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sabato, agosto 12, 2017

FESTIVAL DI LOCARNO 70: A BOAS MANEIRAS

A Boas Maeiras
di Jiuliana Rojas, Marco Dutra
Isabél Zuaa, Marjorie Estiano, Miguel Lobo, Cida Moreira. 
Brasile, 2017
genere, horror
durata, 135’

Si diceva l'altro giorno, commentando il film di Tommy Wirkola di come anche un festival cinefilo come quello di Locarno si fosse aperto senza remore al cinema di genere. Neanche il tempo di finire la frase e il concorso internazionale mette in circolo il suo film più provocatorio e sperimentale, presentando al pubblico "A Boas Maneiras", horror brasiliano firmato dai registi Juliana Rojas e Marco Dutra. Una delle particolarità di questo lavoro deriva dal fatto che il tema della licantropia con cui devono vedersela i personaggi della storia sembra riversarsi sulle forma di un lungometraggio destinato a cambiare pelle più volte nel corso della proiezione. Così, se all'inizio il nodo della questione sembra celarsi nell'ambiguo rapporto tra Ana, ricca borghese in dolce attesa e la sua bambinaia rimandando a film come "L'albero del male" di William Friedkin e "La mano sulla culla" di Curtis Hanson, a seguito della terribile scoperta il film tracima nel fantastico, con rivelazioni e tragedie che ribaltano le gerarchie dei personaggi, consegnando la vicenda alla ferocia animalesca della mostruosa creatura. 

E qui ci fermiamo, un po' perché è impossibile tenere testa ai detour della trama senza rovinare la sorpresa provocata molti colpi di scena che attendono lo spettatore, un po' perché gli scarti narrativi a cui è soggetto "A Boas Maneiras" ci inducono ad aprire un altro tipo di discorso, e a parlare di come la paura indotta dalla visione della morte sia per buon parte annullata da una messinscena fortemente stilizzata e volutamente artificiosa (dai fondali disegnati che riproducono l'ambiente esterno alla fotografia dai colori iperreali), la quale, oltre a sabotare le fondamenta del genere di riferimento, spalanca le porte a una narrazione dominata da una tensione melodrammatica conseguente al tentativo della protagonista di salvare (ancora una volta sovvertendo le regole di genere) la nefasta progenie dalle conseguenze delle proprie azioni. Parliamo dunque di un film camaleontico e irriducibile, disposto addirittura a diventare musical pur di sfuggire a categorizzazioni che mai come per "A Boas Maneiras" risultano inadeguate a sintetizzarne i tratti più salienti. Intriso di un erotismo (lesbo) conturbante e mortifero e non esente da uno sguardo critico sulla società e sulle sue istituzioni (su tutte la Chiesa e i suoi ministri, al primo posto sul banco degli imputati) "A Boas Maneiras" entra nella lista dei possibili vincitori del premio finale. 
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it/speciale festival di Locarno 70)

venerdì, agosto 04, 2017

FESTIVAL DI LOCARNO 70: DEMAIN ET TOUS LES AUTRES JOURS

Demain e tous le âtres jour
di Noemie Lvovsky
con Noemie Lvovsky, Mathieu Amalric
Francia, 2017
genere, drammatico
durata, 96'


Le presenza di tre politici di fama quali Ronald Reegan, George Bush Sr. e Michail Gorbačëv, sorridenti e festanti su uno dei tanti poster del festival che campeggiano nelle vetrine dei negozi la dice lunga sull'intenzione degli organizzatori di non abdicare alla funzione critica del cinema nei confronti del reale. Ed è proprio questa forte immanenza sui fatti del presente a consigliare ai selezionatori un inizio di rassegna più soft, quasi a voler compensare con un overdose di buoni sentimenti l'ondata di temi caldi e il clima da tragedia preannunciati dalle trame dei titoli presenti fuori e dentro il concorso. D'altronde tra le sezione del festival quella della Piazza Grande è da sempre rivolta a un pubblico meno cinefilo e più popolare in fatto di gusti cinematografici, come peraltro dimostra l'attesa di un titolo come "Atomic Blonde", punta di diamante tra quelli previsti nel cartellone di quest'anno . Raccontando le vicissitudine di Mathilde, la piccola protagonista coinvolta suo malgrado nella separazione dei genitori e scontata attraverso le fragilità psicologiche della tormentata madre che non riesce ad occuparsi di lei, "Demain e tous le âtres jours" si piazza in ogni caso nel solco di una tradizione - quella dei vari Jean Vigò e Francois Truffaut - che più di altre ha saputo raccontare l'infanzia con la dignità e l'importanza dovute a una delle fasi più importanti dell'esistenza umana. Da questo punto di vista il film di Noemie Lvovsky rispetta il copione, presentandoci una ragazzina tanto gentile quanto consapevole di doversela cavare con le proprie forze rispetto a un destino che a le ha riservato l'ingrato compito di prendersi cura dei propri genitori, e, in particolare, della madre (interpretata dalla stessa Lvovsky), sempre sul punto di trasformare il proprio disagio in una insanabile follia. Nelle mani della Lvovsky la "missione" di Mathilde si trasforma in una sorta di fiaba contemporanea nella quale gli ostacoli del quotidiano vengono ogni volta superati dal potere della fantasia, utilizzata dalla bambina per sopportare gli smacchi di un destino avverso. In un simile contesto, più che gli scombinati genitori (azzeccata in questo caso la scelta di Mathieu Amalric nella parte del padre) a farla da padrone nel corso della "favola" sono, da una parte, la civetta parlante regalatale dalla madre, a cui spetta il ruolo di vera e propria di guida spirituale, chiamata a supplire alle assenze degli adulti, distratti e problematici, dall'altra, i sogni con cui Mathilde trasfigura la propria vicenda e che, nella parte di una damigella in pericolo, la vedono prigioniera di un mondo incantato e misterioso.

Habitué del festival, per avervi partecipato in veste di giurata, attrice e ovviamente regista, la Lvovsky offre allo spettatore una direzione che sapendo di poter contare sull'energia della portentosa Luce Rodriguez - la quale, nonostante la giovane età si cimenta in un'interpretazione molto fisica, in cui i dialoghi sono spesso inframmezzati da un dinamismo che si traduce in corse a perdifiato - non perde occasione per affermare la genesi autoriale del suo progetto, soprattutto quando si tratta di ammantare le sequenze oniriche con ascendenze pittoriche (e, per esempio, John Everett Millais citato nel celebre dipinto di "Ophelia") e letterarie. La combinazione però non è sempre funzionale alla causa perché se è vero che l'eterogeneità del trattamento serve a rendere lo scarto tra i diversi piani del racconto, rimane il fatto che certi passaggi sono appesantiti da soluzioni visive (la fotografia opulenta e l'uso del ralentì) e da un registro narrativo messi sullo schermo con un'enfasi che sembra appartenere più alla personalità dell'autrice che a quella della sua protagonista. Un giudizio, questo, che però deve fare i conti con le caratteristiche di "Demain e tous le âtres jours", la cui collocazione, rivolta a un tipo di intrattenimento capace di farsi apprezzare da buona parte dei presenti.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it/speciale festival di Locarno 70)

FESTIVAL DI LOCARNO 70: SCARY MOTHER

Scary Mother
di Ana Urushadze
con Nato Murvanidze, Dimitri Tatishvili
 Georgia, 2017
genere, drammatico
durata, 107'


Tra le sezioni del Festival quella dedicata ai Cineasti del presente rappresenta l'opzione più sperimentale e coraggiosa, deputata a tenere a battesimo e a segnalare a pubblico e addetti ai lavori i titoli più coraggiosi della rassegna. In tale ambito non è dunque una sorpresa trovare un film come "Scary Mother" destinato per natura a tenersi lontano da un certo tipo di convenzionalità cinematografica. Il tentativo dell'autrice infatti è quello di raccontare alla propria maniera uno dei topos più tipici dell'essenza artistica, che, come sappiamo, è fatta per nutrirsi delle proprie ossessioni, anche a costo di sacrificare tutto il resto. Così infatti accade alla protagonista film, la quale, nel tentativo di dare seguito al proprio talento di scrittrice, abbandona progressivamente le consuetudini famigliari per inseguire i fantasmi del proprio estro, colpevoli di relegarla in un universo più fittizio che reale. Guardando a Kafka e a David Lynch (ripreso più di tutti nella camera rossa dove ad un certo punto la protagonista decide di rimanere segregata per favorire l'efficacia della sua scrittura) la regista georgiana costruisce un kammerspiel surreale e grottesco, popolato com'è di personaggi "lombrosiani", definiti sulla base di modalità espressive e devianze psicologiche degne dei migliori freak della cinematografia contemporanea, e a partire dai quali prende piede la visione di un universo che ne riflette le rispettive anomalie. Interessato più alla messinscena del malessere che alla sua spiegazione, "Scary Mother" deve il fatto di essere stato qui selezionato alla sue qualità visive, e, nella fattispecie, nel modo con cui i personaggi occupano l'ambiente, alternativamente utilizzato per rompere o favorire le simmetrie ricavate dalla geometrie dell'impianto scenografico. Alla luce di ciò, è davvero un peccato che a sconfessare la fede nelle possibilità del dispositivo intervenga la scelta (della regista) di fornire ulteriori spiegazione, raddoppiando le informazioni sull'origine del male con le parole di una sceneggiatura troppo scontata per tenere testa alla forza delle immagini.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it/speciale festival di Locarno 79)