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martedì, marzo 09, 2021

Palladium Film Festival - Cinemaoltre

PALLADIUM FILM FESTIVAL – CINEMAOLTRE

Teatro e Università si uniscono

per ri-aprire le porte del Cinema

DAL 9 AL 14 MARZO


Un'apertura virtuale, una platea che torna idealmente a riempirsi, due realtà che uniscono le forze 
dal 9 al 14 marzo, per sostenersi e sostenere il cinema, e ritrovare gli spettatori dopo un anno difficile.

Il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell'Università Roma Tre e lo storico Teatro Palladium lanciano Palladium Film Festival - CineMaOltre, un festival che è la naturale prosecuzione del Roma Tre Film Festival arrivato alla sua 15sima edizione, ma che quest'anno lancia lo sguardo necessariamente OLTRE la sala, affidando alla piattaforma MyMovies film, incontri, masterclass e retrospettive.

''Università, Teatro e Cinema sono tre aspetti del mondo culturale che più di tutti hanno subìto l'impatto della pandemia – spiega il Direttore Artistico Vito Zagarrio – la cultura si nutre di contatto e condivisione e con questo festival vogliamo andare OLTRE ogni forma di separazione, sia fisica, sia generazionale o di genere''.

Il PFF – CineMaOltre ha l'ambizione di guardare al cinema da diversi punti di vista, andando OLTRE le classificazioni e i diversi formati, creando un dialogo tra il cinema d’autore e il cinema di genere, tra il documentario e i cortometraggi. Attraverso l'iscrizione alla piattaforma MyMovies gli spettatori potranno accedere gratuitamente a partire dal 9 marzo e per l'intera durata del festival sia ai film, sia a moltissimi altri contenuti:

  • Oltre il genere: una lunga intervista a Susanna Nicchiarelli che accompagna la proiezione di cinque film della regista (NicoCosmonauta; La scoperta dell’alba; Per tutta la vita; Ca cri do bo)

  • Oltre il cinema: un incontro su cinema e letteratura con lo scrittore Paolo Giordano (La solitudine dei numeri primi) e il regista Saverio Costanzo (L'Amica Geniale, Hungry Hearts) e la presentazione di tre film (Private; In memoria di me; La solitudine dei numeri primi)

  • Oltre lo schermo: una masterclass sulla musica per il cinema con il compositore Pivio (Ammore e Malavita), e un incontro con Pippo Del Bono.

  • Oltre i formati: il concorso di cortometraggi Carta Bianca Dams.

  • Oltre le generazioni: la rassegna dedicata alle scuole di cinema con i film prodotti dal Centro Sperimentale di Cinematografia, dell'accademia Rufa e della Scuola di Cinema Volonté.

Il 10 marzo il Festival propone un evento speciale: un incontro con lo scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo autore di Romanzo Criminale, sul legame tra la letteratura e la parte più oscura della città di Roma.

Nella cornice virtuale del Teatro Palladium, PFF - CineMaOltre dedica infine quattro giornate alla rassegna Oltre I Muri, fiore all'occhiello del festival che affronta il tema delle chiusure, da quelle delle prigioni, a quelle psicologiche, da quelle familiari alle chiusure sanitarie dovute alla pandemia. Ogni film sarà presentato dagli autori e sarà un momento importante per discutere anche di cinema e attualità.

Con il Palladium Film Festival – CineMaOltre l'Università Roma Tre e il Teatro Palladium provano a spingere la cultura OLTRE i limiti, le costrizioni e la paura: un festival che è insieme un augurio e una promessa, quella di tornare a riempire le sale di musica, film, spettacoli e incontri.


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PALLADIUM FILM FESTIVAL – CINEMAOLTRE é una produzione del Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell'Università Roma Tre in collaborazione con la Fondazione Teatro Palladium.  Per materiali stampa: info@tfilmprod.com – Maria Vittoria Pellecchia 329.1675709

sabato, settembre 29, 2018

TERNI POP FILM FESTIVAL: ANNUNCIATO UN FILM SULLA VITA DI BUD SPENCER

FESTIVAL DEL CINEMA POPOLARE
27 – 30 settembre 2018


Largo S. Falchi n°3, 05100 Terni



La vita di Bud Spencer diventerà presto un film, al momento si sta lavorando alla sceneggiatura che ripercorrerà la vita di Bud prima del suo debutto nel mondo dello spettacolo. Questo l’annuncio che è stato fatto ieri sera da Giuseppe Pedersoli, figlio di Carlo Pedersoli, durante la cerimonia d’apertura del Terni Pop Film Fest – Festival del Cinema Popolare che ha voluto inaugurare la manifestazione ricordando uno dei volti più simbolici del cinema popolare.

Non potevamo non cominciare con lui” – hanno spiegato i direttori artistici Simone Isola e Antonio Valerio Spera – “visto che i suoi film hanno segnato quattro generazioni”.

La filmografia dell’artista, infatti, ha saputo travalicare i confini nazionali, rendendo la figura di Bud Spencer una vera e propria icona scolpita nel tempo: “Per noi è quasi come non se ne fosse mai andato” – ha spiegato Giuseppe Pedersoli – “abbiamo riscontrato, anche aprendo una pagina Facebook in suo ricordo, come la gente da tutto il mondo lo senta come uno di famiglia. Lui diceva sempre di non essere un attore, dopo molti anni ho capito il senso di quella frase. Lui sul set non interpretava nessun personaggio, era esattamente come era nella vita”.

martedì, febbraio 18, 2014

BAD BOY - IL CINEMA DI ABEL FERRARA


dal 21 Febbraio al 2 Marzo
Cineteca di Milano












Presso il MIC – Museo Interattivo del Cinema, Fondazione Cineteca Italiana presenta BAD BOY- IL CINEMA DI ABEL FERRARA, un ciclo di proiezioni dedicate alle pellicole più famose di Abel Ferrara, regista, attore, sceneggiatore e musicista tra i più controversi dello scenario americano. Irruento, viscerale e arruffato, Ferrara ha diretto numerosi capolavori del genere noir, storie estreme ambientate in città cupe e violente (lo stesso regista è cresciuto nel Bronx e porta sul grande schermo i luoghi degradati della sua infanzia), in cui si aggirano personaggi reietti e interiormente problematici, facendo della violenza urbana, della sessuofobia e del rapporto tra colpa e innocenza i cardini della propria poetica.

vai al sito

venerdì, aprile 19, 2013

Festival di Cannes 2013, una selezione di grande bellezza


In un periodo di overdose distributiva, con film, soprattutto italiani, stipati a forza nelle sale ed obbligati a contendersi uno spettatore già distratto dai primi caldi primaverili, la  presentazione del cartellone ufficiale del festival di Cannes cade a fagiolo perchè riporta al centro della questione un fattore imprescindibile: la bellezza dei film. Una caratteristica che la selezione del direttore Thierry Frémaux ci tiene a mantenere, con una ricetta che ha come ingredienti principali l'arte, ma anche lo spettacolo. Un cinema, quello selezionato dal festival di Cannes, che pur con picchi di autorialità per pochi eletti, ha l'ardire di rivolgersi ad un pubblico eterogeneo, senza per venire meno alla qualità che da sempre è parte integrante della sua identità.
Solo per rimanere alla selezione ufficiale, e considerando che molte delle cose più belle si nascondono nelle sezioni collaterali - per esempio "The Bling Ring" di Sophia Coppola, un pò ridimensionata e collocata in quella di Un certain Reguard dove farà compagnia all'esordiente Valeria Golino ed al suo "Miele", ed al vincitore del Sundance 2013 "Fruitvale Station" di Ryan Coogler - troviamo tra i registi in gara, oltre allo stradominio della bandiera francese, presente con ben 4 rappresentanti- di Desplechine, Ozon, Keshische, Despallieres più qualcun'altro sotto mentire spoglie come quello della Bruni Tedeschi, una delle sorprese della selezione - il peso e l'importanza della compagine a stelle e strisce, con i Fratelli Cohen di "Inside Llewin Davis" incentrato sulle memorie di un celeberrimo folk singerJames Gray, attesissimo dopo la consacrazione ricevuta con "Two Lovers" e qui impegnato a dirigere la diva locale Marion Cotillard, Alexander Payne ("Nebraska") e Steven Doderbergh ("Behind the Candelabra" sulla vita del pianista Liberace) in odore di scandalo per l'amore omo tra Michael Douglas e Matt Damon, a tenere alto l'onore della patria. Fuori dalla grandi coalizioni ma non per questo meno agguerriti un gruppo di outsiders (sempre molto menzionati da queste parti) e poi le schegge impazzite come Only God Forgives, storia di violenza e corpi tumefatti con la coppia Nicolas Winding Refn/Ryan Gosling, Le Passe, dell'Asghar Farhadi di "Una separazione", "Venus in Fur"di Polanski, montato in fretta e furia per essere in gara, ed ultimo ma solamente in termini di scrittura, Paolo Sorrentino un habituè della croisette, quest'anno in lizza con "La grande bellezza", già ribattezzato "La dolce vità" del nuovo millennio. Dobbiamo aggiungere altro? Certo ci sarebbe da parlare ancora molto perchè questo articolo è solo l'aperitivo di un menù che si annuncia più ricco che mai, ma ogni cosa a suo tempo. Magari venendoci a leggere nel Journal quotidiano dedicato al festival in cui renderemo conto delle sensazioni e degli umori provenienti dalla vetrina cannense. Seguiteci e ne riparleremo.

domenica, novembre 18, 2012

Settima edizione Festival di Roma: vittorie a sorpresa

 
Alcune considerazioni sulla 7 edizione del festival di Roma terminato ieri sono necessarie a chiunque si occupi di cinema con passione ed obiettività. La prima riguarda il palmares che ha premiato due dei film meno amati dal pubblico e dagli addetti ai lavori. Così se “Marfa Girl” è una sorpresa assoluta per  l’anonimato con cui il film di Clark aveva attraversato il festival, desta scalpore almeno tra chi era presente alle proiezioni per la stampa (ma anche quelle del pubblico non sono state da meno), l’affermazione di “E la chiamano estate” di Paolo Franchi, oggetto di contestazioni durante e dopo la proiezione, con risa e battute di scherno che hanno acceso una rissa dialettica tra il regista ed i giornalisti. Meno sorprendenti il premio speciale della giuria a Giovannesi con “Ali ha gli occhi azzurri  tra i papabili per un premio importante ancor prima di iniziare, e quello a “Motel Life”, premio del pubblico che aveva commosso un po’ tutti con l’odissea "on the road" di due sfortunati fratelli.
La seconda riguarda il cinema italiano uscito trionfante dagli esiti del verdetto (ricordiamo anche la menzione speciale a “Razza Bastarda” di Alessandro Gasmann) ed improvvisamente diventato “internazionale” dopo le accuse di provincialismo provenienti da Venezia. Sul fatto che i Franchi ed i Giovannesi del festival romano siano meglio del Bellocchio Veneziano ho molti dubbi, ma è indiscutibile che le dichiarazioni di Nichols e Modine, presidenti delle giurie che hanno determinato i premi indicano che i loro film sono riusciti a farsi comprendere meglio, abbattendo il muro dell’incomunicabilità in cui si era infilato il nostro cinema, quest’anno vincitore anche a Berlino con i Traviani (Cesare non deve morire) ed a Cannes (Reality) e quindi forse troppo penalizzato nelle considerazione e nei dibattiti.
Infine Marco Muller. La sua prima volta è stata indubbiamente condizionata dalla mancanza di tempo. Troppo poco quello a sua disposizione per essere decisivo. Qualcosa però è successo perché questa settima edizione ha cambiato pelle alla manifestazione capitolina investandola di un cotè autoriale che ha messo in secondo piano lo spettacolo ed il divismo. Poco cinema mainstream, ed a parte Stallone con il suo ottimo “Bullet to The Head”, nessuna star. Muller dice che il prossimo anno sarà diverso e le star ritorneranno. Vogliamo credergli. Per adesso ci accontentiamo.

martedì, novembre 13, 2012

B-Movie Festival a Milano, dal 14 al 18 novembre 2012

Per tutti gli appassionati del genere poliziottesco siamo lieti di segnalare il B-Movie Festival (omaggio alle produzioni cinematografiche di serie B) che si terrà a Milano dal 14 al 18 novembre 2012.

Il programma della manifestazione e tutte le info relative, su proiezioni, ospiti e presentazioni di libri, sono disponibili sul sito dell'evento: http://www.bmoviefestival.it/

Tra gli ospiti ricordiamo il regista Enzo Castellari, Stella Gasparri, figlia dell’attore Franco Gasparri, e Danilo Massi, figlio del regista Stelvio Massi, il regista Sergio Martino, il regista Carlo Lizzani (interverrà da remoto, in videoconferenza) ed il regista Umberto Lenzi.

sabato, novembre 10, 2012

Festival internazionale del cinema di Roma (VII edizione)

 
Sembra quasi di vederlo Marco Muller, mogul del cinema festivaliero made in Italy, uomo di culture antiche ma di ingegno fino, abituato a navigare con scaltrezza negli interstizi offerti dalle nuove forme di comunicazione, che gli hanno permesso di ribaltare  a suo favore eccessi polemici come quelli che hanno caratterizzato dapprima il suo insediamento a discapito della detronizzata Piera Detassis, e poi quelli provenienti dal festival di Torino e di Gianni Amelio il suo direttore a dir poco piccato dalla nuova collocazione della manifestazione capitolina, Al di là delle ragioni che non stanno mai da una sola parte rimane la sensazione di un archittettura in grado di creare l’evento ancor prima che questo si verifichi, con annesso ritorno pubblicitario tutto a favore del festival capitolino.

Intanto il festival è appena iniziato ed a parlare è finalmente il cinema,  con titoli e numeri che per quanto riguarda questa settima edizione parlano di ben 60 anteprime sparse tra concorso internazionale e sezioni collaterali. Oltre a questo scopriamo un  contenitore nuovo di zecca, Cinema XXI, creato per tenere insieme opere di diverso formato e minutaggio in grado di fornire un panorama delle avanguardie del cinema mondiale. In generale spicca l’accostamento tra volti vecchi e nuovi, con ripescaggi graditi come quello di Amos Poe, beniamino del cinema indy americano, uno che faceva parte del movimento “No  Wave” (1975/85)  scaturito dall’ambiente musicale ed artistico sviluppatasi nell’east villane, ed a cui appartenevano anche registi come Abel Ferrara e Jim Jarmush. C’è poi Larry Clark ripresosi dall’abbandono del sodale Harmory Korine e pronto per l’ennesima incursione nell’universo di adolescenti sbandati e perversi con il suo “Marfa Girl”, e ancora tanto per continuare a parlare degli anni a cavallo tra gli 80 ed i 90, di Mike Figgis, desaparecidos di lunga data, presente con il thriller “Suspension of Disbelief”. Tra i recuperati di lusso figurano tra gli altri due enfant prodige come Paul Verhoeven (Steekpeel) e Peter Greenway sicuramente decisi a rinnovare la propria visione iconoclasta. Cinema del passato che diventa presente affidandosi a nuovi talenti come Valerie Donzelli alla ricerca del bis dopo il bellissimo “La guerra è dichiarata” e disposta a rischiare con un’ altra storia d’amore “malato”, e per non dimenticare la grandeur francese di un film come “Populaire”, che raccontando in maniera colorata gli anni 50 mette in mostra il divismo transalpino per la contemporanea presenza di Berenice Bejo (The Artist) e di Romani Duris.

Ed essendo in Italia non poteva certo mancare una dose massiccia di cinema nostrano a cui va ricordato Muller ha sempre tenuto tantissimo fin dai tempi del Festival di Locarno e di quello veneziano. Così a parte i tre film in concorso (Franchi, Corsicato ed il nuovo Giovannessi) ne troviamo molto e di diverso formato nella sezione “Prospettive Italia” che non manca di omaggiare alcuni “maestri” del nostro cinema (Verdone, Tornatore, Montaldo) con altrettanti documentari, oppure di scommettere con registi in corso d’opera come  Corrado Sassi (Waves) ed anche Francesco Amato (Cosimo e Nicole) e pure del giallista Carlo Lucarelli all’esordio con un film, “L’isola dell’angelo caduto”, tratto da un suo romanzo ed ambientato nell’italia fascista del 1925. Insomma  riprendendo le parole di Muller una rassegna “schizofrenica” per le caratteristiche di un menù appassionatamente autoriale e nello stesso tempo votato all’intrattenimento popolare con virate dichiaratamente pop  che troveranno l’apogeo nelle giornate dedicate ai vampiri  di “Twilight”, di cui vedremo finalmente l’ultimo capitolo, e del  nuovo Stallone  in versione pulp e diretto dal grande Walter Hill, omaggiato da un premio e pronto a parlare del suo cinema in una lezione organizzata all’interno dello spazio “Masterclass”. Di tutto questo cercheremo di parlare, consci del fatto che un festival cinematografico è in prima istanza un viaggio personale. Per questo motivo lungi dall’essere esaustivi proveremo a parlare di quello che ci accingiamo ad intraprendere.

lunedì, settembre 24, 2012

MONSIEUR LAZHAR


MONSIEUR LAZHAR (Can 2011)

Regia: Philippe Falardeau

(recensione di Fabrizio Luperto)

In una scuola elementare del Quebeq una maestra si impicca in aula. La sostituisce Bachir Lazhar, insegnante di origine algerina.
Lazhar ha fatto letteralmente carte false per avere quel posto nascondendo alla dirigente scolastica il proprio passato, con il quale non riesce a fare i conti.
Grazie al supplente l'anno scolastico si trasforma in un'elaborazione comune del dolore e in una riscoperta del valore dei legami e del conoscersi.

Monsieur Lazhar rappresenta un piccolo caso cinematografico; giunto nelle sale a fine estate in pochissime copie, sta conquistando consensi e spettatori grazie al passaparola e la sua permanenza in sala sta superando le previsioni più rosee.

Un film dalla narrazione essenziale e chiara che si sviluppa a piccoli passi attraverso l'elaborazione del dolore e del senso di colpa da parte dei piccoli alunni, costretti a confrontarsi con psicologi professionisti del dolore, ma che troveranno sollievo attraverso le parole e i gesti del maturo insegnante algerino.
Monsieur Lazhar colpisce lo spettatore per la recitazione misurata, per le frasi sottovoce, per la delicatezza con la quale tocca le corde dei sentimenti.

Ma la vera forza del film è rinchiusa in quello che non ci viene detto; le motivazioni del suicidio della giovane e bella maestra restano sconosciute e sulla sua morte aleggia minaccioso, anche se solo sussurrato, il sospetto della pedofilia, incoraggiato dalla messa in scena del suicidio a danno di un ragazzino di soli nove anni.

Philippe Falardeau è bravo a nascondere dietro sequenze apparentemente semplici una regia ricercata e costruita con sapienza.

Ottima l'interpretazione del protagonista Fellag, attore teatrale di origine algerina e del piccolo Emilien Néron.

Évelyne de la Chenelière, autrice della pièce da cui è tratta la sceneggiatura, interpreta la madre di Alice (Sophie Nélisse)

Vincitore del premio del pubblico a Locarno 2011. 


Fabrizio Luperto

giovedì, maggio 10, 2012

Open 24h

Scenari dall’apocalisse. Tra una discarica di rottami in cui lavora come guardiano notturno e l’appartamento dove vive con il vecchio padre ed il fratellino catatonico si consuma la vita di un uomo segnato dalla prematura morte della madre. Le ripetizione dei gesti quotidiani è scandita da piccole vicissitudini come quella degli esami clinici effettuati per far luce sul malessere che lo ha colpito oppure i colloqui con l’avvocato che lo deve aiutare a fargli avere un risarcimento economico per un licenziamento non dovuto. Intanto nella discarica il verificarsi di piccole anomalie inizia ad attirare la sua attenzione. 

Girato in un bianco e nero che azzera nei suoi limiti cromatici la mancanza di una vera alternativa allo squallore quotidiano che caratterizza la vita del protagonista “Open 24h” è anche la rappresentazione di un mondo freddo, regolato da meccanismi che rispondono ad una logica di causa effetto anche laddove entrano in gioco le vite degli esseri umani. Il film in questo non lascia spazio a dubbi o ripensamenti. Basterebbe pensare all’indifferenza della cassiera del supermarket che non distoglie neanche gli occhi dal cellulare quando riceve i soldi della spesa, oppure all’avidità dell’avvocato che lucra sulla somma del risarcimento mettendosi d’accordo con la controparte ed ancora all’odio che il padre riversa sul figlio nelle rare occasioni di dialogo, oppure alla figura del fratellino, un involucro senza parole ne coscienza la cui presenza innocua eppure stridente nel sua vita priva di senso sembra un presagio di quello che verrà.

Un inferno metropolitano che l’esordiente Carles Torras trasforma in un incubo ad occhi aperti con immagini estremamente controllate, pronte a sfruttare le geometrie dell’ambiente o il contrasto tra luce ed ombra per disegnare il percorso mentale di un alienazione che potrebbe assomigliare a quella che abbiamo incontrato nel cinema di Lynch ripreso anche nell’uso del sonoro, ossessivo e disturbante. Ma questa volta l’impressione è quella di un film sin troppo corretto nel mettere in pratica le regole del cinema ma timido nel manifestare un punto di vista personale oppure un urgenza che permetta al tutto di essere qualcosa di più di un compito ben riuscito.

"Open 24h" è stato presentato in prima italiana al festival del cinema spagnolo giunto alla V edizione ed in corso di svolgimento al cinema Farnese di Roma.

mercoledì, dicembre 28, 2011

COURMAYEUR NOIR FESTIVAL 2011 (5-10 dicembre)

COURMAYEUR NOIR FESTIVAL 2011 (5-10 dicembre)
dai piedi del Monte Bianco il resoconto del Courmayeur Noir Festival 2011 dal nostro (congelato) inviato Fabrizio Luperto.

La giuria internazionale per il cinema, del Courmayeur Noir Fest 2011 composta da Lawrence Block (presidente, Stati Uniti), Carolina Crescentini (attrice, Italia), François Guérif (editore, Francia), Vinicio Marchioni (attore, Italia) e Antonello Grimaldi (regista, Italia), ha attribuito i seguenti premi:

LEONE NERO PER IL MIGLIOR FILM
Hodejegerne - Headhunters di Morten Tyldum (Norvegia, Danimarca, Germania)

PREMIO PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE
Jean-Pierre Darroussin in De Bon Matin - Early One Morning di Jean-Marc Moutout (Francia, Belgio)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA
Hashoter - Policeman di Nadav Lapid (Israele)

RECENSIONI

Hodejegerne - Headhunters (miglior film) di Morten Tyldum

Roger è il cacciatore di teste più famoso e ben pagato di Norvegia.
All'apparenza ha tutto ciò che potrebbe desiderare.
Vive in una casa lussuosa, è sposato con la stupenda gallerista Diana, che ricopre di costosissimi regali.
In realtà conduce un tenore di vita che non potrebbe permettersi e per questo motivo ruba e contrabbanda opere d'arte.
Durante un vernissage, la moglie Diana presenta al marito un alto dirigente di una multinazionale dell'elettronica, tale Clas Greve, che si scopre essere possessore di un prezioso quadro.
Con il pretesto di offrigli un lavoro, Roger avvicina Clas, scopre dettagli importanti della sua vita e organizza il furto.
Ma niente è come sembra e quando Roger entrerà nella casa di Clas per rubare il prezioso dipinto scoprirà qualcosa di inaspettato che cambierà la sua vita.
Il vincitore del Leone Nero 2011 è un film che lascia senza fiato per tutti i 100 minuti della durata.
Un classico film di genere che però lascia spazio anche a sprazzi di comicità (voluta).
La trama è interessante e ben scritta, gli interpreti convincenti e contribuiscono con la loro interpretazione a tenere alta la suspence.
L'ambientazione nord europea, siamo nella gelida Norvegia, con i suoi laghi e i boschi infiniti conferisce al tutto un ulteriore apprezzabilissima atmosfera misteriosa.
Sia chiaro, niente di nuovissimo (altrimenti non sarebbe un film di genere) una lotta cacciatore-preda dove chi perde muore, ma con una prima parte avvincente e ben orchestrata che stuzzica la curiosità dello spettatore.
Unico neo, un finale poco credibile, non nel risultato ma nella messa in atto, alquanto complicata e realizzata a tempo di record.
Adattamento del romanzo omonimo di Jo Nesbo.
Secondo quanto annunciato durante la cerimonia di premiazione, dovrebbe essere distribuito in Italia dalla
Mediterranea Productions.
Previsione personale: Un belloccio, una diva hollywoodiana, un paio di botti, un'ambientazione metropolitana e Hodejegerme sarà uno dei prossimi remake americani.


De Bon Matin - Early One Morning (miglior interpretazione) di Jean-Marc Moutout

Come tutte le mattine Paul, cinquantenne funzionario di banca, si reca sul suo posto di lavoro presso la Banca Internazionale del Commercio e della Finanza.
Una volta entrato in banca estrae una pistola e uccide due suoi superiori.
In attesa che arrivi la polizia, Paul ripercorre gli eventi che lo hanno spinto ad uccidere.
Iniziamo subito col dire che il protagonista di questo film, vincitore del premio come miglior interprete è Jean-Pierre Darroussin, ovvero l'interprete del famigerato commissario Monet in Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki, in questi giorni sugli schermi italiani.
De Bon Matin è un film che gioca tutte le sue carte sul tempo sospeso, ovvero il lasso di tempo che intercorre tra l'omicidio e l'arrivo della polizia.
Tempo che il protagonista utilizza per mettere insieme frammenti della sua esistenza, che porteranno lo spettatore a capire il perchè di tanta violenza.
Scopriremo pian piano che vita famigliare conduce il protagonista, chi è veramente, cosa è successo sul posto di lavoro, i rapporti con colleghi e superiori.
Noir di buona fattura, come nella miglior tradizione francese, forse troppo lento nella parte centrale, ma che ha il merito di evidenziare paure e stati d'animo degli individui in questo preciso momento storico, segnato dalla grande crisi economica.


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Le proiezioni pomeridiane del festival erano dedicate alla sezione Mini Noir, film rivolti ad un pubblico giovane.
Tra i titoli più importanti spiccavano Arthur e la guerra dei due mondi di Luc Besson (uscita italiana 23 dicembre) e L'incredibile storia di Winter il delfino di Charles Martin Smith.
Le proiezioni hanno avuto un discreto successo, con buona partecipazione di giovani e scolaresche.
Queste proiezioni, per ovvii motivi anagrafici, non sono state frequentate dal sottoscritto, che dedicava le ore pomeridiane alla sezione letteratura o alla auto-somministrazione di bevande calde o dall'elevato tasso alcolico per sopperire alla temperatura rigida.
Venerdi 9 dicembre, nell'attesa dell'incontro con lo scrittore Antonio Scurati che avrebbe commentato la sua ultima fatica letteraria, La Seconda Mezzanotte, venivo irresistibilmente attratto dal mini noir in programma nel primo pomeriggio.
Il film in questione era LA VILLA DI LATO (IL FILM) diretto e interpretato dall'abruzzese Maccio Capatonda, nome d'arte di Marcello Macchia, che in passato ha realizzato dei trailer surreali per i programmi televisivi della Gialappa's.
Nella villa-hotel "quasi" maledetta gestita dalla famiglia Di Lato, i defunti non risorgono e le maledizioni non avvengono.
Questo perché la villa, per errore dell'architetto, è stata costruita "di lato" e non sopra al vecchio cimitero bulgaro-indiano che avrebbe garantito un tasso di maledizione più elevato.
LA VILLA DI LATO (IL FILM) è forse una delle più belle sorprese di questo festival.
Una produzione poco più che artigianale, con un' unica location, nata come web series che conduce a 60 minuti di risate frutto di trovate esilaranti e idee geniali, con Capatonda mattatore assoluto circondato da comprimari ben assortiti.
Unico appunto, cosa ci faceva nella sezione dedicata ai bambinanti?

venerdì, dicembre 16, 2011

29° TFF - Reportage di Parsec, Fabrizio e Carmen







2° parte






Film in concorso



50/50 (Usa 2011)

Regia: Jonathan Levine

ad un giovane ragazzo (J.G.Levitt) viene diagnosticata una rara forma di cancro, affronterà la terapia con il sostegno del suo migliore amico (Seth Rogen) della mamma apprensiva (Angelica Houston) e della psicologa (Anna Kendrick).

Terzo lungometraggio del 35enne newyorkese Levine - dopo All the boys love Mandy Lane e The Wackness - nonostante il tema drammatico il film ha i toni della commedia con momenti molto toccanti e altri molto divertenti, Seth Rogen vulcanico e lungimirante si conferma un

bravo attore e soprattutto un acuto produttore. Il film - che ha ricevuto il premio del pubblico - è già doppiato e pronto per la distribuzione nei circuiti commerciali (peccato per la voce italiana di Seth Rogen che non restituisce il vocione originale del simpatico attore).

Jonathan Levine al termine della proiezione racconta come sono andate le cose riguardo alla storia e alla produzione:

si tratta di un momento autobiografico dell’autore dello script, Will Reiser, che si ammalò di cancro all’età di 20 anni, a quel

tempo il suo miglior amico era proprio Seth Rogen il quale in seguito incoraggiò lo stesso Reiser a scrivere della sua esperienza. Grazie alla presenza di Seth Rogen nel progetto relativamente low budget è stato più facile trovare i soldi e fare il film.

Sul film:

il regista afferma che non è stato poi così difficile come poteva sembrare trovare un equilibrio tra l’aspetto drammatico e quello più leggero, perché è qualcosa che rispecchia comunque la vita reale. Negli states c’è un po’ la tendenza a realizzare o un film triste o una commedia, a Levine invece è piaciuto combinare questi due elementi, affrontare un tema drammatico e parlare di cose tristi in modo divertente. Nello script inoltre era già presente l’equilibrio tra dramma e aspetti comici e c’è stato un incontro di affinità tra lui, Seth Rogen e Will Reiser con i quali all’inizio del progetto hanno discusso dei film di Hal Ashby, Cameron Crowe e James Brooks che avevano già affrontato e realizzato ottimamente le stesse idee.

Sulla location:

Il film ambientato a Seattle è stato in realtà girato a Vancouver per ragioni economiche. La scelta iniziale di ambientare la storia a L.A. - l’idea era quella di creare un forte contrasto tra la condizione di profonda tristezza del protagonista e una città luminosa e calda in cui splende sempre il sole - è stata abbandonata per evitare confronti con“Funny people”di Judd Appatow, un film il cui soggetto è simile a 50/50 e in cui Seth Rogen è di nuovo co-protagonista. Inoltre hanno optato per Seattle perché c’è un interessante fermento culturale e lavorativo giovanile che creava senso con la storia.

Su Angelica Houston:

la adora da sempre e in particolare per il suo lavoro con Wes Anderson - i Tenenbaum e The Life Aquatic - in questo ha portato molto di se stessa a causa del suo recente lutto - suo marito è morto sei mesi prima dell’inizio delle riprese - come regista è stato straordinario averla sul set per il contributo che ha dato al film sia dal punto di vista umano che professionale, per le emozioni che ha saputo esprimere e per gli aneddoti su suo padre (John Houston) che spesso raccontava.

Parsec

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GANJEUNG (Corea del Sud 2010)

Regia: Park Su-min

Un ex poliziotto è ossessionato dal suo passato di torturatore di comunisti.

Per trovare conforto, grazie all'aiuto di una donna, cerca di avvicinarsi alla fede. Tutti i suoi sforzi si riveleranno inutili, specie quando la sua amica verrà assassinata dal giovane nipote.

Sofferenza interiore, voglia di riappacificazione, desiderio di pace.

Il regista sa bilanciare con maestria momenti delicati e passaggi ruvidi e violenti come nella migliore tradizione coreana.

A Park Su-min non importa riflettere sull’esistenza di Dio, o sulla sua assenza, che poi è il messaggio che trasmette questa pellicola, ma piuttosto riflettere su chi e soprattutto come, si riesca a raggiungere la pace interiore grazie all'incontro con Dio e superare la vergogna per aver commesso violenze e torture.

Un film dove vince il rimorso e l'incomunicabilità perché Dio non può dare giustizia, la violenza si.

Fabrizio L.

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...a seguire terza parte

29° TFF - Reportage di Parsec, Fabrizio e Carmen

1° parte


Nove giorni di immersione nel cinema-cinema, quello del TFF che come da tradizione lascia pochissimo spazio a star e starlette per concentrarsi sui film e le esigenze dell'affezionato pubblico che di anno in anno rinnova e decreta il successo della manifestazione diretta da Gianni Amelio.

Un programma ricchissimo che oltre al concorso proponeva la retrospettiva su Altman, omaggiava Sion Sono e la biondissima Dorian Gray, recentemente scomparsa.

Ricco anche il panorama delle anteprime con Mientras Duermes di Balaguerò, l'horror di Fresnadillo The Intruders, il nuovo di Woody Allen e la biografia rock di George Harrison di Martin Scorsese.

Direttamente dal 29° Torino Film Festival il report degli inviati sul campo de I Cinemaniaci

Premi

Miglior Film: A Annan Veg/Either Way di Hafsteinn Gunnar Sigurdsson (Islanda 2011)

Premio Speciale della Giuria: Ex aequo 17 Filles/17 ragazze di Delphine e Muriel Coulin (Francia 2011) e Tayeb, khalas, yalla/Ok, enough, goodbye di Rania Attieh e Daniel Garcia (Emirati Arabi Uniti/Libano 2011).

Miglior Attore: Martin Compston per Ghosted di Craig Viveiros (Regno Unito 2011).

Miglior Attrice: Renate Krossner per Vergiss dein ende/Way home di Andreas Kannengiesser (Germania 2011).

Giuria

Jerry Schatzberg (Presidente, USA), Michael Fitzgerald (USA), Valeria Golino (Italia), Brillante Mendoza (Filippine) e Hubert Niogret (Francia).

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Film in concorso

WIN WIN - MOSSE VINCENTI (Usa 2011)

Regia: Tom McCarty

Mike (Paul Giamatti), è un avvocato con il conto in rosso che nel tempo libero fa l'allenatore di una squadra di giovani lottatori.

Per sbarcare il lunario, senza rivelare nulla alla moglie Jackie (Amy Ryan), decide di assumere la custodia di Leo (Burt Young) per intascare l'assegno mensile pari a 1500 dollari.

Un giorno si presenta Kyle ( Alex Shaffer ), tormentato e problematico nipote dell'anziano, in fuga dalla madre tossicodipendente (Melanie Linskey).

Kyle si rivela essere un ottimo lottatore, e risolleverà le sorti della debolissima squadra allenata da Mike.

Ma quando la madre di Kyle, uscita dalla clinica per tossicodipendenti raggiungerà il figlio e il padre la vita della famiglia di Mike verrà sconvolta e gli eventi faranno precipitare l'avvocato in una situazione molto pericolosa per il suo futuro professionale.

Mosse Vincenti è forse l'ennesimo film sui quarantenni incapaci di gestire le difficoltà, mai abbastanza maturi per affrontare le situazioni difficili e che si rifugiano con entusiasmo bambinesco in cose apparentemente futili.

Il regista è bravo ad immergerci nella provincia americana, a delineare le psicologie dei personaggi e confezionare una buona commedia amara, ma il suo lavoro, in alcuni tratti manca di anima e soprattutto dinamicità, ovvero, tutto quello che lo spettatore si aspetta, accade puntualmente.

Ottimo, come sempre, Paul Giamatti.

Fabrizio L.

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LE VENDEUR (Canada 2011)

Regia: Sèbastien Pilote

Michel, è un vedovo vicino alla pensione che vive in Quebec e lavora con successo presso una concessionaria di automobili.

Il lavoro lo assorbe quasi completamente, unici momenti di svago, sono quelli che trascorre con la figlia e il nipotino.

Vite piatte, senza alcuno slancio, sguardi che si incrociano ma che non si incontrano, conoscenti ma non amici e tanti dettagli a raccontare una comunità che non può dirsi veramente tale.

Solitudine, rabbia, impotenza, la discesa all'inferno di una intera comunità raccontata con una certa grazia, ma infarcita da una inutile ruffianeria in fase di scrittura.

Fabrizio L.


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VERGISS DEIN ENDE (Germania 2011)

Regia: Andreas Kannengiesser

Hannelore, cura amorevolmente il marito gravemente malato.

In un momento di disperazione abbandona il marito e segue il misterioso vicino di casa sino ad una sperduta casa che si trova sul Mar Baltico.

Ad occuparsi del marito resta il figlio della coppia, ovviamente impreparato ad affrontare la situazione.

Stati d'animo che si sovrappongono per una storia cupa raccontata con mano delicata.

Il regista pur non privandoci di alcune scene piuttosto forti, non affonda i colpi, quasi a voler rispettare il dolore dei protagonisti.

Grande prova della protagonista Renate Krossner, giustamente premiata dalla giuria.

Fabrizio L.

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....segue seconda parte

sabato, novembre 19, 2011

Torino Film Festival [dal 25-nov al 3-dic 2011]

Dal 25 novembre prossimo al 3 dicembre la città di Torino ospiterà la 29° edizione del Torino Film Festival, kermesse cinematografica alla cui guida da alcuni anni figura il regista Gianni Amelio, affiancato dalla giornalista e scrittrice Emanuela Martini e da un folto team di esperti in gran parte proveniente dal gruppo editoriale di Film Tv.

Una delle retrospettive del Festival è dedicata al regista Robert Altman.
Il festival presenterà gli oltre quaranta lungometraggi diretti da Altman per il cinema e la televisione e una selezione delle serie televisive firmate dall’autore in cinquant’anni di carriera.
La retrospettiva, curata da Emanuela Martini e corredata da un volume di saggi e testimonianze edito dal Castoro, sarà preceduta da un’ampia mostra fotografica allestita negli spazi del Museo Nazionale del Cinema alla Mole Antonelliana.

E' invece il regista francese Eugène Green il protagonista dell'Omaggio della sezione "Onde".
Eugène Green sarà a Torino per accompagnare l'integrale della sua opera cinematografica, a partire dal suo film d'esordio, Toutes les nuits (2001, Premio Delluc Opera Prima) sino alla Religiosa Portuguesa (in Concorso a Locarno nel 2009).

Rapporto confidenziale, la sezione monografica del Torino Film Festival, è dedicata al cinema di Sion Sono, l’eccentrico, poeta, romanziere e cineasta giapponese che partecipa alla Quinzaine des realizateurs con Guilty of Romance.

martedì, novembre 08, 2011

VI edizione del Festival internazionale del film di Roma


Il festival ai tempi della crisi: fra ristrettezze economiche e necessità organizzative il bilancio di una manifestazione che continua a scommettere sulla varietà delle sue proposte. E intanto è arrivata alla sesta edizione
Strangolato dagli opportunismi della politica e costretto a confrontarsi con due omologhi di consolidata tradizione, il Festival internazionale del film di Roma è riuscito ancora una volta a portare a casa il risultato grazie ad un impegno, dei responsabili e dell'organizzazione tutta, in grado di trasformare l'entusiasmo dei presenti in una festa cinematografica. Un'energia che ha riempito le sale, creato file interminabili, riscaldato il red carpet, frequentato da un divismo a scarto ridotto: segno dei tempi, ed insieme tendenza capace di riportare il cinema, quello vero, al centro dell'attenzione, con buona pace del gossip odaiolo.

E parlando di settima arte bisogna dire che anche quest'anno nella capitale se n'è vista parecchio, variamente sparpagliata tra concorso ufficiale e sezioni collaterali. In generale, se escludiamo quelle dedicate ai giovani ("Alice nella città") ed alla contemporaneità (i documentari di L'altro cinema/Extra) sicuramente le più interessanti per completezza e novità di sguardo, il festival si è distinto per la sua eterogeneità, di genere e di fruizione, alternando anche all'interno della stesso contenitore una varietà di opere veramente impensabile da altre parti. E lasciando da parte il cinema italiano, di cui parleremo più avanti, e concedendo al concorso ufficiale il compito di riassumere le caratteristiche della kermesse, possiamo sicuramente dire che il festival ha fatto di tutto per riportare il cinema alla gente: infatti con la sola eccezione dell'estenuante film cinese "Love For Life", storia d'amore funestata da una mortale pandemia, e di "Magic Valley" dell'americano Jaffe Zinn, pregevole ma celebrale riflessione sulle radici del male con una struttura narrativa simile a quella dell' Haneke de "Il nastro bianco", la selezione ha suscitato l'empatia dello spettatore, stimolandola con le forme di un cinema abituato a riempire le sale. Da quelle horror di "Babycall" del regista Pal Sletaune, con Naomi Rapace (un meritato premio come miglior attrice) impegnata a difendere il figlio da un marito violento e costretta a mettersi in discussione alla luce di inquietanti apparizioni, alle atmosfere psicologicamente instabili ed apparentemente noir di "La Femme Du Cinquième" con Hethan Hawke e Kristin Scott Thomas. Non è mancata la commedia declinata secondo i modelli dello humor britannico nel ridanciano "Hysteria", storia che si diverte a ricostruire l'invenzione del vibratore seguendo le vicende di un allegra coppia di dottori, oppure venata di sentimento nell'incontro tra il ferramenta misantropo interpretato da un grande Riccardo Darin, ed un misterioso cinese in cerca di un parente nell'argentino "Un Quento Chino" del pluripremiato Sebastian Borensztein (vincitore del concorso e premio speciale del pubblico) così come il dramma intimista nel disperato e artistico, per le performance clownesche ed acrobatiche del suo protagonista, "Voyez Comme Ils Dansent" di Claude Miller (vincitore del gran premio della giuria) con due donne alle prese con la misteriosa scomparsa dell'uomo da entrambe amato. Azione, sentimento ed un pizzico di filosofia sono invece la ricetta vincente del sorprendente "Poongsan" del coreano Juhn Jaihong, il film amato dal presidente della giuria Ennio Morricone, scritto e prodotto da Kim Ki Duk.

Discorso a parte merita il cinema italiano presente in massa nel concorso con ben quattro titoli.
Esclusi dalla lista dei vincitori ma sostenuti dal pubblico, che li ha attesi con grande trepidazione, i nostri si sono contraddistinti per la volontà di evitare il confronto con i problemi della contemporaneità, preferendo rifugiarsi nell'elegiache rimembranze di un nostalgico passato ("Il cuore grande delle ragazze" di Pupi Avati), nella psichedelia colorata e favolistica degli anni 70 ("La kryptonite nella borsa"), in un paesaggio mitico ed ancestrale ("Il paese delle spose infelici"), nel silenzio interiore della propria incomunicabilità ("Il mio domani"). Impeccabili dal punto di vista tecnico, e supportati da performance attoriali di livello, il nostro cinema ha denotato, soprattutto fra gli esordienti (Mezzapesa e Cotroneo), la mancanza di un segno distintivo.
Ed ancora una volta la figura migliore l'hanno fatta, fuori concorso, il mestiere di Roberto Faenza con un film girato in lingua inglese ("Un giorno questo dolore ti sarà utile") e l'orgoglio di Giuliano Montaldo, nel diseguale ma apprezzabile "L'industriale", in cui con forti accenti dostoevskijani si descrive la parabola pubblica e personale di un imprenditore dei nostri tempi.
Chiaroscuri di una manifestazione in bilico tra le richieste di un mercato sempre più omologato e la necessità di trovare una propria identità nella proposta di un cinema qualitativamente superiore.

L'auspicio è quello di un compromesso che salvaguardi l'arte senza penalizzare lo spettacolo.

PUBBLICATO SU ONDACINEMA

Elenco dei premi principali:

Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior film: Un cuento chino di Sebastián Borensztein

Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio:Voyez comme ils danset di Claude Miller

Premio Speciale della Giuria Marc’Aurelio: The eye of the storm di Fred Schepisi

Premio Marc’Aurelio della Giuria alla migliore attrice: Noomi Rapace per Babycall

Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior attore: Guillaume Canet per Une vie meillure

Premio Speciale alla colonna sonora della Giuria Marc’Aurelio: Ralf Wengenmayr per Hotel lux

Premio BNL del pubblico al miglior film:Un cuento chino di Sebastián Borensztein

Premio Marc’Aurelio al miglior documentario per la sezione L'Altro Cinema | Extra: Gril Model di David Redmon e Ashley Sabin

Premio Marc’Aurelio Alice nella città sotto i 13 anni:En el nombre de la hija di Tania Hermida P.

Premio Marc’Aurelio Alice nella città sopra i 13 anni: Noordzee Texas di Bavo Defurne

Premio Marc’Aurelio Esordienti: ex aequo Circumstance di Maryam Keshavarz – La Brindille di Emmanuelle Millet

Premio Marc’Aurelio - Acting Award: Richard Gere