sabato, aprile 29, 2023

IL SOL DELL'AVVENIRE

Il sol dell’avvenire

di Nanni Moretti

con Nanni Moretti, Margherita Buy, Silvio Orlando

Italia, 2023

genere: commedia, drammatico

durata: 95’

Il ritorno di Nanni Moretti. Poteva essere tranquillamente il sottotitolo di questo intenso, potente e anche divertente film. E invece Moretti ha optato per un avvenire che per essere spiegato deve prima essere avvenuto. Ed ecco la ricerca di un passato che, come ovvio che sia, è passato e non ritornerà più com’era. Può solo tornare nel ricordo, toccante o divertente che sia, in forma di omaggio o di celebrazione, ma non si può più modificare.

Nella sua fatica più recente Nanni Moretti è Giovanni, un regista alle prese con un film che vede protagonisti due personaggi (interpretati da Silvio Orlando e Barbora Bobulova) di una sezione locale del Partito Comunista Italiano impegnati a far fronte alle reazioni a seguito della rivoluzione ungherese del 1956. La storia dei due compagni si intreccia continuamente con la vita di tutti i giorni, nel 2023, di Giovanni e di sua moglie, anche lei inserita nel mondo dello spettacolo come il marito che però non riesce più a tollerare. Tra omaggi e citazioni, più o meno evidenti, Moretti prova a raccontare due (o più) storie… alla Moretti.

Quello che vuole provare, nel senso di sperimentare e dimostrare, il regista è il riuscire a uscire dagli schemi pur rimanendone, in qualche modo ancorato.

Non a caso Giovanni capisce determinate cose solo nel momento in cui gli equilibri si spezzano. E proprio da questo nasce il senso, anche di inadeguatezza, de “Il sol dell’avvenire”. Certe prese di posizione, certi schemi rigidi impartiti e forzati non fanno che mettere a dura prova Giovanni (e Nanni con lui) che si ritrova come ingabbiato in un mondo che quasi non gli appartiene più. Se da una parte c’è il regista che dice “è così perché io sono il regista, il film è mio e si fa come dico io”, dall’altra parte c’è l’altro, quello più libero, ma solo sotto certi aspetti, che può decidere, per esempio, di diffondere il proprio film a più di 190 paesi, come quelli ai quali sono destinati i prodotti Netflix.

Quindi è vero che nel primo caso si è in qualche modo incatenati, non solo a dei principi e a delle rigide regole, ma anche e soprattutto alla storia e al passato che, come detto, non si può cambiare. Ma, allo stesso tempo, si è anche più liberi perché si può ricorrere all’immaginazione e alla forza che essa porta con sé.

Nonostante ciò c’è comunque un importante e centrale filo conduttore: la musica. Una musica che non è mai messa a caso e che al pubblico meno attento può sembrare semplicemente una pausa tra una scena e un’altra. In realtà è il filo conduttore dell’intero film, quello che lega dei personaggi così apparentemente distanti tra loro e che infonde loro il coraggio e la forza necessaria per perseguire i propri scopi e i propri obiettivi. Non è solamente il ritornello di canzoni celebri che ben conosciamo e che ci fanno sorridere quando e se cantate da Moretti con un’intonazione che sembra essere anni luce lontana da quella dell’interprete effettivo della canzone. La musica è piuttosto una sorta di “medicina”; è ciò che Moretti usa per salvarsi. Lui ricorre alla musica nel momento in cui comincia a sentirsi oppresso da ciò che lo circonda, siano le problematiche sul set, i diverbi familiari o l’incapacità di portare avanti la propria storia. La musica è quella terapia alla quale lui ricorre e si aggrappa come un disperato.

Sicuramente, però, “Il sol dell’avvenire” è l’essenza stessa di Moretti che si concede (a sé stesso e al pubblico) di essere ancora una volta Moretti. Si cita e si prende in giro, si omaggia e si preoccupa di trovare un punto alle sue storie e al suo cinema. E forse lo trova davvero. In attesa di capire cosa troveranno gli spettatori di Cannes.


Veronica Ranocchi

martedì, aprile 25, 2023

L'ESORCISTA DEL PAPA

L’esorcista del papa

di Julius Avery

con Russel Crowe, Daniel Zovatto, Alex Essoe

USA, 2023

genere: horror, thriller, biografico

durata: 103’

Russel Crowe fa ritorno nella sua amata Roma. Stavolta, però, non lo fa, seppur sempre “accompagnato” dalla calda e potente voce di Luca Ward, all’interno dell’imponente Colosseo combattendo materialmente contro chiunque per far valere la propria forza bruta. Torna in una veste completamente nuova: quella di padre Gabriele Amorth, esorcista della diocesi di Roma.

Il film, diretto da Julius Avery, è un horror (a tinte, però, talmente assurde in alcuni frangenti da arrivare a toccare quasi il comico) ambientato alla fine degli anni ’80. Padre Amorth è inviato in Spagna per cercare di sconfiggere il male che si è impossessato di un ragazzino temporaneamente trasferitosi, insieme alla madre e alla sorella, in una chiesa che deve essere ristrutturata. A seguito della scomparsa del padre del giovane, la famiglia ha deciso di intraprendere i lavori di ristrutturazione e rifacimento dell’edificio in modo da metterla, poi, in vendita e cederla al miglior offerente. Tutto questo se non fosse che quello è uno dei cosiddetti luoghi dimenticati da Dio.

Ed ecco che inizia il viaggio, prima fisico e poi spirituale, di padre Amorth che, su indicazioni del Santo Padre, si reca in Spagna (inspiegabilmente a bordo della sua vespa) per tentare di scacciare il demonio. Per farlo, oltre a cercare di capire il nome del male che si è impossessato del ragazzino, avrà bisogno di tutta la concentrazione, di tutta la forza e di tutto l’aiuto possibile.

Quello che sulla carta dovrebbe essere un horror a tutti gli effetti e che, per la realizzazione, si è avvalso degli autentici libri di Padre Amorth, alla fine è in realtà qualcosa di diverso, qualcosa che va oltre. E questo, in gran parte, grazie a un Russel Crowe in splendida forma che plasma completamente il personaggio facendolo suo.

Innanzitutto c’è da considerare il fatto che venga scelto un vero esorcista come protagonista del film che, da una parte, tende a dare credibilità alla storia che viene mostrata sullo schermo. Un fattore, però, che, al tempo stesso, avrebbe anche potuto scatenare problematiche proprio sulla base della veridicità. Invece il mescolamento di un fattore reale, come la presenza di padre Amorth, con tutto quello che vediamo e il modo in cui la pratica dell’esorcismo avviene (arrivando a unire sogno e realtà) è il punto di forza di un film che riesce, nonostante tutto, a dire qualcosa di diverso rispetto agli altri “simili”.

Quello di Crowe è un padre Amorth che va contro le regole, contro tutto e tutti. E lo si vede chiaramente dalla scena iniziale, in grado di catturare e assorbire completamente l’attenzione dello spettatore che, solo in un secondo momento, capisce di essere di fronte solo a un’introduzione della storia e del personaggio. Ma anche dopo, tutti i modi di fare dell’esorcista, dalle affermazioni al modo di comportarsi, lo etichettano come un “diverso”, ma, da un certo punto di vista, inteso come sovversivo. L’unico davvero in grado di rovesciare tutto e avere sempre la meglio, anche quando tutto sembra destinato a finire in un certo modo, anche quando il destino sembra già scritto e tutti sembrano ormai spacciati. Ed è una potenza che deriva non solo dal personaggio (in questo caso reale), ma dall’interpretazione, a tratti quasi buffonesca e pittoresca, di Russel Crowe che riesce a gestire al meglio i momenti di massimo climax emotivo con dialoghi più frivoli e divertenti (una su tutti l’iconica battuta sulla Francia campione del mondo di calcio).

Un padre Amorth forse non così diverso, per spirito e forza di volontà, da quello che è effettivamente stato. Ma un padre Amorth in grado di catturare, oltre al male, anche l’attenzione dello spettatore, anche di quello più scettico o più facilmente impressionabile.

Ma sarà davvero l’ultimo esorcismo del padre Amorth di Russel Crowe?


Veronica Ranocchi

lunedì, aprile 24, 2023

AIR - LA STORIA DEL GRANDE SALTO

AIR- La storia del grande salto

di Ben Affleck

con Matt Damon, Ben Affleck, Jason Bateman

USA, 2023

genere: biografico, drammatico

durata: 112’

Un convincente Ben Affleck arriva al cuore del pubblico prestandosi quasi interamente al suo film “AIR – La storia del grande salto”, nel quale è regista e attore.

Come il sottotitolo italiano spiega molto bene, il film non è altro che la storia della genesi, intesa sia come idea che come creazione materiale, delle celebri scarpe AIR Jordan.

Il film inizia nella metà degli anni ’80, periodo in cui in America il basket vive i suoi anni d’oro come ascesa di quello che sarà, poi, a tutti gli effetti, un vero e proprio fenomeno di massa. Accanto allo sport nazionale per eccellenza, però, è onnipresente la “sfida” a suon di nuove creazioni, ma soprattutto di grandi talenti che prestano il proprio volto per le campagne pubblicitarie, tra tre grandi marchi: Adidas, Converse e Nike. Ed è su quest’ultimo che si concentra il film di Ben Affleck e, in particolare, su un attento e caparbio lavoratore: il manager Sonny Vaccaro interpretato da Matt Damon. Alla ricerca di nuovi talenti a cui proporre un contratto di sponsorizzazione per rilanciare il marchio che, all’epoca, stava risentendo molto del “contrasto” con Adidas e Converse, Vaccaro, in quanto grande appassionato ed esperto di basket, è il primo a notare il talento dell’allora semisconosciuto Michael Jordan, riconoscendone le qualità e la stoffa per diventare un ottimo campione.

Disposto a tutto, Sonny Vaccaro decide di investire tutto il budget messo a disposizione dalla dirigenza per chiudere un contratto con la stella emergente. E la sua determinazione lo porta a prendere contatti direttamente con la madre, che teneva le redini della famiglia e del destino del figlio, facendo breccia nella mente e nel cuore di un giovanissimo attratto, fino a quel momento, dagli altri due celebri marchi.

Un’impresa titanica quella di Vaccaro, ma che ha permesso fin da subito, e con gli anni ancora di più, non solo di blindare uno degli sportivi più forti e amati di sempre, ma anche di diventare uno dei nomi di riferimento nel campo del basket (e non solo).

Con il film di Ben Affleck riusciamo proprio a vivere, insieme a Vaccaro, queste sensazioni e questa ansia continua che porta a chiedersi se Michael Jordan accetterà davvero la proposta.

La costruzione che il regista sceglie per mostrare una storia, per certi versi, “tipicamente” americana, è il mezzo che permette, nonostante la semplicità, di far apprezzare davvero “Air” al pubblico.

Da un Matt Damon che, pur rimanendo fedele a se stesso e ai suoi ruoli, riesce a tirar fuori il coniglio dal cilindro trasformandosi completamente in Sonny Vaccaro e regalando anche scene memorabili, come la divertente telefonata con il manager di Jordan o l’iconica scena finale.

A fare da “spalla”, come in un perfetto duo comico, c’è un Ben Affleck in splendida forma che, non solo confeziona un riuscito film, non scontato considerando la storia che tratta, ma fa presente la sua capacità comica che, seppur labile, è in grado di alleggerire notevolmente il lungometraggio e intervallare i momenti di massima tensione con dei sorrisi.

Efficace anche il modo in cui è sviluppata l’intuizione della scarpa e il procedimento che porta alla creazione vera e propria.

Così come è degna di menzione, anche se non è una novità, Viola Davis, nei panni della madre che non perde un colpo e supervisiona a 360° la vita del suo “piccolo” e talentuoso figlio. La prima, forse, a credere davvero in lui e a investire forze ed energie. Questa sua caparbietà è resa in maniera importante dall’attrice premio Oscar che, seppur con un ruolo minore, si impone al pari degli altri personaggi. E fa quasi dimenticare che nel 90% dei momenti in cui lei è in scena e parla dovrebbe esserci anche Michael Jordan. Ammaliati dalla sua bravura riusciamo a far passare in secondo piano il fatto che Michael Jordan, anche se nominato, è di fatto assente in un film che ha lui al centro. Nei pochi momenti in cui è fisicamente presente, il regista ricorre a degli escamotage per non farlo né vedere né parlare. Questo nonostante la sua importanza sotto tutti i punti di vista: basti pensare, per esempio, che Viola Davis è stata voluta proprio da lui che l’ha indicata come la più adatta al ruolo di sua madre.

Non un film perfetto, ma sicuramente una storia apprezzabile e da conoscere, raccontata in maniera semplici e pulita.

Nonostante la “non presenza” di Michael Jordan, che in alcuni momenti catalizza l’attenzione più del dialogo o dell’azione centrale, e la scelta di non seguire in maniera “ordinata” le regole della Nike che sembrano fungere da titoli dei vari capitoli, “Air” è davvero un grande salto che prova addirittura a spiccare il volo!


Veronica Ranocchi