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sabato, dicembre 19, 2015

CINEMA KINO: ROUND - TRIP FESTIVAL A/R - VERGINE GIURATA

Vergine giurata
di Laura Bispuri
con Alba Rohrwacher, Flonja Kodheli, Emily Ferratello, Lars Eidinger
Italia, 2015
genere, drammatico
durata, 90'


Abituato a raccontarsi all'interno dei confini nazionali, il cinema italiano negli ultimi anni è attraversato da una necessità di cambiamento che interessa tanto il sistema produttivo, con progetti nati sulla scia di nuove forme di sovvenzionamento e di distribuzione (pensiamo allo streaming on demand e al crowdfunding), quanto la sua genesi narrativa, sempre più propensa a occuparsi di storie che enfatizzano la trasformazione attraverso continue fughe dalla terra natia. Soffermandosi su quest'ultimo aspetto e tralasciando gli esempi, peraltro numerosissimi, riconducibili alla commedia italiana più recente che ha fatto del "movimento logistico" il volano di ogni intreccio ("Sei mai stata sulla luna?" ne è solo il modello più recente) la ricerca di nuovi spazi vitali ha dato vita a una sorta di osmosi geografica e antropologica, resa tale dai movimenti da e verso il nostro paese. Se la fuga dall'Italia coincide quasi sempre con motivi di ordine esistenziale, come accade in "Un giorno devi andare" di Giorgio Diritti e in parte in un film "leggero" come "Viaggio da sola" di Maria Sole Tognazzi, la presenza straniera nella nostra penisola nasce molto spesso da vicissitudini di tipo economico, legate al fenomeno migratorio che ha investito l'intero continente.

In un contesto che abbraccia entrambe le possibilità si inserisce "Vergine giurata", dell'esordiente Laura Bispuri che, rifacendosi all'omonimo libro di Elvira Dones, narra le vicende di una ragazza albanese (Alba Rohrwacher), costretta dalla legge del Kanun -praticata nelle zone più remote di quel paese- , a rinunciare alla propria femminilità per acquisire gli stessi diritti della compagine maschile. E, contemporaneamente, dopo la morte dei genitori adottivi, della decisione di Hana (diventata nel frattempo Mark) di trasferirsi in Italia per ritrovare la sorella e forse se stessa.


La Bispuri, pur assegnando alla sua protagonista una condizione di sofferenza e di subordinazione appartenente alla maggior parte dei clandestini che sbarcano ogni giorno sulle nostre coste, evita di consegnarsi alla scelta più facile e remunerativa dal punto di vista empatico. Così, benché la regista non risparmi nulla degli aspetti più crudi della cultura albanese, arrivando a toccare momenti di puro cinema antropologico nella scena del funerale, con le donne in secondo piano e gli anziani del villaggio a guidare la cerimonia, a ribadire l'assoluta supremazia della componente maschile, "Vergine giurata" evita di stigmatizzare quelle usanze ed anzi, attraverso il rispetto di Mark nei confronti del padre padrone, si accosta a quel mondo in punta di piedi e con una delicatezza che stempera in qualche modo la violenza di quei comportamenti. Ma non solo, perché liberando il film da qualsiasi tipo di ricatto terzomondista, e lasciando che a parlare sia la fisicità dei suoi protagonisti, la regista riesce a trasformare l'intera vicenda in qualcosa di diverso ed eccezionale. Da una lato, esplorando la realtà con "un'estraneità" derivata in parte dall'adozione del punto di vista di Mark/Hana, in parte dalla scelta di precludere l'ambiente italiano a una riconoscibilità topografica e folkloristica; dall'altra, trasformando "Vergine giurata" in un percorso di liberazione tutto al femminile, che coinvolge in una sorta di reciproco soccorso anche Iolanda, la figlia italiana di Lila, la sorella di Mark, a testimonianza di una condizione, quella della donna, che è universale e non legata ad alcun particolarismo.


La Bispuri utilizza una tecnica mista, che prende molto dal cinema del reale (oltre allo stile di ripresa e al rispetto delle location, efficace e coraggiosa è la scelta di far parlare Mark in lingua albanese), senza rinunciare a momenti di lirismo che prendono forza dall'assoluta veridicità di ciò che vediamo. A cominciare dalle suggestioni indotte dagli inserti dedicati al rapporto tra la protagonista e il ragazzo conosciuto in piscina, in cui l'istintualità violenta e rapace dei personaggi sottolinea la volontà di liberarsi da qualsiasi tipo di condizionamento o sovrastruttura. Oppure, nelle due scene, quella delle ragazze che urlano di gioia, schiamazzando sotto i portici, e nella ripresa subacquea, con la soggettiva sulle gambe in movimento delle atlete di nuoto sincronizzato, in cui le pulsioni sessuali di Mark vengono anticipate dalla spontaneità di quelle esternazioni. Contribuisce al risultato una straordinaria Alba Rohrwacher, capace di calarsi nel ruolo con immedesimazione da Actors Studio. Il resto del cast, formato anche da attori alla prima esperienza non gli e' da meno, a conferma di una bontà complessiva davvero sopra la medi.
(pubblicata su ondacinema.it)

venerdì, dicembre 18, 2015

CINEMA KINO: ROUND - TRIP FESTIVAL A/R - ARIANNA

Arianna
di Carlo Lavagna
con Ondina Quadri, Massimo Popolizio, Valentina Carnelutti
Italia, 2015
genere, drammatico
durata, 84'



Nonostante le difficoltà che sta attraversando dal punto di vista produttivo, il cinema italiano continua a dare segnali di vitalità. Prova ne sia, all’ultimo festival di Venezia, la presenza di un gruppo di film che ha portato alla ribalta i nomi di Antonio Messina (L’attesa),  Alberto Caviglia (Pecore in erba),  Lorenzo Berghella (Bangland), e appunto di Carlo Lavagna, il regista di “Arianna”, che alla pari degli altri appena menzionati  partecipavano alla manifestazione con la loro opera d’esordio. Al di là delle differenze rintracciabili all’interno dei singoli titoli, ad emergere  in linea generale è il desiderio di porsi in alternativa alla dilagante voglia di omologazione, che caratterizza il panorama cinematografico nostrano. Una diversità che “Arianna” iscrive di diritto nel proprio Dna, attraverso la vicenda della giovane protagonista, adolescente introversa e inquieta che, nell’arco dell’estate trascorsa a contatto con un ristretta cerchia di coetanei  e immersa nella natura incontaminata che circonda la villa di famiglia, è costretta, un poco alla volta, a fronteggiare le conseguenze di un segreto che troverà risposta nella particolarità fisiologica del proprio corpo. 




Partendo dall’anello mancante di una personalità altrimenti incompleta, “Arianna” è il racconto di una presa di coscienza, dolorosa ma necessaria, in cui l’acquisizione dei diversi tasselli che serviranno a ricomporre il mosaico psicologico , della protagonista ma in sottordine anche degli altri famigliari, sono il risultato di un percorso narrativo che adottando la struttura di un thriller esistenziale, procede più per accumulazioni visive che verbali, producendo immagini, a volte svianti, sul tipo di quelle dal sapore bucolico che, contraddicendo la drammaturgia della storia, improntata a un soffuso senso di precarietà, inducono a sentimenti di spensieratezza e di divertimento; a volte evocative del futuro della protagonista; anticipato dal primo piano del volto incorniciato da acque dalla consistenza amniotica, a sottolineare la metamorfosi in atto; in certi casi persino ardite, nella rappresentazione di una sessualità che non solo non rinuncia alle nudità dei corpi ma che nel caso di Arianna, la mostra con un occhio che sembra acuire il mistero di cui la sua carne si fa portatrice. Qualità estetiche e figurative che, sulla scia del successo di registi come Matteo Garrone e Paolo Sorrentino, sono diventate tratto comune a una fetta sempre più numerosa del cinema italiano; e che però, a differenza di altre volte, nel film di Lavagna riescono a fare a meno del proprio decor, per dare linfa agli aspetti emozionali di una vicenda che, seppur collocata in un contesto anche poetico, risulta nelle sue conclusioni tutt'altro che idilliaca; come testimoniano le parole di Arianna che, nel commentare a posteriori il suo percorso di rinascita non omette le difficoltà della consapevolezza acuisite al termine del suo viaggio esistenziale. Senza dimenticare che “Arianna” affrontando tra gli altri temi, quello relativo alle nuove (per modo di dire) forme di identità sessuale – come già aveva fatto Laura Bisturi in “Vergine giurata” - mette in circolo un’idea di comprensione e di tolleranza che davvero sono un invito a non aver paura di affermare le proprie differenze; qualsiasi esse siano.

mercoledì, dicembre 16, 2015

ROUND – TRIP FESTIVAL A/R - L'ATTESA

In occasione della proiezione de "L'attesa" prevista il 17 dicembre presso il cinema KINO di Roma  nell'ambito del del Round - Trip Festival A/R pubblichiamo la recensione del film di Piero Messina
L'ATTESA

L’attesa
di Piero Messina
con Juliette Binoche, Lou de Laâge, Giorgio Colangeli
Italia,  Francia, 2015
genere, drammatico
durata, 100'




Tra le tante contestazioni rivolte al nostro cinema una delle più ricorrenti è quella che ne sottolinea l’incapacità di cogliere l’essenza del paesaggio circostante, il più delle volte presente nei film come semplice fondale o, ancora peggio, ricognito nei suoi aspetti più scontati e risaputi. Fa quindi piacere constatare come, accanto alla persistenza dell’antico difetto, rimarcato soprattutto nelle tante commedie che imperversano nelle sale, ci sia ancora spazio per una visione d’autore che, al contrario, fa dell’Italia e del suo territorio il punto di partenza per un cinema di ricerca e di scoperta. Una tendenza che nell’ultimo scorcio di stagione ha ricevuto nuovi stimoli grazie ai film di Pietro Marcello, regista di “Bella e perduta” presentato a Locarno e speriamo presto nelle nostre sale e poi, provenienti dal concorso ufficiale della 72 edizione del festival di Venezia, da quelli di Lucio Gaudino (Per amor vostro) e di Piero Messina (L’attesa) che, pur nelle riconosciute diversità hanno fatto dell’universo in cui sono ambientate qualcosa di più di un semplice riferimento topografico. Riferendoci a “L’attesa” per esempio, capita che, accanto al formarsi del legame che unisce la madre e la fidanzata del ragazzo di cui entrambe aspettano il ritorno, si faccia strada la rappresentazione di un sentimento che corrisponde in tutto e per tutto all’anima stessa della Trinacria, la terra dove si svolge la vicenda; una peculiarità che trova, soprattutto nella centralità della villa posta sulle pendici dell’Etna - emblema di quel senso di famiglia da cui, nel film cosi come nella cultura siciliana, tutto nasce e ritorna - le radici più ancestrali della sua riconoscibilità. Lungi dall’essere disgiunta, questa doppia valenza non rimane una semplice dichiarazione d’intenti ma si concretizza nella capacità delle immagini di farla diventare la materia del narrato; che, non per nulla si muove su un doppio livello di percezione, in parte reale, in parte immaginata, e poi di significati, continuamente in bilico tra la vita e la morte.

Così, partendo dall'incontro delle due protagoniste e stabilendo come unica certezza quell’attesa che progressivamente diventa la modalità con cui Anna (Juliette Binoche) e Jeanne (Lou de Laâge) scelgono di allontanare il momento in cui dovranno guardare in faccia alla verità e quindi alle ragioni che impediscono al ragazzo di tornare, il film allenta le maglie narrative per accogliere allusioni e rimandi che amplificano la risonanza del dato psichico; pensiamo, a proposito di misteri, alla valenza cristologica stabilita dalla simmetria tra l'immagine iniziale del volto della donna che si avvicina ai piedi del crocifisso con quella collocata subito prima dei riti pasquali, in cui il personaggio della Binoche chiude il cerchio con il disagio della sua condizione ricorrendo alle parole di uno struggente de profundis.  


Oppure, ai fotogrammi riferiti a particolari della vita più minuta che fanno corrispondere l’epifania di un gesto al passaggio di un’emozione , oppure un angolo di casa e gli oggetti che l’arredano al ricordo della persona a cui quelle cose sono legate. Da vedere più che da raccontare, Messina realizza un film che può contare sull’indispensabile presenza di Juliette Binoche, letteralmente trasfigurata nel dolore di Anna e brava a tal punto da far sembrare normale l’ottima prova della giovane collega. Rispetto all’accoglienza ricevuta all’anteprima veneziana “L’attesa” è un esordio che avrebbe meritato  miglior sorte critica e almeno un premio all’attrice francese.