lunedì, agosto 24, 2026

'SEPARAZIONI' CONVERSAZIONE CON STEFANO CHIANTINI

Presentato in anteprima all’ultima edizione del Torino Film Festival è uscito nelle sale Separazioni, il nuovo film di Stefano Chiantini, in cui la cognizione del dolore diventa motivo di un percorso salvifico costellato di dubbi e nuove certezze. Con Barbora Bobulova e Adriano Giannini.

Prodotto da World Video Production con Rai Cinema Separazioni è distribuito da Fandango Distribuzione.

Separazioni appartiene alla tua filmografia in maniera differente da altre volte perché mai come in questo lungometraggio poetica e messinscena risultano così peculiari. La scelta di un direttore della fotografia, Paolo Carnera, abituato a lavorare su diversi livelli di realismo ne è testimonianza. Penso all’uso della luce che altre volte era stato più libero  e che qui invece è molto controllato.

La scelta di Paolo Carnera è stata la conseguenza di una ricerca formale e compositiva più forte di quelle fatte nei film precedenti e comunque capace di porsi davanti al dolore dei personaggi con molto rispetto: evitando di stargli addosso e dunque distanziandosi da essi anche in termini spaziali. A guidare le scelte di regia è stato sempre il desiderio di rispettare la sofferenza della famiglia protagonista della storia.

In Naufragi, Il Ritorno e Una madre avevi privilegiato una fotografia più sporca e materica, in sintonia con lo status sociale ed emotivo di personaggi abituati alla mobilità e al disagio. Qui la corrispondenza tra stile e sceneggiatura si traduce in un bianco e nero quasi espressionista, in grado di portare a galla un dolore vissuto con dignità e contegno. 

Nella messinscena c’è tutto quello che hai detto. Con Separazioni racconto personaggi diversi da quelli degli altri film. In passato il fatto di avere a che fare con una precarietà sporca e cattiva richiedeva scelte stilistiche capaci di stare addosso ai personaggi. Qui la compostezza borghese dei personaggi e la reticenza all’esternazione dolorosa imponeva una forma diversa, caratterizzata da un maggiore controllo delle fonti luminose.

La prevalenza del segno e la rarefazione del paesaggio danno vita a immagini capaci di raccontare i fatti lasciando intravedere una dimensione metafisica che trova corrispondenza nelle credenze di personaggi abituati a ragionare all’interno di una prospettiva ultraterrena.

Sì, tutto il film è attraversato da una forza mitica e insieme mistica in cui la forza della montagna si mescola a quella della fede in Dio. L’inizio, con la statua della Madonna trasportata dalla seggiovia non è casuale come non lo sono tutte le apparizioni, vere o immaginate che si succedono nel corso della vicenda. Come dicevi il mondo metafisico e naturale vivono in maniera potente all’interno della storia.

La scelta del bianco e nero mi pare la più adatta a rappresentare il limbo esistenziale di personaggi sospesi tra la vita e la morte.

L’uso del bianco e nero è stata un’intuizione di Paolo che durante i sopralluoghi ha iniziato a fotografare i luoghi con questa tonalità. Condividendo quelle immagini ci siamo accorti che l’assenza di altri colori dava una forza maggiore ai volti dei personaggi e alle forme della montagna, aumentando il senso di sovrannaturale che pervade la vicenda.

Il bianco e nero risponde anche a uno dei significati del film perché ne la mistica del paesaggio, ne le credenze religiose danno risposte al mistero della vita. Un concetto evidenziato dal rapporto tra l’immensità della natura e la finitezza delle figure umane.

Hai colto nel segno perché è proprio quello che abbiamo cercato di fare con l’uso del bianco e nero. In alcune composizioni le inquadrature erano studiate per evidenziare la presenza di qualcosa di superiore. Non parlo dell’indicibile ma di qualcosa che non riesci a combattere e ai cui ti devi inevitabilmente arrendere. Nel film le montagne ti sovrastano, il bianco ti acceca e ciò che puoi fare è solo prenderne atto  accettandone le regole.

Il film inizia con una scena simbolica, quella della funivia che trasporta la statua dell’Immacolata in cima alla montagna. In tale contesto a giocare un ruolo decisivo è l’audio e in particolare il contrasto tra il silenzio della montagna e lo stridio di argani e carrucole. L’effetto prodotto è duplice: da una parte si rimanda alla messa in discussione della fede esplicitata nel dialogo tra Mara, la madre di Laura e il prete della parrocchia, dall’altra le immagini evocano il tentativo dell’uomo di sfidare l’ignoto senza pensare alle conseguenze.

L’immagine della Madonna sospesa sulla funivia mi ha colpito così tanto da farne la sequenza d’apertura. In vetta alle montagne è ricorrente trovare statue dedicate all’Immacolata. Da abruzzese è qualcosa che vivo da sempre e mi è piaciuto raccontarlo. Inoltre come giustamente hai notato la presenza meccanica di funi e cavi d’acciaio rinviavano alla violazione dello spazio naturale. Non a caso nella sequenza finale per la prima volta la madre sale sulla montagna a piedi, avendo capito che quello è l’unico modo per recuperare simbolicamente la figlia perduta. Camminare sulla neve evoca un rapporto diretto con la forza della natura e anche una forma di rispetto verso di essa.

L’apertura del film è fondativa rispetto alla presenza dell’elemento religioso destinato a tornare come sottofondo narrativo lungo tutto il racconto. La comunanza tra Maria e Mara non sta solo dalla fonetica dei loro nomi. A unire le donne è innanzitutto la morte del figlio. Analogie che si riscontrano anche sul piano caratteriale perché come l’Immacolata anche Mara preferisce tenere il dolore dentro di sé.

Intanto grazie, la tua lettura delle cose è sempre profonda e questo mi piace molto. Venendo a ciò che mi chiedi rispondo che la Madonna e Mara sono comunque madri colpite da  una perdita indicibile per cui è stato facile  creare una simmetria tra tra di loro, tra il modo in cui entrambe vivono il lutto che le ha colpite. Ripeto, la tua è stata una lettura davvero molto attenta, perché per me il paragone tra il loro modo di essere madri è stato centrale fin da subito in virtù di quel rapporto molto potente con la religione di cui ti parlavo.

Un’altra analogia importante è rappresentato dal corpo dei figli. Come nei Vangeli quello di Gesù così nel film quello della figlia non viene mai ritrovato e ancora in entrambi i racconti prima di salire al cielo – cosa che simbolicamente succede anche alla figlia di Mara – c’è la possibilità di rivedere il corpo del risorto quando Laura appare alla madre.

Si, è l’assenza del corpo a rendere più dolorosa l’accettazione del lutto. All’inizio Mara non riesce a raffigurarselo essendo quello nascosto nella montagna e dentro di se. In fondo è questo che guida il film, e cioè l’assenza di questo corpo e la possibilità di ritrovarlo.

Nonostante la morte occupi larga parte del racconto Separazioni è comunque un racconto salvifico. Anche nel film infatti la morte viene cancellata dalla visione del corpo di Laura da parte della madre. La riconciliazione di Mara con quanto le è accaduto così come la consapevolezza della  presenza della morte nella nostra esistenza equivalgono in qualche modo alla resurrezione raccontata nei Vangeli. Non è un caso se dopo la visione di Mara le immagini finali, quelli che ci mostrano la famiglia di nuovo unita, siano filmate con una fotografia a colori.

Sono perfettamente d’accordo. Separazioni è un film salvifico perché ritrovare il corpo della figlia dentro di se e scendere dalla montagna accompagnata dall’immagine di lei è come se legittimasse Mara a continuare a vivere. La sequenza a colori della famiglia che gioca sulla neve ne è la certificazione.   

Guardando Separazioni non ho potuto non pensare a La Stanza del figlio di Nanni Moretti. A te è successo?

Ci ho pensato solo una volta dopo aver scritto il film. Ho pensato che il mio potesse avere delle similitudini con quello di Moretti, fermo restando che quello è un capolavoro quindi lungi da me voler fare paragoni del genere. Detto questo sono stato consapevole che la storia di Separazioni toccava in qualche modo quella de La Stanza del figlio.

Le separazioni che racconti non sono solo quelle famigliari ma toccano anche i rapporti con le altre persone, esplorando una gamma relazionale che riguarda amore e amicizia e che fa capo a motivazioni sentimentali, affettive, morali e psicologiche. La separazione dall’altro è un tema che racconti da sempre ma qui, ancora più che in Come Due Gocce D’Acqua, le conseguenze del dolore sono esaminate all’interno di un contesto ancora unito.

Da parte mia c’era la volontà di ampliare questo racconto aggiungendovi anche quello delle persone frequentate da Mara e Pietro. Dapprima coinvolgiamo  il figlio, poi il nonno e ancora l’amica di famiglia.

Penso anche alla figura del prete che nel tuo cinema è una figura inedita.

Assolutamente.

L’isolamento e la solitudine dei personaggi sono rese con inquadrature che esaltano la profondità di campo. Le soglie tra i vari interni dell’abitazione diventano la misura della distanza tra le persone.

Quel tipo di inquadrature rendevano il senso delle fratture emotive e psicologiche dei personaggi e quindi della separazione sofferta da ognuno all’interno dello stesso ambiente famigliare. La profondità di campo mi permetteva di creare queste separazioni visive all’interno di un cosmo e di un microcosmo.

Come negli altri lavori anche in Separazioni metti gli attori nella condizione di dare il meglio. In particolare ti volevo chiedere se il fatto di essere anch’essi genitori abbia aiutato gli interpreti adulti, penso a Adriano Giannini e Barbora Bobulova, a restituire così bene il dolore dei personaggi?

Il lavoro con gli attori è stato davvero stimolante. Il percorso emotivo seguito dagli attori per riuscire a vivere quel dolore non lo conosco. Io ho creato un mondo, ho creato un’atmosfera poi li ho lasciati liberi di viverlo come si sentivano. Mi sembrava banale dirigerli dicendo fai questo, fai quello, muoviti, spostati di qua. Meglio dirli: ecco il nostro mondo, questo è il dolore che stiamo vivendo. Questo è il nostro spazio, adesso rappresentatelo voi come pensate e come riuscite. E loro l’hanno fatto molto bene. Da parte mia cercavo di dirigerli dicendo quello che era il mio punto di vista, quello che mi era arrivato. Il percorso interiore per riuscire a contattare quel malessere è stato molto personale.

Gli interpreti sono tutti molto bravi. Ricordo tra questi oltre a Barbora Bobulova e Adriano Giannini anche Vanessa Compagnucci, Giordano Fochetti, Sergio Albelli, Ludovica Rubino. Giannini in particolare mi sembra diventato un attore a tutto tondo, capace di interpretare ogni tipo di ruolo.

Adriano è un attore molto generoso e molto in ascolto. Sono d’accordo con te: la sua spiccata sensibilità gli consente di essere un attore davvero eclettico. Lavorare con lui è stato facile. All’inizio si aspettava di essere diretto con maggiori indicazioni poi ha capito che gli lasciavo piena libertà di raccontare quel mondo come riteneva più giusto. Da lì in poi mi ha dato cose strepitose ed ho potuto apprezzare la sua grandezza.


Carlo Cerofolini

(intervista pubblicata su taxidrivers.it)