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mercoledì, ottobre 29, 2014

Farewells: Benjamin 'Ben' Bradlee




Qualche giorno fa, a novantatré anni, ci ha lasciato Benjamin "Ben" Bradlee, giornalista, leggendario (e per una volta l'attributo non e' usato a vanvera) direttore del "Washington Post". All'inizio degli anni '70, aveva contribuito alla diffusione dei Pentagon papers (documenti riservati in cui venivano circoscritti intenzioni e scopi autentici del coinvolgimento USA in Vietnam) e, successivamente, sostenuto il lavoro d'investigazione giornalistica di Bob Woodward e Carl Bernstein (passato poi alla storia nell'accezione più ampia e comune di reportage sullo Scandalo Watergate) inerente il ruolo opaco e illegalmente manipolatorio recitato dall'amministrazione Nixon nel contesto periclitante del conflitto nel Sud-Est asiatico, allo scopo di arginare il montante dissenso dell'opinione pubblica, da un lato, e l'opposizione del Partito Democratico, dall'altro: sforzi, materiali e suggestioni confluiti, all'interno di una stagione contraddittoria ma ancora disposta alla riflessione e alla critica, nel resoconto serrato e impietoso di "All the President's men" (1976) di A.J.Pakula, con R.Redford e D.Hoffman. Pagine importanti di Storia e di Cinema, quelle qui in breve rievocate, che Bradlee ha concorso a scrivere e a sedimentare nella memoria comune. Grazie Ben.

TFK

giovedì, agosto 22, 2013

Farewells: ELMORE LEONARD (1925 - 2013)



Anche Elmore Leonard se n'è andato... ... Il primo istinto e' quello di tirarsi su, di non farsi cadere le braccia. Pero' spalle e gomiti sono intorpiditi e anche le dita vanno un po' per conto loro...

Dopo la guerra nel Pacifico, Elmore detto "Dutch" era tornato in patria e aveva studiato letteratura. La penna aveva cominciato ad esercitarla alternativamente sul western (ricordiamo tratti da suoi romanzi o racconti "Quel treno per Yuma" del 1957 di Daves e il remake di Mangold del 2007; "Hombre" del 1967; "Io sono Valdez" del 1971; "Joe Kidd" del 1972, solo per citarne alcuni) e nel campo della pubblicità. Con la cosiddetta "crime fiction" comincio' a fare sul serio a sua stessa detta dopo essere stato notevolmente impressionato da "Gli amici di Eddie Coyle" di Higgins, col quale avrebbe condiviso la medesima passione per un linguaggio in apparenza semplice, quasi brutale nella sua immediatezza, invece ricercatissimo e ampiamente stratificato, frutto al tempo di studio, ricerca e vera e propria "prossimità" (Higgins era stato a lungo procuratore distrettuale e giornalista di cronaca nera; Leonard frequentava numerose persone a contatto in modo diretto o indiretto col crimine, come pure poliziotti di lungo corso); prassi che diede ad entrambi la possibilità di avvalersi di una specie di "termometro costante" dello stato della lingua utilizzata in strada, nei locali, in generale nei sobborghi e nei luoghi malfamati delle città (e che, con ogni probabilità, ha dannato più di una generazione di traduttori).

Oltre mezzo secolo di carriera, quarantacinque romanzi - il quarantaseiesimo era in fieri - un gruzzolo di racconti e uno sguardo partecipe quanto ironico sull'acquario criminale - tanto presuntuoso come spesso e volentieri inetto, pasticcione, un piede dentro e l'altro quasi a mollo nel ridicolo - Leonard per "osmosi" venne a contatto col cinema, a cui ben presto fecero gola le sue storie il cui motore era alimentato da un non comune carburante narrativo in grado di coniugare dialoghi serrati e sarcastici con una serie di eventi, di fatti, in apparenza indipendenti ma sotterraneamente intrecciati fra loro: un'unica, energica corrente di parole al lavoro che con una sua caustica inesorabilità correva sicura verso la conclusione, ora beffarda, a volte imprevista, spesso sic et simpliciter inevitabile: e tutto riducendo ad un minimo meno che sindacale descrizioni e spiegazioni (da "Dutch" additate, a cavallo tra gergo, onomatopea e neologismo, col meraviglioso termine "hoooptedoodle"). Annotiamo qui, senza la pretesa di essere esaustivi, "52 gioca o muori" (1986); "Cat chaser" (1989); "Get shorty" (1995); "Jackie Brown" (1997); "Out of sight" (1998); "The big bounce" (2004); "Be cool" (2005).

Amante del ritmo, delle conversazioni più vere del vero ("If it sounds like writing, I rewrite it", diceva), delle vicende che si dipanano in una continua rincorsa alla dissimulazione per cui e' solo a forza di dettagli che emergono gli stati d'animo, le intenzioni anche dei personaggi più marginali, dal momento che il modo migliore di inserirli nel contesto, sbozzarne le psicologie, eventualmente comprenderli e' "aspettare, vedere come vengono fuori e soprattutto farli parlare" - con occhi grati ma aperti rivolti a Steinbeck e a Hemingway - Elmore Leonard ha finito per tratteggiare una commedia umana in nero spassosissima e antieroica, ammorbidita da una punta d'involontario romanticismo, quindi scalcagnata e irriverente, logorroica e salace, iperattiva e pressoche' sempre destinata allo scacco, proprio come non si stanca di essere tante volte la vita. Ed e' soprattuto per questo che ci mancherà.



TFK

lunedì, agosto 19, 2013

Farewells: ADDIO A LUCIANO MARTINO


Mercoledi 14 agosto, in Kenia, mentre veniva trasportato in aereo da Malindi a Nairobi è morto un signore quasi ottantenne che da tempo viveva nel Paese africano occupandosi di fotovoltaico ed edilizia.
Si chiamava Luciano Martino e il suo nome è legato ad oltre un centinaio di film.
Si tratta del più grande produttore di B-movie italiano: peplum, poliziotteschi, gialli e commedie che negli anni '60 e '70 hanno formato l’ossatura industriale del nostro cinema cosidetto minore, quello che consentiva poi di mettere in cantiere opere più impegnate.
Produttore, sceneggiatore e all'occorenza anche regista, inventò la commedia scollacciata in tutte le sue declinazioni: coniugale, scolastica, militare, vacanziera, con protagoniste indiscusse Edwige Fenech ( sua compagna per un decennio), Barbara Bouchet e Gloria Guida.
Luciano Martino ha marchiato a fuoco tutti i filoni del cinema di genere con titoli che spesso rappresentano le colonne portanti del filone di appartenenza.
A questo proposito, lungo e forse noioso sarebbe l'elenco di queste pellicole, ma non ci si può esimere dal citare alcuni titoli, che possiamo definire fondamentali per i rispettivi filoni e sottofiloni.
In ordine cronologico:
Gialli sexy
Lo strano vizio della signora Wardh (1971)
Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972)
Poliziotteschi
Milano trema: la polizia vuole giustizia (1973)
Milano odia. la polizia non può sparare (1974)
Commedia sexy
La liceale (1975)
La dottoressa del distretto militare (1976)
Cannibalistico
Mangiati Vivi! (1980)

Non vado oltre, mi fermo qui.
Credo che possa essere sufficiente per capire quanto, intere generazioni di spettatori, frequentatori di cinema di periferia o di provincia, devono all'opera di Luciano Martino. Chi, nelle varie fasi della propria giovinezza, ha prima sognato di avere come compagna di banco l'eterna liceale Gloria Guida; poi di essere sottoposto alla visita di leva dalla dottoressa Fenech, e infine magari di assistere ad un inseguimento con le Alfa Romeo lanciate a folle velocità, deve sapere o almeno ricordare che i propri sogni erano alimentati da Luciano Martino.
Alle sue dipendenze una pattuglia di registi dal sicuro mestiere (Umberto Lenzi, Michele Massimo Tarantini, Mariano Laurenti), che, nonostante i ristrettissimi tempi a disposizione per il confezionamento delle pellicole (era necesario arrivare subito in sala, un filone non durava in eterno), garantivano solidità professionale e buona riuscita. Al resto pensava Luciano Martino che, a seconda della necessità, non esitava a sborsare, senza ripensamenti, i quattrini necessari per mettere a disposizione dei registi dei cast di tutto rispetto, che si trattasse di portare in Italia artisti internazionali (Henry Silva, Richard Conte); di ingaggiare attori al massimo del successo (Tomas Milian, Maurizio Merli, Luc Merenda); o prendere il meglio dei caratteristi dell'epoca (Lino Banfi, Giuseppe Pambieri, Mario Carotenuto).
E pensare che oggi, in Italia non si gira un film se non arriva il contributo statale (tra gli assegnatari del finanziamento per il 2013 figurano Salvatores, Bellocchio e Scola, giusto per intenderci).
"Fammi fare il mio mestiere, che so come si fa" ripeteva Luciano Martino a Edwige Fenech, all'epoca sua fidanzata, quando l'avvenente attrice protestava per l'imposizione di titoli che trovava offensivi per la propria immagine (Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda - Giovannona coscialunga disonorata con onore).
Ed è indubbio che il proprio mestiere lo conosceva, così come riusciva a carpire in anticipo rispetto ai suoi colleghi i gusti del pubblico e a mettere sotto contratto quei registi non di primissima fascia che potevano fare bene; basti pensare che per la sua prima produzione, I giganti di Roma (1964), affida la regia al semisconosciuto Antonio Margheriti che aveva appena terminato di girare il cult Danza Macabra. Negli ultimi anni, finita l'epoca d'oro del cinema di genere, Luciano Martino aveva co-prodotto film di alto livello, con titoli come Il regista di matrimoni (M. Bellocchio) e Il mercante di Venezia con Jeremy Irons e Al Pacino.
Inoltre, a lui si deve il debutto dell'allora sconosciuta Nicole Kidman che Martino scelse per il film tv Un'australiana a Roma (1987).
Poi, il buen retiro in Kenya.
A noi piace ricordarlo mentre impartisce al regista disposizioni in merito alla durata della doccia della starlette di turno, che si trattasse di liceale, professoressa o infermiera poco importa.

Fabrizio Luperto

giovedì, giugno 27, 2013

Farewells: RICHARD MATHESON




Addio a Richard Burton Matheson
20/2/1926 - 23/6/2013


Dopo aver trascorso ottantasette anni su un pianeta tormentato e meraviglioso, Richard Matheson se ne e' andato, e niente può escludere che proprio adesso stia prendendo appunti sull'Universo da qualche altro angolo privilegiato.

Da "Io sono leggenda"/"I'm legend", 1954, a "Tre millimetri al giorno"/"The shrinking man", 1956. Dalla collaborazione con altre "leggende" - Jack Arnold - a "Ai confini della realtà". Dai tanti racconti alle sceneggiature per cinema e televisione, il caro Dick ha spiato l'uomo e l'ambiente sempre più tecnologico (e inquietante) che gli si svolgeva attorno con l'occhio partecipe ma lucido degli scettici illuminati, coloro, cioè, che guardano alla catastrofe possibile/inevitabile/magari non del tutto immeritata come occasione per mettersi alla prova, capire se e' possibile ricominciare.

In tal senso, e' facile presumere che la terra gli sia stata leggera. Quindi non cercatelo la' sotto. Non lo troverete.


TFK