Visualizzazione post con etichetta Festival di Venezia 2012. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Festival di Venezia 2012. Mostra tutti i post

venerdì, settembre 28, 2012

Pietà

Pietà
regia di Kim Ki Duk

Due orizzonti: il primo verso la metà del racconto quando il protagonista ed una delle sue vittime guardano dall’alto il quartiere natale sul punto di scomparire a causa della riconversione urbanistica. 
Il secondo piazzato alla fine del film a fermare per sempre il crinale di un paesaggio montano appena offuscato dalla bruma del mattino. 

 Immagini che nel visualizzare un mondo concreto ma lontano esprimono alla perfezione la distanza che divide l’umanità dal sogno dell'agognata felicità. 
Una condizione non esclusivamente ad appannaggio dei due protagonisti, lo strozzino che infierisce sulle sue vittime con varie mutilazioni e patimenti, e la donna che ad un certo punto afferma di essere sua madre, costringendolo ad accettarla nella propria casa, ma anche di coloro che nel corso della vicenda saranno sacrificati a quel rapporto.
Un paradiso perduto che lungi dall’essere l’eldorado di soldi e di piacere confezionato dalle sovrastrutture del potere riguarda piuttosto la sfera intima e personale, andando a minare gli equilibri familiari e legami ancestrali come quello che si instaura tra genitori e figli, con la morte o la menomazione di uno dei suoi componenti. 
Nel far questo, nel voler dimostrare a che punto di degradazione è arrivato l’uomo e la sua azione distruttrice, capace di relegare la dimensione umana al di sotto del profitto e degli interessi economici, Kim Ki Duk agisce in maniera sistematica, alternando l’umiliazione fisica dei vari debitori all’apatia del loro aguzzino,  praticamente inesistente se non fosse per quelle manifestazioni omicide. 

E se altre volte il regista coreano ci aveva regalato possibilità di evasione anche estetica in questo caso a prevalere è il senso di oppressione e di ineluttabilità che Kim Ki Duk ci trasmette con immagini strette ed anguste, sature di oggetti ed illuminate di grigiore, oppure con piani americani che fissano i personaggi al paesaggio circostante. Ed è soprattutto nella continua proposizione di uomini e donne che appaiono incastrati nelle loro macchine da lavoro, con argani e catene che sembrano imprigionarli alla ripetitività delle loro azioni, che il regista legittima la visione di un uomo diventato ingranaggio del sistema. Non più essere dotato di libero arbitrio ma pedina necessaria a realizzare un disegno a lui sconosciuto, come testimonia la mancanza di spiegazioni ed anche di visibilità del boss del protagonista, praticamente celato allo spettatore all'infuori di una breve comparsata.

Con uno stile minimale ma denso di significati, basterebbe pensare all’immagine che ad un certo punto ci offre una sorta di ricomposizione familiare con la parti in causa adagiate insieme su un lembo di terra in riva ad un fiume oppure a quella della sequenza finale che senza rivelarne il contenuto sembra il presagio  di una condizione umana inevitabilmente segnata dal sangue, Kim Ki Duk dimostra di essere ancora in grado di scrivere pagine di cinema che restano impresse. Se la sofferenza è una costante e l'amore una semplice illusione, "Pietà" sembra essere un grido d'aiuto ed insieme un gesto di compassione nei confronti di chi non ha smesso di soffrire.

sabato, settembre 15, 2012

E' stato il figlio

E' stato il figlio
di Daniele CIprì
 (Ita-Fra 2012) 

Busu (Alfredo Castro) si guadagna la propria misera esistenza facendo la coda per pagare le bollette altrui.
Nelle interminabili giornate trascorse all'interno dell'ufficio postale intrattiene gli avventori raccontando fatti realmente accaduti nella sua Palermo.
Un giorno, complice un incidente stradale che vede coinvolto un giovane che aveva sottratto l'auto al padre, racconta quanto accaduto alla famiglia Ciraulo molti anni prima.
Siamo nella Palermo degli anni Settanta,  Nicola Ciraulo (Toni Servillo) tira a campare insieme ai propri congiunti come può, insieme all'anziano padre e al figlio Tancredi recupera ferro dagli scheletri delle vecchie navi ormeggiate nei cantieri navali.  
La fortuna dei Ciraulo m- ed è questo il primo dei paradossi del film - arriva tramite le pistole di due killer, che nel tentativo di ammazzare Masino (Piero Misuraca), nipote dei Ciraulo, uccidono, per sbaglio, la figlia minore Serenella (Alessia Zammitti). 
Il padre di Masino, cognato e amico di Nicola, fa balenare l'ipotesi di un risarcimento da parte dello Stato per le vittime di mafia. 
La sola promessa del danaro sconvolge la vita dei Ciraulo, li porta a indebitarsi con gli strozzini, in attesa che si compia l’estenuante iter burocratico.
Alla fine, quando i soldi arrivano davvero, sono diventati pochi per alimentare il sogno di stabilità economica, bastano però per coronarne una parvenza di benessere, l’acquisto di una costosissima Mercedes.
E' stato il figlio è la prima regia di Daniele Ciprì senza l'ex socio Franco Maresco, con il quale, sino a poco tempo fa, formava la più geniale coppia  del cinema italiano, inventori di quella straordinaria avventura che fu Cinico Tv e registi de Lo zio di brooklin, 1995- Totò che visse due volte, 1998- Il ritorno di Cagliostro 2003.
Ciprì e Maresco (da vedere assolutamente anche i loro documentari) sono stati per la Palermo degli anni '90 quello che Franco Franchi e Ciccio Ingrassia sono stati per la Palermo del dopoguerra.
Franchi e Ingrassia, nella prima parte della carriera, sono stati i massimi rappresentanti di una infelicità tutta palermitana, esorcizzata tramite smorfie e una comicità spesso legata alla fame e alla miseria.
Anni dopo, Ciprì e Maresco, con lucido cinismo, hanno raccontato la Palermo del dopo Falcone-Borsellino, una Palermo apocalittica, fatta di macerie e miserie umane. 
E' stato il figlio, ispirato al romanzo di Roberto Alajmo, è cinema chirurgico, sceneggiato meravigliosamente (Masino e Tancredi all'uffico postale, il personaggio interpretato da Bellocchio, il racconto del finale della storia) con una cura dei particolari e dei dettagli da scomodare Elio Petri, e con una fotografia (dello stesso Ciprì) dal color ruggine come il ferro delle navi abbandonate, con la luce che scolpisce i volti e deforma i paesaggi, come deformata è la mente dei protagonisti, uomini e donne senza ideali che pensano solo ai soldi ("alla roba", direbbe Verga).
Ma la vera forza del film è nella capacità del regista di raccontare con estrema lucidità un'umanità pregna di immoralità, inconsapevole complice della propria miseria.
Per gran parte del film, Daniele Ciprì usa toni farseschi alla Cinico Tv (si va dalla coreografia sulla nave alla forfora dell'avvocato)  con personaggi come quelli del Prefetto, dello strozzino e dell'avvocato che altri non sono che "l'evoluzione" degli indimenticabili  fratelli Abbate, Pietro Giordano, Rocco Cane e il ciclista Francesco Tirone.


Recitazione volutamente sopra le righe (da qui la scelta di un protagonista non siciliano) proprio per sottolineare quanto, in teoria, i personaggi appartengano ad una Palermo di quarant'anni fa, quasi una rievocazione del passato, ma che in realtà sono estremamente legati al presente come a rimarcare che forse saranno cambiate le facce, le parole, i gesti, ma il modo di vivere è dettato ancora dal consumismo.   

Straordinario cast con un grande Toni Servillo (c'è ancora bisogno di ripeterlo?) e l'ottimo Alfredo Castro l'indimenticabile Raùl Peralta in Tony Manero (2008) di Pablo Larrain
Analisi di una Sicilia arcaica, matriarcale, affamata, alla affannosa ricerca di un benessere fatto di oggetti inutili.  
E' stato il figlio è dramma grottesco e dolente e sopratutto buon cinema di casa nostra.
In concorso a Venezia 2012.  

mercoledì, settembre 12, 2012

Venezia 69 (13) - Fill the Void

Fill the Void

Il cinema si era già occupato della comunità ebraico ortodossa ma lo aveva fatto con uno sguardo critico volto ad evidenziarne le disfunzioni (“Kadosh”, 1999 di Amos Gitai) oppure come sfondo per raccontare storie di genere (“Un’estranea fra di noi”, 1992 del compianto Sidney Lumet). Sguardi tutto sommato esterni ad un panorama di valori e tradizioni refrattario a qualsiasi tentativo di osmosi sociale e conoscitiva, e per questo vittima del pregiudizio frutto di scarsa conoscenza. A colmare questa lacuna ci pensa il film di Rama Burshstein, “Fill the void”, arrivato direttamente dal concorso veneziano dove ha ricevuto parecchi consensi e vinto il premio per la miglior interpretazione femminile andato ad Hadas Yaron per il ruolo di Shira, la figlia di una famiglia di religione ebraica ortodossa di Tel Aviv, messa in crisi dalla proposta di matrimonio di Yochay, il marito della sorella improvvisamente scomparsa dopo aver dato alla luce un bambino. Sottolineata da una fotografia che soprattutto negli esterni, rari e delegati a scene di raccordo, è caratterizzata da una luminosità quasi lattea, a sottolineare forse la dimensione di purezza dentro la quale si muove ed agisce la protagonista, “Fill the Void” è soprattutto il racconto di un lutto e della sua metabolizzazione all’interno di un gruppo nel quale come al solito le donne fanno la parte del leone: non solo Shira, appena diciottenne ma già pronta a diventare moglie, ma anche la madre, deus ex machina della famiglia che progetta di farla sposare con Yochay per colmare in qualche modo la perdita della figlia maggiore con la presenza del nipotino altrimenti destinato a seguire il padre in un altro matrimonio, e poi con altre rappresentanti del gentil sesso che partecipano con le rispettive vicissitudini al gineceo immaginato dalla regista. Accanto a loro ma separato per ruolo e funzioni il corrispettivo maschile, detentore del potere religioso ed impegnato a provvedere al sostentamento della famiglia. Tra questi due fuochi si ritrova con mille tormenti e molte responsabilità (la madre arriva a rinfacciargli la propria infelicità quando la ragazza rifiuta la proposta di Yochay) Shira, il cui percorso di consapevolezza diventerà il termometro esistenziale e psicologico dell’intera comunità

Chiamata in causa in prima persona per il fatto di appartenere al medesimo ambiente, la Burshstein sa di cosa parla e lo racconta riuscendo ad integrare, all’opposto di quanto aveva fatto Brillante Mendoza con il suo “Thy Womb”, altro film del concorso veneziano, aspetti antropologici (legati alla rappresentazioni delle liturgie e delle consuetudini) e funzione narrativa. Nel far questo la regista è brava a far sentire quanto spazio abbia nella formazione dei caratteri e delle psicologie, e quindi delle loro scelte, il fervore religioso ed il rispetto delle regole nelle quale sono immersi. La dimensione individuale, quella in cui i protagonisti sono chiamati a fare i conti con le proprie aspirazioni, e quella collettiva, in cui identità ed appartenenza vengono leggittimate dalla condivisione delle gioie e dei dolori, si traducono in una messa in scena un po’ rigida ma comunque efficace, che alterna momenti di puro intimismo ad altri di sfrenata convivialità con numerose scene di canti e di balli. Partecipando al dramma dei personaggi – la telecamera è quasi sempre incollata alle facce ed ai corpi – ed evitando di schierarsi o di giudicarli (anche Yochai nella sua posizione di predominio nei confronti della ragazza non va mai sopra le righe) la Burshtein restituisce sullo schermo un mondo che sembra avvolgersi su se stesso chiudendosi a qualsiasi tentativo di irruzione esterna. Non c’è mai la voglia di scappare o di interrompere il filo del discorso nelle scelte di Shira, ma solo la voglia d comprendere e di fare la cosa più giusta. Ma forse un film dove l’incipit(la morte della sorella) rappresenta il novanta per cento dell’intreccio e quello che segue è il resoconto di una crisi di coscienza – ad un certo punto Shira afferma di essere cattiva per non aver corrisposto alle scelte delle persone che ama – avrebbe avuto bisogno di un andamento meno compassato, di un cambio di ritmo o di un'invenzione che questo film purtroppo non ha.

martedì, settembre 11, 2012

Venezia 69 (12) - Thy Womb


Ritratto di una comunità che rischia di essere travolta dalla violenza del regime e dalla pochezza di un’economia di pura sussistenza. Ed ancora elegia di un mondo di tradizioni e di valori in cui alla fine è la natura con i suoi ciclo inesorabili a farla da padrone (significative le molte sequenze in campo lungo in cui i protagonisti  vengono inghiottiti dalla vastità del territorio in cui si muovono), oppure semplicemente il dramma di una moglie che si sacrifica perché il marito possa avere il figlio che lei non può dargli. C’è un po’ di tutto questo nell’ultimo film di Brillante Mendoza, esponente di un cinema come quello filippino che il pubblico(dei festival) conosce esclusivamente attraverso i suoi film. Una primato che se da un lato assicura onori ed oneri al regista, responsabile di esportare oltre confine l’immagine del proprio paese, dall’altra obbliga lo spettatore ad una specie di sudditanza psicologica nella consapevolezza che il mancato successo dei suoi film  complicherebbe un processo produttivo già precario, con il rischio di veder scomparire l'unico contatto con un mondo altrimenti sconosciuto. Una consapevolezza che in qualche modo ci obbliga ad essere accondiscendenti e pazienti nell’aspettare che “Thy Womb” produca qualcosa mentre per buona parte del film assistiamo ad una specie di documentario su usi e costumi di una popolazione che vive di pesca e di artigianato in un arcipelago situato da qualche parte nell’altrove filippino.





Ricordandosi di essere un regista Mendoza ogni tanto si produce in accelerazioni di senso come quella in cui accostando due sequenze similari, quella dell'uomo e successivamente dell'animale spinti in acqua dalla medesima violenza sembra volerci suggerire la metafora di una vita disumana, che accomuna il destino delle persone a quello degli animali, e che si può comprare come una mucca in un mercato – e di fatti così succederà per la donna che concepirà il bambino, "acquistata" in cambio di una somma di denaro – oppure nelle inquadrature del paesaggio chiamate a suggellare alcuni passaggi emotivi, legati soprattutto ai sentimenti della moglie preoccupata di trovare il ventre(questo il significato del titolo) che concepirà il figlio del consorte. Ed ancora con le rapidissime incursioni dell’esercito che si muove e spara tra la folla come se quella gente non esistesse, simbolo di un potere dispotico e noncurante. Un andamento monocorde, interrotto nella parte finale con una svolta a dire il vero sorprendente, in grado di ribaltare il candore e lo spirito di misericordia che fin lì aveva accompagnato la convivenza dei due protagonisti. Uno scarto che però non riesce ad elevare un operazione che al di là dei paesaggi magnificamente ritratti, e della suggestione derivante dal contrasto tra i colori dei vestiti e dell’ambiente naturale con la vita misera e complicata dei protagonisti, si distingue per una mancanza di concretezza drammaturgia, solo in parte rimediata dalla bella prova dell’attrice protagonista Nora Aunor. Se l’intento di Mendoza è quello di evidenziare le contraddizioni dell’esistenza, facendo convivere la vita con la morte – i due momenti forti del film sono la nascita di un bambino ripresa in primo piano e lo sgozzamento di un animale con relativo taglio della testa – il senso di condivisione – quello della comunità che organizza una colletta per raccogliere i soldi necessari alla dote  dello sposo – con il tornaconto personale – l’egoismo del marito nei confronti della moglie – e più in generale la dimensione spirituale (nel film c’è spazio per la religione e le sue liturgie)e quella materiale presente nell’insistita descrizione del lavoro quotidiano, bisogna dire che "Thy Womb" lo fa in maniera poco appassionante.

domenica, settembre 09, 2012

Venezia 69 (11)

Identificazione di una mostra: la 69 edizione del festival di Venezia lontano dagli schermi.
Il verdetto


Ora di consuntivi per la 69 edizione del festival di Venezia che ha chiuso i battenti con il verdetto della giuria presieduta da Michael Mann premiando come molti avevano preannunciato il film di Kim Ki DukPietà”. A seguire nell’importanza del palmares, e forse vittorioso ai punti per la somma dei premi vinti, il pronosticato della vigilia, quel “The master” che si è portato a casa il premio speciale della giuria e quello per la miglior interpretazione maschile andato ex – equo a Seymour Hoffman e Joaquim Phoenix. Per finire e non senza sorpresa il miglior regista è stato Ulrich Siedl autore di “Paradise: Faith” accolto almeno dai critici italiani con una certa insofferenza. A fronte di questo palmares il grande sconfitto è almeno dalla prospettiva del cinema italiano Marco Bellocchio con il suo “Bella addormentata”, lungamente applaudito in sala, lodato un po’ da tutti ma poi come era già successo per “Buongiorno notte” escluso dalla considerazione dei giurati. Proprio oggi rispondendo ad un ansa che riportava l'affermazione di un membro della giuria a proposito della provincialità espressa dai film italiani il regista piacentino ha fatto sapere che gli stranieri non devono insegnarci a fare il cinema. Una frase sacrosanta anche al contrario e che comunque la dice lunga sull’umore del regista. 




Una sorpresa il mancato riconoscimento a "Bella Addormentata" che pur senza vittimismo è serpeggiata nella rete e nei programmi specializzati dove si è cercato di capire le ragioni della debacle. Nel ricordare che spesso nella storia del cinema film e registi sono stati menzionati tanto per i meriti quanto per il maltolto, basti pensare a Kubrick e dell’Oscar che non ha mai vinto, possiamo dire che i temi trattati dal film sono indubbiamente universali, ma che forse i riferimenti alla politica italiana ed il nome di Emanuela Englaro non producono fuori dai nostri confini la stessa emozione che invece scatta automaticamente dalle nostre parti. In più il fatto che l’eutanasia in molte posti del mondo a cominciare nella vicina Svizzera con le sue “cliniche della morte” (a Locarno il film “Quelques heures de printemps” di Stéphane Brizé ci ha regalato una delle sequenze più forti dell’intera annata con la morte per eutanasia della protagonista)è un fatto acclarato ed indiscutibile. Rimane il valore dell’opera (non la migliore e di molto sotto ad un capolavoro come “Vincere”) ed una capacità visionaria che ha pochi paragoni in Italia ed all’estero.



Detto questo si deve dire che in un’annata di film mediamente buoni ed interessanti ci sia stata la delusione dei cosiddetti mostri sacri, e cioè di Terence Malik con lo sbeffeggiato “To the Wonder” ed il patinato “Passion” di Brian De Palma che è passato senza destare nessun interesse. Tra le opere da rivedere e sicuramente dimenticate in sede di premiazione l’autobiografia giovanile e sessantottina di Oliver Assayes (Apres mai)e l’antonioniano “Izmena” (Tradimenti) che non vediamo l’ora di vedere nonostante il suo presunto velleitarismo. Una menzione speciale la merita anche “Spring breakerspop/videogame movie di Harmory Korine, che ha il primato negativo di essere stato insieme a Malik il più vituperato e detestato per la presunta balordaggine ed inconcludenza di una storia che trasforma quattro teen agers in violentissime bad girls: da queste parti certe prese di posizioni hanno l’effetto contrario e per quanto ne so io sono molti ad aspettare che il fim arrivi in città. Ed ancora tra gli imperdibili “The Iceman” con il cuore di tenebra di Michael Shannon nei panni di un killer della mafia che riuscì ad uccidere più di 200 persone, una specie di Tsnunami che una volta a casa si trasformava in un padre dolce e premuroso. 


Il cinema italiano a parte Bellocchio esce dalla mostra con rinnovata fiducia grazie all’exploit di “L’intervallo” una variante di Gomorra senza pistole ma con due attori giovanissimi che recitano come veterani e poi anche per la bravura di Valerio Mastandrea (Gli equilibristi), insieme a Servillo il dominatore di questa parte distagione (l’attore romano era uno dei protagonisti di “Padroni di casa” presentato a Locarno), ma soprattutto con un arte che ha dimostrato di saper guardare in faccia alla realtà e di sapere fare a meno dei grossi investitori. A testimoniarlo documentari molto belli e piccoli film di grande spessore come quello di Salvatore Mereu con “Bella Mariposas” altra storia di adolescenti tratta da un libro di massimo culto. In attesa di poter verificare quanto abbiamo scritto in questi giorni di “visioni da lontano” segnaliamo la possibilità di vedere parte dei film presentati a Venezia nella 13 edizione de "Le vie del cinema da Venezia a Roma" che inizia domani nella capitale. la selezione quest'anno è buona. Ci sarà da divertirsi, buon cinema a tutti.

sabato, settembre 08, 2012

Venezia 69 (10) - I vincitori della 69° d'arte cinematografica di Venezia (2012)

69° Edizione Festival di Venezia: il palmares


Leone d'Oro
Pietà di Kim Ki-Duk


Leone d’Argento (miglior regia)
Paradise: Faith di Ulrich Siedl

Premio Speciale della Giuria
The Master di Paul Thomas Anderson

Coppa Volpi (maschile)
Joaquin Phoenix & Philip Seymour Hoffman ex-aequo — The Master

Coppa Volpi (femminile)
Hadas Yaron per Fill The void

Premio Mastroianni (interprete emergente)
Fabrizio Falco (È stato il figlio, Bella addormentata)

Premio Osella (sceneggiatura)
Aprés Mai di Olivier Assayas

Premio Osella (fotografia) 
È stato il figlio di Daniele Ciprì

Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”
Mold di Ali Aydin

Premio Orizzonti
Three Sisters di Wang Bing 

Premio Speciale Orizzonti
Tango Libre di Frédéric Fonteyne

Premio Orizzonti You Tube per il miglior corto
Invitation


venerdì, settembre 07, 2012

Venezia 69 (9)



Identificazione di una mostra: la 69 edizione del festival di Venezia lontano dagli schermi - 9 giornata

C’è un cinema che bisogna andare a cercare ed un altro che puoi trovare dovunque. Da una parta Brillante Mendoza ed una coppia di registi  belga americana, dall’altra Robert Redford, icona incontrastata del cinema liberal. Un accostamento di stili e di punti di vista come può accadere solo ad un festival del cinema. Basti pensare che se i primi due sono frequentatori abituali di questi appuntamenti per Redford quella di ieri a Venezia è stata una novità assoluta. L’occasione è stata la presentazione fuori concorso del suo ultimo film di cui è anche interprete oltre che regista dal titolo “The Company You Keepthriller politico in cui c’è un ex militante del movimento pacifista radicale Weather Underground attivo negli anni della guerra in Vietnam boicottata con proteste ed attentati non sempre incruenti, organizzati per dissentire contro l'intervento americano in quei territori. Nel film Redford interpreta un componente di quel gruppo costretto a scappare per evitare il rischio di essere arrestato dalle autorità che hanno riaperto un caso di omicidio in cui è coinvolto il movimento. Sulle sue tracce anche un giovane giornalista (Shia le Bouf)  in cerca di scoop. Riproponendo il confronto tra gli ideali della vecchia generazioni e le ambizioni delle nuove leve Redford continua il passaggio di consegne tra chi come lui vede il cinema come strumento di conoscenza ed una serie di giovani virgulti che aspirano a seguirne le orme gridando al miracolo per l’opportunità di poter lavorare accanto ad un uomo di tale carisma.  Ancora in formissima nonostante abbia da passato da tempo i settanta Redford non ha perso il suo piglio di autore impegnato a parlare non solo di cinema ma anche di politica ripresa nel passaggio in cui afferma che Obama rappresenta per l’America l’unica possibilità di cambiamento al contrario del candidato repubblicano arroccato nella difesa dei privilegi dei più forti. Un modo di fare colloquiale ma per niente arrendevole che l’inossidabile mascella e lo sguardo di seducente intelligenza sono ancora qui a ricordarci.

 Si tutto altra pasta è invece il regista filippino Brillante Mendoza unico esponente di un movimento cinematografico invisibile e di un paese che conosciamo unicamente per la colonia di domestici e badanti che lavorano nel nostro paese. Ma al contrario di quello che si potrebbe pensare Mendoza non fa nulla per rendere le cose più facili producendo opere di difficile fruizione, costruite sull’assenza di ritmo ed il più delle volte senza una continuità narrativa.  Un modo di fare che non gli ha fatto mai mancare l’appoggio dei  festival ma che gli ha alienato il favore della stampa nostrana che alla vigilia della proiezione del suo film, “The Womb”, ha sbandierato a destra ed a manca un'avversione che avrebbe portato molti di loro a saltare l'appuntamento.  Una catastrofe mediatica in parte ridimensionata  dopo la visione del film accolto da alcuni con favorevole stupore e frettolosi ripensamenti, giustificati in parte dal fatto che questa volta il regista è riuscito a coinvolgere con la storia di una levatrice sterile alla ricerca di un utero in grado di dare un figlio al proprio  marito (la religione musulmana ammette la bigamia). Apprendiamo che il nucleo di finzione è frammentato con inserti documentaristici ed etnografici, e che nonostante questa caratteristica sia piaciuto molto al pubblico che ha riempito le sale. Intanto a Roma in occasione dell’uscita nelle sale del precedente film di Mendoza, “Captive”, il primo presentato in Italia, ci sarà una rassegna sul regista dove si avrà modo di recuperare l’opera omnia in grado di fare giustizia su quanto è stato detto a proposito del regista. Per quanto ci riguarda consigliamo vivamente “Kinatay”, un film strano ma bello. Tra cinema, pittura (fiamminga) e video arte si muove invece l’altro film del concorso “La cinquième saison”di Peter Brosens e Jessica Woodworth , favola nera che mette al bando lo sviluppo narrativo a favore di una materia apprezzabile a livello sensoriale e dal punto di vista estetico. C’è chi l’ha amato e chi invece l’ha detestato. Il classico film da prendere o lasciare. 
Abbiamo parlato di:
The Company you keep (Usa 2012)
di Robert Redford
con Robert Redford, Shia LeBouf, Susan Sarandon

Weather Underground 
The Womb (Filippine 2012)
di Brillante Mendoza  

Badanti filippine

La cinquieme saison
di Peter Brosens e Jessica Woodworth

giovedì, settembre 06, 2012

Venezia 69 (8)



Identificazione di una mostra: la 69 edizione del festival di Venezia lontano dagli schermi - 8 giornata

La vita è strana, è forse un tipo cervellotico come Marco Bellocchio deve averci pensato molto a questa sua nuova giovinezza, cominciata al termine di un periodo in cui i suoi film a Venezia e non solo, venivano regolarmente fischiati ed attaccati con la violenza di chi non sa che farsene del confronto e della dialettica. "Il diavolo in corpo", "il sogno della farfalla","La visione del sabba" solo per dirne alcuni, corrispondevano al periodo psicanalitico dell’autore che trasferiva sullo schermo e con l’aiuto dello psichiatra Massimo Fagioli (si parlò addirittura di plagio del medico nei confronti del regista) i risultati della sua ricerca interiore. D'altronde il regista piacentino è sempre stato un separato in casa, mai veramente escluso ma in qualche modo sopportato da lontano: basta ricordare l'esperienza politica vissuta fuori dai partiti tradizionali ed in  particolare di quello comunista  e poi trasformatasi in una fuga da fermo su posizioni troppo radicali anche per i compagni militanti. Così ha fatto anche il cinema che è rimasto ammaliato dal suo talento visionario e della sua capacità di penetrare l'apparenza delle cose e dei fatti, di un senso estetico imn grado di far diventare bello tutto ciò che toccava, ma non riuscendo mai a digerire la sua indipendenza, il suo modo di parlare con opere non catalogabili e per questo poco disposte alla partigianeria, da qualunque parte le si guardasse. Oggi, in questa parte di carriera caratterizzata da una distribuzione forte (Rai Cinema), capace di elevare un muro di protezione e di consensi attorno ai suoi prodotti, un film come "La bella addormentata" non poteva fallire il plebiscito di consensi  come quelli portati a casa ieri al termine delle proiezioni per la stampa e per il pubblico. Il tema importante come quello dell'eutanasia incentrato sul caso di Eluana Englaro opportunamente trascolorato in un racconto multiplo fatto di esistenze (diverse)  egualmente legate alla dicotomia vita/morte che si incontrano sullo sfondo dei giorni che precedono la morte di Eluana; attori famosi come Tony Servillo ed Isabelle Huppert ubiqui in questa 69 edizione (della Huppert abbiamo contato almeno tre film) e poi Maya Sansa ed Alba Rohrwacher. E non ultima l'empatia con la realtà del nostro paese che permette al film di diventare una cosa sola con il respiro affannato e dolente delle nostra contemporaneità. Qualità  alle quali aggiungiamo quella di averci fatto scoprire un attore strepitoso come Pier Giorgio Bellocchio (figlio d'arte come Brenno Placido qui improvvisamente maturato ed in parte)  che però non impediscono a noi che l'abbiamo visto in anteprima di rilevarne anche i difetti, come quello di un didascalismo che emerge nella seconda parte del film e di un equilibrio non sempre perfetto tra le varie sezioni del racconto, con sequenze che aggiungono troppo e finiscono per appesantire la struttura dell'opera. Chissà che idea si sarà fatta la giuria. Anche "Buongiorno notte" sempre di Bellocchio avevata goduto del consenso generale degli addetti ai lavori  e di un pronostico vittorioso che poi fu completamente disattese dall'esito del palmares. Ci auguriamo di no perchè Bellocchio meriterebbe comunque un premio per l'eccellenza dei suoi ultimi lavori. 



Da un possibile vincitore  (ma qualcuno vocifera che Michael Mann sia rimasto folgorato da “Pietà” di Kim Ki Duk) a quello che alcuni hanno definito (“Mereghetti” per esempio) il film più brutto della competizione. D’altronde quello di dividere è sempre stata la caratteristica e forse lo scopo del regista Harmony Korine, cantore di una gioventù americana lontano dalle patine perbeniste e/o demenziali del cinema mainstream (ricordiamo tra gli altri “Gummo” e l’ultimo invisibile “Mr Lonely”) ma vicina al ritratto disperato e vuoto che emerge ogni giorno dalle cronaca mediatica. Portando all’eccesso manie ed ossessioni dell’età adolescenziale con una lente che deforma e non retrocede quando si tratta di mettere a nudo corpi e deviazioni,  Korine nella rappresentazione dell'universo giovanile potrebbe essere l’alternativa a Gus Van Sant in termini di overdose visiva ed evidenza di contenuti. Prova ne sia “Spring Breakers” il baraccone pop coloratissimo, psichedelico e poco parlato, arrangiato per allestire il manifesto del nuovo lolitismo con quattro ragazzine dapprima sequestrate e corrotte da un pusher che ha la faccia di James Franco (per l’occasione trasformato in una versione aggiornata del Mangiafuoco di Collodi) e successivamente pronte a restituire pan per focaccia con un finale da bad girls di rara violenza. Tra le interpreti in un rovesciamento iconografico ai limiti del lecito alcune delle baby attrici più in voga del momento, di quelle che tappezzano con i loro poster le stanze di migliaia di adolescenti e che come Selena Gomez , insieme alle altre prese d’assedio durante il red carpet di ieri, sono passate dall'innocenza delle produzioni targate Walt Disney all'inferno allucinogeno e malsano di Harmory Korine. Un camaleontismo molto in voga tra le nuove leve, se è vero che anche Zach Efron si è cimentato prima a Cannes poi qui a Venezia con un cinema più crudo e meno patinato, utile a dare spessore ad un immagine che allo stesso modo delle attrici di "Spring Breaks" è ancora bidimensionale e casalinga.

Abbiamo parlato di:

La bella addormentata (Ita 2012)
di Marco Bellocchio
con Tony Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Pier Giorgio Bellocchio, Gian Marco Tognazzi, Brenno Placido

Spring Breakers (Usa 2012)
di Harmory Korine
con James Franco, Selena Gomes, Vanessa Hudgens

mercoledì, settembre 05, 2012

Venezia 69 (7)

 

Identificazione di una mostra: la 69 edizione del festival di Venezia lontano dagli schermi - 7 giornata


Kim Ki Duk è un regista di culto. Per dirlo basterebbe  ricordare l’ansia che scosse il popolo della rete quando si sparse la notizia che il regista isolato e depresso avrebbe rinunciato al cinema, oppure tornando al presente registrare gli  applausi calorosi e convinti che hanno saluto la fine della proiezione del suo ultimo film “Pietà” presentato ieri a Venezia nell’ambito di Venezia 69, la sezione dedicata al concorso ufficiale. La storia del film è di quelle che appartengono per antonomasia alle corde del regista con due solitudini che il caso e la necessità uniscono in un percorso simultaneo fatto  di amore ma anche di perdizione, di violenza, di sensi di colpa e di sacrificio. Qui è la volta di un giovane strozzino che infierisce violentemente sulle sue vittime fino al giorno in cui una donna si presenta da lui  e dopo  aver subito analogo trattamento gli rivela di essere sua madre. La storia continuerà con altre sorprese che noi ed il pubblico avremo modo di vedere la prossima settimana quando il film uscirà nelle sale distribuito dalla Good films. Per il momento giova dire che anche questa volta l’amore entra nell’esistenza dei protagonisti sotto forma di un percorso salvifico in cui non mancheranno asperità fisiche ed emotive. Il regista ha dichiarato che il titolo gli è stato ispirato dalla celebre statua di Michelangelo e questo ci ricorda come il cinema del regista coreano si nutra di una plasticità che accoglie anche altre espressioni artistiche come la pittura e la scultura.  Un estasi sensoriale che i cultori di Kim Ki Duk sono disposti a difendere a spada tratta ed a qualunque costo, anche quando come nel caso degli ultimi film i risultati sono stati di molto al di sotto delle attese. Valeria Sarmento è invece la moglie del defunto Raul Ruiz regista cileno che doveva dirigere “Linhas de Wellington” poi trasferito nelle mani della consorte che a quanto pare ha reso onore alla fama del marito con un film che racconta  l’impresa di Wellington generale inglese che in Portogallo riuscì a bloccare l’avanzata dell’esercito napoleonico. Nel film c’è la storia fatta dai grandi nomi ma anche da quelli sconosciuti per un’opera che citando il parere di un critico illustre “restituisce al pubblico il piacere del cinema narrativo senza perdere la profondità della riflessione”. Tra gli interpreti John Malkovich, Michele Piccoli, Catherine Deneuve ed Isabelle Huppert. 

Se poi ci allontaniamo per un attimo dalle sale ma rimaniamo dentro il palcoscenico della mostra può capitare di imbattersi nelle parole di un cineasta militante come Ken Loach arrivato qui per ricevere l’ennesimo riconoscimento e subito pronto a non lasciarsi scappare l’occasione per manifestare il proprio antagonismo a favore dei più deboli e contro ogni forma di prevaricazione: c’è n’era un po’ per tutti a partire dal capitalismo reo di non dare futuro alle generazioni più giovani per continuare con la politica  di Israele “e non degli israeliani” nei confronti dei palestinesi ed anche, riprendendo le dichiarazioni rilasciate durante la recente convention repubblicana, di Clint Eastwood esecrato con una frase lapidaria – “se Eastwood fosse al potere avremmo tutti la pistola in pugno” che lascia poco all’immaginazione e conferma la natura di un regista che non fa fatica a dichiarare da che parte sta. Un atteggiamento che non appartiene ai molti ammiratori del regista americano, quelli che lo hanno eletto a moral guidance insolitamente taciturni di fronte allo show della “sedia vuota” con il quale il vecchio cowboy ha preso per i fondelli il presidente Barak Obama. D’altronde quest’anno il festival bada al sodo, oltre ai film, selezionatissimi anche quelli, c’è posto solo per le cose serie, di quelle che possono offrire spunti per capire il tempo presente e magari aiutarci a metabolizzare le difficoltà del momento di cui anche  manifestazione veneziana risente se sono veri i dati che indicano un calo delle presenze e degli incassi. Come si diceva qualche giorno fa il Festival al tempo della crisi.  

Abbiamo parlato di:

Pietà (Corea 2012)
di Kim Ki Duk

Linhas de Welligton   
di Valeria Sarmento
con John Malkovic, Catherine Deneuve, Michelle Piccoli, Isabelle Huppert

Ken Loach 

Calo delle presenze e degli incassi al festival di Venezia

martedì, settembre 04, 2012

Venezia 69 (6)

Identificazione di una mostra: il 69 edizione del festival di Venezia lontano dagli schermi - 6 giornata 

Ieri notte nei canali rai si poteva venire a conoscenza di un aneddoto tanto divertente quanto indicativo sui misteri del cinema e della cinefilia. Protagonista indiretto Takeshi Kitano in concorso con il sequel di “Outrage” variato nel titolo e nella storia quel tanto che basta per distinguerlo dal primo. A raccontarlo Piera Detassis,direttrice del festival di Roma prima dell’arrivo di Marco Muller e con analoghe funzioni della rivista Ciak. Interpellata dalla televisione giapponese per parlare del cinema di Kitano la Detassis raccontava di essersi preparata a lungo per essere all'altezza del compito ma di essersi ritrovata alla fine a dover rispondere ad un unica domanda: “Ma qual è il motivo per cui in Italia amate così tanto Takeshi Kitano ?". Se non fosse vero l’accaduto avrebbe il sapore di una boutade. Ed invece è quello che accade ancora oggi nel paese del Sol levante dove il nostro non è mai riuscito a suscitare grande interesse nonostante i premi e gli attestati di stima raccolti in giro per il mondo. Il Kitano casalingo non è apprezzato dalla critica ne dal pubblico ed è per questo che ieri al lido è stato accolto con una tenerezza che ha in parte ammorbidito la delusione nei confronti di un film ed in generale di una carriera che per la maggior parte degli addetti ai lavori ha esaurito la sua spinta propulsiva. D’altra parte in questa sessantanovesima edizione il regista giapponese si trova in buona compagnia per il numero ristretto di artisti e di opere che hanno confermato le aspettative, in un panorama generale che forse deve ancora esprimere il suo colpo di coda. Tornando ad “Outrage Beyond” e prendendo in prestito le parole pronunciate dal regista in sede di conferenza stampa il film è stato fatto perché il protagonista del primo film era ancora vivo e quindi potenzialmente spendibile per una replica da realizzare con quel mix di violenza ed umorismo a cui ormai il regista ci ha abituato. Una risposta che non fa una piega ma che sembra più adatta per scaltrezza ed opportunismo ad un cinema mordi e fuggi che a quello solitamente selezionato da una mostra d'arte cinematografica.



Da un regista all’altro ieri è stata anche il turno di Oliver Assayas, regista francese dal pedegree cinematografico militante per aver scritto nei famosi Cahiers du cinema, essersi fidanzato con Maggie Chung la musa di Wong War Kar Way, aver diretto film d’essai molto snob ed infine per aver realizzato l’opera fluviale dedicata al terrorista degli anni 70 “Carlos”, indubbiamente una delle opere migliori della scorsa annata. Il suo nuovo film “Apres mai” manco a farlo apposta è ambientato nel maggio 68, età prediletta dall’intellighenzia di sinistra e spazio autobiografico dove il regista trascolora una giovinezza, la propria, vissuta all’ombra di chi credeva di poter cambiare il mondo. Una storia di giovanissimi  alla ricerca della propria identità interpretata da attori non professionisti ad eccezione di Lola Creton appena vista in “Un amore di gioventù”. Le notizie lodano la loro freschezza e la capacità di sapere ricreare l'atmosfera dell'epoca mentre in generale sembra di poter contare una prevalenza di giudizi positivi. Intanto con la mostra che si avvicina al giro di boa si iniziano a fare i primi bilanci sulla presenza del cinema italiano. L’impressione generale quando ancora manca il pezzo da novanta (Marco Belloccio con il suo “La bella addormentata” oggi in concorso)è quella di un’annata che ha espresso il meglio nel documentario, vera e propria terra di frontiera dove nuove leve ed autori già affermati si cimentano per soddisfare un bisogno di verità difficilmente raggiungibile con il cinema di finzione. Oggi tocca ad un gigante festivaliero come Kim Ki Duk con il suo “Pietà” e tra gli altri, al piccolo di Leonardo di Costanzo che con “L’intervallo” ci riporta dalle parti di “Gomorra” con due adolescenti come protagonisti. 

Abbiamo parlato di:

Outrage Beyond
di Takeshi Kitano
con Takeshi Kitano

Apres mai (Fra 2012)
di Olivier Assayas
con Lola Creton

lunedì, settembre 03, 2012

Venezia 69 (5)

Identificazione di una mostra: la 69 edizione del festival di Venezia lontano dagli schermi - 4 e 5 giornata

Dopo alcune giornate di riscaldamento il concorso entra finalmente nel vivo con le proiezione a distanza ravvicinata di alcuni dei film ritenuti a ragione od a torto, le punte di diamante della selezione voluta dal suo direttore. Ed ancora una volta a fare la parte del leone, è proprio il caso di dirlo, è il cinema americano che nella presenza di due registi del calibro di PT Anderson e Terence Malik condensa in un sol colpo passato, presente e futuro della sua cinematografia. Una doppietta che seppur in diverse maniera e non sempre in modo convincente - durante la proiezione per la stampa "To The Wonder" è stato accolto con grande insofferenza - è riuscita a scaldare la platea peraltro piuttosto assopita dalle visioni precedenti, con due film che pur parlando linguaggi opposti, lineare e storicizzato quello di Anderson, anti narrativo e filosofico quello di Malik, ribadisce il potere incantatorio delle immagini, dispensatrici di bellezza e di significati, che nel caso di "The Master", storia di un rapporto tra il guru ed un discepolo di una setta ispirata (si dice) a Scientology ed al "maestro" Ron Hubbard, è anche capace di ribadire il primato attoriale di una nazione che le mostruose interpretazioni di due attori relativamente giovani come Seymour Hoffman e Joaquim Phoenix mettono al sicuro per un bel pezzo. Una fama, quello di direttore d'attori e non solo, che il regista di "Magnolia" e de "Il petroliere" si è guadagnata in modo discreto ma costante, soprattutto quando le storie dei suoi personaggi hanno iniziato a coincidere con quelli di una nazione che non ama vedersi rappresentata nuda e cruda e che invece Anderson analizza rovesciandone gli archetipi della fama e del successo con protagonisti disposti a sacrificare anche l'anima pur di materializzare i propri desideri. In questo senso l'America degli anni 50, quella appena uscita dalla seconda guerra mondiale, dei reduci che tornano a casa e delle famiglie costrette a riorganizzarsi per fare posto ai fantasmi che questi si portano appresso diventa lo scenario per imbastire il meglio ed il peggio della condizione umana, con un padre padrone (Hoffman) ed un figlio discepolo (Phoenix) ad inscenare la dialettica del bene e del male. I primi commenti confermano le qualità del regista e la tendenza a privilegiare microcosmi d'umanità.
Di Tutt'altra pasta è il film di Terence Malik che ragionando sull'mpossibilità dell'amore incarnato da un girotondo di menage e separazioni organizza un tour di immagini tra America ed Europa dove gli uomini più che persone in carne ossa sono il riflesso delle idee che il regista come al solito dispensa a profusione con voce fuori campo e Natura in primo piano. Destituendo la parola della sua importanza, caricando le immagini del loro armamentario immaginifico ed evocativo, riducendo o tagliando del tutto ruoli e sequenze e lasciando alle note di produzione tutto quello che normalmente dovrebbe essere contenuto sullo schermo il regista continua a percorrere la strada tracciata con il precedente "Tree of life". Pubblico sconcertato e diviso mentre la critica con il pollice verso sembra in parte ricredersi sulla svolta del regista americana legittimata dalla vittoria cannense.

Dopo siffatta abbuffata suscitare interesse sarebbe stata un impresa per chiunque ma essendo quella italica una progenie abituata a dare il meglio nelle situazioni più critiche succede che il primo film di Daniele Ciprì "E'stato il figlio", vicenda di brutti, sporchi e cattivi capitanati dal camaleonte Tony Servillo, riesca ad innescare nuove attenzioni. Davide sfida Golia con gli strumenti del tragicomico per uno spettacolo in cui la maschera d'attore del fuoriclasse partenopeo è declinata con i ritmi sincopati di una sceneggiata siciliana in salsa tragicomica in cui il sogno di ricchezza si riversa sulla miseria di un umanità da cinico tv. L'anarchia di quell'esperienza televisiva convogliata in un contenitore da cinema classico riesce a mantenere intatta la capacità di far male. All'imminente uscita nelle sale affidiamo la verifica della novella veneziana mentre ribalza sul lido l'annuncio di un Muccino (ingrassato a dismisura) associato al progetto di un thriller fantascientifico, e di un veterano come Gianni Amelio intenzionato a riciclarsi con una commedia (girata insieme ad Antonio Albanese), il cui titolo "L'intrepido" potrebbe essere la definizione più calzante per il cinema italiano presente qui a Venezia: piccolo ma sicuramente coraggioso

Abbiamo parlato di:
The Master (Usa 2012)
di PT Andersson
con Seymour Hoffman, Joaquim Phoenix
To the Wonder (Usa 2012)
di Terence Malik
Con Ben Affleck, Rachel Adams, Javier Bardem
E' Stato il figlio
di Daniele Ciprì (Ita 2012)
con Tony Servillo
L'intrepido ( in preparazione)
di Gianni Amelio
con Antonio Albanese

sabato, settembre 01, 2012

Venezia 69 (4)


Identificazione di una mostra: la 69 edizione del festival di Venezia lontano dagli schermi - 3 giornata

Paradossi festivalieri: in un organizzazione mastodontica ed importate come quella messa in piedi  da un festival internazionale come quello di Venezia, con deus ex machina, uffici stampa , case di produzione, press agent tendenzialmente all'insegna del meglio che c'è in circolazione, succede che le cose più interessanti se non le migliori capitino quasi di nascosto, o per lo meno senza la fanfara che di solito circonda l' attesa dei film in concorso. E' il caso per esempio del piccolo film "Wadjda"della regista saudita Haifaa Al Mansour applaudito calorosamente da una platea conquistata dalla fresca semplicità della sua storia. Wadjda è infatti la bicicletta che la piccola protagonista desidera e che tenterà in tutti i modi di avere nonostante il diniego di una società che nega alle donne anche una passeggiata su due ruote. Nel raccontare le peripezie della ragazzina il film riesce anche a parlare della condizione femminile e della speranza che questa condizione possa prima o poi cambiare. Se a prima vista "Wadjda" sembra assomigliare alle opere di quel neorealismo iraniano che da Kiarostami in poi aveva monopolizzato l'attenzione dei festival di tutto il mondo con storie di bambini che cercavano di rimanere tali in un mondo adulto e crudele, l'opera prima di Haifaa Mansour detiene anche due record: è il primo film girato in Arabia Esaudita mentre la sua protagonista appena dodicenne è l'attrice più giovane della kermesse. Sempre dello stesso tenore produttivo, ovvero all'insegna di un costo (basso) inversamente proporzionale all'importanza dei contenuti sono altre due opere presentate ieri nelle sezioni collaterali: quella di Liliana Cavani che in un documentario di 22  minuti girato con camera fissa e domande fuori schermo intervista le "Clarisse" a proposito della fede e del significato della preghiera rispetto alla mondanità del nostro tempo. Le risposte risulteranno sorprendenti ed in qualche modo rivoluzionarie soprattutto quando si parlerà di una chiesa accusata di maschilismo per aver tradito il messaggio evangelico che prevedeva eguali diritti ai suoi discepoli, senza la distinzione tra uomini e donne che oggi invece esiste e fa sentire inutili comunità religiose come quella delle Clarisse.  Ed ancora il documentario di Silvia Giralucci "Sfiorando il muro" dedicato al padre, militante di destra ucciso dalle Brigate rosse nel 1974 durante i famigerati anni di piombo. Indagando nella memoria di quella vita rubata senza ideologie ne moralismi il documentario si interroga non tanto sulle ragioni di quella morte ma sulla mancata volontà di  capire il perchè di quel perido di terrore.


Tornando invece al cinema ma mantenendoci lontano dalla pazza folla segnaliamo l'opera prima di Luigi Lo Cascio presente nella sezione orizzonti con "La città ideale" che sceglie la strada più ambiziosa confrontandosi con Sciascia, Borges e Polanski per raccontare lo scontro tra gli ideali dell'utopia del protagonista, convinto di poter vivere utilizzando energie ecosostenibili, e la contingenza di una contemporaneità fatta apposta per mettere in crisi qualsiasi tentativo di diversità. Le cronache sono discordi, alcuni parlano di film confusionario e di poca sostanza, altri invece lodano il tentativo di fare un cinema coraggioso ed alternativo. La mancanza di un pensiero unico e l'occasione di vedere all'opera il neo regista non lasciano alcun dubbio sulla scelta di vederlo nelle sale in occasione della sua uscita.

Dulcis in fundus il concorso ufficiale ieri ancora in sordina con due opere che non hanno entusiasmato. "At Any Price" di Ramin Bahrani ripropone un modello di melò alla Douglas Sirk nel contrasto tra un padre padrone, proprietario di una ricca azienda agricola, ed il figlio per nulla interessato a portare avanti la tradizione di famiglia alla quale preferisce l'attività di pilota nella gare automobiliste. Ci scapperà fuori anche la tragedia ma quello conta di più, almeno così è sembrato ieri sul red carpet con la folla di ragazzine in visibilio è la presenza di Zach Efron, divo in cerca di conferme nel cinema che conta. Ulrich Seidl  aurore di "Paradise: Faith"continua invece i suoi esercizi di stile nel tentativo di provocare la platea con esposizioni corporali di donne appesantite nel fisico ed avanti con gli anni. Se qualche anno fà aveva lasciato il segno scandalizzando Venezia con il suo "Canicola" a distanza di tempo vedere una donna che fa proselitismo religioso tirandosi dietro una statua di Maria Vergine e  sfogando il suo fervore utilizzando il crocifisso come fosse un vibratore lascia piuttosto indifferente un pò tutti. Anche in questo caso poco entusiasmo e qualche dubbio sulla liceità della sua messa in concorso. Delusioni che dovrebbero essere compensate  dall'arrivo del film più atteso, parliamo di "The Master" di PT Anderson per molti già vincitore qui ed ai prossimi Academy Awards. Non vediamo l'ora di vederlo. Domani ci acconteremo di parlarne.

Abbiamo parlato di:

Wadjda
di Haifaa Al Mansour
con Waad Monhammed

Clarisse
di Liliana Cavani

Sfiorando il muro
di Silvia Giralucci

La città ideale
di Luigi Lo Cascio
con Luigi Lo Cascio

At Any Price
di Ramin Bahrani
con Dennis Quaid, Zach Efron

Paradise: Faith
di Ulrich Seidl
con Maria Hofstatter