venerdì, settembre 11, 2026

L'ESTRANEA

L'estranea

di Paolo Strippoli

Italia, 2026

genere: horror, drammatico

durata: 115'

con Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Romana Maggiora Vergano

L’horror italiano ha probabilmente trovato una nuova autorevole firma in Paolo Strippoli che con il suo nuovo lungometraggio, L’estranea, si conferma un regista con i fiocchi. Il film, presentato in concorso alla mostra del cinema di Venezia 2026, è uno dei cinque titoli italiani in concorso e uno di quelli che farà più parlare di sé. Un horror più psicologico che fisico, ma in grado di tenere incollati davanti allo schermo per tutta la sua durata.

Siamo a Roma in una giornata di pioggia intensa (elemento ricorrente nei film di Strippoli) quando un’invecchiata Jasmine Trinca si reca a casa della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) con un trolley in mano per raccontarle la vera storia della famiglia. Una storia fatta di intrecci e misteri, di sospetti e di paure, tenuta insieme da quello che si potrebbe definire un patto col diavolo. Il nastro del racconto di riavvolge e ci riporta indietro nel tempo, dal 2026 al 1999, quando Anna (Jasmine Trinca) e Walter (Adriano Giannini) decidono di comprare un cane ai figli Alice e Tobia. Da lì un tragico incidente mette a dura prova la tempra di Anna che, ritrovandosi a tu per tu con un’estranea, decide di instaurare con quest’ultima un patto per sopravvivere. Una concatenazione di eventi la porteranno però a dubitare della scelta e ad avere una costante paura che qualcosa possa ritorcersi contro.

Come una spirale, elemento ridondante nel film di Strippoli (dal formicaio alla liquirizia, passando anche per la tshirt di Tobia), il film si (ri)avvolge su se stesso tra continui salti in avanti e indietro nel tempo. Facendo leva sulla divisione in capitoli che ci permette di conoscere uno a uno tutti i membri della famiglia (la figlia, il figlio, il padre, la madre), il regista ci mostra un loop apparentemente destinato a non infrangersi mai.

Al silenzio e alla mancanza di comunicazione tra i personaggi si contrappongono rumori forti, molesti e continui nelle situazioni più disperate. La pioggia incessante di Roma si fa sempre più acuta, arrivando addirittura a rompere alcuni vetri e a inondare le strade perché è un diluvio che non si può fermare, sinonimo di qualcosa di più di un semplice evento meteorologico (e ne è una chiara dimostrazione il fatto che continui ininterrottamente a invadere l’abitazione di Alice provenendo da ogni luogo e andando in ogni direzione, come un mostro senza controllo).

Oltre a un evidente problema di comunicazione, c’è anche una grande paura che attanaglia la famiglia felice protagonista del film: l’apparenza. La paura di non risultare perfetti, sempre credibili e impeccabili, è ciò che fa incappare Anna nella spirale dei problemi. L’apparenza è ciò che conta: Alice selezionata per una pubblicità e Tobia in perfetta forma fisica e pronto a diventare un grande calciatore sono solo i primi due esempi di una storia che ci fa riflettere sul presente molto più di quanto possa sembrare. Si tratta di una paura costante che ormai si sta radicando nella società e che Strippoli con il suo L’estranea estremizza all’ennesima potenza, con ritmo, suspense e furbizia. Tra citazioni e richiami, dei quali il suo cinema è pieno, il regista si fa portavoce di un messaggio potente, incarnato in parte dalla sua pioggia e in parte dal sistema a spirale che nasce dall’estranea (una Valeria Bruni Tedeschi inquietante, magnetica e pazza) nella quale si imbatte Anna.

E non è un caso che il primo incontro avvenga proprio in una chiesa che, come il filo rosso del destino, collega L’estranea a La valle dei sorrisi dove il climax massimo avveniva proprio all’interno di un luogo sacro. Un luogo che qui perde quella valenza per limitarsi a essere un luogo di accoglienza, nel quale tutto è concesso, anche un patto col diavolo.


Veronica Ranocchi

giovedì, settembre 10, 2026

IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO

Il fuoco che ti porti dentro

di Edoardo De Angelis

Italia, 2026

genere: drammatico, commedia

durata: 94'

con Vanessa Scalera, Lino Musella, Elena Radonicich

Dopo Comandante che aveva aperto la Mostra del cinema nel 2023, Edoardo De Angelis torna in concorso a Venezia con la sua nuova opera: Il fuoco che ti porti dentro, basato sull’omonimo romanzo di Antonio Franchini.

Il fulcro del film che potrebbe essere al tempo stesso anche il riassunto è Angela. Angela è una donna napoletana ingombrante, madre di tre figli, la più piccola che non le parla più, la mezzana che non viene mai presa in considerazione e il primogenito con il quale ha un rapporto di odio-amore. La Vigilia di Natale e la preparazione della cena e del pranzo del giorno dopo diventano un pretesto per cercare di rimettere insieme una famiglia, come si direbbe oggi, disfunzionale, alla quale si aggiungono la nuora, milanese e molto chic, i due figli, il genero buddhista e un ospite inatteso, senza dimenticare un povero cappone destinato a finire sulla tavola dei commensali.

La lunga preparazione dà vita a un vortice di emozioni, sensazioni, pensieri, anche reconditi, che nessuno ha davvero mai avuto il coraggio di tirare fuori.

Più che da un libro, per l’impostazione, la struttura e la direzione scelta da Edoardo De Angelis, si potrebbe pensare che Il fuoco che ti porti dentro nasca e derivi da una pièce teatrale, con un unico spazio e tante, tantissime maschere.

Come il povero cappone rincorso costantemente ogni volta da una persona diversa, anche noi spettatori vaghiamo in questa casa, a volte troppo stretta, cercando una via di fuga, cercando aria, cercando di riprendere fiato per evitare di annaspare come tutti i presenti.

Fin dall’inizio, infatti, capiamo di essere di fronte a una storia che si concentra sui personaggi e sulle loro azioni perché la macchina da presa insiste sui primi piani e, in modo concitato, rincorre continuamente chiunque debba parlare, Angela su tutti. La prima cosa alla quale assistiamo è una litigata, ancora dai toni pacati, tra Angela (una Vanessa Scalera che alla sua prima presenza a Venezia rischia di portarsi a casa un premo prestigioso per la performance incredibile alla quale dà vita) e il figlio Antonio (Lino Musella). E da quella litigata, in realtà, non ci stacchiamo mai perché la regia di De Angelis insiste proprio su questo voler andare a fondo nell’animo di ognuno dei personaggi che vediamo sullo schermo. Personaggi che sono in realtà persone, molto più autentiche di quello che si possa pensare. Angela esagera ed è sempre pronta a far esasperare, oltrepassando i limiti e dicendo sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato, ma è molto vicina a noi.

Come una calamita la macchina da presa del regista non si discosta mai troppo dal personaggio catalizzatore dell’intera storia. Non c’è solo tra Angela e Antonio un rapporto di odio e amore, ma anche tra lo spettatore e i personaggi che, in parte, fanno di tutti per essere detestati e detestabili, ma alla fine dei conti sono fragili, come i pezzi di vetro che li colpiscono, chi più chi meno.

Al di là delle divertenti battute e del continuo scontro onnipresente tra nord e sud, il vortice nel quale vengono risucchiati i personaggi de Il fuoco che ti porti dentro è qualcosa che difficilmente trova una spiegazione razionale. Può sfociare in sfuriate, anche esagerate e aggressive, in malinconia, in un uso del dialetto al momento giusto (come per fissare meglio un concetto), ma alla fine quel fuoco è qualcosa di intrinseco in ognuno di noi. Non è Angela con il suo carattere più che esuberante, con la sua mania di protagonismo e con il suo egoismo a essere il fuoco, ma lo siamo tutti. A poco vale la presenza di un ospite inatteso che, in quanto esterno alla famiglia, può cercare di riportare un equilibrio perché non riuscirà mai nell’intento di frenare qualcosa che non si può spegnere.

Una musica assordante e continua accompagna le poche ore in cui si svolge il film, una musica che si ferma solo in alcuni frangenti determinanti e che ci dà un piccolo respiro, come quello che compie Antonio aprendo la finestra per prendere aria. E accanto alla musica il cibo come elemento fondante, in quantità esorbitanti, inquadrato in modo famelico, vorace, avido come se si dovesse preparare un pasto per dei mostri. Una tavola imbandita, ma senza convitati.


Veronica Ranocchi

martedì, settembre 08, 2026

SERPENTI

Serpenti

di Roberto De Paolis

Italia, 2026

genere: commedia

durata: 93'

con Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto

La situazione politica italiana è grave… ma non è seria.

Così si apre Serpenti, il nuovo film di Roberto De Paolis scritto dai fratelli D’Innocenzo, black comedy che contesta la situazione burocratica (e non solo) italiana con leggerezza e tante risate.

La domanda è: si può ridere del dramma quotidiano che ormai accompagna le nostre vite? Se lo si fa in maniera intelligente andando a toccare i punti centrali e portandoli al paradossale allora la risposta è sì.

Ed è proprio questo quello che fanno i D’Innocenzo nella scrittura, arguta, furba ed efficace, ma anche De Paolis nella direzione del film.

Tutto inizia con il campo lungo di Paolo Marra. Di fronte alla macchina da presa l’uomo ha appena ammesso di aver ucciso la moglie. Deciso a costituirsi (un Leonardo Lidi molto nella parte, perfetto nel mescolare disperazione e senso di colpa) al più vicino comando della polizia Paolo scopre che nessuno sembra prendere seriamente in considerazione la sua confessione.

Dal piantone intento a cercare la nuova cover per il cellulare all’agente col mal di testa a grappolo, passando per un avvocato farlocco e una cartomante, Paolo si spazientisce e non si capacita di tutto ciò che accade intorno a lui. Nessuno sembra davvero capire la gravità della situazione. E lui si trova costretto a oltrepassare il limite per venire almeno considerato.

Da qui la domanda che sorge spontanea è: Paolo è carnefice o vittima? È carnefice perché ha commesso un delitto, ma è anche vittima di un sistema che lo sta logorando non dandogli la giusta attenzione. È proprio da questo che nasce e si dipana la satira arguta di Serpenti, un modo sicuramente efficace per poter portare sullo schermo una tematica drammatica, ma resa in chiave comica.

Paolo perde completamente la bussola della ragione, ma si è anche smarrito fisicamente, rimanendo ingabbiato in ambienti a tratti labirintici, a tratti claustrofobici che lo deridono a loro volta. I lungi corridoi del comando della polizia richiamano il celebre gioco Snake che compare nei titoli di testa, ma in parallelo c’è il labirinto delle scale che gli fa perdere la cognizione dello spazio (e anche del tempo).

Ad alimentare tutta questa sensazione ci pensano i personaggi che il protagonista incontra sul suo cammino. Dal poliziotto interpretato alla perfezione da Alessandro Borghi che, tra accento ancora più marcatamente romano e menefreghismo, comincia a far venire i primi dubbi a Paolo, fino all’avvocato (un magistrale Pietro Castellitto) che solo per pochi secondi sembra essere uno dei pochi personaggi lucidi, ma che poi si perde nei discorsi facendo credere all’omicida di essere dalla parte della ragione e inventandosi di sana pianta una storia alternativa in grado di giustificarlo. Un parterre di personaggi paradossali e al limite dell’assurdo che, però, funzionano alla perfezione per rendere concreta l’idea di un meccanismo che ha evidentemente delle lacune, qui portate all’eccesso.


Veronica Ranocchi

sabato, settembre 05, 2026

WILD HORSE NINE

Wild Horse Nine

di Martin McDonagh

UK, 2026

genere: drammatico, commedia

durata: 118'

con John Malkovich, Sam Rocwell, Steve Buscemi

È un McDonagh in forma, come sempre, quello che torna per l’ennesima volta a Venezia con il suo nuovo lavoro, Wild Horse Nine. Come lui lo è anche il sodale Sam Rocwell qui in coppia con John Malkovich, pronto a mettersi a disposizione del regista con una nuova trasformazione.

Ambientato nel Cile poco prima del colpo di stato del 1973, il film ha come protagonisti Chris (Malkovich) e Lee (Rockwell), agenti della CIA, inviati sull’isola di Pasqua dal loro capo (uno Steve Buscemi in grande spolvero). Qui, tra le celebri statue dell’isola, i due avranno modo di parlare e confrontarsi, sia sulle questioni che attanagliano il presente (tra colpi di stato e cospirazioni), sia su quelle che li riguardano da vicino, in quanto colleghi e amici.

Se c’è una cosa alla quale ci ha abituati McDonagh è quella di guardare sempre l’altra faccia della medaglia, anche in modo tagliente e, come si direbbe oggi, politicamente scorretto.

La primissima inquadratura di Chris ripreso, in modo molto amatoriale da Lee, anticipa una delle tematiche principali del film: la memoria storica e la memoria personale. Il film di McDonagh intreccia lacrime e risate in un’atmosfera quasi magica. L’isola di Pasqua sembra strizzare l’occhio a quella immaginaria di Inisherin, protagonista indiscussa della precedente fatica del regista britannico, ma con un’accezione ancora più magica, aiutata anche dai cavalli che vagano sull’isola indisturbati e che sembrano fare da grillo parlante a un Chris alla ricerca di sé stesso.

Tra black humor e prese in giro, McDonagh regala al pubblico una storia d’amicizia e di fiducia con sullo sfondo un Cile in preda a una ancora ipotetica rivoluzione. Ma a essere centrale e fondamentale è il forte legame tra Chris e Lee che, seppur un po’ sopra le righe, come la maggior parte dei protagonisti del regista britannico, si dimostrano veri amici in ogni occasione, anche quando la situazione si fa più dura, più violenta o più cupa.

Wild Horse Nine è un film in grado di scuotere gli animi e di far riflettere su tematiche che ancora oggi ci toccano da vicino. Farlo, però, con lo stile di McDonagh è sicuramente più leggero e piacevole e anche una domanda esistenziale, quale come comportarsi di fronte alla morte, diventa un pretesto per dar vita a un viaggio ai confini del mondo che si trasforma in un gioco, ma senza via d’uscita.

Il registratore usato da Chris per annotare le sue memorie è solo l’ennesimo stratagemma adottato per parlare e farci riflettere sul tempo. Tempo trascorso, tempo presente e tempo che dovrà ancora arrivare. Tutto si gioca su un continuo salto avanti e indietro, tra la memoria traballante di Chris e quella più precisa (ma non sempre) d Lee. Anche perché la loro è una corsa contro il tempo. E ne è una chiara dimostrazione anche l’incontro con le due ragazze che cercano di abbordare pur sapendo di non avere speranze proprio perché convinti che, per certi versi, il tempo non scorra. Perché forse è proprio quello che sperano e, con loro, noi spettatori che, pur ridendo, siamo consapevoli di star vedendo qualcosa di destinato molto presto a finire.

Due personaggi destinati a rimanere nel cuore del pubblico. E stavolta il pupillo Sam Rockwell deve cedere il posto a un John Malkovich in odore di premi, perfetto al punto giusto in ogni momento, senza mai eccedere e senza mai scavalcare i confini.


Veronica Ranocchi