sabato, dicembre 01, 2012
Torino FiIm Festival 2012: "Shell" vincitore meritato
venerdì, dicembre 16, 2011
29° TFF - Reportage di Parsec, Fabrizio e Carmen

2° parte
Film in concorso
50/50 (Usa 2011)
ad un giovane ragazzo (J.G.Levitt) viene diagnosticata una rara forma di cancro, affronterà la terapia con il sostegno del suo migliore amico (Seth Rogen) della mamma apprensiva (Angelica Houston) e della psicologa (Anna Kendrick).
Terzo lungometraggio del 35enne newyorkese Levine - dopo All the boys love Mandy Lane e The Wackness - nonostante il tema drammatico il film ha i toni della commedia con momenti molto toccanti e altri molto divertenti, Seth Rogen vulcanico e lungimirante si conferma un
bravo attore e soprattutto un acuto produttore. Il film - che ha ricevuto il premio del pubblico - è già doppiato e pronto per la distribuzione nei circuiti commerciali (peccato per la voce italiana di Seth Rogen che non restituisce il vocione originale del simpatico attore).
Jonathan Levine al termine della proiezione racconta come sono andate le cose riguardo alla storia e alla produzione:
si tratta di un momento autobiografico dell’autore dello script, Will Reiser, che si ammalò di cancro all’età di 20 anni, a quel
tempo il suo miglior amico era proprio Seth Rogen il quale in seguito incoraggiò lo stesso Reiser a scrivere della sua esperienza. Grazie alla presenza di Seth Rogen nel progetto relativamente low budget è stato più facile trovare i soldi e fare il film.
Sul film:
il regista afferma che non è stato poi così difficile come poteva sembrare trovare un equilibrio tra l’aspetto drammatico e quello più leggero, perché è qualcosa che rispecchia comunque la vita reale. Negli states c’è un po’ la tendenza a realizzare o un film triste o una commedia, a Levine invece è piaciuto combinare questi due elementi, affrontare un tema drammatico e parlare di cose tristi in modo divertente. Nello script inoltre era già presente l’equilibrio tra dramma e aspetti comici e c’è stato un incontro di affinità tra lui, Seth Rogen e Will Reiser con i quali all’inizio del progetto hanno discusso dei film di Hal Ashby, Cameron Crowe e James Brooks che avevano già affrontato e realizzato ottimamente le stesse idee.
Sulla location:
Il film ambientato a Seattle è stato in realtà girato a Vancouver per ragioni economiche. La scelta iniziale di ambientare la storia a L.A. - l’idea era quella di creare un forte contrasto tra la condizione di profonda tristezza del protagonista e una città luminosa e calda in cui splende sempre il sole - è stata abbandonata per evitare confronti con“Funny people”di Judd Appatow, un film il cui soggetto è simile a 50/50 e in cui Seth Rogen è di nuovo co-protagonista. Inoltre hanno optato per Seattle perché c’è un interessante fermento culturale e lavorativo giovanile che creava senso con la storia.
Su Angelica Houston:
la adora da sempre e in particolare per il suo lavoro con Wes Anderson - i Tenenbaum e The Life Aquatic - in questo ha portato molto di se stessa a causa del suo recente lutto - suo marito è morto sei mesi prima dell’inizio delle riprese - come regista è stato straordinario averla sul set per il contributo che ha dato al film sia dal punto di vista umano che professionale, per le emozioni che ha saputo esprimere e per gli aneddoti su suo padre (John Houston) che spesso raccontava.
Parsec
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Regia: Park Su-min
Un ex poliziotto è ossessionato dal suo passato di torturatore di comunisti.
Per trovare conforto, grazie all'aiuto di una donna, cerca di avvicinarsi alla fede. Tutti i suoi sforzi si riveleranno inutili, specie quando la sua amica verrà assassinata dal giovane nipote.
Sofferenza interiore, voglia di riappacificazione, desiderio di pace.
Il regista sa bilanciare con maestria momenti delicati e passaggi ruvidi e violenti come nella migliore tradizione coreana.
A Park Su-min non importa riflettere sull’esistenza di Dio, o sulla sua assenza, che poi è il messaggio che trasmette questa pellicola, ma piuttosto riflettere su chi e soprattutto come, si riesca a raggiungere la pace interiore grazie all'incontro con Dio e superare la vergogna per aver commesso violenze e torture.
Un film dove vince il rimorso e l'incomunicabilità perché Dio non può dare giustizia, la violenza si.
Fabrizio L.
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29° TFF - Reportage di Parsec, Fabrizio e Carmen

Nove giorni di immersione nel cinema-cinema, quello del TFF che come da tradizione lascia pochissimo spazio a star e starlette per concentrarsi sui film e le esigenze dell'affezionato pubblico che di anno in anno rinnova e decreta il successo della manifestazione diretta da Gianni Amelio.
Un programma ricchissimo che oltre al concorso proponeva la retrospettiva su Altman, omaggiava Sion Sono e la biondissima Dorian Gray, recentemente scomparsa.
Ricco anche il panorama delle anteprime con Mientras Duermes di Balaguerò, l'horror di Fresnadillo The Intruders, il nuovo di Woody Allen e la biografia rock di George Harrison di Martin Scorsese.
Direttamente dal 29° Torino Film Festival il report degli inviati sul campo de I Cinemaniaci
Premi
Miglior Film: A Annan Veg/Either Way di Hafsteinn Gunnar Sigurdsson (Islanda 2011)
Premio Speciale della Giuria: Ex aequo 17 Filles/17 ragazze di Delphine e Muriel Coulin (Francia 2011) e Tayeb, khalas, yalla/Ok, enough, goodbye di Rania Attieh e Daniel Garcia (Emirati Arabi Uniti/Libano 2011).
Miglior Attore: Martin Compston per Ghosted di Craig Viveiros (Regno Unito 2011).
Miglior Attrice: Renate Krossner per Vergiss dein ende/Way home di Andreas Kannengiesser (Germania 2011).
Giuria
Jerry Schatzberg (Presidente, USA), Michael Fitzgerald (USA), Valeria Golino (Italia), Brillante Mendoza (Filippine) e Hubert Niogret (Francia).
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Film in concorso
WIN WIN - MOSSE VINCENTI (Usa 2011)
Regia: Tom McCarty
Mike (Paul Giamatti), è un avvocato con il conto in rosso che nel tempo libero fa l'allenatore di una squadra di giovani lottatori.
Per sbarcare il lunario, senza rivelare nulla alla moglie Jackie (Amy R
yan), decide di assumere la custodia di Leo (Burt Young) per intascare l'assegno mensile pari a 1500 dollari.
Un giorno si presenta Kyle ( Alex Shaffer ), tormentato e problematico nipote dell'anziano, in fuga dalla madre tossicodipendente (Melanie Linskey).
Kyle si rivela essere un ottimo lottatore, e risolleverà le sorti della debolissima squadra allenata da Mike.
Ma quando la madre di Kyle, uscita dalla clinica per tossicodipendenti raggiungerà il figlio e il padre la vita della famiglia di Mike verrà sconvolta e gli eventi faranno precipitare l'avvocato in una situazione molto pericolosa per il suo futuro professionale.
Mosse Vincenti è forse l'ennesimo film sui quarantenni incapaci di gestire le difficoltà, mai abbastanza maturi per affrontare le situazioni difficili e che si rifugiano con entusiasmo bambinesco in cose apparentemente futili.
Il regista è bravo ad immergerci nella provincia americana, a delineare le psicologie dei personaggi e confezionare una buona commedia amara, ma il suo lavoro, in alcuni tratti manca di anima e soprattutto dinamicità, ovvero, tutto quello che lo spettatore si aspetta, accade puntualmente.
Ottimo, come sempre, Paul Giamatti.
Fabrizio L.
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LE VENDEUR (Canada 2011)
Michel, è un vedovo vicino alla pensione che vive in Quebec e lavora con successo presso una concessionaria di automobili.
Il lavoro lo assorbe quasi completamente, unici momenti di svago, sono quelli che trascorre con la figlia e il nipotino.
Vite piatte, senza alcuno slancio, sguardi che si incrociano ma che non si incontrano, conoscenti ma non amici e tanti dettagli a raccontare una comunità che non può dirsi veramente tale.
Solitudine, rabbia, impotenza, la discesa all'inferno di una intera comunità raccontata con una certa grazia, ma infarcita da una inutile ruffianeria in fase di scrittura.
Fabrizio L.
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VERGISS DEIN ENDE (Germania 2011)
Hannelore, cura amorevolmente il marito gravemente malato.
In un momento di disperazione abbandona il marito e segue il misterioso vicino di casa sino ad una sperduta casa che si trova sul Mar Baltico.
Ad occuparsi del marito resta il figlio della coppia, ovviamente impreparato ad affrontare la situazione.
Stati d'animo che si sovrappongono per una storia cupa raccontata con mano delicata.
Il regista pur non privandoci di alcune scene piuttosto forti, non affonda i colpi, quasi a voler rispettare il dolore dei protagonisti.
Grande prova della protagonista Renate Krossner, giustamente premiata dalla giuria.
Fabrizio L.
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....segue seconda parte
venerdì, dicembre 09, 2011
MOSSE VINCENTI
Trama: Mike, avvocato con famiglia a carico è in grossa crisi economica.
Mike (Paul Giamatti), è un avvocato con il conto in rosso che nel tempo libero fa l'allenatore di una squadra di giovani lottatori.
Per sbarcare il lunario, senza rivelare nulla alla moglie Jackie (Amy Ryan), decide di assumere la custodia di Leo (Burt Young) per intascare l'assegno mensile pari a 1500 dollari.
Un giorno si presenta Kyle ( Alex Shaffer ), tormentato e problematico nipote dell'anziano, in fuga dalla madre tossicodipendente (Melanie Linskey).
Kyle si rivela essere un ottimo lottatore, e risolleverà le sorti della debolissima squadra allenata da Mike.
Ma quando la madre di Kyle, uscita dalla clinica per tossicodipendenti raggiungerà il figlio e il padre, la vita della famiglia di Mike verrà sconvolta e gli eventi faranno precipitare l'avvocato in una situazione molto pericolosa per il suo futuro professionale.
Mosse Vincenti è l'ennesimo film sui quarantenni incapaci di gestire le difficoltà, mai abbastanza maturi per affrontare le situazioni difficili e che si rifugiano con entusiasmo bambinesco in cose apparentemente futili, con l'aggiunta, attualissima, della crisi economica in cui ogni mezzo per racimolare denaro indirizza le relazioni tra le persone.
Thomas McCarthy è tra i registi indie americani più talentuosi ed è bravo ad immergerci nella provincia americana, a delineare le psicologie dei personaggi e confezionare una buona commedia amara, ma il suo lavoro, in alcuni tratti, manca di anima e soprattutto dinamicità, ovvero, tutto quello che lo spettatore si aspetta, accade puntualmente.
Ottimo, come sempre, Paul Giamatti.
In concorso al 29° Torino Film Festival.
mercoledì, novembre 25, 2009
Tetro - Segreti di Famiglia
Tetro - Segreti di Famigliadi F. F. Coppola
L'acerbo e ingenuo diciottenne Bennie (un implume ed espressivo Alden Ehrenreich, molto somigliante a leonardo di caprio dei tempi di mr. grape), si reca a Buenos Aires per cercare il fratello maggiore Angel (Vincent Gallo), scomparso come nel nulla da molti anni, in fuga dalla famiglia e che ha giurato di non vedere piu' nessuno dei suoi parenti, in particolare il padre Carlo (Klaus Maria Brandauer), dalla personalità impetuosa ed ingombrante.
La loro è una famiglia di emigranti italoargentini che, a causa del lavoro del padre, acclamato direttore d'orchestra, si è trasferita a New York da molto tempo. Quando Bennie ritrova il fratello ne scopre il talento poetico e drammaturgico. Angel è ora Tetro, poeta dannato, consumato sui propri ricordi, arroccato in una rabbia primordiale che da tempo gli strizza le viscere. Tetro, un Vincent Gallo strepitoso, si nasconde da un passato che non riesce a metabolizzare scontrandosi, per assurdo, con un presente in cui non riece ad espimere completamente se stesso.
Bennie scopre che il fratello è molto diverso da come si aspettava ma decide ugualmente di vivere con lui e con la sua fidanzata Miranda (Maribel Verdú), una paziente e amorevole presenza che saprà aiutare a sciogliere i molti nodi che bloccano i due fratelli. L'arrivo di Bennie scatenerà una serie di eventi che condurranno all'insolito epilogo.Girato quasi completamente in un bianco e nero scintillante (del magistrale romeno Mihai Malamaire jr) che scolpisce le figure in scena come un michelangelo modellerebbe il marmo, e che rende omaggio a gran parte del cinema americano anni '40 e del neorealismo italiano, Tetro, infelicemente tradotto in Italia con uno sciapo Segreti di famiglia, mette in scena l'ennesimo dramma famigliare con toni grevi e soventi eccessi di stile, circondato da uno sguardo di autocompiacimento estatico che, purtroppo, conduce Coppola al piano dell'esagerazione vacua.
Coppola solca ancora una volta il tema del conflitto tra figli e padri, della famiglia culla di successi ed incomprensioni, rivisitando senza troppe idee la tragedia famiglaire nella sua più classica delle visioni.
Se all'inizio si strizza l'occhio a Rusty il selvaggio, ben presto il film si abbandona a derive malinconiche.
Lo script offre una narrazione fluida nel complesso ma mancante di quell'originalità che avrebbe potuto dare al prodotto finale: la passione e il coinvolgimento, di cui si avverte la mancanza, non trasudano dai personaggi, dal dramma posto in essere. Tutto si consuma coi ritmi sterili ed ossessivi del rancoroso Tetro e con l'ansia della ricerca della verità del giovane Bennie, sospesi su espedienti narrativi già visti.
Coppola raggiunge la perfezione stilistica e tecnica, perdendo però colpi nello sviluppo dei personaggi e del dramma, che sulle ultime note cade ingloriosamente nel melò. Gli intrecci tra passato e presente reggono, seppure in modo posticcio, una storia il cui pretesto pare essere quello di riproporre, in uno stile felliniano, l'esposizione del ricordo e del sogno.L'ottimo contributo degli attori, tutti molto adatti per le parti assegnate e dalla partecipazione che va oltre il definibile nel trattamento, non sembra bastarci per credere completamente in questo prodotto targato American Zoetrope e che restituisce Coppola al cinema indipendente.
Gli eisodi legati ai ricordi e ai sogni sono incastonati nella trama con sequenze a colori, dai toni caldi ed avvolgenti. La parziale elaborazione del coflitto e de lutto lasciano l'amaro senso di incompiuto in bocca. Ed il finale arriva troppo presto, pur dopo due ore di film, a risolvere in modo affrettato le faccende di famiglia.Il cameo di Carmen Maura sembra più un omaggio al cinema che altro, come fosse una Liz Taylor oppure una Stefania Sandrelli in terra Agrgentina. Purtroppo non si discosta da questo: Alone, la produttrice/critica teatrale che interpreta, non viene sviluppata, galleggia come una zattera abbandonata nel flusso della storia.
lunedì, novembre 23, 2009
Torino film festival 2009: i film premiati
Miglior film
La bocca del lupo, regia di Pietro Marcello
Premio speciale della Giuria (ex aequo)
Crackie, regia di Sherry White
Guy and Madeline on a Park Bench, regia di Damien Chazelle
Miglior sceneggiatura - Premio Invito alla Scuola Holden
Calin Peter Netzer - Medalia de onoare - Medal of Honor
Miglior attore (ex aequo)
Robert Duvall - Get Low
Bill Murray - Get Low
Miglior attrice
Catalina Saavedra - La Nana - The Maid
Miglior documentario italiano
Valentina Postika in attesa di partire, regia di Caterina Carone
Italiana.DOC - Premio speciale della giuria (ex aequo)
Corde, regia di Marcello Sannino
The Cambodian Room - Situations with Antoine D'Agata, regia di Tommaso Lusena e Giuseppe Schillaci
Italiana.DOC - Menzione speciale
Je suis Simone (La condition ouvrière), regia di Fabrizio Ferraro
Premio Cult - Il cinema della realtà
Oil City Confidential, regia di Julien Temple
Premio Cipputi - Miglior film sul mondo del lavoro
Baseco Bakal Boys, regia di Ralston Jover
Premio Cult - Menzione speciale
45365, regia di Bill Ross e Turner Ross
Premio FIPRESCI
La bocca del lupo, regia di Pietro Marcello
Premio del pubblico Achille Valdata per il miglior film
Medalia de onoare - Medal of Honor, regia di Calin Peter Netzer
Premio UCCA - Venti Città
Magari le cose cambiano, regia di Andrea Segrè
Premio Maurizio Collino per il miglior film su temi giovanili
Welcome, regia di Philippe Lioret
Ringrazio molto 'cinema e viaggi'. per le preziose e tempestive info
venerdì, novembre 20, 2009
Coppola e il cinema Italiano
"Ho visto Gomorra ed è stata una brutta esperienza, è un film troppo duro, anche se molto ben recitato". È secco il giudizio di Francis Ford Coppola, riportato dal quotidiano di informazione cinematografica on line Cinecittà News.
...
"Il Divo, che non ho visto, e Gomorra sono un po' poco per parlare di rinascita – prosegue Coppola - Specie se confrontati con i film di Rosi, Rossellini, Monicelli, Antonioni, Dino Risi e Nanni Loy. Il vostro problema sono i maschi italiani, padri che non mollano l'osso, che vogliono tutte le donne e tutta la fama per se stessi e ai figli lasciano le briciole. Per i giovani non ci sono abbastanza opportunità, anche nel cinema"
Francis Ford Coppola in questi giorni è a Torino, al 27° TFF, ospite di Gianni Amelio, per una due giorni cinematografica intensa, durante la quale ha presentato, in anteprima al pubblico italiano, la sua ultima fatica, Segreti di famiglia, già visto a Cannes 2009.
Cosa ne pensate dell'opinione di F. F. Coppola sul cinema attuale italiano?
Leggi tutto l'articolo de L'Unita' da cui ho tratto il post:
Coppola: "Gomorra è stata una brutta esperienza", di Gabriella Gallozzi, l'Unità, 19 novembre 2009.
lunedì, agosto 03, 2009
UN NUOVO RICONOSCIMENTO AL TORINO FILM FESTIVAL: IL PREMIO 8½
in occasione della 27a edizione, il Torino Film Festival istituisce un nuovo premio, che prende il nome dal mitico titolo felliniano. Da sempre, il festival che si propone di esplorare e valorizzare i film più nuovi, indipendenti e coraggiosi, ha dimostrato un’attenzione sistematica nei confronti dei grandi autori della modernità cinematografica, attraverso retrospettive, omaggi e pubblicazioni.
Nel solco di questa tradizione, il neodirettore Gianni Amelio ha deciso di istituire da quest’anno un riconoscimento ai registi che, dall’emergere delle nouvelles vagues degli anni '60 in poi, hanno contribuito al rinnovamento del linguaggio cinematografico, alla creazione di nuovi modelli estetici, alla diffusione di nuove tendenze che sono alla base delle manifestazioni più rappresentative e interessanti del cinema contemporaneo.
Ispirato al capolavoro di Fellini, che meglio di chiunque altro ha saputo dar forma alla rappresentazione della complessità artistica, dei tormenti creativi e della fascinazione filmica, il Premio 8 1/2 sarà assegnato a Emir Kusturica, per la qualità inventiva dei suoi film e l’assoluta originalità dello stile.
Kusturica riceverà il premio 8 1/2 all’apertura del 27° Torino Film Festival, nel corso del quale saranno presentati materiali inediti di Arizona Dream e Il tempo dei gitani, nonché la versione integrale di Underground, inedita in Italia, della durata di oltre otto ore.
In occasione del suo debutto, un secondo Premio 8½ verrà attribuito ad una società
cinematografica, l’American Zoetrope di Francis Ford Coppola, per il contributo al rinnovamento dell’industria filmica negli Stati Uniti e il prezioso ruolo di congiunzione tra cinema classico e cinema del futuro.
Francis Ford Coppola sarà presente a Torino per ritirare il premio alla sua società e per l’anteprima italiana del suo ultimo film Tetro, distribuito da BIM. In onore di Coppola, il Festival presenterà inoltre Rusty il selvaggio e la versione restaurata di Scarpette rosse, il capolavoro di Powell e Pressburger al quale Tetro rende un commovente omaggio.
Torino, 3 agosto 2009 - fonte: comunicato ufficio stampa tff
martedì, dicembre 09, 2008
Etz Limon - IL GIARDINO DEI LIMONI
di ParsecL'attrice protagonista, Hiam Abbass, assolutamente indimenticabile, ci regala un’interpretazione perfetta, di grande sensibilità, suggestiva ed emozionante, dando vita ad una donna palestinese di grande dignità, forza e determinazione, consapevole, intelligente, profondamente bella.
L’autore israeliano Eran Riklis non si schiera da alcun lato del conflitto israelo-palestinese ed è questa la forza del film che non fa che constatare l'assurdità di certe convinzioni e condizionamenti assolutamente limitanti e senza esprimere giudizi riesce ad essere gradevole ed affrontare il tema con leggerezza e ironia pur rimanendo sospeso sul filo di un patimento atavico e lasciando emergere l’insensatezza di alcuni schemi mentali e la sensazione di una sofferenza assurda alimentata dal nostro stesso modo di pensare in cui ci si intrappola da soli.
Presentato fuori concorso all'ultimo TFF, un film che merita di essere visto per la grazia, la gentilezza e l'estrema consistenza con cui tutto viene raccontato.


mercoledì, dicembre 03, 2008
TFF 2008 - NIKOLI NISVA SLA V BENETKE - We’ve never been to Venice
di ParsecIl film girato tra Slovenia e Italia ha il grande pregio di durare solo 62’ nei quali l’autore riesce a raccontare con sublime sobrietà e compostezza l’elaborazione del lutto senza farvi mai cenno esplicito e tanto meno permette ai protagonisti di blaterare sul dolore, il quale si desume dai non detti e dall’assenza di parole sulla tragedia. Kutin lavorando di sottrazione e contrasti, scavando dentro gli sguardi, i gesti e gli oggetti
riesce a rendere ogni scena vibrante di tensione emotiva e travaglio intimo.
Gli attori protagonisti che sono marito moglie e suocero anche nella vita (nessuno dei quali ha percepito compenso) al termine della proiezione affermano di aver affrontato quest’esperienza come un progetto scientifico e di essere “sopravvissuti” al film.
Nel budget di 100.000 euro è compreso il costo dei permessi per girare in un’inconsueta Venezia deserta: le riprese sono avvenute tra le 4 e le 7 del mattino.
I movimenti di macchina sono inesistenti, sono i corpi, i volti, gli occhi e la natura a muoversi e traboccare di emozione dentro l’inquadratura sempre fissa che simbolicamente rappresenta una gabbia di dolore in cui l’umanità è intrappolata.
Il silenzio, l’intimità, la capacità di sintesi, la produzione di senso per immagini suggestive ed essenziali ne fanno uno dei più bei film (se non il più bello) tra quelli in concorso al TFF 2008.
Parsec
martedì, novembre 25, 2008
Tony Manero
In concorso alla 26 edizione del Torino Film Festival, il film cileno TONY MANERO si rivela molto forte nei contenuti politici, sociali ed umani. Santiago anni '70, piena epoca Pinochet.
Sullo sfondo di questa città livida e massacrata dalla repressione della dittatura, si muovono i personaggi del film, anime corrose dalla rabbia e dalla violenza, impotenti di fronte alla situazione politica imperante, che subiscono violenze e soprusi e che tentano di sopravvivere come possono.
Il protagonista è Raùl, un disoccupato di 52 anni, solo, occessionato dal personaggio interpretato da John Travolta nel film La febbre del Sabato Sera, Tony Manero. Imita i passi di danza di Manero,le movenze,lo stile, in una compagnia sgangherata di ballo. Ben presto Manero diventa il suo unico scopo di vita, l'unica immagine per lui di realizzazione personale, l'unica via salvifica. E da se stesso emergere rapidamente tutta la rabbia accumulata per i propri fallimenti, rabbia che sfocia in follia nei sempre più frequenti accessi di ira furibonda.
Il regista Pablo Larrain mette in scena una tragedia nazionale con i toni del dramma e del grottesco.
"Il grottesco e la tragedia - racconta il regista al pubblico presente in conferenza stampa - hanno molto in comune. Il grottesco rappresenta il fallimento e nel fallimento c'è la tragedia: Nel film il protagonista tenta continuamente di affrancarsi ma il suo desiderio si ritorce contro di lui. E questa è anche la storia del Cile."
Il senso del film, il suo flusso di narrazione, passa tutto attraverso uno studio del personggio.
"Allo spettatore ho voluto dare solo un frammento che potesse però permettergli di completare ciò che non viene mostrato. Ho cercato di togliere il sovratesto, cercando di dare spazio all'immaginazione dello spettatore. Ecco perchè la mia regia sta addosso ai personaggi, tanto che le immagini sembrano fuori fuoco."
La storia risulta assolutamente originale e ben contruita; la messa in scena è cruda, essenziale e vivida. Larraìn si concentra sul protagonista, sia fisicamente che psicologicamente, quale metafora di una Nazione intera."'La febbre del sabato sera' è metafora dell'importazione dei valori provenienti dall'estero, che però in Cile non possono avere la stessa realizzazione - spiega Larraìn - Nel mio film, Raùl rappresenta questo fallimento di cultura e valori: non è giovane come Travolta, non sa ballare come lui e vive decisamente in un altro contesto culturale e sociale."
Da ogni sequenza deborda puro cinema: nessuna voce fuori campo a spiegare, nessuna concessione, tutto è lì sullo schermo, chiaro e limpido. Il film lascia un profondo vuoto interiore, una deriva dei sentimenti e delle logiche umane.
La pellicola, presentata allo scorso festival di Cannes, è la seconda della carriera di Larrain e concorre agli oscar come miglior film starniero.
La proiezione è stata brevemente introdotta da Emanuela Martini e dal regista stesso.
venerdì, novembre 21, 2008
Torino Film Fest 2008: il programma

L'elenco dei film in concorso e fuori concorso, alla 26 ed. del Torino Film Festival, è disponibile sul sito ufficiale del festival.
Per comodita' ho preso le utilissime informazioni presenti sul sito di Coming Soon.
TORINO 26
Bitter & Twisted di Christopher Weekes (Australia, 2008, 88’)
Tre anni dopo la prematura scomparsa di Liam Lombard, la sua famiglia, che vive nei sobborghi di Sydney, prova a tirare avanti. Ma la disperazione è tangibile: Penelope, la madre, si è chiusa in se stessa, Jordan, il padre venditore di auto, è ogni giorno più depresso, Ben, il fratello minore, si veste come Liam, è confuso dalle avances dell’amico Matt e contemporaneamente attratto dalla fidanzata del fratello, Indigo. Quest’ultima nel frattempo frequenta un uomo sposato, ma sogna di trasferirsi a Melbourne.
Demain di Maxime Giroux (Canada, 2008, 104’)
Una giovane donna, il padre diabetico, il ragazzo con cui va a letto: un’opera tesissima, fatta di silenzi e di vuoti, di ombre e di non detti. Sguardo profondo sul mistero della quotidianità e dell’umano, con una suspense da thriller che non dà tregua. Quando il cinema è in grado di colpire con un rigore che mette la pelle d’oca.
Dixia de tiankong/The Shaft di Chi Zhang (Cina, 2008, 98’)
Tre vicende di famiglia che non s’incrociano; mentre le speranze per una vita migliore restano confinate intorno alla miniera di cui campa l’intero paese. Uno sguardo che ricorda Jia Zhangke per un esordio malinconico e triste, fatto di vuoti e di poche parole. Il migliore cinema cinese indipendente e non di regime.
Donne-moi la main di Pascal-Alex Vincent (Francia/Germania, 2008, 80’)
Antoine e Quentin, fratelli gemelli di 18 anni, decidono di raggiungere la Spagna in autostop per partecipare al funerale della madre che hanno a malapena conosciuto. Il lungo viaggio è punteggiato da liti, riconciliazioni, incontri, esperienze sessuali... Progressivamente emergono le differenze tra i due, dapprima sotterranee, poi sempre più evidenti fino all’inevitabile esplosione.
Entre os dedos di Tiago Guedes e Frederico Serra (Portogallo/Brasile, 2008, 100’)
Un operaio si ribella alle condizioni di lavoro dopo l’incidente che ha colpito un suo amico. Licenziato, comincia la sua deriva economica e familiare. Un film che descrive, con stile intenso e senza schematismi, come la devastazione del mondo del lavoro penetri nelle vite private.
Helen di Joe Lawlor e Christine Mollowy (Irlanda/UK, 2008, 79’)
Per la ricostruzione della polizia, una ragazza impersona un’altra ragazza scomparsa: il suo mondo ne sarà travolto. Messa in scena astratta e quasi metafisica per un dramma intimista che sfiora la video-arte, ossessivo, inquieto, inquietante. Una scommessa che punta alto e che gioca col mystery e le tortuosità della mente e dell’anima. Tra i film più originali e nuovi di tutto il festival.
Mein freund aus Faro di Nana Neul (Germania, 2007, 88’)
Melanie vive con il padre e il fratello, veste abiti maschili e lavora in una fabbrica di catering per compagnie aeree. Un giorno incontra Jenny e se ne innamora. Jenny la ricambia, però la crede un ragazzo di nome Miguel. Riuscirà a dirle la verità? Lo stato di attesa e di confusione dell’adolescenza filmato attraverso il carisma di un volto e un corpo che ne racchiudono tutto il mistero.
Momma's Man di Azazel Jacobs (USA, 2008, 94’)
Mikey torna a casa dei genitori per una visita lasciando a casa moglie e figlia. Ma il soggiorno si prolunga e lui non riesce a trovare la forza di andarsene. Opera seconda di Azazel Jacobs – figlio di Ken, pioniere del cinema d’avanguardia americano – Momma’s man riesce ad essere comico, tragico e commovente con una grande economia di mezzi e una lucidità stilistica fuori dal comune.
The New Year Parade di Tom Quinn (USA, 2008, 85’)
Un anno nella vita di una famiglia di Philadelphia in cui i genitori sono prossimi al divorzio. La storia è vista dal punto di vista di Jack e Kat, fratello e sorella, figli della coppia in crisi. Un’analisi psicologica attenta, una narrazione coinvolgente, reminiscenze altmaniane e una magnifica colonna sonora fanno di The New Year Parade un esempio del miglior cinema indipendente americano.
Nikoli nisva sla v benekte / We've Never Been to Venice di Blaz Kutin (Slovenia, 2008, 62’)
Un uomo di mezz’età accompagna il figlio e la nuora in un viaggio in Italia dopo che i due hanno perso un bambino. L’elaborazione del lutto attraverso l’immersione nella natura e la riscoperta della civiltà. Blaz Kutin, giovane regista sloveno, gira un diario intimo a tre voci, sapientemente costruito su un fuori campo tragico che impone lunghe durate e inquadrature fisse a scrutare i volti.
Non-dit di Fien Troch (Belgio, 2008, 95’)
Grace e Lucas sono una coppia sposata che da anni, giorno dopo giorno, deve fare i conti con la misteriosa scomparsa della loro bambina avvenuta anni prima. Il loro rapporto ne è stato travolto ma i due continuano a condurre una vita apparentemente normale. Un dramma psicologico asciutto, coinvolgente, maturo con due magistrali interpretazioni di Emanuelle Devos e Bruno Todeschini.
Prince of Broadway di Sean Baker (USA, 2008, 100’)
Per le strade di Broadway, un ghanese raccoglie gente per un retrobottega di merce taroccata. Ma quando la sua ex gli porta il figlio che non sapeva di avere, la sua vita cambia per sempre. Guardando a Cassavetes, un lavoro di improvvisazione e collaborazione con gli attori, straordinario per sincerità e immediatezza. Con un cuore grande così, per giunta.
Quemar las naves di Francisco Franco (Messico, 2007, 105’)
Fratello e sorella, un legame morboso e sensuale, e una madre cantante che sta per morire. Intorno a loro, storie d’amore impossibili, gelosie, rimorsi. Un melodramma latino ambiguo e carnale, ritratto di giovani che si bruciano e cercano la salvezza, di legami che attraggono e divorano. Canzoni di Julieta Venegas.
Tony Manero di Pablo Larraín (Cile/Brasile, 2008, 98’)
Vuole ballare come John Travolta: ma la sua febbre è anche omicida, e non soltanto il sabato sera. Un personaggio scomodo, volgare, violento, rabbioso, segno indelebile di un paese che campa letteralmente sui suoi cittadini; un film sporco e altrettanto scomodo, che non si vergogna del grottesco e ride con l’orrore e dell’orrore per non piangere. Sorpresa dell’ultimo festival di Cannes (Quinzaine). Nomination all’Oscar come miglior film straniero.
Die Welle di Dennis Gansel (Germania, 2008, 101’)
Rainer Wenger, insegnante in un liceo, tiene un corso intensivo sull’autocrazia. Per contrastare lo scetticismo degli studenti che non credono possibile il ritorno di una dittatura in Germania, li porta a sperimentare direttamente in classe le forme del totalitarismo. La situazione però gli sfugge di mano e si trova a dover arginare una vera e propria fazione di stampo nazista (“l’onda” del titolo). Ispirato a una storia vera (Palo Alto, California 1967).
FUORI CONCORSO
Bam gua nat / Night and Day di Hong Sangsoo (Corea del Sud, 2008, 145’)
In fuga dalla polizia, un artista coreano si rifugia a Parigi: che sarà teatro di vicende sentimentali lontano però da qualsiasi sentimentalismo. L’ottavo film di Hong Sangsoo scava come sempre nell’intimità di personaggi che non riescono prima di tutto a gestire se stessi. Con ellissi magistrali e ansie mai riconciliate. Cinema di incontri e di parole sopraffino.
Bi Mong / Dream di Kim Ki-duk (Corea del Sud/Giappone, 2008, 95’)
Jin si addormenta al volante e sogna un incidente stradale. Ma si tratta di un fatto reale e la responsabilità ricade su Ran, una giovane donna che si dichiara innocente. Jin si autoaccusa davanti alla polizia, ma viene considerato pazzo mentre Ran finisce in carcere. Presto si scopre che i due sono indissolubilmente legati: Ran, in stato di sonnambulismo, compie quello che Jin sogna.
The Edge of Love di John Maybury (UK, 2008, 110’)
A Londra, sotto le bombe del blitz tedesco, il poeta Dylan Thomas s’innamora di una donna, che diventa la compagna spirituale e si affianca alla moglie, compagna carnale. Storia di due coppie e di un intreccio di amori e amicizie turbolente, che prosegue dopo la fine della guerra. Keira Knightley, Sienna Miller e Cillian Murphy, diretti dall’inquieto talento visivo di John Maybury.
Er shi si cheng ji / 24 City di Jia Zhang Ke (Cina, 2008, 107’)
Un documentario (con cose “inventate”) su un mondo di cemento che crolla; mentre alcune testimonianze ne raccontano la Storia e le storie. Un Jia Zhangke di rigore cartesiano e di pulizia accecante, capace di costruire immaginari interi quando tutto attorno le rovine avanzano. Il Leone d’Oro di Still Life si conferma autore acuto per un paese che cambia (forse in peggio).
The Eascapist / Prison Escape di Rupert Wyatt (Irlanda/UK, 2007, 105’)
Frank Perry (Brian Cox) sta scontando una condanna all’ergastolo in un carcere di massima sicurezza. Una lettera lo informa che la sua unica figlia è in fin di vita. Deciso a vederla un’ultima volta, escogita un complesso piano di fuga con un manipolo di scalcagnati galeotti: Lenny Drake (Joseph Fiennes), Brodie (Liam Cunningham) e Viv Baptista (Seu Jorge) a cui si aggiunge il nuovo arrivato James Lacey (Dominic Cooper). Ma non tutto va per il verso giusto.
Etz Limon / Il giardino di limoni di Eran Riklis (Israele/Germania/Francia, 2008, 106’)
Il nuovo vicino di casa della palestinese Salma è, per sua disgrazia, il ministro degli esteri di Israele. Pertanto, per ragioni di sicurezza, lei è obbligata ad abbattere il suo adorato giardino di limoni. Ma Salma non si arrende, e intraprende una ostinata difesa della propria dignità. Una lotta “politica” esemplare nella sua quotidianità.
Filth and Wisdom di Madonna (UK, 2008, 81’) Andriy viene dall’Ucraina e sogna di diventare famoso con la sua band, Juliette vorrebbe essere Florence Nightingale, Holly una étoile del balletto. Nel frattempo dividono l’appartamento e si arrangiano con lavori improvvisati. Commedia gypsy punk nella Londra dei dropout, diretta con bel gusto dell’assurdo da Madonna, all’esordio. Protagonista: Eugene Hutz. Musica: Gogol Bordello.
Gigantic di Matt Aselton (USA, 2008, 97’)
Brian è un giovane venditore di materassi con un grande sogno nella vita: adottare un bambino cinese. Happy è la figlia di un riccone lunatico (John Goodman) che irrompe nel negozio, addormentandosi, e nella vita di Brian. Una commedia sentimentale un po’ acida, malinconica, con un tocco alla Gondry. Protagonisti Paul Dano (Il Petroliere) e Zooey Deschanel (E venne il giorno).
Highway World - Living, Changing, Growing di Martin Hans Schmitt (Germania, 2007, 81’)
Documentario di found footage sulla costruzione di autostrade in Africa, America e Thailandia, dagli anni Trenta a oggi. Sul filo di una metafora antropomorfa, l’ipnotica crescita delle vene d’asfalto che rivestono il mondo, in un’esperienza visiva che racconta la nostra appropriazione dello spazio e ciò che ci sta dietro: la cultura della guida e della tecnica.
Katyn di Andrzej Wajda (Polonia, 2007, 118’)
Nel 1940, su ordine di Stalin (ancora legato al patto di non belligeranza con Hitler), l’esercito sovietico massacrò oltre 20.000 cittadini polacchi, militari e civili, gettandoli in fosse comuni. Fino al 1990, l’URSS ha attribuito il massacro ai nazisti. Wajda ha raccontato una tragica storia d’amore e d’eroismo sullo sfondo di questa tragedia.
Kurus di Woo Ming-jin (Malesia, 2008, 76’)
Un quindicenne di un villaggio della Malesia vive a scuola e in famiglia le inquietudini e i disagi tipici della sua età. Ma un giorno, l’arrivo di una bella insegnante gli cambierà la vita. Dal regista di The Elephant and the Sea, premio della giuria all’ultimo Torino Film Festival, la delicata storia di un’educazione sentimentale.
Lake Tahoe di Fernando Eimbcke (Messico, 2008, 85’)
Un guasto all’auto e il sedicenne Juan si trova alle prese con un anziano meccanico paranoico che vive con il suo cane e che lo trascina attraverso tutto il quartiere per trovare il pezzo di ricambio. Commedia amarognola e laconica sulla casualità della vita e l’assurdità della morte, fatta di incontri, simpatie, frasi non dette. Il secondo film del messicano Fernando Eimbcke.
Låt den ratte komma in / Lasciatemi entrare di Tomas Alfredson (Svezia, 2008, 114’)
Il rapporto adolescenziale tra Oscar, un giovane solitario e taciturno, e Eli, una bambina-vampira, sullo sfondo di una Stoccolma innevata e silenziosa. Un racconto di formazione mascherato da film gotico, una rivisitazione del genere horror ricca di passione e romanticismo. Un saggio sulla crescita, sull’innamoramento e su ciò che si è disposti a fare – e a dare – in condizioni estreme.
Mateo Falcone di Eric Vuillard (Francia, 2008, 65’)
Da un racconto di Merimée, la storia quasi biblica di un ragazzino pastore che vive il dilemma di nascondere un fuggiasco. Protagonista assoluto il paesaggio, cieli e campi che inghiottono l’uomo e lo estenuano. Esordio del francese Vuillard che gira un film lirico, pieno di immagini rivelazione.
New Orleans mon amour di Michael Almereyda (USA, 2008, 78’)
Storia d’amore impossibile tra un medico sposato e una ragazza che si dà da fare nello sgombero delle macerie di New Orleans dopo il disastro dell’uragano Katrina. Il nuovo film di Michael Almereyda racconta l’impossibilità della felicità e del ritorno alla vita dopo l’apocalisse, l’esperienza dolorosa ma intrigante del perdersi in un mondo in rovine, in cui niente sarà più come prima.
Of Time and the City di Terence Davies (UK, 2008, 74’)
A otto anni di distanza da La casa del mirto, torna Terence Davies. In Of time and the city, Davies traccia un ritratto della sua città sotto forma di elegia. Un documentario poetico che unisce materiale di repertorio, musica e immagini quasi astratte per descrivere i cambiamenti tra la Liverpool moderna e quella della sua infanzia.
Real Time di Randall Cole (Canada, 2008, 80’) Un giocatore d’azzardo compulsivo, e uno scagnozzo di mezza età, incaricato di ucciderlo. Il loro viaggio in auto, per far regolare al ragazzo i conti prima di andare incontro al suo destino. Una commedia nera a due, con dialoghi serrati e suspense ininterrotta e un duetto di attori sorprendente.
Rumba di Dominique Abel, Fiona Gordon e Bruno Romy (Francia, 2008, 77’)
Una coppia di fanatici della danza latino-americana va in giro a collezionare coppe, finché un brutto incidente non stronca la loro carriera. Commedia surreale che sembra scritta da Buñuel e girata da Tati. Secondo lungometraggio della coppia francese Dominique Abel e Fiona Gordon, compagni nella danza, nel cinema e nella vita.
Les Sept jours di Ronit e Shlomi Elkabetz (Francia/Israele, 2008, 107’)
Israele 1991. La famiglia Ohaion piange la morte di un congiunto, Marcel. Dopo la sepoltura, i numerosi parenti si riuniscono nella casa del capofamiglia per la veglia funebre destinata a durare sette giorni. Chi dorme sotto quel tetto la prima notte, dovrà farlo per tutti i giorni successivi. Con il passare delle ore emergono vecchi rancori, rivalità, frustrazioni, maldicenze, antipatie, attrazioni, ripicche, questioni legate al denaro...
Somers Town di Shane Meadows (UK, 2008, 75’)
Tomo è un adolescente fuggito da Nottingham che arriva a Londra carico di belle speranze. Marek vive a Somers Town, è figlio di un immigrato dell’Est che lavora come operaio in una ferrovia. I due costruiranno un’amicizia semplice e sincera e s’innamoreranno teneramente della stessa donna. Un gioiello di semplicità e di emozioni diretto da Shane Meadows, autore di 24/7 e This is England.
W. di Oliver Stone (USA, 2008, 128’)
Insicuro, ambizioso, snobbato dai genitori (che preferiscono il fratello Jeb), egocentrico, convertito in tarda età, il ritratto di George W. Bush dalla giovinezza alcolica al tramonto di una presidenza segnata da una guerra inutile e da un disastro economico. Stone lavora con veemenza su materiali autentici. Nel cast: Josh Brolin (W.), James Cromwell (Bush sr.), Richard Dreyfuss (Cheney).
Wendy and Lucy di Kelly Reichardt (USA, 2008, 80’)
Portland, Oregon. Diretta in Alaska, Wendy perde la cagna Lucy: la ricerca sarà un’epifania per il suo cuore. Dopo Old Joy, Kelly Reichardt si conferma regista attenta ai movimenti sussurrati dei sentimenti; e guarda al paesaggio con umiltà commovente rara. Un inno all’amore, malinconico ed essenziale. Con Michelle Williams.
martedì, gennaio 08, 2008
Lars and the real girl
il male di vivere con un empatia ed una comprensione che non diventa mai pietismo . E' geniale nell'oggettivare la malattia attraverso un espediente che unisce immaginario popolare e scienza psicanalitica in un tripudio di situazioni drammaticamente divertenti . Ryan Gosling e' perfetto nel restituire la goffaggine del protagonista, fatta di movimenti trattenuti e vestiti troppo stretti, nel farci sentire il suo senso di alienazione ma anche la spiazzante simpatia di una personalita' che agisce senza mediazioni e con angelica ingenuita' . Di diritto fra le cose migliori del 2007.
lunedì, dicembre 10, 2007
Neandertal
rinascimento cinematografico dopo i fasti dei mitici '70 non assicura sempre la qualita' del prodotto. Prendi Neandertal, per esempio e ti accorgi della verita' di questo assioma. Presentato in concorsoal Torino Film Festival 2007 come un film su un ragazzo affetto da una dermatite acuta che gli deturpa la faccia e gli impedisce di vivere una vita normale, il film a poco a poco si trasforma in un percorso di ribellione di stampo sessantottina che e' anche un riassunto frettoloso di tutte le istanze del ribellismo dantan e della contestazione giovanile (rifiuto dei modelli familiari, fuga da casa e vita nel falansterio maledettismo, anarchia, sesso, droga e rock and roll, e l'elenco delle voci potrebbe dare vita ad altre sottocategorie che renderebbero l'elenco insostenibile) che si conclude, dopo un accumulo fraccassone e sgangherato, con un improvviso quanto repentino ritorno alla normalita', sancito da un commento fuori campo che annuncia il prossimo ritorno dell'Uomo di Neandertal. Indeciso sulla strada da seguire, il regista ha pensato all'ipotesi minestrone nella speranza che la quantita' della carne al fuoco ed una musica a tutto volume potessero da una parte acchiappare un pubblico trasversale, dall'altra far sentire in maniera chiara la rabbiosa urgenza che l'avrebbe convinto a girare il film. Peccato che oltre alla coerenza drammaturgica (dopo un po' della malattia non resta traccia ed il film prende tutt'altra direzione) al risultato faccia difetto uno stile ibrido e irrisolto, che assume il modello fassbinderiano come semplice cliche', ed una recitazione davvero approssimativa, con attori poco incisivi (il protagonista) o sopra le righe. Nel frattempo il film e' finito da un bel pezzo ed ancora non abbiamo capito il senso del titolo; prima o poi qualcuno lo spieghera' anche a noi,nel frattempo prendete carta e penna e segnatevi il titolo del film e il nome... del regista: se lo incontrate evitatelo con cura.
giovedì, dicembre 06, 2007
Charlie Bartlet
The art of negative thinking
Nel caso specifico a venire demolito e' il sistema di pensiero e le azioni che riguardano il recupero psicologico delle cosiddette "persone diversamente abili": terapia di gruppo, assistenza medica domiciliare, pensiero positivo vengono tirati in ballo quando la moglie del protagonista, nel disperato bisogno di recuperare il matrimonio messo a rischio da un incidente stradale che lo ha reso tetraplegico, si affida ai moderni mezzi del sistema sanitario, ottenendone in cambio un unita' di supporto modello Ghostbuster, capitanata da una venditrice di fumo intenta a confermare le teorie contenute del libro che vuole pubblicare e formata da un accolita di derelitti, che dovrebbero essere la prova della giustezza del metodo ed invece ne sono la sconfitta piu' evidente. Dall'incontro/scontro tra il mondo del dolore reale e quello immaginato, ognuno dei protagonisti trovera' la sua dimensione e forse una vita piu' felice. Caratterizzato da momenti di comicita' involontaria che non e' mai gratuita ma
scaturisce dall'assurdita' delle situazioni, il film e' allo stesso tempo duro e delicato ed ha il pregio di non dare nulla per scontato. Corredato da spunti cinefili che diventano il simbolo di una condizione (il protagonista, giacca verde e capelli spinaciosi, sembra un reduce del Vietnam e fa la roulette russa come Christopher Walken ne "Il Cacciatore" ) e con un crescendo emotivo che sfocia in una catarsi finale inaspettata e liberatoria, il film e' un autentica rivelazione e si candida di diritto tra i possibili vincitori del Torino Film Festival 2007.





