lunedì, gennaio 23, 2023

BABYLON

Babylon

di Damien Chazelle

con Brad Pitt, Margot Robbie, Diego Calva

USA, 2022

genere: commedia, storico, drammatico

durata: 189’

Arrivato in Italia sulla scia del flop americano, “Babylon” è forse il film più libero e coraggioso di Damien Chazelle, summa dei temi e delle ossessioni della sua filmografia.

La prima cosa che si nota guardando Babylon è il cambio di registro operato dall’autore. I modi calmi e misurati propri di una classicità di cui Damien Chazelle era stato invocato cantore, qui lasciano il posto all’eccesso delle pulsioni più incontrollate. Le prime sequenze non lasciano dubbi, tanto le immagini risultano un tripudio di istinti disparati. Dall’elefantiaca defecazione che investe l’aspirante attore messicano, metafora di quel lavoro sporco a cui il malcapitato sarà di lì a poco chiamato, all’esaltazione dionisiaca dei corpi avvinghiati uno contro l’altro nell’esclusiva festa hollywoodiana, Babylon si fa da subito manifesto del mondo di cui fa menzione nella consapevolezza di poterlo restituire solo lasciandolo andare.

Abituato a controllare la propria materia cinematografica, Chazelle questa volta sposa il principio opposto, un po’ come fece a suo tempo il grande Michael Herr (Dispacci, ndr), il quale, chiamato a narrare agli americani la guerra del Vietnam si rese conto dell’impossibilità di farlo con la scrittura giornalistica convenzionale. Per raccontare l’Inferno, diceva, bisognava in qualche modo sporcarsi le mani. Così decide di fare Chazelle attraverso i suoi personaggi. Raccontare Hollywood, quella dei ruggenti anni venti, dal loro fulgore fino all’inevitabile declino (ila crisi  relativa al passaggio dal muto al sonoro ricorda quello dalla sala allo streaming), calandosi “anima e corpo” nelle dorate pastoie del suo Star System per seguire le avventure del divo Jack Conrad (Brad Pitt in versione Clark Gable) e di chi, l’ambiziosa Nellie Le Roy (una spregiudicata Margot Robbie) e il suo amico Manuel Torres (il semi esordiente Diego Calva), è disposto a tutto pur di seguirne le orme.

Lungi dal dimenticare se stesso e le proprie origini, Chazelle si limita a cambiare pelle, tirando fuori il coraggio e la provocazione che altre volte gli era mancata. In questo senso Babylon è al cento per cento un film del suo autore, a cominciare dalla centralità della musica, qui più che altrove motore della storia, per il fatto di essere parte integrante di un dispositivo che equipara le immagini a uno spartito musicale e la narrazione a un’unica meravigliosa Jam Session (lo aveva fatto in maniera altrettanto radicale Paul Thomas Anderson in Ubriaco D’amore). L’esempio più lampante lo si ha nella lunga sequenza che precede i titoli di testa, concepita come una corsa perdifiato – dalla notte fino al mattino -, in cui il ritmo della musica e quello delle parole sono pronti ad alternarsi per dare vita alla vertigine sensoriale vissuta dai protagonisti. Così funziona il montaggio alternato con cui Babylon, poco dopo, mette in scena il cortocircuito tra arte e vita: la seconda chiamata a salvare la prima attraverso la ricerca della mdp necessaria a terminare le riprese del film interpretato dal personaggio di Brad Pitt.

Ma Babylon può anche considerarsi la madre di tutte le ossessioni di cui fin qui si è nutrito il cinema di Chazelle.

La mecca hollywoodiana infatti è il monumento destinato a contenerle tutte: da quella nei confronti del talento artistico, messo alla prova da una realtà quasi mai disposta a riconoscerne il valore, ai tormenti romantico sentimentali destinati a tradire l’amore quando si presenta nella sua forma più pura e gratuita; alla morte – materiale e ideale che sia -, intesa come sacrificio estremo conseguente all’incapacità dell’arte e dell’artista di scendere a compromessi.

Laddove la dimora della festa, ma anche il set cinematografico, sembrano una variante del locale jazz di La La Land, dell’omologo parigino di The Eddy e persino della navicella spaziale di The First Man, universi alternativi e ancora, spazi di una diversità che la Villa della festa rappresenta al massimo grado: filmata da Chazelle in analogia a quella di Norman Bates in Psycho, per avvalorare la doppiezza dei personaggi, disposti a convivere e a fare i conti con l’immagine del proprio alter ego filmico.

Elegante e kitsch come il mondo e i personaggi che racconta, Babylon fa dell’imperfezione un valore aggiunto, risultando più vero dei film che lo hanno preceduto. Troppo colto e scandaloso per compiacere gli standard casalinghi – nonostante l’utilizzo di una rappresentazione a tratti grottesca e parodistica volta a raffreddarne la peccaminosità -, non stupisce di Babylon la notizia del flop casalingo.

In attesa degli Oscar la palla passa ora al pubblico europeo, chiamato a ribaltare le sorti economiche di un film comunque meritevole di essere visto.


Carlo Cerofolini

(recensione pubblicata su Taxidrivers.it)

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