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giovedì, agosto 15, 2013

Film telecomandati: FLAVIA LA MONACA MUSULMANA

Film Telecomandati
FLAVIA LA MONACA MUSULMANA (1974)
Regia: Gianfranco Mingozzi
Cast:  Florinda Bolkan, Claudio Cassinelli, María Casares.
In onda il 15 agosto alle 23.10 su Iris.


di Fabrizio Luperto

Il film prende spunto dall'invasione Ottomana di Otranto del 1480.

I fatti: il 27 luglio del 1480 l’Impero Ottomano approdò con alcune delle proprie imbarcazioni nei pressi di Roca e il minuscolo esercito otrantino (un manipolo di uomini inviato per l'occasione dal Re Ferrante) uscì dalla città per affrontare i Turchi nei pressi dei Laghi Alimini, distanti circa 35 km da Lecce.
La posizione scelta fu strategica, poiché l’esercito ottomano, non conoscendo la zona e non sapendo come muoversi, fu presto costretto a ritirarsi sulle proprie imbarcazioni dopo una perdita considerevole di uomini.
Dopo questo primo scontro furono inviate due lettere di aiuto da parte della provincia di Otranto, una al Re Ferrante ed una all’arcivescovo Francesco De Arenis, che purtroppo non servirono a nulla.
Gli otrantini furono abbandonati a se stessi e l’esercito turco iniziò ad attaccare la città con una serie di cannonate, avvalendosi di 16.000 uomini, diverse armi da fuoco e 50 imbarcazioni.
La popolazione riuscì a resistere per 14 giorni e l’11 agosto del 1480 i turchi entrarono nella città.
Armata solo degli attrezzi del proprio mestiere e dopo un’ultima battaglia davanti alla cattedrale di Otranto, dovette consegnarsi all'invasore.
I Turchi riuscirono ad impadronirsi della città: tutti i maschi di età superiore ai 15 anni furono uccisi, mentre le donne e i bambini ridotti in schiavitù.
Come testimonianza del disprezzo dell’Impero Ottomano nei confronti della religione cristiana, la cattedrale venne trasformata in stalla per cavalli e il giorno seguente avvenne la più grande delle tragedie. Il 14 agosto i circa 800 sopravvissuti all’eccidio  dopo essersi rifiutati di ripudiare la propria religione e di convertirsi a quella musulmana, furono condotti sul colle della Minerva e decapitati.
Nel settembre dell’anno successivo Otranto fu liberata per mano di Alfonso D’Aragona.

Il Film: Flavia (F. Bolkan), figlia di un potente signorotto è una ragazza che mal sopporta la condizione di donna (nel medioevo) perennemente vittima di soprusi e violenze.
Il suo ribellarsi, la conduce ad essere severamente e costantemente punita, infine, è obbligata dal padre a farsi suora.
In convento Flavia avrà come aiutante Abraham (C. Cassinelli), un giovane schiavo ebreo. I due, dopo aver assistito allo stupro di una contadina da parte di un nobile, decidono di fuggire, ma verranno catturati quasi subito e ricondotti al convento. La presa della città da parte delle truppe musulmane illude Flavia, che cova la speranza di liberazione, la giovane suora si unisce a loro e diventa l’amante del loro capo, il Pascià Achmet.
Tuttavia, le truppe musulmane, una volta presa la città, si distingueranno esclusivamente per le razzie e le devastazioni, portando il padre di Flavia al suicidio e decapitando l’amico Abrahm; tutto questo orrore spingerà Flavia all'ennesima ribellione. Abbandonata dai musulmani, Flavia verrà giudicata da un tribunale ecclesiastico e ....(finale indimenticabile).

Commento: Flavia la monaca musulmana è una riflessione sulla condizione della donna che poggia le sue radici  ne La Taranta/Tarantula (1962) documentario che Mingozzi girò a Galatina (Le), cittadina che in occasione della festa dedicata ai santi Pietro e Paolo vedeva convogliare nei pressi della cattedrale le donne "tarantate" provenienti da tutto il salento per essere guarite dal loro santo protettore (San Paolo).
Un gruppo di "tarantate", fa la propria comparsa nelle prime sequenze di Flavia la monaca musulmana.
Il film di Mingozzi è una produzione piuttosto anomala del panorama erotico-conventuale; fortemente femminista e dall'erotismo blando, questo probabilmente perché il regista tenta di dare spessore storico e sociale alla pellicola, riuscendoci però solo in minima parte.
Grazie alle buone interpetazioni, alla cura delle riprese, alle musiche, ai guizzi autoriali, Flavia la monaca musulmana, da alcuni appassionati  di un certo cinema è considerato un film di categoria "superiore" anche non proprio ben riuscito.
Al contrario, per chi scrive, le rivendicazioni femministe anni '70 catapultate nel medioevo,  il sesso quasi mai conseziente, l'esplicita atrocità di alcune sequenze, che trovano sublimazione nella scena finale,  fanno di Flavia la monaca musulmana, a tutti gli effetti una pellicola  Nunsploitation, sottofilone del Woman in prison, genere che, a pieno titolo appartiene alla sterminata famiglia dell'Exploitation.
Nonostante l'ambientazione salentina, le riprese furono effettuate nel nord della Puglia.
Musiche di Nicola Piovani.

Frase cult: Una monaca anziana si rivolge alla giovane Flavia: "Cosa ci possono fare i musulmani che i cristiani non ci hanno già fatto?"
Flavia la monaca musulmana è film allucinato, malsano e disturbante, succulenta pietanza per gli amanti dell'euro-exploitation, sperando che la versione televisiva non sia eccessivamente sforbiciata.

giovedì, maggio 30, 2013

Film telecomandati - Mine vaganti

Mine vaganti (2010)
    Regia: Ferzan Ozpetek
    In programmazione Giovedi 30 maggio ore 21.05 su Raitre.

    
   Tommaso torna nella casa familiare in quel di Lecce. Un posto da dirigente nel pastificio paterno lo attende, ma lui non si è laureato in economia come credono i suoi. Questa non sarà l'unica sorpresa con cui i familiari dovranno fare i conti

    Limitandosi ad una lettura poco più che superficiale di MINE VAGANTI, si potrebbe dedurre con facilità che ci troviamo dinanzi ad una commedia senza particolari ambizioni, ben confezionata, girata bene, ottimamente interpretata dalla maggioranza degli attori e supportata da una colonna sonora che aderisce perfettamente alle atmosfere della pellicola. Insomma, un film piacevole. Ma da quando Ozpetek ha deciso di abbandonare le sceneggiature fatte di morti dolorose, malati di aids, mogli tradite, amori impossibili e struggenti, per fare film piacevoli? Probabilmente, la decisione è stata presa dopo il rumorosissimo tonfo di UN GIORNO PERFETTO (2008) che sommato allo sgangherato CUORE SACRO (2005) rischiava di mettere per sempre in discussione le qualità del regista turco.
    E allora cosa c'è di meglio che mettere in piedi una operazione studiata a tavolino come MINE VAGANTI, provando a miscelare la commedia con il melodramma tanto caro a Ozpetek, stando attenti che la parte divertente del film sovrasti nei ricordi dello spettatore quella melodrammatica, allo scopo di garantirsi un buon risultato al botteghino che risollevi le sorti del turco di Roma. Ne viene fuori un film furbo, tramite il quale il regista non solo si assicura la fedeltà degli spettatori affezionati ai suoi temi, non scontentandoli, ma tenta di allargare la cerchia inserendo la risata facile utilizzando checche isteriche, zie alcolizzate e bambine sovrappeso. Tutto sommato l'operazione è comprensibile, ma il risultato non è dei migliori.

    Il regista turco si sforza di piacere, e allo spettatore non fa mancare neanche i suoi marchi di fabbrica, ovvero le solite tavolate con il solito movimento circolare della mdp, che ormai hanno stancato anche il più acceso dei suoi ammiratori e visto che ormai c'era infarcisce il film di zie, nonne, sorelle, palesando l'influenza del cinema di Pedro Almodovar, principe indiscusso delle pellicole a tematiche omosessuali. E ora veniamo alla nota più triste, vale a dire la parte del film riservata alla commedia.
    Il punto di partenza è semplice: puntare tutto sullo stereotipo del meridionale mentalmente arretrato e costruirci sopra una serie di situazioni che portino alla risata in perfetto stile Checco Zalone ripulito da volgarità.  Ozpetek fotocopia per il bravo Fantastichini, il ruolo che fu dell'indimenticabile Saro Urzì e non contento ne ripropone gli incubi (con varianti), attingendo a piene mani da SEDOTTA E ABBANDONATA (1963) di Pietro Germi, senza però essere mai veramente pungente e restando lontano dalla feroce satira sociale del regista genovese, preferendo la comoda strada che porta dritto alla farsa.
    In definitiva, Ozpetek, con questo film garantisce allo spettatore televisivo un'ora e mezza di divertimento leggero, con battutacce del tipo: "se ti chiamano principe del foro non è perchè sei avvocato", degne dei cinepanettoni di Neri Parenti (che almeno ha l'onestà intellettuale di ammettere i limiti del suo cinema), ma resta lontano dall'ottenere un risultato digeribile per lo spettatore che ama il cinema (e Ozpetek).


Fabrizio Luperto

martedì, aprile 16, 2013

NOI NON SIAMO COME JAMES BOND

Noi non siamo come James Bond
di Mario Balsamo e Guido Gabrielli
con Mario Balsamo, Guido Gabrielli, Daniela Bianchi
Italia 2013
genere, documentario
durata, 73'


Oramai ne siamo certi: in Italia esiste un nuovo tipo d'animale cinematografico, nato dalla necessità di superare i limiti imposti da una crisi che nel cinema deve fare i conti non solo con la mancanza di soldi, ma ancor più con il degrado culturale in cui versa il nostro paese.
Se non fosse così non si spiegherebbe un fenomeno come quello registrato dal film di Mario Balsamo e Guido Gabrielli, "Noi non siamo come James Bond" premiato all'ultima edizione del Torino Film Festival con una menzione speciale, e nonostante questo costretto ad inventarsi una distribuzione a macchia di leopardo, non diversa da quella di altre pellicole, e sono molte - citeremo per brevità due casi emblematici come "Il mundial dimenticato"(2012) ed ultimamente "The Summit" (2013) - impegnate ad affermare la propria esistenza potendo contare solamente sulle proprie qualità e sul passaparola del pubblico.

Un tipo di cinema condannato da un appeal commerciale extra circuito, in cui artigianalità e buone idee sono chiamate a supplire la mancanza di attori di richiamo ed un'adeguata campagna promozionale che per il film di Balsamo e Gabrielli è tanto più stridente se si pensa che Rai Cinema figura, seppur in compartecipazione, tra i distributori ufficiali del film.

Di certo, ed è un pregio, "Non non siamo come James Bond" appartiene alla categoria di quei film di difficile collocazione, perchè pur avendo le caratteristiche del documentario, con gli autori nella parte di se stessi, pronti a raccontarsi partendo dal paragone con il James Bond di Sean Connery, modello inarrivabile di un amicizia trentennale, riesce nell'impresa di imitare la finzione "mettendo in scena" quei ricordi alla maniera di un Buddy Movies involontario, con i protagonisti ripresi nel corso del viaggio che nelle intenzioni gli consentirà di conoscere il mitico interprete di 007.

Una missione difficile ma non impossibile per due tipi sopravvissuti alla condanna di una malattia definitiva e per questo allenati a non scoraggiarsi di fronte a nulla. Ed è proprio il fatto di non essere riconducibile ad un modello precostituito, di nutrirsi di una diversità che riesce a disfarsi di qualsiasi artificio per sovrapporsi alla vita, ad aumentare il fascino di un'opera che a dispetto dell'apparente semplicità è invece il risultato di una scrittura filmica attenta al dettaglio: nella composizione dell'immagine, determinata da un cromatismo capace di restituire le variazioni emotive che si accavallano nel corso della storia, e resa poetica da un utilizzo dello spazio che privilegia l'umanità dei personaggi con una collocazione capace di trasformare i limiti fisici in un plus valore di armonia e dignità (a testimoniarlo basterebbero le sequenze girate in riva al mare); nello sviluppo narrativo, frammentario e caratterizzato da una narrazione a maglie larghe, in cui il motivo principale rappresentato dal cammino di avvicinamento verso l'oggetto del desiderio si confonde, fino a perdersi, con le testimonianze di un vissuto in cui la malattia, seppure centrale nell'economia della vicenda, diventa lo spunto per affermare il superamento di un disagio (quello di non essere, come James Bond, all'altezza di qualsiasi situazione) affermato nelle battute iniziali del film, e poi lasciato indietro dalla consapevolezza di aver vinto la sfida più difficile.

Mario Balsamo, documentarista navigato, e Guido Gabrielli prestato al cinema per motivi contingenti, procedono per gradi. Inizialmente concentrandosi sull'affermazione del titolo, con lo smoking indossato per entrare nella "parte", emulando la compita eleganza dell'agente segreto, passando per il rendez vous con Daniela Bianchi, bond girl di "Dalla Russia con amore" (1963) nel quale emergono evidenti le prime avvisaglie di una discrepanza tra cinema e realtà (uno dei temi del film), progressivamente separati mediante una serie di telefonate di Balsamo all'attore scozzese, concluse da un finale a sorpresa, con la voce di Sean Connery che declinando una proposta di lavoro mai formulata, ribalta le posizioni di partenza, consegnando ai nostri eroi il primato di una dignità completamente ritrovata. 

E poi gradualmente, spostandosi verso un altrove emozionale, con le testimonianze ed i ricordi affidati alle parole dei due protagonisti, chiamate ad evocare i momenti più difficili, con un pudore totalmente estraneo ai patetismi da reality, e quelli esilaranti, e c'è ne sono molti, frutto di una dialettica che si avvale in buona parte delle peculiarità fisiognomiche e della mimica sghemba dei due autori. Balsamo in questo caso non si affida ad immagini di repertorio (una vera eccezione in questo tipo di operazioni) ma fa confluire quei trascorsi in un eterno presente, dove la circolarità di un racconto che procede parallelamente a quello della gita sulla spiaggia su cui il film ritorna e si conclude, riesce a far convivere due piani temporali diversi: quello della rimembranza, forte di una rarefazione che diventa concreta nel segno fisico dei corpi provati dal morbo, e quello dell'attualità, riassunta nel tuffo dei due amici su cui il film si congeda, assumendo connotati di una catarsi simbolica e definitiva. 

Espressione di individualità profondamente marcate "Noi non siamo come James Bond" è capace di diventare paradigma di un percorso di liberazione esistenziale in cui gioie e dolori sono le tappe di una guarigione che si completa nell'accettazione di se stessi. Un messaggio universale che il film di Balsamo e Gabrielli riesce a far passare senza alcun intellettualismo e con una freschezza che ricorda il cinema degli albori. 

Cercatelo nelle vostre città ed andatelo a vedere.
Non resterete delusi. 
(pubblicato su ondacinema.it)

lunedì, aprile 15, 2013

CI VEDIAMO DOMANI

Ci vediamo domani
di Andrea Zaccariello
con Enrico Brignano, Burt Young, Francesca Inaudi
Italia 2013
genere: commedia
durata, 103'

Forse è una questione di formato ma il caso è ancora aperto. Soprattutto se paragonato ad illustri predecessori l'approdo al grande schermo di Enrico Brignano risulta ancora problematico. Rispetto a tutto questo "Ci vediamo domani" al di là delle facili battute sull'ennesima commedia che tenta di sfruttare la popolarità di un personaggio televisivo, bisogna dire che questo nuovo episodio della carriera cinematografica di Brignano mostra un tentativo di cambiamento in direzione di un cinema meno superficiale, certificato da una sceneggiatura scritta dal regista Andrea Zaccariello insieme a Paolo Rossi, che cerca di sorridere affrontando temi importanti come la morte e la vecchiaia. Argomenti che la storia del film si va a cercare attraverso le peripezie di Marcello Santilli, figlia a carico e moglie in naftalina, pronto a scommettere sull'attività di pompe funebri aperta in un paesino di ottuagenari con l'obiettivo di rimediare alle conseguenze di un tracollo finanziario. Una speculazione altamente vantaggiosa e maliziosamente calcolata se non fosse che gli arzilli vecchietti si rivelano sanissimi e per nulla intenzionati a rinunciare alla vita. Per Santilli è l'inizio di un incubo ma anche l'inizio della sua rinascita.
Costruito su un impianto prevedibile, con la situazione di partenza destinata a ribaltarsi al termine di una serie di episodi che sembrerebbero confermarla, "Ci vediamo domani" dopo un inizio giocato sulla maschera tragicomica del suo protagonista, messo in mezzo da un losco faccendiere - un Ricky Tognazzi in versione Man in Black - ed in fuga dalla consorte che gli chiede gli alimenti, cambia improvvisamente faccia trasferendosi nelle atmosfere più sfumate e nei ritmi rallentati del piccolo mondo antico dove si compierà l'educazione emotiva e esistenziale del protagonista.

Senza abbandonare del tutto la ricerca dell'aneddoto, soprattutto quando il film costruisce le peculiarità di una comunità immarcescibile e le conseguenze di un paradosso che finisce per demolire le credenze del protagonista - che finirà per ammalarsi al posto dei suoi clienti - "Ci vediamo domani" si allarga ad una professione di fede che riscopre (lambendo lo stereotipo) la saggezza della vecchiaia, e rilancia - in chiave laica - un ottimismo riassunto dal significato di un  titolo, quello del lungometraggio, che esorcizza la fine ipotecando il tempo che verrà. Intento lodevole che il film realizza con dialoghi scontati e pieni di parole, intercalati da monologhi dello stesso tenore che tolgono ritmo alla storia ed imbrigliano la verve di Brignano, regalandogli una parte da mattatore dimezzato. Un peccato mortale che nessuna commedia potrebbe sopportare, a cui bisogna si aggiunge la mancata brillantezza dei dialoghi, ricolmi di saggezza poco divertente, ed una sottotrama che all'insegna dell'amore e della famiglia organizza un finale a sorpresa, a cui il film si aggrappa per provare ad invertire uno swing un pò troppo monocorde. E se anche esiste un accenno all'(im)moralità dei nostri tempi, colta nell'associazione tra l'ambiente clericale in cui si muove il personaggio di Tognazzi e lo strozzinaggio che lo stesso mette in atto nei confronti del protagonista, la sensazione è quella di una contestualizzazione volta ad aumentare per contrasto la forza taumaturgica dell'altrove provinciale più che a denunciare il malcostume nazionale. Ed allora pur riconoscendo a Brignano una volontà di cambiamento non possiamo non registrare l'ennesima delusione per un artista che sta ancora cercando il suo film.

sabato, aprile 13, 2013

IL VOLTO DELL'ALTRA

 Il volto dell'altra
di Pappi Corsicato
con Laura Chiatti, Alessandro Preziosi
Italia 2013
genere: grottesco, surreale
durata, 84


Da sempre autore di un cinema citazionista e cinefilo, grottesco e surreale, Pappi Corsicato deve molto a Marco Müller. Fu quest'ultimo infatti a riportarlo all'attenzione del pubblico e della critica presentandolo in concorso a Venezia con "Il seme della discordia" (2008) arrivato dopo una pausa dovuta anche all'ostracismo produttivo operato nei suoi confronti. Una scelta che in qualche modo si è ripetuta nell'odierna edizione del festival di Roma dove ancora una volta è stato il direttore sinologo ad inserire "Il volto di un'altra", ultima fatica del regista napoletano, tra i film selezionati per il concorso internazionale. Un segno di stima che inevitabilmente ha fatto lievitare quotazioni ed aspettative nei confronti del film.

Una tendenza al rialzo che la trama sembrava confermare, con una storia incentrata sul tema della bellezza e sul senso di identità che un personaggio come Bella (Laura Chiatti), angelica come un quadro di Raffaelo e crudele alla maniera di Crudelia De Mon, sembrava poter incarnare alla perfezione. Capita, infatti, che la ragazza, sposata a un chirurgo plastico (Alessandro Preziosi biondo e levigato) e sul punto di essere licenziata dall'emittente per la quale conduce un famoso programma televisivo, sia vittima di un incidente che le offre l'opportunità di ribaltare la situazione a suo favore. Fintamente deturpata e intenzionata a farlo credere al resto del mondo per incassare i soldi dell'assicurazione, la donna è aiutata nel suo scopo dal consorte in bancarotta e dall'operaio che inavvertitamente era stato responsabile di quell'infortunio.
Se le premesse del film erano scoppiettanti per la scelta di declinare argomenti universali e anche per l'abilità di Corsicato di saper guardare fuori dal proprio orto, cogliendo in maniera giocosa gli aspetti deteriori della nostra società - con un allestimento di personaggi secondari come quello della famiglia appostata di fronte alla clinica dove Bella è ricoverata a rappresentare un immaginario collettivo drogato di un voyeurismo morboso e sensazionalistico, oppure della suora opportunista e fedele alla religiosità del tornaconto personale - questa volta il melting-pop costruito dal regista non riesce a sostanziare le intenzioni.
La presenza di cultura alta e bassa, il ricorso a citazioni non solo cinematografiche - in questo caso si potrebbe andare dal Billy Wilder de "L'asso nella manica" ai fratelli Coen negli inserti onirici, solo per citarne due a caso - ma appartenenti alla moda e alla pubblicità, con costumi e situazioni riprodotte da un noto reportage fotografico di Steven Meisel, non creano il cortocircuito sperato. Corsicato è bravo a lavorare sugli accessori, con un feticismo capace di trasformare il senso degli oggetti: è il caso della bendatura che copre per buona parte del film il viso di Laura Chiatti, diventando gradualmente, in quanto maschera, il simbolo della dicotomia tra realtà ed apparenza, oppure del sanitario che rischia di sfigurare il volto della donna e che, nell'accostamento con il simbolo della bellezza femminile, diventa in maniera irrisoria la misura della sua vanità. Una deriva escatologica presente più volte nel corso della vicenda che non a caso culmina nella rottura delle tubature della clinica, con i degenti inondati di escrementi a simboleggiare il valore culturale e morale di un'epoca che sta andando alla deriva. Ma anche questa trovata insieme alla palingenesi prospettata dalla caduta di un meteorite sembrano delle freccie spuntate, incapaci di far male e appena sufficienti per un sorriso che rimane a metà strada.
(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì, marzo 07, 2013

Film Telecomandati - Lo strano vizio della signora Wardh

Film Telecomandati
LO STRANO VIZIO DELLA SIGNORA WARDH (1971)
Regia: Sergio Martino
Cast: George Hilton - Edwige Fenech- Ivan Rassimov- Alberto de Mendoza - Cristina Airoldi - Carlo Alighiero

In onda Venerdi 8 marzo alle 00.55 su Rai Movie.


Julie (E. Fenech) è una signora coniugata con Neil ( A. De Mendoza) un ricco diplomatico, che conduce una vita sessuale un pò troppo movimentata. In passato ha tradito il marito con Jean (I. Rassimov) con il quale si cimentava in pratiche sadomaso. Giunta a Vienna instaura una relazione con George (George Hilton). L’arrivo in città di Julie coincide con una serie di brutali omicidi che coinvolgono giovani donne, assassinate a colpi di rasoio da un misterioso killer.

Lo strano vizio della signora Wardh è uno dei primi esempi del sottofilone giallo-erotico che portò notorietà ed incassi a diversi registi e produttori italiani, tra cui, ovviamente, i fratelli Sergio (regista) e Luciano (produttore) Martino, che in seguito realizzarono altre pellicole di questo genere, tra cu spicca I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973).

Tutto nasce dal successo de L'uccello dalle piume di cristallo (1970) di Dario Argento, i fratelli Martino ne riprendono le atmosfere aggiungendoci un tocco di erotismo, strizzano l'occhio ai gialli di Umberto Lenzi e piombano in sala nel gennaio del 1971.
Il film a tratti risulta inutilmente ingarbugliato ma la Fenech sfodera le sue armi migliori ( che non comprendono la recitazione), il ritmo è buono e alcune sequenze sono davvero da sottolineare, questo fa de Lo strano vizio della signora Wardh una pellicola gradevole che merita la visione anche da parte di chi non è proprio un appassionato del genere.

Durante il film appare un biglietto con la seguente scritta: "ora so che cerchi di sfuggirmi...ma il tuo vizio è una stanza chiusa dal di dentro e solo io ne ho la chiave".
Il biglietto contiene il titolo ( Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave) di quello che sarà il successivo film di Sergio Martino, sempre interpretato da Edwige Fenech e Ivan Rassimov e ovviamente prodotto da Luciano Martino.

La scena del parco verrà riproposta da Dario Argento in Quattro mosche di velluto grigio (1972) anzi ad onor del vero, l'intero film riprende, seppur con qualche variante, l'intreccio de Lo strano vizio della signora Wardh che a sua volta rimodula le tematiche de Il caldo corpo di Deborah (1968).
Anche l'aggressione della Fenech nel garage verrà ripresa da altri film, il caso più clamoroso riguarda La polizia chiede aiuto (1974) di Massimo Dallamano.

Titoli esteri: La perversa señora Ward (Spagna), L'étrange vice de Madame Wardh (Francia).
Fabrizio Luperto







lunedì, marzo 04, 2013

Film telecomandati - Django

Film Telecomandati 
DJANGO (Italia 1966) 
Regia: Sergio Corbucci 
Cast: Franco Nero - Eduardo Fajardo - Loredana Nusciak - Rafael Albaicin - Simon Arriaga

  In onda Lunedi 4 marzo alle 21.10 su Raimovie.

 
In un paese al confine con il Messico arriva Django (Franco Nero) un pistolero solitario che si muove a piedi e trascina una bara.

Django salva la vita a Maria (Loredana Nusciak) che sta per essere uccisa da una banda di messicani, subito dopo arriva sul posto la banda di razzisti legata al Maggiore Jackson (Eduardo fajardo) che prima fa fuori i messicani e poi condanna a morte maria colpevole di stare in compagnia di gente di razza inferiore.

Django ammazza i razzisti e porta in paese Maria.
"Django", violento e sanguinario spaghetti-western diretto da Sergio Corbucci nel 1966, è uno dei più grandi successi internazionali di tutto il filone, secondo solo ai capolavori di Sergio Leone.
Grazie a questa interpretazione Franco Nero divenne una star internazionale e firmò un contratto con la Warner.

Nel cast tecnico sono presenti alcuni dei più noti specialisti del cinema di genere italiano, come Enzo Barboni alla fotografia e Ruggero Deodato in qualità di aiuto regista.
L'indimenticabile canzone che apre il film (ripresa anche da Q. Tarantino per il suo "Django Unchained") è eseguita da Rocky Roberts.

Il successo mondiale del film di Corbucci scatenò produttori e sceneggiatori e i Django tarocchi invasero i cinema. Dopo il Django originale il produttore Bolognini litigò con il regista Corbucci e Franco Nero dopo il clamoroso successo, come già accennato, aveva firmato un contratto con la Warner, questo complicò ulteriormente le cose in vista di un sequel.


Di seguito i "Django" più noti:

"Preparati la bara", può essere considerato un prequel a tutti gli effetti perchè prodotto da Bolognini e il personaggio era interpretato da Terence Hill.

"Django cacciatore di taglie" è addirittura un film argentino e il protagonista diventa Django solo per la distribuzione in Italia.

"Django non perdona" è una produzione spagnola e il protagonista J. Clark è in realtà lo spagnolo H. Blanco. "I vigliacchi non perdonano" è film italiano e il Django protagonista è Gianni Garko.

"Uccidi Django..uccidi per primo" viene diretto da S. Garrone e il protagonista è Giacomo Rossi Stuart.

Seguono decine di Django (anche brasiliani e turchi) ma quello che merita certamente una citazione è "Django il bastardo" sempre di Sergio Garrone, un western atipico dove si respira aria lugubre e malsana, interpretato da Anthony Steffen (Antonio De Teffè). Altro Django è quello di P. Squitieri "Django sfida Sartana".

Mi fermo qui, ma si potrebbe andare avanti all'infinito. Devo però ricordare che un sequel quasi ufficiale esiste, ed è quello girato nel 1987 da Nello Rossati è interpretato, come l'originale, da Franco Nero, dal titolo "Django 2" e proprio come il Django di Tarantino è ambientato tra schiavi e schiavisti, un caso?







mercoledì, febbraio 13, 2013

Studio illegale

Studio illegale
di Umberto Carteni
con Fabio Volo, Zoe Felix, Ennio Fantastichini
Ita, 2013
durata 90 

Era il 1991 quando Brett Easton Ellis pubblicò dopo molte controversie l'atto d'accusa nei confronti di una generazione, quella degli anni 80,omologata e superficiale. In quel libro, e poi in parte nell'omologo film di Mary Harron (American Psycho, 2000) a farla da protagonista era l'idea di una società trasfigurata dal consumo degli oggetti che finivano per sostituire le identità di essere umani riconoscibili non in quanto persone ma come portatori di griffe e di tendenze. Una delle caratteristiche più lampanti del libro e pure del film, era l'impossibilità da parte dei personaggi di collegare anche solo per un momento il volto dell'interlocutore con il nome e la storia di chi vi stava dietro. Da cui una serie d'equivoci divertenti, ed anche macabri, che però riuscivano a materializzare la nevrosi di un passaggio per certi versi epocale. A vent'anni di distanza, e dopo una serie di stravolgimenti anticipati da quella visione, torna a farsi viva, non senza ragione visti i tempi, la sensazione di un vuoto pneumatico espresso con tic, manie e difficoltà relazionali non lontane da quelle che Ellis "catalogava" nel suo libro. A portarla sullo schermo con un'operazione simile al modello di riferimento ma con molti meno problemi dal punto di vista produttivo è Umberto Carteni (Diverso da chi?, 2009) che traduce per immagini le parole di Federico Baccomo "Duchesne", blog scrittore assurto a successo con ben due libri appaltati per il cinema (il secondo dovrebbe diventare un film con Bisio). Un parallelismo che Carteni non perde tempo a ratificare, dopo averci sorpreso con l'ultimo atto di un suicidio a suo modo sorprendente. Siamo infatti ad inizio film, con la figura ed il faccione di Fabio Volo, apripista necessario per farci entrare nella storia con animo predisposto ad una certa leggerezza. Ed invece no, perché quel salto nel vuoto, spiazzante e mortale, appartiene al collega di stanza di Andrea Cambi (Volo), avvocato rampante e playboy incallito, da lì in avanti costretto a fare i conti con il cinismo della sua e dell'altrui esistenza.



Uno scarto esistenziale che si completa nella scena successiva dove uno sbigottito Andrea assiste al discorso di commiato di Giuseppe, boss cinico e mellifluo - un Ennio Fantastichini trasfigurato negli eccessi del suo personaggio - che approfitta dell'occasione per incitare i presenti ad onorare il defunto riprendendo a lavorare con rinnovato accanimento. Come in Ellis quindi, la morte assume fin da subito tratti grotteschi, e soprattutto laterali rispetto alle regole dei rituali collettivi. C'è lo dice l'in­serto che seguirà di lì a poco, con un fashion party che è insieme luogo deputato da Cambi per rimorchiare avvenenti fanciulle, ed allo stesso tempo quintessenza di un acquario sociale dove il regista mette in mostra i freaks contemporanei. Un inizio promettente, per certi versi spiazzante, che però deve fare i conti con l'incipit del film, ovvero la presa di coscienza del protagonista, assente in Ellis, con un ritorno alla vita testimoniato dall'innamoramento per la collega francese, controparte legale dell'azienda farmaceutica di cui Cambi deve seguire l'acquisizione per conto di un potente sceicco. Una piega per certi versi prevedibile, vista la presenza di Volo, ormai abbonato a ruoli da figliol prodigo, e per le esigenze di un prodotto che non vuole discostarsi per motivi di profitto dal clichè buonista e molto consolatorio di certa commedia italiana, pronta a tutto pur di salvare in calcio d'angolo i suoi pargoli e le loro malefatte (il finale, con l'ammiccamento di Volo allo spettatore ne è prova lampante e per certi versi agghiacciante).


In questo modo, seguendo un canovaccio in cui per arrivare al lieto fine c'è bisogno della dovuta dose di gioie, equivoci ed anche dolore, "Studio illegale" smarca velocemente qualsiasi istanza riferibile al grottesco sociale (a parte l'espediente messo in bocca a Giuseppe, imperterrito nel confondere i nomi dei suoi interlocutori) per imbarcarsi nell'ennesima storia di sentimenti feriti, di buone intenzioni mascherate dal solito gallismo italico, e poi dall'immancabile ritratto di una compagine maschile eternamente afflitta da sindrome infantile. Confezionando la storia con un'aria vagamente retrò non solo per la mise dei protagonisti - lui con affetti e capelli all'indietro sembra uscito fuori da un film di Pietro Germi, mentre lei viso aguzzo e gonne ad altezza ginocchio a ricordare la moda a cavallo dei 60 - ma anche per una fotografia calda e malinconica, le cui sfumature dorate ed anche certi inserimenti musicali sembrano alludere ad atmosfere di un periodo che fu, Carteni da vita ad un prodotto che nella sostanza è ripiegato sulla presenza della sua star, e che per questo riduce tutto il resto a cominciare dall' alter ego femminile, bidimensionale perchè sviluppato solo come pretesto per scatenare le contraddizioni di quello maschile, a mero accessorio. Intriso d'apparente solitudine, ma in realtà ancorato felicemente ad un individualismo sfrenato, evidenziato dal fatto che tutti indistintamente mentono sapendo di mentire - anche il nuovo arrivato interpretato da Nicola Nocella si adegua subito all'andazzo - "Studio illegale" attraverso il tema della menzogna vorrebbe rimandare ad un altrove che però non esiste neanche per un momento tanto è scoperta, e per niente stratificata la descrizione del presunto nascosto dei vari personaggi.
Ed è un peccato che Fabio Volo, a differenza di un attore splendidamente dilettante ma dall'esperienza professionale ben più variegata come Valerio Mastandrea, non riesca a rischiare un pò di più sfruttando i vantaggi del momento per offrirsi varianti capaci di sviluppare la naturale confidenza ad apparire. In questo caso si registra solo un colpo a vuoto, suo e pure del film.
(pubblicato su ondacinema.it)

lunedì, febbraio 04, 2013

Film Telecomandati - DJANGO SFIDA SARTANA

Film Telecomandati
DJANGO SFIDA SARTANA (1970)
Regia: William Redford (Pasquale Squitieri)
Cast: Tony Kendall (Luciano Stella) - Salvatore Billa - Giorgio Ardisson

In onda lunedi 4 febbraio alle 17.40 su Iris.

Django (Kendall) è un cacciatore di taglie che lascia la sua città per cercare "Il Corvo", un bandito che terrorizza la zona. Durante la sua assenza arriva in città Sartana (Ardisson), un altro cacciatore di taglie.
Visto che Django è assente, Steve, il fratello minore di Django, viene incaricato dal direttore della banca, che teme di subire una rapina da parte di Sartana, di offrirgli dei soldi. Sartana offeso dall'offerta caccia via Steve.
Nel frattempo il direttore della banca viene trovato morto dai suoi uomini e la banca viene svaligiata.
Avendo in molti visto Steve e Sartana insieme, è quasi scontato che vengano indicati come gli esecutori della rapina e dell'omicidio del direttore della banca.
Quando Django torna in città, trova suo fratello appeso alla forca, e, non credendo alle accuse mosse contro di lui, va alla ricerca di Sartana.

Sono passati quattro anni dall'uscita del Django originale (S. Corbucci 1966) ma il nome Django continua a far cassa, cosi il produttore Roberto Bessi chiama il giovane Squitieri per girare questo remake in salsa western di Ercole sfida Sansone (P. Francisci 1963).
Nonostante (l'allora inesperto) Squitieri avesse girato moltissimo, al momento del montaggio il film risultò di poco superiore ai 60 minuti. Il produttore fu costretto a chiamare Sergio Garrone per girare qualche scena allo scopo di fare minutaggio.

sabato, febbraio 02, 2013

Film Telecomandati - LA POLIZIA E' SCONFITTA

Film Telecomandati
LA POLIZIA E' SCONFITTA (1977)
Regia: Domenico Paolella
Cast: Marcel Bozzuffi- Vittorio Mezzogiorno- Nello Pazzafini

In onda domenica 3 febbraio alle ore 00.40 su Iris


La polizia è sconfitta, poliziottesco appartenente al sottofilone delle squadre speciali è una sorta di remake de Quelli della Calibro 38 (M. Dallamano), con ambientazione spostata in una Bologna livida e tesa.

Il sottofilone in questione si basava su sceneggiature ovviamente simili tra loro: la polizia rimedia solo brutte figure sino a quando non utilizza gli stessi metodi dei criminali operando ai limiti della legalità.

Vittorio Mezzogiorno interpreta il criminale bombarolo Valli, uno dei cattivi più violenti e vigliacchi del cinema italiano.
Film piuttosto cruento, con esplosioni, evirazione e linciaggio.

Sceneggiatura dell'onnipresente Dardano Sacchetti, musiche di Stelvio Cipriani.
Uscito in sala nell'agosto del 1977.

Frase cult . " la legge è come la minchia: si allunga e si ritira a seconda dei casi" ( il tunisino - Nello Pazzafini).

martedì, gennaio 29, 2013

Mai Stati Uniti

Mai Stati Uniti
di Carlo Vanzina
con Ricky Memphis, Vincenzo Salemme
Italia 2013
durata, 90


Questione di sinergie ma anche di calcolato pragmatismo. Nel primo caso parliamo delle banche che hanno finanziato il film e dei possibili riflessi che questo può avere avuto sui giudizi positivi espressi dai giornali ad esse collegate a proposito di “Mai Stati Uniti”. Il secondo invece rispecchierebbe le riflessioni a voce alta di molti addetti ai lavori che vedono nel successo di film come quello dei Vanzina l’unica possibilità di finanziare il cinema d’autore destinato per sua natura a pagare il dazio in termini di incassi, e quindi proprio per questo bisognoso di essere sostenuto da quello popolare, di dubbia virtù ma altamente remunerativo. Da qui la necessità degli addetti ai lavori di sostenere il prodotto a scatola chiusa, indipendentemente dal suo effettivo valore. Sarà. Di sicuro c’è che questa nuova fatica dei fratelli Vanzina altro non è che una sorta di cinepanettone annacquato, edulcorato e ripulito degli aspetti più triviali dello storico filone, ma come quello assemblato omogeneizzando in modo caricaturale pregi e difetti, vizi e virtù della stirpe italica con l’intento di dare vita ad una serie di situazioni ad alto tasso di riconoscimento, di cui poter ridere ma allo stesso tempo sentirsi solidali. In questo caso il pretesto per mettere insieme la solita galleria di tipi umani è un viaggio in America che cinque fratelli devono compiere per compiere le ultime volontà di un padre di cui avevano sempre ignorato l’esistenza. A motivarli la ricompensa postuma di un eredità miliardaria da dividersi al termine del viaggio. Un’ impalcatura da film on the road con relativa presa di coscienza – al termine del viaggio la fratellanza per caso diventerà un sentimento reale e condiviso - raggiunta non prima di aver sciorinato l’inevitabile dose di conflittualità – che i Vanzina portano avanti in maniera meccanica, inanellando schetck televisivi che come sempre girano intorno ai piaceri della carne, fintamente rimossi dal linguaggio ripulito adottato dai protagonisti e dalla mancanza di attrici veline, ed invece presenti con la solita dose di doppi sensi funzionali ad innescare una serie di incomprensioni che vorrebbero far ridere. Il risultato è uguale alla faccia di Ricky Memphis, sguardo allibito e quasi catatonico. Sempre meglio della frenesia tarantolata dei colleghi, perennemente sopra le righe, come se il divertimento coincidesse con la forzatura dei gesti e con il tono di voce da brooker di Piazza Affari. Ad Anna Foglietta va il premio per il conflitto di interessi assegnatogli per la contemporanea presenza nell’altro film di Natale firmato Neri Parenti.

lunedì, gennaio 28, 2013

Pazze di me

Pazze di me
di Fausto Brizzi
con Francesco Mandelli, Loretta Goggi, Claudia Zanella
Italia, 2013
durata, 94


Le famiglie disfunzionali generano divertimenti catastrofici. Sono questi gli intenti che stanno alla base di una commedia come "Pazze di me", il nuovo film targato Fausto Brizzi, alle prese con uno script che riprende il suo dittico dedicato alla guerra dei sessi ("Maschi contro femmine", 2010 e "Femmine contro Maschi, 2011") variandolo a favore di una preponderanza femminile espressa nel numero dei personaggi proposti e nell'enfasi delle esasperazioni caratteriali rappresentate dal collettivo di Erinni messo in scena dalla storia.

All'origine di tutto c'è un abbandono, quello del padre di Giorgio, da allora chiamato a sostituire la figura paterna in un contesto capitanato da una madre dominatrice e castrante, e con nonna, sorelle ed anche una badante che in un modo o nell'altro finiscono per sfogare su di lui le frustrazioni ereditate dall'antico trauma familiare. Vittima di uno schema che ne condiziona le scelte della vita quotidiana, Giorgio vede fuggire una dietro l'altra le fidanzate di turno, spaventate dalla folle invadenza di quel consesso, fino all'incontro con Giulia, la donna della sua vita, che lo convince a ribellarsi una volta per tutte dalle perigliosa compagnia.

Se Giorgio - un Francesco Mandelli unmasked ed in versione slapstick - è il perno attorno a cui ruota il resto del film, non c'è dubbio che "Pazze di me" per l'overdose di voci femminili costituisca un'eccezione le cui proporzioni, sempre per restare al cinema di genere, devono essere rintracciate nel prototipo firmato da un maestro come Mario Monicelli che nel suo "Speriamo che sia femmina" (1986) dava spazio ad un universo femminile monopolizzante e maggioritario, e poi per fare un esempio più recente al cineteatro rappresentato dal film di Cristina Comencini "Due partite" (2009). Nei fatti però il film di Brizzi più che dare spazio ad una serie di "ritratti" utilizza l'elemento femminile, con le nevrosi e le contraddizioni che gli appartengono, come oggetto contundente capace di legittimare il tormentone del titolo, ma soprattutto come miccia per innescare una quantità di situazioni talmente assurde da giustificare le peripezie dello stralunato protagonista. In questo modo la presunta follia entra in gioco in maniera intercambiabile, e, ove si eccettui il personaggio Veronica (Claudia Zanella), a cui è dato il tempo di andare oltre il radicalismo del suo femminismo per tratteggiarne l'insicurezza, escludendo a priori l'universo che le contiene, e di conseguenza le psicologie che l'hanno prodotta. Così l'intransigenza materna della madre interpretata da Loretta Goggi, la risibile frivolezza di Federica, il perfezionismo di Beatrice e finanche l'opportunismo della badante romena più che peculiarità dei singoli ruoli diventano il riassunto della loro essenza, riducendo quelle personalità a puro stereotipo. In un contesto simile è ovvio quindi che a contare non sono le sfumature comportamentali e gli scarti emozionali ma la capacità del meccanismo di concatenare i fatti e di mantenere alto il ritmo degli inconvenienti che si abbattono progressivamente su Giorgio. E se questo succede, facendo quasi dimenticare la carenza del contesto in cui le situazioni si verificano, le coincidenze forzate - come quella che ad un certo punto fa si che Giorgio incontri sempre Veronica in compagnia del padre della sua fidanzata di cui la sorella si è pazzamente innamorata - o il cambio di direzione repentina in cui Giorgio da vittima delle sorelle diventerà una sorta di dottor Stranamore, in grado di risolverne i problemi sentimentali, allora in fondo, "Pazze di me" riesce ad essere all'altezza delle sue aspettative. Giunto alla sua settima regia Brizzi è già costretto a far quadrare i conti per il flop del precedente "Come bello far l'amore" (2012). Da qui forse il fatto di assegnare il ruolo principale a Francesco Mandelli, attore "caldissimo" per l'exploit de "I soliti idioti" (2012) e poi di affidarlo all'esperienza di animali da palcoscenico come Loretta Goggi, appena tornata al cinema, di Maurizio Micheli, caratterista a tutto campo e qui nei panni del portiere innamorato neanche tanto segretamente della madre di Giorgio, e da un mix di attrici giovani e meno giovani puntualmente professionali come Marina Rocco (Federica) ormai abbonata ai ruoli di bellina senza testa. Di suo Brizzi, qui meno pop del solito ci mette un universo che tracima a piene mani dal fumetto - Mandelli con il suo fisico esile e gommato potrebbe essere un disegno del Rebuffi di Tiramolla - e dal cinema americano. Evidente è l'influsso di PT Anderson per il personaggio di Veronica omologa del Frank TJ. Mackey di "Magnolia" (1999) anche per la somiglianza del contesto in cui ci viene presentato (il monologo di lei è simile al pensiero "Seduci e distruggi" del "womanizer" interpretato da Tom Cruise) ed ancor più per quello di Giorgio, versione italiana, almeno fino ad un certo punto del Barry/Adam Sadler di "Ubriaco d'amore"(2002), sottovalutato capolavoro del regista americano, ripreso non solo nella sottomissione al proprio nucleo familiare ma anche nei modi laconici in cui questa si esprime. Ed è forse proprio la distanza da quest'ultimo modello a far riflettere, sulla mancanza di coraggio di certa commedia nostrana, qui palesata con un finale paradossalmente machista e consolatorio (alla fine le donne si rivelano "donnette" ed è il maschio a dover correre in loro aiuto). Certamente utile agli incassi ma sicuramente superficiale nel cogliere una parte importante della nostra contemporaneità.
(pubblicato su ondacinema.it)

mercoledì, gennaio 23, 2013

Film telecomandati - I PADRONI DELLA CITTA'

Film telecomandati I PADRONI DELLA CITTA' (1976) 
Regia: Fernando Di Leo 
Cast: Vittorio Caprioli - Jack Palance - Al Cliver - Harry Baer

In onda: mercoledi 23 alle ore 23.10 su La 7D

"I Padroni della città" è lontano dai capolavori noir del regista foggiano, ma tenendo presente il risicato budget a disposizione il risultato non è malvagio. Oscillando tra farsa e tragedia, tra commedia e gangster-movie, la pellicola coinvolge lo spettatore sino all'epilogo, realizzato con una sequenza girata in maniera impeccabile.

La parte ironica e beffarda del film ruota intorno al personaggio interpretato dal mitico Vittorio Caprioli, quasi sempre il "portavoce" delle idee del regista dauno, in quasi tutta la sua filmografia.

Il film ci racconta della piccola manovalanza criminale (il titolo va interpretato in maniera beffarda) che sogna il potere quando invece si tratta di spacconi dalle dimensioni di un moscerino agli occhi dei veri boss della città. Un gruppo di delinquenti di piccolo calibro privi di orgoglio e dignità.

I Padroni della città è l'ultimo film prodotto dalla Daunia 70, la casa di produzione dello stesso Di Leo.

Tarantino ha dichiarato che è stato proprio I padroni della città, il film che gli ha fatto scoprire Fernando Di Leo.

Frase cult: "ricordatevi che l'organizzazione a delinquere nun è come'a fessa in man a 'creature".

domenica, gennaio 20, 2013

La scoperta dell'alba

La scoperta dell'alba
di Susanna Nicchiarelli
con Margherita Buy, Sergio Rubini
Italia 2013
Durata 92'


Gli anni di piombo sono notoriamente un nervo scoperto della storia italiana. Il cinema, nel tentativo di aiutare il paese a metabolizzarne le conseguenze, ha posto una reticenza che è il segno più tangibile di come ancora oggi le ferite non si siano rimarginate.

La difficoltà di raccontare quegli anni, e soprattutto di accettare le motivazioni che li hanno prodotti, è stata acuita dal fatto che le persone chiamate a parlarne ne sono state in qualche modo coinvolte, magari tra barricate di una protesta sfuggita di mano, oppure solamente per aver provato la paura di giorni dominati dall'odio e dalla morte. L'ultimo tentativo in tal senso arriva dal festival di Roma che presenta nella sezione "Prospettive Italia" il secondo film di Susanna Nicchiarelli, "La scoperta dell'alba", ricavato con qualche cambiamento dall'omonimo libro di Walter Veltroni.

Il film racconta di una frattura temporale che, attraverso un cortocircuito telefonico, mette Caterina nelle condizioni di tornare ai tempi della sua adolescenza, entrando in comunicazione con il suo alter-ego. Allo stupore iniziale subentra quasi subito la scoperta di una serie di indizi che la portano a dubitare sulle ragioni della scomparsa del padre, un professore universitario rapito dalle Brigate Rosse per aver collaborato alla stesura di una legge che tradiva la causa del proletariato. Nel tentativo di invertire i fatti della storia, Caterina inizia ad indagare sul passato del proprio genitore per arrivare ad una scoperta che cambierà le prospettive della sua esistenza e di quella della sua famiglia.

Equamente diviso tra passato (gli anni 70) e presente, e immerso per quanto riguarda la sezione dedicata agli anni 80 nei colori e nelle musiche del periodo, "La scoperta dell'alba" più che spiegare il terrorismo e le sue conseguenze assomiglia ad un kammerspiel in cui a contare non sono tanto la narrazione dei fatti e gli sviluppi dell'intreccio, ma i rapporti tra i personaggi, le interazioni e le emozioni che li attraversano nei vari passaggi del racconto. Come se si trattasse di una nuova "recherche" in cui la possibilità di recuperare il tempo perduto funziona da catarsi rispetto ai non detti che appartengono analogamente ai protagonisti del film, ed insieme anche a quelli dello spettatore, la Nicchiarelli lavora sui due piani temporali come fossero uno solo: in questo modo evita di cascare negli stereotipi e nel coté di situazioni che normalmente accompagnano la scoperta del fantastico e dell'inverosimile, preferendo la costruzione di un'atmosfera in grado di rispecchiare il dualismo di un momento - gli anni 80 - in cui l'angoscia dello scontro armato scoloriva nella speranza di esserne finalmente usciti.

È questa la ragione di una colonna sonora da juke-box ("99 luftbollons" e "Video Killed the Radio Star" sono le due canzoni tormentoni) sovrapposta a momenti di drammatica tensione, e dell'utilizzo di corpi e di interpretazioni anomale e goffamente divertenti, come quelle del chitarrista del gruppo musicale prodotto dalla sorella di Caterina (ad impersonarlo è lo stralunato attore de "L'ultimo terrestre"), imbranato e debilitato dai mal di pancia provocate dalle cozze che continua a mangiare nonostante ne sia allergico, oppure del marito della protagonista (Sergio Rubini, nuovamente arruolato in un film della regista), un disegnatore di cartoni animati con la testa fra le nuvole ed ignaro dei turbamenti della moglie che a sua insaputa si ritroverà sul punto di lasciarlo. Allo stesso tempo rende tangibile la paura e i dubbi della protagonista con ralenti e carrellate in avanti e all'indietro che enfatizzano il senso di perdita e l'alienazione provocato dalla vertigine di una realtà che si va ridisegnando di fronte agli occhi di Caterina.

Se la scelta di drammatizzare maggiormente i conflitti interiori rispetto a quelli materiali - quando la violenza presente è filtrata dal ricordo e dalla distanza temporale - è strutturale alla genesi dell'opera, per cui, di fatto, risulta più scioccante scoprire il tradimento del genitore che la morte di un uomo innocente, "La scoperta dell'alba" non riesce ad essere efficace laddove vorrebbe. A risultare troppo debole non è solamente il meccanismo che dovrebbe provocare la sospensione di incredulità, dato per scontato troppo presto e più simile a una regressione psicanalitica, ma anche lo spessore dei personaggi secondari, quelli funzionali ad oggettivare il tormento interiore della protagonista.

Così, in mancanza di una vera dialettica, "La scoperta dell'alba" finisce per girare su se stesso, indugiando all'infinito sullo sbigottimento dell'umanità di cui racconta, ma senza riuscire ad argomentarne le ragioni. Un'occasione mancata e la conferma che certe cose sono ancora troppo recenti perché tutti ne abbiano il necessario distacco.




(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì, gennaio 17, 2013

Film Telecomandati - VAMOS A MATAR COMPANEROS

Film Telecomandati
VAMOS A MATAR COMPANEROS (1970)
Regia: Sergio Corbucci
Cast: Franco Nero - Tomas Milian - Iris Berben - Jack Palance - Fernando Rey
In onda: nella notte tra il 17 e 18 gennaio alle ore 01.15 su Iris.



Vamos a matar companeros è uno dei maggiori esempi di spaghetti-western appartenente al sottofilone politico-rivoluzionario.
Questo sottofilone (che ebbe riflessi anche nel cinema d'autore con film come Quien sabe? di Damiano Damiani) miscelava, a volte in maniera troppo ardita, istanze terzomondiste, filosofia maoista e istinti rivoluzionari, catapultando il tutto in un mondo fatto di pistoleri, rivoluzionari duri e puri, cacciatori di taglie, arroganti proprietari terrieri, traditori del popolo.

Solita coproduzione italo-spagnola con partecipazione tedesca, il film di S. Corbucci si posa su una sceneggiatura solida che si serve della rivoluzione messicana per raccontare le avventure picaresche dei protagonisti.

Cast di assoluto livello con un Franco Nero al meglio e Fernando Rey che garantisce quel qualcosa in più.
Su tutti svetta Tomas Milian (non doppiato) con basco alla Che Guevara e ghigno irresistibile.

Una particina anche per la tedesca Karin Schubert, che a metà degli anni '80 divenne una delle attrici porno più note.
Film imperdibile anche per i non frequentaori del genere.
Indimenticabile il motivo musicale di Ennio Morricone che porta lo stesso titolo del film:

Levantando en aire los sombreros
vamos a matar, vamos a matar, compañeros!
Pintaremos de rojo sol y cielos,
vamos a matar, vamos a matar, compañeros!
Hay que ganar moriendo, pistoleros,
vamos a matar, vamos a matar, compañeros!
Hay que morir venciendo, guerrilleros,
vamos a matar, vamos a matar, compañeros!
Luchando con el hambre, sin dineros,
vamos a matar, vamos a matar, compañeros!
Estudiantes, rebeldes, bandoleros,
Vamos a matar, vamos a matar, compañeros!
Hermanos somos, reyes y obreros,
Vamos a matar, vamos a matar, compañeros!

mercoledì, gennaio 16, 2013

Film Telecomandati - ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA'

Film Telecomandati
...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' (1981)
Regia: Lucio Fulci
Cast: David Warbeck - Katherine MacColl - Sarah Keller
In onda: il 16 gennaio alle ore 00.40 su Iris


Probabilmente l'opera più visionaria di Lucio Fulci, che si lancia nella moda horror del momento, quella delle case infestate, infatti, all'epoca, erano freschi di successo Shining di S. Kubrick e Inferno di D. Argento.

New Orleans: un pittore sospettato di stregoneria è al lavoro presso un hotel. Dal fiume a bordo di una barca arrivano alcuni uomini incappucciati armati di catene e torce. Il pittore viene portato nella cantina dell'albergo e crocifisso! Partenza sparata per il maestro Fulci che durante questa pellicola "delizierà" gli spettatori con scene diverse raccapricianti grazie agli effetti speciali di Giannetto De Rossi e Maurizio Trani.

Prodotto da Fabrizio De Angelis e sceneggiato da Dardano Sacchetti, L'aldilà arriva nelle sale il 29 aprile 1981 ed incassa meno di 750 milioni di lire, ma come spesso succede con i film di Fulci, successivamente conquista i mercati esteri.

L'aldilà, come consuetudine per tutti i film di Fulci fu stroncato dalla critica, di seguito alcuni esempi:

"...il primato il film lo tocca soltanto nello stomachevole. E siamo sinceri: a tale livello,è più tollerabile la pornografia." - (Corriere della Sera 14.06.1981);


"...il risultato è solo quello del solito teatrino del macabro interpretato da personaggi scontati..." (La Repubblica 06.06.1981).

Ovviamente la versione televisiva è alleggerita delle sequenze più truci.

domenica, gennaio 06, 2013

La migliore offerta

La migliore offerta
di Giuseppe Tornatore
con Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland
Italia 2012
durata, 124'

Affascinante ma letale, l'arte ed il mondo che gli gira attorno è  stato in molti casi terreno di confronto tra verità ed infingimento. Lo sa bene un regista come Sergio Rubini, autore di un film importante ma sottovalutato come "Colpo d'occhio" (2008) in cui la capacità di saper vedere la bellezza diventava il mezzo per riformulare i parametri del quotidiano, rendendo impossibile la distinzione tra realtà ed apparenza. Deve averlo saputo allo stesso modo Giuseppe Tornatore, che nel suo nuovo film, "La migliore offerta" stabilisce un legame diretto tra l'atto del vedere e la capacità di formulare i parametri del nostro quotidiano. Virgil Oldman, il protagonista del film è infatti un uomo il cui successo lavorativo, molto richiesto e ben remunerato, dipende quasi esclusivamente dall'osservazione. Battitore d'asta di fama mondiale, è una specie di notaio che certifica il valore degli oggetti dopo lunga e dettagliata indagine. Un attività esplicata in maniera asettica - per evitare i contatti con cose e persone indossa sempre un paio di guanti che toglie solamente quando si tratta procedere all'inventariato degli oggetti da vendere- e dalla quale, con un piccolo sotterfugio riesce ad acquisire a prezzo vantaggioso dipinti che immortalano figure di donne destinate sostituire (la sublimazione della vita attraverso l'arte è uno dei temi del film) la controparte reale, temuta e rifuggita. Le cose cambiano quando Virgil conosce Claire ragazza agorafobica che vive segregata nella propria casa senza farsi vedere da nessuno. La preoccupazione per la sue condizioni si trasforma presto in un sentimento che assomiglia all'amore.

Girato alla maniera di un thrlller, grazie ad un intreccio in cui il mistero rappresentato dalla donna senza volto si intreccia con il turbamento  del protagonista "La migliore offerta" è un film che si mantiene in equilibrio tra intimismo autoriale ed intrattenimento di gran classe. Così se da una parte Tornatore fa procedere la storia con un determinismo che è concatenazione di eventi e situazioni, riferibili tanto al mondo reale quanto a quello emozionale, a colpire è il sottotesto di un film che diventa metafora del cinema. Un allusione che si fa palese non solo attraverso le parole  - "in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico" dice ad un certo punto il personaggio interpretato da Donald Sutherland - ma anche con intere sequenze in cui lo sguardo ( di Virgil  e di chi lo circonda) diventa strumento che da senso alla realtà, vera o falsa che sia, ed insieme mezzo privilegiato per un onniscenza vojeristica tipicamente cinematografica.

Tornatore è bravo ad inventarsi un personaggio senza vie di mezzo, capace di far coincidere gli estremi (l'intransigenza caratteriale e la scaltrezza fanno da contrappunto ad un animo sensibile ed appassionato) e di rimanere impresso per l'incapacità di misurare le sue esternazioni. Insieme a quello c'è la capacità di armonizzare il saliscendi emotivo e le regole del genere grazie ad una messinscena manierista di gran classe, che vede nella recitazione controllata ed accademica di Geoffery Rushun portabandiera di livello eccelso. Elitario e popolare "La migliore offerta" apre la stagione come meglio non si potrebbe. Un buon segnale per il cinema tutto.

sabato, dicembre 29, 2012

Italia '70. Cinema a mano Armata (24) - Milano trema: la polizia vuole giustizia

ITALIA '70 IL CINEMA A MANO ARMATA (24)
MILANO TREMA: LA POLIZIA VUOLE GIUSTIZIA (1973)

Recensione di Fabrizio Luperto


Regia: Sergio Martino
Cast: Luc Merenda - Richard Conte - Silvano tranquilli - Lia Tanzi - Carlo Alighiero

Il Film: Milano trema, la città è quotidianamente stuprata da criminali senza scrupoli.
Per ristabilire l'ordine bisogna necessariamente passare per il disordine, in modo da giustificare la repressione.
Il "Padulo" (Richard Conte), muove gli ingranaggi di una macchina criminale messa a punto per "normalizzare" la città e il Paese.
Servendosi di piccoli criminali, organizza rapine in banca dove ci scappa spesso il morto. Il fine ultimo dell'organizzazione di cui fa parte è quello di portare alla guida del paese partiti e uomini in grado di dar vita ad un governo autoritario.
Il commissario Caneparo (Luc Merenda) con i suoi metodi un po' discutibili ma efficaci vuole vederci chiaro e si infiltra nell'organizzazione malavitosa del "padulo".

Commento: Sergio Martino dirige tenendo presenti le esigenze del film d’azione e infarcisce il film con spettacolari inseguimenti.
La figura di Caneparo, violento ma che mette a repentaglio la sua vita per salvare la comunità deve molto (come tutti quelli che verranno in seguito) al primo Dirty Harry (Il caso scorpio è tuo - 1971).
Sergio Martino dimostra di conoscere quali ingredienti scegliere per servire al pubblico un piatto prelibato e il Luc Merenda poliziotto infiltrato è un intuizione indovinata.
Il commissario Caneparo (Luc merenda) è (insieme al personaggio interpretato da Franco Nero ne LA POLIZIA INCRIMINA LA LEGGE ASSOLVE di Enzo G. Castellari) il primo esempio di poliziotto aitante e dai metodi brutali, figura chiave di tutto il filone polizittesco.

Curiosità/Notizie: La spettacolare sequenza dell'inseguimento (quella più lunga) è molto nota tra gli appassionati del genere poliziesco. Infatti questa scena (con montaggio diverso) è presente in ben 3 film: oltre che in MILANO TREMA: LA POLIZIA VUOLE GIUSTIZIA (1973); è inserita anche in MILANO ODIA:LA POLIZIA NON PUO' SPARARE (1974); ROMA A MANO ARMATA (1975).
Questo è dovuto al fatto che il produttore dei 3 film era LUCIANO MARTINO (fratello del regista Sergio) che aveva commissionato delle scene di inseguimenti allo stuntman francese JULIANNE REMY, che era solito girare con auto proprie e con operatori di sua fiducia. Una volta entrato in possesso del materiale girato, il produttore per sopperire alla mancanza di risorse economiche utilizzò le scene in più film.
Un'altra sequenza di questo film, riguardante un inseguimento-scontro automobilistico è presente in LA POLIZIA ACCUSA: IL SERVIZIO SEGRETO UCCIDE (1975) sempre diretto da Sergio Martino.
MILANO TREMA: LA POLIZIA VUOLE GIUSTIZIA incassò oltre un miliardo di lire.


Fabrizio Luperto




 

lunedì, dicembre 10, 2012

Itaker - Proibito agli italiani

Itaker
di Toni Trupia
con Francesco Scianna, Michele Placido
Ita, 2012


Dopo essere stati protagonisti in prima persona di un esodo che dagli inizi del Novecento ha visto migliaia di connazionali lasciare l'Italia in cerca di fortuna e di lavoro, negli ultimi trent'anni si è assistito ad un'inversione di tendenza, con i flussi migratori convergenti sui territori della nostra penisola. Un processo naturale e in qualche modo prevedibile, ma comunque capace di risvegliare i ricordi di un trauma da quel momento riconsiderato alla luce di questo inedito accadimento. Un ripensamento che il cinema ha metabolizzato con uno sforzo che, salvo rare eccezioni ("Così ridevano" di Gianni Amelio e "Nuovomondo" di Emanuele Crialese) si è impegnato soprattutto a raccontare le storia dei nuovi "stranieri" e le difficoltà di un' integrazione tutt'altro che scontata. In tal senso, "Itaker" di Toni Trupia rappresenta in questo periodo un corpo anomalo non solo dal punto di vista estetico, con i panni della miseria di nuovo associati a volti ed accenti casalinghi, ma anche contenutistico, nella considerazione che le situazioni del film si riallacciano ad una pubblicistica che aveva avuto il suo massimo fulgore in un cinema d'altri tempi.

"Itaker" (termine usato dai tedeschi in senso dispregiativo per definire la nazionalità dei nostri compatrioti) narra le vicende di Pietro, un bambino di nove anni rimasto improvvisamente orfano, e di Benito, un magliaro dai trascorsi malavitosi, uniti dal viaggio che li sta portando in Germania, una terra promessa dove il primo spera di ritrovare il padre che l'aveva abbandonato, ed in cui il secondo ha intenzione di rifarsi una vita con un'attività finalmente onesta. Una volta arrivati le loro aspettative vengono frustrate dalla durezza della fabbrica in cui Benito lavora, e da una serie di difficoltà che spingono il ragazzo a riallacciare i rapporti con Pantanò, il boss locale per il quale inizia a lavorare nella speranza di realizzare i suoi sogni di gloria.

Giunto al suo secondo film Trupia si confronta con il passato rievocandolo da un punto di vista personale, e all'interno di un racconto che si affida ai personaggi secondari per ricordare le vicissitudini e i sacrifici di chi negli anni Sessanta fu costretto ad immigrare. Una manciata di figure sofferte e sofferenti che sbarcano il lunario lavorando come muli, a cui il lungometraggio concede uno spazio minimo, qualche inserto di breve durata, quel tanto che basta per contestualizzare l'ambiente attorno al quale si muovono Pietro e Benito, su cui invece "Itaker" si concentra. Trupia ce li mostra dapprima attraverso il conflitto che si sviluppa tra di loro, quando Benito è costretto in assenza del genitore ad occuparsi del bambino; successivamente, nell'alleanza sancita con una sequenza di sapore chapliniano, nella quale Pietro finge un pianto disperato e sofferto per intenerire gli acquirenti a cui Pietro sta cercando di piazzare stoffe di seconda qualità. Un sodalizio che si colora di contorni drammatici e persino violenti, quando sulle orme de "Il padrino" (1972) il film cambia strada, assumendo le forme di un "romanzo criminale", per le conseguenze scatenate dal tentativo di Benito di fare le scarpe a Pantanò. Se Trupia è bravo a confrontarsi con un budget limitato, rinunciando all'affresco epocale, sicuramente più costoso, a favore di un contenitore sentimentale e melò, è altrettanto vero che "Itaker" così facendo non riesce ad essere né lo specchio di come eravamo, né una metafora di come siamo diventati. Un'opera spuria che il regista dota di buona compattezza, soprattutto dal punto di vista delle performance recitative, con Francesco Scianna ("Baarìa", 2009) sufficientemente guascone per incarnare la quintessenza del maschio italico, ma penalizzata da orizzonti di tipo televisivo tanto nelle immagini, didascaliche e piatte, quanto nella scrittura, che semplifica le differenze psicologiche ed alimenta il luogo comune. Così se da una parte fanno impressione i rimandi iconografici della fabbrica e degli annessi alloggi, simili in modo inequivocabile alla Germania dei lager e del Terzo Reich, non può non lasciare perplessi il ritratto unidimensionale del popolo tedesco, perennemente imbronciato nelle poche volte che compare sulla scena, o di quello italiano, ridotto ad un coacervo di orgoglio e di passione, con le donne in un modo o nell'altro a fare la differenza tra felicità e disperazione. Offerto ai festival di Roma e di Torino "Itaker" secondo le dichiarazioni rilasciate da Michele Placido, qui anche in veste di produttore, è stato in entrambi i casi rifiutato. In qualche modo ne capiamo le ragioni.

(pubblicata su ondacinema.it)

domenica, dicembre 02, 2012

Una famiglia perfetta

Una famiglia perfetta
di Paolo Genovese
con Sergio Castellitto, Marco Giallini
Ita, 2012




Si avvicinano le feste ed i produttori del nostro cinema iniziano ad affilare le armi per cercare di guadagnarsi i favori del botteghino, solitamente generoso con i film in uscita nel mese di dicembre. Così in attesa del cine panettone, ufficialmente defenestrato ma ancora presente sotto mentite spoglie in molta commedia nostrana, e sulla scia di un attesa che almeno nelle sale sa già di Natale, i campioni del buon umore provano a sottrarsi alla dittatura dei format e delle formule inventando soluzioni alternative.
E' con questi intenti che si presenta ai nastri di partenza l'ultimo lavoro di Paolo Genovese "Una famiglia perfetta", commedia meta cinematografica che prova a percorrere la strada della risata intelligente raccontando di una famiglia "perfetta" di nome e di fatto, essendo la stessa costruita su misura del protagonista della storia, Leone (Sergio Castellitto), che l'ha voluta commissionandola a Fortunato (Marco Giallini), il capogruppo di una compagnia d'attori senza lavoro ed in cerca di un ingaggio. Motivi sufficienti per convincerli a simulare il parentado che dovrà tenergli compagnia alla vigilia di Natale. Un copione già scritto che sarà scombussolato dagli imprevisti della vita e dalla forza dei sentimenti che finiranno per rimescolare i rapporti di quello strano sodalizio.

Dopo il successo di pubblico ed in parte anche di critica ottenuto da "Immaturi"(2011) e "Immaturi. - Il viaggio" (2012) Paolo Genovese aveva due scelte: la prima, più comoda e remunerativamente sicura era quella di continuare sullo stesso filone, proponendo altre storie di eterni bamboccioni, oppure, ed è quello che ha fatto ne "Una famiglia perfetta", di provare a crescere, imboccando direzioni meno scontate. Per far questo il regista si affida ad una commedia meno diretta e più sofisticata, costruita sull'eleganza della recitazioni, l'alternanza dei toni - dal sarcastico al malinconico passando per uno scherzoso che non diventa mai volgare -, il fascino della confezione, cotonata e morbida nei variopinti colori della campagna umbra e negli interni borghesi della villa in cui la maggior parte del film è girato, la prevalenza dei temi rispetto alla caratterizzazione della maschere, con il rapporto tra verità e finzione, arte e vita, ragione e sentimento a farla da padrone. Caratteristiche che Genovese condensa in uno stile attento a mantenersi fluido nella costante ricerca dello spazio, con movimenti di macchina che si aprono attorno ai personaggi ed enfatizzano le possibilità di un prodotto che sfrutta al meglio le sue potenzialità, con dolly, panoramiche e split screen di matrice americana. Ma a farla da padrone è soprattutto la riflessione sul cinema ed in particolare sul mestiere dell'attore, con i protagonisti della storia impegnati ad entrare ed uscire dal personaggio che sono chiamati ad interpretare nella farsa voluta da Leone. Uno sdoppiamento che nella continua alternanza tra vita reale e finzione scenica riproduce i meccanismi di un'arte schizofrenica per la mancanza di un confine definito tra le due condizioni, destinate ad interagire con pericolosi sconfinamenti da una parte e dall'altra. Una tendenza che il film di Genovese esalta nei continui scambi d'identità ed in un gioco delle parti che ad un certo punto si confonderà in un unicum capace di far saltare il banco quando il personaggio interpretato dalla Gerini, sposata con Fortunato ma chiamata ad interpretare la moglie di Leone, sembrerà preferire le attenzioni di quest'ultimo rispetto a quelle del consorte, dando il via ad un cortocircuito esistenziale a partire dal quale anche il resto della compagnia inizierà a vivere il proprio personaggio, piuttosto che a desumerlo dal testo scritto.

Genovese gioca a carte scoperte dapprima rivelando allo spettatore la natura del suo film, e poi coinvolgendolo con un punto di vista che coincide con quello dei personaggi. In questo modo il divertimento deriva dalla condivisione di una un artificio di cui tutti sono consapevoli, e dal non sense che da esso ne deriva. Il meccanismo però funziona solo in parte a causa di una sceneggiatura che non sempre riesce a tenere insieme speculazione ed intrattenimento, e che dimostra un'attenzione maggiore nel congegnare i passaggi tra i diversi livelli di realtà, piuttosto che nella cura delle logiche narrative, deboli in alcuni passaggi (specialmente in quelli più sorprendenti ed inaspettati) ed un pò monocordi nella definizione dei caratteri. Difetti che penalizzano soprattutto il cast, di primo ordine non solo nella coppia Castellitto /Giallini, ma anche in quello dei cosidetti comprimari, categoria che parla al femminile con Claudia Gerini, Carolina Crescentini, Francesca Neri ed Ilaria Occhini a completare un cartellone mai così ricco.
(pubblicato su ondacinema.it)