venerdì, febbraio 26, 2010

MOON

Moon
regia di Duncan Jones


Scritto e diretto dal regista pubblicitario Duncan Jones, qui al suo esordio per il grande schermo, Moon riprende i temi del filone fantascientifico, omaggiando classici del genere.
Girato con un budget ridotto all’osso, il film racconta la storia dell’astronauta Sam Bell (Sam Rockwell) impegnato, da tre anni, nella base lunare Selene, della società americana Lunar, per seguire e monitorare l’estrazione di helium 3, indispensabile per risolvere la crisi energetica terrestre.
Bell è accompagnato, nella sua attività e permanenza alla base, dal robot Gertie (la cui voce è interpretata da Kevin Spacey), dalle fattezze e comportamenti di kubrickiana memoria e che oltre a interloquire in stile umanoide comunica con emoticons.
A due settimane dalla conclusione del suo mandato, Bell inizia ad accusare seri problemi di salute che rapidamente lo portano ad aggravarsi e ad avere delle allucinazioni. La perdita di concentrazione dovuta a queste ultime, improvvise e scioccanti, causano a Bell un incidente durante una missione sul suolo lunare.
Cosa sta succedendo?
Perché improvvisamente c’è un altro Sam Bell nella base, irascibile ed inatteso?
Jones riece a tenere la tensione lungo tutto il film amplificando queste domane come cerchi nell’acqua fino al finale. La prova è ben riuscita anche grazie alla splendida performance di Sam Rockwell, qui impegnato quasi in un monologo che lo porta ad interpretare vari livelli emotivi e di coscienza.
Apprezzabile anche la colonna sonora, semplice ed asciugata nonché affabilmente ossessiva, che ben si adatta al clima di estraniamento e di progressivo risveglio di coscienza del protagonista.
Le sequenze girate in esterno risultano di pregante impatto visivo, tanto da rimandare alla mitica serie tv Spzazio 1999.
Voto 8

giovedì, febbraio 25, 2010

NORD

Norvegia.
Il viaggio di Jomar, ex campione di sci che depressione e crisi di panico hanno relegato in una stazione sciistisca come guardiano, inizia quando qualcuno gli rivela che una sua ex ha avuto un figlio da lui.
Con motoslitta, alcool e pillole, parte, lottando e sfidando le proprie paure.
Ultima esitazione: prima di una galleria (prima di immergersi in se stesso?), ma poi, via, lungo paesaggi completamente bianchi di neve, dove la presenza umana è rara.
La solitudine di un viaggio, che altro non è che un viaggio interiore, alla ri-scoperta di sè; per ritrovare il proprio io, che paure, ansie, depressione hanno annebbiato e nascosto.
E ora via, verso la vita (il figlio, come metafora della vita), attraverso dolori quasi insopportabili, case che bruciano, una bambina, un giovane e un vecchio che rappresentano l'unica umanità che incontra sul suo percorso (le tre età della vita?).
Solitudine, momenti che sfiorano il grottesco, tragicomici.
Tempeste di neve, cielo grigio, che alla fine del viaggio diventa assolato.
Ed è la vita!
Citando l'Ulisse di Joyce: "Forza, ora. E la via sia".
Visione del film consigliata, insieme a quella di "osare, affinché la via sia"


Film in sala dal 26 febbraio 2010

Codice: Genesi
( The Book of Eli )
GENERE: Azione, Thriller
ANNO PROD: 2010 DATA DI USCITA: 26/02/2010
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Albert Hughes, Allen Hughes

Genitori & figli: Agitare bene prima dell'uso
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2010
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Giovanni Veronesi

Invictus
( Invictus )
GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Clint Eastwood

Nord
( Nord )
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Norvegia
REGIA: Rune Denstad Langlo

Senza apparente motivo
( Incendiary )
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Sharon Maguire

lunedì, febbraio 22, 2010

L'uomo nero

L'uomo nero
regia di Sergio Rubini


Con L'uomo nero Sergio Rubini torna ai temi a lui piu' cari quali la Puglia e la famiglia, in un percorso di ricordo e di catarsi che impreziosice un inequivocabile omaggio al suo paese di origine.
ambientato nella profonda provincia di Bari, Rubini dirige, ed interprta, la storia di Ernesto Rossetti, capostazione di uno sperduto paesino con velleità artistiche, che sogna di diventare un ammirato pittore. Ispirato da Cezanne, ma tuttavia umiliato da un critico d'arte locale che non perde occasione per stroncarlo sul quotidiano del Paese, Ernesto rincorre i sogni di gloria sbattendosi tra una incessante insoddisfazione ed uno sconfortante senso di fallimento.

La vita artistica di Ernesto si intreccia indissolubilmente con la sua vita famgiliare. La moglie, interpretata da Valeria Golino, è una insegnante che sostiene, con affanno e preoccupazione, i continu tentativi del marito di raggiungere la fama artistica.
Le vicende di famiglia sono narrate attraverso lo sguardo del piccolo figlio Gabriele, che si muove con curiosità e timore tra i giganti della sua famiglia: il padre frustrato ed affascinante, lo zio Pinuccio (Scamarcio) adorabile e donnaiolo, la madre presente e preoccupata.

La pellicola riporta indietro nel tempo e dà modo a Rubini di mettere in scena la figura del padre, in un percorso di comprensione, ricordo e catarsi profonde.
Ma il film è anche un abbraccio all'infanzia, alle sue meraviglie ed ai suoi primi traumi. Ed un luminoso omagio alla Puglia estiva inondata di luce.

Lo stesso Rubini, in conferenza stampa, ha dichiarato. "Lo spunto per girare L'uomo nero nasce da un ricordo dell'infanzia: la memoria di un macchinista che lanciava caramelle ai bambini lungo i binari. Sono perciò partito da quell'immagine e dalla voglia di tornare a lavorare con Domenico Starnone con cui condivido un padre ferroviere e pittore. Ci siamo seduti a tavolino e abbiamo messo insieme pezzi della nostra storia personale. All'inizio temevamo che potesse venirne fuori un racconto sfilacciato e confuso, più tardi, al contrario, che ci fosse invece troppa trama e che quest'ultima avrebbe finito per soffocare il clima e il sapore del film, che era la cosa che ci stava più a cuore. A volte penso di non poter fare a meno di tornare a me stesso e se uno non torna a se stesso che cosa racconta?"

Ottima prova del regista pugliese, che si conferma sempre più autore di storie popolari e capace di raccontare il nostro Pese con il giusto miscuglio di serietà ed ironia, senza mai perdere il contatto con la realtà.
Golino e Scamarcio supportano, con buona riuscita, l'interessante opera.
Di Fabrizio Gifuni possio parlare praticamente solo di cameo, come per le tante comparsate o i ruoli minori asseganti ad attori comunque amati e noti al grande pubblico (si vedano ad esempio Maurizio Micheli ed Anna Falchi).

Voto 8

Le Refuge

Le Refuge
(regia di François Ozon
)

Dopo aver scoperto che il compagno tossicodipendente è morto e lei è rimasta incinta, Mousse decide di portare avanti la gravidanza rifugiandosi nella villa di campagna di un ex spasimante. Il suo isolamento è interrotto dal fratellastro del morituro che al contrario degli altri familiari le offre il suo sostegno ed un po' di compagnia in attesa dell'evento. La convivenza forzata ed insieme voluta, darà il via ad un confronto di amore ed odio che confluirà nella scoperta di sé e dell'altro, con un finale sorprendente ma in linea con la poetica iconoclasta del suo autore.




Continua a leggere la recensione di LE REFUGE di nickoftiome su ONDACINEMA.IT





venerdì, febbraio 19, 2010

Gli occhi di Penelope (1) - A SINGLE MAN

A SINGLE MAN
regia di Tom Ford


recensione di Penelope


"A single man" è il primo – di una lunga serie, spero – film di Tom Ford, fascinosissimo ex stilista del gruppo Gucci.
Lo avevo osservato ed ascoltato qualche giorno prima mentre veniva intervistato da Fabio Fazio, su Raitre. Non posso negare di essere rimasta ammaliata dal personaggio, da quel modo singolare di atteggiarsi sulla poltrona Frau dello studio, che trovava troppo bassa per i suoi gusti. Impeccabile nel suo abito nero, non riusciva a rilassarsi completamente su quella poltrona, tant’è che non ne ha mai sfiorato lo schienale. L’eleganza innata nella postura diritta e nei gesti morbidi tradiva già una spiccata sensibilità d’artista, che non si ferma all’estetica perfetta di cui è evidentemente l’incarnazione, ma che spazia interpretando e rendendo proprio un mondo che fino a ieri non gli apparteneva, quello dei cineasti. E così, quel vezzo terribilmente bello ed accattivante di aggrottare le sopracciglia in un’espressione profonda mi ha rapita e convinta ad andare al cinema a vedere il suo film.
Le premesse non mi hanno tradita. Il film è un piccolo capolavoro estetico, dall’impatto visivo fortissimo. Tratto dal romanzo omonimo dell’inglese Isherwood, il film racconta di un amore omosessuale che è terminato tragicamente, e del dolore lancinante che la conseguente solitudine provoca nel protagonista.
Il nostro “enfant prodige” sembra non lasciare nulla al caso. I colori dall’aurea bronzea proiettano lo spettatore con estrema immediatezza in quei malinconici anni ‘60 co-protagonisti del film, così delicatamente ricostruiti attraverso le ambientazioni ed i costumi. L’atmosfera restituita all’occhio è perfetta e mai ingabbiata in cliché o stereotipi. Ford riesce con gran naturalezza a costruire un mondo visivo che coinvolge senza mai travolgere, riuscendo a mantenere quella necessaria distanza emozionale tra il pubblico e la pellicola. Per raggiungere questo difficile ma riuscitissimo equilibrio estetico, Ford si affida a raffinate tecniche di ripresa cinematografica, riuscendo così a non sbagliare una sola inquadratura. Un esempio particolarmente efficace, a mio avviso, sono gli effetti di riquadratura presenti in alcune scene, dove talvolta convivono nella stessa dimensione spaziale i prepotenti occhiali del protagonista, lo specchietto retrovisore e il parabrezza della macchina, come se fossero testimoni di una scena nella scena, quasi a voler contenere e riflettere le potenzialità emotive dei personaggi. Molto interessante è anche l’ordine caratteristico dei molti elementi “in serie” protagonisti di alcune scene: i tanti fucili tutti nella stessa posizione parallela, le bottiglie in fila sugli scaffali dei bar, le macchine parcheggiate con perfetta geometria, suggeriscono l’idea di un ordine superiore ed esterno al personaggio a cui quest’ultimo vuol tendere caparbiamente.
Il film non è privo di ammiccamenti al linguaggio della comunicazione pubblicitaria, ed incastona alcuni passaggi in veri e propri cammei: l’uso del bianco e nero che il regista utilizza per ricordare alcuni momenti di vita del protagonista trascorsi con il compianto partner fa l’occhiolino a famosi spot pubblicitari dove corpi scolpiti ed adagiati su rocce quasi perpendicolari donano ai sensi dello spettatore una gradevole sensazione olfattiva. Che dire dello sfondo tutto hitchcockiano che, libero e blu, sorveglia il protagonista nel silenzio notturno di Los Angeles? E non si tratta dell’unica citazione cinematografica. Ford riesce a stimolare i ricordi dello spettatore e suggerisce una biondissima, fumante e muta Brigitte Bardot, un esplicito ed intraprendente James Dean, e ci serve su un vassoio d’argento lo spettro di Audrey Hepburn, che serpeggia dal romanzo di Truman Capote “Colazione da Tiffany” alle capigliature cotonate delle segretarie, agli abiti optical di una Julianne Moore già moralmente proiettata verso la realtà sessantottina.
Ma i pregi del film non si limitano solo agli aspetti stilistici ed estetici. Il film racconta una bella storia, la storia di una solitudine vissuta profondamente, di una lacerata intimità gridata a se stesso e non condivisa. Lo spettatore partecipa nonostante tutto al dolore del protagonista, ma lo fa con la discrezione del dovuto rispetto, e con un atteggiamento non urlato. L’equilibrio, dunque, non è solo caratteristica dell’impianto stilistico, ma costituisce il trait d'union tra questo e i sentimenti raccolti dal film. I personaggi sono delineati con estrema precisione ed accuratezza, e trasmettono allo spettatore le proprie difficoltà, i propri malesseri, senza mai essere invadenti. Ogni parola, ogni azione è dettata da una eleganza dell’animo e da una sensibilità delicatamente riportata in scena dagli attori. Le percezioni emotive risultano amplificate da un uso intelligente dell’accompagnamento musicale, talvolta sostituito dal nudo parlare degli elementi della natura, a sottolineare i momenti decisivi e tragici della storia. Il professore universitario George nasconde al mondo il suo dolore, e lo fa rendendosi quasi trasparente al cospetto di una società, quella dei sixties americani, che si esprime attraverso la quotidianità vissuta dai vicini di casa, attraverso i primi timori studenteschi nei riguardi della guerra fredda e delle altre trasformazioni storico-politiche in atto, attraverso la presa di coscienza della futura classe borghese americana dei pericoli dell’emarginazione delle minoranze, pericoli sollecitati dallo stesso professore George alla sua classe. E mentre contribuisce nel suo piccolo alla crescita culturale della nazione non senza successo (in particolare uno dei suoi alunni coglie nelle sue parole il profondo bisogno di riscontro), George soffre terribilmente di quella mancanza che gli deturpa l’anima. In questo ruolo imponente, Colin Firth convince senza alcun dubbio, e regala agli spettatori la percezione della sua intima disperazione.

giovedì, febbraio 18, 2010

Film in sala dal 19 febbraio 2010

Afterschool
( Afterschool )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Antonio Campos

Che fine hanno fatto i Morgan?
( Did You Hear About the Morgans? )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Marc Lawrence (II)

Il figlio più piccolo
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2010 DATA DI USCITA: 19/02/2010
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Pupi Avati

Il Missionario
( Le missionnaire )
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Roger Delattre

Il richiamo della foresta 3D
( Call of the Wild 3D )
GENERE: Drammatico, Avventura, Family
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Richard Gabai

La bocca del lupo
GENERE: Drammatico, Docufiction
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Pietro Marcello

L'Uomo Fiammifero
GENERE: Fantasy, Avventura
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Marco Chiarini

Promettilo!
( Zavet )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2007
NAZIONALITÀ Francia, Serbia
REGIA: Emir Kusturica

Wolfman
( The WolfMan )
GENERE: Horror
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Joe Johnston

mercoledì, febbraio 17, 2010

INVICTUS

INVICTUS
(regia di Clint Eastwood)


E’ difficile parlare dei maestri perché di loro si è detto già tutto, e quando lo si fa’ si rischia di parlare dell’ovvio, oppure di ledere l’aura di intoccabilità che li circonda quando il film non soddisfa le aspettative.
E’ questo il caso di Invictus, ultimo film di Clint Eastwood, un artista già in odore di santità, e che attraverso un episodio della vita del celebre Mandela si cimenta nuovamente con gli eventi della Storia, immergendoli all’interno di una poetica del quotidiano che fa i conti con la vita e misura la grandezza degli uomini dalla dignità dei loro gesti più che dal clamore dei resoconti cronachistici.

Anche nella scelta di raccontare attraverso un episodio minore la lungimiranza, per altri versi eclatante, del vecchio leader alle prese con i problemi di un paese ancora lacerato dalle tensioni razziali, ed in profonda crisi economica, (l’unificazione della Nazione passò anche attraverso al successo mondiale della nazionale di rugby sottratta all’esclusività dei soli Afrikaners e restituita alla popolazione nella sua totalità) Eastwood conferma la sua predilezione per una marginalità che racchiude l’essenza delle cose.
Ma anche qui, come già in passato gli era capitato, il regista è costretto a fare i conti con il passo della Storia, che concede molto in termini di fascinazione, ma esige anche un dimensione ufficiale che in qualche modo sembra togliere il respiro a quella privata e particolare del regista americano.
Così dopo un inizio folgorante, in cui il passaggio della scorta presidenziale, con le diverse reazioni dei ragazzi impegnati sui rispettivi campi di gioco è da solo significativo del momento storico, ed alcuni accenni al privato di Mandela alle prese con una paternità piena di rimorsi (un altro must del regista), il film inizia lentamente ma in maniera inesorabile a deragliare verso una narrazione che deve dare conto dei fatti e cede il passo al resoconto.
Insomma una sorta di prigione in cui rimane coinvolta la spontaneità di Morgan Freeman, imbrigliata da una performance interessata esclusivamente a replicare l’iconografia ufficiale del personaggio, ed il professionismo di Matt Damon, alle prese con un ruolo che non gli offre molte chance anche in termini di minutaggio.

Certo non mancano qua e là reminescenze di grande cinema, soprattutto negli spazi dedicati al rapporto tra Mandela ed il capitano della squadra (saranno proprio i suggerimenti del primo a ridare ossigeno ad un team senza identità e sull’orlo di essere disciolto), ma per il resto si cade nell’anneddotica sociale, con il bambino di colore che segue la partita insieme ai poliziotti che poco prima lo scacciavano, e sportiva, con inquadrature dello stadio stracolmo a simboleggiare la ritrovata unità ed una partita finale dilatata all’infinito dall’uso di un rallentì a rischio di maniera.
Insomma, per chi scrive si tratta di un film che non toglie niente alla fama del suo autore ma che neanche aggiunge nulla rispetto ad una carriera che non finisce di stupire, se è vera la notizia di un prossimo thriller soprannaturale (Hereafter) con Matt Demon protagonista.

giovedì, febbraio 11, 2010

PARANORMAL ACTIVITY

PARANORMAL ACTIVITY (Usa 2007)

Versione 1

L'incredibile storia di questo film ha inizio nel
2007.
Oren Peli gira il suo film in appena una
settimana, con una troupe di sole 3 persone e con un budget
misero di appena 15.000 dollari.
Il regista invia il suo film a numerosi festival, ma
solo lo Screamfest di Los Angeles inserisce PARANORMAL
ACTIVITY nel programma.
Il film viene notato da Steven Spielberg che lo
acquista per poter girare un sequel con la sua Dreamworks,
poi cambia idea, si accorda con la Paramount e organizzano
delle proiezioni nelle cittadine studentesche statunitensi
che ovviamente vanno tutte esaurite.
Il resto è storia recente.
PARANORMAL ACTIVITY costato solo 15.000 dollari
(Avatar è costato 450 milioni di dollari) ha
incassato solo negli Usa oltre 100 milioni di dollari e se,
come sembra, il successo sarà confermato anche in
Europa, si accinge ad attaccare il record dei record,
detenuto da GOLA PROFONDA (1972 - ma in Italia uscito
nel 1977) costato 25.000 dollari e che ha incassato in
tutto il mondo, home video compreso, oltre 600 milioni
di dollari.
PARANORMAL ACTIVITY ha una struttura elementare: una
giovane coppia continua a sentire strani rumori
all'interno della casa, la donna addirittura confida al
fidanzato di avvertire delle presenze durante le ore
notturne.
Per scoprire cosa succede durante la notte, i due
decidono di piazzare una telecamera nella stanza da letto
per filmare quello che avviene mentre dormono.
Oren Peli confeziona un horror
dell'inconscio di ambientazione casalinga, puntando
tutto sulle paure quotidiane, senza bisogno di scomodare
serial killer, mostri, zombie e sopratutto senza sprecare
ettolitri di vernice rossa.
L'esordiente regista fa fruttare al massimo
la piccola idea di partenza e ci costruisce su un intero
film, inoltre è bravo ad utilizzare al meglio i pochi
elementi (e risorse) a disposizione, vale a dire tonfi,
grugniti, scricchiolii.

Versione 2
Basta con questa storia del filmato ritrovato!
Lo abbiamo già visto in REC(2007), in CLOVERFIELD
(2008) e in quello che è considerato il padre del
genere, vale a dire THE BLAIR WITCH PROJECT (1998) come ci
è stato più volte spiegato dalla gran parte della stampa
in questi giorni.
Se invece avete un minimo di fiducia nel sottoscritto,
e sopratutto se avete uno stomaco abbastanza forte, vi
consiglierei di andare a cercare
l'ipercensurato CANNIBAL HOLOCAUST (1979) e vi
accorgerete che la storia del filmato ritrovato
era già stata portata sul grande schermo
dall'italianissimo Ruggero Deodato.
Anche se ultimamente l'horror sta segnando il
passo evidenziando chiari segni di stanchezza,
Paranormal Activity non può essere preso sul serio.
Due persone a corto di neuroni una volta preso atto
che la casa è infestata da presenze demoniache affrontano
il problema in scioltezza.
Mentre preparano la cena discutono amabilmente se sia
il caso di contattare un esorcista piuttosto che un
sensitivo, come se parlassero dell'idraulico o
dell'imbianchino e poi se ne vanno tranquillamente a
dormire.

La pochezza di tutto l'impianto è palese, anche
perchè ricalca storie già viste.
Si passa il tempo a sbadigliare in attesa
delle riprese notturne sperando in qualche sussulto che
non arriverà mai.
Miracoli del
marketing.

Film in sala dal 12 febbraio 2010

Lourdes
( Lourdes )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Austria, Francia
REGIA: Jessica Hausner

Amabili resti
( The Lovely Bones )
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Gran Bretagna, Nuova Zelanda, USA
REGIA: Peter Jackson

Maga Martina e il libro magico del draghetto
( Hexe Lilli, der Drache und das magische Buch )
GENERE: Fantastico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Australia, Germania, Italia
REGIA: Stefan Ruzowitzky

Scusa ma ti voglio sposare
GENERE: Commedia
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Federico Moccia

giovedì, febbraio 04, 2010

Film in sala dal 5 febbraio 2010

Adam
( Adam )
GENERE: Commedia, Drammatico, Sentimentale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Max Mayer

An Education
( An Education )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Gran Bretagna
REGIA: Lone Scherfig

Bright Star
( Bright Star )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Australia, Francia, Gran Bretagna, USA
REGIA: Jane Campion

Il concerto
( Le concert )
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Francia
REGIA: Radu Mihaileanu

Paranormal Activity
( Paranormal Activity )
GENERE: Horror, Thriller
ANNO PROD: 2007
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Oren Peli

lunedì, febbraio 01, 2010

Baciami ancora

Baciami ancora

Muccino, Procacci e Medusa schierano la meglio gioventù del cinema italiano e organizzano un bombardamento mediatico di rara intensità per il sequel de L'ULTIMO BACIO.
Fastose autocelebrazioni alla presenza di sorridenti dignitari di corte hanno segnato la settimana televisiva che ha preceduto l'uscita del film.
Il regista romano durante il soggiorno americano ha imparato i meccanismi dell'entertainment hollywoodiano e lo catapulta speranzoso sugli schermi italiani mettendo in scena un sequel infarcito di grossi nomi ai quali aggiunge la sua buona tecnica registica.
Il risultato è un film che si porta addosso i segni evidenti della sua estrema commerciabilità, che sicuramente avrà un buon riscontro al botteghino, che negli USA porta dritto allo status di grande regista, ma in Europa non funziona così e Muccino rischia di ritrovarsi in fondo al gruppo mentre le sagome dei suoi giovani colleghi Sorrentino, Garrone e Crialese si allontanano all'orizzonte.
Gabriele Muccino, che si preoccupa persino di citare il suo datore di lavoro americano Will Smith, si rivolta con voluttà negli stessi ingredienti de L'ULTIMO BACIO, vale a dire autodistruzione fisica e amorosa, occasioni perse e rimpianti, ma questo suo nuovo affresco generazionale è lontano anni luce dalla freschezza e dall'aggressività del primo capitolo.
Un paio di passaggi di buon cinema non salvano questo baraccone piacione dalle dinamiche prevedibili, senza grinta, che si trascina stancamente per due ore.
Sceneggiato come una telenovela sudamericana, condito con tragedie che non riescono a sembrare serie e fastidiosamente infarcito di pubblicità, BACIAMI ANCORA delude le attese e a tratti irrita nel vedere sprecato il talento dei protagonisti, (vittima eccellente il bravo Favino che interpreta un personaggio macchietta) e sopratutto quando il pupillo di Will Smith ci ripropone la stessa scena di lutto già vista in SATURNO CONTRO di Ozpetek.
Restiamo in attesa della prossima puntata dove, azzardiamo, la figlia di Carlo (Accorsi) e Giulia (Puccini) sarà alle prese con i primi amori; il padre naturale del figlio di Marco (Favino) e Veronica (Piazza) si rifarà vivo reclamando la paternità del bambino e Alberto (Cocci) tornerà dal suo viaggio.
BACIAMI ANCORA insieme a Baaria è la grande operazione commerciale di questa stagione dell'Italia cinematografara. Quella di Tornatore, come sappiamo, è miseramente fallita, questa di Muccino la dimenticheremo presto..
Tanto rumore per nulla.

venerdì, gennaio 29, 2010

THE ROAD

THE ROAD
by WAYNE JOHNSON from CANADA


I must admit that I did enjoy this movie. I had recently finished the book and was extremely surprised that it moved me (the book) as much as it had. This was my first experience with Cormac McCarthy’s written word. I had viewed NO COUNTRY FOR OLD MEN some years back but had not made the connection.

I must begin with my impressions of the book THE ROAD. The experience was completely unexpected. My wife had purchased the book as a Christmas present for me. I would have never bought the book as I make a rule to avoid the movie / book combination as one of the two consistently disappoints in my case. I tend to watch most movies with Viggo Mortensen therefore I had consciously decided to take the movie version of THE ROAD as opposed to the book. So…there I was with the book and plenty of time. I said what the heck and plunged in. The event was certainly worth the time.

THE ROAD (book) is dark, gloomy, terrifying at times, sad always, and almost without hope. How does McCarthy accomplish this? He plays on our individual imagination concerning the unknown but absolutely possible - something that has been in the background of our existence for 70 years. The nuclear holocaust and life (or some version of it) thereafter.

Getting back to the movie. As is typically the case for most and always for me – the movie never lives up to the book. No change in this circumstance, however I must admit it was a satisfying attempt.

The movie THE ROAD was almost as dark, gloomy, terrifying, and sad but just did not quite match up to the book. The actors for the most part suited the characters and my vision. Mortensen was excellent while the child actor playing his son was OK. It would have been a tall bill for any great and accomplished actor to carry off the degree of fear, hunger, fatigue, and loneliness that boy must have felt. Charlize Theron was a welcome surprise. In the book, the mother plays a small but crucial role and I think the selection of such a great actor to play this minute but pivotal role was fantastic. We see a bit more of the mother in the movie than in the book but it works well.

What I enjoyed the most with this movie was the context. It is what it is! The director shows you what is happening and essentially you are left alone to make up your own mind. No innuendo or implied messages. All the survivors, cannibals or “good guys,” are doing what they have to do to endure. The director and McCarthy are not judging them. They are just showing us what is occurring. There is almost no attempt to pull at heartstrings or to illicit emotion for or against a character. The script and the screenplay are stark and very frugal.

Mortensen’s character is a study within the movie. At the outset, we see what appears to be the consummate dad. The father who would do anything to ensure his son has the best chance at survival. These attributes would logically lead someone to believe the father would always do the right thing and take the morale high road. Not the case. Mortensen’s character will do anything…anything….to ensure his son lives to see another day. This anything entails deserting those in need of help, sharing only under extreme duress, threatening a man’s life who had robbed them, and finally and ultimately killing two men who had threatened his son.

The movie is not absolutely true to the book as is usually the case. In the book McCarthy describes a scene where the father and son come across a mother who had roasted her newborn for meat. I guess that vision was too extreme for the big screen.

In conclusion a good movie and well worth the effort in my case. I do not know if this assessment would have been the same if I had not read the book previously. There are few words in the movie and when they are spoken they are usually quiet or whispered. To have a grip on the context via a read of THE ROAD prior to the movie experience would be my recommendation.

giovedì, gennaio 28, 2010

Film in sala dal 29 gennaio 2010

Alvin Superstar 2
( Alvin and the Chipmunks: The Squeakquel )
GENERE: Animazione, Commedia, Family
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Betty Thomas

Baciami ancora
GENERE: Commedia, Drammatico, Romantico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Gabriele Muccino

Bangkok Dangerous - Il codice dell'assassino
( Bangkok Dangerous )
GENERE: Azione, Thriller
ANNO PROD: 2008
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Danny Pang, Oxide Pang

mercoledì, gennaio 27, 2010

Intervista a nickoftime su film tv

Sul settimanale di cinema e televisione FILM TV di questa settimana (uscito ieri 27 gennaio 2010 e relativo alla settimana dal 30 gennaio al 6 febbraio) c'è una bella, bellissima intervista al nostro caro Nickoftime.

Leggi tutta l'intervista


Clicca sull'immagine sottostante per ingrandirla e leggere l'intervista:



L'uomo che fissa le capre

Poche parole di poco valore le mie, ma mi piaceva comunque menzionare, seppure con due righe, questa commedia targata USA che, forse, in pochi sono riusciti a vedere al cine.
Forse ispirato da un'incredibile storia vera e trasposizione del libro di Jon Ronson, ad opera di Grant Heslov, sceneggiatore di "Good Night, and Good Luck ", "L'uomo che fissa le capre" è una commedia demenziale, nera e dissacrante che fa il verso all'esercito americano e al senso di autorità e reverenza che questa suscita.
Gli autori mettono in luce i punti deboli del corpo militare d'eccellenza americano e smontano, su situazoni davvero buffe, il mito americano dei corpi speciali dei marines e delle missioni segrete in genere, e tutto quel "gesso" che si porta addosso.
Il film è scritto bene e scorre fluidamente. cast di tutto punto, dall'ottimo George Clooney al divertente Jeff Bridges (adoro Jeff Bridges) fino alla conferma moderata del protagonista Ewan McGregor.
Peccato per la solita voce fuori campo, tuttavia ben inserita, un po' in stile diario di bordo, un po' per sostenere la complessa narrazione.
Il prodotto pare una singolare produzione nel panorama attuale: una commedia impegnata che fa il verso a tante reali demenzialità, con buon gusto e arguzia.
C'è pure un Kevin Spacey in gran forma.

Il canto delle spose


IL CANTO DELLE SPOSE (Francia 2008)
Regia: Karin Albou


Nour e Myriam sono due ragazze legate da una forte amicizia nonostante siano una musulmana e l'altra ebrea e conducano una vita per molti versi differente.
La musulmana Nour, benché giovanissima, è già stata promessa in sposa per volere della famiglia a suo cugino Khaled, anche se vorrebbe tanto frequentare la scuola come la sua amica ebrea Myriam.
L'ingresso della Wehrmacht a Tunisi, nell'autunno del 1942, cambierà per sempre la vita di Myriam e di sua madre Tita, alla quale non sarà più permesso di lavorare in quanto ebrea.
A questo punto la situazione si ribalta, Myriam sarà costretta dalla madre a sposare un ricco medico, per continuare a sperare nella vita, mentre Nour rimanda il matrimonio con Khaled perché quest'ultimo non riesce a trovare lavoro.
IL CANTO DELLE SPOSE è un buon film che cambia continuamente, si passa dal dramma della guerra, al film di formazione, per approdare al documentario antropologico e accreditare la tesi per cui le divisioni tra arabi ed ebrei vedrebbero responsabili gli europei e tedeschi in particolare.
Regia attenta che si concentra sugli oggetti e fa largo uso di primi piani.
Ottime prova per le due giovani protagoniste.
Finalmente anche sugli schermi italiani con due anni di ritardo, anche se nel nostro Paese era stato presentato in anteprima nel novembre 2008 al 26° Torino Film festival.

martedì, gennaio 26, 2010

Up in the air - Tra le nuvole

"Senza peso" è l'aggettivo più appropriato per definire l’ultima fatica di Jason Reitman: l’accostamento, lungi dall’essere una simpatica sciarada da accostare ad un titolo che molto deve all’assenza di massa corporea, è invece il risultato opinabile di una serie di fattori che ne caratterizzano la sua consistenza.
Costruito sulla notorietà del suo attore principale, ancora una volta alle prese con un personaggio la cui empatia (per mestiere licenzia le persone) poco si addice al target hollywoodiano, e forte di un impianto drammaturgico imperniato sulla nuova pandemia rappresentata dalla precarietà lavorativa, “Up in the air” si muove all’interno di due tendenze opposte e per questo uguali: da una parte vi è il movimento continuo e la mancanza di legami affettivi di Ryan Bingham (il suo motto è "Moving is living"), un tipo abituato a scivolare tra le pieghe della vita grazie ad una filosofia affinata nel corso degli anni con una applicazione maniacale, e persino teorizzata nelle conferenze itineranti che lo stesso si ritaglia nel corso dei suoi viaggi di lavoro, dall’altra la voglia di stabilità ed i valori famigliari delle sue "vittime", quegli impiegati che egli stesso dovrà mandare a casa; avversari uniti dal tentativo di ricondurre la realtà all’interno di una dimensione privata e personale ed egualmente perdenti di fronte agli scarti della vita.
Tematiche con un peso specifico non indifferente soprattutto se le si vuole convogliare all’interno di un film che si mantiene in equilibrio tra il realismo dell’assunto (nella parte degli impiegati licenziati Reitman fa recitare non attori a cui il destino ha riservato lo stesso destino) e la costruzione di un personaggio che non riesce mai a far dimenticare il fascino del suo interprete.
E così, inconsapevolemente stregato dal magnetismo della star, o più probabilmente perché i cromosomi del suo cinema appartengono al cinema più leggero,Reitman sposta progressivamente la vicenda sul fronte privato, preferendo soffermarsi sui dolori borghesi dell’azzimato Werther piuttosto che sulle problematiche sociali della moltitudine silenziosa: tra sguardi malandrini e camicie inamidate, serate al chiaro di luna e notti galeotte "Up in the air" si scioglie come neve al sole, concedendo molto al pubblico femminile sia in termini di divismo (Clooney sembra quello della pubblicità del caffè) che di emotività.
Il richiamo al cinema degli anni 70, vagheggiato nella centralità di un indagine psicologica che non perde mai di vista i tempi dello spettacolo, così come nella scelta di brani proveniente da quel periodo (Crosby, Still e Nash) non diventa mai sostanza ma semplice rimpianto di un epoca che non esiste più.
E come spesso accade al cinema di Jason Reitman, la voglia di piacere a tutti i costi (ci riuscì persino con lo sgradevole protagonista di "Thank you for Smoking") sommata alle necessità di un genere a cui il pubblico delega la funzione di sublimare la realtà, diventano l’antidoto contro qualsiasi tentativo di andare oltre il semplice intrattenimento.
Vittorie e sconfitte si equivalgono in un qualunquismo generale che nulla toglie alla riuscita del prodotto (il pubblico ripaga questa politica decretando il successo del regista) ma lascia l’amaro in bocca per le promesse non mantenute.

giovedì, gennaio 21, 2010

UP

...SCOIATTOLO!!!

UP è il film ideale perché in un solo film c'è tutto quello che si può vedere al cinema ed ha il grande pregio di essere universalmente comprensibile.
Se Wall-E, l'ottimo pasticcino da gustarsi con il te, era l'eccellente commedia romantica, UP è la pagnotta appena sfornata e profumata da divorare in ogni momento della giornata, in cui commedia, sentimento, dramma, poesia, azione, fantascienza e avventura sono impastati in una commistione perfetta, leggera, nutriente ed altamente digeribile.
La sceneggiatura, i tempi, le battute, i personaggi, tutto è perfetto, ci si commuove, si ride di pancia, si ride di testa, si gode di uno stupendo panorama, ci si riconosce nelle dinamiche dei personaggi, nei sogni sacrificati alle incombenze quotidiane e si realizza quanto la vita sia purtroppo breve e quanto il nostro cuore sia il motore capace di renderla la più bella delle avventure.
Tra le tante cose geniali sono da citare la perfetta sintesi dell'esistenza e della vita di coppia nei primi minuti del film, i cani weirdo che racchiudono nella loro caricatura pregi e difetti della specie e l'esploratore-scienziato che per follia e bizzarria ricorda molto i personaggi un pò toccati interpretati da Vincent Price.

Voto 10


Film in sala dal 22 gennaio 2010

A Single Man
( A Single Man )
GENERE: Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Tom Ford

Cuccioli e il Codice di Marco Polo
GENERE: Animazione
ANNO PROD: 2010
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Sergio Manfio, Francesco Manfio

Il quarto tipo
( The Fourth Kind )
GENERE: Fantascienza, Horror, Thriller, Mystery
ANNO PROD: 2009 DATA DI USCITA: 22/01/2010
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Olatunde Osunsanmi

L'uomo che verrà
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ Italia
REGIA: Giorgio Diritti

Nine
( Nine )
GENERE: Drammatico, Musical, Sentimentale
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Rob Marshall

Tra le nuvole
( Up in the Air )
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO PROD: 2009
NAZIONALITÀ USA
REGIA: Jason Reitman