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martedì, agosto 10, 2021

FIRST COW


di Kelly Reichardt
con John Magaro, Orion Lee, Toby Jones, Ewan Bremmer
USA, 2020
genere, drammatico
durata, 121




Chiamato a legittimare la propria investitura, era chiaro prima di altri a Carlo Chatrian che la partita si sarebbe giocata soprattutto sulle scelte dei film selezionati per il concorso ufficiale, quello dal quale uscirà il vincitore della 70 edizione del Festival di Berlino.

In questo senso, la scelta di Kelly Reichardt e del suo First Cow è di quelle destinate a fare letteratura, tanta è la distanza da quelle fatte a suo tempo da Cannes e Venezia per quanto riguarda le produzioni americane. Rispetto a Del Toro e Todd Philipps, solo per fare i nomi di due degli esponenti più rappresentativi del nuovo corso imposto da Barbera, la Reichardt è autrice di segno opposto, a cominciare dalla determinazione con cui rinuncia alla spettacolarizzazione del proprio lavoro.

Abituata a lavorare con budget microscopici e in maniera indipendente, l’autrice di Meek’s Cutoff e Night Moves fa di necessità virtù, allestendo un cinema povero di mezzi ma ricco di contenuti.

Dunque, è sbagliato pensare al lavoro della Reichardt in termini riduttivi, perché quelli della regista americana a suo modo possono essere considerati dei veri e propri kolossal, se è vero che ad andare in scena è l’anima degli esseri umani riprodotta all’ennesima potenza dall’attenzione fenomenologica e dal minimalismo narrativo con cui la cineasta statunitense si rivolge alla vite dei suoi personaggi.

Pertanto, è il fatto di fare “pietra d’angolo” di ciò che di solito rimane fuori campo a fare la differenza: in First Cow, infatti, più che la storia, come sempre minimale e qui incentrata sulle avventure di due picari decisi a costruire la propria fortuna (e non solo quella) rubando il latte (dalla mucca del titolo) necessario a produrre gustosi dolcetti, a essere peculiare è la meticolosità dell’indagine volta a catturare i gesti e le espressioni, così come i corpi e i volti dei personaggi; soprattutto quelli del taciturno ma solidale pasticcere Cookie Figowitz, che attraversa il west in cerca di fortuna insieme a King Lu, immigrato cinese a cui si offre prima come benefattore e poi come amico.

Ed è proprio sul personaggio del vagabondo puro e sincero che First Cow costruisce la sua fortuna, consegnandoci il ritratto indimenticabile di un loser che la Reinhardt sembra ricalcare sull’immaginario del coevo  (visto che la storia del film si svolge nell’Oregon dei primi del ‘900) Charlie Chaplin, al quale Cookie (un grande John Magaro) “ruba” non solo il romitaggio e un’esistenza fatta di espedienti necessari a sopravvivere, ma anche una compassione capace di imporsi sulla crudeltà del mondo.

Una rimembranza, questa, sufficiente a ripagare il prezzo del biglietto, se non fosse che First Cow approfitta della sua collocazione temporale per realizzare un western anomalo, i cui stilemi e archetipi, propri del genere in questione, diventano lo specchio della società contemporanea, con indiani, afroamericani e cinesi pronti a replicare il melting pot culturale e le dinamiche del capitalismo in corso nella nostra società.

Se il paragone non è nuovo, a contare è il modo in cui la Reichardt riesce a formularlo, procedendo con entomologa precisione a isolare i personaggi all’interno del proprio ambiente per poi osservarli con una macchina da presa che funziona come una lente di ingrandimento, grazie anche alla scelta di girare in pellicola e con il formato 4:3, preferito a quello normale.

Riducendo i movimenti di macchina al minimo indispensabile e mettendosi in ascolto dei protagonisti senza perdere niente della loro vita minuta, l’autrice riempie il film di stasi e di silenzi altresì rivelatori del trascendentale rappresentato dal pensiero del film (e della regista), pronto a riflettere sul destino delle cose e degli uomini.

Con il suo film Kelly Richardt entra di diritto tra le candidate alla vittoria finale.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)


domenica, marzo 01, 2020

FAVOLACCE

Favolacce
di Damiano, Fabio D'innocenzo
con Elio Germano, Tommaso Di Cola, Giulietta Rebbeggiani
Italia, 2020
genere, drammatico
durata, 98'


Per il loro Favolacce, Damiano e Fabio D’Innocenzo partono dal cinema e dalla capacità affabulatoria senza la quale certe cose non potrebbero essere dette e, soprattutto, mostrate. Un proposito dichiarato nella scelta del titolo, aspro e dispregiativo, come lo era a suo tempo quello di Uccellacci uccellini di Pier Paolo Pasolini, nume tutelare non tanto nelle estetiche (per quelle bisogna guardare al cinema indie e, nello specifico, a Harmony Korine e Todd Solondz ), quanto nel pessimismo, oltreché nel cotè umano con cui il poeta guardava alla trasformazione del proletariato operata dal sistema capitalistico. Un concetto, quello del novellare, ribadito nella forma filmica e in particolare nell’anomalia – rispetto alle altre – della sequenza introduttiva, nella quale, più dell’esposizione teorica relativa al rapporto tra finzione e realtà presente in quello che si starà per dire/vedere, a contare è la letterarietà del tono, la ricercatezza delle parole e della giusta pronuncia, così come la necessità di stabilire un canone a partire dal quale tutto è possibile. Anche di rivoluzionare la rotta di partenza, stravolgendola con una storia che si rifà agli istinti primari dell’essere umano e che per questo è pronta a deformare il quadro iniziale, facendo della scorrettezza lessicale il grimaldello di quella comportamentale.

Con un’operazione per certi versi simile per forma e contenuto a quella immaginata da Joon-ho Bong in Parasite, i fratelli D’innocenzo raccontano la rapacità dei rapporti sociali in maniera ancora più netta
Con un’operazione per certi versi simile per forma e contenuto a quella immaginata da Joon-ho Bong in Parasite, i fratelli D’innocenzo raccontano la rapacità dei rapporti sociali in maniera ancora più netta, rendendo scoperto fin da subito – nell’agghiacciante cena familiare posta in apertura del film – il rapporto di dominanza che presiede le relazioni umane, con i padri-padroni ansiosi di ribadire la relazione di possesso con i loro figli, schiacciati fino all’annullamento di sé dalla prepotenza degli adulti. A parte quello della voce narrante, in Favolacce non c’è pensiero, nel senso che alla pari del regista coreano gli autori italiani fanno risalire l’anima del loro film dalla superficie dei corpi e delle cose, allestendo una narrazione orizzontale in cui ciò che si vede in superficie è la trasfigurazione di quello che si muove dentro i personaggi.

In Favolacce non c’è pensiero, nel senso che alla pari del regista coreano gli autori italiani fanno risalire l’anima del loro film dalla superficie dei corpi e delle cose
A fare la differenza, infatti, è la capacità della macchina da presa di cambiare ogni volta distanza e punto di vista: lontana e quasi panoramica nel momento in cui a dover essere visibile non sono i sentimenti (dunque le espressioni dei volti) ma le loro conseguenze, circoscritte in un consesso, – che sia la casa di famiglia o una parte di quartiere è uguale -, destinato a diventare un laboratorio comportamentale; ravvicinata e complice nei primi piani ravvicinati, quando si tratta di riscaldare la temperatura emotiva, laddove c’è da scoprire i segreti delle vittime, quelli che si nascondono dietro la remissività degli attoniti bambini; deformata e grottesca nell’antropologia dei caratteri, con l’uso del grandangolo e delle sfocature atte a segnalare l’alienazione generale del contesto.

Reduci dal successo de La terra dell’abbastanza, i fratelli D’innocenzo sono bravi a non farsi irretire dagli stereotipi del successo, realizzando un’opera seconda originale e scomoda
Se quella che traspare in Favolacce è una ferocia/rabbia ancestrale, appare coerente fare dell’acqua, presente nella scena di esuberanza infantile, la sola in cui la leggerezza dell’età trova modo di sfogarsi, una sorta di ritorno alla protezione del feto materno. Così come coerente è stato chiudere la storia facendo finta che sia stata tutta un’invenzione, che l’esistenza dei personaggi – e forse la nostra – sia talmente indescrivibile da aver bisogno della più grande delle menzogne, e cioè di fare finta (e ancora l’infingimento proprio della settima arte a venire in aiuto) che vada tutto bene. Reduci dal successo de La terra dell’abbastanza, i fratelli D’innocenzo sono bravi a non farsi irretire dagli stereotipi del successo, realizzando un’opera seconda originale e scomoda, che non fa sconti a nessuno e che, al pari di altre, si candida per il palmares del Festival Berlinese.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)