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lunedì, aprile 18, 2016

TROIS SOUVENIRS DE MA JEUNESSE


Trois Souvenirs de me Jeunesse
di Arnaud Desplechin
con Mathieu Amalric, Quentin Dolmaire, Lou Roy-Lecollinet
Francia, 2015
genere, drammatico
durata,120'



La forza di un festival si vede soprattutto dalla qualità delle sezioni collaterali, quelle in cui gli organizzatori si lasciano andare a scelte meno istituzionali e più libere da logiche geopolitiche. Ecco allora che il giudizio buono ma non esaltante espresso dagli addetti ai lavori a proposito dell'edizione del festival di Cannes appena conclusa e basato, quasi esclusivamente sulla valutazione dei film del concorso ufficiale, è destinato a cambiare, qualora si dovesse tenere conto di opere e autori importanti, retrocessi con criterio imperscrutabile in posizioni di rincalzo. Un destino toccato in sorte ad affezionati frequentatori della kermesse francese come Apichapong Weerasethakul e Brillante Mendoza, un tempo osannati e imprescindibili e ora nascosti all'attenzione del grande pubblico. E condivisa dal beniamino della critica locale Arnaud Desplechin, regista francese, per la prima volta escluso dalla gara ufficiale e inserito nella Quinzane des Realisateurs con "Trois souvenirs de ma jeunesse", il film che ha il merito, tra le altre cose, di riportare in vita il personaggio di Paul Dedalus, già protagonista di "Comment Je Me Suis Disputé...(Ma Vie Sexuelle)", terzo lungometraggio del regista francese girato nel 1996.


Avendo il passo di un romanzo esistenziale, la storia del film è divisa in tre capitoli più un epilogo che, attraverso i ricordi giovanili del protagonista, nel frattempo rientrato in Francia dopo un lungo lavoro sul campo in qualità di antropologo, ricostruisce i momenti salienti di una biografia caratterizzata dagli studi universitari e dall'impegno politico - con il viaggio in Russia che diventa il modo per affermare attivamente la propria militanza - ma soprattutto dall'amore per la bella Esther, destinato a segnare nel bene e nel male l'esistenza dell'uomo che verrà.


Riassunto in questo modo "Trois souvenirs de ma jeunesse" farebbe pensare a un Desplechin più raccolto e dalle ambizioni meno esplicite, tenuto conto che, con la sola eccezione del "feticcio" Mathieu Amalric, scelto per interpretare la versione adulta di Paul Dedalus, la presenza di un cast di volti esordienti e sconosciuti, costituisce un'eccezione nella filmografia di un autore abituato a lavorare con il gotha attoriale del suo paese; e perché, fin dal principio, la componente autobiografia del regista, già trapelata con diversa valenza nei lavori precedenti, in questo caso diventa il motivo principale della storia, raccontata a ritroso attraverso le parole del narratore onnisciente che si inserisce sulle immagini del film per commentare le "avventure" del "giovane Werther" francese.



Al contrario, le avventure sentimentali del protagonista e del gruppo d'adolescenti nella Robauix degli anni ottanta - dove Dedalus e Despleshin sono nati e da cui si sono fuggiti-  diventano lo strumento per conoscere e circoscrivere le fonti di un'ispirazione che, nel caso del regista, procede in perfetta mimesi con una finzione filmica, utilizzata sia come espediente di intrattenimento - modellato su una struttura narrativa da racconto di formazione - sia, nei suoi passaggi più letterari, - imbevuti di una prosa romantica e poetica -, come legittimazione di un arte che è innanzitutto il mezzo per mettere in scena la protesta nei confronti delle promesse mancate: imputate innanzitutto alla famiglia (tradita dalla morte della madre e dominata da un padre lontano e violento) incapace di fare da riparo ai rovesci della vita e poi all'amore, con la figura dell'amata Esther, modello di femminilità che non sarebbe dispiaciuta al cuore di regista come Francois Truffaut, a rappresentare quella "grande bellezza" da cui discendendo la maggior parte dei rimpianti.


Piuttosto a confondere il giudizio su "Trois souvenirs de ma jeunesse" potrebbero essere le caratteristiche di una forma che appare più compatta e meno disposta a dare spazio alla nevrosi, pur presente nell'inquietudine di Esther e Paul ma "contenuta" all'interno di un dispositivo che replica in modo evidente gli stilemi di quella Nouvelle Vague, della quale il cinema di Desplechin è certamente debitore. E ancora la mancata distribuzione italiana delle prime opere del regista, che impedisce di riconoscere, tra le pieghe degli avvenimenti raccontati, le rimembranze di situazioni che ricordano opere di culto come "La Sentinelle" e appunto "Comment Je Me Suis Desputé...(Ma Vie Sexuelle)", richiamati per esempio nell'atmosfera cospirativa della scena in cui Dedalus, al suo ritorno in patria, viene fermato e interrogato dalla polizia che lo sospetta di essere una spia del governo Russo, e, più in generale, dalla dimensione di spaesamento, che qui come allora sembra in parte discendere dal tramonto delle utopie politiche, qui come allora, rappresentate dagli inserti che documentano la caduta del muro di Berlino, spartiacque di una generazione a cui il regista appartiene e che si è assunta il compito di testimoniare la crisi che ne è seguita. Meritevole di ben altra attenzione rispetto a quella ricevuta dal festival, "Trois souvenirs de ma jeunesse" è, per chi scrive, uno dei film migliori del regista francese; a testimonianza di un talento che è ancora lungi dall'aver esaurito le sue risorse.
(pubblicata su ondacinema.it)

sabato, dicembre 12, 2015

A PERFECT DAY


A Perfect Day
di Fernando León de Aranoa
con Benicio Del Toro, Tim Robbins, Melanie Laurent, Olga Kurylenko
Spagna, 2015
genere, drammatico
durata, 106' 


Non capita tutti i giorni di assistere alla proiezione di un piccolo film girato nei balcani e finanziato con soldi europei, in grado di mettere insieme un cast internazionali composto da attori americani come Benicio Del Toro e Tim Robbins, abituati a figurare in bel altri palcoscenici e qui convinti dalla bontà della causa a spendersi a favore di una storia che ha il merito o potremo dire il coraggio di riportarci nel 1995 quando dopo una lunga e sanguinosa guerra gli stati dell’ex Iugoslavia si apprestavano a firmare il cessate il fuoco. “A Perfect Day” racconta quei giorni attraverso le vicissitudini di un gruppo di operatori umanitari impegnati ad assistere la popolazione locale, aiutata nella risoluzione dei tanti problemi quotidiani. Una missione umanitaria che il regista spagnolo Fernando Leon De Aranoa racconta nello spazio di una giornata esemplare, chiamata a rappresentare nel bene e nel male le conseguenze di quel conflitto attraverso la precarietà degli eventi che scaturiscono dal tentativo di Sophie, B e Mambrù di rendere salubri le acque di un pozzo, inquinate dalla presenza del cadavere di un uomo senza identità. La ricerca della fune necessaria a rimuoverne il corpo sarà l’inizio di un viaggio drammatico e picaresco all’interno di un paese senza identità e nella natura selvaggia e aspra che lo fa assomigliare in una sorta di far west contemporaneo, in cui tanto nelle dispute tra bambini – con i ragazzini che rubano un pallone con la minaccia di una pistola -  che nelle questioni di stato – i militari dell’Onu che si attengono agli ordini senza tener conto del buon senso -  a farla da padrone è la legge del più forte.


Il regista è bravo a tenere insieme le due anime del film, infittendo la trama con una serie di episodi, a volte divertenti, come quello che vede i nostri impegnati a fronteggiare le rimostranze di un cane inferocito, a volte così tragici, da rasentare l’indicibile, come in effetti succede quando Aranoa sceglie di non mostrare la macabra scoperta che a un certo punto del film coinvolgerà il destino del ragazzino a cui Mambrù (Del Toro) ha promesso di regalare un pallone. Senza dimenticare che il fatto di svolgersi lontano dal fronte e in una atmosfera in cui la guerra viene restituita dalla povertà e dal degrado della popolazione piuttosto che dall'agone dei soldati in battaglia,  aumenta la mancanza di senso di cui si macchia ogni conflitto  e che "Perfect Day", con il suo sguardo minimale e antiretorico rappresenta. Al resto ci pensano le facce degli attori e soprattutto quella di Benicio Del Toro a cui basta allontanarsi da Hollywood per ritornare a essere quello di sempre.

mercoledì, dicembre 02, 2015

MON ROI

Mon Roi
di Maewenn
con Emanuelle Bercot,Vincent Cassel
Francia, 2015
genere, drammatico
durata, 128'


Indipendentemente dai suoi risvolti, la contemporaneità raccontata dal cinema presenta delle costanti che ne fanno una specie di cartina di tornasole degli usi e dei costumi del nostro tempo. In tale scenario i sentimenti occupano da sempre una posizione di rilievo, per il senso d'identificazione   che scaturisce dalla visione di un campionario di emozioni corrispondente, almeno in parte, a quello sperimentato nella vita, dalla gente seduta in sala. Ed è forse questo a spiegare, da un lato, la decisione di Thierry Frémaux, il direttore del festival di Cannes, di inserire un film "popolare" come "Mon roi" nel concorso principale; e, dall'altra, a giustificare l'attitudine del pubblico, pronto a lasciarsi coinvolgere dalle vicende di Tony (Emanuelle Bercot) e Georgio (Vincent Cassel), i protagonisti del film, chiamati a rappresentare, con il loro con l'amour fou, le mille contraddizioni che attraversano i rapporti di coppia. La storia, scritta e girata da Maiwenn, regista messasi in luce nel 2011 grazie alla conquista del gran premio della giuria del festival francese ottenuto con "Polisse, segue per filo e per segno la struttura narrativa utilizzata per questo genere di film, raccontando le tappe di una parabola amorosa pronta a rovesciarsi sugli sciagurati personaggi non prima di averli illusi sull'eternità delle passioni umane. Anche qui, ad innescare la tenzone, ci pensa il più classico dei colpi di fulmine e, di pari passo, l'attrazione sessuale tra due opposti (lei è un avvocato arrivato ai quaranta con molto lavoro e pochi divertimenti, lui un ristoratore narciso e volubile) destinati a soccombere sotto i colpi delle incongruenze caratteriali; e nonostante la presenza di un neonato che dovrebbe funzionare come deterrente e che invece diventa il pretesto per continuare a "darsele" - in senso figurato - di santa ragione.


Raccontato dal punto di vista femminile e secondo il modello sociologico imposto da saggi come quello di Barbara Norwood, terapista americana che in "Donne che amano troppo", aveva esplorato la casistica di donne che si innamorano dell'uomo sbagliato, "Mon roi" sconta in qualche modo lo squilibrio che deriva dal contrasto tra la straordinaria naturalità degli attori - in grado di azzerare la finzione a favore di un sorprendendo realismo interpretativo - e la scontata convenzionalità della messinscena; quest'ultima, evidente soprattutto nell'espediente narrativo che fa coincidere, grazie a al montaggio alternato di passato e presente,  il risveglio emotivo di Tony, progressivamente cosciente dell'impossibilità del proprio menage coniugale, alla complessa e dolorosa guarigione del suo ginocchio, lesionato durante un incidente sciistico e preso in cura dall'istituto specializzato in cui la donna è ricoverata. Con la necessità di dipanare a dismisura i dettagli del ciclo terapico allo scopo di fornire il contraltare metaforico su cui innestare i flashback che illustrano la schizofrenico rapporto tra Georgio e Tony. I quali, non volendo, finiscono per  diventare i rappresentanti di quella borghesia parigina, benestante e autolesionistica, che Michel Houllebecq ha preso più volte in prestito per raccontare la decadenza del mondo occidentale.


Certo "Mon roi", con il suo appeal dichiaratamente edonistico (i corpi tonificati dall'esercizio fisico e generosamente esposti ne sono una dimostrazione), è lontano dall'infelicità senza speranza raccontata dallo scrittore francese; ma quando, verso la metà della storia, iniziamo ad assistere all'impari confronto tra il vitalismo dei ragazzi arabi, che condividono il percorso terapeutico di Tony, e la dispersione priva di costrutto del suo egocentrico partner, non si può fare a meno di pensare all'autore di "Estensione del dominio della lotta" e al tentativo di Maewenn di conferire spessore al soggetto del film, con una morale che risulta evidentemente programmatica. Per la sua interpretazione, Emanuelle Bercot si è aggiudicata il premio ex equo come miglior attrice del festival, legittimando i motivi di una partecipazione che l'aveva vista anche regista del film d'apertura. Per lei un'edizione sicuramente da incorniciare.
(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì, novembre 19, 2015

68 FESTIVAL DEL FILM DI LOCARNO: BELLA E PERDUTA


Bella e perduta
di Pietro Marcello
Italia, 2015
genere, documentario
durata, 88'
Negli ultimi anni il festival di Locarno si è distinto per dare voce alle espressioni più radicali e innovative del nuovo cinema italiano, diventando, grazie alla lungimiranza dei vari direttori, una sorta di isola felice per le libertà del nostro - e non solo - cinema d'autore. Pensiamo a certi titoli rimasti nella memoria per l'intransigenza dei loro contenuti e, senza andare troppo indietro, a film come "Sangue" di Pippo Delbono, e a "Pays Barbare" di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, capaci di guardare all'Italia e alla sue tradizioni senza alcun tipo di filtro e di compromesso rispetto alla verità delle cose. Della stessa radicalità ma con toni decisamente più poetici, si nutre il film italiano in concorso in questa edizione del festival, perché "Bella e perduta" del regista e documentarista Pietro Marcello contiene, all'interno delle sue molteplici stratificazioni, una visione altrettanto chiara e consapevole della realtà del nostro paese. Marcello per raccontare l'Italia contemporanea e, in particolare, quella del territorio che circoscrive la provincia casertana, dove egli è nato, parte da un personaggio reale, il pastore Tommaso Castrone che decise di occuparsi della reggia di Carditello nel tentativo di salvarla dal degrado in cui lo Stato l'ha lasciata; fondendo tale racconto alla cronaca dei nostri giorni, quella che si riferisce alle problematiche legate alla cosiddetta Terra dei fuochi, l'autore dà vita a una sorta di fiaba moderna, in cui il viaggio di Pulcinella e del bufalo Sarchiapone diventano il modo scelto dal regista per recuperare la bellezza dimenticata e ancora oggi rintracciabile nel nostro territorio. Un atto a dir poco eversivo, se pensiamo che Marcello, come di consuetudine, costruisce la sua storia privandola di quelle convenzioni narrative più tradizionali, che si identificano nello sviluppo lineare della trama e nella necessità di protagonisti dalle motivazioni chiaramente delineate. 
Al contrario, il regista casertano non solo si adopera per privare i caratteri della centralità che normalmente spetterebbero loro ma, in una sorta di staffetta cinematografica, decide di spostare continuamente il punto di vista da un personaggio all'altro, costruendo un coro di voci, di sensazioni e soprattutto di sguardi che, nel complesso, compiono una vera e propria riscoperta del paesaggio italiano, deturpato e offeso dalle barbarie degli uomini, e in questo caso, invece, collocato con tutta la sua bellezza dentro il cuore del film. 

Consegnando all'intervista realizzata con il regista, il compito di raccontare al lettore le vicissitudini intercorse durante la lavorazione della pellicola e del conseguente stravolgimento dell'idea iniziale dell'opera, quello che preme sottolineare in questa sede è innanzitutto la continuità che "Bella e Perduta" stabilisce con il resto della filmografia di Marcello. Perchè a partire dai personaggi della vicenda, tutti, compreso Pulcinella - condannato al suo ruolo di maschera e di tramite tra i vivi e i morti - sono ascrivibili a quella schiera di umiliati e offesi, di cui il cinema del regista si prende la briga di mostrare nel loro epico eroismo (basti pensare al bufalo Sarchiapone condannato in anticipo dal solo fatto di non poter fornire alcun beneficio ai suoi possessori), per continuare con il desiderio di riscoperta e valorizzazione del territorio (dal casertano la vicenda arriverà a toccare le pendici della Tuscia) e della sua storia, "Bella e perduta" è contaminato dai germi di quel cinema poetico e sociale che Marcello aveva rappresentato attraverso opere come "Il passaggio della linea" (2007) e "La bocca del lupo" (2009). 
E sempre per restare in tema di analogie, come non citare il montaggio della fedele Sara Fgaier, qui anche in veste di produttrice, per il modo in cui durante il film valorizza gli echi di quei contrasti tra natura e civiltà che erano stati al centro dell'opera di quel Artavazd Pelešjan, il grande regista armeno che Marcello aveva incontrato ne "Il silenzio di Pelajan", presentato al festival di Venezia del 2011 e poi letteralmente nascosto agli occhi dello spettatore. Ora, se consideriamo la colonizzazione culturale compiuta dalla televisione negli ultimi vent'anni, il film di Pietro Marcello potrebbe apparire come un'opera fuori dal tempo e a dir poco presuntuosa nella sua evidente diversità. Se, al contrario, ragioniamo in termini di investimento culturale, e in questo caso non possiamo non citare l'indispensabilità di Paola Malanga che dopo "L'infinta fabbrica del Duomo" ritroviamo in veste di produttrice, allora "Bella e perduta" diventa qualcosa da conservare con cura e da far vedere al cinema e nelle scuole, per risvegliare le coscienze e per guarire il nostro modo di vedere.
(pubblicata su ondacinema.it/speciale 68 festival del film di Locarno)