sabato, giugno 19, 2021

CRUELLA

Cruella

di Craig Gillespie

con Emma Stone, Emma Thompson, Joel Fry

USA, 2021

genere: commedia, drammatico

durata: 134’

Il primo grande blockbuster dalla seconda riapertura delle sale è Disney. La Cruella interpretata da Emma Stone ha, quindi, un doppio compito: non solo quello di divertire, ma anche quello di portare in sala una grande fetta di pubblico, grande e piccolo. E sembra proprio che entrambi i compiti siano (stati) portati a termine. Questo anche grazie al target al quale è rivolto: grandi e piccoli. Da una parte l’attrazione dei giovanissimi nel vedere una storia a metà strada tra realtà e finzione; dall’altra parte la curiosità del pubblico più adulto che ha vissuto in prima persona il successo del classico Disney dal quale è stato estrapolato l’iconico personaggio qui protagonista. Un successo di pubblico e non solo, ufficializzato dalla conferma di un sequel.

La storia è quella di Crudelia, dalla sua infanzia all’età adulta. Sviluppata nella Londra degli anni ’60, la vicenda ruota attorno alla piccola Estella, da sempre “anticonformista” e in grado di distinguersi dagli altri sotto tutti i punti di vista. Placata, in parte, dalla madre la giovanissima Estella cresce con la passione per la moda, l’eleganza e il buon gusto. Ma proprio questo, indirettamente, la porta a perdere la madre durante una serata di festa. La giovanissima protagonista, insieme al suo fidato cane, si imbatte in due piccoli ladruncoli, anch’essi orfani che ogni giorno devono procurarsi cibo e sostentamento compiendo qualche atto criminale. Estella decide di “allearsi” a loro per poter vivere in compagnia di qualcuno. Subito dopo si è catapultati in avanti nel tempo con una Estella cresciuta e sempre più sicura di sé che prosegue la sua vita al fianco dei due “ladruncoli” Jasper e Horace.

Ed è proprio grazie al primo che riesce ad ottenere un posto di lavoro nel campo della moda. Da questo momento per Estella iniziano a susseguirsi una serie di dinamiche che, nel giro di poco tempo, la portano a cambiare completamente diventando Cruella. A seguito, poi, di alcune scoperte sconvolgenti la giovane è costretta a compiere delle mosse che non avrebbe voluto.

La ricostruzione ipotetica della vita di una delle cattive Disney più amata di sempre riesce. Nel complesso, tra personaggi, background e scelte narrative il film conquista.

Naturalmente ad emergere particolarmente sono i costumi e la riuscita rappresentazione della Londra di quegli anni, ma gran parte del merito del successo va alle sue protagoniste femminili. Le due Emma, Stone nei panni di Cruella, e Thompson, nei panni della Baronessa von Hellman, catturano il pubblico e lo attraggono.

Due interpretazioni letteralmente ipnotiche che, aiutate da degli effetti speciali non sempre al top, ma comunque efficaci conquistano tanto i più piccoli quanto i più grandi.

Una Emma Stone in grado di sbalordire sempre più, sia nei panni di Estella, personaggio sopra le righe, ma con una parvenza di realtà che, pur distinguendosi dagli altri, cerca di ancorarsi alla normalità del mondo che la circonda, sia nei panni di Cruella, più “spietata” nel senso di modo di porsi. Cruella è più intraprendente, più decisa nelle sue scelte, non ha paura di osare e mostrarsi agli altri per quello che realmente è. Ecco perché anche lo stesso personaggio afferma più volte di dover cercare di reprimere l’una o l’altra. E la bravura di Emma Stone risiede proprio in questa capacità di bilanciare perfettamente queste due parti uguali e contrapposte allo stesso tempo, intrinseche nella stessa persona. A farle da spalla, al di là dei due orfani, c’è indubbiamente una Emma Thompson che dimostra ancora una volta di riuscire a calarsi perfettamente ed essere sempre a suo agio in qualsiasi tipo di personaggio e interpretazione. Non semplice anche il suo ruolo, quello di una donna incompresa e che cerca di emergere e primeggiare in ogni situazione; una donna che non accetta fallimenti o imprevisti e che, invece, si ritroverà a fronteggiare un pericolo enorme avendo a che fare con Cruella.

Una narrazione semplice e lineare che tende ad umanizzare la protagonista per cercare di far comprendere il perché del suo comportamento e delle sue scelte. E questo è forse, in parte, un errore perché si tende, poi, a empatizzare fin troppo con lei e non definire bene i confini. Dare una spiegazione in questi termini del comportamento di un “cattivo” Disney non è sempre corretto. Dall’altra parte, però, c’è da dire che la struttura parte da una base già di “cattiva”, nel senso che la parte di Cruella è già presente nella piccola Estella, che fin da piccola ha connotazioni e tratti da “alternativa”.

Un prequel che spiega la vita di Cruella e che anticipa quello che sarà e che aspettiamo impazienti di vedere nel sequel già annunciato del film.


Veronica Ranocchi

sabato, maggio 29, 2021

THE FATHER - NULLA E' COME SEMBRA

The Father – Nulla è come sembra

di Florian Zeller

con Anthony Hopkins, Olivia Colman, Mark Gatiss

Francia, Regno Unito, 2020

genere: drammatico

durata: 97’

Strepitoso Anthony Hopkins basterebbe come frase per riassumere “The Father – Nulla è come sembra”, film di Florian Zeller vincitore di due premi Oscar, uno per la miglior sceneggiatura non originale e uno, appunto, per miglior attore protagonista.

Una statuetta che va ad aggiungersi a un’altra già in possesso dell’attore gallese che, con questa, entra ancora di più nella storia, sia dell’Academy che della settima arte, diventando, al momento il più anziano premiato.

Ma “The Father” non è solo Anthony Hopkins. È anche una storia toccante, vera e autentica che trasporta lo spettatore a metà strada tra la realtà e la “finzione”, non tanto quella del cinema stesso, quanto quella della malattia che il protagonista della vicenda ha.

Anthony (Hopkins) è un uomo anziano e malato di alzheimer, per il quale la figlia sta cercando una soluzione che possa mettere d’accordo le esigenze di tutti.

All’inizio siamo catapultati davanti a personaggi e dinamiche che diamo per scontate, o meglio che crediamo siano reali perché così ci vengono presentate. Presto. Però, con l’avanzare della narrazione, scopriamo che, come il sottotitolo italiano ci aveva anticipato, nulla è come sembra e che tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento non è la realtà, ma è solo “un punto di vista”. Così come lo è anche il successivo, e quello ancora dopo. Alla fine ciò che emerge è che non esiste una verità del tutto oggettiva. Si può solo ricomporla, prendendo elementi da una visione e dall’altra. E ciò che ci permette di poter fare un’affermazione del genere è un utilizzo incredibile del montaggio che mescola in maniera perfetta momenti, stati d’animo e sensazioni dei vari personaggi che ruotano intorno alla figura del protagonista.

I volti, i movimenti, le parole si mescolano tra i vari interlocutori e, soprattutto inizialmente, mettono in difficoltà anche lo spettatore stesso che si ritrova a interrogarsi continuamente su chi sia veramente un determinato personaggio piuttosto che un altro.

A fare da cornice ad un film, quindi, scritto, girato e montato in maniera quasi completamente impeccabile c’è un cast di tutto rispetto. Dal protagonista Anthony Hopkins, citato inizialmente, impeccabile che, con questo personaggio, porta sullo schermo probabilmente l’interpretazione della vita, alla sua coprotagonista Olivia Colman, vincitrice dell’Oscar due anni fa per il suo ruolo ne “La Favorita”. Un Hopkins che, mai davvero del tutto vincolato alla figura di Hannibal Lecter, che, però, lo ha reso celebre al mondo intero, ha dato vita a una figura umana a 360°. Le continue interruzioni delle frasi, l’incertezza di ogni parola e ogni singolo gesto fanno percepire tutta la sua sofferenza. Una sofferenza che non si può descrivere a parole. Una sofferenza personale e unica che il film prova a spiegarci facendoci, in qualche modo, entrare nella mente dell’uomo. Straziante e commovente, “The Father” è un’opera che fa della sua semplicità da più punti di vista la sua forza. Pochi personaggi che si alternano ciclicamente e che, seppur con pochi tratti, sono ben caratterizzati. Ma anche pochi spazi. Il film, infatti, si sviluppa quasi esclusivamente all’interno di una casa, salvo rare eccezioni. E, oltre ad essere utile ai fini della narrazione, è anche un elemento apparentemente semplice, ma che conferisce complessità all’intero prodotto.

Chicca finale la musica di Ludovico Einaudi. Semplicemente perfetta.


Veronica Ranocchi

giovedì, maggio 27, 2021

UN ALTRO GIRO

Un altro giro (Druk)

di Thomas Vinterberg

con Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Magnus Millang

Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, 2020

genere: drammatico

durata: 117’

Dopo una distribuzione più complessa del previsto, a causa della pandemia, “Un altro giro”, invece che essere presentato in anteprima al festival di Cannes 2020, ha dovuto attendere e spostarsi geograficamente al Toronto International Film Festival a livello internazionale e, in Italia, al Festival di Roma.

Vincitore del premio Oscar come miglior film internazionale, in rappresentanza della Danimarca, il film diretto da Thomas Vinterberg ha come protagonista Mads Mikkelsen, nel ruolo di un insegnante in un momento particolare della propria vita.

Martin, Tommy, Nikolaj e Peter sono quattro amici, tutti e quattro insegnanti in quattro materie diverse che sembrano non trarre soddisfazione dalla propria vita, né lavorativa né personale. Martin soprattutto, del quale lo spettatore ha una condivisione maggiore, è quello che ha più difficoltà perché non riesce a relazionarsi con i propri studenti, ai quali insegna storia, né con la propria moglie e i due figli.

Per divertimento, durante una cena, i quattro discutono a proposito della teoria di uno psichiatra che sostiene che l’uomo nasca con un deficit da alcol pari allo 0,05% e che questo lo renda meno attivo sotto tutti i punti di vista. Il giorno dopo Martin decide di provare a mettere in pratica la teoria e comincia a bere piccole quantità di alcol a lavoro, vedendo e raccogliendo subito i frutti sperati: maggiore autostima e migliori interazioni con gli studenti e i colleghi. Presi dall’entusiasmo e considerati i risultati positivi dell’amico, anche gli altri tre decidono tutti di alzare il tiro che porta inevitabilmente a conseguenze catastrofiche.

Così descritto potrebbe sembrare un film sull’alcol, sull’alcolismo e sugli effetti di questo. O comunque un film che pone al centro di tutto questo tema. In realtà non è così: l’alcol è solo uno “strumento” per scavare nella vita di Martin e dei suoi amici e nelle relazioni umane e interpersonali dei quattro. L’insoddisfazione dei quattro protagonisti è reale e comune. Non è una cosa che caratterizza solo loro. Quello che Vinterberg porta in superficie è un problema più comune di quanto possa sembrare. E sono tanti i temi che derivano dall’atteggiamento dei quattro uomini: dalla perdita di fiducia in sé stessi e negli altri, alla convinzione di non essere o di non fare mai abbastanza.

Con la vicinanza e la prossimità di una regia attenta a cogliere ogni sfumatura dei personaggi attraverso numerosi primi piani, Vinterberg pone l’accento sull’essere umano, in quanto essere imperfetto. I numerosi silenzi e il ricorso allo scritto in alcuni momenti sono indicativi della storia che il regista danese ha voluto portare sullo schermo. E a fare da cornice a una storia intensa come quella di “Un altro giro”, ci sono anche delle interpretazioni degne di nota. Dal protagonista Mikkelsen, sempre nella parte e mai sopra le righe, agli altri tre attori che non si limitano a essere un contorno, ma vengono ben descritti attraverso tratti essenziali che li contestualizzano. Da menzionare anche la scelta delle materie assegnate loro che si confà più che bene allo stile di vita: una scrittura attenta e precisa. E una scrittura che chiude tutto in un modo quasi catartico.


Veronica Ranocchi

lunedì, maggio 10, 2021

MINARI

Minari

di Lee Isaac Chung

con Steven Yeun, Han Ye-ri, Yoon Yeo-jeong

USA, 2020

genere: drammatico

durata: 115'

Una descrizione davvero accurata di quello che è il sogno americano. E di quello che è per la famiglia Yi, dove il padre Jacob cerca, in qualche modo, di realizzarsi e apparire diverso agli occhi della famiglia.

Tutto inizia, infatti, con la decisione dello stesso Jacob, marito di Monica e padre della piccola, ma già grande, Anne e di David, di portare l’intera famiglia sudcoreana in Arkansas. Già residente in America, la famiglia Yi si sposta da un luogo all’altro per fare fortuna e nella speranza che Jacob possa realizzarsi.

Ma non tutto sembra andare secondo i piani e né l’orto né la fattoria che il padre di famiglia sogna di avere riescono a realizzarsi a causa della mancanza di acqua. Per evitare l’ennesima lite con la moglie e una sempre più incombente separazione dell’intero nucleo familiare, l’uomo concede alla consorte di far andare a vivere con loro la madre Soon-ja. Questa, fin da subito, sembra diversa dalla classica figura della nonna che tutti immaginiamo e anche il piccolo David, che non l’aveva mai conosciuta, ne rimane colpito, inizialmente in negativo, additandola quasi come un’estranea, sottolineando anche, in un frangente, quanto questa “puzzi di Corea”. Dopo i primi battibecchi iniziali i due però iniziano in qualche modo a legare e creare un legame, che si evolverà in modo inaspettato.

A conquistare è sicuramente il piccolo e tenero David che, per tutta una serie di motivi, diventa immediatamente il fulcro della storia. Il suo modo di vedere il mondo, oltre ad essere quello di un bambino e quindi caratterizzato in primo luogo dall’innocenza e l’ingenuità, è anche legato alla sua malattia (una sorta di malformazione cardiaca) che lo porta a prestare maggiore attenzione a qualsiasi cosa. A fare da contraltare a David c’è la nonna. Una figura anomala e fuori dal comune che inizialmente anche il pubblico trova difficile comprendere e giustificare. Anzi il porsi in contrapposizione rispetto alla genuinità del piccolo di casa “oscura” quasi il suo personaggio. Col tempo, però, lei comincia a cambiare, o almeno ci prova, e anche lo spettatore inizia ad entrare in sintonia con lei. 

Il rapporto tra i due è la vera base di Minari. Un film che oltre alla realizzazione e alla ricerca di uno scopo nella vita fa riflettere anche sui rapporti interpersonali. 

Ed ecco che il sogno americano e la ricerca del successo diventano secondari. Ce lo fa capire Monica che lo ricorda più volte al marito, il quale preferisce scegliere, almeno in apparenza, la prospettiva di una vita agiata e dignitosa piuttosto che il benessere della famiglia. Ma non è totalmente da colpevolizzare la sua decisione. All’interno del suo obiettivo c’è anche e soprattutto la salvaguardia della famiglia e del suo rapporto con i vari membri.

Allo stesso modo lo sfaccettato personaggio della nonna, interpretato più che magistralmente da Yoon Yeo-jeong, vincitrice dell’Oscar come miglior attrice non protagonista, rappresenta la vera svolta. 

La donna è colei che in qualche modo rompe gli equilibri della casa, cerca di imporre una sua visione del mondo, ma comprende anche che talvolta deve essere lei stessa a “cambiare” per il bene di chi le sta intorno.

Da brividi la scena in cui si addormenta abbracciata al piccolo David come a proteggerlo da tutto e da tutti, dal male del mondo e dalla cattiveria. E, senza spoiler, la corsa di David è il vero raggiungimento del sogno americano. O meglio del sogno di chiunque. 

Menzione, oltre che alle interpretazioni, sempre credibili e mai esagerate, alla colonna sonora e alla fotografia aiutata dalle immense distese di verde nelle quali la famiglia è immersa.


Veronica Ranocchi

martedì, maggio 04, 2021

Le notti bianche del cinema

 

ALICE NELLA CITTÀ INSIEME AD ANEC, ANICA, U.N.I.T.A.
PREMI DAVID DI DONATELLO E 100 AUTORI
ANNUNCIANO
LE NOTTI BIANCHE DEL CINEMA
48 ORE DI PROIEZIONI NON-STOP, ANTEPRIME, INCONTRI ED EVENTI SPECIALI PER UN
GRANDE EVENTO DI MEZZA ESTATE
DA MILANO A PALERMO, DA TORINO A ROMA, DA BOLOGNA A  BARI
CON LA PARTECIPAZIONE DI
ESERCENTI, DISTRIBUTORI, REGISTI, ARTISTI E SCENEGGIATORI, GIORNALISTI, CRITICI E
CURATORI DI FESTIVAL TUTTI UNITI PER LA RIPARTENZA

 #soloalcinema



Alice nella città
si fa promotrice, insieme alle associazioni di categoria Anica e Anec, agli artisti di U.N.I.T.A., ai 100autori e alla Fondazione Accademia del Cinema Italiano - Premi David di Donatello, di un evento che rappresenterà un momento fondamentale nel nuovo piano nazionale di riapertura delle sale cinematografiche #soloalcinema: le Notti Bianche del Cinema. Un grande appuntamento culturale, pensato per essere replicato durante l’anno e per trasferire al pubblico la magia e l’atmosfera unica della sala.

Si tratta di una vera e propria “festa” di mezza estate che da Milano a Palermo, da Torino a Roma, da Bologna a Napoli da Livorno a Bari , animerà le sale italiane con una 48 ore di proiezioni non-stop per recuperare il tempo perso con una programmazione composta da  anteprime, incontri, omaggi  ed eventi speciali, con un unico biglietto agevolato e che coinvolgerà tutte le professionalità del settore: esercenti, distributori, registi, artisti, sceneggiatori, giornalisti, critici e curatori di festival uniti per la ripartenza.


I cinema di tutte le città coinvolte saranno parte integrante di un programma condiviso e connesso. Il concept delle notti bianche prevederà: 48 ore di cinema no-stop; un biglietto d’ingresso unico agevolato; un pass/accredito da acquistare per accedere a tutte le sale delle Notti Bianche e costruirsi un percorso dedicato; un’unica campagna di comunicazione nazionale che raccoglierà il programma con di tutti gli eventi.

Esercenti, associazioni, scuole di cinema, cineteche e festival contribuiranno a far vivere, diffondere e amplificare non solo le nuove uscite, ma con forme inedite, anche eventi e proiezioni speciali organizzati e promossi direttamente sul territorio e in linea con l'identità di ciascuna realtà locale.

Tra questi una serie di incontri e presentazioni ideate e organizzate in collaborazione con i 100 autori nelle diverse città e che ha tra i primi confermati Giorgio Diritti, Susanna Nicchiarelli, Edoardo De Angelis, Francesco Bruni, Davide Ferrario, Gianfranco Cabiddu, Stefano Rulli e Sandro Petraglia.


Il programma completo di Notti Bianche del Cinema e la campagna #soloalcinema verranno presentati nel corso di una conferenza stampa prevista il prossimo 25 maggio.

L'apparenza delle cose

L'apparenza delle cose

di  Shari Springer Bergman e Robert Pulcini

con Amanda Seyfried, James Norton

USA 2021

genere, thriller, orrore

durata, 121


Ad attirarci de L’apparenza delle cose era stata innanzitutto la presenza in cabina di regia della coppia formata da Shari Springer Bergman e Robert Pulcini, già autori di quell’ American Splendor che, prendendo in parola anticonformismo del suo protagonista, il fumettista Harvey Pekar, erano riusciti a realizzare  un biopic fuori dagli schemi

Diventati registi di genere e di consumo, Bergman e Pulcini tentano di fare la cosa più difficile, e cioè di conferire uno sguardo personale a una storia di fantasmi che punta a conquistare il grande pubblico attraverso la capillare distribuzione del mecenate Netflix.Forti di un’interprete brava e popolare come Amanda Seyfried, appena riscoperta e nominata con Mank, i registi si avvicinano al genere assecondandone canoni e dinamiche, lavorando a un sottotesto che ripropone schemi e situazioni di prevaricazione maschile (#METOO docet) in cui violenze e vessazioni hanno poco di metafisico e riguardano più che altro la realtà dei fatti.


Pulcini e Bergman sono bravi a lavorare sulle suggestioni e sulle psicologie dei personaggi, dipanandone con coerenza i rispettivi rimossi; lo sono meno quando si tratta di tirare le fila del discorso e quindi nel momento in cui sono narrazione e drammaturgia e non i personaggi a costruire la catarsi finale che ne L’apparenza delle cose non è all’altezza delle premesse.

Carlo Cerofolini

sabato, maggio 01, 2021

TENEBRE E OSSA

Tenebre e ossa

di Lee Toland Krieger

con Ben Barnes, Jessie Mei Li, Archie Renaux

USA, 2021

genere: fantasy

stagione: 1; episodi 8

durata: 45-58 minuti

Enorme successo per la serie Netflix “Tenebre e ossa” (Shadow and bone, nel titolo originale) nata dalle pagine della scrittrice fantasy statunitense Leigh Bardugo. Questa ha creato un universo, denominato Grishaverse, dove si incontrano e si mescolano vari personaggi. Il tutto è ambientato in una terra che sembra richiamare un’ipotetica Russia.

La serie, in otto episodi da 50 minuti ciascuno, ha fin da subito monopolizzato le classifiche della piattaforma, data anche la lunga attesa e il grande interesse nutrito per una storia che ha appassionato e incollato alle pagine dei libri tantissimi fan.

Tutto inizia con Alina Starkow, una giovane orfana, che fa la cartografa: disegna cioè delle mappe del paese e dei territori circostanti, molti dei quali visitabili solo grazie a queste specifiche mappe.

La giovane, fin dall’infanzia cresciuta con l’amico Mal, adesso un tracciatore, non intende separarsi da lui, soprattutto quando questi è scelto per essere uno di coloro che dovranno attraversare la temibile “Faglia”, una specie di grande barricata di magia nera che separa i territori. Grazie alla sua astuzia riesce a partire insieme a Mal, ma durante il viaggio sono attaccati e Alina, per salvare l’amico, sprigiona un potere leggendario che nemmeno lei sapeva di possedere. Per questo viene etichettata come “Grisha”, cioè colei che ha poteri magici e viene allontanata da Mal. Questa separazione porterà i due a cercare di ricongiungersi, nonostante vari personaggi e varie insidie che si frapporranno tra loro. Accanto ad Alina comparirà il Generale Kirigan, un’oscura e ammaliatrice personalità con il solo scopo di arricchire il proprio potere.

Parallelamente alle vicende di Alina e Mal ci sono anche quelle dei cosiddetti Corvi: il leader Kaz, la spia Inej e l’abilissimo pistolero Jesper. I tre, intenzionati ad arricchirsi, si mettono sulle tracce di Alina, ma saranno continuamente frenati e ostacolati.

La terza “storia” a fare da contorno alle altre è quella della grisha Nina al servizio del generale, ma improvvisamente rapita, e del cacciatore di streghe Matthias che partecipa al rapimento della donna.

Una storia dove la magia è la vera protagonista. Avventure e personaggi complessi, da sviscerare nel corso degli episodi (e perché no, anche delle stagioni), che ammaliano e tengono lo spettatore incollato allo schermo. Situazioni non troppo ovvie e scontate, seppur con tutti gli stereotipi e i cliché del genere con ampio potenziale anche nell’ottica di un’ipotetica seconda stagione. Chiaramente chi ha letto i libri sa già come si svilupperà la storia. Molti sono rimasti entusiasti della trasposizione fedele dei romanzi, seppur con alcuni elementi magari rimasti troppo in superficie e non approfonditi come necessario. Ma per chi non li ha letti “Tenebre e ossa” risulta una serie dal grande potenziale, in grado di intrattenere e non solo.

Di norma nelle serie tv ci sono sempre dei personaggi preferiti, sia per la scrittura che per l’interpretazione dell’attore o dell’attrice in questione, così come storyline predilette rispetto ad altre. Ecco, non è questo il caso della prima stagione di “Tenebre e ossa” che mescola un cast di attori molto giovani e ancora non conosciuti dal grande pubblico che regalano delle ottime interpretazioni e fanno trasparire una grande armonia. L’attore più noto dell’intero cast è il sempre giovane Ben Barnes, nel ruolo tutt’altro che semplice del generale Kirigan. Conferire le sfumature caratteriali di un personaggio così intrinsecamente complesso è un lavoro che necessita molta attenzione. Per questo aveva bisogno di un volto già più affermato. E lo charme di Barnes dà vita ad un risultato praticamente perfetto.

Non resta, quindi, che aspettare e sperare che la serie venga rinnovata per una seconda stagione e che essa sia appassionante almeno quanto la prima.


Veronica Ranocchi

lunedì, aprile 26, 2021

Nomadland. La recensione del film di Chloè Zhao

Nomadland

di Chloè Zhao

con  Frances McDormand

USA, 2021

genere, drammatico

durata, 108


L’ascesa di Chloé Zhao


Nomadland di Chloé Zhao è innanzitutto la conferma di una poetica che in soli tre film (Song my Brother Taught Me e The Rider – Il sogno di un cowboy, gli altri due) ha piantato le sue radici nell’immaginario del cinema americano contemporaneo  al punto di imporsi forse anche al di sopra delle aspettative della stessa regista. Abituata a lavorare in regime di indipendenza con budget e troupe ridotte all’osso e con largo uso di attori non  professionisti, la Zhao ha infatti appena finito di girare un blockbuster, Marvel (Gli Eterni) pieno zeppo di star ed effetti speciali, e questo la dice lunga sulla suggestione esercitata delle sue direzioni presso i gestori della grande macchina hollywoodiane.


La capacità di conciliare spinte opposte 


Provare a immaginare per quale ragione i Mogul degli Studios se ne siano innamorati equivale a chiedersi  che tipo di storia sia Nomadland e in quale rapporto si ponga con le istanze del proprio tempo. E qui veniamo a uno dei nodi centrali del film, perché nel raccontare la scelta di Fran (Frances McDormand), decisa a vivere una esistenza nomade, perennemente in viaggio di stato in stato sulle strade di un Paesaggio da western americano, Nomadland approda a una sintesi capace di conciliare pulsioni opposte: da una parte il desiderio di intimita’ e di raccoglimento e nel complesso di vita minuta che per la donna e’ esigenza caratteriale ma anche necessità contingente (dettata dalla volontà di metabolizzare un recente lutto); dall’altra il senso di infinito e la voglia di libertà che in Nomadland scaturiscono dal contatto con la natura e di conseguenza dal rifiuto delle pratiche urbane. 



Blockbuster dell’anima 


A suo modo, dunque, Nomadland e’ un film epico perché attraverso l’ esperienza individuale della sua protagonista si confronta con uno dei miti del grande paese e cioè con una frontiera – geografica ma anche simbolica –  la cui novità non consiste  più nell’essere un territorio estraneo ma al contrario quasi familiare, quello in cui meglio di altri ci si può riconoscere e sentire a proprio agio.





Da Into The Wild a Nomadland


A differenza dell’Alex Supertramp di Into The Wild che all’inizio del millennio si faceva antesignano dei nuovi ribelli in aperta critica con il modello di società borghese, la fuga dal mondo di Nomadland ha perso lo slancio eversivo non discriminando il sistema ma venendoci a patti (ad esempio, Amazon in cui saltuariamente lavora Fran) in  un quadro generale di rassegnazione che però non fa venire meno lo spirito indomito con cui la protagonista asseconda là proprie attitudine. Afflato non dissimile dalle figure raminghe ma sempre solidali e avvertite tipiche del cinema, ad esempio, di una come Kelly Reichardt, vedasi tra gli altri Wendy e Lucy o il recente First Cow.


Così vicino, così lontano


In continua dialettica tra vicino e lontano, tra primi piani esistenziali e prospettive illimitate, tra interni ed esterni, Nomadland mette insieme la capacità di raccontare l’uomo e il suo spazio spingendosi agli estremi delle sue possibilità, dunque stupisce fino a un certo punto trovare Chloe Zhao a capo di una storia – quella realizzata per conto della casa delle idee – che a occhio e croce mette in campo le stesse dinamiche traslate su un piano cosmico e fantascientifico. Ai posteri L’ardua sentenza: per adesso godiamoci Nomadland, sicuro protagonista della prossima notte degli Oscar.




Ps. L’arte di Frances McDormand 


Guardare la faccia di Frances McDormand in Nomadland e riconoscervi la vita di una persona. E’ una sensazione questa  che si rinnova ad ogni nuovo incontro, il che,  in generale, fa  pensare che per un attrice come lei  stare davanti alla mdp con così tanta credibilità non sia solo una questione di talento ma dipenda anche dalla coerenza delle sue scelte, a cominciare da quelle relative ai ruoli da interpretare e soprattutto a quelli da rifiutare. A ben vedere la Fern di Nomaland potrebbe essere parente stretta della  Mildred Hayes di Tre Manifesti ad Ebbing, Missouri, il che è tutt’altro che casuale.


Tratto dall’omonimo libro di Jessica Bruder,  Nomadland ha vinto il Leone d’Oro alla 77a Mostra del cinema di Venezia; ha ottenuto 4 candidature al Golden Globes e tra gli altre 5 candidature agli Spirit Awards.  


Carlo Cerofolini

(pubblicato su taxidrivers.it)



domenica, aprile 25, 2021

La foto della settimana

 

                                         Sulle mie labbra di Jaques Audiard (Francia 2001)

Perché è difficile spiegare la bravura di un attore





Spiegare a se stessi e agli altri la bravura di un attore non è cosa facile: per farlo occorrono conoscenze specifiche, spesso considerate in sott’ordine rispetto alla centralità tematica del regista e della sua messinscena.

La riprova ci viene data ogni volta che leggiamo una recensione, nella quale, quando menzionata, la prova dell’interprete è risolta  con il voto espresso dall’aggettivo che ne precede il cognome (eccellente, ottimo, buono, pessimo, insufficiente); come pure dalla scarsa saggistica che si preoccupa di entrare nel merito di un’arte ancora poco teorizzata e discussa da saggi e riviste specializzate.

A fare però, da cartina di tornasole del nostro discorso sono le interviste ai protagonisti del film. Commissionate per la maggior parte da periodici e magazine di cronaca e cultura (e non da quelli di settore), le stesse sono il riflesso di un interesse non rivolto al miracolo dell’atto creativo e alle tappe della trasfigurazione fisica e psicologica dell’intervistato. I contenuti, infatti, si limitano a passare in rassegna la biografia del personaggio di turno per ricavarne curiosità e aneddoti, e ancora, a esporne il parere a proposito di importanti questioni del nostro tempo.

Per tali ragioni, consci del fatto che l’efficacia di una buona performance è quella di nascondere la tecnica che permette all’attore di essere il suo personaggio, è pur vero che con il passare degli anni, a venire meno è stata la dimestichezza utile a cogliere dizioni e sfumature espressive, come anche la capacità di saper distinguere tra artificio e verosimiglianza. Da qui la mania di rifugiarsi in approssimazioni in cui la popolarità si sovrappone alla  bravura,  l’esposizione mediatica al talento; con ciò che ne consegue in termini di sopravvalutazione e improvvisi innamoramenti.

Una delle conseguenze di questo stato di cose è la tendenza a cristallizzare gli attori all’interno di un determinato ruolo, di solito quello in cui hanno avuto più successo, con sommo discapito degli interpreti più eclettici, quelli che, proponendo tipi umani sempre diversi, finiscono per essere meno identificabili e quindi appetibili dal punto di vista commerciale.

Gli esempi non si contano, in Italia come all’estero: a eccezioni come quelle di Tom Hanks e Jim Carrey, bravi a intraprendere un percorso diverso da quello originario, passando dal comico al drammatico, si accompagnano scelte di senso opposto come quelle di Tom Cruise, determinato a reiterare a oltranza la sua immagine (ever green) da ragazzo della porta accanto,  anche nel momento in cui la strepitosa interpretazione in Magnolia di Paul Thomas Anderson gli aveva offerto la possibilità di ampliare il suo repertorio.

Al contrario di Julia Roberts e Brad Pitt: la prima brava a perseguire il doppio binario dell’arte e del commercio, facendosi portare all’altare dell’Oscar da Steven Soderbergh, con un personaggio (Erin Brockovich) diverso dal suo cotè abituale; il secondo, cercando di smontare il teorema dell’attore bello e vacuo, non solo attraverso la frequentazioni di stimati autori internazionali (Terry Gilliam e Alejandro González Iñárritu), ma conquistando credito presso stampa e opinione pubblica, mettendo a disposizione la sua notorietà  in importanti campagne umanitarie.

Nel nostro paese la tendenza a stereotipizzare caratteristiche e qualità dei singoli attori rimane alta. Per fare qualche esempio, a Jasmine Trinca e Luca Marinelli, spesso al centro di esperienze sentimentali a dir poco complicate, fanno eco le nevrosi intellettuali di Laura Morante, Margherita Buy e Valeria Bruni Tedeschi, abbonate a ruoli di donne complesse e tormentate, in un un panorama generale (e in mercato) che premia la ripetizione dello schema e scansa il sorprendente e l’inatteso. Come invece è successo (in terra straniera) a Marcello Fonte con Dogman.

Sempre in termini di valutazione di quello che ci fa preferire un attore all’altro, bisogna dire che a differenza del teatro nel cinema la recitazione si rapporta all’immagine, facendo entrare in gioco doti innate come la bellezza, il magnetismo, ma anche la capacità del singolo di flirtare con la mdp, che spesso ammaliano il pubblico perché lo toccano nei sensi e nell’inconscio, escludendo ogni altra ragione.

La capacità dei corpi di essere lo specchio del desiderio dello spettatore, unita alla capacità del grande schermo di moltiplicarne gli effetti, contano non poco nel determinare preferenze e gradimenti. Talvolta, poi, la verità (se esiste) si posiziona dove meno te l’aspetti; per esempio, tra le fila di attori alla loro prime esperienze, eppure capaci di entrare in un film in punta di piedi  per poi contribuire a determinarne le sorti. Tra la miriade di volti vengono in mente quelli di Daphne Scoccia in Fiore e di Raffaella Giordano ne L’intrusamisteri d’attore che rinnovano il fascino di chi riesce a dare vita ai nostri sogni più belli.

Carlo Cerofolini

(pubblicato su taxidrivers.it)  

 


Sulla stessa onda: conversazione con il regista Massimiliano Camaiti

Sulla scia del rinnovato interesse per i film a tematica giovanile e debitore di un film seminale come Colpa delle stelle, Sulla stessa onda vede  l’esordiente Massimiliano Camaiti cimentarsi nel teen dramedy con sguardo personale e attraverso una rappresentazione in cui l’amore e la grazia dei protagonisti diventano la chiave per decifrare il mondo. Prodotto da Netflix,  Sulla Stessa onda ha conquistato i primi posti delle classiche italiane e internazionali, potendo contare sulla freschezza e la bravura di Elvira Camarrone e Christian Roberto nella parte dei giovani protagonisti.


Esordisci con una teen dramedy in cui racconti gli anni giovanili per antitesi, nel senso che fai della malattia il principale ostacolo dell’amore tra Lorenzo e Sara. Da una parte, parlare della giovinezza in questa maniera era un rischio, dall’altra il tuo è un filone molto popolare in America e che anche da noi sta prendendo piede: come dimostrano gli eccellenti risultati di Sulla stessa onda, fin dalla sua uscita su Netflix, in testa alle classifiche in Italia e in vari paesi del mondo.

Assolutamente sì. Come dici tu il teen dramedy è un genere molto in voga, anche se poi guardandoli bene ci sono tante differenze tra uno e l’altro. Colpa delle stelle è quello che ha avuto più successo di tutti, però ognuno di questi film attua delle scelte stilistiche differenti che lo portano poi a trovare il suo proprio pubblico di riferimento. Penso che Sulla stessa onda abbia caratteristiche sue proprie ben evidenti e provi a sfuggire all’impostazione retorica che rischia di avere questo genere. Magari ho deluso qualche giovane spettatore però ho conquistato un pubblico più maturo.

Di sicuro c’è il fatto che come nel caso di Alice Filippi per Sul più bello anche tu sei riuscito a lavorare sul genere in maniera personale.

Penso di aver usato il suo stesso procedimento e cioè  lavorare all’interno del genere assecondando i miei gusti. Anche perché se uno procede per imitazione finisce per fare la macchietta di altri film.

Sulla stessa onda è un film composito:  ha una narrazione forte, ma interpreti sconosciuti. Dunque, la prima caratteristica è che a essere in primo piano è la riconoscibilità della forma che peraltro  metti in scena con gli archetipi tipici del genere.

Secondo me sì: la prima parte è più di genere, nel senso che con il passare del tempo la storia diventa più intimista e si vira più sul melò. Dal canto loro, Elvira Camarrone (sarà, ndr) e Christian Roberto (Lorenzo, ndr) sono bravissimi nello scambiarsi sguardi e silenzi che senza dirlo diventano testimonianza del loro amore.

Oltre al fatto di dover rispettare i canoni di genere Sulla stessa onda doveva tenere conto dei parametri  di un produttore d’eccezione come Netflix. Il rischio di realizzare un prodotto privo di personalità non era scontato.

Di questo rischio parlavo continuamente con il direttore della fotografia, Michele Paradisi, che oltre a essere un direttore della fotografia bravissimo è stato anche un po’ il mio psicologo. Era assieme a lui che facevo crescere la storia, non solo dal punto di vista visivo. Ci siamo infatti confrontati molto sul tono del film, in effetti ci consultavamo su tutto… anche sul dubbio a proposito dell’utilizzo del dialetto siciliano.

In effetti quest’ultimo aspetto è una diversità forte per questo tipo di film.

Sì, è una diversità forte. Avevo molti dubbi, ma l’aver ricevuto tanti riscontri positivi su questo aspetto e il fatto che il film sia andato bene mi fa affermare che la scelta ha funzionato. In generale la questione rientrava tra le tante relative alla messinscena del film: dunque al tipo di immagine, alla scelta degli attori e del registro recitativo, di quanto e come farli parlare, delle musiche…

Sulla stessa onda parte da un ambientazione classica, ovvero dalla spiaggia intesa come  luogo incontaminato, in cui è possibile entrare in comunione con il paesaggio e incontrare nuovi amori. In questo, come anticipavi, la prima parte rispecchia appieno i canoni del genere.

Sì, nella prima fase il film rispecchia i canoni prestabiliti con, forse, l’aggiunta di una sapore nostalgico dato dalla dimensione senza tempo del mondo siciliano. Intendo dire che la storia è ambientata ai giorni nostri perché ci sono i telefonini, ma a parte quello la purezza e l’ingenuità che l’attraversa è tipica di altri momenti storici. Questo probabilmente aiuta anche, a chi è più avanti con l’età, a potersi identificare con storia e personaggi.

La seconda parte è invece più personale. Una sua prima caratteristica è la corrispondenza tra immagini e contenuto. Tanto Sulla stessa onda racconta un sentimento stabile e duraturo, tanto le inquadrature sono di tipo classico e cioè senza molti movimenti di macchina e volte alla ricerca di un’armonia compositiva fatta di campi lunghi e tagli di luce. 

Sulle scelte fotografiche potrei parlare ore. Io sono partito dagli scatti di due fotografi, un procedimento che si fa più spesso di quanto non si creda: per esempio in Lady Bird, uno dei film giovanili che abbiamo preso come riferimento, è successa la stessa cosa. I fotografi a cui mi sono ispirato sono stati Luigi Ghirri, che fa queste panoramiche marine dominate da una forte geometria delle linee e in cui non c’è (quasi) mai nessuno; e poi Massimo Vitali, che invece ritrae la Sicilia attraverso spiagge affollatissime. Per me si trattava di un connubio interessante perché visivamente riproduceva lo stato d’animo dei due ragazzi, determinati a ricercare l’intimità giusta per vivere le difficoltà della loro relazione, ma costretti a farlo  in un contesto come la Sicilia, dove ogni volta che ti muovi c’è rumore e confusione. Da qui la volontà di Sara e Lorenzo di scappare da questo mondo.

Ci sono dei totali lunghissimi, spesso posti a conclusione della scena per ricollocare lo stato d’animo dei protagonisti all’interno della natura e del mondo. C’è un discorso di linee che creano delle inquadrature molto geometriche. A volte è però la luce a disegnare il fotogramma e dunque a creare geometrie. Poi c’è la luce dal basso ad illuminare i volti, la posizione dei corpi… Ultima cosa, delle tante pensate con Michele, nel film non ci sono molti movimenti di macchina. Quando hai un panorama così, con un mare che si muove dietro, non esiste che muovi il carrello per sottolineare un’emozione. E’ già tutto lì.

Parliamo dell’uso dei colori. I tuoi sono particolarmente materici, vivaci ma non pieni.

C’è un discorso cromatico che ha di fondo il color sabbia. Quest’ultimo non è solo riferito all’arena ma anche ai palazzi di Palermo; poi ci sono anche il blu del mare e il verde scuro della vegetazione montana. Su questi colori  i personaggi si muovono con colori più accesi (il rosso, il giallo o altri) in maniera da farli staccare dall’insieme.

Tornando alla scelta della lingua. Mi sembra che la presenza del siciliano sia anche un modo per unire i personaggi al territorio e quindi per creare una dialettica tra reale e ideale.

Sì, perché effettivamente nel film ci sono due spinte: una che punta più sulla realtà, perché comunque anche i dialoghi sono molto veri e “normali”; un’altra relativa alla storia che sa di fiabesco al fine di creare una sorta di magia.

Un’altra cosa forte è il pudore dei sentimenti. La tua gioventù non è urlata come quella di Gabriele Muccino.

Mi è stato già fatto notare questa differenza. Probabilmente i miei riferimenti vanno in tutt’altra direzione (ma è solo una questione di gusti) e alcuni di questi sono entrati inconsapevolmente nel film. Per esempio, c’era un critico che giustamente mi ha fatto notare una vicinanza con Eric Rohmer, in particolare con Un ragazzo, tre ragazze (Conte d’été, ndr) che per me è uno dei suoi film più belli. Ma le références sono le più svariate. Per esempio, ti posso poi dire che, per far capire al direttore della fotografia come volevo fosse realizzata la scena della spiaggia in cui Lorenzo solleva  la ragazza, mi sono ispirato a una scena di Her di Spike Jonze, quella al mare, in cui Joaquin Phoenix cammina vestito in mezzo alla gente, esprimendo totale estraneità  rispetto alla realtà che lo circonda. Cosa che spero passi anche con i miei personaggi. 

Parlando di corpi, mi ha colpito molto il fatto che quelli dei protagonisti corrispondano per davvero alla loro età.  Normalmente gli attori di questi film hanno sempre un’ età superiore a quella dei loro personaggi. Qui invece c’è la perfetta sovrapposizione  tra finzione e realtà.

La scelta degli attori è arrivata dopo momenti di grande indecisione.

Al call back finale c’erano anche attori più esperti che però essendo più grandi di età… mancavano di una certa… purezza. I loro volti  non comunicavano quell’espressione di meraviglia che invece vive chi si innamora per la prima volta. Christian e Elvira hanno quella freschezza e quella ingenuità. Sono verosimili e teneri perché sono davvero come i due personaggi.

Tornando all’inizio del film, per come lo metti in scena e per come lo monti suggerisci che uno dei temi del film è quello di rompere le regole e di andare oltre i limiti, che poi è una spinta tipica dell’età adolescenziale. Parlando della scena iniziale, c’è la bottiglia soffiata alla ragazza e questa è la prima infrazione della regola; subito dopo c’è il salto del fuoco  da parte di Sara, che invece si riferisce al superamento di un limite. Dopodiché,  quando Lorenzo cade in mare la ragazza gli dice che l’incidente è successo perché si è attenuto alle regole. Infine, c’è la festa d’estate in cui i due ragazzi disubbidiscono e invece di andare a dormire escono di nascosto per andare a festeggiare in paese.  In queste prime immagini dissemini la volontà di andare oltre la norma,  a premessa di quella che sarà il modus operandi con cui i ragazzi affronteranno la malattia di lei.

Sì, è proprio così. Inizialmente, il conflitto interiore di Sara le permette di essere più a suo agio quando si tratta di agire, quindi magari di saltare il fuoco, che quando deve vivere i propri sentimenti, come succede nel bar all’inizio del film. A causa della sua malattia, ha come messo un muro alla possibilità d’innamorarsi. Lorenzo invece ha la storia della madre con cui fare i conti. Entrambi si vanno così a guadagnare un po’ di vita alla volta, imparano a sognare e a vivere il momento.

La scena del bar in cui vediamo Sara e Lorenzo ballare sulle note della canzone mi ha ricordato Il tempo delle mele, il film che ha lanciato Sophie Marceau. A parte questo, lì entra in campo  il montaggio, perché a un certo punto la musica si interrompe per poi riprendere quando loro sono di nuovo all’interno del campeggio. In quel momento, senza proferire parola, ci dici  che l’amore è già nato perché quella musica oramai risuona all’interno dei loro cuori.

Bravissimo, che ti devo dire, è proprio così, perché mettendo la musica quando loro rientrano negli alloggi ti voglio far capire che il loro sogno ha la possibilità di diventare realtà. Per quanto riguarda Il tempo delle mele,  è stato un altro esempio che è venuto fuori dopo che abbiamo girato la scena e peraltro a farmelo notare è stata Donatella Finocchiaro. Effettivamente quello  è stato uno dei film che ho visto prima di arrivare sul set: anche lì si sono quella poesia e quell’ingenuità che cercavo per il mio film. Peraltro, come i miei attori, anche la Marceau a quel tempo era proprio una bambina.

Il successo del teen dramedy secondo me risponde a una precisa funzione: quella di ridare importanza all’amore in un’epoca in cui per le nuove generazioni è tutto molto più fluido e dunque scontato. Storie come la tua hanno successo proprio perché in epoca di assoluto relativismo c’è bisogno di dare spessore ai sentimenti.

Penso che oggi sia una cosa che valga per tutti, non solo per i giovani. Di certo c’è che il vero amore sta diventando un’utopia, qualcosa da sognare più che da vivere. Questi film funzionano, perché oramai l’amore come quello  di Sara e Lorenzo oggi è molto raro.

Peraltro sono film che rilanciano un concetto d’amore monogamo e duraturo.

Una delle fortune di questo film è totalmente causale e dipende da ciò che è successo dopo averlo finito.  Noi abbiamo girato prima del covid e paradossalmente il messaggio del film è quello di andarsi a prendere la vita nonostante tutte le avversità. Dunque si tratta di una storia adatta ai tempi della pandemia, perché trasmette valori positivi, capaci di andare oltre il dramma contingente. Così è stato percepito il film dagli spettatori.

Il ritorno a casa dei protagonisti è scandito dalla diversità delle rispettive esistenze,  ma anche equiparato dalla sequenza subacquea che lega gli  intermezzi familiari di Sara e Lorenzo, anticipi che la loro unione passa attraverso la presenza  dell’elemento acquatico. In quel momento il film ragiona sul fatto che il mare diventa anche il simbolo di una restituzione. 

La presenza del mare è importante, ma la prima cosa che ho fatto è lavorare sulle emozioni. Per cui all’inizio c’è la scena in cui lei si fa male e rischia di affogare. Da qui in poi sviluppiamo il film  presupponendo che entrambi devono uscire dal mare. Lui,  in particolare attraverso il rapporto con la madre scomparsa  in quella che resta una delle mie scene preferite.

Al punto che i ruoli si invertono, nel senso che  come la madre si è presa cura di Lorenzo, così quest’ultimo  lo farà nei confronti di Sara.

Sì, perché a un certo punto, grazie a Sara, lui riesce ad accettare la presenza del dolore come parte della vita e per un attimo ritorna metaforicamente dalla madre per salutarla un’ultima volta.

Mi è molto piaciuto il fatto che lui, da uomo, riesca ad amare come lascito dell’affetto materno di quando era piccolo. Peraltro, questo è riassunto  in un immagine molto poetica. Mi riferisco al dettaglio  del bambino che si stringe al collo della madre che lo ha appena preso in braccio.

Devo dire che all’inizio, forse a essere più interessante è il percorso di Sara, mentre il personaggio di Lorenzo prende forza più avanti con lo sviluppo del film.

Dicevi di come Sulla stessa onda sia una sorta di favola contemporanea. A questo proposito ci sono due scene bellissime che volevo farti commentare: quella finale, nella quale in un contesto reale adotti una soluzione poetica, in cui gli uccelli dipinti nell’affresco prendono vita e volano via. Nell’altra, molto divertente, ambientata in un negozio di vestiti, grazie a un gioco di montaggio, dai vita a una specie di magia con Lorenzo che appare e scompare davanti agli occhi di Sara.

Nella prima delle due, sintetizzo quel misto tra realtà e fantasia presente in tutto il film. Per quanto riguarda la seconda, ho girato la scena in modo che entrambi gli attori, pur essendo uno davanti all’altro, guardino nella stessa direzione (sinistra macchina) per poi avvicinarsi solo nel piano a due. Ne è venuta fuori una soluzione leggera, ma tematica. 

Mi dicevi di come Netflix non solo ti abbia lasciato libero ma anche consigliato in fase di sviluppo del film.

Sara Furio, responsabile di Netflix, mi disse una frase illuminante, ovvero che l’inizio del film rappresentava il mio pubblico attuale, mentre la seconda parte quello futuro. Sara è stata preziosissima per il lavoro di editing sulla sceneggiatura e nel supporto per la scelta degli attori. Detto questo, da parte di Netflix ho avuto totale libertà creativa. Finita la fase di preparazione, ci siamo risentiti per lavorare insieme dopo la prima versione del montaggio. Magari non fossero stati soddisfatti sarebbero intervenuti prima, questo non posso saperlo.

Parliamo di Elvira Camarrone e Christian Roberto. Entrambi sono bravissimi, soprattutto lei. 

Elvira è un’assoluta forza, perché così giovane riesce a tenere silenzi e piani d’ascolto come fosse una veterana. Sia lei che Christian Roberto sono stati scelti in Sicilia attraverso i classici provini. Ci ho impiegato due mesi vedendo più di mille persone. Non sono esordienti assoluti, nel senso che lei faceva la scuola di teatro e aveva fatto una piccola parte in un film; lui invece è un ballerino che aveva recitato in qualche musical e nelle fiction, ma solo in piccole parti. E’ chiaro che fare un film del genere per loro è stato tutto un altro mondo. Abbiamo iniziato a fare prove un mese prima, ma specialmente nelle scene romantiche erano molto bloccati, come se sentissero un po’ di tensione dopo essere stati scelti. Ma a tre giorni dall’inizio del film, dal bar accanto alla sala prove, passano un pezzo che li sblocca totalmente, creando qualcosa di più emotivo, qualcosa che finalmente andava oltre le battute del copione. Erano giorni che cercavo di suscitare in loro questo stato d’animo. Da quel momento in poi, prima di girare le loro scene a due, anche sul set, abbiamo sempre ascoltato quel brano. La canzone è stata poi inserita nel film. Si intitola Promise ed è cantata da Ben Howard.

Carlo Cerofolini

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