mercoledì, marzo 30, 2011
Film in sala dal 1 aprile 2011
(Boris - il film)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo
Hop
(Hop)
GENERE: Commedia, Family
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Tim Hill
Kick-Ass
(Kick-Ass)
GENERE: Azione, Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Matthew Vaughn
La fine è il mio inizio
(La Fine è il Mio Inizio)
GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Jo Baier
Mia moglie per finta
(Just Go with It)
GENERE: Commedia, Romantico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Dennis Dugan
Poetry
(Shi)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Corea del Sud
REGIA: Lee Chang-dong
The Ward
(The Ward)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: John Carpenter
lunedì, marzo 28, 2011
SUBMARINO
Diretto da Thomas Vinterberg
Orrore. Un neonato si addormenta risvegliandosi morto davanti ai fratellini.
Il corpo di un moribondo riverso sulla strada ed il sorriso spensierato delle persone che gli passano accanto. Il sapore di una fellatio addolcito da un caffè ancora fumante.
Queste ed altre crudeltà sono il biglietto da visita dell'ultimo film di Thomas Vinterberg, nuovamente alle prese con le conseguenze di un disastro famigliare.
Ma se altre volte le ragioni del dolore era qualcosa da nascondere e la storia funzionava come volano di un disvelamento che metteva a nudo le ipocrisie ed il perbenismo di una borghesia in decadenza, coinvolgendo i personaggi in una catarsi finale che era funzionale alla drammaturgia del racconto, questa volta il regista procede al contrario decidendo di mostrare tutto e subito, a cominciare dal prologo iniziale dove i due protagonisti ancora bambini assistono alla morte del fratellino che stanno accudendo al posto della madre, ubriaca ed assente, e di fare derivare la tensione non tanto dalla progressione con cui il protagonista e lo spettatore vengono a capo di una verità indicibile, ma dal fatto di mostrarne le conseguenze, di legare le azioni dei personaggi a quel peccato originale.
E proprio di peccato si può parlare, non solo per i significati che la parola assume nel paese che ha dato i natali ad un filosofo come Søren Kierkegaard, ma anche per il modo con cui Nick e Martin si rapportano a quell'esperienza.
Una responsabilità che i due si assumono pienamente e che si rivela nella vita punitiva che si sono costruiti.
Il primo vivendo come un recluso nello spazio ristretto di una cameretta e frequentando derelitti come lui (compresa Sofie, la vicina di casa che gli regala saltuari diversivi sessuali), il secondo vedovo e tossicodipendente alle prese con un figlio da allevare ed uno stipendio derivato dallo spaccio della droga.
Prigioni della mente ma anche del corpo che rimandano continuamente ad un senso di paternità ambivalente, desiderato come il film lascia intravedere negli spaccati di vita dedicati alle scene di vita familiare tra Martin ed il figlio ed anche negli sguardi che Nick rivolge al bambino di Sofie (anche qui siamo in presenza di un matrimoni fallito e di un infanzia rubata), oppure rifiutata per la consapevolezza di non esserne all'altezza come accande appunto a Martin attraverso il gesto drammatico quanto liberatorio che da una svolta a quel legame imperfetto ed allo stesso tempo funziona come elemento salvifico per gli altri personaggi.
Lontano dal Dogma Vinterberg sembra l'artefice di un cinema più propenso a raccontare che a suggerire. Per fare questo il regista allontana la telecamera dai suoi protagonisti per inserirli in uno spazio concreto in cui il quotidiano nel suo indifferente divenire contribuisce non poco a costruire il senso di alienazione che pervade la vicenda.
Componendo quadri di assoluta disperazione sullo sfondo di una città immersa nel gelo e nel grigiore di un inverno dai toni esistenziali il regista sembra farsi cantore di un umanità disperata che sembra la versione in nero di quella bukowkiana. Una fotografia prosciugata dei colori primari, certe inquadrature che rendono bene il senso di costrizione vissuto dai protagonisti (i mezzi primi piani di Nick ripresi dall'alto e che sembrano pesargli sulla faccia) sono gli altri segni di uno stile al servizio della storia.
Tratto da un opera letteraria, "Submarino" mostra qualcosa di nuovo dal punto di vista formale ma ci dice forse che il regista danese è pronto a cercare altre strade, onde evitare di ripetersi in tematiche già trattate e su cui questo film ritorna con poche variazioni.
Tenendo presente l'immagine iniziale con i bambini sotto il lenzuolo, oppure ripensando ai primi piani degli stessi con la faccia divorata dal buio, si potrebbe dire che "Submarino" nel suo riferirsi ad un mondo sotterraneo rappresenta un titolo azzeccato nel trasporre in senso figurato il pieno ed il vuoto della storia, la condizione di isolamento ed allo stesso tempo la voglia di essere insieme dei personaggi, indipendentemente dal modello familiare e nonostante i non detti dei loro silenzi.
pubblicata su ondacinema.it
TOURNEE
TOURNEE Regia: Mathieu Amalric
Joachim (M. Amalric) è un ex produttore televisivo caduto in disgrazia, che dopo un lungo soggiorno negli States torna in Francia nelle vesti di impresario con uno spettacolo teatrale sperando nella grande rivincita.
Con le sue vitali ed eccessive starlette, virtuose del new burlesque, batte piccoli locali di provincia sognando di portare il suo spettacolo a Parigi.
L'operazione si rivelerà molto difficile a causa dei cattivi ricordi che la figura di Joachim ha lasciato nei suoi ex colleghi e dei difficili rapporti con impresari e gestori di teatri.
Tra le mode del momento quella del new burlesque è una delle più abusate.
Al cinema, negli ultimi mesi, lo abbiamo visto rappresentato in maniera banale e patinata nel musical Burlesque con la coppia Aguilera-Cher, operazione puramente commerciale dal valore artistico praticamente nullo.
Ora è la volta del regista-attore francese Mathieu Amalric (Lo scafandro e la farfalla - 2007), che alla guida di un cast praticamente perfetto riesce a consegnare allo spettatore una storia credibile dove il burlesque con le sue piume e paillettes, le provocazioni sexy e il trucco esagerato fa da sfondo.
Sul palcoscenico nessuna giovanissima da rivista patinata per adulti né tantomeno stagionate siliconate all'inverosimile, ma donne prosperose e debordanti capaci di movenze da gatte.
Un ritratto vivo e palpitante di un mondo che di notte vive di falsi splendori e futili successi, ma che di giorno deve fare i conti con incertezze e inquietudini vissute in anonimi scompartimenti di treni o stanze di alberghi.
Tournèe è un'orgia di sensazioni contrastanti, ma soprattutto una discesa nei luoghi dell'anima, nel profondo dei sentimenti, che il regista simboleggia con il livello dei locali dove si esibiscono le sue splendide artiste e degli alberghi dove alloggiano, che si abbassa sempre di più con l'avanzare della storia.
Film a tratti struggente e forse anche crudele ma di indiscutibile bellezza, penalizzato più del dovuto dal doppiaggio italiano.
Premiato a Cannes 2010 per la miglior regia anche se in realtà non mancano alcuni errori nei dettagli.
Intelligente e amaro.
venerdì, marzo 25, 2011
Greemberg
Greembergregia di Noah Baumbach
Due pesci nello stesso acquario non è detto che vadano d’accordo: spazi da condividere e la difficoltà di riconoscersi nell’altro possono essere un problema. Harry (Greemberg) e Florence sono proprio così, immersi in un microcosmo di apatia che li separa dal mondo e da se stessi. Una dimensione autistica che il film rende evidente fin da subito, presentandoci le rispettive distanze attraverso immagini semplici ma dirette: lui arroccato dentro la villa del fratello nel quale dovrà smaltire i postumi di un esaurimento nervoso, lei all’interno di una macchina che attraversa la città: l’occhio del regista li segue nel loro agire impacciato, assecondando le linee di gesti continuamente ripensati: due bolle d’aria sul punto di esplodere se non fosse per la paura di doversi confrontare con quello che c’è fuori. Il loro incontro è tanto casuale quanto necessario a definire un esistenza altrimenti destinata a reiterare l’anonimato di lavori che non sono tali (lui musicista fallito ed ora carpentiere, lei impiegata a tempo pieno del di lui fratello) ed il vuoto di amori andati a male.
Ultimo capitolo di un'ideale trilogia ("Il calamaro e la balena", "Margott at the wedding") , Baumbach completa il suo percorso cognitivo con un film che radicalizza i temi e le nevrosi già presenti nei precedenti lavori. Se nella prima fase la famiglia e le sue dinamiche erano rappresentate all’interno di un panorama istituzionalizzato ed in fin dei conti ancora valido, seppure indebolito nella sue figure dominanti (padri madri, mogli e mariti sono sempre sotto tutela), qui il processo di detrimento condiziona i personaggi non solo in termini sociali, privandoli dei normali punti di riferimento, ma anche a livello psicologico, togliendo loro qualsiasi spirito d’iniziativa: Harry e Florence appaiono così catapultati all’interno di un palcoscenico dove tutto il resto, gli amici, le ex mogli, e quel che resta del consesso familiare non sono altro che un espediente per dare voce alla propria coscienza e rileggere il passato alla luce delle nuove consapevolezze. Ne deriva una sorta di seduta psicanalitica che non risparmia nulla e nessuno, e fa tabula rasa di ogni compromesso. Greenberg diventa allora un “Drugo” privo di umorismo, un Savonarola destinato a portarsi dietro le stimmate della propria insoddisfazione. Il finale aperto e lo spiraglio di un nuovo inizio riescono solo in parte ad allentare la sensazione di una realtà senza scampo.
Alla stregua di molti registi della nuova generazione, anche Baumbach gira con un occhio rivolto al cinema americano degli anni '70, a cui ruba non solo l’attenzione maniacale nella costruzione psicologica dei personaggi ma anche la tendenza ad analizzare la società americana attraverso l’esemplarità dei personaggi che descrive: ed anche questa volta lo fa appoggiandosi ad una sceneggiatura estremamente dialogata e con una direzione attoriale che punta molto sulle differenze fisiognomiche (il corpo da amazzone di Florence e quello gracile e nervoso di Harry) e sulla capacità di Ben Stiller di far convivere una popolarità prettamente comica all’interno di un personaggio lontano da quel temperamento. Lo straniamento che ne deriva insieme alla capacità di traghettare lo spettatore all’interno di un mondo a compartimenti stagno, completamente impermeabile ai cambiamenti della storia, sono al tempo stesso il pregio ed il limite di un film che rischia l’autoreferenzialità.
23/08/10
Recensione pubblicata su ONDACINEMA
giovedì, marzo 24, 2011
Film in sala dal 25 marzo 2011
(No Strings Attached)
GENERE: Commedia, Romantico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Ivan Reitman
El cantante
(El cantante)
GENERE: Biografico, Drammatico, Musical
ANNO: 2006
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Leon Ichaso
Frozen
(Frozen)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Adam Green
Lo stravagante mondo di Greenberg
(Greenberg)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Noah Baumbach
Non lasciarmi
(Never let me go)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: Mark Romanek
Questo mondo è per te
(Questo mondo è per te)
GENERE:
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Francesco Falaschi
Silvio Forever
(Silvio Forever)
GENERE: Documentario
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Roberto Faenza, Filippo Macelloni
Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata
(Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata)
GENERE: Thriller
ANNO: 2011 DATA: 25/03/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Carlo Vanzina
Space Dogs 3D
(Belka i Strelka. Zvezdnye sobaki)
GENERE: Animazione
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Russia
Sucker Punch
(Sucker Punch)
GENERE: Azione, Thriller, Fantasy
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Zack Snyder
martedì, marzo 22, 2011
Intervista a Nicola Palmeri
Intervista a Nicola Palmeri Come mai un documentario su Tano Cimarosa, ci pensavi da tempo, oppure un'occasione presa al volo?
All’inizio volevo fare un corto con lui. Avevo un soggetto che poteva essere perfetto, ma non c’erano i presupposti per realizzare un buon lavoro. Sia perché non c’erano i soldi sia perché lui stava già poco bene di salute e quindi le cose si sarebbero complicate. Non mi andava di farlo tanto per girare e poter dire che avevo fatto un corto col mitico Cimarosa. Decisi semplicemente di intervistarlo per confezionare un video, un omaggio. Ma appena lo vidi davanti alla mia videocamera rimasi colpito da quel suo volto visto e rivisto nei tanti film. Decisi allora di andare a Roma per continuare ad intervistarlo. Grazie all’aiuto di un’amica che avevamo in comune riuscii ad entrare nell’appartamento dove viveva a Roma. Era una casa piccola, tappezzata da tantissime sue foto. C’era tutta la sua vita. E c’erano tantissimi pupi costruiti da lui. Una casa davvero particolare. Devo dire che in Sicilia mi è capitato spesso di incontrare personaggi che come Tano hanno fatto delle loro abitazioni una sorta di museo con i cimeli della loro vita. Ma quella di Cimarosa era particolare perché non era solo la sua storia ad essere appesa alle pareti ma era per certi versi anche la storia del cinema italiano, o meglio di quel tipo di cinema che aveva fatto lui.
Cimarosa si è mostrato subito disponibile oppure hai dovuto conquistare la sua fiducia?
No anzi, era felicissimo che si stesse facendo un documentario su di lui. Voleva sapere chi avevo contattato e si è messo subito a disposizione come lui stesso racconta davanti alla telecamera in una scena del backstage del film stesso.
Progetti per il futuro?
Ho appena finito di scrivere a due mani la sceneggiatura di un corto. Spero di poterlo girare al più presto, compatibilmente con le altre mie produzioni e con gli altri progetti che riguardano la mia seconda passione che è l’informatica.
LO CHIAMAVANO ZECCHINETTA
LO CHIAMAVANO ZECCHINETTARegia: Nicola Palmeri
Il documentario ripercorre la lunga carriera dell'attore siciliano TANO CIMAROSA (scomparso nel 2008) attraverso i racconti del protagonista, la voce del compianto Gregorio Napoli (che in alcuni frangenti imita le gag di Ciprì e Maresco che lo videro spesso protagonista) e le testimonianze di Giuliano Gemma, Nino Frassica, Leo Gullotta, Tony Sperandeo, Franco Nero e altri artisti e attori amici di Tano Cimarosa.
Il ruolo di Zecchinetta ne Il giorno della civetta (Damiano Damiani, 1967) impose il volto di Tano Cimarosa nel panorama cinematografico italiano, facendone uno dei caratteristi più richiesti dai registi di casa nostra.
Oggi dare del caratterista ad un attore pare come voler sminuire le sue capacità, basta un passaggio televisivo, una particina in qualche fiction e un po di gossip costruito ad arte su qualche rivista conseziente per far si che un qualunque attore reclami ruoli da star.Tutto questo ha concorso (insieme ad altri fattori) a portare alla scomparsa di un mondo che ha contribuito in maniera determinante a rendere "grande" il cinema italiano dagli anni '50 sino alla fine degli '80 e di conseguenza ad un impoverimento di quello attuale.
Una galleria sterminata di volti e personaggi di secondo piano, che con professionalità e impegno hanno arricchito tante pellicole.
Senza dilungarci, ma al solo scopo di rendere più chiaro quanto detto, basti pensare alla Tina Pica di tante commedie degli anni '50 e '60; al Mario Brega della Trilogia del dollaro di Sergio Leone o a cosa sarebbero stati i tanti Fantozzi senza Gigi Reder; per non parlare di attori come Memmo Carotenuto e Tiberio Murgia, solo per citarne alcuni.Tano Cimarosa è stato uno dei più grandi esponenti di questa categoria di attori, prendendo parte ad oltre 50 film.
Ha lavorato con i più grandi registi del panorama nazionale, ed è stato l'attore feticcio di Damiano Damiani e Giuseppe Tornatore che lo hanno voluto in molte delle loro pellicole. Palmeri racconta il Cimarosa attore, attraverso annedoti, ricordi, incontri.
Descrive con precisione l'uomo che si fece maschera grazie al talento naturale che lo rese il più siciliano dei siciliani da film.
"Lo chiamavano Zecchinetta" non è un documentario che si prefigge di esaltare le doti di Tano Cimarosa, ma piuttosto cerca di trasmettere, con leggerezza e sponataneità, la passione e forse anche quel pizzico di orgoglio di un artigiano della recitazione, di un puparo messinese che divenne attore.
per saperne di più: "Lo chiamavano Zecchinetta", un docufilm in download gratuito per uno dei più grandi caratteristi siciliani" (cinerepublic)
venerdì, marzo 18, 2011
RANGO
RANGO Regia: Gore Verbinski
Rango (il nome è un esplicito riferimento a Django 1966 di S. Corbucci) è una lucertola che vive in un terrario.
A causa di un incidente stradale, il contenitore in cui vive viene scaraventato via dall'autovettura che lo trasporta e lui si ritroverà nel deserto tra Usa e Messico, dove sarà costretto a fronteggiare cactus, pistole e sombreros con sotto facce da bandito.
Avventura western in salsa messicana con chiaro riferimento a Sergio Leone e allo spaghetti-western in generale (che al contrario del western americano era spesso ambientato in questi luoghi). Diretto da Gore Verbinski (trilogia dei Pirati dei caraibi), sceneggiato da John Logan (Il Gladiatore 2000 - The Aviator 2004) e realizzato dalla Industrial Light & Magic di George Lucas, alla loro prima esperienza con l'animazione.
Nella versione originale la voce di Rango è quella di Johnny Depp.
Cartone divertente per tutte le fasce di età, dove le poche situazioni comiche per bambini si fondono con i tanti riferimenti cinematografici......e a un certo punto si materializza anche Clint Eastwood!
giovedì, marzo 17, 2011
Film in sala dal 18 marzo 2011
(Amici miei - come tutto ebbe inizio)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Neri Parenti
Beyond
(Beyond)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Svezia, Finlandia
REGIA: Pernilla August
Dylan Dog
(Dylan Dog: Dead of Night)
GENERE: Horror, Thriller, Mystery
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Kevin Munroe
Gnomeo e Giulietta
(Gnomeo and Juliet)
GENERE: Animazione, Fantasy, Family
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: Kelly Asbury
Nessuno mi può giudicare
(Nessuno mi può giudicare)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Massimiliano Bruno
Sorelle mai
(Sorelle mai)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Marco Bellocchio
Street Dance 3D
(StreetDance 3D)
GENERE: Drammatico, Sentimentale, Musicale, Dance movie
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Max Giwa, Dania Pasquini
Tournée
(Tournée)
GENERE: Commedia
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Mathieu Amalric
lunedì, marzo 14, 2011
THE FIGHTER
THE FIGHTER Regia: David O. Russel
La vera storia di Mickey Ward, pugile privo di grande talento ma duro come una roccia, che nonostante le fratture alle mani, procurategli da un poliziotto, riesce a diventare campione del mondo.
Mickey, vive con la numerosa famiglia a Lowell, Massachusetts, dove il fratellastro Dickie (C. Bale) ex pugile di buon livello, ora schiavo del crack, è una leggenda (locale) della boxe.
Dickie e la madre Alice (M. Leo) sono anche, rispettivamente, allenatore e manager di Mickey.
I due non riescono nei loro ruoli, in quanto spesso mandano allo sbaraglio contro avversari impossibili il giovane Mickey, al solo scopo di racimolare qualche dollaro.
Strana storia quella di David O. Russel, regista di talento che era inspiegabilmente scomparso dalle scene dopo il validoThree Kings (1999).
C'è chi insinua che il suo non sia stato un esilio volontario, ma piuttosto che abbia pagato le furiose liti con Christopher Nolan e George Clooney, esilio che ha avuto fine quando Mark Wahlberg (protagonista e produttore del film) lo ha chiamato per dirigere questo The Fighter.
Il cinquantaduenne regista non delude e dimostra di conoscere il mestiere, dirigendo con mano sicura un film carico di retorica, come ovvio per un film sulla boxe e dalla consueta trama con discesa all'inferno e risalita verso la gloria del pugile
Grande merito del regista è quello di far emergere l'ignoranza, lo squallore, l'emarginazione di quell'America che raramente vediamo rappresentata sugli schermi in maniera cosi realistica.
Premio Oscar come migliori attori non protagonisti per Christian Bale e per la tostissima Melissa Leo che qualche tempo fa avevamo segnalato per l'ottima intrpretazione in Frozen River.
venerdì, marzo 11, 2011
Il buongiorno del mattino
di Roger Michell
Il buongiorno del mattino (Morning Glory) è una commedia che ricalca con poche variazioni personaggi e situazioni di un campione del genere come "Il diavolo veste Prada": anche qui c’è una giovane di belle speranze alle prese con un moloch lavorativo; anche qui il mondo si divide in buoni e cattivi senza alcune sfumature e la televisione come la moda risulta allo stesso modo affascinante e crudele.
Se poi il punto di vista del film corrisponde a quello di un personaggio la cui centralità è il frutto di una scelta soggettiva piuttosto che meritocratica, Becky come Andrea la segretaria di Miranda Priestly è una pedina del sistema valorizzata da un primato assegnatole dall’esterno piuttosto che da un evidenza desunta dal contesto in cui opera dove invece la palma del primato spetta ad altri, allora le analogie diventano quasi imbarazzanti.
D’altronde muovendosi in una situazione di rimozione generale che riguarda tanto gli aspetti del reale, ripulito di qualsiasi complessità, che quelli individuali, condizionati da pulsioni sessuali continuamente represse se non completamente assenti, la Commedia puritana pur mantenendosi attaccata alle proprie tradizioni nella costruzione delle sue storie, con la solita dialettica tra personaggi antitetici che finiranno per amarsi, e nei dialoghi, controllatissimi anche laddove si vorrebbe far credere il contrario, tenta di risollevarsi adottando un format intergenerazionale contente vecchie volpi come Harrison Ford e Diane Keaton, bloccati una recitazione così legnosa da contribuire non poco all’insuccesso del film, e nuove leve dello star system hollywoodiano come Rachel Mc Adams, in odore di santità per la partecipazione con un ruolo importante al nuovo film di Terrence Malik e qui impegnata ad interpretare un concentrato di virtù così esagerato da risultare incredibile persino ai fans più sfegatati.
Un tentativo destinato a riuscire quando le Muse ispirano i propri adepti (è il caso del Jack Nicholson di Qualcosa è cambiato o della Streep nel ruolo della perfida Miranda Priestly ), ma il più delle volte semplice stratagemma per ampliare la fascia d’età dei possibili fruitori.
E questo è appunto il caso di "Morning Glory", titolo dello show televisivo che fa da sfondo ad una vicenda incentrata sui tentativi di una giovane produttrice di evitare la cancellazione di quel programma, gravemente condizionato dalla scarsa attitudine di una vecchio giornalista costretto alla conduzione da una clausola contrattuale scovata dall’instancabile ragazza e deciso per questo a vanificarne gli sforzi.
Monopolizzato dal conflittuale rapporto tra i due contendenti ed alleggerito dagli interventi semiseri degli altri comprimari, ivi compresi quelli di una Diane Keaton fortemente declassata da una sceneggiatura che riduce il suo ruolo ad un nulla rumoroso, il film si mantiene sulla superficie delle cose, promuovendo un etica del lavoro fintamente criticata ma in realtà consolidata in una progettualità matrimoniale che nella scena conclusiva di chapliniana maniera trova la sua triste apoteosi, e riducendo la televisione e le sue liturgie ad una serie di aneddoti, a volte divertenti a volte fastidiosi, che accompagnano la querelle al risaputo lieto fine.
Ultimo esempio di un genere fortemente in crisi, (ancora peggio ha fatto Albert Brooks con lo sconcertante "Come lo sai?") il film diretto da Roger Michell segna un altro passo a favore di quelle produzioni concorrenti che pur segnalandosi per la loro arroganza verbale ed una certa sciatteria riescono però a dialogare con il proprio pubblico costruendosi una precisa identità, esattamente il contrario di quello che avviene in "Morning Glory".
pubblicato su ondacinema.it
giovedì, marzo 10, 2011
Film in sala dall'11 marzo 2011
(L'Age de raison)
GENERE: Commedia, Sentimentale
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Yann Samuell
Gangor
(Gangor)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia, India
REGIA: Italo Spinelli
Holy Water
(Holy Water)
GENERE: Commedia
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Tom Reeve
I ragazzi stanno bene
(The Kids Are All Right)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia, USA
REGIA: Lisa Cholodenko
Il rito
(The Rite)
GENERE: Drammatico, Horror
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Mikael Håfström
Le Stelle Inquiete
(Le Stelle Inquiete)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Emanuela Piovano
Ramona and Beezus
(Ramona and Beezus)
GENERE: Commedia, Family
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Elizabeth Allen (III)
Rango
(Rango)
GENERE: Animazione, Azione, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Gore Verbinski
Tutti al mare
(Tutti al mare)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Matteo Cerami
mercoledì, marzo 09, 2011
127 ORE
127 ORE Regia: Danny Boyle
La vera, incredibile storia di Aron Ralston (James Franco), un alpinista americano, in questo caso superficiale, intrappolato in un canyon dello Utah.
Danny Boyle è regista dalle indubbie capacità, che alterna grosse produzioni a film dal budget medio-basso.
Se si esclude il trionfo di The Millionaire (8 Oscar) il regista inglese ha messo a segno i suoi colpi migliori quando si è cimentato con produzioni "minori" come 28 giorni dopo (2002) e l'ormai film di culto Trainspotting (1996), mentre quando ha avuto a disposizione budget importanti è andato incontro a flop clamorosi come nel caso di The Beach (2000).
Forse è questo il motivo che lo ha spinto a rinunciare alle mega offerte hollywoodiane piovutegli addoso dopo il successo planetario di The Millionaire, per girare questo 127 Ore.
Nel raccontare questa storia, Boyle sfida se stesso, cercando di portare sullo schermo l’assenza di movimento.
Ci riesce usando l'escamotage del flashback e delle allucinazioni di cui è vittima il protagonista.
Ci riesce grazie ad alcuni virtuosismi, alla fotografia, al montaggio pop e soprattutto grazie ad alcune trovate come quella che simula la presenza della mdp all'interno degli oggetti.
Il regista inglese porta il suo protagonista nelle viscere della terra per dimostrare al pubblico che dall'assenza di movimento fisico può scaturire un furioso dinamismo mentale, così mentre il corpo è inchiodato la mente partorisce pensieri e viene violentata da stati allucinatori. Se durante la visione si tiene ben presente che siamo dinanzi ad una storia realmente accaduta, alcune scene potrebbero risultare insostenibili.
Metafora sul rapporto uomo-natura e chiaro messaggio, in salsa americana, della rinascita spirituale dopo la sofferenza fisica.
Fastidiosamente infarcito di pubblicità, per niente occulta.
Presentato in anteprima durante l'ultimo Torino Film Festival.
Fair Game
Fair GameLe bugie che portarono alla guerra irachena e la voglia di un attore di rappresentare quella parte di America che provò a ribellarsi: ingredienti di un cinema impegnato diluiti nella forma di un prodotto di consumo che se non nella sostanza si avvicina almeno nello spirito al desiderio di rappresentare il proprio tempo e gli uomini che ne fanno parte.
Ed in questo senso il film di Doug Liman non omette niente, partecipando lo spettatore di nomi e cognomi ed agevolando la lettura delle vicende piuttosto complicate che segnarono la vita di Valerie Plam, agente della Cia sottocopertura la cui copertura fu rivelata pubblicamente dall’amministrazione Bush come risposta ad un articolo in cui il di lei marito smentiva l’esistenza di una minaccia nucleare da parte dell’Iraq.
Il film segue la vicenda in maniera cronologica, privilegiando il punto di vista di chi si deve difendere dall’attacco del Leviatano: supportato dai resoconti scritti di chi quella storia la visse veramente Doug Liman non riesce ad evitare certa enfasi retorica soprattutto nell’esposizione troppo sintetica che non deve omettere nulla delle ragioni degli uni e degli altri, oppure espedienti troppo conclamati come quelle delle cene amicali inserite nel film in maniera sistematica per fornire attraverso le discussioni estemporanee il polso di un opinione pubblica altrimenti emarginata dalla condizioni di isolamento che caratterizzò la vita dei due coniugi.
Interpretato con inaspettata sobrietà da un Sean Penn che sembra volersi rifare alla vocazione liberal che fu già di Redford/Hoffman in “Tutti gli uomini del presidente” e che nell’attore, presente nei luoghi della guerra per sostenere i diritti del popolo inerme e vittima predestinata dei bombardamenti americani, assume un plus valore di assoluta credibilità, e con una Naomi Watts professionalmente ineccepibile, Fair game non fa fatica a deludere politologi ed appassionati per la mancanza di approfondimento, così come sul piano strettamente cinematografico tutti coloro che di fronte a tali ingiustizie invocano crociate e furori calvinisti.
In realtà nella paura di risultare fazioso il film raffredda il pathos, cercando di privilegiare l’evidenza dei fatti. Non sempre gli riesce, soprattutto nel versante privato in cui prevale una drammaturgia di facile consumo, costruita contrapponendo l’onestà dei protagonisti al malaffare del mondo esterno.
Difetti che solo in parte posso spiegare la disaffezione del pubblico addestrato a ben altra rozzezze e che invece deve essere ricercata nello scarso appeal cinematografico del tema (la dietrologia delle nuove guerre non sono mai state premiate al botteghino) e nella scarsa disponibilità dei due interpreti a flirtare con uno spettatore che ama essere vezzeggiato.
Ciò nonostante il film è migliore dell’accoglienza ricevuta e merita almeno una visione.
lunedì, marzo 07, 2011
IL GRINTA
IL GRINTAdi J. e E. Coen
La quattordicenne Mattie Ross (H. Steinfeld) assolda lo sceriffo Cogburn (J. Bridges) per catturare Tom Chaney (J. Brolin) che le ha ammazzato il padre.
Alla caccia all'uomo, rifugiatosi in territorio indiano, si unirà il ranger texano La Boeuf (M. Damon).
Nel 1969 piombò sugli schermi l'innovativo e revisionista Mucchio Selvaggio di Sam Peckinpah.
Tra il 1964 e il 1966 Sergio Leone con la sua "Trilogia del dollaro" aveva stravolto i canoni del western classico.
Ecco perché quando nel 1969 arrivò nelle sale il Grinta interpretato da John Wayne e diretto da Harry Hathaway, risultò essere una pellicola arrivata fuori tempo massimo, un film vecchio stile o forse vecchio e basta.
Per questo motivo fondamentale, per i fratelli Coen, non avrebbe avuto senso mettere in piedi un remake del film di Hathaway.
Infatti, i fratelli del Minnesota, per quanto possibile, cercano di tenersi lontano dalla pellicola che portò all'oscar il duca e ci offrono una personale rilettura del racconto (pubblicato a puntate sul Saturday Evening Post nel 1968) di Charles Portis.
Joel e Ethan Coen si insinuano nelle pagine del romanzo, rileggendolo e fornendo la loro personale visione della vicenda, che porta ad un ridimensionamento del ruolo del ranger La Boeuf e soprattutto rende molto più agguerrita e bellicosa la quattordicenne Mattie Ross.
Esteticamente virano con decisione prima sul truculento, nella scena del capanno, e poi sfiorano il lisergico sia quando si materializza l'indiano che porta via il cadavere dell'impiccato sia durante la sfiancante galoppata notturna.
Il direttore della fotografia Roger Deakins, inoltre, ci mette del suo trasformando lo scontro notturno tra La Boeuf e la banda di Lucky Ned (B. Pepper) in una partita di baseball giocata con la luce artificiale.
Praticamente perfetto l'imponente J. Bridges nei panni dello sceriffo alcolizzato, dai modi rudi e sbrigativi.
Film sul distacco, la separazione, la perdita.
Ennesima sfida dei fratelli Coen, che per la prima volta sono riusciti ad abbattere il muro dei cento milioni di dollari di incasso negli Stati Uniti, cosa non riuscita neanche a capolavori come Il grande Lebowsky (1998) e Non è un paese per vecchi (2007).
Curiosità: nel Grinta del 1969 la benda del protagonista era sull'occhio sinistro, in questa versione è posizionata su quello destro.
giovedì, marzo 03, 2011
Film in sala dal 3 marzo 2011
(Beyond)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Svezia, Finlandia
REGIA: Pernilla August
Easy girl
(Easy A)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Will Gluck
Il buongiorno del mattino
(Morning Glory)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Roger Michell
Il gioiellino
(Il gioiellino)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia, Italia
REGIA: Andrea Molaioli
La vita facile
GENERE: Drammatico, Sentimentale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Lucio Pellegrini
Piranha 3D
(Piranha 3-D)
GENERE: Horror
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Alexandre Aja
The Fighter
(The Fighter)
GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: David O. Russell
Una cella in due
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Nicola Barnaba
lunedì, febbraio 28, 2011
Sono il numero quattro
Un mondo dicotomico in continua spola tra forme di aggregazioni istituzionalizzate come la famiglia, luogo della ragione e del buon senso, e la scuola, territorio di formazione dove si decidono le sorti della gioventù, verrebbe da dire dell'umanità intera se è vero che lo scontro finale tra buoni e cattivi avverrà nel campo da football del liceo, ed un senso di alienazione che in simili vicende sembra la chiave più efficace per esplorare i territori dell'amicizia e dell'amore.
Ed è proprio per questa spiccata propensione verso le vicende del cuore che il film, sulla scia di un prodotto come "Twilight", capace di rileggere la saga dei vampiri con gli strumenti di un romanzo d'appendice, riesce a creare le condizioni per una partecipazione che non si ferma alla meraviglia ma arriva a coinvolgere la sfera emozionale.
Così dopo una scena d'apertura tanto crudele quanto spettacolare la sceneggiatura incomincia una sorta di lavoro ai fianchi dello spettatore, da un lato immergendolo nelle atmosfere ovattate e sognanti di una provincia americana immersa in una natura solare e vitale e le cui promesse di american dream sono evidenti nell'alchimia di due protagonisti destinati a reiterare un immaginario di prosperità familiare, dall'altra disseminando indizi ed atmosfere sul tipo de "il buio si avvicina", anche qui il contatto è frutto di un avvicinamento continuamente rimandato ma allo stesso tempo inesorabile, con improvvise sottrazione di colore a favorire un oscurità densa di presagi e restringimenti di campo che rendono il senso di una situazione senza via di scampo.
Da una parte il male con i suoi segni di morte, visi tatuati e pastrani neri, simili a quelli indossati dalle gerarchie naziste, dall'altra la faccia buona dell'America con le sue facce slavate e gli indumenti di un disimpegno calcolato sono gli altri segni di un manicheismo funzionale ad una storia che non ammette vie di mezzo.
Usando cromatismi artificiali utili ad enfatizzare gli aspetti fiabeschi di una vicenda che si mantiene lontana da qualsiasi forma di realismo e supportato da uno script perfettamente oliato (la sceneggiatura è degli stessi autori di Smalville) Caruso filma con disinvoltura, creando meccanismi di suspense ad orologeria in cui la continua sottrazione di certezze è riequilibrata dalla tipicità della situazioni. Forte di una modernità di tipo classico che privilegia una messa in scena di ampio respiro, con riprese più vicine allo stile "long take" che a quello frammentato, il regista si dimostra all'altezza di un film che non viene mai meno alle sue qualità di puro intrattenimento.
(pubblicata su ondacinema.it)
venerdì, febbraio 25, 2011
Amore ed altri rimedi
Hard Sell: The Evolution of a Viagra Salesman di J. Reidy il film racconta l’incontro di due personalità apparentemente diverse come Jamie (un Jake Gyllenahall in versione salutista), diviso tra il lavoro di rappresentante farmaceutico e la passione per le donne ed appunto Maggie, decisamente indipendente e riottosa a qualsiasi tipo di legame. Ad unirli è inizialmente l’intesa sessuale poi, anche l’amore: il tutto complicato dalle condizioni di salute di lei, affetta dal morbo di parkinson, e dalle oscillazioni del mercato farmaceutico preso d’assalto dalle spasmodiche richieste del Viagra, di cui Jamie è il fortunato venditore e che in qualche modo sembra condizionare gli umori dei due amanti.
Sulla scia di un film come “Amore al 90°” in cui gli alti e bassi di una coppia dipendevano dai risultati della squadra del cuore del protagonista anche qui l’originalità del testo consiste soprattutto nel mettere in relazione le alchimie del cuore con la chimica del medicinale, contrapponendo il vitalismo naturale dei due amanti con quello artificiale ed un po’ forzato derivato dal Viagra. Ed è soprattutto nella sua fase più sbarazzina, quella in cui gli opposti stentano a conciliarsi, in cui le ritrosie fanno a gara con l’attrazione che il film e gli attori danno il meglio di sé: così se da una parte l’accostamento di due attori che si erano già sfiorati nell’ormai famoso Brokeback Mountain risulta credibile soprattutto perché riesce a trasmettere il divertimento ed il piacere di quelle situazioni e nonostante Edward Zick, regista d’attori, sia bravo a raffreddare l’ atmosfera, inserendo momenti di puro pragmatismo se non di cinismo legati ai tentativi di Jamie e dei suoi colleghi di vendere il prodotto anche a costo di immani sacrifici (come quello di andare a letto con una segretaria bruttina ma indispensabile per arrivare all’obiettivo), il film non riesce ad andare fino in fondo, ad esplorare quel rapporto con uno sguardo svincolato dalle convenzioni del cinema mainstream. Sarà per la voglia di strafare o forse per evitare di offendere il pubblico pagante con un eccesso di libertinaggio (per l’occasione la Hathaway esibisce un topless diventato materiale di culto per gli internauti) la storia ad un certo punto fa marcia indietro, precipitando nel cinema dei sensi di colpa e del dolore, un po’ sul modello di Love story, un po’ assecondando la moda dei telefilm ospedalieri, con Maggie resa inabile dal morbo e Jamie distrutto dal dolore e dai tentativi di salvarla da un destino senza futuro. Tra inserti che alla maniera del cinema verità (peraltro ricercata anche nella scelta di una location come Pittsburgh famosa per le sue tradizioni in campo medico) illustrano il decorso della malattia e lasciano spazio alle testimonianze di persone realmente malate il film sembra quasi volerci far sentire le conseguenze di una vita presa con leggerezza e fuori dagli schemi, come se la libertà sessuale manifestata dalla coppia fosse la causa di questo triste conclusione. L’epilogo finale, con un aggiustamento in corso d’opera che sembra voler salvare capra e cavoli, della serie fate pure le vostre cose ma con una certa moderazione, non serve a farci passare la sensazione di un tradimento consumato a mente fredda. Più che un brutto film “Amore ed altri rimedi” è un occasione mancata, un'altra commedia da mettere nell’archivio di un anonimato di cui si può facilmente fare a meno.
giovedì, febbraio 24, 2011
IL CIGNO NERO - BLACK SWAN
IL CIGNO NERO - BLACK SWAN Regia: Darren Aronofsky
Nina (N. Portman), ballerina del New York City ballet, è ambiziosa e molto competitiva.
Il regista e coreografo Thomas Leroy (V. Cassel), dopo aver licenziato la prima ballerina (W. Ryder) le affida il ruolo di protagonista in una versione del Lago dei Cigni.
Aronofsky dopo aver affondato la mdp nella carne martoriata di Mickey Rourke in The Wrestler (2008) torna con questo Black Swan, riprendendo in un certo senso il discorso iniziato nel film precedente, trasformando il ring in palcoscenico, e ammiccando, forse, a David Cronenberg.
Storia di rivalità artistica, della competizione all’interno di un mondo delimitato, di un morboso rapporto tra madre e figlia.
Nina è una ragazza che ha conosciuto solo disciplina e rigore, che ha visto la propria esistenza soffocata dall'ambizione e da una madre frustrata che ha riposto su di lei ogni aspettativa.
Cigno bianco o cigno nero, bene e male convivono nella mente malata di Nina, introversa e casta e allo stesso tempo allucinata e paranoica.
Thriller dai contorni psicologici, probabilmente (anche) una parabola sulla perdita d'identità.
Il Cigno nero deve qualcosa alla letteratura (Dostoevskij) e soprattutto a quel capolavoro assoluto che è La Pianista (2001) del maestro Michael Haneke.
Le scene esplicite(?) di sesso saffico (per i puritani statunitensi, che minacciavano il boicottaggio) hanno convinto i produttori ad investire solo 13 milioni di dollari (quando la Portman si è incrinata una costola, per pagare il medico da far arrivare sul set è stata sacrificata la roulotte in dotazione alla stessa attrice).
Qualche luogo comune sul competitivo mondo del balletto classico e sulla sessualità, non scalfiscono questo buon film che merita la visione.
Per gli amanti delle curiosità, la bravissima Portman piange anche in questa occasione.
Film in sal dal 25 febbraio 2011
(127 Hours)
GENERE: Biografico, Drammatico, Avventura
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: Danny Boyle
Body
(Body sob 19)
GENERE: Drammatico, Horror, Thriller, Mystery
ANNO: 2007
NAZIONALITÀ: Thailandia
REGIA: Paween Purikitpanya
Ladri di cadaveri
(Burke and Hare)
GENERE: Commedia, Horror
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: John Landis
Manuale d'amore 3
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giovanni Veronesi
Ramona and Beezus
GENERE: Commedia, Family
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Elizabeth Allen (III)
Shelter - identità paranormali
(Shelter)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Måns Mårlind, Björn Stein
Unknown - senza identità
(Unknown)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Jaume Collet-Serra
giovedì, febbraio 17, 2011
Film in sala dal 18 febbraio 2011
(Love and Other Drugs)
GENERE: Commedia, Sentimentale
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Edward Zwick
Come lo sai
(How Do You Know)
GENERE: Commedia, Drammatico, Sentimentale
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: James L. Brooks
Il cigno nero - Black Swan
(Black Swan)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Darren Aronofsky
Il grinta
(True Grit)
GENERE: Drammatico, Western, Avventura
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Joel Coen, Ethan Coen
Il padre e lo straniero
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Ricky Tognazzi
Sono il numero quattro
(I Am Number Four)
GENERE: Azione, Fantascienza
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: D.J. Caruso
The Shock Labyrinth: Extreme 3D
(Senritsu meikyû 3D)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Giappone
REGIA: Takashi Shimizu
Un gelido inverno
(Winter's Bone)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Debra Granik
martedì, febbraio 15, 2011
INTO PATRADISO
INTO PATRADISO Regia: Paola Randi
Alfonso D'onofrio (Gianfelice Imparato) è uno scienziato a cui l'università non rinnova il contratto di lavoro.
Per poter riottenere il suo posto di ricercatore, su suggerimento di un amico, Alfonso si rivolge al politico Vincenzo Cacace (Peppe Servillo, fratello di Toni e cantante degli Avion Travel) che intrattiene pericolosi rapporti con una boss della camorra.
Il politico Cacace raggira l'ingenuo Alfonso e lo coinvolge in una guerra tra camorristi, braccato da alcuni killer, Alfonso si rifugia in un vecchio palazzo abitato integralmente da immigrati provenienti dallo Sri Lanka, ritrovandosi esule in Patria.
Commedia nera surreale e a tratti stravagante che l'esordiente milanese Paola Randi infarcisce di leggerezza e ironia smorzandone i toni tragici.
Into Paradiso vuole essere metafora dell'integrazione e dell'accoglienza, utilizzando amicizie improbabili, amori impossibili, convivenze forzate.
Ottima prova di Gianfelice Imparato che sa essere mattatore senza risultare invadente.
Qualche caduta nella sceneggiatura, ma nell'insieme un esordio coraggioso e apprezzabile, al pari di alcune ottime trovate come la proiezione delle immagini sugli oggetti.
Pellicola a metà tra Mio Cognato (2002) di A. Piva e Tano da morire (1997) di R. Torre.
Il titolo del film fa riferimento al palazzone in cui si svolge la storia che si trova nel quartiere Cavone a Napoli.
lunedì, febbraio 14, 2011
IL DISCORSO DEL RE
IL DISCORSO DEL RE Regia: Tom Hooper
Edoardo VIII (Guy Pearce), figlio maggiore di Giorgio V è destinato a sedere sul trono dell'impero britannico, ma preferisce abdicare pur di sposare l'amata Wally Simpson, già divorziata e con una pessima fama, "costringendo" il fratello Albert, timido e balbuziente a diventare re.
In un tempo in cui un primo ministro si dimetteva per non aver colto in tempo la gravità della situazione politica (la minaccia Hitler); in un tempo in cui decoro e competenza risultavano essere valori necessari per governare; in un tempo in cui un' intera Nazione è chiamata a stringersi al suo re per non finire sepolta dalle macerie della storia, Giorgio VI, a causa della propria balbuzie, si sente e, soprattutto, appare agli occhi dei suoi sudditi, inadeguato a ricoprire il ruolo di guida della Nazione.
Nel momento più importante del secolo scorso, vacilla e balbetta mentre i dittatori fascisti di Germania e Italia usano la loro voce per esaltare le folle.
Dopo essersi fatto curare dai medici di corte senza risultati apprazzabili, l'amorevole moglie Elisabeth (Helena Bonham Carter) lo affida alle cure dell'attore mancato Logue (Geoffrey Rush) reinventatosi logopedista, che con dei metodi poco ortodossi, ma assai efficaci, cercherà di aiutare il nuovo re.
Il discorso del re riesce a trasmettere perfettamente le difficoltà di un uomo obbligato a dare di sé un' immagine solenne, ma in realtà goffo e impacciato perché frenato dalla balbuzie.
Questo è possibile grazie alla bravura di Tom Hooper che con la sua grande tecnica schiaccia la mdp sul volto di Colin Firth, abbassa i soffitti e restringe gli spazi, toglie il respiro, fa mancare l'aria, soffoca il protagonista sullo schermo, per poi strozzarlo con la balbuzie.
Bella sceneggiatura di David Seidler (a sua volta un balbuziente).
Pellicola solida e raffinata, recitata con grande stile.
Candidato a 12 premi Oscar.
domenica, febbraio 13, 2011
Che bella giornata
di Gennaro Nunziante
Siamo sempre alle solite perché di fronte ad un fenomeno commerciale e di consenso come quello portato a casa da Che bella giornata, miglior film italiano di tutti i tempi in termini di incassi, superiore persino al mitico La vita è bella, qualsiasi approccio puramente cinematografico appare riduttivo rispetto ad un cinema che più o meno inconsciamente chiama in rassegna aspetti e sentimenti che appartengono al paesaggio umano della nostra penisola.
Personaggio televisivo catapultato sulla ribalta di celluloide, Checco Zalone ha avuto il merito di non strafare, di mantenersi con i piedi per terra riproponendo il personaggio che lo ha reso famoso, una specie di Mister Magoo meridionale che si muove leggiadro ed inconsapevole lungo il binario di una follia surreale ma bonaria, fatta di non sense lessicali alla maniera di Nino Frassica, e stereotipi prelevati direttamente dall’immaginario cinematografico di una certa commedia italiana di serie b, soprattutto quella degli anni '80, dei Banfi e poi del primo Abatantuono, entrambi meridionali, entrambi alieni al mondo al quale devono rapportarsi, eppure come Zalone eternamente vincitori grazie alla capacità tutta cinematografica di ribaltare i difetti in virtù.
Ed alla stregua di chi l'ha preceduto nello strapotere al botteghino, anche Che Bella giornata, come già Pieraccioni e molto del cinema di Benigni, riprende un canovaccio in cui lo sviluppo della storia dipende in gran parte dal tentativo del protagonista di conquistare la controparte femminile, solitamente distratta da urgenze costruite ad hoc, per catapultare il primo in situazioni più grandi di lui e che proprio per la loro esagerazione diventano il principale motivo di ilarità.
In questo caso Checco, improbabile addetto al servizio di sicurezza della Madonnina del Duomo di Milano - lavoro conquistato grazie all’aiuto della madre, un altro must dell’uomo italico perennemente dipendente la figura materna - si innamora di Zara, una ragazza marocchina che lo avvicina nel tentativo di organizzare insieme al fratello un attentato terroristico proprio nel sito che lui deve sorvegliare.
La drammatica attualità dell’incipit, inserita nel mondo farsesco costruito dagli autori, perde qualsiasi gravità per diventare uno degli elementi su cui il film gioca le sue carte.
Se infatti il personaggio di Zalone è di per sé un outsiders, portatore di anomalie in un contesto di apparente normalità (l’identificazione/empatia avviene infatti al di fuori dello schermo, con lo spettatore che guarda la vicenda seduto nella sala e non con i coprotagonisti di una storia che per far ridere deve necessariamente vivere di opposti), allora l'ignoranza rispetto ad una verità conosciuta dal pubblico (la pianificazione della strage) diventa un detonatore emotivo che Zalone sfrutta per enfatizzare le caratteristiche di un personaggio inaffidabile ma vincente, capace di mettere in subbuglio con la forza della propria incoscienza forze dell'ordine e gerarchie religiose, organizzazioni terroristiche e moltitudini turistiche, e nel contempo riflette sulla soglia di una sanità mentale il cui confine finisce per diventare sempre più labile, al punto da non sapere più chi è sano e chi è malato.
Perché, ed è questa la lezione che si potrebbe ricavare dalla visione del film, se l’esistenza è assurda la cosa migliore è farsi gioco di essa, sbeffeggiare lei e chi le crede, alzando ancora di più il livello di anarchia che la presiede.
Una ribellione confermata da un finale in qualche modo anticonformista, con l'eroe che fallisce nel suo intento (a differenza degli illustri colleghi sempre a segno quando si tratta di materia amorosa) ma riparte più forte di prima, entrando a far parte della scorta papale del quale, lo si intuisce da un pacca sulle spalle e dal riferimento culinario, ha già preso le misure.
Ineccepibile sul piano della simpatia ed anche spigliato nel riferirsi alla stretta attualità, Che bella giornata non riesce però a diventare film, rimanendo legato ad una logica tutta televisiva che risolve la trama in una serie di episodi anche simpatici ma costretti ad incassare in tempo breve la dote di risate che ci si aspetta da questo genere di intrattenimento.
Inoltre a fronte della carica eversiva che investe il personaggio principale fa riscontro un buonismo generalizzato che non risparmia nessuno, dal Vescovo che cerca in tutti i modi di evitare il licenziamento dell'incapace Checco, ai terroristi islamici coinvolti in una cena meridionale che appianerà le differenze culturali, ma anche l'antipatico Colonnello dei Carabinieri coinvolto in una serie di gag del tipo torte in faccia e gavettoni che lo allontanano quasi subito da quella fisognomica trasformandolo in una creatura da slap stick comedy, simile ad una comica di Buster Keaton: niente di male, se non fosse che il cinema è un'altra cosa.
venerdì, febbraio 11, 2011
the green hornet
the green hornetdi Michel Gondry
The Green Hornet (dal serial radiofonico americano degli anni 30) è tanto lontano dal cliché del cavaliere oscuro afflitto da gravi travagli interiori o dai traumi infantili quanto dalle rivoluzioni genetiche che stravolgono la vita e rendono gli amori difficili: Britt Reid è uno spensierato ramPollo che conduce una leggera e gaudente vita-party dove i soli turbamenti riguardano il perseguimento della felicità attraverso collezioni (di ragazze e popolarità) e colazioni (preparate come dio comanda).
Possiamo tirare un sospiro di sollievo… finalmente non c’è nulla di serio in questo eroe che ha molti difetti ma non quello più stupido comune a tutti i super eroi, ovvero essere buoni e ricattabili: non è seria la sua missione, i principi sono quelli di uno sfaticato superficiale e goliardico che fa della giustizia un hobby da edonista e, a partire dal nome “calabrone verde”, non è seria la sua genesi, frutto dell’incontro casuale con Kato, il meccanico/maggiordomo cinese fan di Bruce Lee (nel serial televisivo the green hornet degli anni 60 Kato era interpretato proprio da Lee), un incontro generato a sua volta dal puro capriccio di un apologeta del cappuccino perfetto.
Lo scoppiettante faccia a faccia iniziale tra James Franco – che non compare nei credits – ed il bravissimo e cattivissimo Christoph Waltz è l’antipasto di autoironia e di parodia che anticipa una storia scritta e interpretata in modo intelligente e strepitoso dallo stesso attore protagonista Seth Rogen (Strafumati, Funny People) e messa abilmente in scena dal francese Michel Gondry (Eternal Sunshine, Be kind rewind) che qui ha il talento di sparire, perché senza essere invasivo mette la propria poetica “artigianale” al servizio dei mezzi immensi della produzione americana e a sostegno delle idee geniali di un autore/attore originale e incontenibile,
insomma Gondry dà cuore e anima al caos lasciandolo magicamente scorrere fluido e compatto e trasformando il guazzabuglio prolisso del super-anti-eroe ricco e cretino in un film di 2 ore molto divertente.
Voto: 8
giovedì, febbraio 10, 2011
Film in sala dal 11 febbraio 2011
(Burlesque)
GENERE: Drammatico, Musical
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Steve Antin
Gianni e le donne
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Gianni Di Gregorio
Il Truffacuori
(L'arnacoeur)
GENERE: Commedia, Romantico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Pascal Chaumeil
Rabbit Hole
(Rabbit Hole)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: John Cameron Mitchell
Sanctum 3D
(Sanctum 3D)
GENERE: Azione, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Australia, USA
REGIA: Alister Grierson
Senna
(Senna)
GENERE: Biografico, Documentario
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Asif Kapadia
martedì, febbraio 08, 2011
Frankie & Alice
Tutti al suo servizio dunque, a cominciare da un alter ego dall’effetto assicurato se è vero che i personaggi borderline come quello di Frankie Murdoch, una ragazza affetta da disturbi bipolari, sembrano sintonizzati sull’emotività delle platee così come su quella dei giurati, e proseguendo con un compagno di merende, Stellan Skarsgård nella parte dello psichiatra, tanto professionale quanto parsimonioso nell’evitare la ribalta di una vicenda in cui la dialettica medico/paziente deve essere necessariamente a favore del secondo e per finire da un regista carneade, tale Geoffrey Sax, capace di tralasciare qualsiasi iniziativa per modellarsi sui desideri fotogenici della sua divina. Il risultato è una serie interminabile di scene madri in cui il susseguirsi degli sdoppiamenti schizofrenici (Frankie che diventa Alice) si alterna allo struggimento per un destino apparentemente già deciso. Ambientato nell’America degli anni 70 più per giustificare il razzismo a monte della tragedia che per motivi filologici (la vicenda parrebbe ispirata ad una storia vera), il film latita anche nella ricostruzione del panorama storico, affidato esclusivamente alla presenza di brani musicali inconfondibili, ai pantaloni a zampa di elefante ed alla vaporosa capigliatura della protagonista. Eccessivamente castigata anche quando non sarebbe richiesto, vedasi il prologo in cui Frankie ancora ignara di quello che l’attende si esibisce come stripper in un locale per soli uomini con la telecamera che mantiene lontana dall’oggetto del proprio desiderio, la Berry satura la scena con una performance così paradigmatica da annullare qualsiasi effetto sorpresa e toglie al personaggio con delle scelte quanto meno discutibili -la schizofrenia è resa in maniera così bonaria da uniformare le opposte tendenze- quel minimo di empatia capace di tenere desto l’interesse. Uscito in America alla fine di dicembre per alimentare le speranze di un eventuale candidatura della sua star, "Frankie & Alice" non ha fatto fatica a rientrare nei ranghi di un anonimato ampiamente giustificato.
lunedì, febbraio 07, 2011
The Constant Gardener
L’incontro tra Justin e Tessa durante la conferenza da lui tenuta per giustificare scelte diplomatiche piuttosto discutibili è qualcosa di davvero folgorante: è l’amore che se ne frega degli schieramenti e delle ideologie, che abbatte le posizioni di partenza, che riesce a trasformare le diversità in pluralismo. Alle proteste di Tessa, attivista politica e ragazza appassionata lui risponde proteggendola da una platea che non apprezza la schiettezza di quelle rimostranze. E’ un lasso di tempo brevissimo, quanto basta per guardarsi negli occhi e fiutare un linguaggio del corpo dissimulato dalle necessità di uno spazio comune. Ed è proprio in quella dimensione collettiva che si verifica la magia, la capacità di trasformare note da stadio in musica da camera. E’ un amore a prima vista, un colpo di fulmine che lascia indietro le future incomprensioni. Il buon senso e la conoscenza reciproca devono fare un passo indietro rispetto all’energia dell’attrazione. Il matrimonio repentino, la gravidanza travagliata, il viaggio in Africa al seguito del marito diplomatico sono gli accessori che trasformano il quotidiano in qualcosa di più grande. Quello che segue appartiene ai romanzi di spionaggio, alle teorie cospirative del grande Fratello, ad una lotta di denaro e di potere in cui saranno coinvolte una multinazionale farmaceutica, il governo inglese ed un manipolo di personaggi senza scrupoli decisi a tutto pur di favorire la sperimentazione di un farmaco nocivo. Una partita giocata all’ombra delle grandi corporation umanitarie, degli slogan perbenisti e terzomondisti in cui le motivazioni di Tessa, paladina dei più deboli troverranno terreno fertile e purtroppo, un destino senza futuro. Ma come spesso accade nei cicli naturali anche qui la morte significa rinascita e dovremo dire riscoperta poiché il motivo del lutto e l’indagine per individuare i mandanti del delitto diventeranno per Justin l’occasione di conoscere veramente la persona che gli stava accanto e sulla quale, per un momento pur breve, aveva dubitato. Rivestito delle caratteristiche del film di genere, la fonte della storia è infatti l’omonimo libro dello scrittore John Le Carrè, The Constant Gardner è in realtà uno spaccato sull’ambivalenza delle relazioni umane una grande romanzo d’amore in cui la presenza assenza della persona amata, sottratta al protagonista ed a noi spettatori all’inizio del film e poi riproposta con una serie di flash back ed attraverso le azioni dell’inconsolabile marito, è il paradigma di quella dialettica emotiva in cui il rapporto con la persona amata deve passare inevitabilmente per la sua negazione. In bilico tra la storia dei grandi numeri ed un intimismo che trascolora in un romanticismo tout court The Constant Gardener è anche l’occasione per il suo regista, Fernando Meilleres (The city of God), di tornare sulla geografia delle nostre dimenticanze, sui luoghi necessari al benessere ingordo del mondo occidentale. Colorato in maniera iperrealista da una fotografia che esaltando i colori netti e luminosi rimarca la vitalità di un paesaggio saccheggiato ma ancora vitale, il film si avvale della performance di due attori, Ralph Fiennes e Rachel Weisz, capaci di dare credibilità alle alchimie del cuore lavorando di sottrazione ed esaltando il valore dello sguardo. Per questo film la Weisz ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Sicuramente meritato.
(dedicato all'amico Joachim che mi ha lasciato un po' piu' solo)
sabato, febbraio 05, 2011
NON C'ERA NESSUNA SIGNORA A QUEL TAVOLO
NON C'ERA NESSUNA SIGNORA A QUEL TAVOLORegia Lorenzo Conte - Davide Barletti
Il nuovo lavoro di Lorenzo Conte e Davide Barletti ci racconta di Cecilia Mangini (Mola di Bari 1927) saggista, critica cinematografica e soprattutto una delle più importanti esponenti del cinema documentario italiano.
Il suo lavoro più noto è probabilmente La canta delle marane (1961) dove la sua mdp scruta i gesti e gli sguardi di un gruppo di ragazzini della periferia romana, mentre il commento di Pier Paolo Pasolini ne racconta le storie e i sogni.
Altri lavori che vanno sicuramente ricordati sono Stendalì (1960), testimonianza sul lamento funebre in lingua grika, All'armi siam fascisti (1962) e Essere donne (1965).
Nel documentario di Barletti e Conte riprendono vita le immagini di un Italia apparentemente lontana nel tempo: quella degli anni '60, del boom economico, con le sue lacerazioni sociali e i suoi drammi.
Una porzione di storia del nostro Paese ci viene riproposta attraverso l’occhio di una delle protagoniste della stagione più ricca e vitale del cinema italiano.
Barletti e Conte confezionano Non c'era nessuna signora a quel tavolo alternando le immagini dei documentari con il commento appassionato della stessa Mangini legando il tutto con immagini di vecchi proiettori e fasci di luce che mettono in risalto quella polvere che solo apparentemente ricopriva il materiale che viene proposto allo spettatore.
L'opera di Cecilia Mangini basterebbe da sola a soddisfare l'appetiito di appassionati e spettatori che guardano al cinema con interesse, ma Barletti e Conte oltre a compiere un'operazione colta si preoccupano anche di fornire alcuni strumenti di approccio al tema, ottenendo il risultato di ridare vita ad un intera epoca e ai suoi protagonisti.
http://www.fluidproduzioni.com/mangini/
venerdì, febbraio 04, 2011
ANOTHER YEAR
di M. Leight
Se fosse un colore avrebbe la classicità del Fumo di Londra; ed invece è un film, per giunta importante, vista la firma del suo regista, un abituè dei palmares festivalieri e da anni uno dei massimi umanisti del cinema mondiale.
Anche questa volta era annunciato come uno dei favoriti tra i film in concorso all’ultimo festival di Cannes ed invece a conti fatti “Another Year”, una storia corale incentrata sulle vicissitudini di una donna delusa dalla vita e sulle reazioni di chi le sta vicino, si dimostra un lavoro poco ispirato e soprattutto senza la naturalezza delle opere precedenti.
Leigh sembra più interessato alla costruzione della cornice piuttosto che allo sviluppo della storia. Avendo a che fare con una drammaturgia da teatro cechoviano, di cui riprende non solo il rapporto tra lo scorrere del tempo e lo stato d’animo dei personaggi ma anche una certa staticità nell’azione, il regista rende evidente le sue scelte dividendo la vicenda in quattro quadri corrispondenti alle omonime stagioni, utilizza la luce naturale ed anche quella artificiale, (nell’ultimo quadro, quello invernale desaturato dei colori primari per corrispondere all’atmosfera di dolore per una morte improvvisa) e si mantiene sempre all’interno di un cinema da camera, fatto di interni domestici e piani americani, saltuariamente interrotto dallo stesso campo lungo che, riprendendo scene di vita contadina sembra alludere al ciclo naturale della vita. Un allestimento tanto impeccabile quanto schematico che fa il paio con il dipanarsi di una vicenda che non esce fuori da un naturalismo privo di sorprese ed un fiume di parole che non aggiunge nulla a quello che vediamo.
Tra nevrosi ed insoddisfazione, il film procede capitalizzando la bravura dei suoi interpreti, specialmente quelli femminili ma si conclude senza nessuna variazione rispetto al punto di partenza.
02/01/11
giovedì, febbraio 03, 2011
Film in sala dal 4 febbraio
(Another Year)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Mike Leigh
Biutiful
(Biutiful)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Messico
REGIA: Alejandro González Inarritu
Femmine contro maschi
(Femmine contro maschi)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Fausto Brizzi
I fantastici viaggi di Gulliver in 3D
(Gulliver's Travels)
GENERE: Commedia, Avventura
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Rob Letterman
Into Paradiso
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paola Randi
mercoledì, febbraio 02, 2011
VENTO DI PRIMAVERA - La Rafle
Vento di primaveratitolo originale: la rafle (la retata)
un film di roselyne bosch
vento di primavera, di rose bosch, mette in scena una storia realmente accaduta, personaggi che sono realmente esistiti, nel preciso contesto storico del nazismo. siamo in francia, è il 1942.
verrebbe da dire che si tratta dell'ennesimo film sull'orrore dell'olocausto - su cui tanto si è scritto e girato - e che poco di nuovo potrebbe dare al cinema, ma vento di primavera racconta un fatto che ha macchiato la francia per sempre e lo fa mettendosi dalla parte dei bambini.
come sappiamo spesso non sono i temi affrontati a rendere un film un buon prodotto quanto come li si racconta.
nel tentativo di riportare all'attenzione del grande pubblico la deportazione, voluta dal regime collaborazionista del maresciallo vichy, di circa 13.000 ebrei che si erano rifugiati a parigi, bosch focalizza l'attenzione sui bambini: dai loro occhi apprendiamo i fatti, partecipiamo allo strazio che li ha travolti insieme alle loro famiglie, cerchiamo risposte che non troveremo e ci sentiamo assaliti dal medesimo senso di abbandono e smarrimento.
i bambini, che con la loro innocenza e purezza d'animo guardano l'orrore degli adulti senza poter comprendere, rappresnetano il motore della pellicola. gli adulti ne sono i comprimari.
il medico ebreo eroico (jean reno) che non pensa nemmeno per un secondo di salvarsi e che invece assiste fino alla fine i propri compagni, oppure l'infermiera cattolica (melanie laurent) che non abbandonerà i bambini ebrei nemmno nello sfinimento della propria malattia, non sorreggono il film ma ne sono sorretti, perchè vento di primavera è un film corale, di molti piccoli occhi che non si arrendono alla morte e che ci testimoniano una forza vitale preziosa.dei cira 25.000 ebrei destinati al rastrellamento solo una parte si salvò grazie al prezioso aiuto dei cittadini francesi che accettarono di nasconderli. i rimanenti furono condotti al vélodrome d'hiver da dove partirono per quello che fu il loro ultimo viaggio. di essi ritornarono solo venticinque persone e nessun bambino.
film di denuncia, di memoria, crudo ed autentico, l'opera di bosch ha la precisione del documentario ed il pudore dei prodotti televisivi destinati alle famiglie.
i colori sono saturi, la luce è intensa e giocata sempre sul limite tra finzione e realtà.
dal ritmo sostenuto e mai scevro di delicatezza, il film rivela senza mostrare troppo.
bosch non cede mai all'evidenza, ma piuttosto spiega lasciando ampio margine di intuizione allo spettatore, senza abbandonarlo alla supposizione.
sappiamo bene che fine faranno le vittime, quali orrori subiranno e possiamo immaginare cosa hanno dovuto affrontare. proprio in questa non evidenza, in tal non esplicitare, risiede la forza emotiva del racconto.
jean reno, un po' imbolsito e sgualcito, è piuttosto intenso, così come lo è melanie laurent (la bionda vendicatrice del tarantinato Inglorious Basterds), che dà vita ad una donna sensibile, determinata e dalla grande forza interiore.
vento di primavera è un film sui bambini e sulla loro forza, sulla forza dell'amore umano e del credere nella vita.
un buon prodotto per tutti, per non dimenticare mai.
LAST NIGHT
un film di Massy Tadjedin
I motivi della tentazione sono spesso caratterizzati dalla mancanza di luce: che la si interpreti in maniera metaforica, associando l’accecamento della ragione ad un buio primordiale fatto d’istinto e poco altro, oppure scegliendo la strada di un realismo che la nasconde alla vista del quotidiano, il deragliamento dei sensi è di per sé un animale notturno abituato ad orientarsi senza bisogno di accessori.
Ed è proprio questa sobrietà espressiva, continuamente ribadita nell’essenzialità degli ambienti così come dei personaggi, mai sopra le righe seppure emotivamente surriscaldati dalle diverse contingenze- la coppia del film si ritrova per una notte separata ed in compagnia di un potenziale amante - unità alla scelta di concentrare l’azione della storia nello spazio di un unico arco notturno a rendere intrigante un film come Last Night.
Immersi nella notte urbana, illuminata quel tanto che basta per riconoscere un linguaggio del corpo fatto di gambe che si incrociano e sguardi che si perdono, i quattro protagonisti danno vita ad una quadriglia sentimentale in cui perdersi e ritrovarsi è una costante così come la luce ed il suo opposto, continuamente in contrasto, come la ragione nei confronti dell’istinto.
Una lotta alla pari se non fosse che cedere alla propria essenza è il solo modo per essere se stessi, per rimanere attaccati ad una natura continuamente tradita dalle menzogne del giorno dopo. Diretto con eleganza da Massy Tadjedin il film integra perfettamente ambienti e personaggi con una simbiosi che aiuta a dilatare i limiti di un discorso in cui le reticenze prevalgono sull’azione e si avvale di una fotografia di un tipo che ha lavorato con David Lynch e che qui riesce a trasformare le pareti del quotidiano in autentici non luoghi capaci di enfatizzare la centralità delle figure umane.

