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sabato, agosto 27, 2016

SELEZIONE ARTIFICIALE

Ogni mese riceviamo molte segnalazioni da parte di giovani autori che ci chiedono di prendere visione dei loro lavori e se vogliamo di porli all'attenzione dei nostri lettori. E se molto spesso a mancare non è l'interesse verso queste opere bensì il tempo necessario per potersene occupare,  nel caso di "Selezione artificiale" di Fabio Fossati è stato impossibile non farlo, talmente buono è sembrato alla redazione la qualità del corto realizzato dal regista piemontese. Ecco quindi la nostra recensione a cui nei prossimi giorni seguirà la pubblicazione di una lunga intervista al regista e allo sceneggiatore Giovanni Gualdoni.
Carlo Cerofolini






Selezione Artificiale
di, Fabio Fossati
con: Massimo Poggio, Daniela Tusa, Carlotta Zucchetto
Italia, 2016 
genere, fantascientifico
durata, 13'



Sopravvivere psicologicamente ad una doppia rivelazione, come quella che avviene nella coppia composta dai due protagonisti di Selezione Artificiale, è assai difficoltoso e mostrare calma o impassibilità non è cosa da tutti, soprattutto se la propria sopravvivenza coniugale, oltreché individuale, all’interno della società in cui si vive, dipende direttamente da alcune condizioni appena entrate in crisi. La meraviglia della nascita di un figlio fa il paio con la tragedia di una prematura disoccupazione ed i due fattori si intersecano fino a rendersi inscindibili, lacerando il rapporto nel periodo possibilmente più florido dello stesso. Il mondo che orbita attorno a Leonardo e Sofia inizia ad incupirsi, le aspettative della donna iniziano a vacillare ed il definitivo crollo è dietro l’angolo, supportato dall’impossibilità sociale di essere ufficialmente riconosciuti come coppia in seguito ai due eventi occorsi. Al rientro in casa dell’uomo la concitazione del dialogo e l’incedere narrativo decollano, la collera prende lentamente il sopravvento sul sentimentalismo e la disgregazione affettiva appare ormai irrimediabile; l’uomo lascia alla propria compagna il compito di decidere sul da farsi, conscio del fatto che il mondo cinico in cui vivono si appresterà a masticarli e sputarli lontani da esso, in caso di decisione errata. 


L’insensibilità che li accoglie nella clinica in cui sono costretti a recarsi, accompagnati da una quasi robotica infermiera, permette ai due di aprire gli occhi sulla realtà: lo sprezzo generale della vita che si respira in quel luogo e i grotteschi pensieri che affollano la mente di una coppia a loro vicina non lasciano presagire nulla di positivo per il loro immediato futuro. La necessità del fantascientifico viene risolta a favore di una costante attenzione alle due direttrici tematiche affrontate, quella del sovrappopolamento – problematica non troppo futuristica e di imminente incombenza – e quella più diffusa della possibilità di crescere un pargolo in condizioni economiche precarie, in un gruppo sociale avido e freddo, i cui unici valori accettati sono legati alla moneta, bene di cui questa famiglia si vede ormai privata. 


Lo script di Gualdoni è affilato, perfettamente in grado di amalgamare realtà e finzione e sezionare la società moderna, clonandola in un suo doppio distopico e lasciandoci in balia di una eventualità che si ha timore possa divenire certezza. Le sequenze sono orchestrate con stile, la storia prosegue su binari non usuali sino al suo finale anti-consolatorio ed i due attori si dimostrano per quel che sono, professionisti affermati che hanno stoffa da vendere, perfettamente calati nei ruoli dei due combattivi coniugi pronti a sfidare una comunità decisa ad esiliarli dalle proprie cerchia, destituiti di ogni diritto civile e giuridico per il loro nuovo status quo genitoriale in condizioni di precariato e assediati da domande sul proprio futuro che troveranno risposta solamente dopo aver lasciato quella sala d’attesa, cullati unicamente dalla sicurezza che ognuno potrà contare sull’altro, senza bisogno di nulla ed eccezione di loro stessi. 

La selezione artificiale del corto può dirsi riuscita solamente in parte, poiché il sentimento universalmente più forte tra tutti sarà battagliero e foriero di vittorie, contrariamente al corto in sé, pienamente riuscito, in grado di camminare sulle proprie gambe – riuscendo a correre, in alcune sequenze -  e mostrando come un’idea forte, opportunamente supportata in fase tecnica, possa lasciar venir fuori una piccola perla. Capiranno il loro sbaglio e torneranno indietro, afferma il medico. Lo fanno sempre, continua. Quasi tutti almeno, conclude.
Alessandro Sisti

giovedì, aprile 28, 2016

MEMORIE DI UN VIAGGIATORE

Memorie di un viaggiatore
di  Antonio Romagnoli
con Saverio La Ruina, Valentina Picello, Alessandro Haber.
Italia, 2015
genere, drammatico
cortometraggio, 14'09"



Tra le innumerevoli illusioni-metastasi proliferate all'interno del corpaccione della prassi occidentale, un suo posto di particolare - e ovviamente delusa - suggestione lo ricopre di sicuro l'idea del viaggio come itinerario (anche) intimo, utile, per diffusa opinione, a scoprire/riscoprire aspetti inediti o sepolti di se'. Tale suggestione avrebbe un certo numero di ragioni dalla sua (e il riferimento e' da considerarsi inversamente proporzionale allo scorrere delle epoche) se avesse trovato personalità in cui incarnarsi: ovvero se il viaggio inteso come autentico sradicamento dalle proprie certezze avesse su larga scala innescato l'imporsi di quella che da più parti e' stata definita (con una punta di esausta disperazione, a farci caso, visto il suo persistere più o meno imperturbabile a rango di lettera morta) etica del viandante (a dire, l'apertura interiore verso il famigerato Altro-da-se' - nello specifico, verso il suo modo di vedere le cose, le sue insicurezze, le sue presunzioni, et. - spesso e volentieri, nei fatti, incapsulato nella più comoda etichetta di "incivile" o "nemico" tout court) e non invece quella in apparenza più tranquillizzante - barattata, tra l'altro, illico et immediate - dell'uomo di mondo, ovverosia, oggi come oggi, del buongustaio, la quale, oltre ad accelerare la tumulazione definitiva dell'avventura, ha sancito l'emergere e il consolidarsi della demenziale dittatura del turismo di massa, causa tra le non secondarie, alla lunga, della tanto temuta (a parole) usura del pianeta, con conseguente ennesima materializzazione dell'universale desiderio inconscio della Fine.


Magari e' proprio tenendo conto anche di coordinate emotive simili che e' possibile inquadrare l'incedere astenico-meditativo dell'ultima opera breve del nostro Antonio Romagnoli, dal titolo "Memorie di un viaggiatore". Su strade assolate (una parte delle riprese si e' avvalsa del contatto diretto con lo scabro paesaggio calabro) che nel progressivo sfaldarsi delle loro prospettive non escludono la più estenuante delle circolarità o l'ipotesi del viaggio-da-fermo, si sposta calmo, zaino in spalla, Saverio/S. La Ruina - sguardo attento, leggerezza cauta a sottendere trascorsi fin troppo istruttivi, il corpo nervoso che pare avere trovato requie a tensioni ripetute solo negli spazi aperti di un vagabondare solitario e silenzioso - tipo laconico ma cordiale, in apparente fuga da un se stesso stanco forse di portare ancora del suo all'ammasso della frenesia e del rumore di un mondo che oramai non riconosce più come tale. Ai bordi della strada, ecco che incrocia dapprima Luca/A.Haber, pronto, dopo l'iniziale, prevedibile diffidenza, ad offrirgli la sua verità nella forma di una paradossale teoria circa il destino di Jim Morrison; quindi Maria Chiara/V.Picello, ragazza sfuggente e languida, con la quale varrà la pena scambiarsi - secondo un rituale involontario di un potlatch delle piccole cose - scampoli di esistenza marginale (una sigaretta, brevi sguardi curiosi eppure schivi, mezzi sorrisi...).

Sostenuto da un montaggio accorto nel suggerire le intenzioni mutevoli dei protagonisti e scaltro nell'anticipare possibili compiacimenti, il lavoro di Romagnoli stenta, nel suo passo in ogni caso aderente ad un procedere lineare, per l'eccessiva esilità dello scheletro narrativo, la cui relativa mancanza di peso, per un verso, autorizza via via la compresenza di troppi sottintesi, in potenza perfino contraddittori; per l'altro - e di conseguenza - contribuisce a penalizzare i caratteri, in particolare la figura di Maria Chiara (evocativa e come pericolosamente arresa ma dal punto di vista drammaturgico poco consistente), risparmiando, per contro e in parte, quelle di Saverio e Luca: capace di circoscrivere meglio e quindi supplire alla gracilità in virtù di uno scarto impresso dalla propria qual costante pensosa distanza, il primo; animato da un chiaro fervore di fondo (pensiamo alla gestualità e alla consueta loquela inquieta/borbottante haberiana), il secondo, antidoto mimico e dialettico alimentato da una spontanea, sorniona irruenza.

Resta l'impressione di un itinerario lustrale più agognato che con lucidità perseguito, a testimonianza ulteriore che lo iato scavato tra una maieutica del viaggio e la sua imperante retorica e' vasto e destinato ad allargarsi. Ma questo probabilmente Saverio/(Romagnoli) lo sa e -  qui e ora - e' già abbastanza.



[Ad integrazione.
Uno dei rari frangenti che fa uscire dalla grazia di Dio (?) il Tempo, è ricordargli che anche lui invecchia. Per tale motivo, da bravo ragazzino millenario capriccioso, è uso trascinare con sé qualunque cosa osi manifestarsi al suo interno. Un articolo, poi, transeunte già, diciamo così, per tare proprie, non ha davvero scampo e viene spazzato via prima di tanto altro. Tutto ciò per dire che nell'intervallo all'interno del quale sono state redatte le brevi note riguardanti "Memorie di un viaggiatore", esso ha trovato modo (e tempo, appunto) di aggiudicarsi il Festival di Villafranca Tirrena (Me). Complimenti all'autore, dunque e, come sempre, ad maiora. Ma questo al Tempo non ditelo].
TFK







mercoledì, novembre 11, 2015

BASETTE



Basette
di Gabriele Mainetti
con Valerio Mastandrea, Daniele Liotti, Marco Giallini
durata 16'38''
Italia 2008


Da un po' di tempo a questa parte, anche grazie alla definitiva consacrazione del digitale, molti autori giovani si sono affacciati - e sempre più numerosi continuano a farlo - sul panorama cinematografico nazionale smentendo le voci che vorrebbero rappresentare il cinema italiano contemporaneo come un cadavere in decomposizione. Perché se è vero che un certo sentimento massonico continua ad influenzare le più importanti case di distribuzione e di produzione,  Gabriele Mainetti - e come lui tante eccezioni che iniziano ad essere un numero sostanzioso -  ora definitivamente lanciato con "Lo chiamavano Jeeg robot", si era già fatto notare nel 2008 col cortometraggio "Basette", cortometraggio nel quale la criminalità di borgata si fonde al "fan movie" che omaggia i personaggi di Lupin e dei propri fedeli compagni di furti - splendide le caratterizzazioni, in particolare quella di Jigen -. L'abilità visivo/narrativa di Mainetti s'intravede quindi già in quest'operazione complessa, nella quale fonde la dimensione neo-realista della  micro-criminalità  - appartenente, questa, agli angoli bui di una Roma fatiscente - alla maniera della commedia da fumetto, tutto volto ed evidenziare e a restituire una dignità poetica a immaginari opposti che solo uno spunto brillante come quello di Mainetti poteva amalgamare. 
Antonio Romagnoli 

Qui il link per vedere il cortometraggiohttps://www.youtube.com/watch?v=NMs7lQt9DsA

domenica, luglio 20, 2014

PER UN PUGNO DI SPICCI di Antonio Romagnoli

Per un pugno di spicci
di Antonio Romagnoli
con Nika Perrone, Fabrizio Stefan, Cristian laiontini, Ivano Calafano, Giuseppe Scaglione
Italia, 2014
genere, commedia, drammatico
durata,




Torna Antonio Romagnoli col suo ultimo lavoro breve, "Per un pugno di spicci", corto girato in economia ma pervaso della medesima atmosfera scanzonata e dissacratoria - sempre in bilico tra omaggio e canzonatura, lunga memoria cinematografica e quel tanto di usura tipica delle tracce narrative assiduamente frequentate - degli "esperimenti" precedenti. Sarcasmo e impertinenza, quindi; calembour e placida cialtroneria; rapidità di sguardo intrisa di una sorta di complice cinismo e inaspettati momenti di tregua che sembrano preludere svolte al momento appena intraviste ma già come impazienti di prender forma...". 
TFK
 https://www.youtube.com/watch?v=ll1WST8jZKA

giovedì, aprile 10, 2014

ALLO SPETTATORE

Allo spettatore
di Antonio Romagnoli
con Alberto Melone Bruno Loiacono, Giuseppe M. Scaglione
Italia, 2014
durata 9'19''

 

 Una manciata di minuti sembrano bastare al giovane cineasta Antonio Romagnoli per rilanciare scampoli di una poetica acerba ma in movimento. Dialoghi caricati a molla, quindi, sguardi in tralice e antiche indolenze per una bella di cui proprio il Regista è al tempo stesso artefice e vittima. Sullo sfondo, tra Tarantino e Kitano sorridono dandosi di gomito, mentre Lynch occhieggia anelli di fumo scivolare in chissà quale buio.
Qui il link di youtube per vedere il corto
https://www.youtube.com/watch?v=_0RcHFtQKmQ

TFK