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martedì, ottobre 15, 2024

IL ROBOT SELVAGGIO

Il robot selvaggio

di Chris Sanders

USA, 2024

genere: animazione, fantascienza

durata: 102’

Questa volta sono bastati pochi e semplici ingredienti alla DreamWorks per creare una storia degna di rimanere impressa nel cuore di chiunque.

Uno spazio e un tempo indefiniti fanno da cornice alla storia di Roz, robot multiuso ROZZOM disperso a seguito di un tifone, insieme ad altre cinque unità da una nave cargo della Universal Dynamics. Roz, il cui vero nome è unità ROZZOM 7134, programmata, come tutti gli altri robot, per aiutare e soprattutto per portare a termine un compito, si trova spaesata in un luogo abitato soltanto da animali con i quali inizialmente non riesce a comunicare e che, spaventati, la ribattezzano “il mostro”. Allontanata ed evitata da tutti, Roz pensa di fornire la sua posizione ai produttori per essere recuperata, ma a seguito di un inseguimento distrugge un nido di oche lasciando intatto solo un uovo. Aiutata, in qualche modo, da alcuni degli abitanti del posto, Roz ha un nuovo compito: prendersi cura del piccolo (che la identifica come madre, essendo la prima cosa che vede alla nascita) e aiutarlo a crescere e sopravvivere. Per farlo potrà contare sull’aiuto dell’astuta volpe Fink e non solo…

Il robot selvaggio, nato dalla penna e dai disegni di Peter Brown e diretto da Chris Sanders (che ha all’attivo grandi titoli come Lilo & Stitch, Dragon Trainer, I Croods, tanto per citarne alcuni) è sicuramente un film d’animazione al passo coi tempi.

Dai numerosi temi che emergono sia dalla storia che dai rapporti con i personaggi agli innumerevoli riferimenti e alle citazioni che si sprecano nel corso della narrazione, il film di Sanders regala una visione a metà strada tra il vecchio e il nuovo.

Innanzitutto c’è la scelta di ricorrere a un’animazione volutamente sporcata, imprecisa e imperfetta in alcuni punti. Non siamo di fronte alla perfezione alla quale ci ha abituati la Pixar, ma non siamo nemmeno di fronte ai primi acerbi disegni dei grandi e storici classici Disney. Il robot selvaggio mescola in ogni decisione, sia tecnica che narrativa, l’esperienza del passato con la speranza del futuro e lo fa strizzando l’occhio non solo ai più piccoli, ma anche e soprattutto agli adulti, invitandoli a guardare il mondo da un’altra prospettiva, proprio come Roz.

Amore, amicizia, ecologia, speranza, forza di volontà. L’elenco potrebbe continuare all’infinito talmente sono tanti gli aspetti da dovere e potere analizzare. Ma Il robot selvaggio è anche e soprattutto metafora di vita, la vita di ogni giorno che, tra pericoli, insidie e ostacoli, ci mette di fronte a delle scelte, più o meno importanti non solo per il bene del singolo, ma anche dell’intera comunità.

Identificarsi in Roz è semplice: è l’unico essere non animale del luogo e l’unico essere che cerca fin da subito di comunicare utilizzando un mezzo tutt’altro che animale, la parola, ma è il rapporto che crea con gli altri animali a renderla umana a tutti gli effetti, trasformando anche loro in esseri più vicini a noi, in grado di essere compresi. Ed è così che Fink (un omaggio o un prestito da Zootropolis e il suo riuscito coprotagonista) capisce che forse essere il più furbo del gruppo può avere dei vantaggi in fatto di prede e cibo, ma non lo porterà mai ad avere degli amici. Allo stesso modo Beccolustro (la piccola oca “nata” da mamma Roz) dovrà allargare i suoi orizzonti e comprendere che a volte le cose più semplici sono quelle meno scontate.

Insomma gli insegnamenti sono tanti, alcuni da scavare a fondo, altri che emergono più in superficie, tra un inseguimento e l’altro, una corsa, un addestramento e un’amicizia sempre più forte e solida.

Impossibile non pensare a Wall E guardando Il robot selvaggio, ma se quello che caratterizzava il robot della Pixar era la solitudine, quello che caratterizza Roz è ben altro: qualcosa di profondo e innato in ognuno di noi, da ricercare e salvaguardare costantemente, ma anche da addomesticare (come insegna Il piccolo principe, altro titolo di richiamo).

E se diventa anche divertente cercare di individuare i famigerati Easter Eggs (dalla gamba di legno di Dragon Trainer alla spedizione in volo che ricorda quella per mare di Alla ricerca di Nemo, passando per il Baymax di Big Hero 6 e il suo “quanto valuti da 1 a 10 la mia prestazione?”) è interessante notare come i riferimenti e i richiami siano una sorta di omaggio a dei titoli che è come se, messi tutti insieme, avessero come conclusione proprio la storia de Il robot selvaggio. Una Roz che diventa una sorta di Mary Poppins disposta a strapparsi un cuore artificiale dal suo bagaglio pieno di cose per fare spazio a un cuore vero e accogliere il piccolo Beccolustro con il quale si crea un legame indissolubile e anomalo, alla Sepúlveda, con il suo gatto che è riuscito a insegnare a volare a una gabbianella.


Veronica Ranocchi

lunedì, giugno 24, 2024

INSIDE OUT 2

Inside out 2

di Kelsey Mann

USA, 2024

genere: animazione

durata: 96’

C’è sempre un po’ di timore quando si parla di sequel. Se poi il sequel in questione va a toccare uno dei film di maggiore successo la paura si fa ancora più concreta. Non è, però, il caso di “Inside out 2” che, a distanza di 9 anni, torna sul grande schermo per scavare ancora di più nella mente (dello spettatore e della “piccola” Riley) tirando fuori dal cilindro nuove emozioni pronte a fornire ulteriori sfaccettature alla protagonista e a tutti coloro che la circondano. E, infatti, “Inside out 2” complica ancora di più le dinamiche della nostra mente, aggiungendo complessità e difficoltà anche e soprattutto nelle azioni e nelle situazioni apparentemente più semplici.

Ritroviamo Riley, in piena adolescenza, che, all’età di 13 anni, viene scelta, insieme alle sue due migliori amiche, per un campus speciale di tre giorni in quello che potrebbe diventare il suo futuro college. Qui deve dare prova di sé e dimostrare alla coach che l’ha selezionata e alle eventuali future compagne di squadra di essere all’altezza delle aspettative.

In parallelo, ad aiutarla, e, talvolta, a metterle i bastoni tra le ruote, ci sono Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto. Le cinque emozioni primarie sono convinte di aver trovato un equilibrio perfetto e la chiave giusta per “governare” Riley. Non hanno, però, fatto i conti con le nuove emozioni che si sviluppano durante la pubertà: Ansia, Invidia, Imbarazzo, Ennui (“quella che voi chiamate Noia”) e, con qualche sporadica apparizione, anche Nostalgia.

La convivenza tra le emozioni primarie e secondarie diventa il fulcro di questo secondo capitolo che, pur viaggiando sugli stessi binari del primo e riprendendone, almeno in parte, la struttura, complica il tutto creando legami (di amicizia e distacco) tra i vari personaggi. Sono le emozioni, così come nel primo film, le protagoniste a tutti gli effetti. Emozioni, come sempre, ben caratterizzate con un’attenzione maniacale ai dettagli, dai colori, alle espressioni, passando per le parole usate e per il modo di rapportarsi.

La mente di Riley si apre sempre più e si fa più complessa con tante zone nascoste, sconosciute, ancora inesplorate, ma che verranno varcate e, in qualche modo, contaminate dalle emozioni che cercheranno di riportare la giovanissima sulla retta via.

Come tutti i film Pixar, e come soprattutto “Inside Out” ha insegnato, non c’è una formula ben precisa o sempre uguale che possa fornire la soluzione corretta. Le uniche cose certe sono collaborare, unire le forze e provare a mettersi l’uno nei panni dell’altro in modo da arrivare a una conclusione che possa mettere d’accordo tutti e fare il meglio per il diretto/la diretta interessato/a.

Una formula ormai consolidata nell’universo Pixar e che, anche la Disney, ha preso in prestito negli ultimi anni, un po’ cavalcando l’onda del politicamente corretto, cercando di togliersi di dosso la maschera della classicità che prevedeva il salvataggio della fanciulla da parte dell’eroe. E se anche “Frozen”, tanto per dirne uno, punta sulla forza delle sorelle, “Inside out 2” punta sulla forza e sull’eterogeneità del gruppo, addirittura pronto ad accogliere eventuali nuove e ulteriori novità.

A far storcere il naso, però, c’è il “problema” che purtroppo le emozioni secondarie sembrano essere solo e soltanto negative. La riflessione che emerge, quindi, è quella di una pubertà come evoluzione negativa dell’infanzia. Perché di fatto i nuovi protagonisti sembrano essere gli antagonisti del solido gruppo già formato. È vero che il campo adolescenziale è talmente vasto che una direzione andava presa, a discapito di altre importanti allo stesso modo, ma indirizzare il tutto solo e soltanto su questo versante significa convincere i più piccoli, ma non del tutto i più grandi.

Tra Easter Eggs, citazioni e richiami (dai videogiochi ai cartoni animati, passando anche per i cult del cinema), il secondo capitolo del film Pixar, stavolta diretto da Kelsey Mann, va ancora più a fondo nella mente della ragazzina protagonista, ma non scava nei meandri di quello che, come detto, è forse il periodo più complesso e denso di sfaccettature in generale: l’adolescenza. Ed è forse proprio questa complessità a tarpare le ali al film. Un film che potrebbe librarsi tranquillamente in aria, è, in parte, troppo ancorato a terra e, forse per la materia trattata o per l’incredibile cura nei dettagli o per entrambe le cose, dimentica di sviluppare alcuni aspetti (o magari ha intenzione di farlo in un terzo capitolo?). Se con l’avanzare dell’età le emozioni aumentano e la mente si fa sempre più complessa e piena di sfaccettature, perché gli unici adulti dei quali vediamo le emozioni (i genitori di Riley) hanno solo le emozioni primarie? Forse perché si adattano alla situazione del momento e, dovendo parlare con un’adolescente, nascondono e, quasi, reprimono quelle emozioni che complicherebbero ancora di più le carte in tavola e il rapporto che vorrebbero creare con la figlia? Magari questo potrà essere uno degli aspetti sui quali incentrare un terzo capitolo per il quale si aprono davvero tanti scenari.

Intanto non resta che godersi questo secondo capitolo, nuovamente campione di incassi, che con l’imbarazzo di essere dimenticato dopo 9 anni, l’invidia, in quanto sequel, di replicare il successo del primo, è tutt’altro che annoiato o noioso, ma in costante e perenne ansia da prestazione, così come la nuova “co-protagonista” arancione che ha conquistato chiunque fin dal primo istante, oltre a essere colei che dà origine a una delle sequenze più spaventose, ma allo stesso tempo magnifiche, di “Inside Out 2”, spiega a piccoli e grandi cosa vuol dire “provare emozioni”.


Veronica Ranocchi

mercoledì, gennaio 10, 2024

IL RAGAZZO E L'AIRONE

Il ragazzo e l’airone

di Hayao Miyazaki

Giappone, 2023

genere: animazione, fantastico

durata: 124’

Una favola. L’ennesima favola di Hayao Miyazaki.

Anche a 83 anni il regista giapponese, fondatore dello studio Ghibli, continua a impressionare e affascinare il suo pubblico. Stavolta con una storia semplice e complessa al tempo stesso.

Nella Tokyo del 1943 assistiamo, attraverso immagini e richiami alla Guerra del Pacifico. In quel periodo il dodicenne Mahito Maki perde la madre durante l’incendio di un ospedale. L’anno successivo il padre del ragazzo si risposa con Natsuko e si trasferisce in campagna, nella tenuta della donna anche per allontanarsi dalla guerra. Qui Mahito fa fatica ad ambientarsi e soffre per questo nuovo legame tra il padre e la donna, in dolce attesa. Tutto cambia quando, un giorno, decide di inseguire un misterioso airone che lo porta vicino alle rovine di una torre abbandonata che, in seguito ad altre vicissitudini, lo farà entrare in contatto con un mondo e con persone in grado di aiutarlo a guardare la realtà da un’altra prospettiva.

Cercare di spiegare il film di Miyazaki non è semplice, senza contare che troppe informazioni andrebbero a intaccare la poesia (visiva e non) del maestro dell’animazione giapponese che ognuno, invece, dovrebbe leggere e interpretare come meglio crede.

Se da una parte le simbologie e le metafore sono, ancora una volta, la base dalla quale partire, dall’altra parte “Il ragazzo e l’airone” si può definire come il titolo forse più autobiografico in assoluto tra quelli realizzati nel corso degli anni da uno dei fondatori dello Studio Ghibli.

La guerra, che anche l’autore ha vissuto, è il perno attorno al quale ruota la vicenda. Una guerra che Miyazaki mostra, cercando di nasconderla, o meglio di trasformarla e riadattarla in chiave più magica. E poi la possibilità di fuggire, ma non soltanto fisicamente, anche metaforicamente, per rifugiarsi in un luogo che, anche se irreale, è l’unico in grado di accogliere chiunque senza chiedere niente in cambio, senza incutere terrore e senza che paura, distruzione e morte possano avvicinarsi.

Accompagnato dall’airone cenerino, per i giapponesi simbolo portafortuna e di longevità, Mahito affronterà un viaggio ben più grande di lui e delle sue aspettative.

Una mescolanza di colori, personaggi e sfumature che si intersecano tra loro così come si intrecciano mondo reale e mondo fantastico.

C’è un solo elemento a unire i due mondi e Mahito, come il più classico degli eroi, è l’unico a poterlo attraversare superando ostacoli che lo forgeranno e lo aiuteranno a capire sé stesso e ciò che lo circonda. Con l’energia e la tenacia che lo caratterizzano, il giovane dimostra di essere all’altezza del ruolo di rappresentante perfetto all’interno sia di un mondo terreno che di un mondo ultraterreno. Perché di mondo ultraterreno si parla quando, insieme a lui, anche lo spettatore si immerge in una realtà altra, anche rispetto al film stesso già di per sé magico. Un mondo che ha richiami più o meno evidenti con vari elementi. Uno su tutti il parallelismo con la “Divina Commedia”. Da Kiriko nei panni di un Virgilio con il compito di proteggere e soprattutto guidare Mahito al culmine del suo viaggio, al Re Parrocchetto che, invece, sembra avere le sembianze di Caronte, traghettatore di vere e proprie anime alla ricerca del proprio posto nel mondo.

Ma sono anche tante altre le chiavi di lettura di un film che viaggia su piani diversi e presenta tanti richiami e tanti modi di vedere una stessa cosa.

“E voi come vivrete?” è il titolo del libro che Mahito ritrova improvvisamente e che forse era appartenuto alla madre che avrebbe voluto mostrarlo al figlio da grande, ma è anche una domanda che lo stesso Miyazaki sembra fare al suo pubblico e a sé stesso. Una domanda tutt’altro che semplice come tutt’altro che semplice è l’opera del maestro giapponese che realizza un film nel quale non esiste e non può esistere una visione univoca. E lui, oltre che inserire richiami, più o meno espliciti, alle sue opere passate, ricalcando, ma allo stesso tempo anche ampliando, alcune tematiche, arriva addirittura a inserirsi all’interno del racconto, come un perfetto deus ex machina che muove i fili della storia e della vita.

“E voi come vivrete?” sembra, perciò, quasi un monito. Una volta vista questa opera, siamo in grado di mettere insieme i pezzi per creare il migliore dei mondi possibili? Lui i pezzi, nel corso della sua vita e del suo cinema, li ha sicuramente messi insieme alla perfezione. Mancava solo un Golden Globe che, preciso e puntuale, come il volo di un airone, si è posato alla sua finestra.


Veronica Ranocchi