venerdì, febbraio 28, 2020

INVISIBILI: NABOER

Naboer
di, Pål Sletaune
con, Kristoffer Joner, Cecile Mosli, Julia Schacht, Anna Bache-Wiig, Michael Nyqvist
Norvegia, 2005
genere, drammatica
durata, 75’



I know you’re a real coo coo
- The Breeders -

L’allucinazione del desiderio mista alla rabbia, alla gelosia e a quel vago ma persistente senso di frustrazione e inadeguatezza oramai ingenita alla nostra permanenza all’interno delle infinite circonvoluzioni della modernità, gioca sempre brutti scherzi. Ne sa qualcosa (o, comunque, ne fa le spese) John/Joner, giovane tipo nordico - siamo in Norvegia - all’apparenza tranquillo e riservato, calco incolpevole di mille altri soggetti simili, quando l’amore della vita, Ingrid/Bache-Wiig, decide di porre fine alla relazione che li lega adducendo ambigue eppure verosimili motivazioni ma, soprattutto, non fa mistero di averne a stretto giro già intessuta un’altra con il fantomatico Åke/Nyqvist, a cui, tra l’altro, rivela particolari intimi dei loro trascorsi, “perché noi abbiamo deciso di dirci tutto”. Ciò non bastasse, il Nostro si imbatte (?) in due coetanee, che a seconda delle circostanze si spacciano tanto per amiche che per sorelle - Anne/Mosli e Kim/Schacht - residenti nell’appartamento attiguo al suo e di cui stranamente mai si era accorto prima. Anne e Kim, con fare al contempo insinuante e inquisitivo, danno a intendere di conoscere molti aspetti della vita privata del vicino, non ultimi circostanziati dettagli del fallito ménage con Ingrid. Sconcertato ma irretito dagli atteggiamenti ammiccanti, provocatori e subdolamente aggressivi delle due, John prende a frequentarle…

Nella claustrofobia fisica e metaforica perimetrata sull’angustia kafkaniamente respingente di vecchie dimore-scrigno i cui serpeggianti corridoi interni ingombri di mobilio sempre sul punto di stringersi addosso a chi indugia troppo nelle sue vicinanze o punteggiati di abiti spesso ammucchiati a casaccio sui pavimenti velano/ostentano un malessere assai più profondo del mero disordine e le cui stanze, altresì arredate con la tipica sobrietà un po’ spenta allineata al gusto austero di quelle latitudini - pulite e silenziose come se nessuno le avesse mai davvero vissute - recitano complici l’inganno borghese del decoro e dell’armonia, Sletaune allestisce, passo dopo passo ma con cadenza serrata (“Naboer” dura una settantina di minuti) e una predilezione nervosa per i volti e i gesti senza domani dei suoi protagonisti, il contesto ideale per l’emersione di tutte quelle intenzioni e pulsioni inconfessabili che il senso comune si rifiuta di associare al rifugio per eccellenza - la casa - ma che qui si esaltano (nei cromatismi uniformi e stanchi; nella crescente minaccia rappresentata dagli oggetti ordinari una volta colti in quella sinistra persistenza che ne mina la familiarità; nell’afflizione senza conforto generata dalla stratificazione di ricordi sedimentatasi nell’intimità di un ambiente conosciuto), come perverso riflesso dei labirinti mentali di uomo distrutto dall’empito deviato della propria passione, in un accorto epperò febbrile accostamento, dosaggio e implosione tra il quotidiano e l’incubo del medesimo. Infatti, John che diffida prima, si avvicina poi e infine desidera con violenza Kim, è lo stesso individuo che ne sovrappone/altera/travisa le sembianze su un’immagine di Ingrid appartenente a un ipotetico passato felice e vieppiù si avvita in un intrico di menzogne estemporanee, rimozioni riparatorie e sensi di colpa tardivi che ne decretano il definitivo e traumatico distacco dalla realtà.

Concentrazionario e ansioso, sottilmente misogino quanto avviluppato in una conturbante membrana morbosa di ascendenza polanskiana, “Naboer” gira attorno al suo nucleo di dolore così meschino e così umano in modo magari riconoscibile nelle atmosfere e negli scarti narrativi ma affatto incoerente per ciò che attiene le intenzioni e le scomode risonanze simboliche evocate, denudando via via fino a farne brandelli la coscienza di un individuo-massa metodico e integrato scopertosi suo malgrado inerme di fronte al tentativo di lenire l’inattesa consapevolezza dell’angoscia più grande - lei sì a rimorchio dei tempi - quella di rimanere soli al mondo.
TFK

sabato, febbraio 22, 2020

MEMORIE DI UN ASSASSINO

Memorie di un assassino
di Bong Joon-ho
con Song Kang-ho, Kim Sang-kyung, Kim Roe-ha
Corea del Sud, 2003
genere: drammatico, thriller
durata: 132’



Grazie al grandissimo (e meritato) successo ottenuto con “Parasite”, è finalmente arrivato nelle sale italiane uno dei primi film del regista sud coreano Bong Joon-ho, “Memorie di un assassino”. A distanza di 17 anni anche il pubblico italiano può finalmente gustarsi una pellicola veramente ben fatta che, probabilmente vista a tempo debito, avrebbe fatto intuire la genialità di quella che è ormai, a tutti gli effetti, una star del cinema mondiale.
“Memorie di un assassino” è un thriller che a tratti si mescola con la commedia, con il tipico umorismo che contraddistingue Bong Joon-ho.
Nella Corea del sud nel 1986, in un paesino di campagna viene ritrovato, in un canale di scolo in mezzo a degli immensi campi, il corpo di una giovane donna, stuprata e uccisa. A questo fa seguito ben presto il ritrovamento di un altro corpo e così il mistero si infittisce. La polizia inizia a pensare a qualcosa di più grande di loro, qualcosa al quale non erano (mai stati) preparati. I due agenti che si occupano di indagare in merito all’accaduto sono Park Du-man e Cho Yong-gu che, seguendo il proprio istinto e con metodi tutt’altro che idonei, iniziano a fare ipotesi e catturare potenziali colpevoli che, ogni volta, si rivelano innocenti. Con l’arrivo dell’investigatore Seo Tae-yun le cose sembrano iniziare a cambiare perché quest’ultimo sembra interessarsi veramente al caso e cercando di capire i punti in comune tra i vari delitti che sono evidentemente collegati tra loro. Ma nonostante la dedizione e l’attenzione riservata al caso non tutto andrà come previsto.
“Memorie di un assassino” è il secondo film di Bong Joon-ho che, già nel 2003, riesce a realizzare un thriller quasi impeccabile nel quale si possono notare alcuni spunti che il regista riprenderà poi nel suo capolavoro “Parasite”, 13 anni dopo.
Questa particolare attenzione alla riflessione piuttosto che all’indagine in sé è tipica del lavoro del sudcoreano che pone nuovamente al centro il suo pupillo Song Kang-ho, umano al 100% con i suoi errori, le sue debolezze e la sua crescita. Come ci ha dimostrato in “Parasite” non c’è mai un giusto e uno sbagliato né tantomeno esiste una netta separazione tra le due parti. Niente è definito nel mondo, ma anzi tutto va a mescolarsi, nel bene e nel male.



Emblematico è il procedere della narrazione e il modo di sviluppare quella che dovrebbe essere la suspense che conduce lo spettatore verso la risoluzione del caso. Anche i vari omicidi vengono mostrati in maniera diversa, ponendo ogni volta l’attenzione su un particolare diverso, senza mostrare subito interamente il corpo, che viene scoperto lentamente.
Interessante, inoltre, individuare le varie analogie tra “Memorie di un assassino” e “Parasite” che, nonostante i tanti anni di distanza, hanno tanti aspetti in comune sotto molti punti di vista, da elementi ricorrenti a modi di mostrare la narrazione a dinamiche tra e con i personaggi.
Un finale emblematico che fa letteralmente rimanere di stucco il pubblico.
Un recupero indispensabile per comprendere al meglio il cinema di Bong Joon-ho, il nuovo regista entrato ormai di diritto tra i grandi nomi, ma anche per avvicinarsi all’Oriente e al cinema coreano che sta, fortunatamente, prendendo sempre più piede tra il grande pubblico.

Veronica Ranocchi

giovedì, febbraio 20, 2020

Gli anni più belli


Gli anni più belli
di Gabriele Muccino
con Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Kim Rossi Stuart
Italia, 2020
genere: drammatico
durata: 129’



Il classico film di Muccino alla Muccino. Ecco la descrizione più efficace per l’ultimo lavoro del regista romano. “Gli anni più belli” è un altro film corale dove a farla da padrona sono i sentimenti che ruotano intorno ai protagonisti legandoli indissolubilmente tra loro.
Un percorso nell’Italia della fine degli anni ’80 fino ai giorni nostri con più voci narranti: quelle dei quattro protagonisti che si rivolgono direttamente al pubblico raccontando ogni volta la storia dal loro personale punto di vista.
Il tutto inizia a Roma con Giulio che ci riporta indietro di diversi anni a quando da ragazzo, all’età di 16 anni, insieme al suo amico Paolo, incontra, in circostanze molto particolari, Riccardo, colpito da un’arma da fuoco in occasione di una manifestazione. I due ragazzi, aiutati da un adulto, lo portano in ospedale, dove fortunatamente il giovane viene salvato e da quel momento verrà chiamato dagli amici “Sopravvissuto”. I tre iniziano così a frequentarsi ed uscire sempre insieme, alla ricerca di nuove avventure, come l’acquisto di una macchina con la quale iniziano a girare molto spesso. Ben presto Paolo si innamora di Gemma, che si unisce al gruppo, ma che viene improvvisamente portata a Napoli dalla zia separandosi dai ragazzi e dal suo grande amore. Gli anni passano e, attraverso gli eventi che hanno segnato la storia italiana, ma anche mondiale di quegli anni (dalla caduta del muro di Berlino ai mondiali di calcio in Italia), l’amicizia tra i tre ragazzi, ormai uomini, continua. Giulio si laurea in giurisprudenza diventando avvocato, Paolo si laurea in lettere sperando di insegnare italiano, latino e greco nelle scuole, mentre Riccardo cerca di racimolare qualcosa scrivendo qualche articolo per dei giornali e facendo la comparsa. Tutto sembra andare per il meglio, ma, come nella migliore delle tradizioni, i problemi, gli ostacoli e le complicazioni sono dietro l’angolo. Saranno veramente gli anni più belli?



La storia sa di già visto con le “classiche” dinamiche di cui ormai è maestro e padrone il regista, ma che risultano forse fin troppo prevedibili all’interno di una pellicola del genere. I personaggi, seppur ben interpretati dagli attori, sia quelli più rodati che quelli più giovani, risultano, a tratti, la personificazione di stereotipi. Probabilmente una scelta voluta, ma, il carattere e le decisioni prese dai quattro protagonisti ne fanno delle macchiette, dalle quali nessuno riesce ad emergere veramente. Alla fine non c’è un giusto e un vincitore assoluto, ma solo tanti esseri umani che nel corso della propria vita hanno commesso degli errori, dai quali stanno cercando di redimersi. Ma nessuno ne esce in maniera totalmente positiva.
Il solito dramma di Muccino che deve tanto agli interpreti, Favino e Santamaria in particolare, ma che non regala niente di più rispetto a “L’ultimo bacio” o al più fresco “A casa tutti bene”.
Un dramma corale dove tutto sembra inevitabilmente destinato ad incastrarsi mettendo in scena, non nel migliore dei modi, le emozioni e le sensazioni.

Veronica Ranocchi

mercoledì, febbraio 12, 2020

OSCAR 2020

Oscar 2020


La notte italiana tra il 9 e il 10 febbraio 2020 ha avuto luogo la tanto attesa cerimonia di premiazione degli Oscar. Come da tradizione è stata preceduta da un intenso red carpet che ha visto la presenza di tanti personaggi del mondo dello spettacolo. Tra i tanti merita citare lo stravagante Spike Lee in completo viola bordato di giallo con il numero “24” in ricordo dell’amico, da poco scomparso, Kobe Bryant, ma anche un’elegantissima Natalie Portman con ricamati i nomi di tutte le registe donne non candidate (anche in ricordo della sua presentazione agli Oscar di qualche anno fa “and these are all the MALE nominees”) e una delle più eleganti, in assoluto, Scarlett Johansson con abito lungo. Molto divertenti e simpatici, tanto da conquistare chiunque, i due giovanissimi attori protagonisti di “Jojo rabbit”, Roman Griffin Davis e Archie Yates. E ultima, ma non meno importante la grandissima Jane Fonda che, nello spirito che l’ha sempre contraddistinta e in quello che la sta facendo diventare la “paladina ecologica” per eccellenza, ha “riciclato” lo stesso abito che aveva indossato a Cannes alcuni anni prima.
La cerimonia, forse un po’ più lenta delle scorse, nonostante l’incursione a sorpresa, ad un certo punto, di Eminem ha destato stupore ed interesse nei presenti e in tutti quelli che l’hanno seguita più che altro per i premi consegnati che hanno letteralmente fatto la storia.
Janelle Monae ha avuto il compito di aprire la kermesse con un’esibizione molto bella e molto apprezzata per poi lasciare spazio ai “presentatori”, ai candidati e ai vincitori. Il primo a ritirare il premio è stato Brad Pitt, come miglior attore non protagonista, che ha sorpreso più per il mancato discorso ironico/comico, al quale ormai eravamo tutti abituati, dopo le precedenti vittorie ad altre cerimonie, che per il premio in sé, abbastanza scontato, ma comunque meritato in una categoria incredibile, forse la più “bella” perché contenente effettivamente la storia del cinema, da Tom Hanks a Joe Pesci, passando per Al Pacino e Anthony Hopkins. Subito dopo la prima grande delusione della serata con l’assegnazione del miglior film d’animazione a Toy story 4. Il film Disney ha ottenuto la statuetta, scalzando candidati che sicuramente meritavano molto di più, “Klaus” in primis. Certamente non un cattivo prodotto quello premiato, ma neanche qualcosa di nuovo e ben fatto da meritare questo riconoscimento che dimostra, ancora una volta, la “devozione” dell’Academy nei confronti di film Disney o Pixar. Il film, targato Netflix, “Klaus – I segreti del Natale”, dopo aver ottenuto tantissimi premi in occasione delle cerimonie precedenti, sembrava ad un passo dall’afferrare (meritatamente) quello più ambito, ma ha dovuto, purtroppo, piegarsi. Per fortuna ha comunque trovato l’approvazione di tutto il pubblico che lo ha apprezzato decisamente di più.
La serata è, poi, proseguita con il premio per il miglior cortometraggio d’animazione a Hair Love e quelli alle sceneggiature. E la prima sorpresa della serata arriva proprio con la miglior sceneggiatura originale che va al sud coreano Parasite. Il film di Bong Joon-ho, indubbiamente uno dei migliori della stagione, se non addirittura il migliore, ha ricevuto, più che meritatamente, un premio ambitissimo che moltissimi pensavano sarebbe andato al maestro delle sceneggiature Quentin Tarantino. La miglior sceneggiatura non originale, invece, è andata, quasi come da previsioni, al gioiellino di Taika Waititi, Jojo rabbit. Il film, davvero piacevole, avrebbe sicuramente potuto ottenere di più, ma con i mostri sacri con i quali si è ritrovato a competere purtroppo non poteva chiedere di più.

Altri premi sono stati il miglior cortometraggio, andato a The neighbors’ window, i migliori costumi a Piccole donne, come da copione, con degli abiti decisamente meritevoli di ottenere tale riconoscimento, miglior scenografia a C’era una volta…a Hollywood che ha permesso al pubblico di catapultarsi letteralmente in un’altra epoca, con un’estrema attenzione ai dettagli, miglior documentario a Made in USA – Una fabbrica in Ohio, della casa di produzione fondata dai coniugi Obama e miglior cortometraggio documentario a Learning to Skateboard in a Warzone (if you’re a girl).
Con alcuni intervalli per dare modo e spazio alle canzoni originali candidate di esibirsi, si è arrivati, poi, alla proclamazione della miglior attrice non protagonista, il cui premio è andato alla bravissima Laura Dern, per il suo ruolo in “Storia di un matrimonio”. Un po’ di dispiacere per il mancato riconoscimento a Scarlett Johansson per “Jojo rabbit”, ma la Dern, con l’interpretazione nel film di Baumbach, si è assicurata la statuetta dal primo istante.
Tornando ai premi più tecnici, tra sorprese e delusioni, sono stati assegnati quello per il miglior sonoro a 1917, quello di miglior montaggio sonoro Le Mans ’66 – Ford vs Ferrari, così come quello per miglior montaggio. Se, per i primi due premi, relativi al suono, si può affermare che probabilmente l’Academy è arrivata ad una sorta di compromesso, cercando di premiare, in maniera giusta ed equa, entrambi i film che, del suono fanno grande uso, stessa cosa non si può dire per il premio al miglior montaggio. Anche lo scorso anno questo premio, che dovrebbe essere uno dei più importanti a livello tecnico, o comunque uno di quelli più meritevoli di attenzioni, era stato assegnato ad un film dove il montaggio non era così efficace e ben sfruttato. Anche nel 2020 si è ripetuta la stessa cosa. “Le Mans ’66 – Ford vs Ferrari” è sicuramente un film piacevole, ma nel quale è esclusivamente la componente sonora quella che merita. Avendo tra i candidati film come “Parasite”, “The Irishman”, ma anche lo stesso “Jojo rabbit”, è praticamente inammissibile e inconcepibile assegnare questo premio ad un film del genere. Peccato.
La miglior fotografia è, poi, andata più che meritatamente a Roger Deakins per 1917, sottolineando, in questo modo, forse uno degli aspetti centrali del film, ma lo stesso lungometraggio si è aggiudicato anche il premio per i migliori effetti speciali, riuscendo a sconfiggere candidati Disney che, degli effetti speciali, hanno fatto il loro punto di forza. Proseguendo il premio per miglior trucco e acconciatura è andato a Bombshell, mentre uno dei premi più prevedibili dell’intera kermesse, cioè quello di miglior film internazionale è andato a Parasite che ha letteralmente sbaragliato la concorrenza.
Spazio, poi, alla musica con i premi ad essa relativa e, nello specifico, miglior colonna sonora andato a Joker (importante ricordare che è la terza donna nella storia della kermesse ad aggiudicarsi questo premio), meritatissimo e senza rivali, tanto da essere già diventata riconoscibilissima e iconica (basti pensare all’entrata di Fiorello al festival di Sanremo, tanto per dirne una) e quello di miglior canzone originale andato a (I’m gonna) love me again di Elton John e Bernie Taupin per “Rocketman”, film musicale, forse un po’ troppo snobbato dall’Academy, ma che riporta a casa un premio importante proprio per il ruolo di primo piano della canzone (e della musica in generale).
Gli ultimi quattro premi sono quelli per gli attori protagonisti, quello per la regia e quello più ambito di miglior film.
Il miglior attore protagonista, come previsto, è risultato, a ragione, Joaquin Phoenix per la sua magistrale interpretazione in “Joker”, film che poggia interamente sulla sua performance, degna di rimanere nella storia del cinema. Commuovente il discorso e soprattutto il riferimento al fratello River, andatosene in giovane età, proprio tra le braccia di Phoenix. Una curiosità interessante a proposito di questo premio strameritato (nonostante la grandissima bravura anche di tutti gli altri candidati, uno su tutti Adam Driver che, come unico errore, ha quello di aver scelto male i tempi perché senza Phoenix a contrastarlo avrebbe vinto a mani basse) è il fatto che il personaggio di Joker è il secondo, nella storia, a ricevere due statuette in due film diversi venendo interpretato da due attori diversi: prima Heath Ledger (oscar postumo) e adesso Joaquin Phoenix. L’altro è stato Don Vito Corleone che ha permesso l’ottenimento del premio oscar prima a Marlon Brando e poi a Robert De Niro.
Il premio come miglior attrice protagonista è andato a Renée Zellweger per la sua Judy Garland nel film “Judy”. Riconoscimento doveroso, meritato e, secondo le previsioni, abbastanza scontato, nonostante la candidata subito dietro a lei (Scarlett Johansson) potesse meritarlo quanto lei (se non, addirittura, per certi versi, anche di più). L’interpretazione della Zellweger è stata bella e intensa anche perché lei ha messo tutta se stessa non solo nella recitazione, ma anche e soprattutto nel canto, davvero sublime.
Al termine della kermesse gli ultimi due premi che sono stati anche i più sconvolgenti. Il primo è stato quello per la miglior regia andato a Bong Joon-ho, visibilmente emozionato e positivamente sconvolto tanto da dire, nel discorso di ringraziamento, che pensava di poter andare a casa dopo il premio come miglior film internazionale. Da menzione speciale i ringraziamenti veri e sinceri agli altri quattro registi che non hanno ottenuto la statuetta: il ringraziamento a Tarantino per il fatto di andare oltre i film americani, il desiderio di voler dividere il premio in più parti per consegnarlo a tutti, soprattutto a Mendes e Philipps e la meravigliosa e doverosa standing ovation al maestro Martin Scorsese (protagonista, durante la serata, di un breve “dormiveglia”), il grande dimenticato della serata che, con ben 10 candidature, non è riuscito purtroppo a riportare a casa nemmeno una statuetta. Una regia perfetta e impeccabile, senza dubbio, quella del sud coreano, ma forse, anche per par condicio, avrei puntato su Sam Mendes che, con il suo “1917” ha dato prova di essere davvero molto abile.
Ultimo, e più agognato, premio è stato quello di miglior film andato, a sorpresa, di nuovo a Parasite. Per la prima volta, in 92 anni, il premio di miglior film va ad una pellicola non in lingua inglese. Si tratta di un traguardo davvero storico quello raggiunto dal film capolavoro del sud coreano e di un premio davvero meritato, ma, al contempo, anche inaspettato. Proprio perché aveva già ottenuto il premio come miglior film internazionale, nessuno si sarebbe mai immaginato che potesse letteralmente “sbancare” ottenendo le quattro statuette più importanti in assoluto. Tanto di cappello a Bong Joon-ho e a tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione di un film che è già un pilastro della storia del cinema.
E adesso tutti a bere insieme a Bong Joon-ho e a tutta la troupe di Parasite!
Veronica Ranocchi

lunedì, febbraio 10, 2020

INVISIBILI: BREADCRUMB TRAIL



Breadcrumb trail
di, Lance Bangs
documentario
USA 2014
durata, 93’



Just keep in mind for the next few days 
that we're in Louisville, Kentucky. 
Not London. 
Not even New York.
This is a weird place
- Hunter S. Thompson -



La meteora è un fenomeno che di per sé evoca l’effimero: attraversa il cielo, si infrange, sparisce. Eppure, sarebbe opportuno soffermarsi a volte più sulle conseguenze delle sue traiettorie che sullo splendore delle sue apparizioni. Tale semplice analogia torna utile al momento di cercare di inquadrare il percorso artistico ma più ancora le ramificazioni e le imprevedibili ripercussioni, nel caso, di un gruppo più o meno rock (visto che, volendo, a esso si potrebbero attribuire quattro o cinque etichette, tanto l’approccio al regno delle note è obliquo, vario e includente), tipo quello degli Slint, attivo per una manciata scarsa di anni a cavallo dei ’90 dell’altro secolo e la cui vicenda singolare - per capacità di anticipazione, precocità di intuizione e risonanza capillare all’interno del tessuto musicale a venire, a maggior gloria delle rivoluzioni più difficili da far inverare, quelle tanto poco appariscenti quanto davvero durature - è stata ricostruita attraverso un documento centrato su un album di straordinaria audacia inventiva e ancor oggi ineguagliata malìa a nome “Spiderland” (1991, per la Touch and Go, con la supervisione di Brian Paulson, l’estensione di sei pezzi e una quarantina di minuti di ascolto), pietra angolare dissonante e nervosa, algidamente austera nella sua struttura composta per lo più di calibratissimi fraseggi sospesi e distorsioni improvvise, dilatati racconti cantati/recitati/salmodiati entro un’atmosfera incerta tra aspettazione e resa, meditazione sofferta e coscienza di una fine sempre imminente, controtempi sistematici e fratture armoniche, quanto matrice inquieta senza attrito sovrapponibile alle insicurezze, alle angosce e ai tormenti secreti dalla quotidianità contemporanea oramai, per molti versi, incomprensibile (oltreché avviluppata in una sorta di morte sgargiante), in specie per le giovani generazioni, in particolare quelle americane, di norma in prima fila quando si tratta di verificare sulla pelle lo stato delle sorti e progressive della sedicente modernità.


In consona aderenza al titolo del film - e all’omonima traccia, tra le meraviglie sonore degli ultimi decenni - Bangs, autore di decine di video (Sonic Youth, Guide by Voices, The Shins, Arcade Fire, Yeah Yeah Yeahs, Kim Deal, et.), regista, montatore e direttore della fotografia di altrettanti lavori non solo in campo musicale, organizza il ritratto della band di Louisville (Ky) assemblando ai materiali offerti in molti casi dai componenti della formazione - filmati amatoriali, riprese scolastiche, contributi di amici e conoscenti - le loro testimonianze, accompagnandole e sovrapponendole a quelle di coloro che per via diretta o traversa hanno vissuto la trasformazione sotterranea messa in moto dall’apparizione di un sestetto di brani tanto inusuali quanto seducenti. Incontriamo, così, gli aneddoti, le osservazioni di produttori come Steve Albini e quelli dello stesso Paulson; i ricordi personali e le impressioni di musicisti del calibro Ian MacKaye (Minor Threat, Fugazi, Embrace, The Evens), Jon Cook e Jason Noble (Rodan), Matt Sweeney (Chavez, Superwolf). Più ancora, però, sbirciamo da vicino l’understatement, la calma distanza e la quasi svagata normalità dei protagonisti - Britt Walford/batteria; Brian McMahan/chitarra e voce; David Pajo/chitarra; Todd Brashear/basso - post-adolescenti (perché sì, è di quasi ragazzini che stiamo parlando, ragazzini che, come arriva a sottolineare anche la vecchia volpe Albini, “erano già molto consapevoli del suono che intendevano estrarre dai loro strumenti”) al limite del dimesso ma di intelligenza pronta e depositari di quel briciolo di follia al tempo ingenua e radicale in grado di proiettarli in una dimensione di continua e tenace scoperta sin dalla più tenera età. Tenendo ad esempio presente che Brian e Britt si conoscono sulla soglia dei rispettivi dodici anni, le immagini che li ritraggono di lì a breve nel seminterrato del secondo - il leggendario basement caro a tanto immaginario rock - messo a disposizione dai cordiali e comprensivi genitori (degne di una sit-com sull’american way of life i loro siparietti), assumono addirittura sfumature inquietanti se paragonate alle partiture astratte e fuori dal tempo con cui vediamo i quattro esercitarsi, passando dagli strappi già anomali articolati nel disco di esordio - “Tweez” (1989) - alle armonie dissociate e alla musica discreta di “Spiderland”.

Ulteriore e luminosa filiazione della galassia prima di un altro gruppo decisivo del tempo, gli Squirrel Bait (di cui sia Britt che Brian hanno fatto parte) e le cui propaggini e rimescolamenti di assetto non si contano, gli Slint legano saldamente la propria sorte e parte del clima che caratterizza le loro composizioni alla città di Louisville, ai suoi sobborghi ordinati e silenziosi, come spesso accade uniti/divisi dal censo e dall’appartenenza sociale; alle sue statali sovente da Bangs colte durante pomeriggi e sere piovose, con i semafori piazzati in alto e al centro di crocevia poco o punto battuti, mentre la gioventù (ancora non ostaggio di Internet) si riunisce in piccoli locali o in ambienti sottratti al degrado per sperimentazioni che vanno dall’arte povera alla fotografia, all’improvvisazione scenica e, ovviamente, alla musica contribuendo, per rimanere all’universo dei suoni, a sollevare il capoluogo storico kentuckiano a rango di uno dei luoghi più creativi d’America. In altre parole, la sostanza perplessa ma febbrile di contorte progressioni intrise di quella inconfondibile peculiarità per cui esse hanno l’aria di svilupparsi mano mano che si manifestano, ha attinto e si è impregnata dei silenzi tutt’altro che pacificati conseguenza di inverni in cui la luce cede presto al buio; della presenza insidiosa di edifici abbandonati dalle stravaganze miglioriste dello sviluppo; della disperazione sottile che sembra filtrare dalla muta natura residuale radicata a ridosso dei perimetri abitati: suggestioni e rimandi che Bangs alterna ai ritmi circolari e in apparenza senza approdo; agli schemi chitarristici ansiosi, catatonici o sghembi, sebbene invariabilmente geometrici, in un gioco allusivo che tenta di afferrare il fascino stranito ma come indifeso di aggregati sonori riottosi alla classificazione, quindi all’interpretazione consolatoria, di contro in perenne oscillazione - ecco l’attualità di un simile lascito - sul filo che unisce la schizofrenia remissiva dell’attualità al disagio frustrante di non saperla più distinguere dai gesti comuni, a vantaggio di un incantesimo allo stesso tempo malvagio e stupido, nucleo inscalfibile di tutte le doglianze delle società affluenti e tristi. Coerentemente, risulta quasi ovvio che la saturazione partorita da asserzioni come quelle espresse in “Spiderland” innescasse a stretto giro un fenomeno di quieta entropia all’interno degli equilibri artistici ed emotivi di una band così sui generis, al punto da decretarne la precoce implosione e, al contempo, una quasi immediata e nuova parcellizzazione di stimoli e competenze via via riaggregatesi - secondo un’inerzia, a ben vedere, persino irridente - attorno alla provvisorietà di questa nostra miserabile e crudele transizione, in notevoli rilanci - Brian con The for carnation e King Kong - ampliamenti di prospettive - David con i Tortoise, gli Zwan e gli stessi The for carnation; Todd con i Palace Brothers - curiosi detour - Britt con The Breeders, prima e in parentesi blues, dopo - a dimostrazione che la meteora Slint non è passata invano e che impronte del suo passaggio esistono eccome. Basta cercarle. Kids are still alright.
TFK

domenica, febbraio 09, 2020

HONEY BOY

Honey Boy
di Alma Har'el
con Shia LaBeouf, Luca Hedges, Laura San Giacomo,  Noah Jupe, FKA Twigs
USA, 2020
genere, drammatico
durata, 94'



Il cinema come terapia

Il cinema come terapia. Così è quello di Shia LaBeouf in Honey Boy di Alma Har’el, in cui l’attore di Transformer e di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo mette nero su bianco i trascorsi di un’infanzia segnata dalla precocità del talento artistico e dal drammatico rapporto con la figura paterna. Avendo come unica variante quella di essere trasposta con nomi fittizi dietro ai quali però non si fatica a riconoscere i personaggi reali, la sceneggiatura di Honey Boy – firmata da LaBeouf – non fa nulla per nascondere le origini della sua scrittura, frutto dell’esercizio terapeutico collegato alla necessità dell’attore di dare forma all’indicibile sperimentato fin dalla giovane età.

Doppio sogno

Soddisfatta la necessità di stabilire una minima distanza tra sé e i propri fantasmi, LaBeouf si pone nella condizione, come sceneggiatore e interprete, di mettere il dito nella piaga, mostrando senza reticenza, né omissioni di colpe, la dolorosa esistenza dei due protagonisti: del figlio, bisognoso di un affetto che il genitore non gli può dare, del padre, alle prese con i postumi di un passato di abusi e tossicodipendenza e per questo incapace di un amore che si possa considerare tale. Ma Honey Boy si spinge ancora più avanti nella sua funzione catartica facendo interpretare il carnefice (James Lort, il padre del bambino) dalla propria vittima (LaBeouf) in un cortocircuito tra arte e vita che riguarda sia Leboeuf, pronto a completare l’ultima fase del suo percorso curativo mettendosi – letteralmente – nei panni del proprio genitore, così da comprenderne le ragioni ultime del comportamento; sia lo spettatore, posto davanti alla visione di un duplice sguardo: quello soggettivo e interno al film esercitato dello stesso LaBAdler Entertainmenteouf, coinvolto in prima persona nelle emozioni raccontate e, quindi, pronto a esporsi in maniera più viscerale che calcolata e, l’altro, della regista, oggettivo ed esterno alla vicenda, e per questo chiamato a parteciparvi raffreddandone la tensione dall’alto della con la sua posizione super partes.

Infanzie rubate

In effetti, una delle qualità che colpisce in Honey Boy risiede nel paradosso con cui la Har’el mette in scena la storia riuscendo a raccontare con (raro) equilibrio formale una vicenda che fa dello scompenso emotivo e dell’eccesso comportamentale il “virus” di cui sono infetti narrazione e personaggi. Meno lirico e più concreto di Quando eravamo fratelli, altro lungometraggio dedicato al tema dell’infanzia rubata, simile per intenti, progettualità e disperazione a Niente per Bocca di Gary Oldman, il film della Har’el è pervaso da una sincerità così struggente da risultare a tratti insopportabile. Premio speciale della giuria allo scorso Sundance Film Festival.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)

sabato, febbraio 08, 2020

ODIO L'ESTATE

Odio l’estate
di Massimo Venier
con Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti
Italia, 2019
genere: commedia
durata, 110’


Il trio torna al cinema. Aldo Giovanni e Giacomo sono di nuovo sul grande schermo e il loro ritorno è davvero più che piacevole. La regia di Massimo Venier regala un film riuscito fin dai primi minuti, con continue citazioni e riferimenti ai precedenti successi del trio e ai momenti più iconici di sempre.
La storia inizia con un Aldo Baglio narratore che ci introduce al suo personaggio, alla sua famiglia e alla partenza per le vacanze con i tre figli e il cane. Conosciamo, poi, da vicino anche Giovanni e Giacomo in occasione dell’arrivo dell’estate. Il primo, proprietario di un negozio di calzature, è in partenza con la moglie e la figlia appena maggiorenne; il secondo, invece, è un dentista stakanovista che sta cercando di rilassarsi in villeggiatura insieme alla moglie e al figlio di lei. I tre protagonisti si incontrano perché, per un evidente errore, si ritrovano ad essere gli affittuari della stessa abitazione per trascorrere le vacanze. E, a seguito di una serie di divertenti gag, decidono, a causa di forze maggiori, di provare una strana convivenza. Tre modi di vivere e tre famiglie completamente diverse in tutto, ma che si ritroveranno a passare l’estate insieme, nel bene e nel male.
Il ritorno sul grande schermo del trio comico è un ritorno in grande stile perché sono tutti consapevoli di ciò che sono ormai diventati e, nonostante provino ad osare, cercano di rimanere con i piedi per terra, attaccati alla realtà e al loro passato. La scelta di mantenere i propri nomi reali è sicuramente un elemento importante da questo punto di vista. C’è, però, anche una grande volontà di mettersi continuamente in gioco e di inserire, all’interno di questo gioco, anche ciò che li circonda oggi, nella loro vita. La famiglia è l’altro punto forte del film. Tutto il cast risulta all’altezza dei tre protagonisti e riesce a reggere bene la scena. Alcuni sono forse un po’ stereotipati, ma comunque funzionali alla narrazione che riesce proprio per questo e per i divertenti ed esilaranti sketch che si vengono a creare.
Interessante è, inoltre, la svolta “drammatica” che i tre decidono di dare alla storia e che conferisce autenticità agli eventi e ai personaggi stessi che, in questo modo, non rimangono intrappolati all’interno di loro stessi.
Menzione speciale ai continui riferimenti ai grandi momenti che hanno caratterizzato il trio nel corso degli anni: dal “finisco la peperonata e scendo” con il quale si apre questo nuovo film al mitico calcetto sulla spiaggia. Non un’autocelebrazione quanto piuttosto una sorta di riflessione sul passato, sul presente e anche sul futuro.
Insomma il trio è tornato.
Veronica Ranocchi

JUDY



Judy
di Rupert Goold
con Renée Zellweger, Jessie Buckley, Finn Wittrock
Regno Unito, 2019
genere, drammatico, biografico, musicale
durata, 118’




L’ultimo film di Rupert Goold, “Judy”, tenta di raccontare al pubblico la vita della stella hollywoodiana Judy Garland, ma non riesce a convincere completamente.
Il regista ripercorre praticamente solo gli ultimi mesi di vita della diva, completamente assorbita e risucchiata dallo star system, mostrando saltuariamente anche alcuni flashback della sua adolescenza sul set del grande successo cinematografico “Il mago di Oz”. Per le riprese di questo film Judy è sottoposta ad un trattamento molto particolare e soprattutto molto rigido che non le permette mai di fare ciò che desidera. Tutto questo porterà inevitabilmente la diva a subire continue pressioni e a risentire di questo “stile di vita” anche in età adulta.
Assistiamo, quindi, fin da subito al declino dell’artista, costretta a vivere spostandosi da un posto all’altro senza una casa e dovendosi occupare anche dei due figli piccoli avuti dal terzo marito, dal quale si è separata ormai da tempo.
Convintasi a partire per Londra, Judy lascia i figli al padre, che potrà permettere loro anche un’istruzione adeguata, e si dirige nella capitale inglese, dove viene accolta con grande entusiasmo da tutti. Qui dimostrerà di essere una vera e propria star dando, per l’ennesima volta, prova della sua bravura sul palcoscenico. Peccato che non tutto andrà come previsto e, a causa dei suoi continui problemi, non riuscirà a raggiungere l’obiettivo che si era prefissata in partenza.
Un’eccellente Renée Zellweger, in buonissima forma, riesce a interpretare il non semplice personaggio di Judy Garland in maniera praticamente perfetta. Grazie all’attrice, che funge da vero perno del lungometraggio, il pubblico riesce a gustarsi un’opera più che sufficiente. Peccato che, al di là di questa interpretazione (per la quale la Zellweger si è già aggiudicata i premi della stagione puntando all’ambito Oscar), non resti molto altro. La pellicola, anzi, è debole e sembra non riuscire mai a decollare seriamente.
Ben evidente la crisi e le problematiche interne allo stesso personaggio, rese molto bene dallo sguardo e dalla recitazione. Grande aiuto anche dal reparto trucco che è riuscito a far rivivere quasi del tutto l’atmosfera dell’epoca mostrando quella che era, ma che continua ancora oggi ad essere, un’incredibile diva.
Il continuo altalenare tra passato e presente, invece che aiutare, fornendo informazioni in più per cercare di capire meglio alcune decisioni e alcuni comportamenti, appare come uno stacco troppo forte che interrompe la linearità della storia e crea quasi scompiglio. Nonostante l’incredibile somiglianza, la bravura e l’empatia che si crea con la giovanissima Judy, costretta a vivere una vita per lei troppo stretta e rigida, i rimandi al passato non sono d’aiuto, ma anzi rappresentano un ostacolo da superare per tornare con i piedi per terra.
Insomma un’interpretazione che probabilmente non verrà dimenticata, ma un film che, nel complesso, si limita solo ed esclusivamente a questo.
Veronica Ranocchi

domenica, febbraio 02, 2020

IL DIRITTO DI OPPORSI

Il diritto di opporsi
di  Destin Daniel Cretton
con Michael B. Jordan, Brie Larson e Jamie Foxx
USA, 2020
genere, drammatico
durata. 137’


Un caso esemplare

Il diritto di opporsi di Destin Daniel Cretton presentava la caratteristica non comune di annoverare una matrice culturale e artistica condivisa da una parte importante del cast. Destin Daniel Cretton, sceneggiatore e regista del film, così come due degli interpreti, rispettivamente Michael B. Jordan, qui nei panni di Bryan Stevenson, avvocato che si batte per evitare la condanna a morte a un uomo (Jamie Foxx) accusato di un delitto mai commesso, e Brie Larson, scelta per il ruolo dell’attivista che lo aiuta nell’impresa, si sono messi in luce con due lungometraggi in qualche modo anticipatori della compassione umana e dell’attenzione al sociale presenti nell’approccio con cui si rivolge ai personaggi: Cretton e Larson lavorando insieme in Short Terms 12 in cui ”Mrs Marvel” figurava nelle vesti di un’indomita assistente sociale in un istituto di giovani svantaggiati, mentre Jordan non gli era da meno (in termini di empatia) commuovendo il Sundance Festival 2013 con un’opera, Prossima fermata: Fruitvale Station che rievocava l’uccisione di un ragazzo afroamericano da parte della polizia di Oakland.


Tornando a casa


Tutto questo per dire come Il diritto di opporsi rappresenti per le parti in causa una specie di ritorno a casa, non solo perché la sua storia (vera) si erge a parametro dell’iniquità della legge nei confronti di coloro che non hanno i mezzi per difendersi (come capita a Walter McMillan/Jamie Foxx al momento dell’arresto), ma sopratutto per fare dei protagonisti gli elementi del circuito virtuoso (e molto liberal) chiamato a sparigliare le magagne del sistema, qui rappresentato dal presupposto razzista e discriminatorio delle istituzioni dell’Alabama, stato americano in cui si svolgono i fatti. Succede però che mentre nei film sopracitati l’accorata genuinità delle interpretazioni andava di pari passo con l’asciutta verosimiglianza della messinscena ne Il diritto di opporsi non succede altrettanto.

Lavori in corso

La mancanza di artificio della performance attoriale in cui Jordan, Larson e Foxx si spogliano di ogni glamour per apparire  “senza trucco” davanti alla macchina da presa è accompagnata da una regia pronta ad assecondare la retorica di una sceneggiatura preoccupata di costruire il “caso esemplare”, quello in cui le disparità di giudizio e le differenze tra buoni e cattivi vengono ribadite ad ogni cambio di scena. Passato al mainstream dopo lunga militanza indie, Cretton sembra aver acquisito una visione del mondo priva di quei dubbi che di solito fanno da viatico alla messa in discussione del reale. Inoltre, prendendo in esame gli ultimi due lavori dell’autore hawaiano, Il castello di Vetro (con la Larson ancora una volta protagonista) e, appunto, Il diritto di opporsi, emerge in maniera netta la costante di una partitura drammaturgia altrettanto squilibrata: tanto fredda quella del primo film, troppo calda quella del secondo. Insomma, per Cretton i lavori sono ancora in corso.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)