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giovedì, maggio 09, 2019

FESTIVAL DEI POPOLI: JOHN MCENROE - NEL REGNO DELLA PERFEZIONE

John McEnroe: in the Realm of Perfection
di Julien Faraut
Francia, 2018
genere, documentario
durata, 91

Di Borg vs McEnroe è stato già detto tutto ai tempi della sua uscita mentre di John McEnroe: in the Realm of Perfection è opportuno parlare oggi, considerato che il documentario di Julien Faraut è uno dei titoli di punta di questa edizione del Festival dei popoli. Per realizzarlo il regista francese ha messo mano all’archivio del “collega” Gil de Kermadec, il quale rivestendo l’incarico di coach della federazione tennistica francese ha realizzato nel corso degli anni un ingente corpus filmico focalizzato sullo studio maniacale dei colpi, della gestualità e dei comportamenti dei partecipanti al torneo del Roland Garros, tra cui quel John McEnroe che 1984 si conquistò l’accesso alla finale contro Ivan Lendl nel tentativo di fare suo l’unico titolo del grande slam ancora assente nel suo palmares. John McEnroe: in the Realm of Perfection, però, non è la cronistoria delle tappe di avvicinamento all’ultimo atto del torneo da parte del protagonista e neanche un biopic dedicato a un personaggio straordinario. Sulla base del materiale accumulato da de Kermadec e ispirandosi al principio affermato da Jean Luc Godard secondo il quale “Il cinema mente, lo sport no”,  il film ragiona non solo sulla contraddizioni della natura umana ma anche sul cinema inteso sia come magnifica ossessione – è quella di de Kermadec lo è – sia nella sua capacità di trasfigurare il reale per arrivare a raccontare la verità.



In questo modo se la narrazione è idealmente divisa in tre parti, con la prima di stampo tecnico teorico volta all’analisi dei colpi e della gestualità  del mancino americano e l’ultima, dedicata alla partita conclusiva, a fare la differenza all’interno del film è la sezione centrale. In essa McEnroe vi figura come un gladiatore al centro dell’arena, pronto a prendersela con chiunque – arbitri, pubblico e fotografi – ne ostacoli il raggiungimento della perfezione tennistica. Chiuso  nella propria porzione di campo e con l’altra parte della rete lasciata fuori quadro, le immagini di John McEnroe: in the Realm of Perfection danno seguito a una sorta di western shakesperiano, in cui McEnroe, solo contro tutti e in lotta con se stesso e poi con gli altri, mette in scena la tragedia dell’esistenza con una verità che sembra dare ragione al mitico Godard. Senza dimenticare che, assegnando a un attore come Mathieu Amalric il compito di fare da voce narrante, il regista si cimenta in uno straordinario corto circuito tra cinema e sport, fornito dalla vicinanza tra i personaggi interpretati dall’attore francese e il talentuoso tennista, apparentati dalla sregolata genialità e dalla bigger than life raccontate nel film.

Vincitore del premio come miglior documentario al Pesaro Film Festival, John McEnroe: in the Realm of Perfection sarà distribuito da Wanted Cinema.  Anche in questo caso il consiglio che vi diamo è quello di non perderlo.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)

domenica, novembre 18, 2018

FESTIVAL DEI POPOLI: THE DEMINER


The Deminer
di Hogir Hirori, Shimwar Kamal (co - director)
Svezia, 2018
genere, drammatico
durata, 83'




La prima giornata della 59esima edizione del Festival dei popoli di Firenze inizia col botto. Quella che a prima vista sembrerebbe un’affermazione scritta per attirare l’attenzione del lettore risulta invero appropriata al protagonista di The Deminer, essendo lo stesso incaricato di disattivare ordigni esplosivi per conto dei contingenti in cui viene impiegato. Il colonnello curdo Fakhir Berwari ne è così esperto da costituire una risorsa per il suo paese e per quelli a esso confinanti. Di supporto alla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, Fakhir partecipa dapprima alla guerra del Golfo durante la fase di stabilizzazione seguita alla morte di Saddam Hussein poi, nelle file dell’esercito Peshmerga, alle operazioni contro le forze dell’ISIS di stanza a Mosul. Descritta in questo modo la vicenda del protagonista, per quanto straordinaria, non sarebbe diversa da quella di  milioni di soldati che hanno fatto del cosiddetto “mestiere delle armi” una parte importante della propria vita. E qui veniamo a uno dei motivi di interesse del documentario, conseguente alla maniera in cui Fakhir si pone di fronte alle responsabilità del proprio incarico, assunta fino al punto di mettere a rischio la propria vita per salvare quelle degli altri.


Lo scenario in cui egli opera non è, infatti, quello classico, individuato dall’esibizione di potenza tipica del fronte della battaglia bensì il suo lascito, rappresentato dai luoghi della vita familiare e quotidiana in cui la guerra una volta finita continua a mietere vittime a causa delle mine disseminate nei luoghi di passaggio e dentro le case della popolazione. A colpire, dunque, non è solo lo sprezzo del pericolo con cui il protagonista affronta i rischi connessi alla sue mansioni ma, soprattutto, lo spirito di abnegazione destinato a non venire meno anche di fronte a incidenti e dolorose menomazioni, come la perdita della gamba subita in una dei tanti attentati con cui la parte avversa ha cercato di fermarne l’azione. Se poi, dai contenuti ci si sposta sul piano della resa cinematografica, l’appeal di The Deminer è destinato a salire per la capacità di esprimere ai massimi livelli le possibilità narrative e linguistiche della settima arte. I registi Hogir Hirori e Shinwar Kamal (qui in veste di co-director) si rendono  artefici di un’operazione per certi versi simili a quelle fatte da Herzog in Grizzly Man e da Laura Poitras in Citizen Four: da una parte, infatti, la ricostruzione della vicenda del protagonista avviene attraverso il montaggio della collezione di filmati con cui Berwari riprendeva le sue missioni, dall’altro, la messinscena del materiale audio visivo – integrata da ulteriori riprese effettuate sui luoghi degli eventi e alla famiglia del protagonista – è tale da essere di per sé un vero è proprio war movie, la cui drammaturgia e tensione risultano moltiplicate non solo dal fatto di essere un’esperienza accaduta nella realtà, ma anche per una forma in grado di superare il cinema di finzione nel suo stesso campo, producendo un pathos e un coinvolgimento (dati dal fatto che ogni istante del girato potrebbe risultare l’ultimo per l’esistenza del protagonista) che nessun thriller o action movie sono in grado di raggiungere.

Proprio come capitava con il capodopera della Poitras, dal quale però quello dei registi curdi si distacca per il fatto di rappresentare uno scenario primordiale in cui la “santità” del protagonista è tale da regalare all’orrore della guerra un briciolo di umanità. Le immagini del colonnello pronto a disinnescare gli ordigni utilizzando un paio di pinze da casa e, più in generale, la natura stessa del materiale visivo a lui riferito – caratterizzato da un approccio lontano anni luce dall’esasperazione tecnologica propria del cinema contemporaneo -, risultano tanto più vere quanto più forte lo è stato il rischio corso dagli assistenti del protagonista per realizzarle. Ciò che scorre davanti ai nostri occhi non è solo il resoconto di una vita straordinaria, ma anche l’incontro con una purezza di sguardo che commuove e lascia sgomenti. Onore dunque agli organizzatori del festival che ci hanno permesso di vederlo in una cornice artistica e organizzativa all’altezza della situazione.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)