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mercoledì, agosto 19, 2015

OUR SUNHI


Our Sunhi 
di Hong Sang-soo
con Jae-yeong Jeong, Yu-mi Jeong, Ji-won Ye
Corea del sud, 2013
genere, drammatico, commedia
durata. 88' 
 
Arriva dalla Corea del Sud la prima sorpresa del festival e il merito appartiene al regista Hong San-soo e al suo "U ri Sunhi" collocatosi in questa terza giornata del concorso ufficiale con una leggerezza che fa da contraltare alla drammaticità e alla cupezza degli altri concorrenti. Il film racconta la storia d'amore e d'amicizia tra quattro personaggi: al centro dell'attenzione c'è Sunhi, laureata in cinema e in procinto di partire per l'America per dare seguito agli studi. Accanto a lei un trio di uomini che rappresenta il passato e il presente del suo vissuto: Choi il professore alla quale Sunhi si rivolge per ottenere una lettera di raccomandazione, Munsu l'ex ragazzo che non ha smesso mai d'amarla e, ancora Jaehak, il regista con cui si è diplomata. Il destino li porrà uno sulla strada dell'altro facendo tornare in gioco situazioni irrisolte e speranze di futuro che la ragazza mette in circolo all'insaputa dei tre uomini, ognuno dei quali convinto di conoscerne i sentimenti e di esserne il fulcro dei pensieri.


Partendo da un'esperienza personale - il regista è stato un insegnante di cinema e come Choi si è imbattuto in una studentessa che, come ad un certo punto accade a Sunhi, gli contestò i contenuti della referenza che lui le aveva scritto - Hong trascolora la realtà trasformandola in una sorta di favola morale in cui situazioni e personaggi più che vivere di vita propria sembrano il condensato di uno stato d'animo e di una visione del mondo incomprensibile e sfuggente, che il regista però riesce a sdrammatizzare anche nei momenti più drammatici con ironia sottile e sarcastica, depotenziando ansie e dolori attraverso un mix di comicità dai tratti surreali e persino slapstick; gli attori sono guidati in una recitazione sul filo del rasoio, sempre sul punto di esplodere in una fisicità buffa e fuori controllo. Immergendo il cast in un mondo colorato e sospeso, con la natura edenica e rumori quasi assenti, Hong Sang-soo sviluppa il film attraverso una serie di quadri organizzati con un gusto della rappresentazione fortemente teatrale e nella costante ricerca di equilibrio tra ambienti e figure umane.

Ed è proprio il contrasto tra la compostezza dell'insieme con il tumulto e le incertezze dell'animo umano a favorire quella sensazione di stralunamento che i personaggi riescono a far percepire a chi li guarda. Costruito su una sceneggiatura circolare che ruota continuamente attorno al tentativo maschile di definire ed imbrigliare senza successo il mistero femmineo - credendo di interpretare i tratti salienti della ragazza i tre uomini non faranno altro che prestarsi definizioni frettolose e poco calzanti - "U ri Sunhi", attraverso il rapporto tra la protagonista e i suoi pretendenti, sembra volerci dire che la realtà più che interpretata va presa così com'è, e che a volte il cinema ed i suoi autori farebbero meglio a tornare alla semplicità delle origini, per ritornare a guardare realmente l'oggetto del proprio desiderio.
(pubblicata su ondacinema.it)

venerdì, agosto 23, 2013

66° Film Festival di Locarno: cartolina finale


"Quando giro un film evito qualsiasi tipo di comunicazione. Non parlo con gli attori ed ignoro i tecnici. Da quel momento in poi ogni cosa che faccio dipende da Dio, non da me”. Basterebbero queste parole rilasciate da Albert Serra al termine della proiezione di “ Historia de la meva mort” vincitore del 66 Festival Film di Locarno per capire la consistenza di una scelta, che la giuria capitanata da Lav Diaz ha indirizzato dalle parti di un cinema stravagante e criptico. Individuate come nemico da sconfiggere, comprensibilità ed empatia sono state relegate in secondo piano con il premio alla regia assegnato al coreano Hong Sangsoo per le deliziose schermaglie di “U ri Sunhi”, e quello speciale della giuria andato alla commovente confessione di “E Agora?Lembra – me” percorso autobiografico di malattia ed amicizia realizzato dal portoghese Joaquim Pinto. Ancora più indietro, quasi a cancellarne il tripudio generale dimostrato con l’ovazione di dieci minuti ricevuti dalla platea del festival “Short Term 12” dell’americano Destin Cretton, storia di gioventù bruciate omaggiata dal premio per la migliore attrice assegnato a Brie Larson, meritatamente affiancata al collega Fernando Bacilio ed alla maschera di muta sofferenza  da lui consegnata al protagonista di “El mudo” dei fratelli Vega, thriller esistenziale di una falsa indagine ambientata nel Cile dei nostri giorni. Ignorato dal palmares ufficiale il cinema italiano, a parte la generosa presenza dello splendido sessantenne Sergio Castellitto (sua la Masterclass più bella) ha fatto parlare di se più per le polemiche suscitate dai contenuti che per i meriti comunque presenti nel lavoro di Yanikian/Lucchi e di Pippo Delbono. Riportando a galla alcune delle pagine più violente della nostra storia (il regime fascista e gli anni di piombo) “Pays Barbare” e “Sangue” sono le tracce di un cinema costretto a ricercare altrove (rispettivamente Svizzera e Francia) i finanziamenti necessari a non lasciarsi imbavagliare da luoghi comuni ed ipocrisia, per mostrare le facce (Mussolini e Senzani) di una ferita che continua a sanguinare preamboli di morte. Ma quella di quest’anno è stata anche la prima volta di Carlo Chatrian, direttore minimalista e cinefilo subentrato in corso d’opera, capace di portare a casa il risultato con un’offerta  rivelatasi mediamente buona, ma senza le punte di diamante che ci si poteva aspettare. In un concorso internazionale variegato di generi e formati la selezione ha segnalato il ritorno ad un cinema fatto di storie, pensiamo alle opere provenienti dall’oriente (Tomogui del giapponese Shijno Aoyama è stata una delle sorprese più belle), ma anche a film più tradizionali come “Tonnere” e “Gare du Nord” ed “Une Autre vie” alfieri del cinema francese che qui però non ha particolarmente brillato. Una restaurazione accompagnata dal trionfo dei sentimenti, accolti un po’ ovunque –  tanto dal pubblico generalista della Piazza Grande che da quello militante del concorso e delle sezioni – da un entusiasmo in qualche caso persino eccessivo. Pensiamo all’edulcorato ed inconsistente “Gabrielle” di Louise Archambolt, premiato dal pubblico della Piazza,  ma anche alle storie d’amore di “Mr. Morgan Last Love” con Michael Caine, e di quella fantascientifica e distopica di “Real” dell’altro giapponese Kiyoshi Kurosawa, a riprova che il segno dei tempi per essere tale deve essere espressione di una variabile umana che il cinema farà bene a non dimenticare.
(pubblicato su ondacinema.it/speciale 66° Festival Film Locarno)

giovedì, agosto 15, 2013

Sangue

Sangue di Pippo Delbono
con Pippo Delbono, Giovanni Senzani, Bobò
Italia/Svizzera
genere, documentario
durata, 89'


Raccontare un film di Pippo Delbono rappresenta una specie di torto nei confronti di un autore che prima nel teatro e più recentemente nel cinema non ha mai perso occasione di esprimere il diritto ad una libertà che prescinde da istanze narrative tradizionali e consolidate, e che, in un'opera come "Amore carne" si era espressa attraverso una produzione operata con mezzi di "fortuna" (quasi tutte le riprese erano state realizzate utilizzando uno smartphone) e strutturata su un impianto formale che procedeva per assonanze poetiche e suggestioni emotive.

Seconda tranche di un diario intimo, come sempre inscindibile dall'humus che lo produce, "Sangue" raggiunge il concorso di Locarno dopo una navigazione funestata dai marosi di un vissuto personale avvenuto nel segno del dolore e del distacco per la perdita di Margherita, madre del regista. In questo senso l'apertura con le immagini dell'Aquila, occupata dalle macerie e seppellita dalle promesse mancate, appare quanto mai azzeccata nell'evocare un sentimento d'abbandono che l'accomuna con quello ancora fresco sopportato da Delbono. Un lutto che il regista trasforma in reazione di segno opposto, che si traduce in un percorso d'incontri umani ed emotivi materializzati nel caso di "Sangue" dalla figura di Giovanni Senzani, capo storico delle brigate tornato libero dopo ventitré anni di carcere. Un'amicizia nata quasi per caso, suscitata dall'interesse di Senzani per il lavoro teatrale di Delbono e rafforzata da un percorso di sofferenza comune che per l'ex brigatista è coincisa con la malattia e la morte della moglie, scomparsa negli stessi giorni della madre di Delbono. Il legame amicale e quello parentale diventano per Delbono l'occasione di raccontare l'Italia con anime diverse e senza conciliazione, in una dimensione in cui privato e pubblico, il particolare e l'universale procedono di pari passo. Ecco allora la professione di Margherita, sorretta fino all'ultimo da una fede incrollabile e dalle parole di San'Agostino lasciate al figlio in una sorta di testamento consegnato sul letto di morte, e la confessione di Giovanni Senzani che rievoca gli ultimi istanti di vita di Fabrizio Peci giustiziato per vendicarsi del fratello, il terrorista pentito Patrizio. Sono questi due momenti, scelti tra i tanti che compongono l'album visivo e musicale di Delbono, a rimanere più impresse e a dividere gli animi. Agli antipodi rispetto al contesto culturale (la madre di Delbono, fervente cattolica, era terrorizzata dai comunisti, mentre Senzani non ha mai smesso di esserlo) e autobiografico che li contiene, entrambi sono capaci di esprimere un climax di assoluta umanità indipendentemente dalla dimensione di vittima o di carnefice che le due figure rappresentano all'interno del film. Una sorta di nuovo vangelo che unisce peccatori e meritevoli e che Delbono, buddhista praticante, legittima attribuendo alla due vicende la medesima importanza emotiva. Che si tratti di un'attribuzione di responsabilità che Senzani si assume con la lucidità e anche la freddezza di un resoconto che, qualcuno potrebbe scambiare per resistenza orgogliosa all'utopia rivoluzionaria e che, invece, costituisce il modo migliore per mantenersi lontano dal voyeurismo e dai facili pietismi dei reality televisivi, oppure del calvario di una madre che sta per lasciare un figlio, "Sangue" è il manifesto di un umanesimo politicamente scorretto, lontano da ideologie e da certe ipocrisie che non mancherà di far discutere.

Arricchito da una colonna sonora che funziona come valvola di sfogo di una tensione che la visione dell'opera non mancherà di suscitare, "Sangue" è un viaggio al termine della notte che colpisce al cuore e divide in fazioni. Un cinema lacerante di ferite ancora sanguinanti. Meno radicale nella forma, ma egualmente anarchico rispetto al lavoro precedente, "Sangue" è impregnato di una concretezza imposta dalla delicatezza della posta in gioco e riesce a prendere tutti in contropiede congedandosi con un messaggio di speranza all'insegna del bene e dell'amore: a conferma, se mai ce n'è fosse bisogno, di un temperamento iconoclasta e al di fuori dagli schemi che, ne siamo sicuri, continuerà a sorprenderci.