adolescenza, di crescita e di accettazione.

E oltre a questo c’è tutta una serie di simbologie che, se analizzate attentamente, possono far andare oltre la semplice comprensione della storia. Uno su tutti l’uso del colore viola al quale Yuni ricorre continuamente, quasi come via di fuga a tutto quello che la circonda. Ne è ossessionata, tanto da vestirsi con qualche accessorio viola quando possibile, ma anche portandolo via ai suoi compagni e compagne in una sorta di raptus morboso, come se da quello dipendesse la sua intera esistenza.

Esistenza che è costantemente in bilico e che spetta al pubblico osservare e comprendere, fino all’ultimo istante con l’ultima decisione presa da Yuni. Una decisione che decide di condividere con il pubblico che, a sua volta, è “libero” di interpretare a proprio piacimento.

Cosa sceglie veramente Yuni? E la scelta che fa è quella più giusta?

Un’indicazione di quello che rappresenta veramente questa scelta la si può ritrovare nell’ottima costruzione della storia e, più precisamente, della sequenza iniziale e di quella finale. La prima che va dal particolare al generale e la seconda al contrario. Ma soprattutto lo spettatore entra nella vicenda attraverso il personaggio di Yuni che, una delle tante mattine, si prepara per uscire di casa e andare a scuola. La prima immagine che vediamo è quella di una ragazza che si sta vestendo in camera sua e che la macchina da presa segue attentamente, senza mai andarsene. La scena finale è, invece, il contrario e fa da contraltare, appunto, alla primissima immagine che ci permette di conoscere Yuni. Alla fine, infatti, la giovane si spoglia di tutto ciò che è superfluo, di tutto ciò che non appartiene alla Yuni che vuole essere, di tutto ciò che non la rende libera.

Una liberazione in tutti i sensi, mitigata anche dall’acqua, vista come fonte di salvezza.

Un viaggio tra le emozioni di un’adolescente e di un intero popolo. Un viaggio di formazione e di conoscenza. Un viaggio da fare.


Veronica Ranocchi

UNA PELICULA SOBRE PAREJAS

Una pelicula sobre parejas

di Natalia Cabral e Oriol Estrada

con Natalia Cabral e Oriol Estrada

Repubblica Domenicana, 2021

genere: commedia

durata: 88’

Una pellicola sulle coppie dentro una pellicola sulle coppie. La traduzione italiana del film domenicano potrebbe essere “semplicemente” questa. 

Natalia Cabral e Oriol Estrada sono i registi, gli interpreti e i personaggi di un film confezionato ad hoc per emergere per innovazione tra tutti i titoli in gara alla Festa del Cinema di Roma. Una visione nuova (anche se non troppa) di quella che è ormai la settima arte. I due sono una coppia di registi trentenni (nella vita come nel film) con una figlia piccola di nome Lia. Quando, dopo l’ennesimo tentativo di realizzare un film che possa essere apprezzato da un vasto pubblico, arriva loro la proposta di realizzare un documentario si mettono d’impegno per creare un lavoro degno del loro nome. Dibattono sull’argomento fino a che non arrivano alla decisione di orientarsi sull’amore di coppia, intervistandone diverse e cercando di scavare a fondo nelle relazioni con le quali entrano in contatto. Indirettamente, però, cominciano a scavare, o meglio riscavare, nella propria. Il documentario diventa, quindi, l’occasione per capire che tipo di coppia sono Natalia e Oriol. Che tipo di coppia sono realmente e che tipo di coppia sono cinematograficamente.

Leggerezza e ironia sono alla base del film che riesce nell’intento di divertire il pubblico e farlo uscire dalla bolla del “classico film serio e serioso” da festival. “Una pelicula sobre parejas” non si prende troppo sul serio, ma, al tempo stesso, considerando che “Arlecchino si confessò burlando”, forse è proprio questo suo non prendersi sul serio che fa riflettere ancora di più chi guarda il film.

E all’apparente leggerezza della genesi del film fa da contraltare una riflessione anche sulla tecnica. Ecco perché ci sono spesso lunghe inquadrature che indugiano sulla piccola Lia, quasi a voler simulare quelle eccessivamente descrittive che, talvolta, nulla portano alla narrazione in generale. Si alternano spesso, nell’intero film, inquadrature statiche, fisse, anche su dettagli insignificanti (emblematica e divertente, a tal proposito, è il battibecco che i due hanno sul ruolo del cactus all’interno del documentario). Ma, in realtà, sembrano quasi voler dire che le loro idee si stanno, in qualche modo, affievolendo e i due hanno bisogno della ricerca di una continua via di fuga. Per questo motivo cercano e trovano escamotage, come quello del cactus. Esso diventa importante a livello simbolico, ma non tematico.

Si potrebbe considerare “Una pelicula sobre parejas” un film nel film, in grado di far entrare lo spettatore dentro il cosiddetto “making of” della storia.

Menzione speciale, poi, per la citazione e il riferimento ai social. I due protagonisti, inizialmente, dibattono sulla realizzazione di questo documentario, interrogandosi sia sul che cosa sia sul come. Ed è proprio in quel frangente che vengono citati i social network più famosi e utilizzati, affermando che ormai le persone preferiscono guardare Instagram, TikTok, Facebook piuttosto che gustarsi un bel film.

Una bella lezione, insomma, quella di Natalia Cabral e Oriol Estrada che giocano tra di loro e con loro stessi, come il simpatico siparietto sull’ordine finale dei nomi che viene poi messo in pratica, in maniera super autoironica, al termine effettivo del film.

“Una pelicula sobre parejas” è una boccata d’aria tra impegno e eccessiva dimostrazione di serietà. Un modo alternativo per non prendersi sul serio e, contemporaneamente, riflettere.


Veronica Ranocchi

lunedì, ottobre 25, 2021

ANIMA BELLA

Anima bella

di Dario Albertini

con Madalina Maria Jekal, Luciano Miele, Paola Lavini

Italia, 2021

genere: drammatico

durata: 95’

Vincitrice del premio Rb Casting, Madalina Maria Jekal è la giovanissima interprete protagonista di “Anima bella”, il nuovo film di Dario Albertini che torna a raccontare una storia dal punto di vista dei più giovani e dei più piccoli, dopo “Manuel”.

Al centro c’è Gioia, neo diciottenne che vive in un piccolo borgo rurale del centro Italia. Benvoluta da tutti, fa quello che le piace e si occupa delle persone a lei care. Una su tutti è il padre con il quale vorrebbe condividere tutto, anche perché unico membro della famiglia. A mettersi in mezzo ai due, però, c’è il gioco. E tutto quello che questa “malattia” porta con sé. Gioia fa di tutto per aiutarlo, stargli accanto e riportarlo sulla retta via, ma non è così semplice. La giovanissima dovrà fare tutta una serie di sacrifici per poter stare al fianco del padre.

Una storia di formazione, nella più classica delle accezioni. Ma, a differenza di altre, è una formazione al contrario. Non è il padre ad aiutare Gioia a compiere i passi necessari per affrontare il mondo esterno e la vita adulta. Ma è Gioia stessa che deve crescere da sola e in fretta per essere il supporto e il sostegno di cui il padre ha bisogno. Nella scena iniziale viene mostrata la festa che celebra il suo diciottesimo compleanno e la protagonista appare quasi come una bambina. Con tutta l’ingenuità, la spensieratezza e la libertà che quest’età si porta dietro. Poi, improvvisamente, si ritrova obbligata a crescere prima degli altri, prima del tempo.

E l’abilità di Albertini sta proprio in questo: nel realizzare un film del genere mettendosi nei panni della protagonista. Perché “Anima bella” è raccontato proprio da Gioia. La giovane non è solo al centro della vicenda, ma sembra essere anche colei che dirige l’azione, in tutti i sensi. In alcuni punti anche la stessa macchina da presa è posta al livello della protagonista, non solo fisicamente. È come se Gioia aprisse il proprio cuore e si mostrasse completamente allo spettatore.

Tutto questo e tutta la situazione, in qualche modo, “ribaltata” è aiutata anche dalla decontestualizzazione, temporale e spaziale. Sappiamo, solo da alcuni piccoli elementi, che la storia è ambientata nel contemporaneo in una zona dell’Italia centrale, ma potrebbe essere ambientata in qualsiasi altro luogo o momento e avrebbe la stessa valenza, lo stesso significato. Quello che Dario Albertini vuole dare è proprio questo: un impianto universale alla storia di Gioia. E, oltre che universale, anche documentaristico, a tratti. Con lunghe inquadrature che si soffermano sui dettagli di un determinato luogo, quasi a scoprirlo, a poco a poco.

Sicuramente la speranza gioca un ruolo fondamentale nella narrazione, così come il credere in sé stessi e l’avere fiducia negli altri. Una fiducia che può essere confermata, ma che può anche venire meno. L’importante, come ci insegna “Anima bella” è non arrendersi e sapersi rialzare sempre. Gioia affronta la situazione che si trova davanti con l’inesperienza della giovane età, ma anche con la maturità di una persona che capisce di dover prendere in mano tutto e tutti. Chiede aiuto talvolta alle persone a lei più vicine che cercano di indirizzarla e darle qualche dritta, come nel caso del personaggio interpretato da Paola Lavini. Ma sa che poi, in fondo, dovrà cavarsela da sola. È una ragazza maturata fin troppo presto perché tutto dipende da lei.

Interessanti, dal punto di vista tecnico, sono alcune scelte registiche e alcune inquadrature con la predilezione di zoom o tagli più bruschi del solito, come a voler nascondere o mascherare alcuni momenti. E poi c’è anche la sequenza nella quale Gioia incontra il giovane ragazzo che la accompagna, alla ricerca del padre, in una sala giochi. Emblematica è la scelta della musica e del forte rumore che contrasta con il “silenzio” precedente. E questo mette in contrapposizione due mondi e due visioni contrapposte, quella della giovane protagonista e quello del padre.

Ultima, ma non meno importante, la scena finale a suggello di quanto raccontato in un’ora e mezza, è la vera e propria accettazione e consapevolezza di una fiducia tradita che solo il tempo saprà dire se sarà possibile ricucire.


Veronica Ranocchi

domenica, ottobre 24, 2021

La foto della settimana

 

 Suzanna Son/Strawberry in Red Rocket di Sean Baker (USA, 2021)

Invisibili: Dene Wos Guet Geit

Dene wos guet geit


di: Cyril Schäublin

con: Sarah Stauffer, Fidel Morf, Nikolai Bosshardt, Liliane Amaut, Daniel Bachmann

- Svi 2017 -

70’



Aspettati veleno dalle acque immobili

— W.Blake —


Capita talvolta, e per nessuna particolare ragione, di essere portati ad assecondare lo strisciante sgomento che accompagna - tipo basso continuo - lo svolgersi dei nostri giorni frenetici e immemori. E ciò magari anche perché quella lata deficienza di senso che da essi traspare, quella subdola impressione di generica inconsistenza divenuta nei decenni così familiare - a dire la rivelazione della di lei consustanzialità al modo di vivere moderno - sembra per beffardo contrasto essere paragonabile solo alla sicumera con cui essa per contro reitera gli stranoti ritornelli a base di affermazione e appagamento.

Siffatto sentore sovente precede e segue lo svolgersi delle scabre vicende contenute in un’opera come “Dene wos guet geit” (pure titolare di una intestazione anglosassone, complice la maggiore fruibilità della medesima, ossia “Those who are fine”), di Cybil Schäublin, ambientata nella Zurigo contemporanea e centrata, a mo’ di non esplicita epitome, sui comportamenti di Alice/Stauffer, giovane addetta di un call center incaricata, secondo protocollo, di magnificare le virtù di una compagnia assicuratrice in campo sanitario, invero molto più interessata a carpire dati utili (pare che in Svizzera, e per via telefonica, un sostanziale sconosciuto possa chiedere al suo interlocutore anche l’ammontare del conto corrente bancario…) a confezionare successivamente, a danno di una clientela scremata di preferenza sul profilo di anziani abbienti-e-soli, sostanziose truffe consistenti per lo più nel collaudato schema in base al quale fingersi in prima battuta parenti in difficoltà economiche per contingenze impreviste e spacciarsi poi, al momento della consegna del denaro, per amici stretti del suddetto congiunto, guarda caso sempre impossibilitato a presentarsi di persona. La citata prassi si alterna narrativamente ai concomitanti controlli preventivi operati per le vie della città dalle forze dell’ordine in tenuta anti-sommossa, causa un non meglio specificato allarme-bomba.


Messa così, ovvero per sommi capi, parrebbe di essersi imbattuti nell’ennesimo intreccio complottistico con addentellati criminali. Al contrario, l’autrice spoglia, da subito e senza reticenze, la progressione drammatica - e, di conseguenza, torce l’impostazione espressiva - di ogni residualità ascrivibile al genere e si orienta verso la costruzione di inquadrature protratte e quasi statiche, di una qual sinistra soavità (giocate come sono sulla finta arrendevolezza di talune tinte pastello: i grigi tenui, i bruni spansi, i chiari opachi; sulle geometrie essenziali quanto fredde delle architetture; sulla funzionalità accessibile ma scostante degli arredamenti), preferibilmente caratterizzate da un punto di vista che sbircia dall’alto verso il basso, paziente, impassibile, un che di furtivo, tipo l’occhio di un entomologo su un terrario. Ne scaturisce una significativa riduzione - o, volendo, il parziale annullamento - ad esempio del peso semantico dei già scarni dialoghi, con metodo circoscritto alla linearità anodina di un pacato intercalare quotidiano o alla fraseologia asettica dei ruoli e delle finalità spicciole, secondo i tempi e i ritmi delle transazioni bagatellarie e materiali. Allo stesso tempo e in curiosa discordanza, le immagini si snodano con una sorta di impalpabile sbadataggine intimamente affine alla resa, come a suggerire la perfetta intercambiabilità degli istanti consumati da una realtà sempre uguale a sé stessa, capace cioè solo di riproporsi trascinandosi assorta entro le inerzie irresistibili di una enigmatica coalescenza: sottotraccia, sottopelle, indifferente, nella razionalità sfinita della logica costi-benefici a sua volta tenuta in circolo a temperatura costante dalla placenta mistico-allucinatoria del Denaro, che tutto sovrintende, preordina e giustifica. Alice, per l’appunto, si appropria dei risparmi di persone in evidente stato di minorità senza la minima remora ma pure senza palese, perverso compiacimento; le banche - qui, la potente UBS - regolano e controllano in levigata souplesse i flussi di risorse che alimentano il meccanismo mondiale della domanda e dell’offerta. Parimenti, le aziende di servizi telefonici contribuiscono allo spaccio capillare della immensa mole di merci di cui nessuno sente il bisogno eppure di cui nessuno riesce a fare a meno; l’Autorità - nel caso, la Polizia - vigila sull’ordine pubblico e ribadisce la legittimità apparente del cosiddetto Sistema ciarlando imperterrita, tra una verifica di routine e l’altra, di film d’azione passati in tv di recente, come della giungla tariffaria che avvolge in un viluppo inestricabile l’accesso alla Rete e al sottomondo dei cellulari. L’insieme, impietoso e concorde, rassegnato nell’apatia soporifera di una catastrofe (psicologica, morale, sociale: a quando quella ambientale ?) già avvenuta, con i pochi che se ne sono accorti a languire nell’emarginazione e nel dileggio, mentre si profila, sempre più netta e desolante, tra una blanda esitazione e un silenzio prolungato, l’impossibilità persino teorica di una alternativa, di un modo di vivere diverso da quello che, con la complicità di ognuno di noi, via via ha assunto le fattezze falsamente amichevoli di un destino, il destino di quelli che stanno bene.

TFK

PASSING

Passing

di Rebecca Hall

con Tessa Thompson, Ruth Negga, André Holland

USA, 2021

genere: drammatico

durata: 98’

Esordio bomba dietro la macchina da presa per l’attrice Rebecca Hall che con il suo “Passing” realizza uno dei film più riusciti dell’intero concorso della Festa del cinema di Roma.

Un film complesso nel senso di un titolo in grado di generare spunti di riflessione per ogni singola inquadratura, ricca di significati, simbolici e non.

La storia è quella di due donne nell’America degli anni ’20 che cercano di nascondere la propria vera e reale identità. Clare e Irene sono due donne di colore, amiche da giovanissime, ma poi perse di vista nel corso degli anni. Si ritrovano, casualmente, ormai sposate e con figli e iniziano a instaurare una sorta di rapporto di amicizia che si evolve continuamente con l’andare avanti della storia.

Mentre Irene vive, a detta sua, una vita serena e tranquilla con il proprio marito, anche lui di colore, e i due figli piccoli, Clare sembra essersi “incastrata” in una relazione con un uomo bianco che la chiama scherzosamente “negraccia” per il fatto che, con l’andare avanti del tempo, la pelle della donna tende a “scurirsi” (anche se in realtà lo è sempre stata e il marito ignora ciò, così come ignora di avere un figlio meticcio). Sembra, appunto, incastrata in una vita che lei solo inizialmente desiderava. Ma nel momento in cui rivede l’amica d’infanzia si riaccende in lei il desiderio di tornare a provare le stesse emozioni di un tempo, quelle emozioni che solo essendo veramente sé stessa può tornare a sentire e percepire.

Irene, dal canto suo, inizialmente restia a far entrare l’amica nella sua vita, col passare del tempo ne è quasi costretta e capisce, troppo tardi, che Clare, secondo lei, la sta privando di tutta una serie di aspetti che le appartengono, dall’entusiasmo, alle relazioni con gli altri e soprattutto col marito.

Vista così Clare può risultare quella che, comunemente, in una classica storia, chiameremmo antagonista. Ma è veramente così? È davvero Clare la cattiva?

Andiamo con ordine. Primo e interessantissimo aspetto, utilizzato nel migliore dei modi, è la scelta della Hall di ricorrere al bianco e nero per raccontare una storia del genere. Una storia dove i due colori sono in netta contrapposizione sotto tutti i punti di vista. Lo sono perché da sempre rappresentano due antipodi. Ma qui sono in netta contrapposizione perché vanno a indicare la differenza tra i vari personaggi e anche, se vogliamo, la differenza tra le due protagoniste. È vero che sono entrambe nere, ma lo sono in modo diverso. Una (Irene) lo è e sembra comportarsi in questo modo data la vita che conduce, anche se è colei che, più di tutti, si nasconde perché teme il giudizio degli altri e perché vuole cercare di apparire, agli occhi dei bianchi, in un modo diverso da quello che è veramente. L’altra (Clare) si comporta da bianca e si spaccia per tale (il matrimonio con bugia annessa ne è la chiara dimostrazione), ma, paradossalmente, non si nasconde, cammina a testa alta e cerca di trovare un punto di unione tra ciò che la circonda e, quindi, tornando al simbolismo dei colori iniziale, tra bianco e nero.

Dal punto di vista tematico, poi, si può spaziare dal “semplice” razzismo, all’accettazione di sé, alla paura e al giudizio degli altri.

Tornando, invece, al simbolismo sono tantissimi gli elementi degni di un’analisi approfondita e in grado di aprirne, a loro volta, ulteriori, come in una matrioska.

Uno su tutti la scala e la deliziosa inquadratura che ne è scaturita. Irene sale le scale, annaspando e inseguendo il marito e Clare che, al contrario, sono entusiasti e pieni di energia. E anche quando, poi, sul finire, Irene è costretta a scendere quelle stesse scale, la sensazione è la medesima: affaticamento, straniamento e vertigine. Il senso di cadere nel vuoto (non solo letterale, ma anche e soprattutto simbolico) è qualcosa che la protagonista riesce a trasmettere perfettamente avvalendosi anche dell’inquadratura ben congegnata.

Ma ci sono anche tanti elementi, gesti, oggetti. Atteggiamenti e situazioni che, fin dall’inizio, fanno presagire che qualcosa succederà e che quel qualcosa andrà in una determinata direzione. Il primo incontro delle due donne è emblematico a tal proposito: una la guarda imperterrita, l’altra si nasconde e fugge. Ma anche gli elementi che contraddistinguono le due protagoniste e il loro modo di vivere. Clare nasconde la verità al marito, ma è più sincera e autentica di Irene che, invece, pur non celando la propria vera natura, non accetta, per esempio, che il marito informi i figli sui terribili accadimenti che coinvolgono altre persone di colore e che riempiono la cronaca dell’epoca.

Interessante è anche la scelta dell’immagine iniziale e di quella finale con i colori (gli unici) che caratterizzano l’intero film.

Ultima, ma non meno importante immagine di “Passing” è quella relativa alla tragica sorte spettante a uno dei personaggi. La mancata accettazione della morte e la descrizione che Rebecca Hall ne fa sono forse il vero fiore all’occhiello del film che lascia spazio allo spettatore di immaginare come realmente sono accaduti i fatti. La mano fluttuante, il successivo e prolungato silenzio, l’incapacità di muoversi, di scendere e raggiungere gli altri cercando contatti umani dopo un avvenimento del genere sono sintomatici di tutto quello che lo spettatore ha avuto modo di vedere fino a quel momento. Ma possono anche essere intuiti grazie ad escamotage e piccole indicazioni disseminate lungo tutto il film.

Un esordio più che ottimo per quella che da attrice può già essere sulla strada di autrice vera e propria.

Deliziose le interpretazioni di Tessa Thompson e Ruth Negga per un film che passerà su Netflix e che forse non verrà apprezzato a dovere dal pubblico della piattaforma, ma che può regalare e regalarsi molto di più.


Veronica Ranocchi