martedì, ottobre 27, 2020

AMMONITE

Ammonite

di Francis Lee

con Kate Winslet, Saoirse Ronan

genere, romantico, biografico, drammatico

USA, Gran Bretagna, Australia 2020

durata, 120’

 

Nell'ambito del lungometraggi candidati agli Oscar ce ne sono alcuni progettati fin dall'inizio con un unico scopo, quello di far risaltare le interpretazioni di attori e attrici chiamati a interpretarli. Di solito si tratta di film a metà strada tra prodotto mainstream e cinema d'autore caratterizzati da temi di facile presa e personaggi accattivanti, tali da portare il pubblico all'immedesimazione sin dalle prime sequenze.


"Ammonite" del regista britannico Francis Lee combacia alla perfezione con i requisiti sopra elencati a cominciare dalla scelta dell'argomento incentrato sulla relazione tra due donne nell'Inghilterra vittoriana della prima metà dell'Ottocento. E poi per il fatto che a interpretare la paleontologa Mary Anning e la sua amante, la giovane e maritata Charlotte Murchison, ci siano due delle attrici anglosassoni più amate e rispettate non solo per la loro bravura ma anche per il fatto di proporre da anni un modello di femminilità fuori dagli schemi, capace di essere indipendente senza per questo rinunciare al romanticismo e alla femminilità. Resa più affascinante da trascorrere degli anni, Kate Winslet appare quanto mai in parte in un ruolo, quello della Anning, in cui le si chiedeva di essere tormentata e sofferente senza però perdere un briciolo della dignità e dell'autorevolezza necessarie a impersonare una studiosa capace di imporre il proprio pensiero all'interno di una comunità scientifica maschilista e conservatrice. Fa da contrappeso la presenza di Saoirse Ronan, attrice prediletta dal cinema newyorkese più chic, nei panni della più fragile Murchison, capace però di sostenere anche dal punto di vista intellettuale la forte personalità della sua interlocutrice.


Consapevole del capitale umano e artistico messogli a disposizione, la regia di Lee evita artifici e soluzioni che non siano quelle di mettere le sue attrici nella condizione di esprimersi al meglio. In questo Lee adotta una regia invisibile ma efficace nel far risuonare sguardi e silenzi attraverso il contraltare di un paesaggio letterario e insieme cinematografico. Battuta dal vento e bagnata dal mare in perenne tempesta il sublime della costa inglese davanti alla mdp diventa qualcosa a metà strada tra "Lezioni di piano" e "Cime tempestose": senza avere la complessità di quei modelli ma riprendendoli soprattutto quando si tratta di assegnare al sublime dell'elemento naturale i’inespresso di una relazione per molti versi impossibile da manifestare e dunque destinata a farsi sentire in maniera indiretta nell'austerità del clima, negli improvvisi cambi di luce, in generale nelle asprezze di un luogo tanto pittoresco quanto inospitale.


Minimale nello sviluppo dell’intreccio e laconico in quello dialogico, "Ammonite" è un film di atmosfere e suggestioni che le due interpreti principali trasformano in un tessuto emotivo più nascosto che esplicito, conseguenza di rimandi interni come quello che fa del processo conoscitivo la capacità di saper andare oltre l'apparenza. Winslet e Ronan sono da Oscar.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su ondacinema.it)


MI CHIAMO FRANCESCO TOTTI

Mi chiamo Francesco Totti

di Alex Infascelli

con Francesco Totti

genere, documentario

Italia, 2020

durata, 101'




"Mi chiamo Francesco Totti" è in primo luogo la storia di un predestinato. Le prime immagini del nuovo film di Alex Infascelli ce lo dicono senza mezzi termini attraverso un aneddoto tanto divertente quanto esplicativo dell’abilità funambolica del protagonista nel calciare un pallone. Apprendiamo infatti che il campione ancora in erba era già un cecchino infallibile ai tempi della scuola elementare quando giocando a tirassegno con i corpi dei compagni finiva per centrarli tutti al primo colpo.


Eppure, nonostante la grandezza indiscutibile del repertorio, dimostrata nel corso di una carriera suggellata dalla vittoria del campionato e da quella del mondiale del 2006, quest’ultima voluta a tutti i costi e nonostante l’infortunio che ne aveva messo a rischio la presenza, il nostro ha l’umiltà di riconoscere la benevolenza di un destino capace di fargli evitare la cessione ad altra squadra nel momento in cui la sua carriera nella Roma stava per esplodere. Anche in quel caso, come nell’altro ben più famoso che fu causa del prematuro ritiro, fu un allenatore, l’argentino Carlos Bianchi, a mettersi di traverso e a peccare di lesa maestà cercando in tutti i modi di farlo cedere ad altra squadra per sostituirlo con un giocatore già affermato.


In questo senso fa ancora più scalpore, dopo aver raccolto le testimonianze di ammirazione e affetto del pubblico restituito dal campione con generosità e riconoscenza verso familiari, amici e colleghi, vedere, e soprattutto ascoltare, la conferma delle parole di accusa pronunciate nei confronti di Luciano Spalletti, il tecnico che, secondo la ricostruzione dell’interessato, si accanì senza motivo  contro la sua persona emarginandolo dal resto della squadra e di fatto impedendogli di scendere in campo se non per piccoli scampoli di partita.


Da questo punto di vista "Il mio nome è Francesco Totti" è, per dirla come Raymond Chandler, una sorta di lungo addio poiché il film costruisce la narrazione a partire dal giorno in cui Totti si appresta a calcare per l’ultima volta un campo di calcio per poi ripercorre le fasi salienti della carriera, non senza tornare di tanto in tanto alla vigilia del fatidico momento per filmare le sensazioni del protagonista.



Aggiungi didascalia
Accompagnato dalla voce fuori campo del protagonista, uguale per simpatia e disincanto a quella di certe scenette pubblicitarie, il film è efficace a trasformare il materiale visivo  in una biografia essenziale da cui è possibile percepire non tanto il talento del calciatore quanto l’umanità dell’uomo, quella capace di farne da sempre un antidivo. Certo, anche il documentario di Infascelli come altri dedicati a grandi personaggi sportivi mantiene la prerogativa per cui è nato e cioè quella di celebrare Totti dal punto di vista di chi ne ha ammirato le gesta sportive, mettendo dunque da parte gli strumenti critici propri del documentario per privilegiare una comunicazione positiva, volta a confermare le certezze degli appassionati. La scelta di privilegiare le immagini rispetto al contenuto, e quindi di non estrapolare mai il protagonista dal contesto che ha concorso a costruirne il mito, contribuisce a fare del Totti cinematografico un vero e proprio personaggio: fonte di ispirazione per film già usciti ("Il campione" di Leonardo D’Agostini) e al centro di progetti sul punto di nascere come la prossima serie interpretata da Pietro Castellitto. Presentato con successo nella selezione ufficiale della Festa del cinema di Roma, "Io mi chiamo Francesco Totti" ha le potenzialità per piacere al grande pubblico.

Carlo Cerofolini

(pubblicata su ondacinema.it)


LITTLE JOE

Little Joe

di Jessica Hausner

con Emily Beecham, Ben Whishaw

Austria, Gran Bretagna, Germania 2019

genere, drammatico, fantascienza

durata, 100'





Che i corpi più delle parole veicolino in modo immediato i significati è un fatto oramai risaputo. Lo affermava il grande filosofo francese Gilles Deleuze, ce lo dice il cinema attraverso l'esistenza di capolavori a cui gli attori si prestano non solo con voce e carisma ma anche in qualità di collettori di segni che nel loro insieme sono in grado di riassumerne il risvolto di un avvenimento, se non addirittura il consuntivo di un'intera vita senza che vi sia bisogno di parlarne. Nell'ambito di una produzione che procede a senso unico, divisa com'è tra film che per colpe non loro faticano a farsi notare ed altri che rischiano di diventare scontati per motivi opposti, "Little Joe" di Jessica Hausner riesce a mantenersi in equilibrio tra i due estremi proprio in virtù della politica dei corpi di cui si è appena detto.


Un fatto tutt'altro che scontato se si considera che "Little Joe" è a tutti gli effetti un'opera di fantascienza, ipotizzando tra le altre cose la possibilità di creare in maniera artificiale un fiore in grado di dispensare felicità e buon umore, previa cure e amore dispensate loro dai fortunati possessori. Una prerogativa, quella di "Little Joe", confermata anche dal twist che mette in moto la tensione, scaturito dalla possibilità che la generosità con cui la pianta reagisce agli stimoli benefici dispensando il miracoloso polline altro non sia che la maniera in cui la stessa mette in atto una sorta di colonizzazione dell'intero pianeta. Alle prese con un plot di stampo hollywoodiano di cui il film possiede anche la matrice linguistica, essendo "Little Joe" girato in inglese e con attori anglosassoni, la Hausner rinuncia sul piano della messinscena alle caratteristiche implicite a una vicenda di portata universale, facendo a meno delle scenografie mastodontiche e della computer graphic tipiche ci certe visioni apocalittiche e preferendo da par suo circoscrivere la vicenda in un universo altero e metodico in cui lo spazio pubblico, costituito dai laboratori dell'istituto di genetica in cui si svolgono le ricerche, lascia di tanto in tanto il posto a quello privato rappresentato dell'abitazione in cui la biologa Alice Woodward vive con il proprio figlio. La donna e il gruppo di persone come lei coinvolte negli sventurati eventi divengono gli elementi principali di un vero e proprio racconto da camera, in cui quello che succede in termini di azione è molto meno importante - e qui sta la prima rottura, forse la più importante rispetto alle convenzioni del genere - rispetto al resto e, dunque, ai non detti e all'inespresso che emergono dalla visione generale del contesto. Non è un caso se gli episodi in cui l'aggressività repressa dei personaggi trova sfogo vengano occultati allo spettatore un attimo prima del loro verificarsi. Così come non è una coincidenza in un quadro emotivo di difficile ricognizione per la ritrosia dei protagonisti a condividere pensieri e sentimenti - a malapena scrutati dalla psicologa durante le sedute a cui Alice si sottopone per cercare di capire se la disaffezione del figlio nei suoi confronti sia causata dalla pianta con cui il ragazzo è venuto a contatto o siano invece frutto delle sue frustrazioni di madre assente e poco incline a esternare baci e carezze - che ad andare oltre l'apparenza dei fatti e a dirci qualcosa di più sulla rassegnata insoddisfazione di uomini e donne siano la postura e l'impassibilità dei personaggi: rigidi e marziali come potrebbero esserlo dei soldati durante una parata militare. Sono infatti i corpi dei personaggi, nella mancanza di peculiarità che li distingua gli uni dagli altri, a diventare l'emblema di un conformismo sociale che non riconosce qualsiasi ipotesi di diversità. Nello snodo finale di una trama peraltro esigua "Little Joe" lo dimostra attraverso la risoluzione degli eventi relativi al percorso esistenziale di Alice, a differenza degli altri personaggi destinata ad attraversare tutti gli stadi di evoluzione della vicenda senza per questo giungere a conclusioni diverse da quelle dei suoi compagni di viaggio. Come si capisce, più che a un classico film di fantascienza contemporanea "Little Joe", alla stregua di "High Life", è piuttosto una riflessione filosofica sulla infelicità dell'uomo e su quanto si sia disposti a sacrificare in termini di libertà per potersene liberare.


Tenendo conto che a un certo punto ogni cosa viene messa in discussione allorché la sceneggiatura ipotizza che i timori di Alice non siano reali ma frutto della sua immaginazione, l'affondo della Hausner diventa ancora più forte, lasciando intendere quanto sia facile in un consesso umano dominato dalla paura e dai sensi di colpa (questo è quello che emerge dall'analisi dei comportamenti dei personaggi) imporre una qualsiasi forma di controllo, a partire da quella dell'autocensura del singolo rispetto ai dati del reale. Se la Hausner lavora di sottrazione per quanto riguarda recitazione e dialoghi, così non succede negli altri comparti, chiamati a supplire alla sistemica mancanza di informazioni dell'apparato dialogico. In tale contesto a diventare fondamentale nella messa in scena dell'alterazione psichica emotiva dei personaggi è allora la sollecitazione sensoriale operata nei confronti dello spettatore. Contribuiscono all'impresa i detour mentali innescati dalla musica dodecafonica oppure la composizione delle immagini volta a sottolineare nella razionalità delle architetture, nella compostezza degli interni, ordinati ma minacciosi, nella artificialità dei colori e nei recessi che di tanto in tanto spezzano la metafisica uniformità delle fonti luminose facendo emergere le crepe di un sistema sociale in cui la forma prevale sulla sostanza. Sfumature e stratificazioni che l'autrice austriaca raggela nell'incedere ipnotico della macchina da presa, rigorosa nell'infrangere con ciclica ricorrenza la fissità del pianosequenza attraverso carrellate laterali e rotazioni panoramiche capaci di porre lo spettatore nelle medesime condizioni dei personaggi, vittime designate del sogno allucinogeno. Presentato in anteprima nel concorso ufficiale della 72sima edizione del Festival di Cannes, "Little Joe" è entrato nel palmarès grazie a Emily Beecham vincitrice come migliore attrice per il ruolo di Alice. Lodevole il recupero di Movies Inspired distributore coraggioso e di qualità.

Carlo Cerofolini

PALM SPRINGS - VIVI COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI

Palm springs – Vivi come se non ci fosse un domani

di Max Barbakow

con Andy Samberg, Cristin Milioti, J.K. Simmons

USA, 2020

genere: commedia, fantastico, sentimentale

durata: 90’

Complice, in parte, anche la situazione attuale che tutti ci siamo trovati costretti a vivere, “Palm springs” può essere considerato il film del momento.

La rom com, ambientata all’interno di un loop temporale con protagonisti Andy Samberg e Cristin Milioti, che ha destato interesse fin dalla sua uscita al Sundance e si è riconfermato al Festival del cinema di Roma, funziona e continuerà a funzionare.

La base è già vista: il loop temporale, appunto. Ma è lo sviluppo a colpire e riuscire ad arrivare al cuore dello spettatore nella maniera più efficace.

Nyles è intrappolato nel tempo e costretto a rivivere costantemente la giornata del 9 novembre che vede al centro il matrimonio di un’amica della fidanzata e, a causa di una serie di incidenti di percorso, trascina con sé anche la sorella della sposa, Sarah. I due si ritroveranno, quindi, insieme all’interno di quella che diventerà a tutti gli effetti un’avventura, con momenti esilaranti e momenti più tristi, momenti di serenità e momenti di tristezza.

Max Barbakow, il regista, e Andy Siara, lo sceneggiatore, confezionano un prodotto che inizia in medias res con un personaggio consapevole di quello che gli sta succedendo e che per spiegarlo all’altro personaggio fa riferimento ad altre situazioni analoghe viste nei film. Il tutto confezionato ad hoc riprendendo lo stile e i caratteri tipici del genere e adattandoli e plasmandoli nella maniera più efficace possibile.

Nyles e Sarah non sono i classici personaggi incastrati nei loop temporali, ma sono persone vere che si pongono degli interrogativi e che cercano di capire. Anche se apparentemente Nyles sembra fregarsene di tutto questo e accettare passivamente il susseguirsi incessante degli eventi, in realtà pone di fronte a Sarah delle problematiche reali. “Il dolore esiste ed è reale” è solo uno dei tanti insegnamenti che lo strampalato protagonista dà alla sua partner, attraverso un modo di fare più canzonatorio e irriverente rispetto a quello preoccupato e serio della ragazza che fin da subito cerca di trovare una soluzione. Finalmente siamo di fronte a due personaggi che reagiscono come reagirebbe chiunque altro, prendendo decisioni che, giuste o sbagliate che siano, sono le medesime scelte che ogni persona potrebbe prendere trovandosi in una situazione del genere.

Degne di nota le interpretazioni dei due attori protagonisti che, grazie ad un’espressività e una chimica perfette, non sbagliano mai i tempi e danno vita a due personaggi che non si possono non amare ed apprezzare in ogni scelta. Non ci si riesce a schierare da una parte o dall’altra, ma si fa il tifo per entrambi fin dall’inizio nella speranza che quella scintilla, chiara e lampante fin dal primo istante, scatti veramente. Ed è qui che si fondono insieme due generi che danno vita ad uno dei film, se non addirittura il film più riuscito di questo 2020.

Dai colori accesi alle location fresche, dai dialoghi frizzanti e pungenti ai personaggi caratterizzati al punto giusto “Palm springs” è un susseguirsi di elementi positivi.

Sarà il periodo, sarà il momento storico, saranno tanti fattori, ma un po’ di sane risate (sempre al posto giusto e al punto giusto, senza mai esagerare, cadere nello scontato o nel volgare) e un pizzico di “magia” e amore sembrano essere la ricetta giusta per approcciare un pubblico che ha bisogno di svagarsi.


Veronica Ranocchi

domenica, ottobre 25, 2020

SUL PIU' BELLO

Sul più bello

di Alice Filippi

con Ludovica Francesconi, Giuseppe Maggio, Gaja Masciale

Italia, 2020

genere: commedia

durata: 90’

Tratto dall’omonimo romanzo di Eleonora Gaggero (una delle attrici del film), “Sul più bello” è l’opera prima di Alice Filippi. Un teen drama che vira sulla commedia e non si prende mai troppo sul serio.

Marta è una ragazza di diciannove anni, rimasta orfana dei genitori, morti entrambi in un incidente stradale quando lei aveva 3 anni, che vive con i suoi due migliori amici, Federica e Jacopo. Sembra una ragazza come le altre, se non fosse per la sua malattia, la mucoviscidosi, che la costringe ad una cura e un’attenzione rigorosa e continua e che le dà ben poche speranze per una vita lunga e uguale a quella degli altri. Marta, però, nonostante questo, ha un sogno nel cassetto: quello di innamorarsi e far innamorare il ragazzo più bello di Torino. La scelta sembra ricadere fin da subito sull’avvenente Arturo Selva, canottiere dal fisico invidiabile, figlio di una ricca famiglia torinese. Marta inizia un vero e proprio stalkeraggio nei confronti del ragazzo che inevitabilmente si accorge di lei e si trova, in qualche modo, costretto ad invitarla a cena. Dopo una serie di situazioni che mettono in luce la sincerità di Marta come arma vincente, anche il bell’Arturo deve ricredersi e cedere al fascino di colei che fino a poco prima aveva definito, insieme ai suoi amici, “spazzatura”.

La storia è semplice e si limita a portare sullo schermo una storia già vista e una tematica già affrontata e sviscerata. Ma “Sul più bello” si differenzia dalle altre storie analoghe per il modo in cui la vicenda viene narrata. Non c’è esasperazione, non c’è finzione e non c’è pietismo, anzi. “Sul più bello” cerca di mettere insieme i tasselli di tutti i film dai quali prende spunto, facendoli propri e mescolandoli in maniera saggia.

Come la protagonista stessa afferma attraverso la voce fuori campo, esistono già storie di ragazze affette da malattie incurabili che, nonostante questo sono bellissime e fortissime. Marta non rientra in questa categoria perché non si prende mai veramente sul serio. Riesce a scherzare e ironizzare, per quanto possibile, sul suo stato di salute. Pur conoscendo la gravità della situazione pensa sempre in maniera positiva e cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno. Il suo modo di vivere condiziona tutte le persone che le stanno intorno: i suoi amici in primis, ma anche Arturo che non può che cedere al suo “fascino” nascosto. Il suo modo di vedere la vita non la rende fragile, ma anzi la rende ancora più forte ed è questo quello che incuriosisce.

Una Amélie tutta italiana, complici i colori che richiamano il film di successo francese, ma anche i modi di fare e la somiglianza fisica tra Ludovica Francesconi e Audrey Tatou, rendono “Sul più bello” un teen drama fuori dagli stereotipi e, proprio per questo, apprezzato ed apprezzabile.

Il non prendersi mai realmente sul serio, l’usare l’ironia come arma e scudo per non parlare mai direttamente della malattia e di tutte le conseguenze che essa può portare con sé sono gli elementi di forza della pellicola.

Un plauso anche agli interpreti, mai sopra le righe, ma reali e credibili al punto giusto, senza caricature o eccessi. Dalla protagonista, per forza di cose fuori dagli schemi, ma mai esagerata, né in un verso né in un altro, al bello e tenebroso Arturo, interpretato da un convincente Giuseppe Maggio.

Anche lo stile, spesso ironico e autoironico, rende il film un prodotto diverso dal solito, che culmina nella scelta di non far dilagare nelle lacrime, ma resta fedele al suo principio di base: quello di far sognare e far diventare una principessa anche la ragazza più semplice di tutte.


Veronica Ranocchi

giovedì, ottobre 22, 2020

INVISIBILI: GOD BLESS AMERICA

God bless America

di: Bobcat Goldthwait

con: Joel Murray, Tara Lynne Barr, Melinda Page Hamilton, Rich McDonald, Mackenzie Brooke Smith, Maddie Hasson
- USA 2011 -
105’




Esiste una sconfitta
pari al venire corroso
che non ho scelto io
ma è dell'epoca in cui vivo
— CCCP —



Magari qualcuno ricorda ancora o - e sarebbe un mezzo miracolo - di recente si è imbattuto in quel misto di rabbia e disgusto mano mano e testardamente assurto a rango di anatema distintivo non solo di un preciso periodo storico (l’imporsi definitivo del materialismo nella sua declinazione edonistico-reazionaria a cavallo degli anni ’80 dell’altro secolo), ma di quanto la iniqua lungimiranza dell’intrecciarsi delle circostanze sia capace di trasformarsi quasi senza colpo ferire, in questo caso, in stigma indelebile dello stesso stare al mondo nella dimensione di agonia protratta di quella che abbiamo imparato a conoscere - e a subire - col nome di modernità e post-modernità, pronunciato e ripetuto allo sfinimento da G.L.Ferretti nel brano dei CCCP “Morire”, ossia nel a suo modo celebre produciconsumacrepa. Se tale affermazione, infatti, caustica (perché stanca delle menzogne consolatorie), eppure per nulla autocompiaciuta; feroce (perché certa della concretezza di una china suicida) ma non priva di un suo esausto sconcerto, non ci fosse appartenuta così nel profondo da far sorgere la necessità di rievocarla ogniqualvolta il tessuto della nostra normalità addomesticata patisce l’ennesimo strappo in direzione di quel collasso collettivo il cui incombere persino l’ipnosi propagandistica oramai stenta a dissimulare, l’avremmo abbandonata a sé stessa o, probabilmente, menzionata di sfuggita a mo’ di lascito di una personalità sguaiatamente provocatoria. Al contrario, lei è ancora tra noi e alla luce di un’opera come “God bless America” di Goldthwait, non possiamo esimerci dall’interrogarci sulle valenze, se possibile, ancora più drammatiche, acquisite nel frattempo (parliamo di oltre trent’anni) da una affermazione in grado di far risuonare sulle sue frequenze acide lo spartito del comune e immemore quotidiano di esseri umani del terzo millennio. Chiaro: bisognerebbe interrogarsi, ad esempio e una volta per tutte, circa il momento esatto - e la scarsa resistenza opposta al loro inverarsi - in cui, mettiamo, abbiamo barattato la libertà e l’indipendenza di pensiero con la soddisfazione illusoria del benessere; o la facilità con cui abbiamo sepolto ogni dilemma morale sotto l’insindacabile urgenza presunta di un determinismo cieco a ogni istanza che non sia qui e ora redditizia: ma ciò - come è ovvio e anche giusto - esula dai compiti di questa minuscola rubrica e rimanda sia ad altri ambiti che allo specifico di una teorica riflessione individuale.

Ciò che comunque è fuori di dubbio è che un tarlo non dissimile a quello evocato dall’invettiva ferrettiana (benché a sua volta distorta dalla contestuale progressione beffarda dell’eterogenesi dei fini) si sia insinuato, con lentezza ma inesorabilmente, nel già mesto andirivieni che costituisce il corpo molle dell’esistenza di Frank Murdock/Murray, pingue uomo-massa a stelle e strisce incastrato in una routine senza apparenti vie d’uscita; tipo privo di particolari talenti però consapevole e stufo sia della propria mediocrità quanto soprattutto di quella di un panorama - l’attuale - che non solo è persuaso di esserne immune ma ha preso persino a vantarsene senza vergogna, tanto da raggiungere, al volgere di un giorno qualunque, il fatidico punto di non ritorno oltre il quale, a suo parere, all’opzione drastica e violenta non si oppone, come alternativa, che la beffa dell’assurdo. Del resto, cosa fare se tua figlia, ragazzina capricciosa e petulante, si rifiuta di passare del tempo insieme, riuscendo solo a sbraitare al telefono, complice una madre/ex moglie superficiale e permissiva, “Voglio un I-phone, voglio un I-phone, voglio un I-phone !” ? Cosa pensare se i tuoi colleghi di lavoro - pagliacci abbondantemente rincoglioniti da intere giornate spese all’interno di un loculo 2x2 a rimorchio di mansioni da scimmia digitale, eppure sempre lì a mettere in fila commenti causidici sulle prurigini delle celebrità - appaiono addirittura sollevati quando il Capo ti licenzia su due piedi con una motivazione difficile dire se più prevaricatrice o demenziale ? Come regolarsi se i tuoi vicini passano gran parte del tempo incollati al televisore deliziandoti, grazie a pareti divisorie spesse un dito, con i loro liquami catodici impreziositi dagli strepiti del pupo di casa che sembra non esaurire mai le lacrime conseguenti alla sua fresca venuta ? Vasto programma, avrebbe detto quello. Certo è che Frank attacca a rimuginare, aiutato nell’impresa da elementari constatazioni di fatto. Estromesso tra derisione e biasimo dalla produzione, assottigliatasi la capacità di accedere ai consumi, non resta, conclude, in un contesto come quello (nello specifico) americano contemporaneo, dominato dal chiacchiericcio deprimente dei mass-media, dall’idiozia come unica moneta di scambio e dalla volgarità umiliante del denaro e degli oggetti, che crepare. Eventualità che invero lui non esclude, anzi, prova anche a mettere in atto, non fosse che una certa irresolutezza intrisa di nostalgia da un lato e in generale quella comica accozzaglia di imprevisti che chiamiamo vita, dall’altro, si scoprono capaci di brigare insieme affinché prenda piede un’altra opzione: far sparire dalla faccia della terra tutti quelli che rendono la permanenza sulla medesima uno strazio insopportabile e/o un inferno scemo. E’ pure vero, però, che una follia del genere non sarebbe praticabile ma più di tutto non avrebbe lo stesso sapore se a condirne la sgangherata inerzia non ci piombasse sopra a piedi pari qualcosa di altrettanto stravagante e fuori controllo, a dire un micro uragano femmina con i connotati di Roxanne Harmon/Barr, olim vocata Roxy, teenager scappata dal caramello rivoltante di genitori a misura delle famigliole-modello della pubblicità, nichilista, ciclotimica, pasticciona ma arguta e decisa, pronta con la sua stramba effervescenza a scuotere il disilluso Frank indirizzandone l’hybris verso una sorta di percorso di eliminazione tanto impietoso quanto umorale e arrivando a sgrossare per sé e per il nuovo strampalato compare, di puro estro adolescenziale e vitalismo deviato, la fisionomia grottesco-criminale pari a quella dei più inverosimili Bonnie e Clyde.

In tal senso, appare già chiara l’inconsistenza di un prevedibile riflesso condizionato teso a creare un nesso diretto tra la parabola di Frank e Roxy e quella, per dire, del William Foster/Douglas in “Un giorno di ordinaria follia” o, meno ancora, quella degli sciroccati natural born killers dell’omonimo film di Stone. Se per un verso, appunto, la vicenda dello spostato di Schumacher somma al suo interno revanscismi da sempre latenti nell’inconscio della cosiddetta maggioranza silenziosa (recriminazioni, tra l’altro, del tutto assenti nel carnevale sanguinolento allestito a favore di telecamera dai coniugi Knox/Harrelson-Lewis dell’opera stoniana) con un malessere psicologico inerente un vissuto segnato da traversie private utilizzando la rivolta plateale in guisa di extrema ratio contro una frustrazione non più incanalabile, senza in ogni caso sindacare mai troppo sul meccanismo di coercizione alla base di un fallimento collettivo in parte perseguito e in parte a forza compartimentato dal sistema ma accontentandosi, seppur paternalisticamente, di cullare ancora un’idea di ordine e coesione sociale possibili nonostante l’infierire di una prassi caotica e indifferente; per l’altro, il destino di caratteri come quelli rappresentati dal nostro curioso binomio si profila e va a compiersi entro una cornice emotiva e passionale scevra da ogni interdizione intellettualistica come da qualunque rivendicazione sociologica o genericamente brandita a titolo vendicativo. Il gesto inaudito dei due protagonisti, in altre parole, il loro stesso itinerario omicida - ed è uno degli assi calati dal lavoro di Goldthwait, assieme a un tono interpretativo che dosa con accortezza e divertita impertinenza la naturalezza di un nonsense giunto a impregnare di sé ogni atteggiamento e ogni circostanza al punto da proporsi come unico grimaldello efficace per forzare una realtà priva di logica oltreché di pietà umana, falsa per definizione, satura com’è di colori sgargianti e di un’arietta da svendita permanente, e lo stupore melanconico qua e là mostrato nei confronti del rivelarsi di tali mancanze, inconsolabili perché soppiantate o, peggio, barattate con la stupidità e il vuoto - vive e si sostanzia di una sovversione che è prima di tutto estetica - ossia gratuita e amorale, quindi per definizione giovane: il mondo è brutto, recita il teorico assunto. Noi, eliminando “chi non merita di vivere”, lo rendiamo bello - eppure non meno sarcastica e incline allo sberleffo, alla autoparodia, dal momento che è inutile prendersi troppo sul serio se quello che ti circonda della serietà non sa che farsene. Così, Frank e Roxy fanno delle rispettive esasperazioni un solo, bislacco pactum sceleris e, come detto, uccidono, ma senza autentica malvagità, fanciullescamente, verrebbe da dire, a insistere sulla linea del paradosso, ossia come il ragazzino che distrugge il suo castello di sabbia perché non conforme all’idea che se ne era fatto. Per tale motivo, le affinità distintive di un film altresì più dolente di ciò che la sua confezione ilare e rilassata lascia trasparire vanno cercate altrove: per esempio nella ferocia stralunata e nell’ironia impassibile - di preferenza virata al nero - tenute assieme dall’alchimia della strana coppia di liceali costituita da James e Alyssa nella serie britannica “The end of the fucking world”, al cui cuore non è estraneo tanto lo smarrimento a volte inerme di Frank quanto la spiccia risolutezza di Roxy; o persino, di sicuro per echi tenui ma non discordi, nel periplo inconcludente e tragico epperò circonfuso di una sua arresa dolcezza intrapreso da Kit e Holly ne “La rabbia giovane” di Malick. Ma chissà. Forse l’intento vero, tacito ma non meno pregnante, perseguito da Frank e Roxy è sempre stato quello celiniano di morire irreconciliati, ancora di più di fronte a un paesaggio umano e materiale divenuto tanto avvilente. Il rischio, di nuovo preconizzato da Ferretti (“Io sto bene”), è che, oggi come oggi, anche questa sia solo una formalità.
TFK

martedì, ottobre 06, 2020

NON ODIARE

Non odiare

di Mauro Mancini

con Alessandro Gassmann, Sara Serraiocco, Luka Zunic

Italia, Polonia, 2020

genere: drammatico

durata: 96’

Presentato all’ultimo Festival del cinema di Venezia, “Non odiare” rappresenta l’opera prima di Mauro Mancini che, appunto per la prima volta, si cimenta in un lungometraggio.

La storia, ispirata ad un fatto di cronaca realmente accaduto in Germania, inizia, al di là della sequenza iniziale che mostra il passato del protagonista, con un incidente stradale. Una macchina, probabilmente speronata da un’altra, si schianta con al suo interno un uomo. Simone Segre, medico chirurgo, è casualmente nei paraggi e accorre subito sul luogo per tentare i primi soccorsi. Dopo aver chiamato l’ambulanza, cerca di fare il possibile per salvare l’uomo e bloccare una brutta emorragia alla gamba, ma, quando scopre un tatuaggio nazista sul corpo della vittima, indietreggia, in quanto ebreo, e abbandona il “paziente” al suo destino, lasciandolo quindi morire.

Dilaniato dai sensi di colpa, inizia a seguire i tre figli del defunto, Marica, la maggiore, Marcello, adolescente e fervente neonazista, e il piccolo Paolo. In particolare cerca di aiutare Marica, alla quale, senza rivelarsi, offre un lavoro di domestica nella propria casa, nonostante il disappunto di Marcello. Quando, però, quest’ultimo si troverà in una situazione disperata, Simone dovrà fare una scelta molto importante.

Un film “silenzioso”, in un certo senso, che, rifacendosi ad un fatto di cronaca reale, mette in scena una situazione senza dare giudizi, senza dire chi ha torto e chi ha ragione, ma semplicemente mostrando una storia.

Il fulcro dell’intera narrazione è sicuramente Alessandro Gassmann, che dà vita ad un personaggio che, per certi versi, potrebbe essere etichettato come ambiguo. Un’ambiguità strettamente connessa con il suo continuo silenzio, incrementato anche e soprattutto dal tipo di vita che conduce, in solitaria. Sono i suoi gesti, le sue espressioni e le sue azioni a raccontare più delle sue parole stesse.

Il tutto insieme ad inquadrature pulite che non sembrano nemmeno frutto di un regista al suo esordio. Ogni scena è curata e ogni angolazione ha un significato ben preciso. Indubbiamente quello che dà maggiormente nell’occhio è la scelta di propendere spesso per inquadrature dall’alto che mostrano il personaggio all’interno di uno spazio che sembra quasi risucchiarlo al suo interno.

Si può davvero non odiare? Si può davvero dimenticare qualcosa di così grande e passarci sopra perdonando tutto e tutti? Se il titolo sembra dare una risposta positiva, il film rimane all’esterno e non invita né in un senso né in un altro.

Non c’è pietismo, non c’è moralismo. C’è solo una storia, vista da due mondi e in due modi completamente diversi, destinati a scontrarsi continuamente. Ma indubbiamente da vedere, per riflettere e far riflettere.


Veronica Ranocchi

martedì, settembre 29, 2020

GUIDA ROMANTICA A POSTI PERDUTI

 Guida romantica a posti perduti

di Giorgia Farina

con Jasmine Trinca, Clive Owen, Andrea Carpenzano

Italia, USA, 2020

genere: drammatico

durata: 106’

Terzo lungometraggio per la regista romana Giorgia Farina, “Guida romantica a posti perduti” è un road movie con protagonisti Jasmine Trinca e Clive Owen, nel ruolo di due insoliti compagni di viaggio.

Lei è Allegra (solo di nome) che, chiusa nelle sue paure, fobie e insicurezze, ha una relazione con un ragazzino più giovane di lei e finge, mentendo anche a lui, di avere un lavoro che la impegna in continui viaggi in giro per il mondo. Nella stessa palazzina, ma al piano di sopra abita Benno, marito di un’infermiera che sembra dedicare tutto il suo tempo a sé stessa e al suo lavoro, piuttosto che al marito, del quale sembra non vedere (o non voler vedere) l’evidente problema di alcolismo. Ne è a conoscenza, nonostante lui continui ad inventarsi mille scuse e a nascondere le prove, e lo invita a recarsi in un centro apposito, ma non va oltre. Quando i due si incontrano, durante una delle tante sbornie dell’uomo e finiscono insieme in ospedale, hanno modo, in maniera rocambolesca, di conoscersi forse per la prima volta, nonostante residenti nella stessa palazzina e, abbandonati temporaneamente, in un modo o in un altro, dalle proprie metà, decidono di intraprendere insieme un viaggio. Un viaggio alla ricerca di posti perduti.

Quella che doveva essere una guida romantica, perché maturata da Allegra insieme al fidanzato Michele, si trasforma in un viaggio all’insegna dell’avventura dove la guida, in realtà, serve allo spettatore che si perde dentro un ciclo di eventi che sembrano quasi ripetersi continuamente. I personaggi, fin troppo caricaturati, non convincono né singolarmente né insieme. L’intento è probabilmente quello di far sì che riescano a spalleggiarsi e supportarsi a vicenda, ma l’esito va in tutt’altra direzione, caricato ancora di più da un finale aperto che ha un sapore dolceamaro. La sorte dei due è già scritta fin dall’inizio e il viaggio non è altro che un pretesto per raccontare due vite sole e solitarie che nascondono segreti e insicurezze. Ma se uno di loro fa di tutto per uscire dalla bolla che si è disegnata intorno, o almeno ci prova, l’altro personaggio sembra non comprendere i suoi errori e continua incessantemente a ricaderci in un meccanismo senza fine.

La struttura dei personaggi, mai veramente solida, rimane piatta e preannunciata e non è aiutata né avvalorata dalle interpretazioni degli attori, soprattutto da quella della Trinca che sembra caricaturare fin troppo Allegra.

Non eccelle nemmeno la sceneggiatura e la scelta dei dialoghi che non approfondiscono né, appunto, i personaggi né tantomeno le situazioni, mostrate al pubblico e poi portate immediatamente via per passare alla successiva. E tutte al limite del reale.

Menzione, invece, per i due personaggi secondari: il fidanzato di Allegra e la moglie di Benno che, paradossalmente, risultano più sfaccettati, più veri e più approfonditi, anche se con poche battute e poca presenza sullo schermo.


Veronica Ranocchi

sabato, settembre 19, 2020

INVISIBILI: KID THING


Kid Thing
di David  Zellner 
con,  Sydney Aguirre, Nathan Zellner, Susan Tyrrell
genere, drammatico
USA 2012 
durata,  82’



I hope that
there’s a way
to breathe you
someday
— Idaho —


Intrappolati, oramai nessuno sa più da quanto, entro un incantesimo consolatorio che rappresenta l’infanzia e la prima giovinezza come la perfetta allegoria del paradiso in terra, e via via persuasi nel medesimo da decenni di allucinazioni propagandistico-pubblicitarie stentiamo o, sarebbe più onesto ammettere, sovente rifiutiamo di constatare - sistemandone per una volta nella giusta sequenza i rispettivi tasselli, senza pregiudizi e interessate precauzioni - le conseguenze di ciò che costituisce il nucleo autentico delle nostre attuali vicende personali al crepuscolo di una avventura collettiva, quella Occidentale (una poltiglia costituita per lo più di materialismo passivo, placida indifferenza, sottaciuta anedonia e, in perversa simbiosi, di ossessioni, rancore, grettezza et.), sulle generazioni che, una dopo l’altra, ci ostiniamo a mettere al mondo.

Per dire: Annie/Aguirre, dieci-undici anni, condivide lo stesso tetto insieme al padre Marvin/Zellner (un semi-inebetito a modo suo ipnotizzatore di galline e devoto del gratta-e-vinci, nonché capace di estrarsi un dente di fronte a lei) in uno spicchio di desolazione texana incistato tra zone approssimativamente inurbate, nello specifico all’interno dei confini rurali di una piccola proprietà tenuta insieme più dalla tassidermia di giorni tutti uguali che dalle attività minime connesse alla gestione di qualche capo di bestiame - quattro vacche, altrettante capre - Giocoforza solitaria, lunghi capelli giallo ananas e lentiggini di complemento, aria dolce/perfida da tesoruccio precocemente scoglionato (qualcosa di paragonabile, sebbene in versione aggressiva - ma utile per ribadire lo sprezzo consustanziale al modo moderno di maneggiare i rapporti - alle vicende narrate in un altro esordio alla regia, quello di Vasily Sigarev a nome “Volchok”, del 2009), di solito silenziosa ma al dunque indisponente, la ragazzina mena la propria giovane biologia collettizia secondo l’estro del momento ossia, tra una sorta di menefreghismo congenito e i primi assaggi di un tedio di cui - per lo meno - ignora vera ampiezza e profondità, non si tira indietro davanti a nulla: fa colazione con quello che trova; stacca le spine a una pianta con le pinze; mette a soqquadro un ripostiglio scovando una maschera antigas che indossa giusto per vedere l’effetto che fa; improvvisa uno scherzo telefonico a un meccanico. Di seguito esce e litiga con un gruppo di quasi coetanei in un parco giochi sgangherato, finendo per prenderli a sassate; ruba dolcetti e porcherie varie presso un minimarket: con quello che avanza bersaglia le automobili di passaggio allo svincolo di una tangenziale. Quindi si inoltra in un’area verde, trova uno specchio d’acqua e prova a farci rimbalzare dei ciottoli; a mani nude scorteccia un albero caduto per estrarne dai resti marci larve d’insetto che si premura di stritolare… Peregrinazioni circolari e insoddisfacenti che un giorno, mentre fa a pezzi un grosso lecca-lecca iridescente, si arricchiscono di un particolare inedito. Dalla boscaglia sembra giungere cioè un lamento o qualcosa del genere: in ogni caso, una variazione che spezza la monodia greve dei soliti pomeriggi. Annie si incammina e senza dannarsi troppo trova l’apertura quadrata di un pozzo da cui, una volta sollecitata, si leva la voce di una tal Esther/Tyrrell, ivi caduta di recente e bisognosa di aiuto. Cosa che però, lì per lì, la nostra piccola impunita, come perplessa e infastidita insieme, è tutt’altro che disposta a prestarle, preferendo mollare la faccenda e tornarsene a casa. Chiaro che a breve la curiosità connaturata all’anagrafe ha gioco facile sulla precauzione e sulla stessa iniziale riluttanza. Fatto sta che Annie torna di quando in quando sul luogo della scoperta offrendo alla misteriosa malcapitata (a questo punto stremata e implorante) un tipo di collaborazione sui generis la quale esclude la pura e semplice chiamata in causa di un soccorritore ma implica invece sia la periodica somministrazione di vettovaglie, preparate a casa o sottratte al già citato minimarket, tramite lancio a peso morto nel pozzo, sia la possibilità di improvvisare scampoli di conversazione (da notare: non di rado battibecchi) tramite un paio di walkie-talkie recuperati nel garage-magazzino del padre, con esiti alla lunga magari intuibili ma non per questo meno atroci.

Il sopra accennato equivoco sulla fanciullezza nelle mani dei fratelli Zellner (qui Nathan interpreta e co-produce, David dirige ma non è insolito che i due collaborino anche in sede di scrittura, come in “Kumiko, the treasure hunter”, del 2014, in cui gli autori, alternandosi ancora tra sceneggiatura, regia e recitazione tentano un ulteriore scarto allo scopo di screziare l’inesorabilità della disperazione contemporanea facendo leva sui chiaroscuri offerti da una inerme follia) diventa un non comune esempio di testimonianza indigesta (leggi: affatto conciliante, per certi versi chissà quanto suo malgrado ammonitrice), per la fredda puntualità e la disadorna disinvoltura con cui mantiene il piano della narrazione e le soluzioni visive escogitate - lenti indugi e accorte prolessi prospettiche sugli spostamenti della protagonista; primi piani della stessa da cui emerge la stolida fissità dell’animale inchiodato alla tagliola dell’istante da cui, per interminabili fotogrammi, sembra trapelare una abissale e incosciente frustrazione; ricorsività di un paesaggio in buona parte brullo e agonizzante, eppure talvolta come scoraggiato di fronte all’eventualità di dispensare le proprie residue sorprese a chi non è in grado di coglierne l’intrinseca natura duplice di promessa/responsabilità - in equilibrio sullo scivoloso crinale che separa la repertazione socio-antropologica dalla miniatura sovrapponibile alla dimensione mitica del racconto di formazione, qui entrambe ostaggio di un presagio di sventura eternamente incombente. In tal modo, sotto cieli spesso grigi, impassibili e muti, tra i simulacri sfiniti di una normalità orrenda proprio perché assimilata da sempre come finzione unica e immodificabile, l’agire al tempo sconclusionato e febbrile di Annie, un giorno dopo l’altro, una immemore rinuncia affettiva dopo l’altra, un gesto apatico o brutale dopo l’altro (ci si soffermi sul suo modo di dare il buon compleanno a una pari età costretta sulla sedia a rotelle), finisce per assumere i contorni paradossali di una - per quanto distorta, degradata e alla fin fine futile - fiabesca e autosufficiente atemporalità, i cui ritmi e le cui epifanie, le condizioni di sussistenza e la grammatica di base, le ingenuità e le perversioni (Annie sfida Esther a dimostrarle di non essere il Diavolo in persona o una strega pronti, una volta tratti d’impaccio, a portarla via con loro), in quel mistero mai del tutto penetrabile che lega l’incanto vergine di un bambino alla magia senza utilità del mondo, fluiscono e a loro volta sono generati dalle fantasie e dai raccapricci di una creatura umana incommensurabilmente sola. Di conseguenza, di fronte a un abbandono così radicale e indifferente, non può che perdere significato e sgretolarsi, nel disvelamento della sostanziale menzogna di taluni suoi assunti - i valori, le gerarchie, i sistemi educativi - lo stesso edificio sociale (la famiglia, la comunità) che a quell’abbandono dovrebbe opporre il primo e più resistente argine. Ad Annie che non soppesa, non discrimina, non resta allora che reagire, nell’equivalenza e nell’oblio di ogni cosa, dimentica degli uomini e da essi dimenticata, orfana persino di Dio (con buona pace, ad esempio, degli sciagurati ritratti dalla coppia Ewing/Grady nel documento “Jesus camp” del 2006, tutti intenti a plagiare attoniti marmocchi nel nome di Cristo). E assodato questo, davvero tutto può accadere, in ragione della triste necessità che avvolge i destini banali ma tragici. Destini che, come in questo caso, di fatto nemmeno ambiscono a compiersi, tanto tendono a esaurirsi in una inconsapevole quanto indotta dispersione, lusso ingannevole, quest’ultimo che, su scala più grande - una intera Civiltà - e per scopi tutt’altro che elevati, ci si è voluto permettere nell’illusione che non avrebbe implicato un prezzo da pagare, a dire la perdita di quella condizione aperta a un compromesso dignitoso tra purezza e raziocinio che ad Annie, come detto, non è stata concessa e a cui noi - per ampio demerito - non torneremo più.
TFK

MISSING LINK

Missing link

di Chris Butler

USA, 2019

genere: animazione, avventura, fantastico

durata: 95’

Candidato al premio oscar come miglior film d’animazione, “Missing link” arriva finalmente nelle sale per far intraprendere ad ogni spettatore (grande o piccolo) un bel viaggio all’interno del vero significato dell’amicizia.

Il film d’animazione diretto da Chris Butler è la storia dell’incontro tra la creatura leggendaria Mister Link e l’esploratore Sir Lionel Frost. Il primo è alla ricerca dei suoi simili, il secondo, in quanto avventuriero ed esploratore, vuole dimostrare da sempre l’esistenza di esseri come Mister Link per essere accettato dall’alta società inglese. Alla richiesta di aiuto pervenutagli da Mister Link stesso, l’avventuriero, seppur inizialmente scettico, decide di inoltrarsi in questo viaggio a fianco di quello che, piano piano, diventa un nuovo amico. E così facendo sarà costretto a rivedere le proprie priorità e i propri modi di fare, complice anche l’aiuto la temeraria Adelina, sempre al centro di qualche peripezia, ma che non abbandona neanche un istante i suoi nuovi amici.

Un viaggio come tanti e, come spesso succede nei film d’animazione, strutturato nella stessa maniera, ma comunque non troppo scontato e banale, ricco di colpi di scena e di momenti davvero esilaranti e divertenti. I dialoghi strampalati tra i due protagonisti ne sono l’esempio lampante con continui giochi di parole e modi di dire che Mister Link sembra non comprendere, nonostante capisca la lingua degli umani.

Realizzato in stop motion “Missing link” è un film attento a tutto, ad ogni dettaglio, sia fisico che verbale. Con un umorismo tutto suo che varia da quello più british a quello più semplice e immediato, permette di arrivare a grandi e piccoli ed essere apprezzato allo stesso modo.

Nonostante tratti argomenti già analizzati in tante altre pellicole (quello del viaggio e quello del ritorno a casa) il film non si perde e non scende nel banale, ma cerca solo di prendere spunto per trasformare elementi tipici di questo genere e farli propri.

Un film per tutta la famiglia con dei personaggi ben caratterizzati che emergono nel flusso della narrazione con uno sviluppo e un’evoluzione importante: uno su tutti lo stesso Lionel Frost che, grazie alla vicinanza con il suo nuovo amico impara molte cose e inizia a vedere il mondo da un’altra prospettiva. A questo va sommato, poi, anche l’aiuto di Adelina che, invece che essere relegata a figura secondaria o di contorno, si rende protagonista delle scene nelle quali è presente arrivando ad essere l’ennesimo anello di congiunzione tra i due protagonisti.

Avventura consigliata per tutta la famiglia, per riscoprire il piacere di tutto quello che ci circonda, a partire proprio dalle persone.


Veronica Ranocchi

domenica, settembre 13, 2020

ARTU' WHERE ARE THOU? NOTE A MARGINE DI CURSED



 So at Candlemas many more great lords came thither for to have won the sword, but there might none prevail. And right as Arthur did at Christmas, he did at Candlemas, and pulled out the sword easily, whereof the barons were sore aggrieved and put it off in delay till the high feast of Easter. And as Arthur sped before, so did he at Easter; yet there were some of the great lords had indignation that Arthur should be king, and put it off in a delay till the feast of Pentecost.

- Sir Thomas Malory, da Le Morte d’Arthur -



Assisi come siamo su una montagna di più o meno lepide scipitezze (quando di non vere e proprie scemenze), tendiamo a sorvolare o, peggio ancora, ad assimilare passivi operazioni di calco e aggiornamento (verso cosa, poi, esattamente ? L’appiattimento irriflesso e definitivo di ogni differenza ?) proposte con sempre maggiore frequenza soprattutto dai colossi dello spettacolo domestico in ossequio al più banale circolo vizioso secondo cui, assecondando sempre e solo una logica ragionieristica, si riproduce oltre la nausea una formula rivelatasi remunerativa.

Caso di specie - ma è solo uno tra gli esempi possibili a portata di mano - la serie proposta dalla piattaforma Netflix (oramai quasi un paio di centinaia di milioni di abbonati in giro per il mondo; qualche decina di miliardi di dollari di capitalizzazione; dozzine di titoli, tra film e serie Tv, a copertura di, grossomodo, ogni genere cinematografico), nelle intenzioni (?) dedicata alle vicende che dovrebbero avere preceduto (e già la stessa prassi, a pensarci, sempre più diffusa e sempre più figlia della terminale mancanza di idee, di proporre ciò che potrebbe esserci stato prima per, nel frattempo, omogeneizzare quello che conosciamo adesso, allo scopo di preparare il terreno a ciò che potrebbe accadere, complice qualunque escamotage, dopo, esigerebbe lo sforzo di una riflessione) le gesta che siamo soliti associare al cosiddetto ciclo arturiano (canone letterario, estetico e morale - quindi, a suo modo, identitario - che ci è stato tramandato a partire dalle suggestioni in precario equilibrio sulla realtà storica collezionate dall’Historia Regum Britannie di Goffredo di Monmouth, all’incirca nel cuore del sec. XII, quasi a ridosso elevate a espressione poetica dal francese Chrétien de Troyes, infine cristallizzate nella forma ancora comunemente riconosciuta da Sir Thomas Malory, a cavallo della metà del sec. XV). Ci si riferisce alle, per ora, dieci puntate di “Cursed”, adattate a partire da un testo scritto da Tom Wheeler, poi addirittura illustrato dalle matite di Frank Miller e centrate sulla figura di Nimue - quella che, secondo il lascito originario, sarebbe diventata the Lady of the Lake/la Dama del Lago/Langford - giovane predestinata incaricata da un insieme di circostanze superiori di consegnare la spada-del-destino, la leggendaria Excalibur (fin qui mai menzionata come tale), nelle mani di Merlino il Mago/Skarsgård (figlio di Stellan e fratello di Alexander, noto ai più per la sua interpretazione dello sfuggente Floki in “Vikings”), al fine di un suo consono ultimo conferimento presso chi, tra i numerosi pretendenti in aperta e reciproca ostilità - un Uther Pendragon, cicisbeo regnante, vanesio e piagnone quanto, all’occorrenza, crudele; avide (sebbene un po’ in anticipo sui tempi: le prime testimonianze della loro presenza sul suolo britannico risalgono infatti alla fine del sec. VIII) orde il libera discesa dal Nord Europa; esaltati uomini di chiesa, i Paladini Rossi, intabarrati giustappunto in purpurei sai e accesi da una smania a metà tra furore iconoclasta e opportunismo di bottega, secondo gli ordini di tal Padre Carden/ Mullan - se ne fosse dimostrato davvero degno.

Come già si intuisce, lo spirito che sostiene il libero adattamento è tale - tra sovrapposizioni quantomeno dubbie (una spedizione di chierici in armi nella Britannia del, si suppone, V sec. ?); autentiche forzature storiche (Merlino sottolinea, durante uno dei suoi interludi alcolici, l’incostanza di carattere dei tanti sovrani che si sono avvalsi dei suoi servigi, annoverando tra questi Carlo Magno, Re e quindi Imperatore, bontà sua, vissuto tra i secoli VIII e IX, ossia un ingombrante numero di decenni dopo i fatti raccontati nella serie i quali, come accennato, dovrebbero essere collocati - e a maggior ragione per ciò che attiene a un Artù tratteggiato come sconosciuto ex mercenario di belle speranze - intorno al V sec.); pedaggi pagati a mo’ di sinecura ma senza fiatare al politicamente cretino (l’immancabile presenza, da un lato, di esponenti delle etnie più varie - per dire: Artù stesso è un ragazzo meticcio - dall’altro, di blande quanto esornative caratterizzazioni omosessuali che altro non aggiungono se non una scontata e paradossalmente retriva nota di colore) - da fagocitare quasi per intero il già citato canone da cui in teoria avrebbe preso le mosse l’intera faccenda, per restituirlo nelle fogge di guscio buono, perché doviziosamente svuotato, per qualunque esperimento, quindi alla fin fine pre-testo inutile perché, una volta sollecitato oltre i limiti naturali di tensione, ciò che si scopre - qui come altrove, sia chiaro - è un pigro annacquamento/svilimento (di temi, storie, passioni, proiezioni dell’immaginazione) con la scusa di un sincretismo tutto di superficie che deve tenere insieme, visti i veri interessi in gioco - l’inseguimento dei più alti indici di ascolto - e in ragione dell’ipocrita omologazione imperante che ancora si illude di comporre contraddizioni e attriti semplicemente mettendo ogni cosa sullo stesso piano (nel caso, ossia in ambito artistico, fraintendendo a scopo truffaldino la grandezza con la popolarità), il multiculturalismo fasullo da spot pubblicitario e da pseudo avant-garde social; il più che peloso ammiccamento alle sacrosante quanto sovente ambigue rivendicazioni emerse dal tumultuoso mondo femminile contemporaneo; la tolleranza magnanima ma al dunque pilatesca nei confronti delle istanze di genere, et.

Del resto, che il cimento in oggetto non fosse definito in relazione non si pretende alla fedele riproposizione degli ideali e delle imprese di ciò che avrebbe concorso a edificare il cosiddetto mondo cortese, quanto almeno a un coinvolgente succedersi di avventure sul filo di una ricostruzione un minimo puntuale dal punto di vista dei luoghi (qui quasi tutti come presi a noleggio alla fiera itinerante dei fondali che si avvicendano da un set genericamente fantasy all’altro) e così delle situazioni, dei volti e dei gesti, lo si evince dal tono medio di una scansione drammaturgica che indulge di preferenza in un anodino pragmatismo dialogico-esplicativo utile solo a trascinare il corpus della fabula (?) da un quadro al successivo (da una manciata di pop-corn all’altra, verrebbe da dire), senza un intermezzo accattivante (figuriamoci visionario), una stasi dubbiosa buona per ispessire di ambiguità, di non-detti, i profili psicologici dei personaggi; e che, d’altra parte, si pasce di una pienezza figurativa risolta pressoché esclusivamente nella prepotenza cromatica, nella magniloquenza inerte di talune inquadrature, cioè in una visibilità del tutto priva di opportune, stimolanti penombre, quelle che avvolgono, ad esempio, sul versante psicologico ed emotivo, rendendolo unico, lo stampo mercuriale delle donzelle e dei cavalieri della tradizione. A rimorchio di tali evidenze cercano così il proprio posto - spesso e volentieri non trovandolo - figure (leggi: attori) magari funzionali a un discorso vuoi orientato alla riconoscibilità immediata desumibile da altre esperienze televisive simili, vuoi indotto dalla già accennata e ingannevole inferenza per cui a una maggiore varietà di tipi umani corrisponde automaticamente una altrettale universalità di contenuti, che però, oltre a risultare poco credibili, sembrano addirittura impossibilitate per complessione, espressività, loquela a innervare quel piglio lirico - meditabondo/elegiaco - come anche ardimentoso/guerresco impresso sulle loro sembianze romanzesche dalla stratificazione dei secoli. Giusto restando ai ruoli principali, troviamo allora la Nimue della Langford (quella di “13 reasons why” e di “Tuo, Simon”) praticamente calata di peso - absit iniuria verbo - ma, più di tutto, spaesata in un contesto di eterna frenesia latente condito di ruvidezze assortite che poco si addice alla sua aria di ragazza borghese e di fondo ritrosa: non stupisce, di conseguenza, l’evidente goffaggine nel conciliare, mettiamo, aderenti mise in pelle con le presunte abilità di una consumata amazzone, per tacere del legnoso impaccio mostrato nel brandire la suprema spada durante i concitati certami. Di contro o, sarebbe meglio puntualizzare, in scia, l’Artù di Devon Terrell non si eleva mai, per atteggiamento e carisma, al di sopra delle aspettative e del rango di un volenteroso (quantunque a volte persino petulante) comprimario. Il panorama si movimenta un po’ al cospetto di Merlino - come detto, affidato alla longilinea fisionomia di Gustaf Skarsgård - uomo di magia solitario, sornione e doppiogiochista, incline alla depressione e all’alcol, come impone la vulgata recente che lo riguarda (pensiamo a una connotazione analoga proposta in “Transformers - L’ultimo cavaliere” da Bay). A lui si devono per l’appunto i rari momenti di sarcasmo e le sottigliezze argomentative (traccia unica di ambivalenza in una prospettiva retorica uniformata a una didascalica assertività declamatoria) utilizzate per restare a galla nel mare magno delle trame ordite al fine di entrare in possesso di Excalibur. Per il resto, ci si accomoda alla grassa tavola di “Game of Thrones” per rifocillarsi di estetica burina e ferocia enfatica, e per scimmiottare, aggrappandocisi malamente, la monumentalità paesaggistica del tardo archetipo jacksoniano.

Alla seconda stagione, dunque. E al prossimo miliardo di dollari.

TFK