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martedì, ottobre 03, 2023

THE PALACE

The Palace

di Roman Polanski

con Oliver Masucci, Luca Barbareschi, Mickey Rourke

Svizzera, Italia, Polonia, Francia, 2023

genere: commedia

durata: 100’

Un hotel di lusso per celebrare nel migliore dei modi l’arrivo del nuovo millennio con personaggi che definire stravaganti è dire poco. Questa la premessa del nuovo film di Roman Polanski “The Palace”, già presentato a Venezia, fuori concorso.

Tante personalità di rilievo del cinema, dell’aristocrazia, del mondo dello spettacolo e della politica si incontrano (e scontrano) all’interno di questo enorme edificio posto apparentemente nel nulla e circondato solo e soltanto da neve.

Tutto ha inizio con il manager dell’hotel Hansueli, punto di riferimento per tutti coloro che lavorano e alloggiano nella struttura, che impartisce le ultime dritte e gli ultimi comandi ai suoi sottoposti poco prima che inizi la giornata (e la notte) più importante, e lunga, dell’anno. Tutto deve essere perfetto, tutto deve essere al meglio e tutto deve soddisfare i clienti. Ma ovviamente, come nella migliore delle tradizioni, non tutto andrà come previsto. E lo si capisce subito, non importa aspettare la direzione che prenderà il film. Si possono prendere, come esempio, gli “sberleffi” che i cuochi fanno non appena il manager e il cuoco sono lontani dalla cucina.

Tutto è portato al limite dell’assurdo e del paradossale: dai personaggi, esageratamente macchiettistici e stereotipati, alle assurde gag già viste.

Un film che, se si pensa al grande nome dietro la macchina da presa, fa quasi storcere il naso, ma che ha, indubbiamente e a prescindere da tutto, qualcosa da dire.

I personaggi, forse troppi, affollano l’hotel e il film, creando un effetto quasi dispersivo. Volutamente non troppo definiti, incompleti e a tratti sovrapposti tra loro, contribuiscono a rendere vero e autentico il caos tipico del Capodanno, quel Capodanno vissuto dallo stesso Polanski proprio in un hotel del genere e che, da più di 20 anni si è instillato nella sua mente pronto a venire fuori sotto forma di film.

Se gli unici personaggi che quantomeno provano a mantenere un po’ di dignità sono camerieri, inservienti e personale di servizio in generale, gli ospiti sono a metà strada tra bambini all’asilo e animali allo zoo. Basti pensare a tutta la serie di accadimenti che si susseguono per non fermare mai il ritmo costante e crescente della commedia.

Che l’intento di Polanski fosse (anche) quello di omaggiare i cinepanettoni vanziniani? Possibile, vista la struttura del film, ma è difficile pensare che lo scopo finale fosse soltanto questo. Anche perché di omaggi e riferimenti il film è pieno. Tra quelli più evidenti a quelli più nascosti Polanski non si tira indietro all’idea prima di tutto di divertirsi e far divertire e, poi, di presentare sullo schermo un mix di tanti titoli, più o meno noti. Dalle gemelline che arrivano in un hotel e che richiamano, nonostante la commedia, lo spaventoso capolavoro di Kubrick, alla dipartita improvvisa di uno degli ospiti che si trasforma nella perfetta occasione per mettere in scena alcuni dei più riusciti momenti dell’esilarante “Weekend col morto”. Insomma i richiami non mancano, nemmeno nei personaggi stessi, da un Barbareschi a metà strada tra il Christian De Sica dei cinepanettoni e Rocco Siffredi, a un Mickey Rourke che, estremizzato in tutto e per tutto, lotta contro chiunque, sfidando il millenium bug.

Ma la genialità del regista sta anche nel riuscire a inserire e bilanciare con la commedia fatti realmente accaduti. Ed ecco comparire sullo schermo di una tv la figura di Vladimir Putin, realmente salito al governo a cavallo del nuovo millennio, che, se inizialmente crea un minimo interesse da parte dei magnati russi in vacanza, viene, poi, immediatamente dimenticato, passando in secondo piano. E a far sorridere è il “legame” tra il suo discorso, che fa intendere privazioni di libertà e diritti, e la dissolutezza portata avanti dai giovani che lo stanno vedendo in tv che decidono di divertirsi, tra alcool e belle donne.

Il “The Palace” di Roman Polanski, dunque, regala leggerezza e divertimento in modo forse troppo “semplicistico” riuscendo quasi a far dimenticare per un’ora e mezzo che il regista dietro la macchina da presa è un premio Oscar.

L’omaggio, però, ai cinepanettoni italiani, e a uno scanzonato e sano divertimento, non solo per chi guarda, ma anche per chi crea l’opera, se questo era l’intento, è riuscito.


Veronica Ranocchi

giovedì, settembre 21, 2023

LUBO

Lubo

di Giorgio Diritti

con Franz Rogowski, Valentina Bellé, Joel Basman

Italia, Germania, 2023

genere: storico, drammatico

durata: 181’

Presentato all’80esima edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Lubo è uno dei film italiani in concorso, diretto da Giorgio Diritti.

Il film, prodotto da Indiana Production, Aranciafilm, Rai Cinema, hugofilm features, Proxima Milano, è distribuito da 01 Distribution.

Lubo è un nomade, un artista di strada che nel 1939 viene chiamato nell’esercito elvetico a difendere i confini nazionali dal rischio di un’invasione tedesca. Poco tempo dopo scopre che sua moglie è morta nel tentativo di impedire ai gendarmi di portare via i loro tre figli piccoli, che, in quanto Jenisch, sono stati strappati alla famiglia, secondo il programma di rieducazione nazionale per i bambini di strada (Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse). Lubo sa che non avrà più pace fino a quando non avrà ritrovato i suoi figli e ottenuto giustizia per la sua storia e per quella di tutti i diversi come lui. (Fonte: La Biennale)

Un giro (quasi) a vuoto quello che fa Lubo alla disperata ricerca dei propri figli. Ma in realtà una ricerca che va oltre e che va a scavare nell’identità di chiunque, anche nella giustizia.

Forse una lunghezza non del tutto necessaria per raccontare, anche con dovizia di particolari, la vicenda che colpisce Lubo Moser, così come tanti altri, costretti a vedersi sottratti i propri cari e le proprie libertà.

Un artista di strada e, quindi, un’anima destinata a non rimanere confinata in un luogo e in una vita e soprattutto a non seguire rigidamente e meccanicamente delle regole. Da qui parte il racconto di Giorgio Diritti, mostrando una famiglia di artisti che si esibisce, tra musica, colori, applausi e tanto apprezzamento da parte del pubblico. Un tono, sia visivo che sonoro, destinato, però, a cambiate radicalmente già nella sequenza immediatamente successiva con prevalenza di toni scuri e cupi che a malapena fanno vedere i personaggi e le loro azioni. Si fa fatica a riconoscere lo stesso Lubo nel bosco, così come le sue azioni e tutto ciò di cui si impossessa.

Le ombre che si susseguono sullo schermo sono le ombre che lo stesso Lubo porta con sé. Prima ci sono quelle metaforiche a sottolineare la perdita della moglie (e dei figli) e la perdita di quella che è ed era la sua ragione.

Poi, nel momento in cui comincia a elaborare la situazione e capire come poter agire, la scena inizia a farsi più chiara e nitida. Anche lo spettatore si accende con lui e comincia a comprendere le ragioni del suo comportamento, salvo poi perdersi nuovamente in una ricerca quasi vana.

Lo scopo principale di Lubo sembra venire meno dopo i primi momenti, quando lui decide di compiere un viaggio troppo largo per raggiungere il proprio obiettivo. Inesorabilmente passa in secondo piano la sua volontà e, giunti alla metà del film, viene da interrogarsi sull’intento perseguito.

Ad accompagnare la ricerca, oltre all’uso simbolico di luci e ombre, ci sono naturalmente la musica e i suoni. Molto silenzio accompagna le azioni del protagonista, soprattutto le più crudeli (ma non per forza violente), rotto spesso da urla o suoni naturali.

E poi c’è il valore simbolico (e quasi catartico) della musica, in modo specifico quella creata da Lubo. In quanto artista, la musica è uno dei suoi elementi e a lei si affida nei momenti più bui. In un primo momento quando deve arruolarsi, rimasto solo e privato di tutto e di tutti trova conforto soltanto nel suo strumento. E sempre lo strumento è ciò che lo rende libero, nonostante la privazione della libertà stessa. Quel momento, seppur breve, che gli viene concesso per dare libero sfogo alla propria musica e, quindi, alla propria arte è motivo di ritrovamento. È stato privato di tutto, non è riuscito a ottenere niente e si è reso conto che la giustizia, invece di aiutarlo, lo ha accusato. L’unica cosa che gli resta è, quindi, la musica. La sua ancora di salvezza.

Su una questione ci interroga il film di Giorgio Diritti: qual è la giustizia? Esiste davvero? La vita e le vicissitudini di Lubo sembrano dire il contrario. Ma sta allo spettatore andare a fondo e capire il vero motivo di questa spasmodica ricerca di un giusto e di uno sbagliato. Da che parte stare? Anche gli esiti, simili eppure così diversi, delle famiglie e dei figli del protagonista sembrano voler sottolineare questa riflessione.

Se la sorte dei primi è in balia del destino e diviene poi palese solo a posteriori, quella dei secondi è più nascosta e dilatata nel tempo. E, quindi, a Lubo non resta che sacrificare i propri ideali per sperare di ottenere quello che ha sempre cercato in vita. Una vita trascorsa tra silenzi e sofferenze, negli anni, indicati dalle didascalie che diventano necessarie per comprendere uno scorrere del tempo visivamente assente.

Ultimo dettaglio da non trascurare la precisione e l’attenzione linguistica che Diritti riserva al film e al protagonista. Oltre a spostarsi geograficamente, il film si sposta anche culturalmente e lo fa facendo parlare lo stesso Lubo in lingue diverse. Se inizialmente ci viene presentato utilizzando il tedesco e lo jenisch, successivamente inizia a parlare in italiano. Non soltanto l’abile Franz Rogowski si cala completamente nel personaggio, ma anche lo stesso Lubo, come una sorta di camaleonte, assorbe tutto quello che lo circonda e cerca di mimetizzarsi nella realtà in cui si trova (costretto) a vivere. Rimasto solo, e nomade per natura, cerca di adattarsi al meglio. E lo fa partendo proprio dalla lingua.

Una vendetta studiata in ogni, fin troppo minimo, dettaglio.


Veronica Ranocchi

(recensione pubblicata su taxidrivers.it)

mercoledì, settembre 20, 2023

IO CAPITANO

Io capitano

di Matteo Garrone

con Seydou Sarr, Moustapha Fall, Issaka Sawagodo, Hichem Yacoubi

Italia, Belgio, 2023

genere: drammatico

durata: 121’

Presentato in concorso all’80esima edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Io capitano è il nuovo film di Matteo Garrone.

Il film, prodotto da Archimede, Rai Cinema, Tarantula, Pathé FIlms, sarà distribuito da 01 Distribution.

Un racconto, tematicamente e visivamente, potente.

Io Capitano racconta il viaggio avventuroso di Seydou e Moussa, due giovani che lasciano Dakar per raggiungere l’Europa. Un’Odissea contemporanea attraverso le insidie del deserto, gli orrori dei centri di detenzione in Libia e i pericoli del mare. (Fonte: La Biennale)

Un tema impegnato e impegnativo quello scelto da Garrone per il suo nuovo film che, per certi versi, sembra tornare alle origini con aspetti che richiamano i suoi primi lavori. Se, in qualche modo, la presenza di Ospiti e Terra di mezzo si vede e si sente, è altrettanto evidente lo scenario dei film più recenti.

Io capitano è il mix perfetto della poetica di un Matteo Garrone in splendida forma, a metà strada tra il documentario e la finzione.

Seydou e Moussa sono due personaggi qualunque, non sono gli eroi, né hanno particolarità che possano renderli tali. Anzi, sono gli emarginati, quelli che hanno bisogno di aiuto e che, per questo, lo ricercano autonomamente. Un po’ come il Marcello di Dogman e anche lo stesso Pinocchio.

Per sapere qualcosa della loro vita quotidiana e familiare al regista bastano pochi istanti: una condizione quasi inconcepibile per l’Occidente che fa scattare subito il senso di protezione nei loro confronti. I bei colori e i canti del posto, mescolati ai sorrisi dei vicini e ai giochi delle sorelline sono, in realtà, velati di tristezza. Una tristezza che i due pensano di poter fermare.

Seydou e Moussa sono cugini. Inseparabili e dipendenti l’uno dall’altro, decidono insieme di partire per questo viaggio, un’Odissea contemporanea che li metterà di fronte a tanti pericoli e ostacoli. Ciononostante, al di là dell’importante forza di volontà e della profonda fiducia l’uno nell’altro, il film di Garrone ha come scopo anche quello di mantenere sempre accesa la luce della speranza.

Proprio il profondo legame tra i due permette di vedere Io capitano in un modo speciale. Senza cadere in pietismi e in retorica, Garrone presenta i fatti, fa empatizzare con i personaggi che, dall’essere i due protagonisti, diventano ben presto due viaggiatori universali. Il loro viaggio è quello compiuto da tanti altri come loro.

La bravura del regista romano, però, risiede nel presentare la tematica e i personaggi in un modo convenzionale e, al tempo stesso, diverso dal solito. È vero che la messa in scena e le scelte registiche sono classiche, pulite, senza sbavature, ma il prodotto finale che arriva allo spettatore è quello di un film che non ha una definizione precisa. Come detto, è a metà strada tra il documentario e il film di finzione. E per fortuna.

Con delle belle panoramiche sull’incredibile vastità dei paesaggi e poi l’insistenza sui primi piani, spesso sofferenti, emaciati e sanguinanti, dei due giovani, Io capitano racconta ed emoziona. Ma soprattutto fornisce speranza a chi guarda e a chi vive il viaggio in prima persona. La sensazione, infatti, non è mai di totale smarrimento. Quella luce in fondo al tunnel accompagna costantemente i personaggi e il pubblico con loro.

In un film come Io capitano la storia parla da sé e qualsiasi elemento stilistico a supporto della narrazione appare quasi superfluo. La storia che vediamo è in soggettiva, dal punto di vista dei due giovani che sperano di compiere un viaggio più grande di loro, ma che li porterà alla terra promessa, quell’Europa che agognano come il luogo dei sogni.

Ad alimentare la soggettività ci sono gli enormi e incredibili spazi aperti e sconfinati che si stagliano davanti a Seydou e Moussa, impotenti di fronte a cotanta vastità. Ma subito, per contrasto, ad opprimere questo senso di libertà c’è l’uso delle luci che si fanno sempre cupe nei momenti di massima paura e perdita di fiducia.

Come detto, però, è la speranza che guida il film di Matteo Garrone e i sogni a occhi aperti che il giovane Seydou fa ne sono la dimostrazione pratica. Fantastici e apparentemente scollegati dal resto della narrazione, sono, invece, emblema di una morale e una moralità che il film vuole lasciare allo spettatore.

Forse troppo favolistico o troppo sognatore, ma Io capitano di Garrone ha la forza prorompente di contrastare dei buoni avversari. Un po’ come il grido disperato e liberatorio di Seydou. Perché siamo tutti un po’ capitani.


Veronica Ranocchi

(recensione pubblicata su taxidrivers.it)

martedì, settembre 19, 2023

ENEA

Enea

di Pietro Castellitto

con Pietro Castellitto, Sergio Castellitto, Benedetta Porcaroli

Italia, 2023

genere: drammatico

durata: 115’

Consigli per lo spettatore. Al cinema bisogna entrare già caldi e pronti alla visione perché, soprattutto in quello d'autore, ciò che bolle in pentola viene chiarito nelle primissime sequenze, chiamate a funzionare come una sorta di bussola necessaria a orientarsi all'interno del film. "Enea" di Pietro Castellitto ne ha bisogno perché il regista e attore romano fa di tutto per presentare allo spettatore uno spettacolo non preconfezionato, tanto nei significati quanto nella forma, diviso com'è tra alto e basso, tanto nell'esposizione del proprio pensiero quanto nella natura delle immagini.

La possibilità di apprezzare fino in fondo un film come "Enea" dipende anche dalla volontà di sposarne l'assunto relativo a una realtà indecifrabile e sfuggente. Non a caso nella scena incriminata, quella che precede i titoli di testa, assistiamo a una sorta di resa dei conti filosofica, in cui, di fronte alla decadenza del mondo, e dunque alla scelta di rimanere soli o di condividere la propria sorte, il protagonista opta per la seconda, declinandola però attraverso un gruppo più ampio del normale, rispondente al modello clanico.

Il rifiuto della famiglia tradizionale a favore di quella tribale, oltre a costituire una critica alla società borghese, diventa il richiamo a un passato glorioso, quello della città capitolina in cui la storia è collocata, trasfigurato secondo le vestigia dell'antica Roma (anche il nome del protagonista viene da li), idealizzate tanto nel dialogo introduttivo, simile a una sorta di simposio, quanto nel contesto ambientale, immerso in un buio primordiale (una caratteristica destinata a ritornare nel corso del film), con i primi piani di Enea, dell'amico e della madre trasfigurati dalla luce del fuoco. L'assenza della figura paterna, da tempo avulsa dall'agone esistenziale, e la benedizione della sua controparte fanno di Enea il capo della sua ma anche dell'altra famiglia, quella che sulla scia del padrino coppoliano, necessità di un vertice a cui obbedire per poter vivere al di sopra della legge comune.

Se "I predatori" era un film collettivo nel suo essere, il risultato di diverse linee narrative, "Enea" per quanto detto lo è ancora di più. Accanto al filone centrale che vede il protagonista e il suo migliore amico impegnati nel tentativo di tenere per se i ricavi di una grossa partita di droga, fronteggiando la minaccia di chi li vuole recuperare, "Enea" nella volontà di esplorare e mettere in rapporto dialettico temi come quello dell'amore e dell'amicizia, della fedeltà e del tradimento, del potere e della potenza, solo per dirne alcuni, chiama in concorso una comunità umana (i genitori, il fratello, la fidanzata, l'amico del cuore, il boss del quartiere e così via) di cui, in un modo o nell'altro, il protagonista, e con lui il film, si prende cura, preoccupandosi di darne conto.

Un universo che Castellitto sembra mettere in scena prendendo in prestito l'esclamazione del padre di Enea - "In questa casa non si riesce a finire un discorso" -, pronunciata di fronte ai figli e alla moglie, rei di non lasciargli concludere mai un discorso. La battuta diventa così il principio di una rappresentazione volutamente incompiuta, con stacchi di montaggio anticipati e salti spazio temporali volti a riprodurre gli effetti lisergici delle sostanze assunte dai due amici.

Girato dall'interno, "Enea" è un'opera che alza il tiro delle ambizioni del suo autore, rischiando qualche volta di girare a vuoto come capita ai personaggi del film. Ogni volta capace di riprendersi e di confezionare scene come quella finale (che non sveliamo per mantenere l'effetto sorpresa), pronte a stupire attraverso la capacità di inventare cinema con pochi elementi. In concorso all'80ª Mostra internazionale d'arte cinematografica, "Enea" è atteso nella sale per verificare il suo appeal con il grande pubblico.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

lunedì, settembre 18, 2023

COUP DE CHANCE

Coup de chance

di Woody Allen

con Lou de Laâge, Valérie Lemercier, Melvil Poupaud, Niels Schneider

Francia, UK, 2023

genere: drammatico

durata: 93’

Presentato fuori concorso all’80esima edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Coup de chance è davvero il colpo di fortuna di questa edizione e del regista americano che si conferma un maestro nel tirare fuori il coniglio dal cilindro nei momenti più inaspettati.

Il film, prodotto da Gravier Productions, sarà distribuito in Italia da Lucky Red.

Coup de Chance parla dell’importante ruolo che il caso e la fortuna giocano nelle nostre vite. Fanny e Jean sembrano la coppia di sposi ideale: sono entrambi realizzati professionalmente, vivono in un meraviglioso appartamento in un quartiere esclusivo di Parigi, e sembrano innamorati come la prima volta che si sono incontrati.

Ma quando Fanny s’imbatte accidentalmente in Alain, un ex compagno di liceo, perde la testa. Presto si rivedono e diventano sempre più intimi... (Fonte: La Biennale)

Coup de chance ruota intorno al destino, alla fortuna e al caso e a come questi possano influenzare di continuo le nostre vite.

Con la sua ultima fatica Allen dimostra di avere ancora voglia di sperimentare e di giocare con lo spettatore senza rinunciare a essere sempre al passo dei tempi rinnovandosi ogni volta di più.

L’inizio girato tra la folla parigina è all’insegna del movimento. Da dietro seguiamo Fanny, la giovane protagonista del film, nel momento in cui viene fermata da un ex compagno di liceo. Con un bel piano sequenza immerso nel brulichio della città non perdiamo mai di vista la centralità della vicenda, ovvero l’inevitabile incontro di due anime destinate a corrispondersi. Tutto è preambolo di ciò che viene dopo, con la giovane donna che, alla stregua di una spada di Damocle, dovrà subire quello che il destino le ha riservato. Con il pubblico destinato a essere il (solo) testimone di quanto avviene, per l’appunto, alle sue spalle.

La domanda al centro del film è inerente al destino. Alain è colui che, prima di tutti, introduce l’elemento nella storia. Ma è anche quello che ne subisce maggiormente gli effetti. In ogni suo dialogo con Fanny il caso, la fortuna e il destino sono presenti, così come nel romanzo che sta scrivendo.

Jean, invece, è l’esempio di chi la fortuna se la crea concorrendo a riflettere sull’accezione del termine e sulle sfaccettature che esso porta con sé. Si tratta davvero di fortuna?

Il francese è la lingua scelta da Woody Allen per il suo 50esimo film. Una prima volta forse coincidente con la decisione di cambiare direzione, allontanandosi dalla coralità dei suoi ultimi film, per interrogarsi sulla vita (e sulla morte) e su cosa essa può riservare all’uomo, chiunque egli sia. Per farlo il regista americano si mette in gioco e disegna quello che, se non si scorgessero i richiami continui alla sua poetica e al suo cinema, potremmo dire essere un perfetto thriller. La differenza con quelli più classici è che, in parte, inaspettato è condito alla Allen con divertimento e ironia. Come i riferimenti ai gialli che la madre di Fanny legge per diletto.

Caricature di sé stessi, i personaggi che Allen mette in scena raccontano molto più di quanto si possa pensare. Se Fanny e Jean apparentemente sono la coppia perfetta, in realtà rappresentano gli antipodi di una visione effettiva del mondo. Da una parte abbiamo la donna trofeo, da esibire alle cene con i colleghi per bellezza e fascino, ma poi relegata a marionetta nelle mani di un marito che, come ribadito, vuole farsi la propria fortuna. Condizione calzante con il paragone del treno che Jean si regala, e che al pari della moglie, è solo l’ultimo tassello necessario a coprire e dare prestigio a una vita sostanzialmente vuota (non è un caso che non lo vediamo mai lavorare). L’uomo pensa di poterla controllare come fa con il suo trenino, ma Fanny cerca di non farsi manipolare, aggrappandosi all’unica speranza che le viene fornita: l’incontro con Alain.

Un destino dal quale si sente attratta, ma al tempo stesso lontana: come dimostra il mancato interesse nei confronti delle ipotesi sospettose della madre.

Ad accentuare questo colpo di fortuna che alimenta l’intero film, oltre alla splendida conclusione confezionata da Woody Allen, c’è anche il rapporto con e tra i personaggi. In una prima parte in cui a farla da padroni sembrano Fanny e Alain con Jean quasi come comparsa, nella seconda parte arriva la rivalsa di quest’ultimo che si prende la scena, insieme alla madre di lei, arrivando quasi a oscurare Fanny. Un modo come un altro per sottolineare ancora una volta questo coup de chance continuo. Anche nell’essere protagonisti o meno della vicenda.


Veronica Ranocchi

(recensione pubblicata su taxidrivers.it)

domenica, settembre 17, 2023

THE KILLER

The Killer

di David Fincher

con Michael Fassbender, Sophie Charlotte, Tilda Swinton

USA, 2023

genere: azione, thriller

durata: 116’

Il regista diventa autore quando non si limita a mettere in scena un copione con rigore professionale e maestria tecnica, ma nel momento in cui, attraverso la sua opera, qualunque essa sia, riesce a conferire uno sguardo personale sul mondo che racconta. Quando succede il film, al di là della sua natura, può considerarsi un'opera e il suo artefice un artista. Lo diciamo non a caso ricordando i pregiudizi che accolsero l'uscita dei primi lungometraggi di David Fincher, rei, secondo i detrattori, di essere solo film di genere, per di più realizzati da un ex regista di videoclip. Per fortuna molta acqua è passata sotto i ponti, come dimostra in questi giorni la presenza del suo nuovo lavoro nel concorso ufficiale della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica.

"The Killer" è in tutto e per tutto un film del suo autore. A dirlo è l'incipit, una lunga introduzione in cui Fincher non solo ci presenta il personaggio principale, un killer (Michael Fassbender) di cui non conosceremo mai il nome, ma si premura di definirne l'arco esistenziale attraverso una fase di stasi, quella che separa la lunga attesa dal momento in cui lo stesso dovrà premere il grilletto, centrare l'obiettivo e riscuotere il soldo. Per Fincher il killer è una macchina priva di emozioni che s'identifica con il proprio lavoro. Quando questo non succede - come vediamo all'inizio del film -, allorquando l'empatia verso una parte di mondo s'insinua nel metodo, qualcosa si rompe, lasciando spazio al caos e a ciò che ne consegue: nel caso del film l'eliminazione di chi, dopo il fallimento, lo vorrebbe morto. È una legge spicciola, quella che fa da premessa alla storia di "The Killer", un processo di causa-effetto che il protagonista porta avanti, da quel momento in poi, come una macchina da guerra e con fede ossessiva in un mantra, oramai collaudato, che la voce fuori campo ci fa sentire più volte nello svolgersi della vicenda.

La trama di "The Killer" - tratta dalla graphic novel "Le Tuer" di Alexis Nolent - è ridotta all'osso, ma utile quanto basta al regista per ragionare sul dramma della condizione umana e sulle sorti degli uomini. Fincher lo fa come da tempo ci ha abituato, e come nessuno fa più, ovvero scegliendo di non aprire il suo thriller con il solito arrembaggio ipercinetico ma, al contrario, lavorando sul tempo (dilatato e reiterato) e sullo spazio, circoscritto per lo più alla stanza che si affaccia su quella in cui si trova l'obiettivo.

Interessato a esplorare gli antri della mente (la serie "Mindhunter") e meno alle conseguenze materiali delle sue dangerous mind ("Seven" insegna), Fincher, nel lungo preambolo che fa da premessa a "The Killer", si prende tutto il tempo che serve per definire il decalogo del protagonista, riproducendone la disillusione  attraverso una sorta di spleen di Parigi (dov'è ambientata la prima parte), con immagini di vita prosaica, il cui ripetuto minimalismo serve per trasmettere allo spettatore il tedio della "morte al lavoro" (in quanto tale cinematografica per eccellenza).

La maestria del regista è quella di saper lavorare sul tempo come pochi, grazie a stacchi di montaggio che rilanciano continuamente la narrazione, dividendola in una serie di micro storie costruite e concluse, trasfigurando i particolari più anonimi del quotidiano che nelle mani di Fincher, e secondo la lezione di Alfred Hitchcock, diventano il riflesso delle nostre angosce, caricandosi di presagi e pericoli: fino all'improvviso cambio di passo, quando la "finestra di fronte" diventa oggetto di una sequenza che ancora una volta rende merito al maestro inglese e dove l'eros e thanatos entrano nella tenzone con voyeurismo cinematografico.

Con il rigore che contraddistingue il suo cinema, Fincher, e con lui "The Killer", non prende mai scorciatoie, rimanendo fino all'ultimo fedele alla personalità del protagonista, che porta avanti la propria vendetta con freddezza e con una violenza che la necessità di proteggere la propria famiglia giustifica solo in parte, e che in qualche modo sfida lo spettatore - come mai si è visto a livello mainstream - nel continuare a stare dalla parte del personaggio.

Un'intransigenza rischiosa ma indispensabile per tratteggiare l'alienazione di un mondo come quello contemporaneo, chiuso nelle sue ossessioni e incapace di comunicare con gli altri. Il killer di Fincher è un homo faber che non sa cosa farsene delle parole. Guardandolo, vengono in mente atmosfere presenti in certi film della New Hollywood. Nella solitudine (e nonostante la consolazione offerta nella scena conclusiva) il protagonista ricorda il personaggio di Robert Redford ne "I tre giorni del Condor" (un altro film che, come "The Killer", depotenzia i cliché tipici del genere). Anche nel film di Sydney Pollack c'era una guerra in atto e, come oggi, i giornali parlavano di cospirazione globale. Sarà un caso, o forse no, sta di fatto che "The Killer" trasfigura il nostro tempo meglio di altri, oltre a incollare allo schermo lo spettatore. Tra quelli visti in concorso "The Killer" è uno dei film più convincenti.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

sabato, settembre 16, 2023

MAESTRO

Maestro

di Bradley Cooper

con Bradley Cooper, Carey Mulligan, Matt Bomer

USA, 2023

genere: biografico, drammatico

durata: 129’

La cura filologica tipica del biopic unita alla cura formale dell’opera destinata al grande pubblico sono da sempre un’arma a doppio taglio: sinonimo di professionalità e di rispetto delle fonti ma al tempo stesso cause di una perfezione che spesso sconfina nell’artificialità. In questo senso il regista Bradley Cooper, coadiuvato da una squadra di produttori da far paura (tra di loro figurano Martin Scorsese e Steven Spielberg) non si nasconde, puntando, sì, alla credibilità del cinema d’autore ma senza rinunciare allo spettacolo e dunque alle grandi possibilità di allestimento messegli a disposizione da mecenati che di certo non gli hanno fatto mancare il tempo (e i soldi) per costruire la performance interpretativa, musicale e coreica in cui si lo stesso si cimenta nel corso del film.

Che poi il regista ne abbia fatto buon uso è un’altra storia, poiché il bianco e nero elegante e levigato si addice all’upper class newyorkese e ai prestigiosi auditori frequentati dal protagonista, nella stessa maniera in cui quello sporco e materico era appropriato alle provocazioni anti-sistema e ai night club metropolitani da cui Lenny Bruce lanciava i suoi anatemi nel capolavoro di Bob Fosse "Lenny".

Certo è che "Maestro" prende sul serio le parole del suo protagonista, soprattutto quando afferma la difficoltà di irreggimentare un talento così poliedrico (autore, compositore, performer, direttore d’orchestra, insegnante musicale e altro ancora) da rendergli la vita schizofrenica. "Maestro" lo dichiara fin da subito attraverso la scena della famosa telefonata che gli cambiò la vita, facendo debuttare Bernstein alla Carnegie Hall in sostituzione del titolare improvvisamente malato. Cooper fa corrispondere infatti la rivoluzione artistica ed esistenziale di Bernstein a quella della macchina da presa che nel lungo e mirabolante piano sequenza dal buio della camera da letto porta il nostro direttamente sul palco da cui di lì a poco prenderà il volo la sua luminosa carriera.

Ma non solo, perché facendo sua a livello filmico la dissociazione di cui sopra "Maestro" racconta l’ascesa del protagonista e con essa il crescendo della sua unione sentimentale attraverso un montaggio che lavora soprattutto sullo spazio scenico, mettendo in comunicazione senza soluzione di continuità pubblico e privato, arte e vita, in un caleidoscopio visivo e sensoriale capace di rendere merito all’irresistibile ascesa artistica e sentimentale della coppia.

Salvo poi, nella seconda parte, rallentare il passo fino quasi a fermarlo per dare spazio e tempo alla riflessione della maturità e alle ombre della vita con piani fissi che sembrano materializzare l’impasse cui a un certo punto è sottoposta l’esistenza dei personaggi. Un cambio di marcia anche visivo, con la fotografia destinata a fare da contrappunto all’andamento emotivo del film. In bianco e nero quando si tratta di raffreddare una materia di per sé incandescente e contenere la gioia irrefrenabile degli inizi, a colori (anni Settanta) nel momento in cui c’è bisogno di ravvivare la cupezza dovuta all’incedere del tempo e alla fatica di tenere fede alle promesse della giovinezza.

Il suo essere multiforme come lo è il protagonista appartiene al film anche dal punto di vista degli interessi messi in gioco, perché se gli appassionati della materia potranno apprezzare il lungometraggio per il suo andamento rapsodico e musicale e per la colonna sonora che riprende le composizioni più celebri del musicista, altrettanto importante e forse di più è la storia d’amore tra Leo e Felicia, esemplare soprattutto oggi nell’offrire un modello di unione matrimoniale capace di conciliare l’amore eterno con la libertà della propria natura (l’omosessualità di Bernstein conosciuta dalla moglie non impedì alla coppia di avere tre figli e una costante vita famigliare).

Sulla scia di "A Star Is Born" Bradley Cooper continua a indagare il rapporto tra arte e vita attraverso la relazione tra due artisti ancora una volta messi alla prova dalla difficoltà di coniugare reale e ideale, creatività e ragione. Nel farlo non si dimentica del proprio passato affidandosi alla bravura degli attori: alla sua e a quella di una strepitosa Carey Mulligan, capace di sostenere e ancora di più di dare vita con la presenza dello sguardo e l’intensità del volto a primi piani che assurgono a dei veri e propri ritratti esistenziale. "Maestro" è destinato a fare incetta di candidature, prima fra tutte quella per la miglior attrice protagonista. Se fosse per lo scrivente la mitica statuetta l’avrebbe già vinta. 


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

venerdì, settembre 15, 2023

FELICITA'

Felicità

di Micaela Ramazzotti

con Micaela Ramazzotti, Sergio Rubini, Max Tortora

Italia, 2023

genere: drammatico

durata: 104’

Si intitola Felicità il film che segna l’esordio alla regia dell’attrice Micaela Ramazzotti. Presentato nella sezione Orizzonti Extra dell’80esima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film è prodotto da Lotus Production e Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution.

Una famiglia disfunzionale è al centro del dramma della debuttante regista romana che, complice anche la sua esperienza davanti alla macchina da presa, confeziona un film interessante.

Questa è la storia di una famiglia storta, di genitori egoisti e manipolatori, un mostro a due teste che divora ogni speranza di libertà dei propri figli. Desiré è la sola che può salvare suo fratello Claudio e continuerà a lottare contro tutto e tutti in nome dell’unico amore che conosce, per inseguire un po’ di felicità. (Fonte: La Biennale)

Un dramma familiare e una famiglia disfunzionale sono le carte scelte dalla Ramazzotti che, in veste anche di attrice protagonista, si carica del fardello non solo del film, ma anche della famiglia stessa.

Giocando su tematiche sempre più attuali e vere pone lo spettatore di fronte a delle situazioni, talvolta quasi al limite, volutamente, del paradossale per far riflettere e criticare determinate scelte.

E il coraggio della regista romana forse sta proprio in questo: non andare ad addentrarsi in tematiche troppo lontane dal suo cinema. Anche se il suo cinema lo sta facendo nascere adesso.

I contorni, l’ambientazione e i personaggi sono comunque autentici e imperfetti. Quindi veri e reali.

A contrastare la drammaticità insita nel film c’è il complesso, ma sincero rapporto tra Desiré e Claudio, due fratelli che hanno un legame speciale e riescono a supportarsi a vicenda trovando conforto l’uno tra le braccia dell’altro. Claudio cerca sempre Desiré, anche solo con uno sguardo, un movimento o una parola. Non hanno bisogno di darsi tante spiegazioni per capirsi. Ma anche Desiré cerca sempre Claudio. L’unica sua ancora.

Perché tra i due genitori egoisti e possessivi che, pensando di fare il bene dei figli, hanno ridotto Claudio in uno stato dal quale deve faticare per riprendersi, e il compagno di lei, anch’egli, a suo modo egoista, Desiré si sente persa nel mondo.

Indubbiamente i momenti più interessanti e forti dell’intera vicenda sono quelli in cui nascono i feroci litigi tra i vari personaggi. Appoggiati alle convincenti interpretazioni del cast, le schermaglie si animano con l’andare avanti della vicenda, diventando sempre più acute e portando a momenti sempre più precari e pericolosi.

Emblematico quello della famiglia riunita intorno al tavolo insieme al compagno di Desiré dove ci si rende conto fin dal primo istante del totale disinteresse da parte di tutti i presenti riguardo il reale motivo dell’incontro. Ognuno pensa al proprio tornaconto personale, rigirando la frittata a proprio vantaggio.

Ma allo stesso modo è esemplificativo anche l’incontro dalla psicologa che segue Claudio. Facendo uscire fuori la reale indole di ogni personaggio.

Un bravo, ma disgustoso, Max Tortora, in coppia con Anna Galiena che, in quanto a bravura e disgusto non rimane indietro, sono i genitori di Desiré e Claudio (Matteo Olivetti). Ogni loro momento in scena provoca nello spettatore, e nei figli, un sentimento di inadeguatezza. Non degni di essere genitori e nemmeno (e soprattutto) di prendere decisioni per loro conto. Al contempo nemmeno il compagno di Desiré, interpretato da Sergio Rubini, è un personaggio positivo. Inizialmente sembra l’unico in grado di far ragionare la compagna, salvo poi capire, insieme a lei, che è fatto della stessa pasta dei genitori.

Se con il titolo scelto Micaela Ramazzotti vuole farci credere che ci sia davvero una speranza e una felicità per tutti, il film, in realtà, sembra prendere due binari paralleli.

Da una parte c’è il legame, come detto, tra fratello e sorella. Un legame forte e solido, in grado di vincere qualsiasi cosa, letteralmente.

Ma dall’altra parte c’è anche la paura di perdersi e andare nella direzione sbagliata. Le parole che Desiré usa nei confronti del compagno durante uno dei litigi più feroci tra i due sono le stesse utilizzate dalla madre nei suoi confronti (e che possiamo solo immaginare siano già state usate in passato proprio contro la figlia).

E se la mela non riesce, quindi, a cadere troppo lontano dall’albero come si raggiunge la vera felicità?


Veronica Ranocchi

(recensione pubblicata su taxidrivers.it)

giovedì, settembre 14, 2023

FINALMENTE L'ALBA

Finalmente l’alba

di Saverio Costanzo

con Rebecca Antonaci, Lily James, Joe Keery

Italia, 2023

genere: drammatico

durata: 140’

Immerso nel buio e circoscritto nello spazio angusto di un armadio dentro il quale una donna e una bambina si nascondono per sfuggire alla violenza dei soldati. Così si presenta allo spettatore il nuovo film di Saverio Costanzo, memore di ciò che è stato "Private" - il suo film d’esordio che in fondo raccontava la medesima situazione - fino al punto di nutrirsene e rielaborarlo in una storia che fa del cinema, proprio e di quello degli altri (per esempio Federico Fellini), lo spazio, reale e mitologico, attraverso cui raccontare un’intera epoca. D’altronde l’esistenza di un doppio sguardo - dei personaggi e dello spettatore -, che presiede alla narrazione di "Finalmente l’alba" è dichiarato fin dal principio. La carrellata all’indietro, aprendosi sulla sala in cui scorrono le immagini di quello che credevamo essere il "nostro" film, mentre invece lo è della protagonista e di chi, come lei, lo sta guardando, serve all’autore per stabilire la premessa indispensabile alla visione, ovvero la distinzione tra il nostro punto di vista di spettatori consapevoli del simulacro e quello della giovane Mimosa, che lusingata dalle attenzioni delle star di turno finisce per credere alla fabbrica dei sogni.

Come "La Rosa purpurea del Cairo" anche "Finalmente l’alba" racconta di un innamoramento cinematografico, dell’identificazione tra l’osservatore e l’oggetto amato ma anche di una società dello spettacolo oramai privata di qualsiasi spontaneità e abituata in ogni occasione a recitare una parte. Come ci dimostra il film in una delle scene più belle, quella in cui, invitata a recitare una poesia davanti alla platea di inviati, Mimosa reagisce all’imbarazzo con un pianto talmente insostenibile da essere scambiato per una performance attoriale.

Se Jeff Daniels usciva dallo schermo per convincere Mia Farrow a seguirlo nelle sue avventure, Mimosa compie il percorso opposto nella sequenza che la vede anteporsi alle immagini del cinegiornale che ne sovrappongono l’esperienza a quella di Wilma Montesi (un altro doppio), aspirante attrice la cui morte avvenuta in circostanze mai chiarite scosse l’opinione pubblica del tempo, e della quale la nostra sembra rivivere le gesta nel corso del viaggio notturno che la porterà a frequentarne gli stessi luoghi e forse le medesime persone, sulle orme della star americana (Josephine Esperanto, interpretata da Lily James), di cui è diventata suo malgrado la favorita.

Costruito sulla fascinazione ma anche sulle paure di Mimosa nei confronti di un universo bello ma sconosciuto, "Finalmente l’alba" sembra popolarsi dei fantasmi dell’immaginario della sua protagonista: la quale, nel ruolo della giovane bella e perduta in un mondo che la sovrasta e la seduce, sembra ricalcare l’esperienza delle protagoniste di "Mulholland Drive" e in tono minore di "The Neon Demon" (nell’utilizzo dell’impianto sonoro). Senza spingersi così in là, Costanzo ne ricalca luoghi oscuri e latenza del male, oltre al già accennato tema del doppio, affidando al cinema - come faceva Lynch - il compito di somatizzare i riti della città trasfigurata nei suoi tratti più sotterranei.

Attraversato da varie forme cinematografiche (il peplum, la commedia sentimentale, il racconto di formazione, il thriller, il melodramma) "Finalmente l’alba" è un film personale anche nella scelta degli attori che Costanzo propone facendo una sintesi tra la capacità di affidarsi a interpreti internazionali e quella di saper lanciare volti nuovi. Dopo Margherita Mazzucco de "L’amica geniale" quello della bravissima Rebecca Antonaci è un nome da segnare.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)

mercoledì, settembre 13, 2023

FERRARI

Ferrari

di Michael Mann

con Adam Driver, Patrick Dempsey, Panelope Cruz

USA, 2023

genere: storico, biografico, drammatico

durata: 130’

Uno dei titoli più attesi (complice anche la presenza del cast con deroga dagli scioperi) è sicuramente Ferrari di Michael Mann.

Un cast assortito che mescola italiani ad americani (e non solo) riesce a destreggiarsi nella lineare, seppur non così semplice, storia di Enzo Ferrari e della storica azienda.

Il film, tratto dal romanzo Enzo Ferrari: The Man, The Cars, The Races, The Machine di Brock Yates, prodotto da Moto Pictures, sarà distribuito da 01 Distribution.

È l’estate del 1957. Dietro lo spettacolo della Formula 1, l’ex pilota Enzo Ferrari è in crisi. Il fallimento incombe sull’azienda che lui e sua moglie Laura hanno costruito da zero dieci anni prima. Il loro matrimonio si incrina con la perdita del loro unico figlio Dino. Ferrari lotta per riconoscerne un altro, avuto con Lina Lardi. Nel frattempo la passione dei suoi piloti per la vittoria li spinge al limite quando si lanciano nella pericolosa corsa che attraversa tutta l’Italia: la Mille Miglia. (Fonte: La Biennale)

Quello che ci si può aspettare da un regista come Michael Mann è un guizzo, un’intuizione, almeno un elemento che sovverta gli standard canonici del cinema. I suoi titoli più celebri lo hanno dimostrato e Ferrari aveva tutte le carte in regola per seguire la scia de L’ultimo dei Mohicani, Heat, Collateral.

Per questo biopic, invece, Mann sceglie di adagiarsi sul terreno più facilmente raggiungibile della semplicità. Il regista statunitense, infatti, sembra limitarsi a esporre i fatti come sono accaduti, anticipandoli e facendoli seguire da didascalie esemplificative di quanto mostrato sullo schermo.

Se la prima parte risulta, nonostante la quasi totale assenza di scene in corsa, la più interessante e, per certi versi, quasi adrenalinica, la seconda punta tutto sulla celebre corsa Mille Miglia alla quale viene riservato un buon minutaggio. Tutto sembra poggiare sulle spalle di questo momento. Il pubblico è in fermento, così come i piloti stessi che dovranno affrontare la gara.

Ma a poco vale l’inserimento di quello che è stato definito dal regista stesso come l’incidente automobilistico più cruento della storia del cinema.

Una corsa e una rincorsa che tengono lo spettatore incollato allo schermo e che tolgono il respiro nel momento del climax assoluto, ma che, così facendo, confezionano un film non troppo diverso.

La suspense che inizia con il primo giro di prova da parte di uno dei piloti del team Ferrari culmina nella celebre corsa. Una corsa che si trasforma da semplice gara a una corsa per la vita in tutti i sensi. Ferrari nutre speranze nella vittoria di uno dei suoi piloti per far fruttare la propria azienda e il marchio, i piloti, dal canto loro, oltre che sperare di essere inseriti in un albo d’oro storico e rimanere nella memoria collettiva, sono spaventati per la propria incolumità. Riusciranno a tornare a casa sani e salvi dalle proprie famiglie e dai propri cari?

L’inseguimento che ne scaturisce è come una lotta all’ultimo sangue, tra Ferrari e altre macchine che vengono citate, ma rimangono sempre in secondo piano, come se fossero omologate ed equivalenti tra loro, sempre un gradino sotto rispetto alla storica rossa di Maranello.

Da un biopic del genere non può mancare, naturalmente, la vita privata del protagonista e tutto quello che ne consegue.

Anche in questo senso Michael Mann decide di rimanere sulla classicità e sull’inserimento del quasi onnipresente dramma familiare. Parte integrante della vita e delle decisioni, anche lavorative, di Enzo Ferrari, diventa fondamentale il suo rapporto incrinato con la moglie Laura, ma anche e soprattutto la sua relazione extraconiugale con Lina Lardi.

Con la prima la ferita è ormai troppo grande da ricucire e la scomparsa prematura dell’unico figlio Dino è la classica goccia che fa traboccare il vaso. Invece, con la seconda, il rapporto è diverso, amore e affetto, tanto da dare alla luce un figlio (riconosciuto ufficialmente solo in seconda battuta).

Una vita privata che sembra procedere come quella sulla pista. Il matrimonio e l’inizio di una vita insieme e la decisione di aprire un’azienda. La prima frattura (e il tradimento) e l’inizio della decadenza dell’azienda stessa.

Partendo dal presupposto che scegliere un cast straniero per un film del genere è piuttosto rischioso, Ferrari può comunque fare leva sui suoi interpreti. Oltre che su una giusta dose di ironia.

Adam Driver, ormai avvezzo a ruoli italiani, dopo il suo Maurizio Gucci, cerca di dare risalto all’ennesimo personaggio, per certi versi, controverso della storia italiana. Al suo fianco una brava Shailene Woodley nel ruolo di Lina che, però, poco si avvicina alla fisicità, le movenze e le pose italiane. Cosa che, invece, riesce meglio all’interprete della moglie Laura, Penelope Cruz. Con alle spalle alcune esperienze italiane, l’attrice spagnola convince grazie anche al suo costante malessere, alle sue occhiaie pronunciate e ai suoi modi di fare da vera padrona della casa (e della scena).

Belle interpretazioni che, però, possono poco sulla decisione di utilizzare costantemente la lingua inglese (tranne qualche parola saltuaria). Un inglese quasi maccheronico quello che viene utilizzato dai personaggi del film che cercano, così facendo, di avvicinarsi all’italiano. E anche gli italiani stessi (da Lino Musella ad Andre Dolente, da Michele Savoia a Giuseppe Bonifati) sono costretti a parlare inglese.

Per concludere fa, quindi, sorridere, e anche riflettere, che Enzo Ferrari parli inglese, pur essendo nato e vissuto a Modena…


Veronica Ranocchi

(recensione pubblicata su taxidrivers.it)

martedì, settembre 12, 2023

COMANDANTE

Comandante

di Edoardo De Angelis

con Pierfrancesco Favino, Massimiliano Rossi, Johan Heldenbergh

Italia, 2023

genere: storico, drammatico

durata: 155’

Non sappiamo quali siano le logiche che presiedono alla scelta del titolo destinato ad aprire la Mostra d’arte cinematografica di Venezia. Giova però ricordare che "Comandante" di Edoardo de Angelis ha ricevuto l’incarico solo in seconda battuta, a causa del ritiro del nuovo film di Luca Guadagnino, tolto dal programma a seguito dello sciopero indetto dagli attori e sceneggiatori hollywoodiani. Certo è che passare da una storia di sport e seduzione incentrata sul triangolo amoroso di tre tennisti americani ("Challengers") alla Seconda guerra mondiale raccontata attraverso le vicende (realmente accadute) del comandante di un sottomarino italiano disposto a rischiare la vita per salvare i marinai di una nave nemica, è uno scarto molto evidente.

Pur consapevoli di argomentare con una ragione caduca a causa della mancata visione del film di Guadagnino, non c’è dubbio che quello di De Angelis pur collocato nel passato - ovvero nell’Italia in guerra del 1940 - non fa niente per eludere la complessità più spinosa del mondo contemporaneo, prendendola di petto con una vicenda che, pur calata nel proprio tempo, sembra rileggere per filo e per segno alcuni dei passaggi più discussi e controversi della nostra epoca con sguardo responsabile delle proprie posizioni.

A cominciare da quella di fare del comandante del sommergibile Cappellini, Salvatore Todaro, un uomo del proprio tempo (e non una figurina), per nulla avulso dalle problematicità di conciliare le convinzioni patriottiche del regime fascista con uno sguardo pietoso sulle vicende umane, convinto com’è di condividerne il comune destino. Un atteggiamento, questo, che De Angelis fa suo attraverso una regia che in certi passaggi si carica volutamente di retorica (soprattutto nella prima parte) per rendere al meglio lo spirito del personaggio ma anche quello del suo periodo, entrambi presenti nell’enfasi e nelle estetiche di sequenze che in certi tratti sembrano voler ricalcare i documentari dell’Istituto Luce.

Se l’attualità del tema bellico è più che evidente nei richiami a quanto sta succedendo in territorio ucraino, offrendo materia di dibattito anche politico che siamo sicuri almeno in Italia non si mancherà di analizzare, non sfugge allo spettatore l’analogia tra la decisione del protagonista di salvare i naufraghi della nave appena affondata - anche a costo di compromettere la missione e la vita dell’intero equipaggio - e le polemiche sull’applicazione dei protocolli relativi agli sbarchi dei migranti sulle coste italiane. Senza far perdere ritmo a una narrazione capace - come vuole il genere - di conferire alla storia tensione e pathos, regalandoci scene d’azione necessarie ma soprattutto esenti dalle esagerazioni del cinema americano, De Angelis affonda la macchina da presa nel centro della questione, affidando agli occhi e al cuore del suo antieroe il compito di fare luce sulla nebbia della guerra, indicandoci la strada per uscirne.

Nella sua adesione alla realtà "Comandante" non si dimentica della forma cinematografica, organizzando il racconto per immagini in due differenti movimenti che, sovrapponendosi al racconto dei fatti, li rileggono secondo una prospettiva interna alla coscienza dei personaggi (un flusso segnalato dall’inserimento di frammenti subliminali), considerati sia dal punto di vista del protagonista, sia da quello di alcuni membri dell’equipaggio. Così è la prima parte (disumana), notturna e fantasmatica come deve essere per raccontare di una possessione collettiva, quella che converte la paura della guerra in istinto omicida e gli uomini in diavoli (cosi sembrano volerci trasmettere la mise e le espressioni di Favino), con gli abissi del mare equiparati a quelli dell’anima; cosi è la seconda (umana), solare e tangibile, deputata a portare in superficie l’umanità perduta. Valga per tutti la scena in cui il comandante e i suoi commilitoni si preoccupano di preparare il pranzo per i loro ospiti in un clima da commedia che segna lo scarto con i cupi presagi dei precedenti convivi.

In un quadro del genere, la sfida di Pierfrancesco Favino non era solo quella di dare credibilità alla complessità del suo personaggio ma di farlo senza alterare gli equilibri tra la sua centralità e l’importanza della storia. Chiamato a mettere in scena un uomo e la sua attitudine al comando Pierfrancesco Favino riesce ad essere nello stesso tempo un padre padrone carnale e spirituale, conferendo al suo alter ego il carisma necessario a farne il faro della storia. Insomma, "Comandante" di Edoardo de Angelis è di buon auspicio per la qualità della Mostra e dell’intera compagine italiana.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su ondacinema.it)