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lunedì, aprile 18, 2016

LES SOUVENIRS

Les Souvenirs
di Jean Paul Rouve
con Michele Blanc, Annie Cordy, Mathieu Spinosi
Francia, 2015
genere, commedia, drammatico
durata, 
E' ormai un ritornello ma non si può fare a meno di riperterlo. Perchè il cinema francese sbarcato in Italia con i film selezionati dalla rassegna "Rendez Vous" conferma la costante di un movimento capace di affrancarsi dai suoi mostri sacri con una serie di opere che fanno riescono a parlare del nostro tempo con una leggerezza che non penalizza la profondità dei temi affrontati. In "Les Souvenirs" di Jean-Paul Rouve, presentato in anteprima nell'ambito della manifestazione "Rendez Vous", a farla da padrone è il passato, con i ricordi di una vecchia signora a guidare i destini di una famiglia alla prese con i grandi cambiamenti della vita. Madelaine è infatti l'ottuagenaria protagonista di una storia che parte dalla decisione della famiglia di ricoverarla in una casa di riposo e che poi si sviluppa attraverso il confronto delle sua esistenza con quella del figlio,  (un grande Michel Blanc) incapace di affrontare le conseguenze del recente pensionamento e con la voglia di crescere dell'amato nipote, l'unico che sembra in grado di capirla veramente.
Sottolineato dai toni agrodolci di una scrittura che neanche nei momenti più drammatici rinuncia al sorriso e alla speranza, "Les Souvenirs" riesce a raccontare lo scorrere del tempo senza indugiare in facili malinconie ma anzi sconfiggendole con la voglia di vivere che scaturisce dalla ribellione dei protagonisti, tutti, nessuno escluso, decisi a reagire con fiducia ed energia alle difficoltà delle rispettive esistenze A fare la differenza in questo caso è però la varietà dei caratteri, chiamati a rinnovare la storia con l'eterogeneità dei punti di vista. Una coralità che il regista sfrutta attraverso una regia invisibile, capace di valorizzare la bravura degli attori e l'efficacia della scrittura. In Francia è stato un successo, in Italia deve ancora trovare un distributore.

domenica, aprile 10, 2016

Rendez vous - appuntamento con il nuovo cinema francese: CAPRICE

Caprice
di Emmanuel Mouret
con Emmanuell Mouret, Virginie Efira, Anais Demoustier
Francia, 2016
genere, commedia sentimentale
durata, 100'



Dopo aver conosciuto un’età dell’oro nel secolo scorso, l’amore con i suoi molti crucci è diventato un tema inviso alla maggior parte dei registi e, tranne casi isolati, chi decide di occuparsene lo fa attraverso una sterile ripetizione degli stilemi tipici della cinematografia sentimentale. Nelle mani di costoro, la tenzone amorosa con le sue mille incomprensioni non riesce mai a elevarsi a vita vera ma rimane incapsulata in una dimensione da catalogo pubblicitario. In questo senso, Emmanuel Mouret rappresenta un’eccezione: un po’ perché dell’argomento in questione il regista francese è un esperto in materia per avervi dedicato l’intera filmografia; un po', e qui entriamo nello specifico della nostra riflessione, per quelle caratteristiche che sono usuali del suo cinema e che “Caprice”, il suo ultimo film presentato in anteprima nell’ambito della rassegna Rendez Vous – appuntamento con il nuovo cinema francese, riassume in maniera esemplare a partire dai canoni espressivi. Che, riguardano prima di tutto il lavoro operato dal regista sulla messinscena, frutto di un controllo formale – sulla recitazione e sulla composizione delle singole immagini - che si riversa sullo schermo con una  naturalezza che ricorda alcuni dei maestri della nouvelle vague – da Truffaut a Rohmer -  e che potrebbe trovare un corrispettivo nei lavori del grande Woody Allen, al quale l’accomuna soprattutto l’importanza e la qualità della scrittura che però, nei film del regista francese, procede a ritmo più pacato e con un tono letterario che deriva non tanto dalla ricercatezza dei dialoghi quanto dalla pulizia della struttura. 


“Caprice” ne è un esempio illuminante perché, a fronte di un intreccio che alla maniera di altre prove del regista - in primis di “Cambio d'indirizzo” - ci presenta un carattere maschile innamorato di due donne che rappresentano con le rispettive peculiarità - una eterea e raffinata, l'altra estroversa e terrena - un modello femmineo a se stante, a fare la parte del leone sono i personaggi con i tic e le psicologie del caso e appunto le conversazioni scaturite dalle schermaglie amorose con cui ognuno di loro sublima la mancanza del proprio corrispettivo. In più, innescando un processo d’astrazione che riguarda tanto gli ambienti, trasformati in non luoghi sia che si tratti di contesti famigliari che di spazi pubblici, quanto i tipi umani, tratteggiati con caratteristiche più ideali che concrete (a parte la carnalità lasciata fuori campo a dirlo è anche la nettezza degli atteggiamenti), Mouret arriva al punto di ciò che gli sta più a cuore, vale a dire l'espressione non solo degli esiti contingenti di ciò che racconta ma in particolare la rappresentazione del tormento e dell’estasi che lambisce da sempre lo smarrimento della tenzone amorosa. Se il meccanismo funziona nel senso che abbiamo detto l'altra parte del merito va ascritta alla direzione degli attori e alla qualità interpretativa degli stessi, tra cui vogliamo citare Virginie Efira e Anais Demoustier. 


giovedì, aprile 16, 2015

LA MAGIA DEL CINEMA, MATHIEU AMALRIC

Incontrare Mathieu Amalric è un privilegio per molti motivi. Il primo è di ordine pratico ed è dovuto al fatto che la lezione di cinema tenuta dal cineasta francese fa seguito alla proiezione de "Le chambre Blue", esaurita in ogni ordine di posto. Il secondo è invece il frutto di una generosità che Almaric traduce in un esposizione viscerale e contaggiosa. Quelle riportare sono solo alcune delle risposte rilasciate da Amalric ma crediamo che sia sufficiente a farsi un idea dell'uomo e dell'artista.


Il passaggio dalla recitazione alla regia è stato complicato?
Non si passa da una cosa all’altra in realtà ma si seguono le proprie ispirazioni. Daltronde io sono un creativo e mi piace fare sempre nuove esperienze. Prima di fare l'attore lavoravo sul set come assistente di regia e durante quel periodo ho fatto un pò di tutto, occupandomi di ongi aspetto dell'arte cinematografica. Dirigire un film mi permette di essere realmente dentro una storia e in più mi da l'opportunità di condividere il mio tempo con le persone che amo e con le quali ho stabilito un legame fatto di lavoro e complicità. Per mia fortuna tutto questo avviene spontaneamente e senza le dietrologia che normalmente i giornalisti gli attribuiscono. Questa cosa mi fa sentire come se fossi sottoposto a una seduta psicanalitica ed è per questo che non amo le interviste.

Come sei arrivato a realizzare "Chambre bleu"
Non ci sono arrivato  ma è successo il giorno in cui Paolo Branco, il mio produttore, mi ha chiamato dicendomi che era arrivato il momento che facessi un film di genere e che dovevo farlo in fretta e senza perdere troppo tempo. Inizialmente il libro di Simenon ha attirato la mia curiosità non solo per il nome del suo autore ma soprattutto perchè il numero delle pagine era così esiguo che l'avrei potuto leggere velocemente. In realtà sono stato subito rapito dalla storia. di quell'uomo semplice e di successo che mette in discussione le sue sicurezze per intrecciare una relazione erotica e sentimentale con una vecchia compagna di scuola  e che per questo finirà arrestato e messo sotto processo insieme alla sua amante. Il libro di Simenon è molto audace e scritto in modo che il lettore possa sentire la carnalità di quella torbida relazione. Nel film ho cercato di ricreare questa caratteristica.


Hai lavorato nell'ultimo film di Roman Polanski. Ce ne puoi parlare 


In realtà sono stato chiamato a sostituire un attore che si era ammalato dopo nove giorni di riprese. Ovviamente mi ha fatto piacere perchè Roman è un regista formidabile. Stare sul un set con lui è emozionante  perchè lui viene dal teatro ed è un maestro nell'organizzare lo spazio scenico e nella costruzione della performance attoriale. L'alchimia che ha con sua moglie Emmanuelle e affascinante e allo stesso elettrizzante perchè il rischio è quello di farsi condizionare dalla forza di quel legame.

Sono in molti a considerarti l’attore feticcio di Arnaud Desplechin. 

 
Lo conosco da anni e mi piace molto lavorare con lui. Abbiamo un rapporto molto stretto che assomiglia a quello tra un padre e un figlio. Fu lui a chiedermi di fare l'attore e da quel momento si è stabilita una corrispondenza che mi permette di cogliere i suoi pensieri e di tradurli sul set prima che lui me ne parli. In questo modo fare cinema diventa facile; lui è un grande autore ed io ne ho la massima stima e rispetto.

 
Si dice che parteciperai alla prossima edizione del festival di Cannes con il film di Raymond Depardon. E' vero?
 
Per adesso non si sa ancora nulla. Bisogna aspettare il 16 Aprile per saperne di più. Nelle rassegne internazionali ci sono sempre delle sorprese e tra giorni scopriremo tutto.

Si puà dire che per girare "Tourneè" ti sei ispirato a Federico Fellini
 


Penso che  Fellini non sapesse neanche cosa fosse il burlesque. Queesto per dire che pur conoscendolo non  è l'autore a cui mi sono ispirato, così come neanche a Cassavetes che all'epoca della presentazione fu indicato come nume tutelare del film. La verità è che io mi invaghisco delle storie e le giro.Tutti qui, semplicemente e senza nessuna filosofia.
nickoftime, Adele De Blasi

martedì, aprile 14, 2015

HOMO FABER, IL CINEMA D'AZIONE DI THOMAS CAILLEY

Homo Faber, il cinema d'azione di Thomas Cailly


In occasione dell'anteprima nazionale de "Les Combattents" abbiamo incontrato il regista Thomas Cailley, autore di uno dei film più sorprendenti di questi ultimi anni.



Il titolo del film sembra alludere ad una vera e propria filosofia riguardante l’arte di vivere. E’ così?

Si, "The Fighters" parla proprio di questo. E' possibile passare la vita a porsi domande, oppure, come fanno i protagonisti della mia storia, cercare di andare avanti, passando dall'idea all'azione. Un automatismo che pervade tutto il film e che finisce per diventare il perno su cui ruotano vicenda e personaggi. Non è quindi un caso che Arnaud sia un costruttore di bare e che l'esistenza di Madeleine sia monopolizzata da un uso costante del corpo, sottoposto a lunghe sessioni di allenamento fisico necessarie a superare l’esame per entrare nell’esercito. In entrambi i casi a  prevalere  è la volontà di costruire qualcosa di concreto anche a costo di commettere degli sbagli.

La storia pur toccando argomenti delicati e descrivendo situazioni anche drammatiche è però attraversata da un sottile vena d’umorismo. Come sei riuscito ad ottenere l’equilibrio tra registri così differenti?

Lo humor di cui parli non era preventivato e se esiste è venuto fuori in maniera naturale. I personaggi fanno cose classiche e ordinarie ma la loro particolarità è quella di passare in un attimo dal pensiero all'azione. E' questo che mi piace di loro e che volevo trasmettere quando giravo il film. Ci sono momenti i cui i due protagonisti stanno bevendo qualcosa e parlano del più e del meno e subito dopo vengono coinvolti in qualcosa di pratico. Un modo di fare che non toglie nulla alla loro storia d'amore, al punto che anche quando si ritrovano nell’esercito riescono a conciliare l’addestramento con gli affari di cuore.

Come sei arrivato a “The Fighters”?

Volevo raccontare una storia d'amore, e mentre la scrivevo mi sono imbattuto in una serie di reality dedicati alla sopravvivenza, in cui i maggiori ostacoli derivavano proprio dall'ostilità dell'ambiente naturale. Allora mi sono chiesto se quel qualcosa che manca nella vita delle persone poteva trovarsi nel fatto di dover sopravvivere in un ambiente sfavorevole. M’interessava compenetrare le due fasi e vedere se il vitalismo di chi è costretto a lottare per continuare a esistere era in grado di aggiungere qualcosa all’emozione dell’amor


Il paesaggio è certamente uno dei protagonisti del film. Mi puoi spiegare qual’è stato il processo creativo che ti ha permesso di realizzare uno scenario al tempo stesso verosimile e fiabesco?

Il riferimento potrebbe sembrare irrispettoso ma mi torna utile per rispondere alla domanda. L'aneddoto riguarda David Lean e la risposta data a una giornalista che a proposito di "Lawrence D'arabia" e delle sue difficoltose riprese, gli chiedeva perchè avesse deciso di lavorare su un soggetto ambientato nel deserto. Lean rispose che il deserto era una cosa pulita; caratteristica che il regista attribuiva all'essenzialità dell'ambiente che gli dava la possibilità di far risaltare la centralità dei personaggi e le loro motivazioni. Io ho cercato di fare la stessa cosa, spogliando il film da tutto ciò che era superfluo. Dal mondo del lavoro e dal villaggio in cui vivono, i protagonisti si spostano successivamente dentro la caserma, che per forza di cose li esclude dalla maggior parte delle cose che appartengono alla quotidianità. Un cambiamento che ho voluto enfatizzare  anche dal punto di vista cromatico, utilizzando solamente il marrone, il verde e il grigio. E poi, con un ulteriore lavoro di sottrazione, ho spostato l’azione nella foresta più selvaggia e incontaminata.  Tutto ciò mi serviva per mostrare in che modo i miei personaggi sono in grado di reinventare il mondo. In pratica ho raccontato una fine e un nuovo inizio.


L’utilizzo della musica elettronica serve a dare ritmo al film come pure a far sentire il senso di straniamento che attanaglia l’esistenza dei personaggi. Mi spieghi come sei arrivato a questa scelta?

Nel cinema ci sono due modi di utilizzare la musica. La prima ha una finalità psicologica e serve per commentare lo stato d'animo dei personaggi. La seconda è invece legata al piacere di raccontare la storia e di fornirgli un ritmo. Nella musica elettronica c'è qualcosa che va avanti, che esprime quella continua progressione rintracciabile nel comportamento dei miei protagonisti. Avevo però bisogno di eliminare quella perfezione derivante dalla natura sintetica di suoni ricreati al computer. Una caratteristica adeguata a un film come "Drive" che anche nella sua estetica esprimeva un'impeccabilità davvero fuori dal comune. Io invece, avevo bisogno dell'energia propria della musica rock, e così ho realizzato la colonna sonora dal vivo, con strumenti musicali che mi hanno dato quelle piccole mancanze necessarie a riscaldare il sound del film.


Lo stile di recitazione degli attori è tanto particolare quanto efficace. Me ne vuoi parlare?

Gli attori che ho scelto hanno una natura molto fisica, simile a quella dei loro personaggi. Ed è proprio questa predisposizione che ho portato all'interno del film, nella certezza di riuscire a farla diventare l'energia della storia. Ogni gesto compiuto dai due ragazzi, anche il più semplice, viene compiuto con una serietà e una determinazione che la dice lunga sul carattere volitivo e sulla determinazione che li contraddistingue. Prima del film ho organizzato delle sedute di preparazione organizzate singolarmente perchè volevo che i due attori si conoscessero direttamente sul set e in coincidenza della scena che li vede per la prima volta insieme. Per farti capire meglio mi ricordo che ad un certo punto Aedel Haenel (Madeleine) risponde in un modo talmente veloce da rendersi incomprensibile. In quel caso invece di rallentarla le ho detto di accelerare la parlantina, e così ho fatto ogni volta che gli attori lasciavano entrare nel copione la parte più spontanea della loro personalità.

domenica, aprile 12, 2015

LES JOURS VENUS

Les Jours Venus
di Romain Goupil
con Romain Goupil, Valeria Bruna Tedeschi, Marina Hands
Francia, 2014
genere, commedia, drammatico
durata, 


Ogni cinematografia ha il suo Nanni Moretti. Dopo aver visto "Les Jours Venu" di Romain Goupil possiamo dire che il regista ha buone possibilità di figurare tra i possibili emuli dell'autore romano. Esite infatti una forte similitudine tra il modo di girare e i contenuti presenti nel lungometraggio realizzato da Goupil e le opere più autobiografiche e personali di Moretti, quelle in cui ad essere filmato non è il personaggio di finzione ma lo stesso cineasta, chiamato a recitare tranche de vie appartenenti alla sua stessa esistenza. In "Les Jours Venus" a farla da padrone è dunque la personalità debordante dello stesso Goupil, declinata attraverso le dinamiche relazionali del proprio nucleo familiare, nella militanza politica all'interno del partito comunista e nella passione cinematografica espressa attraverso documentari di denuncia e impegno sociale. Una poliedricità che il film mette in moto con un pretesto risibile -collegato alla richiesta di compilare un modulo pensionistico- e però sufficiente a trasformare la storia nel consuntivo di un percorso artistico ed esistenziale. Con toni tragicomici ed alternando materiale d'archivio a lunghi passaggi di finzione, "Le Jours Venus" rievoca gli anni delle utopie sessatottine per confrontarli con la mancanza di ideali dei "compagni" di oggi; registra la difficoltà di una vena cinematografica a corto d'ispirazione e mantiene viva l'iconografia del regista pigmalione, affascinante quanto basta per conquistare donne di tutte le età. Se il modello è quello Morettiano, a cui Goupil si rifà anche nell'affidarsi alla forma del journal intime utilizzata dal cineasta italiano per raccontare le vicende di "Caro Diario", bisogna dire che la presenza del regista, ciarliera ed egostista, non basta a coprire i difetti di una narrazione farraginosa e priva di quell'umorismo che alcuni inserti (come quelli relativi al trasloco dei pianoforti che finiscono inevitabilmente per essere distrutti) vorrebbero leggittimare.