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mercoledì, maggio 02, 2018

LYNNE RAMSAY E JOAQUIN PHOENIX PRESENTANO A BEAUTIFUL DAY- YOU WERE NEVER REALLY HERE


Premiato a Cannes per la migliore interpretazione maschile e per la migliore sceneggiatura, A Beautiful Day - You Were Never Really Here è la storia di Joe, sicario solitario e taciturno che si prende cura della madre. Distribuito da Europictures, l'anteprima del film è stata l’occasione per ascoltare la regista, Lynne Ramsay, e l'attore protagonista, Joaquin Phoenix, venuti a Roma per presentare il loro lavoro. Di seguito le parole raccolte durante l'incontro


Lynne Ramsay: “Mi piace fare i film. Oggi siamo abituati a produzioni spettacolari tipo quelli della Marvel che hanno dei modi di raccontare diversi dal mio. Nel mio cinema c’è la musica, la recitazione, il montaggio e il tentativo che dall’unione della parti si possa creare qualcosa di nuovo“.

Joaquin Phoenix: “Per costruire Joe  sono partito dalla sceneggiatura; con Lynne abbiamo fatto infinite chiaccherate che sembravano non portare da nessuna parte e che invece hanno dato il là a idee che mi hanno aiutato a trovare il personaggio. Poi ho studiato molto a proposito dello sviluppo del cervello in età infantile e su come le esperienze di abuso influenzino il bambino, il suo modo di pensare. In questo maniera con Lynne ci siamo resi conto che Joe su certe cose non ragionava e che non prendeva decisioni basate sul ragionamento a causa di ciò che gli era successo da piccolo. Per esempio, quando ad un certo punto entra a casa sua con il martello in mano non è una grande decisione ma la spiegazione deriva proprio da questo tipo di disfunzione. Lynne tra l’altro mi mandava dei file audio dove c’era il rumore dei fuochi d’artificio per farmi capire cosa sentiva continuamente nella testa il mio personaggio“.

LR: “Il romanzo di  Jonathan Ames è stato il punto di partenza ma poi ho cambiato molto a cominciare dagli ambienti e per ciò che riguardava il rapporto tra Joe e sua madre. Diciamo che il libro è stato la fonte d’ispirazione di una sceneggiatura che cambiava continuamente per i notevoli interventi del direttore della fotografia, dello scenografo e poi di Joaquin che si è preparato anche fisicamente per la parte. Con loro mi sono confrontata ogni giorno e questo mi portava a cambiare il copione in base agli esiti di questi confronti”.

LR: “Sul rapporto tra Joe e la madre, e, in particolare, per la scena presa da Psycho , posso dire che nel libro non esisteva e che non bene come sia venuta fuori. Se vogliamo, un minimo d’ispirazione può essermi stata data da mia madre a cui piacciono i film horror che guarda a volume alto perché non ci sente molto bene. Mentre giravo parlando con lei delle scene è venuto fuori la sua predilezione per Psycho e da li Joaquin ha iniziato a fare quello strano verso con il coltello che era una sorta di parodia del film di Hitchcock“.

LR: “Nel mio lavoro di regista non sono interessata stabilire una sorta di continuità tra un film e l’altro. Ciò a cui punto è quello di raccontare personaggi complessi“.

JP: “A volte capita di concentrarsi su scene che ti sembrano fondamentali e trascuri quelle in cui magari è presente una specifica caratteristica del personaggio, e per esempio la bontà di Joe che contrasta con il fatto che lui sia un sicario pronto a uccidere su commissione. So che nel film volevamo mostrare entrambe le facce del personaggio, non soltanto la parte cattiva ma anche quella buona. D’altronde lui vive in questo costante conflitto; e’ alla costante ricerca della pace mentale ma al contempo si va sempre a infilare in situazioni molto pericolose. Il film mostra il contrasto tra queste due nature e nel rapporto con sua madre fa vedere che c’è della tenerezza ma anche frustrazione per essere chiamato a prendersi cura di questa donna vecchia e malata. Mostrare queste sensazioni opposte nella stessa scena non è una cosa usuale nel cinema e noi, con il nostro film, volevamo riuscirci. Violenza e bontà, tenerezza e frustrazione appaiono spesso come coppie d’opposti“.

LR: “Ho scritto la sceneggiatura in Grecia, nell’isola di Santorini, dove non ci sono automobili e in cui, quindi, regna un silenzio quasi assoluto. Comunque quando scrivo mi piace dare delle indicazione anche sui suoni e sulla musica: non tanto da un punto di vista tecnico ma rispetto al mio modo di sentire. Poi quando sono andata a New York per ascoltare la musica del film mi sono detta che i vari pezzi sembravano venire dall’inferno. Inserite nelle varie sequenze questi erano in grado di amplificare gli stati d’animo dei protagonisti. Penso che la musica del film possa essere considerata alla stregua di un personaggio. Magari c’è una scena dove sembra stia per capitare qualcosa poi questa interviene portandoti da un’altra parte. Per quanto riguarda la collaborazione con Jonny Greenwood (chitarrista solista dei Radiohead)  è stata una cosa fatta in economia per mancanza di soldi; io magari gli mandavo dieci minuti di girato e lui ci costruiva sopra un tema, oppure mi manda dei file audio e noi tagliavamo e montavamo il girato in base a questi. In effetti la colonna sonora è stata per me una specie di dono“.

JP: “Nello scegliere un film non tengo mai presente la grandezza della produzione. Il processo decisionale dipende dalle persone coinvolte. Se Lynne facesse un film da 300 milioni di dollari sarei curioso di parteciparvi. Ciò che mi interessa è il materiale, la sostanza e anche chi ci lavora. Devo dire che recitare in A Beautiful Day – You Were Never Really Here  è stata una grande gioia. Lavorare con un ritmo molto serrato, sapendo di non avere molto tempo a disposizione e di dover realizzare tantissimo era stimolante. Per questi motivi a ogni ripresa o inquadratura cercavamo di fare qualcosa di diverso per vedere cosa potesse funzionare meglio. Per Lynne è stato difficile ma io la ringrazino per avermi dato la possibilità di farlo. Ogni interazione, ogni cosa che succede sul set o fuori t informano quello che diventa il film. Anche le location lo fanno. Tu ti immagini la scena poi arrivi sul luogo delle riprese e l’impatto con esso te le fa cambiare. E poi certo c’è il filtro dell’obiettivo di Lynne, il suo sguardo sul film che risulta decisivo“.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

martedì, febbraio 06, 2018

STANLEY TUCCI RACCONTA ALBERTO GIACOMETTI: L’ARTE AL CINEMA


“Final Portrait” è la quinta ed ultima creatura cinematografica di Stanley Tucci che il 5 Febbraio ha presentato davanti ai giornalisti romani in occasione dell’anteprima per la stampa.
Stanley Tucci  - a dispetto dell’attore hollywoodiano che incarna - si è mostrato sin dall’inizio disponibile alle domande formulategli e soprattutto ha rivelato un grande desiderio di spiegare le motivazioni che lo hanno spinto a girare un film su un artista. E per giunta su un artista così particolare quale è stato Alberto Giacometti. Per portare l’Arte al Cinema.
Tucci  ha evidenziato in primis che non ha voluto montare un cd. biopic: non si tratta infatti di una vera biografia di Alberto Giacometti, bensì del racconto di un pezzo, di un particolare della sua vita e precisamente della creazione del suo ultimo capolavoro: un ritratto all’intellettuale e scrittore americano James Lord.
 “Mi sono voluto occupare più dei dettagli di un unico episodio della sua vita che della sua intera vita, anche perché sono proprio i dettagli che rivelano l’universale del pittore”: con questa frase Stanley Tucci evidenzia l’amore che lui stesso ha per l’arte e per la stessa vita dell’artista Giacometti che conobbe e del quale divenne amico.
Tucci si è infatti a lungo documentato sulla vita dell’artista anche attingendo alla Fondazione Giacometti, così come si è lungamente documentato il protagonista Geoffrey Rush che – come sostiene il regista – è stato a lungo a studiare “l’uomo Giacometti” per poterlo poi rappresentare in scena. Ed è straordinaria la somiglianza tra artista ed attore.Alberto Giacometti Photo
Giacometti era infatti un uomo simpatico e spiritoso e molto comunicativo (“talkative” nella descrizione del regista), ma fuori dal suo atelier, in quanto quando lavorava passava da stati di tranquilla laboriosità a successivi stati depressivi catatonici nei quali distruggeva tutto ciò che sino a quel momento aveva creato.
L’ossessione dell’artista viene rappresentata egregiamente da Rush così come il concetto di arte come qualcosa di perennemente incompiuto ed in continua trasformazione per poi, forse, non giungere mai a conclusione. Ma Tucci precisa - a domanda dei giornalisti se l’obiettivo dell’artista sia la continua ricerca della perfezione – che l’arte non deve essere perfetta ma credibile veritiera (“not perfect but truthful”): l'incompiutezza è nella natura dell'arte. Lo sapeva secoli fa Michelangelo (i suoi Prigioni” ne sono un esempio significativo) e ne era altresì convinto Alberto Giacometti che spese la sua vita a fare e disfare i sui capolavori perchè “per fare qualcosa occorre disfarlo”.
L’ossessiva ricerca della compiutezza si manifesta proprio nei 18 giorni di posa del “modello” James Lord,  interpretato da Armie Hammer , 18 giorni passati nell’atelier dell’artista a sopportare i suoi frequenti sbalzi di umore.

Lo spettatore è immediatamente sbalzato lui stesso all’interno dell’atelier, accanto a Rush e Hammer  al punto che sente le stesse emozioni e le medesime angosce dei protagonisti.
Tutte le scene sono state girate con due camere a spalla – prosegue il regista – e questo proprio per fare partecipare emotivamente il pubblico, per farlo letteralmente “entrare in scena”, nonché per dare movimento alle scene stesse che, altrimenti sarebbero risultate troppo fisse e statiche atteso che la maggior parte di esse si svolge proprio e solo nell’atelier di Giacometti.
Image result for Geoffrey Rush in final portraitIl regista continua a parlare del rapporto – scontro tra i due protagonisti: da una parte, il creativo e maniacale, nonché depresso cronico bipolareGiacometti e, dall’altra, l’elegante borghese yankee, intellettuale americano James Lord che si affrontano e si scontrano come in una seduta psicoanalitica tra analista e paziente.
E il ritratto? Tucci sostiene che era stato tentato fortemente a non mostrare mai il ritratto nel suo film proprio per rafforzare l’idea di incompiutezza e di magia dell’arte stessa, ma confessa che non se l’è sentita perché forse lo spettatore non lo avrebbe compreso.
Il regista si ispira ed allude ad uno specifico precedente che - come ricordato da uno dei giornalisti in sala a Tucci, è rappresentato da un film tratto da un’opera di Honorè de Balzac dal titolo “Il capolavoro sconosciuto”. Stanley Tucci ricorda allora che il film è “La bella scontrosa” (La Belle Noiseuse) del 1991 diretto da Jacques Rivette. E in quell’opera cinematografica il ritratto dell’artista non viene infatti MAI mostrato al pubblico in nessuna scena proprio per aumentare il clima di mistero e magia legati intorno al lavoro dell’artista stesso in genere.
E il ruolo delle musiche? Stanley Tucci a domanda risponde che per lui le musiche devono in un film avere un ruolo di mero contorno e mai togliere la scena e la supremazia alla storia ed alle immagini stesse. Il film si apre con il suono di una fisarmonica perché Tucci spiega che ci vuole illudere di entrare nella classica atmosfera bohemienne parigina, per poi prenderci praticamente in giro, quando poi, di fatto, ci fa atterrare nell’atelier sporco e disadorno di Giacometti per farci vivere le stesse sue angosce momento dopo momento durante la creazione del ritratto.
Da ultimo, alla domanda se il regista abbia voluto trasmettere un giudizio etico su Giacometti e la sua vita privata fuori dagli schemi borghesi, Stanley Tucci spiega che l’etica nulla ha a che fare con l’arte e con la vita di Giacometti che ha voluto rappresentare. Giacometti, per Tucci che lo conosceva bene, era un artista che voleva vivere come un  bambino cresciuto (“like a child grown up” come dice Tucci) e ci riesce proprio grazie ai ruoli ancillari ed al suo perenne servizio che fa ricoprire sia al fratello che alla moglie (Annette Arm) per tutta la loro vita. Lui come regista non intende pronunciare alcun giudizio etico sull’artista che, in fondo, è stato così grande anche grazie al supporto di una moglie che – nonostante tutto – ha ricevuto soddisfazioni dal ruolo ricoperto.
Uno Stanley Tucci simpatico e aperto al confronto e- impensabilmente – capace di comprendere la lingua italiana a volte anche senza l’aiuto della traduttrice, come, a dir la verità, ben poche volte ci capita  di constatare con attori e registi di lingua anglosassone.
Michela Montanari

martedì, gennaio 23, 2018

IL MIO FILM SENTIMENTALE: LUCIANO LIGABUE PARLA DI "MADE IN ITALY"



Nella veste di regista il ritorno al cinema di Luciano Ligabue è uno di quelle anteprime a cui non si può mancare. Se l’interno della sala dove si proietta“Made in Italy” è gremito in ogni ordine di posto, anche fuori l’assembramento non è da trascurare, con i fan del rocker emiliano pronti a salutare l’apparizione del loro beniamino. Accompagnato da Stefano Accorsi, Kasia Smutniak e dal resto degli attori che hanno preso parte al film, Ligabue sta al gioco con garbo, determinato a non lasciare spazio al divismo assegnatogli dallo status di star musicale. Pronto a scherzare sulle ragioni che lo hanno tenuto lontano dal set per cosi tanti anni “Telefonavo ai produttori per proporgli un nuovo film ma il telefono squillava sempre a vuoto” Ligabue parla della paura di cambiare del suo protagonista ma assicura che il movimento è l’unica costante della vita. “Rico (Accorsi) e Sara (Smutniak) vivono in una realtà consolidata fino a quando non emerge la necessità di cambiare lo sguardo  sul mondo. La crisi della loro vita di coppia altro non è che il percorso necessario a mettere in atto la trasformazione”. 


Sul mestiere di regista non ha dubbi “ Fare film è faticosissimo. Con la musica mi basta lasciare uscire le emozioni, mentre nel cinema devo elaborarle, farle passare prima dalla mente e poi dal cuore”, così come sulle ragioni che lo hanno riportato dietro la mdp “Essere un musicista fa si che possa dedicarmi al cinema solo se ho davvero una storia da raccontare. Quella di “Made in Italy” nasce come prosecuzione dell’omonimo concept album pubblicato nel 2016. Mi rendo conto che in tempi in cui la musica viene fruita velocemente un disco del genere è del tutto anacronistico ma sentivo la necessità di tornare su una canzone scritta in precedenza (Non ho che te) per raccontare di Rico che perdendo il lavoro rischia di smarrire la propria identità”. 

Se il nucleo narrativo del film si concentra sulla storia d’amore dei protagonisti  non mancano riferimenti alla contemporaneità italiana e ai problemi che l’ affliggono. “Ho cominciato a raccontare il mio sentimento verso il paese dieci anni fa con “Buona notte all’Italia” - dice Ligabue - mettendovi sempre un’amore che non viene meno nonostante i suoi molti difetti. Qui come altrove l’ho fatto attraverso uomini e donne che non hanno i miei stessi privilegi e la cui vita normale diventa improvvisamente straordinaria ”. L’interesse verso le persone che di solito non vengono raccontate perché troppo brave e oneste per risultare interessanti è frutto di un’esperienza diretta: “Le conosco bene perché sono gli amici della mia infanzia che continuo a frequentare e che mi dicono spesso che essere bravi in Italia non paga”. Per questa ragione il regista definisce “Made in Italy un film sentimentale, ispirato dai sentimenti e dagli stati d’animo delle persone che non urlano e fanno il loro dovere”.


Stefano Accorsi che nel film vediamo ballare e dimenarsi in un ambiente occupato da un gigantesca mortadella si dice privilegiato a lavorare con Ligabue. “Luciano si fida di quello che ti costruisci dentro, lascia spazio alle  tue emozioni. L’ho ritrovato in grande forma, capace di adattarsi senza problemi alle novità tecnologiche che nel frattempo hanno sostituito quelle utilizzate nel film precedente. Essere in un’opera pensata per così lungo tempo non è cosa da poco”. Chiude un altrettanto entusiasta Kasia Smutiak, alla sua prima esperienza con Ligabue: “Non sapevo cosa avrei trovato sul set però ascoltare il disco di Luciano mi ha chiarito il mondo in cui stavo. Questo mi ha permesso di corrispondere al personaggio che Luciano voleva che fossi”.
Carlo Cerofolini

venerdì, dicembre 22, 2017

GABRIELE SALVATORES PRESENTA "IL RAGAZZO INVISIBILE - SECONDA GENERAZIONE"



L’affabilità e la gentilezza con cui Gabriele Salvatores parla de “Il ragazzo invisibile” - in uscita il 4 gennaio in circa 400 sale - non deve ingannare sulle ambizioni del regista e del suo nuovo film. Come dichiara Nicola Giuliano di Indigo Film che il lungometraggio l’ha prodotto insieme a Francesca Cima,  “L’ambizione era quella di realizzare un film fondativo per le nuove generazioni, capace di influenzare l’immaginario come lo stati per i miei coetanei i film di Bud Spencer e Terence Hill”. Abituato a confrontarsi con un cinema lontano dai suoi canoni “invece che continuare a ripetere all’infinito Mediterraneo”, a chi gli chiede come ci si senta ad affiancare Luc Besson nella sfida ai modelli statunitensi Salvatores ha le idee chiare: “con Nirvana avevo già cercato di affiancarmi a un certo tipo di cinema ed anche allora mi avevano detto che ero matto a tentare di farlo. Con “Il ragazzo invisibile” è successo la stessa cosa. La mancanza di un budget forte - dicevano - avrebbe impedito di realizzare un film capace di reggere il confronto con il corrispettivo americano invece penso che le idee e la competenza che ci abbiamo messo sia riuscita a restringere le distanze”. 


Sequel del primo episodio capace di totalizzare oltre 5 milioni di euro di incasso, “Il ragazzo invisibile - seconda generazione” non vuole essere un sequel tipo “Batman, nel quale abbiamo un personaggio che rimane sempre se stesso ma piuttosto un Boyhood dei super eroi dove il protagonista ogni volta deve affrontare i cambiamenti che gli derivano dalla sua crescita”. E ancora, a proposito della struttura narrativa il regista aggiunge “ Più che un romanzo di formazione in chiave fantasy dire che questo è una storia di distruzione perché Michele è chiamato a confrontarsi con il venir meno delle certezze acquisite durante la puntata precedente”. Se poi, parlando dei modelli che lo hanno ispirato, si citano gli X-Men Salvatores dice: ” in realtà non sono un fan dei prodotti Marvel e la serie dei mutanti non la conosco. Semmai posso dire che per me i capisaldi del genere sono lo Spiderman di Sam Raimi e, come per gli sceneggiatori, certi titoli degli anni 80 come i Gremlins in cui il divertimento non impediva agli autori di presentarci situazioni dolorose e terrificanti”. Se poi si vuole cercare a tutti i costi un aggancio con il cinema americano la parola passa a Victor Perez, già curatore degli effetti visuali del Batman di Nolan, il quale ci tiene a sottolineare come ogni progetto di questo tipo i soldi non siano mai abbastanza. In compenso dice Perez “le idee sono gratis e  con Gabriele abbiamo cercato di costruire non solo immagini belle ma anche significative, capaci di evocare sentimenti e stati d’animo, e dimostrando che anche in termini di effetti speciali certe cose si possono fare anche in Italia”. 


Visto che nel film i cattivi sono Russi diventa impossibile non chiedere se il film non voglia mandare qualche messaggio ai grandi protagonisti della politica contemporanea ma “In realtà”- dicono gli sceneggiatori “la Russia ci offriva quelle caratteristiche di esotismo che cercavamo per i nostri cattivi. E poi ci volevano avversari che fossero portatori di una potenza un po' sgarruppata come può esserlo quella dell’ex unione sovietica. Se fossero stati americani sarebbero stati troppo forti per i nostri protagonisti”. Sul fatto poi di non aver firmato la sceneggiatura Salvatores dichiara di non sentirsi affatto sminuito come autore: “Fare il regista è sufficiente a soddisfare il mio ego (ride) e poi ho sempre pensato che un film sia il risultato di un lavoro collettivo dove il regista si inserisce quando è necessario, com’ è successo anche qui nel momento in cui  girando abbiamo visto che cambiando qualcosa  la storia poteva funzionare meglio ”. A chi gli chiede notizie su un terzo capitolo il regista afferma di non averci ancora pensato e lascia intendere che molto dipenderà dagli esiti commerciali di questo film.
Carlo Cerofolini

mercoledì, agosto 23, 2017

BABY DRIVER - IL GENIO DELLA FUGA. INCONTRO CON KEVIN SPACEY

La promozione italiana di “Baby Driver” è l’occasione per incontrare l’attore americano Kevin Spacey che nel lungometraggio di Edgar Wright interpreta il ruolo di Doc, capo banda del sodalizio criminale in cui milita Ansel Elgort, il protagonista del film. Poco propenso a prendersi sul serio, Spacey ha risposto di buon grado alle domande dei presenti, tornando spesso sul suo rapporto con il mestiere dell’attore.


Qualche tempo fa aveva dichiarato che non avrebbe più interpretato i ruoli che l’avevano fatto diventare famoso. E’ ancora di questa idea.
La risposta a quella domanda derivava dal contesto in cui mi era stata rivolta. In quel momento della mia carriera avevo bisogno di fare cambiare perché come artista  sentivo il bisogno di crescere . Ora quegli stessi ruoli li potrei di nuovo interpretare perché sono interessato a ricostruire la mia carriera d’attore e a farmi di nuovo conoscere ad Hollywood dopo l’assenza conseguente ai miei impegni con il teatro Old Vic di Londra. In generale, oggi mi interessa partecipare a una storia in cui il mio personaggio abbia una parte significativa.

Come il Doc di “Baby Driver”. 
Ho accettato di fare “Baby Driver” perché trovo che Edgar Wright sia un regista brillante e divertente, e per il fatto che mi aveva offerto una parte a cui non potevo dire di no.

Il fatto che lei abbia spesso interpretato il ruolo del bad guy riscuotendo grande successo è forse il segno che il pubblico non ama più un certo tipo di buonismo. 
E’ lei a definirli bad guys. Io non giudico i miei caratteri ma mi limito a interpretarli. Fare una distinzione tra bene e male non appartiene al mio processo interpretativo, perché ogni volta che sono coinvolto in un film l’unico obiettivo è quello di far vivere il mio personaggio come fosse una persona reale. Poi è vero quello che dice, e cioè che da vent’anni a questa parte il pubblico si sia affezionato ai cosiddetti anti eroi. Direi che questo fenomeno è diventato rilevante a partire dalla serie de  “I Soprano”. 


Quali sono stati i suoi modelli d’attore e quelli della sua vita privata.
Per ciò che riguarda gli attori la lista è lunga. Ho avuto la fortuna di avere una madre che amando il teatro e il cinema mi ha fatto conoscere la bravura di artisti come Henry Fonda e Katherine Hepburn e ancora Spencer Tracy , James Stewart e Betty Davis. Parlando invece delle persone capaci di influenzare la  mia vita, dico Jack Lemmon, che mi è stato vicino quando ero giovane, e poi Alan J Pakula, uno dei primi registi che si è battuto per me. 



Quali sono i ruoli che non accetterebbe mai.
Le uniche parti che non accetto sono quelle scritte male. Sono molto aperto a qualsiasi tipo di ruolo. La gente crede che noi attori possiamo scegliere le parti che vogliamo, invece succede che fai quelle che ti offrono o quelle che puoi fare se sei libero da altri impegni. L’unica cosa che mi spaventa è la stupidità. 

E’ vero che in “Baby Driver” avete recitato a tempo di musica?
Si. Wright è arrivato alle prove con la colonna sonora già assemblata e   mentre leggevamo il testo c’è la faceva sentire. La cosa ha conferito alle prove un andamento molto sexy e pieno di ritmo. Sul set avevamo delle cuffiette che ci permettevano di muoverci a ritmo di musica fino a quando non subentravano i dialoghi. E così per tutta la durata delle riprese


Lei si è dedicato molto alla produzione di opere altrui. Ci può dire qualcosa di più a proposito di questa attività.
Come produttore mi piace essere un facilitatore, colui che mette insieme le persone giuste per un determinato progetto. Cerco di scegliere l’attore e il regista migliore, gli do fiducia e poi li lascio andare, rimanendo a osservare in che maniera le cose prendono forma. Ho fatto così per molti anni quando ero direttore dell’Old Vic Theatre. 

Nella sua carriera ha interpretato personaggi piuttosto complicati da portare sullo schermo. Pensa che sia cosi.
Ho sempre pensato che sia stupido affermare che è stato difficile interpretare una parte. Per me recitare è un immenso divertimento. Svegliarmi e recarmi ogni giorno sul set è un vero piacere. La sintesi di quello che sto dicendo la si trova in un monologo che ho fatto qualche tempo fa. In esso il personaggio ricorda come fosse duro quando il padre lo mandava a lavorare nei campi, e della decisione di fare altro nella vita diventando avvocato, mestiere che rispetto al precedente gli diede la sensazione di non avere più lavorato in vita sua. E’ questa la percezione che ho quando giro un film.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)








martedì, settembre 27, 2016

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: ONE MORE TIME WITH FEELING

One More Time wIth Feeling
di Andrew Dominik
con Nick Cave
USA, 2016
genere, documentario, musicale
durata, 112'


Per Andrew Dominik era facile fare un con il materiale musicale presente in "One More Time with Feeling". Perché i circa 35 minuti che costituiscono la performance sonora realizzata da Nick Cave per promuove il nuovo disco si ritrovano a convivere con le parole a cuore aperto del cantante alle prese con il dolore di un lutto ancora in corso per la precoce morte del figlio Arthur. Fotografato in bianco e nero dalla splendida fotografia del Benoit Debie di "Enter the Void" e " Spring Breakers" il regista utilizza il 3D per ricreare quelle caratteristiche di spazialità che sono proprie della musica e, nello stesso tempo, amplificando la rilevanza del vuoto degli ambienti della casa di Cave e della sua famiglia riesce a tradurre in immagini la mancanza provocata dalla tragedia.
(pubblicata su ondacinema.it/speciale 73 festival di Venezia)



"One More Time with Feeling" è stato uno dei lungometraggi più belli della Mostra di Venezia. Qu le parole del regista Andrew Dominik intervenuto alla conferenza stampa per la presentazione del film

Ci racconti la genesi della tua collaborazione con Nick Cave.
La morte di Arthur, il figlio di Cave, è avvenuta quando il nuovo disco di Nick era a metà della produzione. A quel punto lui si è trovato di fronte a un bivio.:o rinunciava alla promozione dell'album oppure avrebbe dovuto trovava il modo per farla sentendosi al sicuro. E' così che ha pensato a me. E' accaduto tutto velocemente; all'inizio si trattava di filmare un mini concerto poi è nata l'idea del film. Tutto quello che abbiamo aggiunto è stato quindi improvvisato. Ti posso dire che per Cave questo lavoro non è stato terapeutico ma solo il modo che ha scelto per cercare di andare avanti.
Perchè la scelta di utilizzare il 3D.
A me il 3D piace ed avrei sempre voluto fare un film in cui poterlo utilizzare. L'ho fatto con "One More Time with Feeling" perché penso che la profondità di campo che si ottiene con questo sistema si addiceva alla qualità spaziale della musica. La scelta del bianco e nero è invece dovuta alla sua eleganza formale.

Il tuo uso del 3D è molto intimista.
Il 3D ti consente di raggiungere la profondità delle persone, di penetrare dentro il loro sguardo. Io poi ho preferito girare direttamente con questo metodo, evitando la procedura che prevede di filmare con il sistema normale per poi passare al 3D.

Cosa ti ha affascinato di Nick Cave.
Nick è di Melbourne come me e quando ero giovane era considerato come Dio, la gente lo amava e lo odiava, le ragazze facevano a gara per conoscerlo. E' un'artista che mi parla e che dice cose che per me hanno un significato. E' anche una persona più grande e quindi quando parla può darmi delle risposte su cose che io non ho ancora vissuto. C'è poi questa sua paura di stare davanti al microfono che contrasta con il suo modo deciso di stare sul palco. Entrambe le cose sono vere e questo dualismo rende ancora migliori i suoi lavori.

Parlaci del vostro rapporto sul set.
Nick è introverso e anche un po' permaloso. Con lui abbiamo fatto l'accordo che io potevo filmare tutto ciò che volevo a patto di avere l'ultima parola ssh eventuali scene che lo mettevano in difficoltà. Quando la sera guardavamo il girato si chiedeva continuamente quale fossero i limiti rispetto al dolore che metteva in scena. Molto spesso lui e la moglie non amavano le immagini che li ritraevano insieme per cui ne ho eliminate molte senza che ciò abbia mai creato un problema rispetto al rapporto di stima che si era creato tra noi due. Nick per forza di cose si è dovuto mettere a nudo e mi ha dovuto raccontare della morte del figlio. Adesso che il film è finito ci ritroviamo a sentire uno la mancanza dell'altro.

A proposito di Benoît Debie il direttore della fotografia, com'è andata.
Lui è una persona molto pratica che a differenza di me parla un sacco di lingue. La macchina da presa 3D è molto grande e ingombrante, difficile da manovrare. In più qui bisognava tenere presente che il nostro lavoro era subordinato a quello della produzione musicale. Eravamo noi che dovevamo adattarci a loro e non viceversa. Questo è stato liberatorio perché non esisteva un copione già scritto e ogni mattina andavo a lavorare senza un'idea di ciò che sarebbe successo e di cosa avremmo filmato. Abbiamo perciò lavorato d'istinto, impegnandoci più sulla ricerca degli obiettivi e delle lenti più adatte che sull'illuminazione.


Perché ad un certo punto hai scelto di girare una sequenza a colori.
Rispecchiava il mio sentimento rispetto alla canzone di Nick che per me rappresentava un momento di apertura rispetto al mood espresso da quelle precedenti.

Tornando  all'esperienza di questo film pensi di riuscire ad incorporare i processi istintivi di cui mi parlavi nel cinema di finzione.

Se c'è una cosa che ho capito da questo lavoro è quella di affidarmi di più al mio istinto. Nel documentario devi dimenticarti di te e ascoltare dove vuole andare il film. Nella fiction ci sono momenti tra ciak e montaggio che vengono scartati mentre nel documentario succede il contrario. In "One More With Feeling" sono i tempi morti a permettere al film di essere tale. In futuro spero di riuscirlo a intrecciare le parti di finzione con questi cosiddetti scarti, magari a cominciare dal lungometraggio su Maryiln Monroe che inizierò presto a girare. 

mercoledì, gennaio 13, 2016

LA CORRISPONDENZA - CONFERENZA STAMPA




A chi gli chiede se sia contento per la vittoria del golden globe da parte di Ennio Morricone ottenuta per la colonna sonora di “The Hateful Height” Giuseppe Tornatore sorride mentre racconta di aver contribuito il qualche modo al premio per aver convinto il musicista a lasciarsi coinvolgere dal progetto di Quentin Tarantino. Inizia così la conferenza stampa seguita all’anteprima de “La corrispondenza” il nuovo film del regista siciliano distribuito in 400 copie nelle sale italiane a partire dal prossimo giovedì. La storia, tratta da uno spunto risalente a 15 anni e non realizzato perché con la tecnologia dei tempi sarebbe risultato “un film di fantascienza”, racconta la relazione sentimentale tra Ed Phoerum, professore di astrofisica e la sua ex allieva Amy Ryan e delle misteriose circostanze che a un certo punto vedranno l’uomo scomparire per poi rifarsi vivo attraverso i video messaggi inviati alla ragazza.


Non è la prima volta che il regista siciliano affronta il tema dell’amore impossibile già raccontato nel precedente “La migliore offerta” e d'altronde non potrebbe essere altrimenti perchè “come diceva Pavese gli scrittori non si appassionerebbero a raccontarli se fossero felici e ordinari". “In questo caso la novità" continua Tornatore "è rappresentata dall’elemento tecnologico che entra in gioco non solo come principio narrativo ma anche come contrappunto tra la razionalità della tecnica e l’ineffabile che contraddistingue la materia amorosa”. Tornatore che nella scelta degli interpreti non ha dovuto arrovellarsi più di tanto afferma di avert trovato in Jeremy Irons l’unica scelta possibile – “La prima volta ci siamo sentiti via Skype e quello che mi ha colpito è stato che mi sembrava di trovarmi già dentro il film mentre per Olga Kurylenko è accaduto quella che capita spesso a un regista durante i provini e cioè di vedere il personaggio nell’attrice che gli sta di fronte”.


L’attrice russa diventata in poco tempo una delle muse del cinema d’autore (la ricordiamo in “To the Wonder” di Terence Malick) afferma di essere stata colpita dal copione perché per la prima volta una storia così universale veniva raccontata in maniera tanto originale. “Per entrare nella parte ho dovuto studiare e informarmi perché Amy è una studentessa di astrofisica, argomento di cui conoscevo poco o nulla. Ogni volta arrivavo sul set piena di foglietti con gli appunti delle mie ricerche suscitando l’ilarità di Giuseppe”. Per Jeremy Irons invece, ancora addolorato dalla morte dell’amico David Bowie, l’amore alla pari dell’arte è una forma di comunicazione che quando ha successo riesce a toccare le persone. A differenza della collega dichiara di non credere nell’amore eterno perché “quello mortale è già sufficiente e rimane in qualche modo dentro il nostro cuore anche quando i rapporti finiscono”. Costretto a recitare per la maggior parte del tempo da solo e davanti a uno schermo che ne registrava le missive, Irons dichiara di aver lavorato di fantasia per immaginare il menage che la lavorazione del film di fatto gli ha negato.


Ma “La corrispondenza” segna anche un altro capitolo della collaborazione tra Tornatore ed Ennio Morricone al quale il regista è legato da un’amicizia che non ha mai interferito sulle valutazioni lavorative che da parte del grande musicista sono state sempre franche e puntigliose. “Lavorare con lui è come essere a contatto con un entità capace di realizzare ogni cosa a patto di riuscire a persuaderlo su ciò che si desidera raggiungere. Anche questa volta la musica del film è stata costruita a partire dalla sceneggiatura. Si è trattato di un lavoro complesso ma entusiasmante perché quello che mi servivano erano suoni elettronici che andavano fuori dalle consuetudini orchestrali che caratterizzano la musica di Ennio”. E superfluo dire che anche in questo caso il risultato è stato all’altezza delle aspettative. 

martedì, marzo 17, 2015

LATIN LOVER: CONFERENZA STAMPA

Martedì diciassette marzo il cast attoriale e tecnico di Latin Lover, in sala dal prossimo 19 marzo, ha presentato a Milano l'opera.
Erano presenti Marisa Parades (nel film una delle due madri protagoniste), le figlie Angela Finocchiaro, Philadelphia Viitala e Nadeah Miranda, il latin lover Francesco Scianna, Neri Marcorè e Jordi Molla, unico marito della pellicola.
Oltre alla regista Cristina Comencini, per il cast tecnico sono intervenuti la co-sceneggiatrice Giulia Calenda e il direttore della fotografia Italo Petriccione.


Latin Lover manca di un vero e proprio protagonista singolo, ma vanta la presenza di una coralità di individui che costruiscono una trama fitta e complessa. Come è venuta l'idea di realizzare un progetto così strutturato?


Comencini: mordente di questa avventura è sicuramente stata la voglia di raccontare le relazioni che intercorrono tra l'uomo, inteso quale archetipo mitico, e il genere femminile nel ruolo filiale coniugale e parentale in senso lato. Inizialmente non pensavo  che avrei utilizzato come sfondo per questa vicenda il mondo del cinema, poi, in un secondo momento, mi è venuto in mente di mischiare la figura mitica del padre con quella dell'ex amante, in modo condurre parallelamente un discorso sulle relazioni interpersonali e uno sul cinema.
Al progetto iniziale io e Giulia Calenda abbiamo deciso di dar la forma della commedia. A muovere il nostro lavoro è stata l'idea di fare emancipare le molte donne protagoniste del film dall'uomo, rendendo loro possibile il raggiungimento della libertà grazie al cinema.
Alla fine della vicenda infatti ciascuna di esse riesce a trovare se stessa, palesando questa scoperta con gesti più o meno evidenti ed emblematici.
Certo, questo è stato possibile anche grazie al cast straordinario su cui ho potuto contare, che mi ha permesso di poter precisare con ogni attore e attrice il carattere del personaggio, in modo da dipingere così un'umanità che potesse ricreare tutto il cinema europeo. In questo senso molto importante è stato l'apporto del cinema spagnolo (Marisa Parades, Lluis Homar, Jordi Molla).

Il film segue dialoghi serrati e incalzanti. Quanto spazio è stato relegato all'improvvisazione e quanto ci si è attenuti a una sceneggiatura preesistente?


Calenda: dopo la stesura del canovaccio ci siamo attenuti ad una sceneggiatura ben definita —che ci è costata ben nove copie!—  lasciando meno spazio possibile all'improvvisazione, soprattutto per facilitare il lavoro dei molti attori stranieri che hanno preso parte al progetto...Poi, come sempre accade nella commedia, ci sono state aggiunte improvvise o modifiche inaspettate, ma sempre senza mai variare di troppo lo script iniziale.

Latin Lover  si pone come un atto di amore nei confronti di una stagione indimenticabile del cinema italiano. Quale è il rapporto della regista con quel grandissimo momento del nostro passato? 



Comencini: quello che abbiamo voluto omaggiare è il cinema da cui tutti proveniamo, non solo noi italiani. In vari punti dell'opera ci siamo divertiti a lanciare e nascondere citazioni da sottoporre al pubblico, sperando che riuscisse  a indovinare da quali film provenissero. Vorrei che fosse chiaro che non è un film nostalgico. Il nostro scopo è stato piuttosto quello di far capire come siamo stati grandi a fare film, come non abbiamo avuto problemi di alcun tipo a rischiare, realizzando prodotti immensi  ma che al contempo lasciavano molti fuori scena. Ora, Latin Lover cerca di raccontare ciò che spesso il cinema ha dimenticato, bypassato o dato per scontato, tirandolo fuori e donandogli quella grandezza che troppo spesso gli è stata negata.
Molla: ho imparato l'italiano grazie a questi film, che guardavo con i sottotitoli da bambino..penso a  Fellini, Pasolini, Visconti, De Sica e Rossellini. Ho deciso di fare l'attore forse "per colpa" di questa mia passione adolescenziale... Latin Lover è innanzitutto un omaggio. Quando ho accettato la parte non ho detto di si a un personaggio, ma a un'epoca, a un profumo..

Come è stato lavorare con Virna Lisi?
Comencini: sono onorata di poter dire che per me questo è stato solo l'ennesimo film con Virna. Ho sempre proiettato su di lei il personaggio della madre, dandole il ruolo della donna forte dalla volontà granitica di tenere insieme la famiglia, ma che si porta dietro profonde sofferenze. Era così anche ne Il più bel giorno della mia vita, ma qui la cosa aumenta esponenzialmente, come dovrebbe apparire dalle scena dell'ubriacatura.

Si potrebbe dire che protagonista del film è il rapporto fra sorelle?
Comencini: le sorelle sono metafora del rapporto tra donne. Si tratta di ritrovata unità anche dopo gli antagonismi le incomprensioni. Ho voluto ritrarre la complicità nella tragedia e la  vitalità  tipica dei rapporti femminili, forti della capacità di superare difficoltà e aiutarsi reciprocamente anche nei rapporti con l'altro sesso, anziché sfavorirsi o entrare in stupide competizioni.

Il genere di cinematografia che avete omaggiato e al contempo seppellito ha come protagonista indiscusso il sesso maschile. Avete voluto scientemente rivoluzionare tale predominio attoriale maschile nel cinema italiano?


Finocchiaro: mi sono ritrovata molto nel ruolo della sorella che interpretavo, una donna di mezza età che cerca improvvisamente di affrancarsi da un'identità prestabilita e di recidere i legami con un passato che non le appartiene più. E cosa le consente di fare ciò? Il cinema. 
Comencini: quando in un film vi sono molti protagonisti di sesso femminile, ecco che subito c'è chi parla di film al femminile,pellicola rosa... E perché per un film western non si ė mai detto che si tratta di un'opera maschile? Vorrei che Latin Lover aiutasse il nostro cinema a sdoganare queste anguste categorie.

Francesco, sei il protagonista del film, presente fin dal titolo, eppure ti si vede pochissimo durante a pellicola.. Anche quando compari è in flash-back e ti muovo sempre fra ruoli fra loro molto diversi..

Scianna: C'è un detto che recita: purché se ne parli. Si parla sempre di Saverio, il mio personaggio. Mi sono molto divertito, è stata una sfida eccezionale: è difficile riuscire a rendere visibile e credibile un personaggio con così poco spazio scenico. In solo quattro giorni abbiamo girato la mia parte facendo sei scene al giorno. Cristina ha avuto un intuizione geniale: seguirmi con la camera anche nel camerino e al trucco, riuscendo così a rendere un aspetto fondamentale del mio personaggio, ovvero il suo perenne e insaziabile bisogno di luci e visibilità.
Erica Belluzzi

mercoledì, dicembre 10, 2014

IL RICCO, IL POVERO E IL MAGGIORDOMO: CONFERENZA STAMPA


Mercoledì 10 Dicembre presso The Space Cinema Odeon di Milano, dopo l'anteprima de Il ricco, il
povero e il maggiordomo, la troupe si é presentata a una sala colma e ancora divertita dalla
comicità del trio più celebre del cinema italiano degli ultimi decenni.
Oltre ad Aldo Giovanni e Giacomo (che interpretano rispettivamente il povero, il maggiordomo e
il ricco) erano presenti il regista Morgan Bertacca, l'attrice Guadalupe Lancho (nel ruolo di una
sanguigna cameriera sudamericana), Sara D'Amario (ancora una volta moglie di Giacomo sugli schermi) e Paolo Guerra per la produzione.


 
Per la velocità di contenuto e la purezza d'immagine, il film ricorda i vostri primi lavori, mentre a livello contenutistico é palese l'eco della situazione in cui attualmente versa il paese: parlate di crisi dipingendo un fedele ritratto dell'Italia in un momento di grande difficoltà. Pregio del film è utilizzare la crisi come elemento che livella e riporta tutti sullo stesso piano.

Quale è il significato del denaro in Il ricco il povero e il maggiordomo?


Giacomo: tengo a precisare che questo non è un film solo sulla crisi. Certo, é innegabile che siamo stati suggestionati da ciò che sta avvenendo nel nostro paese e più in generale in Europa e nel mondo, ma a modo nostro abbiamo voluto raccontare le vicende dell'uomo preso nella sua singolarità. In particolare ci siamo concentrati sull'avidità che, se non viene contenuta e morigerata, crea vere e proprie catastrofi.  Come nostro solito abbiamo optato per una narrazione tragicomica in grado di evidenziare come, a seguito di un momento difficile, le prospettive possono cambiare...in meglio.

Giovanni: La collaborazione e la solidarietà nel disastro possono creare qualcosa che pare andato perduto, questo credo sia il tema centrale del film. 
Aldo: Incontrare e conoscere persone che provengono da un universo economico e socialedifferente può portarci ad acquisire valori diversi e a considerare le cose da un nuovo punto di
vista. Nel film per esempio, dopo varie peripezie Giacomo esce povero economicamente ma ricco di sentimenti. La collaborazione può creare qualcosa di nuovo.

 
Guadalupe Lancho ė alla sua prima esperienza recitativa col trio, mentre lo stesso non si può dire per Sara D'Amario...

Guadalupe: esatto, non solo questa è la mio primo lavoro col trio, ma è la mia prima esperienza nel mondo del cinema italiano. Confesso che avevo un pochino di paura soprattutto perché in Spagna Aldo Giovanni e Giacomo non sono molto conosciuti. Ciononostante mi sono divertita moltissimo, come una spagnola pazza direi. Il massimo che si può chiedere dalla vita è lavorare divertendosi e loro mi hanno fatto questo grande regalo.  
D'Amario: questa è la mia terza esperienza come moglie di Giacomo (con la sua vera moglie ci
vogliamo bene e stimiamo reciprocamente). Ogni volta che Giacomo mi telefona e mi chiede se voglio essere sua moglie —sullo schermo— so che sto andando incontro a una grande avventura: Aldo Giovanni e Giacomo sono veri attori. Quando iniziai a lavorare con loro a conquistarmi non fu
a battuta facile o la parolaccia, ma un eloquio pronto e mai scontato, così come il ritmo della recitazione, brioso e veloce.

Come si sono conosciuti Giacomo e la sua moglie —al cinema—? 
D'Amario: Giacomo mi ha scoperta qualche anno fa, quasi per caso, mentre recitavo a teatro un ruolo tragico in Spingendo la notte più in lá, da un testo di Mario Calabresi, per la regia di Luca Zingaretti. Fu così che vide in me delle potenzialità comiche.. E non smetterò mai di ringraziarlo per le opportunità che mi ha dato.

Come si inserisce questo film nella vostra produzione?

 
Giacomo: Per noi ogni progetto è sempre una novità, una mondo nuovo. Certo, non è oro tutto quel che brilla e anche questo ha i suoi lati negativi, come per esempio l'impegno che ogni volta dobbiamo mettere nel fronteggiare un testo diverso.. Ma anche in "Il ricco il povero e il maggiordomo" lo scontro è stato più che positivo. Il destino del film è ora in mano al pubblico... Personalmente lo ricorderò come una delle lavorazioni più belle e feconde.

E la produzione è soddisfatta?

Guerra: Se dopo 25 anni siamo ancora insieme direi che la produzione è più che soddisfatta. Oramai siamo così affiatati che le riprese sono durate solo dieci settimane. Credo che questo film sia bellissimo, sicuramente uno dei migliori, paragonabile forse a Chiedimi se sono felice. Abbiamo investito molto su questo lavoro —sarà distribuito in circa 600 sale— perché in esso vi è qualcosa in più rispetto al passato, è attuale, si parla di persone che vivono i nostri stessi problemi e possono comprendere le peripezie dei protagonisti. Il nostro intento era quello di offrire a tutti gli italiani un momento di evasione e di consentire loro di riderci sopra e non di piangersi addosso.

Come sono stati scritti i rapporti sentimentali fra i tre personaggi?

Bertacca: sono onorato di dire che questo film è il mio esordio alla regia cinematografica. Forse per questo la scelta dei percorsi da intraprendere non è stata affatto semplice. La scrittura è fondamentale e con mia grande fortuna anche Aldo Giovanni e Giacomo, che mi hanno affiancato per la regia, dedicano molta a attenzione tempo a questa fase, sono precisi e meticolosi. Abbiamo cercato di non ricorrere a cliché — o se è successo non è stato certo consapevolmente—mora mai abusati nella commedia italiana. Ogni singola scelta è frutto di un work in progress che dura mesi e mesi. Più precisamente, Non riesco a ricordare come è nata l'idea che Aldo sarebbe stato un tombeur de
emmes all'incontrario —non consuma mai, ma scappa sempre dalle donne—. 
Giacomo: non si sa come si arriva alla fine, è un percorso tortuoso quello della realizzazione di un film.Le donne hanno un peso molto importante in Il ricco il povero e il maggiordomo: oltre alle compagne dei protagonisti molto spazio ė dedicato anche a Giuliana Lojodice, madre  di

Aldo. Calcedonia, Dolores e Camilla sono donne dominanti...

Aldo: Questo è un elemento di novità per la continuità stilistica che ha sempre caratterizzato la nostra produzione. Sono donne che manifestano anche una certa sessualità, penso per esempio all'offerta esplicita e quasi caricaturale della moglie di Giacomo.Certo questa scena spicca molto nell'ambito di un film molto casto —come sempre sono i nostri poi— da famiglia, quasi cartone animato.Calcedonia inoltre, il nome di mia madre nel film, è anche il nome anche della mia vera mamma..
Erica Belluzzi

venerdì, dicembre 13, 2013

La mia vita senza importanza: Uberto Pasolini parla di Still Life




In occasione dell'anteprima del suo ultimo film Uberto Pasolini ha ricevuto il premio Pasinetti, assegnatogli dai critici italiani per Still Life presentato nella sezione Orizzonti dell'ultimo festival di Venezia. L'evento è stata l'occasione per conoscere un autore arrivato al cinema quasi per caso. In attesa di presentarvi il resoconto del film vi offriamo in esclusiva alcuni dei passaggi più importanti della conferenza stampa alla quale abbiamo assistito.


L'idea del film mi è venuta dopo aver letto un articolo in cui venivano intervistati gli impiegati del comune di Londra incaricati di occuparsi delle persone che muoiono in totale solitudine. Quello che mi colpì fu che è che a fronte di un operosità generalmente burocratica emergeva di tanto in tanto la consapevolezza del valore umano del proprio mestiere, messo in pratica con una dedizione che compensava in parte l'assenza di parenti ed amici.

Ho fatto molte ricerche, ho incontrato persone, sono entrato nelle abitazioni con chi si occupava di questi casi. Tutto quello che vedete nel film è la trasposizione di eventi reali, ed anche il personaggio di John May altro non è che la sintesi di tre persone che ho conosciuto. Non ho inventato nulla anche perchè la fantasia non è il mio forte.
L'idea di partenza è stata l'immagine di una sepoltura effettuata in solitaria, senza alcuna presenza umana che non fosse quella degli  operai incaricati della tumulazione. Da lì ho proceduto a ritroso nella costruzione della storia. Trattandosi di una vicenda incentrata sul tema dell'isolamento e della solitudine mi è sembrato opportuno rispettare il clima di quella visione, senza tradirla in nessun momento del film.
Il motivo che mi ha spinto a fare il film è sempre lo stesso, da quando dopo 30 anni di lavoro in banca ho deciso di occuparmi di cinema, e cioè la curiosità di esplorare background umani e geografici che sono estranei alla mia cultura. Io sono una persona privilegiata, che a differenza di molti non mi è mai dovuta preoccupare di lavorare per vivere. Forse per questo motivo i miei personaggi sono pieni di queste vicissitudini. Tra l'altro reputo la mia esistenza e l'ambiente da cui provengo molto poco stimolante.
Sono stato sposato per anni ed ho vissuto circondato dalle mie figlie e da mia moglie. Poi ad un certo punto ho deciso di separarmi, ed anche se di fatto frequento molto la mia famiglia mi sono trovato per la prima volta ad aprire la porta di casa ritrovandomi nel silenzio più assoluto. Still Life è partito da un'analisi sociale per poi diventare una storia personale.

Avevo già lavorato con Eddy Marsan ne "I vestiti dell'imperatore". E' un attore fantastico perchè ha la capacità di recitare con movimenti impercettibili che però restituiscono una grande intensità emotiva. In Inghilterra lo conoscono per via dei suoi ruoli molto violenti, io invece l'ho utilizzato in una parte totalmente opposta.
Per quanto riguarda lo stile sono da sempre convinto dell'efficacia di un linguaggio cinematografico a "basso volume". L'overdose sensoriale utilizzata dal cinema mainstream va bene sul momento ma è destinata a sparire quasi subito, mentre i toni bassi costringono lo spettatore a fare più attenzione, permettendo alle emozioni di entrare sotto la pelle. Nel mio film tutto questo si traduce nell'assenza di movimenti della mdp, in una recitazione pacata e realista. Diciamo che Ozu è il mio modello ma ovviamente sono lontanissimo dai suoi risultati.

sabato, febbraio 23, 2013

Educazione Siberiana: conferenza stampa

Educazione Siberiana, un film a dimensione europea


Incontrare Gabriele Salvatores a poci giorni dalla notte degli Oscar  ha il sapore d'amarcord,  un pò perché nel 1991 il suo “Mediterraneo” portò in Italia la famosa statuetta,  ma anche per il ricordo di una stagione a suo tempo disprezzata ma sicuramente generosa in termini di incassi nei confronti del nostro cinema. Ed è proprio con l’intento di ritrovare il tempo perduto, allargardo il bacino degli utenti ad una dimensione non solo casalinga ma anche europea che Rai Cinema ha deciso di finanziare un’operazione come quella di “Educazione Siberiana”, definita dallo stesso regista, rischiosa, non solo in termini di investimento finanziario (circa 9 milioni di euro) ma anche di contenuti, se è vero che il libro di Lilin nasce da un’ esperienza autobiografica legata ad un paese, la Transinstria, ai più sconosciuta e difficile da collocare persino con l’aiuto dell’atlante geografico. Ma sono proprio i dettagli dell’aspetto produttivo, con mentalità da studios hollywoodiano a farla da padrone nella conferenza stampa alla quale abbiamo assistito. Si parla molto di “screening test”, effettuati addirittura a Londra e capaci di far riportare tutti sul set per rigirare un finale poco convincente, e poi, dell’importanza di concepire un prodotto in grado di essere capito, e quindi venduto, ad un pubblico trasversale, italiano come europeo, e con un attenzione particolare  agli spettatori più giovani, che, e lo diciamo noi, sono quelli che determinano la sorte degli incassi. In questa direzione è andata la scrittura di Lilin, il quale, di fronte alle domande sugli avvenimenti storici in cui si svolge il romanzo, dichiara di aver voluto svincolare il libro dalle necessità storiche e filologiche per renderlo applicabile all’esperienza di ogni lettore. “Io non volevo fare un’opera storica ma raccontare uomini e donne che ho visto durante il periodo a cui faccio riferimento nel mio libro” dichiara ed ancora “ Educazione Siberiana è una storia libera ed universale, che potrebbe essere ambientata anche in medioriente dove abitano molti dei miei amici". Sulla stessa lunghezza d'onda gli sceneggiatori Rulli e Petraglia (“La meglio Gioventù”, 2003 “Romanzo di una strage”, 2012) che nella riduzione del libro hanno dato meno peso al realismo dello sfondo politico e sociale, per privilegiare la ricerca di senso operata da due amici, Kolia e Gagarin, che si ritroveranno divisi dai rispettivi ideali esistenziali.

Un pò intimiditi da questi discorsi sui massimi sistemi i tre giovanissimi attori (Arnas Fedaravicius Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson) si dichiarano felici di aver lavorato con un regista che non conoscevano ma che hanno imparato ad apprezzare, mentre Malkovich gentile ma un po’ distante si limita al minimo sindacale con risposte di routine. La conclusione spetta però a Salvatores, che si dice dispiaciuto per una contemporaneità senza maestri (il riferimento va nonno Kuzya, il cattivo maestro interpretato da Malcovich), capace di caricarsi sulle spalle la responsabilità di educare le nuove generazioni,  per poi affermare che "Educazione Siberiana il film più bello che io abbia mai fatto”. Una benedizione che è di buon auspicio per l'uscita del film, fissata per 27 gennaio con 350 mila copie.