venerdì, aprile 14, 2017

UN ALTRO ME

Un altro me
di Claudio Casazza
Italia, 2016
genere, documentario
durata, 83'


Se la questione della violenza sulle donne è uno dei temi del quale più si discute nel tentativo anche legislativo di combattere il dilagare di una simile aberrazione      non sorprende che anche il mondo del cinema manifesti attenzione nei confronti del problema. A sorprendere è semmai il coraggio di taluni cineasti capaci di prendere di petto l’argomento, evitando di diventarne semplice cassa di risonanza ma al contrario proponendo punti di vista inediti e per certi versi  addirittura provocatori. Così se nel circuito ufficiale ci pensa Tom Ford e il suo “Animali notturni” a sparigliare le carte con la storia di un doppio femminicidio che all’insegna del politicamente scorretto finisce per annullare la distanza tra vittime e carnefici, in quello cinefilo e festivaliero è Claudio Casazza a mantenere alto il profilo della discussione grazie a un film come “Un altro me” selezionato (il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne) in qualità di film d’apertura della 57/ ma edizione del Festival dei popoli in corso in questi giorni a Firenze. Il film di Casazza è infatti il resoconto filmato di un anno di lavoro svolto da un equipe di psicologi, criminologi e terapeuti impegnati nel recupero di detenuti condannati per reati sessuali la cui finalità è quella di evitare l’eventualità di ulteriori ricadute. 


A differenza del collega americano Casazza si muove su una linea più tradizionale sia per quanto riguarda la forma cinematografica, modulata su una tipologia di documentario scevra da quelle declinazioni poetiche e creative che così bene hanno figurato nei lavori dei vari Pietro Marcello e Roberto Minervini, sia per ciò che concerne i contenuti, di fronte ai quali il regista assolve una funzione testimoniale che non entra mai in contraddizione con l’assunzione di responsabilità certa e definitiva da parte dei colpevoli. 


A ricordarcelo durante la visione non sono solo le parole degli educatori che all’interno del film hanno la funzione di ristabilire la realtà dei fatti rispetto all’interpretazione che di essi viene data da parte dei loro “pazienti” ma anche la scelta del regista di  mostrarci i detenuti con il volto sfocato, a rimarcare un’anomalia che va al di là di ogni privacy e che materializza come meglio non si potrebbe la vergogna dichiarata dai protagonisti per i delitti di cui si sono macchiati. A fare la differenza in “Un altro me” e a produrre lo scarto rispetto a quanto lo ha preceduto è uno sguardo che si affaccia sugli abissi dell’indicibile e riesce a dargli voce senza omissioni ne censure eppure in grado di mettere in luce l’umanità del male - quella che gli stessi carnefici si riconoscono nel corso delle loro disquisizioni - senza mancare di rispetto o diminuire il dolore inferto donne che lo hanno subito. Che infatti partecipano - attraverso le dichiarazioni di una loro rappresentante - quando si tratta di raccontare (all’uditorio) degli abusi subiti non come atto di accusa ma per stimolare il processo di consapevolezza messo in piedi dall’istituto di detenzione. Lungi dall’offrire soluzioni definitive al problema  “Un altro me” è il transfert cinematografico di un esperimento sul campo e come tale si fa carico della fragilità emotiva che si accompagna alla mancanza di certezze sugli esiti del trattamento curativo. In fondo la modernità del documentario di Casazza consiste proprio nel trasformare lo schermo in uno spazio di confronto e di domande aperte a ogni possibile risposta.
(pubblicata su taxidrivers.it)

mercoledì, aprile 12, 2017

POWER RANGERS

Power Rangers
di Dean Israelite
con Naomi Scott, Dacre Montgomery, Bryan Cranston
USA, Canada 2017
genere, azione, avventura, fantascienza
durata, 124'

Tra le domande che si possono fare a proposito del nuovo film dei "Power Rangers", le cui avventure, lo ricordiamo, erano state già portate sul grande schermo nella versione firmata nel 1995 da Bryan Spicer, c'è quella che riguarda l'opportunità di resuscitare un brand come quello legato ai personaggi creati dalla giapponese Toey Company che aveva già dimostrato uno scarso appeal commerciale. La risposta è presto detta, risiedendo la ragione nell'esplosione del fenomeno rappresentato dal successo dei lungometraggi incentrati su gruppi di super eroi che, a partire dall'exploit degli Avengers (più volte campioni d'incasso nel box- office globale)  ha dato vita a un proliferare di seguiti e nuovi titoli (da "I guardiani della galassia" al prossimo  "Justice League"). In un contesto certamente favorevole a fare la differenza sono però i dettagli che nel caso di "Power Rangers" riguardavano soprattutto la necessità di fornire a ciascun componente del super team una personalità tale da supplire alla mancanza di quel surplus di carisma e di immaginario iconografico che super eroi come Iron Man, Superman, Batman e Capitan America si portano dietro ogni qualvolta decidono di partecipare al raggiungimento di obiettivi condivisi, combattendo fianco a fianco contro un nemico comune . La qualcosa diventa fondamentale quando - come succede nel film diretto da Dean Israelite - tra le fila dei giovani protagonisti non troviamo divi conclamati ma interpreti in erba e perciò bisognosi di uno sguardo capace di valorizzarne i pregi e diminuirne i difetti.  

Cosa di cui non è capace la regia di Israeli il quale, attento a rispettare gli equilibri tra gli aspetti privati della vicenda, quelli conseguenti all'assunzione di responsabilità derivata dall'acquisizione dei super poteri da parte dei riottosi liceali (vero e proprio must in lungometraggi di questo tipo), con la parte avventurosa delle storia, quella che scaturisce dal tentativo degli stessi di riuscire ad avere la meglio sulla malvagia Rita Repulsa (Elizabeth Banks, dopo la serie di "Hunger Games" ancora una volta coinvolta in un film di diavoli ed eroi). Riconoscere tra le righe citazioni di cult come "Breakfast Club" e di "Trasformers" e condirli con la solita insalata a base di effetti speciali  non basta a fare del prodotto in questione un film da ricordare.

L'ULTIMO METRO DI PELLICOLA

L'ultimo metro di pellicola
di Elio Sofia
con Daniele Ciprì, Tea Falco
Italia 2017
durata, 72.



Rimasto inosservato alla maggior parte dei non addetti ai lavori il passaggio dalla pellicola al digitale ha segnato il cinema in un modo che per importanza e cambiamenti non ha equivalenti a meno che non si voglia tornare alle radici della sua fondazione e in particolare agli anni in cui l’entrata in campo del sonoro mise fine all’epoca del muto. Una rivoluzione in corso d’opera che per gli aspetti connessi all’adeguamento della catena distributiva incaricata di consentire ai film di arrivare sugli schermi ha compiuto l’atto finale in terra di Sicilia, ultima tra le regioni italiane ad adeguare le sale ai cambiamenti dell’innovazione digitale. Non è quindi un caso che a occuparsi dell’evento e in particolare a raccontare ciò che ha rappresentato la  pellicola rispetto ai problemi estetici e produttivi conseguenti al suo impiego sia proprio un regista siciliano, al secolo Elio Sofia, il quale, approfittando di essere nato e cresciuto a Catania e soprattutto di aver frequentato  la cosiddetta “Via del cinema”  (così veniva chiamata la via Giuseppe De Felice) che per anni è stata il punto di riferimento della filiera cinematografica della penisola, riesce a trasformare la sua ricerca in una sorta di diario sentimentale in cui il materiale di repertorio, i filmati d’epoca e le interviste realizzate a esercenti e personaggi del mondo del cinema (a conferma di come il trapasso in questione sia un fenomeno vissuto più che altro  dall’interno) sono non solo il modo per rendere omaggio a un universo in via d’estinzione e a un’artigianalità oramai sopraffatta dalla nuova tecnologia ma anche un viaggio nella memoria di chi è stato protagonista dei fatti e degli aneddoti raccontati. 



Due facce delle stessa medaglia che Sofia non si limita a riportare con la filologia documentaria di chi sa come dare coerenza, storica e cronologica, alle diversità dei punti di vista e alla condivisione d’esperienze umane e professionali che i vari interlocutori – dallo spettatore Leo Gullotta al direttore della fotografia Daniele Ciprì, per non dire dei proprietari di sale, di proiezionisti e tecnici specializzati –  mettono a disposizione dello spettatore, poiché L’ultimo metro di pellicola, valorizzando la propria natura cinematografica, utilizza immagini e montaggio per costruire un dispositivo in grado di far sentire più che vedere – sembra un paradosso ma non lo è – il misto di ingenuità e meraviglia impresse nella sua narrazione. In questa maniera funziona per esempio l’inserto dal sapore onirico in cui vediamo Tea Falco annegare in un fascio di fotogrammi proiettati sullo schermo, o ancora lo split screen in cui due fotografie perfettamente identiche enfatizzano le premesse della fine attraverso le pizze di celluloide riverse alla rinfusa e pronte per essere portate al macero. Frammenti che di per sé non lascerebbero traccia e che invece nelle mani del giovane regista concorrono a rafforzare il senso di perdita e di nostalgia di quello che potrebbe essere una versione contemporanea del capolavoro di Giuseppe Tornatore (Nuovo cinema paradiso). Differenze di genere a parte L’ultimo metro di pellicola ne possiede quanto meno lo sguardo poetico e il romanticismo. 

(pubblicato su taxidrivers.it)

lunedì, aprile 10, 2017

RAFFAELLO - IL PRINCIPE DELLE ARTI IN 3D

Raffaello - il principe delle arti in 3D
di Luca Viotto
con Flavio Parenti, Angela Curri, Enrico Lo Verso
Italia, 2017
genere: biografico
durata, 90'


La vita di Raffaello Sanzio, a partire dalla sua nascita ad Urbino e dall'ambito familiare, viene seguita nel suo periodo fiorentino e in quello romano, attraverso la presentazione e lettura di 70 opere d'arte, di cui più di 40 di mano del grande pittore. Per la realizzazione di questo film d'arte sono stati necessari 18 mesi di lavoro, di cui 30 di riprese, e un team produttivo composto da più di 100 professionisti, con oltre 200 ore di girato e 40 costumi realizzati su misura. Lo sforzo produttivo è stato ingente, ma questo non garantiva di per sé la riuscita del progetto, che invece è piena, a partire dall'uso del 3D, utilizzato in maniera molto efficace. Un esempio può farne comprendere il valore: nel momento in cui si mettono a confronto "Lo sposalizio della Vergine" del Perugino e quello realizzato da Raffaello, la possibilità che il 3D offre di separare i piani in cui si collocano i personaggi, mostra quanto il pittore urbinate, a soli 20 anni, sapesse guardare all'opera di chi lo aveva preceduto essendo in grado di andare oltre. La tridimensionalità mette in assoluto rilievo i gesti, le posture i volti di coloro che attorniano Giuseppe e Maria, rivelando la distanza assoluta tra la fissità rituale pensata dal Perugino e il rapporto diretto con il reale che viene ad instaurarsi ad opera di Raffaello. Avendo come modello di riferimento gli ormai classici sceneggiati televisivi degli anni Settanta, si propongono anche i momenti principali della vita del pittore, contestualizzandoli con grande efficacia negli edifici e nelle città in cui si svolsero. 


Questo fa sì che non ci sia la benché minima traccia di accademismo nella ricostruzione del suo percorso artistico, grazie anche agli interventi di esperti come Vincenzo Farinella, professore associato di Storia dell'Arte Moderna, per il periodo di Urbino, Antonio Natali, storico dell'arte che è stato direttore della Galleria degli Uffizi, per la presenza a Firenze e Antonio Paolucci, che è stato direttore dei Musei Vaticani, per il periodo legato al Vaticano. Ognuno di loro fa percepire un'erudizione non sterile, ma strettamente intrecciata con la passione per l'opera dell'artista. Una passione che ha costituito il fil rouge che ha attraversato tutto il progetto e che sembra avere lo stesso desiderio che Raffaello aveva nei confronti della conservazione della memoria e della comprensione delle opere degli antichi romani quando scriveva a papa Leone X: "Quanti pontefici, padre santo, quali avevano il medesimo officio che ha Vostra Santità, ma non già il medesimo sapere, né 'l medesimo valore e grandezza d'animo, quanti - dico - pontefici hanno permesso le ruine e disfacimenti delli templi antichi, delle statue, delli archi e altri edifici, gloria delli lor fondatori? Quanti hanno comportato che, solamente per pigliare terra pozzolana, si siano scavati i fondamenti, onde in poco tempo poi li edifici sono venuti a terra? Quanta calcina si è fatta di statue e d'altri ornamenti antichi?". In questa contemporaneità che spesso sembra voler dimenticare il passato e le proprie radici culturali, un film come "Raffaello - Il principe delle arti" ci spinge a riflettere, fondendo con consapevolezza ed efficacia cultura e intrattenimento. 
Riccardo Supino

domenica, aprile 09, 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA


Vita da Bohème di Aki Kaurismaki (Finlandia, Italia, Svezia, 1992)

sabato, aprile 08, 2017

POINTS OF VIEW: INTERVISTA A THOMAS KRUITHOF - LA MECCANICA DELLE OMBRE

Dopo Alba Rohrwacher e ancora dall'anteprima italiana de "La meccanica delle ombre" arriva l'intervista al regista del film, l'esordiente Thomas Kruithof autore di un polar che riprende le atmosfere di certo cinema americano degli anni 70  e  che tiene conto delle lezioni di maestri del cinema come  Jean Pierre Melville, Henri- George Clouzot e molti altri. Il consiglio che diamo al lettore è  di leggere bene ciò che dice il regista e sopratutto di arrivare fino in fondo perchè in questo caso più che di una conversazione si tratta di una vera e propria lezione di cinema.




Il titolo del film è quasi un ossimoro e però rende al meglio le caratteristiche delle forze contro cui Duval si ritrova a lottare: tanto sconosciute e occulte ma quanto mai invasive e dannose per chi vi si imbatte.
Il titolo originale del film è “La meccanica dell’ombra” e non “delle ombre”. Comunque in genere non si spiegano le metafore e gli ossimori però come hai detto tu è vero che il titolo alludeva a qualcosa di reale e allo stesso tempo d’impalpabile.
Come mai hai scelto un’attrice italiana e perché proprio Alba Rohrwacher.
Non avevo in mente di prendere un’attrice italiana. Ho scoperto Alba vedendo i suoi film e progressivamente mi sono innamorato delle sue interpretazioni. Nel copione la donna era francese però mano a mano che andavo avanti nella visione dei film ho scoperto la sua grande potenza interpretativa, intuendo che avrebbe fornito al progetto un’apporto unico. Il fatto che fosse straniera spiega anche il fatto che sia leggermente sfasata, solitaria. Un po' come Duval con cui Sara condivide le medesime ferite. In generale mi piacevano il suo alone di mistero e  il fatto che fosse in un certo senso inclassificabile.
Tra le altre cose lo scenario di “La meccanica delle ombre” è collocato in ambienti spogli mentre i personaggi di Duval e Sara sono vestiti in maniera molto diversa. Mi puoi spiegare questa scelta.
Avendo optato per una scenografia molto sobria mi serviva che i vestiti dei personaggi fossero perfetti; la linea del personaggi e dell’ambiente dovevano essere chiari. Con Alba abbiamo scelto alcuni costumi molto femminili e altri invece prettamente maschili, sempre per andare incontro a quell’idea di inclassificabilità che avevo in mente a proposito del suo personaggio.

Nel tuo film si sentono influenze provenienti da un certo cinema americano degli anni 70. E’ cosi.
C’è da dire che io non ho fatto una scuola di cinema per cui le influenze che avete notato provengono dalla mia esperienza di spettatore. Il cinema di cui parli mi piace molto e a questo aggiungerei quello di autori come Alfred Hithcock, Fritz Lang Elio Petri, Francesco Rosi e cosi via che sono stati per me fonte d’ispirazione. L’unico film che mi sono accertato che tutti avessero visto prima di iniziare a girare è stato “La conversazione” di Francis Ford Coppola perché non volevo che andassimo troppo in quella direzione. Il film secondo me presenta delle preoccupazioni che sono molto attuali per cui è vero che ricorda quei film ma direi che le cronache dei nostri giorni sono stati il mio punto di riferimento. Dopodiché se devo fare un altro nome che ho tenuto bene in mente mentre scrivevo il film è stato John Le Carrè, il quale ha inventato il genere dello spionaggio psicologico caratterizzato da queste atmosfere crepuscolari e di tradimento, in cui si dicono delle cose che non corrispondono alla verità. Un po' come succede nel mio film.

Il tuo film è costruito su una sceneggiatura molto solida. Ciò detto è evidente un grande attenzione all’elemento formale. Ci puoi spiegare da dove sei partito per realizzare il film  e se se riuscito a fare ciò che avevi in mente. 
Io penso che quando uno vuole fare un film parte dalla storia e dal modo più interessante e più forte per riuscire a raccontarla. Per questo volevo un film che avesse una trama forte ma al tempo stesso che non tutto fosse delineato per lasciare spazio all’incertezza e al mistero. Avevo poi in mente alcune idee generali su come doveva essere fatto il film: partendo dal fatto che volevo che fosse un film mentale e soggettivo ho trasferito questi concetti sulle immagini e sul sonoro. Un’altra linea guida che ho seguito è stata quella di procedere verso un progressivo sfaldamento del mondo in cui si muove Duval: volevo che ci fosse da una parte l’ossessione dell’ordine e dall’altra il caos. Per quanto riguarda le inquadrature mi interessava non avere qualcosa di ossessivo per cui a me piacevano che fossero larghe e caratterizzate da linee geometriche capaci  di riprodurre il labirinto in cui precipita Duval. Queste sono le basi da cui sono partito e che poi ho declinato con l’aiuto della troupe. Non bisogna dimenticare infatti che il regista è un po' lo spettatore di ciò che succede per cui è vero che uno crea il film però al tempo stesso ne diventa spettatore. C’è anche da dire che inizialmente come registi abbiamo delle intenzioni estetiche ma che poi sono gli attori a guidarci, per cui se ci si rende conto che in alcune inquadrature loro stanno meglio in un modo che non avevamo valutato è bene cambiare. Molte inquadrature del mio film sono state cambiate rispetto alla composizione originaria.

Torniamo per un attimo sugli ambienti e sull’utilizzo del sonoro perché mi sembra che siano elementi determinanti per capire lo stato d’animo del protagonista.
Volevo che gli ambienti che attraversa il personaggio diventassero sempre più disumanizzati. Come ti dicevo volevo fare un film mentale e penso che questo si veda non solo nella tipologia delle immagini ma anche nel modo in cui impiego il  sonoro. Per esempio quando ci sono le inquadrature in cui lui batte a macchina si sente sono il rumore dei tasti; se ci pensi lui sta in un palazzo dove ci sono altre persone che potrebbero fare ogni tipo di rumore mentre a me interessava dare alle scene un’apparenza disumanizzante e un po claustrofobica. Se ci fai caso progressivamente ci sono sempre più inquadrature nei parcheggi nei corridoi, nei tunnel perché mi piaceva far emergere quest’idea di mondo sotterraneo che Duval si ritrovano a scoprire nel corso della storia.  Tanto per dirtene un’altra mi ricordo che in ogni scena ambientata in esterni avevo cura di far togliere i manifesti pubblicitari proprio per decontestualizzare la vicenda e farla andare verso quella dimensione mentale di cui ti ho detto.

Inizialmente introduci i personaggi di Duval e di Alba, poi in un secondo momento scopriamo anche gli altri. Qual’è se c’è la spiegazione di questa successione.
In principio mi piaceva che ci fosse l’introduzione della sfera personale del protagonista e il suo rapporto con in nuovo lavoro perché per assurdo volevo che fosse la fiducia derivatagli dall’aver trovato un’occupazione a dare al personaggio una predisposizione più attenta al personaggio femminile che entra nella sua vita. Poi ci sono gli altri personaggi, ciascuno con un ruolo importante e legati uno con l’altro dall’essere dei manipolatori disposti a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi.
Adele De Blasi, Carlo Cerofolini



venerdì, aprile 07, 2017

GHOST IN THE SHELL

Ghost in the Shell
di Rubert Sanders
con Scarlett Johansson, Takeshi Kitano, Michael Pitt, Juliette Binoche
USA, 2017
genere, avventura, fantasy, drammatico, azione
durata,120'


Quando era ancora lungi dall'essere girato di "Ghost in the Shell" avevano colpito due cose: la prima era stata la scelta di assegnare a Scarlett Johansson la parte della protagonista. Ricordiamo per chi non lo sapesse che la versione "live" del film d'animazione giapponese ha come protagonista il maggiore Mira Killian la quale dopo le ferite riportate in un missione suicida viene tenuta in vita grazie a un'innesto tecnologico che la trasforma in una sorta di cyborg. La seconda, conseguenza della prima, erano state le polemiche a proposito della scelta di far interpretare alla Johansson un personaggio originariamente appartenente a un'etnia (orientale) diversa da quella dell'attrice americana. Se il coinvolgimento della Johansson nel progetto in questione interessava in termini cinematografici poichè segnalava il consolidamento di uno status da eroina del cinema d'azione che fino a qualche sarebbe stato impensabile la polemica sul presunto razzismo legato al mancato utilizzo di un'attrice giapponese sembrava più che altro un modo come un altro per attirare l'attenzione sul film diretto da Rupert Sanders. 



C'era poi da verificare, è questo era la cosa più importante ai fini della riuscita finale, se il restyling operato dalla produzione americana avrebbe retto il confronto con il modello originale: in particolare si trattava di vedere in che modo la linearità tipica dei prodotti mainstream si sarebbe inserita all'interno di una trama che nella versione originale firmata da Mamoru Oshii si prendeva non poche libertà alternando i diversi stati di coscienza e facendo ampio uso di detour ed ellissi narrative. Detto che non poteva essere altrimenti, e che quindi non stupisce di ritrovarsi di fronte a una storia depauperata degli aspetti di cui parlavamo poc'anzi, ciò che risalta è lo squilibrio tra una messinscena ispirata soprattutto per quanto riguarda la visionarietà del futuro in cui si muovono i personaggi e l'inconsistenza di una vicenda priva di sfumature (risibili quelle derivanti dalla duplice natura della protagonista) e incapace di andare oltre al semplice scontro tra buoni e cattivi. Convincente la Johansson, fotogenica e affascinante, meno tutto il resto a cominciare da Takeshi Kitano nel ruolo di ineffabile capo squadra.

giovedì, aprile 06, 2017

LA MECCANICA DELLE OMBRE: INTERVISTA AD ALBA ROHRWACHER

L'anteprima italiana de "Il meccanismo delle ombre", opera prima di Thomas Kruithof , avvenuta nell'ambito della nuova edizione de Rendez Vous Nuovo Cinema Francese ci ha dato modo di incontrare Alba Rohrwacher che del film è la protagonista femminile. 


Nella messa in scena del film Thomas Kruithof suggerisce più che esplicitare mentre il tuo ruolo costruito per sottrazione mi sembra non offrisse molte informazioni a cui tu potessi riferirti. Detto questo volevo chiederti come sei riuscita a trovare il tuo personaggio. 
La sceneggiatura era molto chiara, i movimenti psicologici dei personaggi li riuscivi a seguire nonostante fossero contenuti. Grazie alla scrittura, una grandissima scrittura, capitava che si arrivasse al momento del ciak conoscendo il vissuto dei protagonisti e che il risultato di questa consapevolezza creasse qualcosa di molto teso e preciso. Non abbiamo lavorato sull’improvvisazione. ma abbiamo fatto di tutto per rendere credibili  - parlo delle mie scene - e misteriosi i personaggi. La qualcosa mi sembra riuscita perché rispetto al rapporto tra Duval (Francois Cluzet) e Sara nessuno può dire  se il loro sia un legame d’amore o d’amicizia. Di sicuro sappiano che è  l’incontro di due grandissime solitudini. Una, quella di Duval, il protagonista della storia, è una solitudine blindata, l’altra, quella di Sara è invece capace di grande umanità ed è ciò che darà all’uomo la forza di compiere azioni inaspettate.  
Qual’è la cosa che ti ha convinto ad accettare la parte. 
Ho deciso di fare questo film per la qualità della sceneggiatura e poi perché il polar era un genere a cui non avevo mai partecipato. In più, trattandosi di un film francese c’era la sfida di recitare in un’altra lingua. In realtà sul set ho scoperto un regista capace (l’esordiente Thomas Kruithof), con un punto di vista molto specifico rispetto alla storia e con riferimenti cinematografici che io condividevo. Per non dire della possibilità di confrontarsi con un grande attore come Cluzet che non capita tutti i giorni.
Volevo chiederti se Kruithof ha lavorato sul tuo accento perché tu sei bravissima ma si sente che non sei francese.
No, assolutamente. Nel film il mio accento potrebbe far pensare a un timbro di voce tipico dell’est europa, in realtà il modo di esprimersi di Sara è abbastanza neutro e questo, paradossalmente, ha giocato un punto a favore del mistero di cui in qualche modo la ragazza si faceva portatrice.
A proposito di Sara a quali film ti sei ispirata.
Più che io penso che tutto dipenda dallo sguardo del regista: Thomas si rifà chiaramente a un certo cinema degli anni settanta e per esempio a “Il Maratoneta”, con Francois Cluzet che assomiglia non poco al personaggio interpretato da Dustin Hoffman. Parliamo di riferimenti evidenti, che è possibile rintracciare nei passaggi della trama ma anche di altri, più sottili e meno lampanti che appartengono ai colori e all’essenzialità della messinscena: in questo schema Sarà rappresenta quella fuori dal coro. Aggiungo che mentre il film si realizzava mi sono resa conto di quanto Thomas sia in grado di compiere scelte precise ma sempre discrete ed eleganti, mai sottolineate o insistite. Queste secondo me fa di lui un grande regista e de “La meccanica delle ombre” un buon film.
Come ti sei trovata a lavorare con Francois Cluzet.
Ho conosciuto Cluzet il giorno delle prove, quello in cui era prevista la lettura del copione. Siccome la mia era una piccola parte pensavo che tutto si sarebbe risolto in poco tempo invece la cosa è andata avanti per l’intera giornata in virtù della generosità di Cluzet, il quale convinto della bontà del progetto si e messo al servizio della storia e del personaggio in maniera totale. Sono rimasta davvero ammirata per la sua dedizione: nei miei confronti è stato molto partecipe, aiutandomi a superare le difficoltà dovute al fatto che in quel momento non conoscevo ancora bene il francese. Il segnale di quanto seriamente abbia sposato la causa del film la si vede nell’eccellenza della sua interpretazione, in grado, da sola, di reggere l’intero film. 
Per quanto riguarda l’associazione degli alcolisti anonimi di cui Duval e Sara sono frequentatori volevo chiederti in che modo ti sei preparata 
Io non la conoscevo e non vi ho mai partecipato però anche in questo caso il regista non aveva intenzione di raccontare il fenomeno degli alcolisti anonimi. Il suo obiettivo era quello di far emergere gli aspetti legati al percorso di riabilitazione dei personaggi attraverso gli eventi del film e il comportamento di Sara e Duval. Per spiegarmi meglio mi viene in mente la battuta di Sara   a proposito del suo “brindare con la limonata”: è una cosa piccolissima ma indicativa del suo stato d’animo perché la voglia di scherzare su un fatto tanto importante ci comunica che il personaggio è oramai fuori dal problema. In un istante e senza dirlo in maniera diretta il regista ci rivela l’universo esistenziale dentro cui si muove la ragazza.

In questo senso Sarà sembra una donna attaccata alle regole. 
Si, è vero, lei vuole delle regole poi però è quella che spinge Duval a infrangerle. Sara lo provoca in continuazione domandandogli quali sono le cose che gli sono consentite e se per esempio agli alcolisti anonimi è permesso  come fanno loro di vedersi al di fuori del contento terapeutico. Sara è l’unico personaggio che fa mette in pratica ciò che sente e che, pur sbagliando, non si tira mai indietro; Duval invece sembra un personaggio kafkiano, bloccato e inerte rispetto alla vita eppure capace di ribellarsi al proprio destino in virtù dell’umanità che Sara gli trasmette. 
Quando parli del film si capisce la tua soddisfazione nell’averlo fatto.
E’ vero. Kruithof mi ha voluta dopo aver visto i miei film e dopo averlo incontrato ho capito che aveva un punto di vista preciso su ciò che voleva realizzare. Come ti ho detto, mi sono piaciuti personaggio e sceneggiatura ma fare un film è come una crociata, è un atto di coraggio e dunque ci vuole qualcuno in grado di trasmetterti questo coraggio. Kruithof l’ha fatto e io sono stata felice di aver partecipato alla sua avventura.
Adele De Blasi, Carlo Cerofolini










mercoledì, aprile 05, 2017

THE STARTUP – ACCENDI IL TUO FUTURO

The Startup – Accenti il tuo futuro
di Alessandro D’Alatri
con Andrea Arcangeli, Matilde Gioli, Luca Di Giovanni, Matteo Leoni, Massimiliano Gallo
Italia, 2017 
genere, drammatico
durata: 97'


Matteo Achilli è un ragazzo romano di 19 anni che frequenta l’ultimo anno del liceo. Vive nella periferia romana, ha una fidanzata, una vita normale e u sogno nel cassetto: diventare ricco inventandosi un’app. Così facendo crea un social network per far valutare i curricula mediante un algoritmo. L’idea dell’app chiamata EGOMNIA, ossia “UNO CONTRO TUTTI”, è di organizzare i curricula degli iscritti e, attraverso una formula matematica, sintetizzarli in una valutazione numerica inserendoli in una classifica di merito. Il progetto all’inizio non miete proseliti : nessuno crede in un ragazzo di 19 anni, ma alla fine con molte difficoltà decolla e trova anche molti ammiratori, addirittura nel mondo della politica. Al ragazzo si aprono le porte  dei salotti della Milano bene, ma tutta questa notorietà e ricchezza lo trasformeranno, omologandolo a tutto ciò che lui aveva sempre disprezzato e combattuto fino al punto di mettere rischio famiglia, amicizia e persino l’amore per la sua ragazza. Matteo dunque si trova dinanzi ad un bivio: cosa sceglierà? 

Il film è ispirato ad una storia vera perchè Matteo Achilli esiste davvero, ha 24 anni, non si è ancora laureato e fa l’imprenditore grazie all'idea che gli ha garantito felicità e benessere economico. La sceneggiatura - scritta dallo stesso D'Alatri - lo dipinge come un ragazzo idealista, bravo e con una famiglia alle spalle che anche a costo di grandi sacrifici lo ama e lo supporta in tutto e per tutto. Un valore quello dell'istituto famigliare che riecheggia centrale in un momento in cui invece la stessa sembra perdere sempre più consistenza.


Ma a ben vedere l'intera vicenda esalta i valori classici come lo è il principio del non arrendersi mai e quello di nietzschiana memoria secondo cui se desideri veramente qualcosa la puoi ottenere presente. Il tutto attraverso dialoghi semplici, energici e con un ritmo degli eventi che viene scandito da una buona colonna sonora che accompagna gli eventi più importanti del film (tra i brani spiccano “Incubo in piscina” e anche “Andrà tutto bene”). Matteo infatti non si arrende alla sua posizione sociale che forse lo vorrebbe condannato ad essere relegato se non ai margini almeno ai confini della società: ascolta le esortazioni del padre che per lui vuole qualcosa di diverso: la Bocconi, una posizione sociale prestigiosa, potere, ecc. Nel mezzo di questa ricerca il ragazzo si spinge persino a chiedersi se addirittura la felicità possa misurarsi in algoritmi anche attraverso alcune costanti e finisce per darsi una risposta positiva.


E a maggior ragione la matematica attraverso i suoi algoritmi è sicuramente in grado di offrire una garanzia massima di imparzialità nelle valutazioni e giudizi dei curriculum e delle potenzialità di ogni aspirante iscritto in cerca di lavoro. In questo lungo viaggio del protagonista lo stesso incontrerà i demoni tentatori del facile successo, del potere, della politica che lo tenteranno cercando di fargli rinnegare l’amicizia e l’amore e la stessa purezza dei suoi pensieri. Lo scontro sarà comunque fragoroso e lascerà in Matteo un segno indelebile. Dunque un film sui giovani, tema caro da sempre a D’Alatri, ma anche sulla famiglia, nonché sui cinquantenni che perdono il lavoro e sui principi etici che permeano comunque la nostra società. 

Il messaggio è dunque positivo e di speranza, soprattutto per coloro che non si rassegnano ai qualunquismi e rifiutano di percorrere facili e comode scorciatoie per raggiungere gli obiettivi prefissati. Forse un pò scontato e dai tratti facilmente romantici "The Startup" pur nel conformismo che risulta dal fatto di inneggiare in maniera  semplicistica alla meritocrazia ed al valore di ogni individuo  è comunque efficace nel collegare i suoi contenuti alla realtà dei nostri giorni, risultando attuale e vicino al background emotivo dei molti giovani che alla strega di Matteo hanno a cuore il proprio futuro. 
Michela Montanari

martedì, aprile 04, 2017

JOHN WICK - CAPITOLO 2

John Wick/capitolo II
di C.Stahelski.
con Keanu Reeves, Ian McShane, Riccardo Scamarcio, Lawrence Fishburne, Ruby Rose.
USA 2017 
durata, 123'



"Avevo un barlume di speranza di non rimanere solo e tu me l'hai portato via". Tale desolata constatazione circoscrive e caratterizza in maniera semplice ma esaustiva tanto l'orizzonte psicologico quanto l'ambito immaginativo da cui scaturisce e a cui corrisponde un personaggio come quello del sicario triste John Wick.

Intrigante e/perché derivativo, ovvio ma centrato, Wick - a cui ancora Reeves offre la tipica espressività sfuggente e l'aitanza stanca - riesce cioè a farsi largo con una sua compassata veemenza tra i ranghi dei vendicatori-proprio-malgrado del grande schermo. E ciò soprattutto in virtù di una sbozzatura tanto essenziale quanto efficace. All'interno di una cornice narrativa ritmata sulla replica dello schema elementare azione/reazione (innescato all'esordio da una tragedia personale elaborata come viatico per un'ipotetica apertura verso un nuovo modo di vivere), infatti, il baricentro della vicenda - e più in particolare, il suo valore metaforico - insiste sulla figura di un uomo già di per sé orientata alla stilizzazione, quindi implicitamente in grado di fare leva sul versante evocativo giocando sulla singolare alchimia di pochi attributi. Wick/Reeves è in primis e per lo più un tipo solitario (giocoforza), laconico, metodico, dai gesti misurati e precisi, abituato ad esprimersi più per il tramite delle conseguenze originate da un micidiale addestramento di morte che per le brevi e sommesse frasi estortegli dagli spesso malcapitati interlocutori.

Riflesso deforme e cupo di un mondo da par suo feroce e plumbeo, Wick si muove nel rettilario infido delle storture contemporanee a rimorchio di un'inguaribile mestizia e alla stregua di un Batman senza ali di pipistrello e potenza tecnologico-industriale di copertura, giustiziere di un dolore insanabile a cui quelli più spiccioli e accessori (il furto dell'amata Ford Mustang 429 e la vile uccisione di un cucciolo) fungono da composto d'innesco per ginniche carneficine e parossistiche sparatorie a cavallo tra la progressività obbligata del videogame, le inquiete geometrie chiaroscurate del fumetto e la prepotente carica fisica codificata da certo cinema orientale. Tutto come se il Neo di Matrix (rivelatrice la presenza di Fishburne in questo secondo episodio, compendiata da un "Ci siamo visti molti anni fa, quando ero solo un pedina del gioco", che avrebbe potuto essere pronunciata dall'antico sodale Morpheus e che la dice lunga sulla continuità di rimandi e suggestioni a cui un personaggio come Wick si presta) fosse invecchiato macerandosi nella consapevolezza di aver fallito la propria missione di redenzione e al suo posto - benché riluttante - avesse concesso alla parte di sé meno incline alla comprensione di emergere e prendere il sopravvento incarnandosi nei lineamenti invulnerabili dell'Angelo Vendicatore (Wick veste quasi solo di nero e viene indicato, da conoscenti e/o probabili vittime, come l'Uomo Nero - Boogeyman - o il Fantasma, lo Spettro), anello di congiunzione e parziale compensazione ad una realtà muta e indifferente, sfondo impersonale oramai rassegnato a portare avanti i propri traffici come sommatoria indefinita d'atone nefandezze, nei confronti della quale il nostro infierisce stranito secondo le accensioni d'un'eleganza appesantita e schiva, afflitta e inattuale, marziale e sempre un po' fuori sesto, rallentata, rispetto all'accelerazione omicida dei tempi, capace, quest'ultima, di frullare qualunque cosa nella medesima frenesia dissipatoria. 


Una generale, imperturbabile compostezza, in definitiva, che lo apparenta (sebbene alla lontana eppure nella stessa scia) in ragione di un qual sfinito autocontrollo, d'un combattuto rispetto della lealtà, d'un insopprimibile volontà di non arrendersi alla piega miserabile di certe evidenze, alle solitudini nichiliste di Peckinpah, di Melville, di Eastwood, imprinting caratteriale orfano - ed è un portato consueto per  l'antieroe tardo-moderno -  persino d'un codice personale che non abbia come riferimento primo quello della mera sopravvivenza.

In tal senso è leggibile - coerente, come pure, dal punto rivista produttivo, opportunista - la sentenza pronunciata da Wick in favore di mdp, un attimo prima che, sanguinante e al passo con l'unico amico possibile - un altro quattro zampe - affronti le incognite della fuga: "Chiunque arriverà, io lo ucciderò. Ammazzerò tutti". Ma questa è un'altra storia. La prossima.
TFK

lunedì, aprile 03, 2017

REVENGEANCE

Revengeance
di Bill Plympton e Jim Lujan
Usa, 2016
Genere, animazione
Durata, 71’



Il cacciatore di taglie Rod Rosse, malmesso e trasandato, viene ingaggiato da Deathface, un senatore della California, ex campione di wrestling e a capo di una banda di bikers dalle tendenze razziste e dedito a loschi traffici. Insieme ad altri, Deathface ordina di catturare una giovane donna che, nottetempo, si è introdotta nel suo covo rubando degli scottanti documenti e dando fuoco alla dimora. Inizia così una tragicomica serie di avventure dove il povero Rod Rosseè coinvolto in una fitta rete di trame tra sparatorie, improvvisi cambi di prospettive, scontri con la setta di un santone in mezzo al deserto, competizioni senza esclusione di colpi con gli altri bounty hunter, in cui alla fine riuscirà a salvare la pelle e a svelare il vero volto del corrotto senatore.

Revengeance è il nuovo film del maestro americano dell’animazione indipendente Bill Plympton, qui al suo ottavo lungometraggio (e ha in preparazione già il prossimo), firmato insieme al collega Jim LujanPlympton è anche produttore e disegnatore, mentre Lujan ha scritto, musicato e interpretato la stragrande parte dei personaggi con la una inusitata bravura nel modellare la propria voce adattandola secondo le situazioni.
Plympton ha una carriera alle spalle intensissima: oltre ai lungometraggi, ha creato una incredibile serie di corti premiati in tutto il mondo (tra cui il Festival di Cannes e la candidatura a due premi Oscar); le sue vignette e strisce appaiono tutt’oggi su quotidiani come il New York Times e The Village Voice e le rivisteRolling StoneVogueVanity FairPenthouse e National Lampoon.


Dal punto di vista tematico, Revengeance è a tutti gli effetti un noir con tutti gli stilemi del genere: l’antieroe, la vendetta, il cattivo politico di turno con un passato burrascoso e malavitoso, donne fatali, caratteristi con le loro fisime fisiche e comportamentali, la giovane ragazza forte che cerca la verità. Lujan, come abbiamo detto autore della sceneggiatura, pesca a piene mani da tutto un immaginario recente che va da Chinatown di Roman Polanski a Il lungo addio di Robert Altman, dal Moses Wine, detective di Jeremy Kagan alle eroine del cinema tarantiniano.

È interessante il personaggio di Rosse, somigliante più a un piccolo impiegato che a un cacciatore di taglie: fisico debole, con il riporto su una calvizie incipiente e convivente con una madre che gli fa da segretaria e da assistente e verso il finale lo aiuta in modo consistente nel toglierlo dai guai, in siparietti gustosi e divertenti, pieni di ironia, che donano a Rosse ancora di più un alone di simpatia per un cacciatore di taglie “fuori ruolo”. Del resto, vive nel ricordo di un padre poliziotto morto che idolatra e prende da esempio nel suo lavoro, lui sì un uomo dal fisico asciutto e sicuro di sé, un vero duro insomma a cui il povero Rod non somiglia per niente se non nella sua pervicace voglia di seguire le orme paterne. La vendetta è di una giovane ragazza a cui Deathface ha ucciso i genitori quando era bambina con la collaborazione di un capo della polizia locale, suo complice. È lei che ruba il documento scottante e che il senatore vuole recuperare a tutti i costi. Anche l’eroina di turno utilizza un’arma non convenzionale come arco e frecce, in cui è maestra e non sbaglia mai un colpo, uccidendo una serie di complici coinvolti nella morte dei genitori.


Disegnato a mano, fotogramma per fotogramma, Revengeance, se dal punto di vista diegetico è abbastanza convenzionale, non lo è da quello stilistico: Bill Plympton continua nella tradizione dell’animazione per adulti di Ralph Bakshi(su tutti Fritz, il gatto), mettendo in evidenza immagini di sesso e violenza in un mondo iperrealistico. Lo stile del disegno del regista americano è compostodall’accentuazione fisiognomica dei personaggi: tratti somatici pesanti, allungamento degli arti che sembrano di gomma, donne con gambe lunghissime e seni prominenti e appuntiti, uomini o con pance prominenti e pelosi oppure con busto triangolari e scolpiti nel marmo – come quelli di Deathface. Una rappresentazione antropologica che gioca sulla messa in evidenza in eccesso dei tratti psicologici, dando un senso del fantastico di una certa originalità. E Plympton questo tipo di disegno lo applica anche agli oggetti e alle azioni: cosìle auto e le moto si allungano oppure si curvano in modo improponibile per le leggi della fisica; il fumo delle sigarette diventa materico e si allunga per tutta l’inquadratura. Insomma, un disegno policromo, con colori accesi e saturi,elastico e dalle linee sinuose dove il tratto della matita appare muoversi sulla plastilina invece che su un foglio di carta. E il fascino del disegno è ancora più forte se si pensa che non c’è nulla creato con la grafica computerizzata.

Film di chiusura della rassegna che la Cineteca di Milano dedica all’animazione per adulti, si ha l’occasione imperdibile di godersi Revengeance in anteprima per l’Italia. Un piccolo gioiello caustico e sarcastico, un’opera di animazione originale e lontana dagli stereotipi hollywoodiani e degli studios della grande industria californiana.
Antonio Pettierre

“La grande animazione al cinema”, Fondazione Cineteca Italiana, Spazio Oberdan, Sala Alda Merini a Milano rassegna dal 11 gennaio al 16 aprile 2017: “Revengeance” dal 13 al 16 aprile 2017.

domenica, aprile 02, 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA


                                     Viaggio a Tokio di Yasujiro Ozu (Giappone, 1953)

LA VERITA', VI SPIEGO, SULL'AMORE

La verità, vi spiego, sull'amore 
di Max Croci
con Ambra Angiolini, Carolina Crescentini, Massimo Poggio
Italia, 2017 
genere, commedia
durata: 92' 


Dopo sette anni di vita insieme e due figli, Dora è stata lasciata dal marito Davide: un evento catastrofico di cui la donna non si fa una ragione e che considera del tutto inspiegabile. Ci vorrà una lunga serie di incontri e vicissitudini perché Dora prenda finalmente coscienza di sé e della propria responsabilità per quanto è accaduto, uscendo dalla fase di diniego. "La verità, vi spiego, sull'amore" si basa sul libro omonimo di Enrica Tesio, a sua volta basato sul blog TiAsmo in cui l'autrice raccontava in prima persona ciò che le era accaduto nella vita reale, cercando di superare il trauma giorno dopo giorno, anche attraverso la condivisione con i navigatori. Il problema della versione cinematografica, è proprio la sua incapacità di staccarsi completamente da quel format, perfetto per il web e per la diffusione social, e diventare un film a tutti gli effetti. I vari escamotage che il regista Max Croci utilizza, dallo sguardo in camera alla narrazione in voce fuori campo, sono in realtà vizi ricorrenti di quel cinema di commedia italiano recente che, nella rincorsa alla popolarità delle web serie e alla apparente vitalità degli spot pubblicitari, perde di vista lo specifico filmico, che può certamente avere un'evoluzione nel linguaggio, ma non adoperando registri adatti ad altri contesti comunicativi. 


Croci azzecca il ritmo comico veloce e sincopato della narrazione, ma lascia ancora troppo spazio all'attesa delle reazioni davanti ad ogni situazione comica e battuta e confonde spesso leggerezza e superficialità, dimenticando che anche il cinema americano, cui evidentemente si ispira, persino quello meno riuscito, lascia spazio a squarci di verità e di dolore che possono restituire profondità ad una storia sull'elaborazione di un lutto, anche se raccontata in chiave ironica. Non aiuta aver scelto come protagonista Ambra Angiolini, che non riesce a veicolare sofferenza o smarrimento attraverso la sua performance, creando invece il ritratto di una donna più inconsistente che inconsapevole, più capricciosa che disorientata. Anche la confezione patinata e la scelta di non raccontare né le difficoltà economiche della classe borghese, che Dora rappresenta, né quelle lavorative di una mamma che si ritrova a crescere i figli da sola, tolgono concretezza alla storia, e la figura di Sara, l'amica single della protagonista, diventa una macchietta marginale senza spessore umano. Se la cavano meglio i personaggi maschili, anche grazie alla maggiore forza interpretativa di Edoardo Pesce e Massimo Poggio. Le uniche in grado di andare un passo oltre, però, pur nei toni caricaturali della commedia, sono le nonne, interpretate da Pia Engleberth e Giuliana De Sio, la cui soglia di dolore resta evidente anche dietro lo scambio di battute più mondano.
Riccardo Supino 

sabato, aprile 01, 2017

"ANIMALI FANTASTICI E DOVE TROVARLI" E LA FRONTIERA DEL DIGITAL DOWNLOAD


Animali fantastici e dove trovarli
di David Yates
con Eddie Redmayne, Katerine Waterston, Dan Fogler, Alison Sudol
Regno Unito, USA, 2017
genere, fantastico, avventura,azione, drammatico
distribuzione, Warner Bros Entertainment Italia
Dal 13 marzo in digital download, anche in HD su tutte le piattaforme digitali




L’uscita in digital download di “Animali fantastici e dove trovarli” è di quelle su cui vale la pena soffermarsi non solo perché il film tratto dall’omonimo libro di J.K Rowling è stato capace di rilanciare l’universo magico che era stato protagonista della saga di Harry Potter ampliandolo di sfumature e accenti in grado di soddisfare anche i gusti di quella parte di pubblico meno legata alle avventure del maghetto di Howgart. La presenza sulle principali piattaforme digitali di un titolo importante come quello distribuito da Warner Bros Entertainment Italia a partire dal 13 marzo, corredato di contenuti speciali disponibili solo nella versione digital download (“I nuovi maghi e le nuove streghe” è previsto solo su iTunes)  conferma le caratteristiche di una distribuzione home-video sempre più a portata di mano dello spettatore, il quale, schiacciando il pulsante del telecomando o cliccando la tastiera del pc può scaricare l’equivalente della versioni dvd e blu-ray disponibili nei negozi specializzati.  


Una scelta quella della Warner che lungi dal precludere un disimpegno dalle forme di distribuzione più classiche  (i dati di vendita confermano l’ottimo stato di salute  del settore) testimoniano la volontà di adeguarsi ai gusti e alle tendenze del pubblico più giovane, abituato a fruire del prodotto cinematografico senza il feticismo riservato al film in quanto oggetto da possedere in termini materiali attraverso i diversi tipi di confezione che accompagnano le uscite dei film home-video. Insomma una possibilità che si aggiunge alle altre già collaudate, senza contare che il digital download “Animali fantastici e dove trovarli” era a disposizione dei potenziali spettatori giorni prima rispetto al suo arrivo negli scaffali dei negozi: particolare da non sottovalutare quando il titolo in questione è tra i più attesi e riusciti della stagione.