giovedì, luglio 28, 2011

Tournèe -- recensione di nickoftime

Ci sono film destinati a rimanere nella memoria ed altri nella pelle: Tournèe, film d’esordio di Mathieu Amalric, appartiene alla seconda categoria perché raccontando le vicissitudini di una compagnia di teatro burlesque e del suo impresario, Joachim Zand, riesce a parlaci della vita senza la scorza di illusioni di cui spesso si riveste.

Una scelta ambiziosa per la retorica che spesso ne caratterizza i tentativi e che invece il neo regista riesce ad evitare, con una messa in scena di sorprendente sobrietà: monopolizzato da un umanità fisiologicamente eccessiva, vuoi per le caratteristiche fisiche delle sue interpreti, generosamente al di sopra dello stereotipo striminzito delle passerelle modaiole, che per la natura caricaturale dello spettacolo offerto, il Burleque appunto, e senza contare l’egocentrismo di un ruolo, quello dell’impresario interpretato dallo stesso Amalric, elevato al di sopra degli altri per le necessità mercenarie della realizzazione artistica, Tournèe si muove sempre su territori che privilegiano gli aspetti privati ed intimi dei personaggi, evitando di mostrare gli antefatti dolorosi, quelli delle scelte esistenziali (il mondo della televisione e del successo rinnegato da Joachim) e degli abbandoni familiari (i mariti ed i figli sacrificati all’esigenze personali), isolando momenti di vita che riescono ad esprimerne però, le conseguenze e gli sviluppi. Con inquadrature rubate, ed isolando i personaggi in un contesto che li riporta alla loro essenza - le performance delle ballerine riprese da lontano e decontestualizzate dal loro pubblico è esemplare nel rendere la solitudine di cui si fanno portavoci nel corso della storia – Almaric riesce a far dimenticare la carne per coinvolgerci in un diario intimo delicato ed allo stesso tempo vitale.

Costruito alla maniera di un road movie, con la progressione della storia collegata alle varie tappe della tournee, il film si avvale di una fotografia impressionista che favorisce la spontaneità della direzione registica ( per la quale si è tirato in ballo addirittura Cassavetes) e con un cast di attori la cui mancanza di notorietà, e mi riferisco per esempio a Miranda Colclasure ed alla sua splendida Mimì, riesce ad aumentare la credibilità delle loro performance. Presentato al festival di Cannes del 2010, il film si è aggiudicato il premio per la miglior regia. Per chi scrive anche l’attore era degno di menzione.

Film in sala dal 29 luglio 2011

Diario di una schiappa
(Diary of a Wimpy Kid)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Thor Freudenthal

Vanishing on 7th street
(Vanishing on 7th street)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Brad Anderson

giovedì, luglio 21, 2011

Film in sala dal 22 luglio

At the end of the day
(At the end of the day)
GENERE: Thriller, Noir
ANNO: 2011 DATA: 22/07/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Cosimo Alemà

Bitch Slap - Le superdotate
(Bitch Slap)
GENERE: Azione, Commedia
ANNO: 2011 DATA: 22/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Rick Jacobson

Captain America: Il primo vendicatore
(Captain America: The First Avenger)
GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura
ANNO: 2011 DATA: 22/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Joe Johnston

Hanna
(Hanna)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2011 DATA: 22/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Joe Wright

Monte Carlo
(Monte Carlo)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011 DATA: 22/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Thomas Bezucha

lunedì, luglio 18, 2011

The conspirator

Quando Frederick Aiken (James McAvoy), giovane avvocato di belle speranze deve decidere sull’opportunità di difendere Mary Surat (Robin Wright), la donna accusata di aver organizzato l’assassinio del presidente Abramo Lincoln, si trova di fronte ad un bivio: accettare l’incarico, e così facendo affermare ancora una volta il diritto di qualunque cittadino ad avere un processo equo, nonostante l’emotività del momento, oppure rinunciare, e cedere il passo alla volontà di coloro che ritenevano il verdetto già scontato ed il procedimento una pura formalità.
The Cospirator ci parla appunto di quella scelta e delle conseguenze che essa comportò nella vita del protagonista, costretto a lottare contro il pregiudizio di chi lo considerò un traditore della patria per aver accettato quella difesa, ma anche del pericolo insito in una democrazia che perde di vista i suoi principi fondanti: “quando c’è la guerra la legge tace” afferma uno dei personaggi del film al fine di giustificare le “leggi speciali” messe in atto dal governo per forzare la giuria a cambiare un verdetto non gradito, e successivamente di annullare la decisione di ripetere un processo evidentemente iniquo. Ed ancora delle responsabilità, che furono quelle della gente comune, qui rappresentata dal drappello di amici che ruotano attorno all’avvocato, e che il film utilizza per restituire gli umori di un opinione pubblica più attenta alle convenienze personali che all’evidenza dei fatti, e della classe dirigente, spaventata dalle conseguenze di quel vuoto di potere e per questo desiderosa di esibire una vendetta inesorabile. Il mondo dell’epoca alle prese con un evento epocale, che però ricorda quello di oggi, così vicino per gli scenari altrettanto apocalittici aperti dall’attentato dell’11 settembre e per le reazioni unilaterali messe in atto da chi il mondo lo deve governare.

Dopo “Leoni per Agnelli” Redford riprende un'altra pagina di storia americana costruendo un film che assomiglia ad un analoga lezione, e nel farlo, cerca di mantenersi in equilibrio tra ragione e sentimento: da una parte l’obiettività di chi rileggendo la storia non vuole commettere l’errore di manipolarla, dall’altra la passione dell’uomo da sempre impegnato nelle cause civili. Ed è proprio la presenza di queste due anime il difetto più evidente del film perché, se dà una parte assistiamo alla costruzione di una serie di caratteri che sembrano più preoccupati di corrispondere alla fedeltà storica che alla vita, con il conseguente irrigidimento verso formule stereotipate, dall’altra è evidente una certa enfatizzazione soprattutto nelle figure del giovane avvocato, idealista a tutti i costi e quasi sempre colto in una tensione emotiva da cilicio francescano, ma soprattutto nella figura di Mary Surat, sguardo emaciato e colorito pallido, perennemente ritratta come una specie di Santa Maria Goretti, inginocchiata nella cella con un fascio di luce esterna ad illuminarne il volto. Concorrono in questa colpa anche una musica magniloquente ed una fotografia eccessivamente leziosa. In questo scenario la ricostruzione dei fatti, sciorinata secondo le regole del film processuale risulta poco importante e secondaria rispetto al messaggio che il regista vuole far passare. Ne risulta un opera dignitosa ma poco appassionante, che in qualche modo rischia di essere controproducente al tentativo di veicolare le idee in essa contenuta.


Interpretato da un cast all star anche nei ruoli secondari, tra cui ci piace ricordare un redivivo Kevin Kline nella parte del segretario della guerra Stanton e di Tom Wilkinson in quelli del suo avversario politico,The cospirator è l’opera di un uomo di cinema che non ha più nulla da dimostrare e che può permettersi di dire quello che pensa. Nel farlo dovrebbe rispolverare un talento registico attualmente un po’ annacquato

venerdì, luglio 15, 2011

Manuale d'amore 3

Spiegare l’amore, declinarlo attraverso una serie di situazioni paradigmatiche.
Renderlo fruibile anche a chi generalmente refrattario alle contraddizioni di un sentimento tanto bello quanto complicato. Storie in cui riconoscersi ma soprattutto attori riconoscibili a cui consegnare il compito di divulgarle. Pensato secondo un modello di cinema più attento alla confezione che alla sostanza, la terza puntata della serie diretta da un regista specializzatosi nei film ad episodi ripropone in una cornice come al solito svincolata dalla cronaca quotidiana – il frammento di Carlo Verdone costretto a recitare il mea culpa occidentale sotto la minaccia di un sedicente terrorista è un tentativo poco convinto di invertire la tendenza- e con i toni da elegia contemporanea, le vicende di un gruppo di personaggi coinvolti per differenti motivi nella tenzone amorosa.
E’ ancora una volta il caso, costruito ad arte da un (improbabile) cupido che di mestiere fa il tassista oltre che l’arciere, a rompere le uova nel paniere di vite già indirizzate e poi sconvolte dall’entrata in scena di una variabile, che nel film di Veronesi ha il volto e soprattutto il corpo della femme fatale.
Monica Bellucci in fuga da Parigi, Laura Chiatti sposa irrequieta di un padre marito e Donatella Finocchiaro, crazy woman con tendenza allo stalking, sono le erinni di un sodalizio femminile pensato per esaltare le debolezze del maschio italico e non solo - l’entrata in scena di Robert De Niro nei panni di un maturo professore americano sembrerebbe dirci che il vizietto non è una caratteristica nostrana- e per ribadire, se mai c’è ne fosse bisogno, la forza di un sentimento che fa girare il mondo.
In realtà “Manuale D’amore” è un prodotto studiato a tavolino per esaltare le strategie di marketing della casa di produzione che può esaltarsi mettendo in cartellone attori di diversa provenienza artistica ma di indubbio appeal estetico e poi mediatico, e per rincorrere quel successo al botteghino che ormai sembra essere una faccenda esclusiva delle commedie merchandising, quelle capaci di riunire sotto le stesso tetto attori ed attrici capaci di soddisfare le golosità di un pubblico eterogeneo per età e preferenze. Una specie di cinepanettone ripulito che sostituisce gli eccessi di quello con un relativismo emozionale capace di mettere sullo stesso piano fortune e disgrazie, talmente leggera è l’incidenza delle une e delle altre sull’umore dello spettatore. Insomma un intrattenimento annacquato sul quale pesa come un macigno la presenza di un copione latitante nell’intreccio così come in quello delle idee, e persino imbarazzante nell’ultimo episodio, quello più atteso per la presenza del divo scorsesiano, e risolto dallo stesso con una serie di tic e di faccette così insistite da diventare irritanti.
Lo stesso si potrebbe dire di Carlo Verdone ancora una volta nei panni del marito fedigrafo, un ruolo che evidentemente gli si addice, e che l’attore romano interpreta facendo il verso ai personaggi dei suoi film precedenti, in un trionfo di ignavia e qualunquismo, seppur condita con la solita aria da cane bastonato.
A salvarsi sono forse Scamarcio e la Chiatti che nell’episodio che apre il film, quello in cui un giovane avvocato in trasferta di lavoro ed in procinto di sposarsi rimane ammaliato dal fascino esuberante di un intraprendente ragazza, riescono a supplire con la loro freschezza all’insipienza di una trama che dal triangolo amoroso non riesce a ricavare altro che banalità verbali e sfondi da cartolina. Troppo poco anche per il pubblico nostrano che infatti non ha gradito.

giovedì, luglio 14, 2011

The hunter

Un uomo torna a casa dal lavoro e scopre che moglie e la figlia sono morte. La versione ufficiale parla di una manifestazione in cui le due malcapitate sono state vittima del fuoco incrociato tra polizia e manifestanti. La disperazione lascerà presto spazio al desiderio di vendetta.

Nonostante i natali del suo regista, The hunter fissa fin dall’immagine della locandina (il protagonista vi appare ritratto come un cow boy urbano, appoggiato ad una macchina con lo sguardo che fissa l’orizzonte/frontiera) ambizioni e punti di vista che scavalcano i confini nazionali e trovano corrispondenze nella cultura cosmopolita del suo artefice, emigrato in Francia dove ha lavorato come aiuto regista con nomi illustri ed in cui ha potuto accedere ad un tipo di cultura aperta ad ogni tipo di influenza. Ne risulta quindi un film che pur mantenendo le caratteristiche del paese di provenienza, soprattutto per la sobrietà della messa in scena e per il pudore estetico (le “morti” del film sono sempre nascoste alla vista dello spettatore quand’anche fuori campo) si arricchisce di uno sguardo che deve molto alle arti pittoriche, soprattutto nella composizione delle singole inquadrature (le simmetrie delle vedute urbane e certi interni che sembrano catturare gli attori in spazi ristretti) e nel variegato uso dei colori.

Costruito alla maniera di una crime story americana, in cui la redenzione del personaggio principale deve fare i conti con un destino inesorabile, The hunter depotenzia le dinamiche drammaturgiche del genere per lasciare spazio agli elementi spaziali e temporali del racconto. Assistiamo allora ad un ripetersi di gesti, di espressioni (quella atona del protagonista) ma anche di singole scene che si dilatano e si ripetono per dare il senso di un destino inesorabile oppure per svuotare di senso un esistenza insondabile. Tanto la città quanto la foresta, coprotagoniste del film, risultano luoghi in cui l’individuo smarrisce la propria identità - in questo caso la scena finale con la sua macabra sorpresa sembra la traduzione di questa crisi- ed in cui l’assurdo, come in un romanzo di Camus, finisce per essere l’unico dato certo. A Pitts va dato atto di aver voluto tentare nuove strade, ma la contaminazione con le istanze del cinema occidentale non riescono a coniugarsi con la matrice originale. Molte cose rimangono nel vago,(ad esempio il nesso tra la polizia e gli omicidi della donna e della bambina), si risolvono senza un perché – l’uccisione dei due poliziotti ha un movente che si può intuire ma che non viene mai definito-oppure rimangono del tutto oscure (il protagonista è stato in carcere ma non ne sappiamo le ragioni). La sensazione finale è quella di una scommessa rimandata al prossimo tentativo.

Film in sala dal 15 luglio 2011

Harry Potter e i doni della morte - parte 2
(Harry Potter and the Deathly Hallows: part II)
GENERE: Azione, Fantasy, Avventura, Mystery
ANNO: 2011 DATA: 13/07/2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: David Yates

Per sfortuna che ci sei
(La Chance de ma vie)
GENERE: Commedia
ANNO: 2009 DATA: 13/07/2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Nicolas Cuche

martedì, luglio 12, 2011

London boulevard

La voglia di redenzione deve sempre fare i conti con il passato di chi la cerca.


Mitchel è appena uscito di prigione. Ad aspettarlo gli amici di sempre, quelli con cui ha condiviso il malaffare e forse protetto con il suo silenzio. Pacche sulle spalle, proposte di “lavoro” ed il rispetto che si conviene a chi non ha parlato. Ma il tempo ha lasciato le sue tracce, e con quelle, anche una vita fatta di pensieri ed isolamento. La voglia di cambiare ha la faccia e soprattutto le nevrosi di una stella del cinema segregata nella propria abitazione. A lui il compito di proteggerla da un accolita di paparazzi che ne assediano la casa in cerca dello scoop. Un uscita di scena col silenziatore se non fosse che in queste storie i conti da pagare non finiscono mai.


Opera prima di William Monhan, già sceneggiatore di “The Departed”, “London Boulevard” ha le carte in regola per essere un film noir. Innanzitutto lo scenario, urbano, intricato, multietnico, pericoloso e poi, i personaggi, tutti, senza eccezione, segnati da un peccato originale che li spinge verso il male. E infine la scrittura, secca, senza compiacimenti, funzionale allo sviluppo dei caratteri e delle loro relazioni. Ed in effetti se non fosse per una certa, forse fin troppa somiglianza con una vicenda come quella raccontata in “Carlito's way” e per dei passaggi psicologici un po’ troppo affrettati, il film in questione avrebbe le credenziali per farsi ricordare. Merito di un esordiente che non fa nulla per ingraziarsi i favori del pubblico, riducendo all’essenziale i motivi di una storia d’amore (quella tra Charlotte e Mitchel) costruita sui non detti, e volta a definire le personalità più che il legame delle parti in causa, ma soprattutto capace di dare nuova linfa ad un gruppo di attori che per diversi motivi sembrava aver già dato il meglio di sé: da Colin Farell, strepitoso come non lo si vedeva più dai tempi di "In Bruges - La coscienza dell'assassino", e perfetto nell’incarnare la tenera ruvidezza di un tipo disposto a vendere l’anima al diavolo per difendere la parvenza di un umanità in parte compromessa, a Ray Winstone, un boss che fa a gara per crudeltà con quello interpretato da Nicholson nel film di Scorsese, per non dire di Ben Chaplin, finalmente trasandato ed intraducibile nel suo accento simil cockney e di David Thewlis, alle prese con un personaggio a cui la storia assegna, con un risvolto a sorpresa, il compito di fare il consuntivo di un destino che non prevede vincitori.

Uscito in Inghilterra con esiti commerciali non felici, London Boulevard è stato costretto a ridimensionare le sue pretese.
Distribuito in homevideo nel mercato americano il film giunge in Italia un po’ in sordina e sulla scia di una di popolarità che per Colin Farrel sembra in fase discendente. Nel suo caso questo film sembra fatto apposta per invertire la tendenza.

(pubblicato su ondacinema.it)


sabato, luglio 09, 2011

Drive angry

In un film del genere un attore come Nic Cage calza a pennello: non solo per l’immagine weirdo che ormai ne sovrasta la capacità artistica ed a cui si addice l’ennesima improbabile zazzera color giallo paglierino imposta dal ruolo, ma anche per la fisiognomica di un volto inesorabilmente declinato all’ingiù, per via di un età che, nel caso dell’attore americano, deve fare i conti con le conseguenze dei ritocchi chirurgici a cui lo stesso si è più volte sottoposto. Insomma le “doti naturali” dell’uomo coincidono perfettamente con quelle “inventate” per suo altergo, John Milton, un tipo a cui è negata la possibilità di essere normale. Un po’ come Nic Cage, nei film, ed anche nella vita.
Per una volta quindi anche i suoi più accaniti detrattori possono deporre gli strali e constatare che il nipote di Coppola appartiene di diritto allo scenario di un film concepito per deliziare le platee che in precedenza avevano amato il ritorno del B-movie, ed in particolare di quello "Grindhouse" targato Rodriguez e Tarantino. Nomi illustri e fin troppo altisonanti per un quasi sconosciuto come Patrick Lussier, già autore di un film targato 3D- l’horror movie “My bloody valentine”- e qui chiamato ad ampliare il gradimento di quel pubblico che ama i piaceri forti.



Ed è proprio la volontà di esagerare unita ad una sana passione cinefila che caratterizza la storia di John Milton, nome che da solo serve ad evocare Angeli caduti e paradisi perduti, fuggito dall’inferno per impedire ad una setta di assassini di sacrificare la nascitura che sua figlia aveva dato alla luce prima di essere uccisa dagli stessi. Ad accompagnarlo nella cavalcata motorizzata una wild girl decisa a riscattare i propri fallimenti ed un misterioso inseguitore dal nome, “Il contabile”, tanto improbabile quanto evocativo trattandosi di un essere “infernale”.
Lussiter non ci pensa due volte e fin dal primo fotogramma spedisce i suoi protagonisti nel mezzo di un paesaggio popolato da freak erotomani e violenti, dotati di un ego smisurato e capaci di uccidere per un nonnulla. Un mondo caotico ed egocentrico a cui importa soprattutto non passare inosservato. E così tra mani mozzate e automobili go kart , si susseguono scene stracult come quella davvero imperdibile di Milton che uccide i masnadieri continuando a copulare, oppure quella non meno trascurabile, per il contrasto tra la spensieratezza dell’esecuzione e la gravità del suo effetto in cui, Il contabile, perso nei ritmi di una musica da discoteca, si lancia da un posto di blocco con un camion pieno di liquido infiammabile.

La cinepresa segue le vicende enfatizzandole con rallentì esasperati, oppure lasciando spazio allavelocità di un montaggio che taglia i tempi morti a favore di un cocktail di decibel e morte. Cinema exploitation se c’è ne uno dove la necessità di approfondire è un esercizio di retorica - ed a farne le spese sono soprattutto personaggi di contorno appena abbozzati, e privi di quella caratterizzazione che, in film del genere, costituiscono il valore aggiunto della storia - ed in cui le citazioni, da "Terminator" a "Ghost Rider", sono la ciliegina sulla torta di un cinema che ricicla se stesso e fa di necessità virtù.

Punito al botteghino con un record al negativo (è il secondo peggior incasso nella storia dei film in 3D) Drive Angry avrebbe invece le qualità per appassionare gli amanti del genere, non fosse altro per l’ennesima prova di coraggio di Nicolas Cage, intenzionato a sfidare la propria credibilità con un personaggio ai limiti del trash. Il sorriso ebete che chiude il film dopo due ore di espressioni catatoniche può essere la sintesi di un attore diventato la caricatura di se stesso.

(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì, luglio 07, 2011

Film in sala dall'8 luglio 2011

Ancora tu!
(You Again)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Andy Fickman

Balkan Bazaar
(Balkan Bazaar)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: Italia, Albania
REGIA: Edmond Budina

Big Mama: Tale padre tale figlio
(Big Mommas: Like Father, Like Son)
GENERE: Azione, Commedia
ANNO: 2011 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: John Whitesell

Dreamland - La terra dei sogni
(Dreamland - La terra dei sogni)
GENERE: Azione, Fantasy
ANNO: 2011 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Sebastiano Sandro Ravagnani

Il ventaglio segreto
(Snow Flower and the Secret Fan )
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO: 2011 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: Cina, USA
REGIA: Wayne Wang

In viaggio con una rock star
(Get Him to the Greek)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Nicholas Stoller

L'Albero
(The Tree)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: Australia, Francia
REGIA: Julie Bertucelli

L'Erede
(L'Erede)
GENERE: Drammatico, Noir
ANNO: 2011 DATA: 08/07/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Michael Zampino

giovedì, giugno 30, 2011

Film in sala dal 1 luglio 2011

Vittorio racconta Gassman - Una vita da mattatore
GENERE: Documentario
ANNO: 2010 DATA: 27/06/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giancarlo Scarchilli

Transformers 3
(Transformers: dark of the moon)
GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura
ANNO: 2011 DATA: 29/06/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Michael Bay

Cedar Rapids
(Cedar Rapids)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011 DATA: 01/07/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Miguel Arteta

Giallo/Argento
(Giallo/Argento)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2009 DATA: 01/07/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Dario Argento

This is Beat - Sfida di ballo
(Beat The World)
GENERE: Dance movie
ANNO: 2011 DATA: 01/07/2011
NAZIONALITÀ: Canada
REGIA: Robert Adetuyi

martedì, giugno 28, 2011

13 ASSASSINI

13 ASSASSINI
REGIA: Takashi Miike


Giappone 1844. Il fratellastro dello Shogun, il malvagio e sadico Naritsugu esercita il suo potere contravvenendo alle millenarie leggi della società nipponica, terrorizzando e umiliando i suoi collaboratori, portando alla fame i contadini, stuprando le donne dei sudditi e massacrando senza pietà intere famiglie solo per ribadire il proprio potere.

Esasperato dagli eccessi del giovane nobile, turbato dal gesto estremo messo in atto in segno di protesta da un importante esponente politico al servizio del malvagio Naritsugu, l'onorevole Dei, influente rappresentante politico, durante il consiglio dei saggi ribadisce con fermezza la volontà dello Shogun di trovare una soluzione pacifica, ma segretamente convoca il samurai Shinzaemon Shimada, al quale propone, facendo leva sul suo senso dell'onore, una missione apparentemente impossibile: uccidere Naritsugu, sfidando il suo potente esercito.

Dopo aver accettato l'incarico, Shimada si mette a capo di un manipolo di impavidi guerrieri.
E' il film della definitiva maturità di uno dei registi più prolifici (dopo 13 assassini ha già girato altri quattro film) e importanti del cinema nipponico.
13 Assassini parte lentamente, ma il lungo prologo è necessario per capire i meccanismi che portano alla sofferta decisione estrema e soprattutto per immergersi in una concezione dell'onore e della giustizia fuori dal tempo.

Miike gioca tutta la prima parte del film sui dialoghi, spiegandoci i fragili equilibri di potere e le severe regole della società giapponese dell'epoca.
Dopo essersi addentrato nella tradizione, Takashi Miike scatena la propria forza visionaria con una battaglia ottimamente coreografata, confezionata con mischie furibonde, eleganti fendenti e tori kamikaze.
Generoso mix di autorialità e visioni pop per un film straordinariamente efficace dal punto di vista visivo.

13 assassini è il remake di un classico del cinema nipponico datato 1963 e diretto da Eiichi Kudo, ma che pesca anche ne I sette samurai (1954) di Akira Kurosawa e in alcuni frangenti omaggia lo spaghetti-western.

domenica, giugno 26, 2011

Corpo celeste


Corpo celeste, pur condividendo con il più famoso coinquilino (Habemus Papam anch'esso selezionato a Cannes ed al centro di un forte scambio di opinioni) il punto di partenza, ovvero quello di una "chiamata" che diventa la presa di coscienza di qualcosa di più grande e di una responsabilità che cambia la vita, se ne distacca per la capacità di andare al cuore del problema con una radicalità, di stile e di parole, che non ammette dubbi.

Al centro della storia c'è Marta ed i corsi di catechismo che la stessa frequenta per accostarsi alla cresima. Con lei una famiglia in difficoltà (il padre è assente mentre la madre è costretta ad un lavoro faticoso per riuscire a mantenere lei e la sorella) e la comunità religiosa di una città meridionale. Persone disposte all'accoglienza a patto che ci si adegui ai rituali di una civiltà conservatrice e chiusa. L'ingenuità di Marta ed il suo non riconoscersi nei comportamenti che le verranno imposti la faranno progressivamente distaccare da quel mondo.

Se l'alienazione in senso lato è il segno principale che percorre tutto il film, non solo nel girovagare e nello spaesamento di Marta che ricorda quello di certi personaggi del cinema di Antonioni, ma in generale, per la presenza di un umanità con cui è impossibile comunicare- il prete del paese dedicato agli affari della politica più che a quelli evangelici, ma anche l'insegnante di catechismo chiusa all'interno delle formule imparate a memoria ed impartite senza senza alcun spirito critico, ed ancora il Vescovo e la sua curia intenti a soddisfare i propri bisogni nella scena che li vede attendere i preparativi della cerimonia chiusi in una stanza a mangiare ed incuranti dell'esistenza dei fedeli- il film della Rohrwacher è tutto giocato nella dialettica tra la rarefazione del suo personaggio principale, Marta, e la sovraesposizione delle persone che la circondano. Tanto lei è introspettiva e quasi stupita nella scoperta delle cose, quanto gli altri sono invadenti e rumorosi nell'occupazione dello spazio. Al corpo minuto della bambina si oppone l'opulenza sgangherata del corpo ecclesiastico in un alternanza di rumori fraudolenti (la canzone che invita a "sintonizzarsi con Dio" è una nenia che attraverserà in maniera ossessiva tutto l'arco filmico) e di vuoti siderali. Ed ancora, nel contrasto tra la vita, raffigurata nel silenzioso vitalismo di Marta, nella sua attenzione verso forme di nature "non mediate" come quella dei gattini che tenterà di salvare od il pesce che continua a respirare nonostante sia rimasto fuori dall'acqua, e la morte, presente nella mancanza di spontaneità e nella preponderanza dei riti e delle convenzioni delle relazioni umane, e soprattutto nell'episodio del crocifisso abbandonato che il parroco vorrebbe utilizzare durante la cerimonia come simbolo di ritrovata letizia, e che per questo, si adopera di recuperare con l'aiuto della giovane protagonista. E' proprio lì, di fronte a quella presenza muta ed impolverata che si compie il momento più forte del film, quella in cui, Marta, finalmente lontana dalla pazza folla, compie la sua "comunione" con il Cristo della storia. La figura che si china sopra il legno benedetto, e poi le mani che vi scorrono sopra, come a comprendere in un solo gesto l'amore commosso di una figlia devota e lo stupore di una presa di coscienza inaspettata. Due corpi celesti, quello di Marta e quello del Cristo, condannati all'esilio da una contemporaneità che non riesce ad accettare la loro purezza.

Girato con stile scarnificato ed oggettivo, Corpo celeste è organizzato come un racconto di formazione, in cui l'apprendistato del personaggio procede di pari passo con la scoperta delle sovrastrutture che regolano la società dove egli si muove. Intimo ed allo stesso tempo sociale, il film costringe lo spettatore a sintonizzarsi sulle onde emotive della storia grazie ad una scrittura che preferisce suggerire più che esplicitare. I rumori di fondo e quelli sparati a tutto schermo, il contrasto tra la modernità del centro urbano e l'arcaicità del paesaggio naturale rendono la narrazione per lunghi tratti ipnotica e paradossalmente sospesa in un limbo di tragica attesa. Alice Rorhwacher è un nome da tenere in mente.
(
pubblicata su ondacinema.it)

mercoledì, giugno 22, 2011

I CONTRABBANDIERI DI SANTA LUCIA - ITALIA '70 - IL CINEMA A MANO ARMATA (21)

I CONTRABBANDIERI DI SANTA LUCIA (1979)
Regia: Alfonso Brescia
Cast: Mario Merola - Antonio Sabato - Gianni Garko - Lucio Montanaro - Lorraine De Selle


IL FILM: Approfittando della confusione generata dalla rivoluzione Khomeinista alcuni boss di New York, appartenenti a delle famiglie mafiose italoamericane, vogliono mettere le mani su cinque tonnellate di eroina provenienti dall'Iran.
Il capitano della Guardia di Finanza Radevic (G. Garko) viene a conoscenza che il carico di eroina raggiungerà New York dopo che avrà fatto tappa nel porto di Napoli, dove risiede Michele Vizzini (A. Sabato), insospettabile e ricco industriale, legato alla mafia italo-americana, ma che spesso presta il denaro necessario per pagare i carichi ai contrabbandieri di sigarette.
Il capitano Radevic, per poter incastrare i trafficanti di droga, si finge un contrabbandiere slavo e cerca di entrare in contatto, proponendogli un affare, con il capo indiscusso del contrabbando di sigarette Don Francesco Autiero (M. Merola).
Il capitano sottovaluta però Don Francesco, che smaschera subito Radevic e lo fa pestare dai suoi uomini.
A questo punto Radevic, chiede a Don Francesco di aiutarlo ad intercettare il carico di eroina e Don Francesco che è un boss vecchia maniera, contrario al traffico di stupefacenti, accetta, chiedendo in cambio un periodo di tregua da parte della Guardia di Finanza di cui il capitano dovrà farsi garante.

COMMENTO: Ne I Contrabbandieri di Santa Lucia, Alfonso Brescia, propone la figura del boss (Don Francesco) vecchio stampo, ovvero del fuorilegge dal cuore d'oro, non ricco, che con i suoi traffici consente la sopravvivenza di migliaia di famiglie povere abbandonate dallo Stato e dalla politica che in una città disastrata come Napoli sono destinate alla povertà e alla sofferenza.
Estremamente chiaro, oltre che retorico e sufficientemente falso, il messaggio del regista nella sequenza in cui Don Francesco, prima di accettare l'offerta del Capitano, lo obbliga ad un tour nei quartirei più poveri di Napoli allo scopo di far capire all'ufficiale chi sono e in quali condizioni disagiate vivono, gli uomini e le donne che smerciano le sigarette di contrabbando per le strade.
Il film parte bene e la regia di Alfonso Brescia sembra meno piatta del solito, ma nella seconda parte il film perde molto di forza e si esagera con le parentesi pseudo comiche di Lucio Montanaro prima di abbandonarsi nella lunga sequenza del matrimonio per chiudere con uno svogliato inseguimento automobilistico e una sparatoria priva di tensione.

NOTIZIE-CURIOSITA' I Contrabbandieri di Santa Lucia è uno di quei film appartenente al sottofilone del poliziottesco che miscela il poliziesco e il cinema-guappo e rappresenta uno degli estremi tentativi di tenere in vita il poliziottesco (che ormai sta esaurendo la sua spinta) e come tutti i filoni è destinato a morire, prima di essere resuscitato sottoforma di commedia (Tomas Milian/Maresciallo Giraldi), esattamente come successo con lo spaghetti -western (Bud Spencer - Terence Hill).
Il film è palesemente insertato e alcune delle immagini dovrebbero provenire da AFYON OPPIO ( Ferdinando Baldi 1973)
In una delle scene iniziali G. Garko e il piccolo M. Girondino si fermano davanti alla locandina de LO SCUGNIZZO, film interpretato da loro stessi e diretto da Alfonso Brescia, commentandolo positivamente.

Frase cult : "a Napoli o' contrabbando è comm a' Fiàt, solo che nujie nun putimme scioperare"

lunedì, giugno 20, 2011

X-MEN: L'inizio


Normalmente quando si parla di prequel c’è sempre da stare all’erta perché spesso dietro la proposta di rivisitare una serie, andando a scavare nei meandri delle sue origini, c’è quasi sempre un motivo puramente commerciale. Cambiare faccia ai personaggi, renderli più appetibili dal punto di vista iconografico e della moda, assecondare il momento ed il mercato. Nei casi più estremi il prequel può essere lo strumento per azzerare tutto e ricominciare da capo, ricostruendo un eroe ed il suo mito per intero. Alla Marvel, in genere, preferiscono andare sul sicuro, appiattendo le storie su percorsi di ordinarietà iconografica: riconoscibilità, rispetto delle fonti ed innesti di cinema classico sono le caratteristiche della sua cinematografia. Quando qualcuno ha provato a cambiare le regole, cercando angolazioni differenti, per esempio Ang Lee con l’alter ego di Bruce Banner, il risultato ha lasciato scontenti pubblico e produttori. Da allora film senza un sussulto: Wolferine, Iron Man, Thor, personaggi triturati nel calderone di una normalizzazione miliardaria.

In questo senso “X- men l’inizio” costituisce una sorpresa per la volontà di puntare ad una rivisitazione del fumetto in chiave vintage (siamo negli anni 60) che da un lato permette di inserire i personaggi in uno contesto fortemente caratterizzato e che obbliga la produzione a sforzarsi anche in termini di scelte estetiche (il rispetto dei costumi e degli ambienti, la ricostruzione di un periodo storico e delle atmosfere etc..). Giusta quindi la scelta di puntare a due attori come McAvoy e Fassbender rispettivamente Charles Xavier e Magneto, capaci di completarsi a vicenda in termini di fascino e carisma, e poi ancora privi di quella celebrità che impedisce agli attori di disfarsi della propria immagine, e poi di supportarli con facce emergenti come quella di Jennifer Lawrence, corpo solido e faccia malinconica e di January Jones, algida e levigata nei suoi abiti da swinging london. Insieme loro, a comprenderli tutti lo sguardo di Kevin Bacon, in bilico tra passato e presente, un po’ come la sua carriera, non del tutto emancipata dall’edonismo degli anni 80. Eleganza e virilità dunque, radunate attorno ad un cenacolo di agenti segreti e guerre mondiali: cambi d’abito e di fisionomie, corredate da ragazze in minigonna e capelli cotonati. Se la diversità è il tema che da sempre contraddistingue il sostrato culturale della serie allora questo nuovo capitolo ne è la sua migliore traduzione.

Film in sala dal 17 giugno e dal 24 giugno 2011

USCITE DEL 17/06/2011

Libera uscita
(Hall Pass)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011 DATA: 15/06/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Bobby Farrelly, Peter Farrelly

L'ultimo dei templari
(Season of the Witch)
GENERE: Drammatico, Thriller, Fantasy, Avventura
ANNO: 2011 DATA: 15/06/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Dominic Sena

Priest
(Priest)
GENERE: Azione, Horror, Thriller
ANNO: 2011 DATA: 15/06/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Scott Stewart

6 giorni sulla terra
(6 giorni sulla terra)
GENERE: Fantascienza
ANNO: 2011 DATA: 17/06/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Varo Venturi

I Guardiani del Destino
(The Adjustment Bureau)
GENERE: Fantascienza, Sentimentale
ANNO: 2011 DATA: 17/06/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: George Nolfi

Il Pezzo Mancante
(Il Pezzo Mancante)
GENERE: Documentario
ANNO: 2010 DATA: 17/06/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giovanni Piperno

Isola 10
(Dawson, Isla 10)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2009 DATA: 17/06/2011
NAZIONALITÀ: Brasile, Cile, Venezuela
REGIA: Miguel Littin

The Hunter
(Shekarchi)
GENERE: Dramma
ANNO: 2010 DATA: 17/06/2011
NAZIONALITÀ: Germania, Iran
REGIA: Rafi Pitts

Ubaldo Terzani Horror Show
(Ubaldo Terzani Horror Show)
GENERE: Thriller
ANNO: 2011 DATA: 17/06/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Gabriele Albanesi

Venere nera
(Venus noire)
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO: 2010 DATA: 17/06/2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Abdellatif Kechiche



USCITE DEL 24/06/2011

When You're Strange
(When You're Strange)
GENERE: Biografico, Documentario
ANNO: 2010 DATA: 21/06/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Tom DiCillo

Cars 2
(Cars 2)
GENERE: Animazione, Azione, Commedia
ANNO: 2011 DATA: 22/06/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Brad Lewis, John Lasseter

Michel Petrucciani - Body & Soul
(Michel Petrucciani - Body & Soul)
GENERE: Documentario
ANNO: 2011 DATA: 22/06/2011
NAZIONALITÀ: Germania, Francia, Italia
REGIA: Michael Radford

The Conspirator
(The Conspirator)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011 DATA: 22/06/2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Robert Redford

13 Assassini
(Jûsan-nin no shikaku)
GENERE: Azione
ANNO: 2010 DATA: 24/06/2011
NAZIONALITÀ: Giappone
REGIA: Takashi Miike

5 (Cinque)
(5 (Cinque))
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2011 DATA: 24/06/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Francesco Dominedò

Hypnosis
(Hypnosis)
GENERE: Thriller
ANNO: 2011 DATA: 24/06/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Davide Tartarini, Simone Cerri Goldstein

Passannante
(Passannante)
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO: 2011 DATA: 24/06/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Sergio Colabona

Un tuffo nel passato
(Hot Tub Time Machine)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010 DATA: 24/06/2011
NAZIONALITÀ: Canada, USA
REGIA: Steve Pink

venerdì, giugno 17, 2011

I GUARDIANI DEL DESTINO

I guardiani del destino

di George Nolfi
con Matt Damon, Emily Blunt
USA, 2011
genere, thriller, fantascienza
durata, 106'

Cosa fareste se un giorno qualcuno vi dicesse che la vostra vita è già stata prevista e la donna di cui vi siete innamorato non rientra in quel programma? Questo è quello che succede a David Norris politico idealista dal futuro luminoso dopo aver incontrato Lisa, ballerina classica altrettanto talentuosa. Il film è tutto qui, concentrato in questa domanda a cui il protagonista tenterà di rispondere sfidando un destino che non esiste e il sistema che lo sovrintende, una sorta di organizzazione parallela organizzata come una loggia massonica e dotata di un esercito di Man in black (I guardiani) capaci di viaggiare nello spazio e di prevedere le mosse delle loro prede.
Tratto dall’omonimo racconto di Philip Dick, da anni ancora di salvezza per la fantascienza in celluloide, "I guardiani del destino" è il realtà il frutto di una sceneggiatura messo a punto dallo stesso regista, in passato autore di script come "Ocean twelve" e "The Bourne ultimatum", e qui all’ esordio dietro la macchina da presa. Così condividendo con la sua fonte l’incipit che assegna al caso il compito di svelare le oscure macchinazioni che regolano l’esistenza delle persone aggiustando eventuali scostamenti, e pur mantenendo inalterata la dialettica tra “Controllo e libero arbitrio”, proposta sistematicamente nei tentativi di Norris di sganciarsi dai suoi controllori, George Nolfi li sviluppa in maniera autonoma, facendoli dipendere da una love story inserita per l’occasione che, alla pari di un film come "Inception", tanto per fare un nome, funziona non solo come motore della storia ma assegna nuovamente alla figura femminile un ruolo decisivo.


Filologia ed innovazione vanno quindi di pari passo nella scrittura di un film capace di proporre soluzioni piuttosto curiose anche nella creazione di un background fantasmagorico che preleva direttamente dal quotidiano (i Guardiani si servono di oggetti d’uso comune per dare vita alle loro magie) per trasformarlo in uno strumento di potere, contribuendo a mantenere la storia nell’alveo del verosimile ed anche a definire un estetica che ha la complessa semplicità del b- movie. Ma il segno caratteristico della pellicola, come si sarà già capito, è soprattutto la convivenza di un dualismo che la vicenda propone dentro e fuori lo schermo. In questo senso contribuiscono alla causa una serie di fattori da ricercarsi per esempio nel modo in cui il film fa convivere l’eccezionalità dei personaggi con la normalità delle loro azioni (le occasioni del contatto, nel marciapiede di una strada, nel bagno di un hotel oppure sui sedili di un autobus rimandano anche per la funzione di quei luoghi a mondanità di gente comune), oppure nella confronto tra un potere legittimo, ribadito dalle regole che il candidato Norris deve seguire per vincere le elezioni, ed uno occulto, svincolato da qualsiasi disciplinamento istituzionale e rispondente a misteriosi meccanismi, per non parlare della scelta che ad un certo punto investe il protagonista costretto ad ubbidire per evitare il ribaltamento di una vita che per lui e la sua amata si annuncia favoloso, fino ad arrivare agli aspetti produttivi, imprescindibili per un opera che vuole stare sul mercato in maniera competitiva, e che hanno caratteristiche da blockbuster, per il supporto di una Major come la Universal, ma budget da operazione indipendente.




Certamente non mancano certe scorciatoie come quella di dotare il personaggio di David Norris di un pedigree eccessivamente empatico (il giovane non solo è orfano ma ha perso fratello e genitori) e politicamente corretto (nei discorsi della campagna elettorale fanno capolino le ombre di Kennedy ed Obama ed in generale si respira aria di un ennesimo new deal di cui il personaggio si farebbe portatore) oppure di sfruttare al meglio la semina altrui, proponendo soluzioni visive ampiamente sfruttate, soprattutto nell’ architettura degli ambienti che in un incrocio tra antico e moderno riproducono una città fuori dal tempo (stiamo parlando di New York), caratterizzata ed allo stesso tempo anonima, capace di rappresentare un esistenzialismo fatto di moltitudine e rarefazione e rendendo in maniera concreta il senso di quel "doppio" che si manifesta davanti agli occhi del protagonista. Labirinti urbani e della mente dove i personaggi si muovono in preda ad uno straniamento reso da una fotografia deformata, con pareti che assomigliano a montagne, e spazi ripresi in prospettiva, profondi come una gola che sta per inghiottire, e slabbrati da un fattore umano ormai risibile. Ma le contaminazioni - si parla anche di un ispirazione dalla fiction televisiva “The lost room” per quanto riguarda la “soprannaturalità” degli oggetti di uso comune - fanno ormai parte del cinema moderno e ad un prodotto come "The Adjustment Bureau" si chiede solo di utilizzarle nel modo migliore. Ed in questo il film di Nolfi ci riesce.
(pubblicata su ondacinema.it)

martedì, giugno 14, 2011

BRONSON

Un animale in gabbia. Michael Gordon Peternson, in arte Bronson, è il protagonista dell’ultimo film (in termini di distribuzione) di una regista improvvisamente popolare per il premio vinto all’ultima kermesse festivaliera. Ironia della sorte, perché se Bronson (personaggio realmente esistito) voleva essere famoso, e lo diverrà, a forza di cazzotti, dati e presi, all’interno delle prigioni in cui fu detenuto per la maggior parte della vita, così il film del regista danese lo è diventato in termini di spendibilità commerciale, grazie ad una visibilità diversa, indiretta, ma pur sempre legata ad un fenomeno circoscrivibile ai meccanismi della comunicazione.

Prodotto nel 2008 e girato in Inghilterra, Bronson (un irriconoscibile Thomas Hardy) sembra risentire, almeno a livello cinematografico, delle atmosfere grottesche e surreali che erano già state di Kubrick e del suo “Arancia meccanica”. In fondo entrambe le storie si toccano dal punto di vista cronologico e ci parlano di uomini fuori controllo. E se l’istanza sociologica era nel film del regista inglese una delle chiavi di lettura attraverso cui cercare di interpretare i comportamenti di Alex DeLarge, cosa che non avviene nel film in trattazione, quasi esclusivamente girato dentro la testa del suo personaggio, cionondimeno le similitudini continuano nello stile, che in entrambi i casi, anche se in Bronson in maniera esasperata, ci mostrano una componente visuale e sonora, utilizzata come linguaggio che si sostituisce alla parola scritta, per rendere in maniera sensoriale, le distorsioni mentali dei due protagonisti.

Ma lasciando Kubrick alla sua storia, e volendo rendere giustizia all’originalità dell’autore danese, non si può fare a meno di notare un segno di continuità con la sua più recente produzione (Walhalla Rising), non solo nell’ esposizione di super-corpi, modellati ancora una volta secondo un estetica che li riporta alle loro pulsioni primarie (la carne non pensa, agisce), ma per la presenza di una violenza non solo antagonista, ma anche mezzo di espressione artistica, usata per sublimare una realtà insoddisfacente.
Passaggi che il film scandisce attraverso una serie di momenti che dalla mancata redenzione (la proposta amorosa rigettata è la testimonianza di un impossibile cambiamento), al tentativo di recuperare il detenuto attraverso l’esercizio artistico (il disegno, appreso da un insegnante molto particolare), per arrivare all’apoteosi finale, dove arte e violenza, questa volta unite nell’azione del protagonista, simboleggiano l’ennesimo sberleffo di un ribelle tout court.

Apprezzabile sotto il profilo produttivo per la capacità di ottimizzare le risorse, Bronson appare in certi momenti inconsistente per la fin troppo esibita teatralità di certe scene, per alcune ripetizioni (soprattutto nella proposizione delle scene di combattimento) e per una sceneggiatura che non riesce a dirci qualcosa di più a proposito del famigerato individuo. Thomas Hardy è strepitoso in una performance che almeno fisicamente potrebbe far invidia a certi maestri dell’Actor Studio. Peccato averlo scoperto solamente adesso.

giovedì, giugno 09, 2011

Film in sala dal 10 giugno

X-Men - L'inizio
(X-Men: First Class)
GENERE: Azione, Fantascienza, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Matthew Vaughn
CAST: James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, January Jones, Aaron Johnson, Nicholas Hoult

13 Assassini
(Jûsan-nin no shikaku)
GENERE: Azione
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Giappone
REGIA: Takashi Miike
CAST: Kôji Yakusho, Yusuke Iseya

Le donne del 6° piano
(Les femmes du 6ème étage)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Philippe Le Guay
CAST: Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea

London Boulevard
(London Boulevard)
GENERE: Poliziesco, Sentimentale
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: William Monahan
CAST: Keira Knightley, Colin Farrell, Jamie Campbell Bower, David Thewlis, Ray Winstone, Anna Friel

Paul
(Paul)
GENERE: Commedia, Fantascienza, Avventura
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Francia, Gran Bretagna
REGIA: Greg Mottola
CAST: Nick Frost, Simon Pegg, Seth Rogen, Jason Bateman, Kristen Wiig, Bill Hader

Un anno da ricordare
(Secretariat)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Randall Wallace
CAST: Diane Lane, John Malkovich, Scott Glenn, James Cromwell, Dylan Walsh, Fred Dalton Thompson

martedì, giugno 07, 2011

UNA NOTTE DA LEONI 2

UNA NOTTE DA LEONI 2
Regia: Todd Phillips


Sono trascorsi due anni dalla folle notte di Las Vegas in cui Stu (Ed Helms), Phil (Bradley Cooper) e Alan (Zack Galifianakis) rischiarono di far saltare il matrimonio del loro amico Doug (Justi Bartha).
Ora è il dentista Stu in procinto di sposarsi e decide di invitare Doug e Phil all'evento che avrà luogo in Thailandia presso la villa dei futuri suoceri.
L'unico problema è che il pazzoide Alan non si è mai scordato l'incredibile notte a Las Vegas e, venuto a sapere del matrimonio di Stu, fa di tutto per farsi invitare, ansioso di poter passare un'altra notte assieme ai suoi amici.
Una volta giunti sul posto, con mogli al seguito, tutto sembra procedere per il meglio, ma alla vigilia delle nozze l'allegra comitiva di amici si risveglia in una topaia non ricordando assolutamente nulla della notte precedente.
Dopo il mezzo miliardo di dollari incassato dal primo capitolo, record assoluto per una commedia R-rated (negli Usa, diciassettenni accompagnati dai genitori), era inevitabile l'arrivo sugli schermi di Una notte da leoni 2.
Squadra che vince non si cambia e, come legge hollywoodiana vuole, non cambia neanche la sceneggiatura, così ci si ritrova sullo schermo la copia del primo capitolo con la sola eccezione del cambio di location, che da Las Vegas si sposta a Bangkok.
La pellicola funziona abbastanza ed è sufficentemente divertente ma niente di più, mentre avrà il gusto del riciclato per chi ha assistito alla prima avventura e non è divenuto un fan scatenato dei "leoni".
Bravo Todd Phillips, che infarcisce la sua commedia con alcune riprese dall'alto che mettono in evidenza la bellezza della costa thailandese e lo squallore delle baraccopoli delle periferie urbane e un inseguimento auto-moto degne di un buon gangster movie.
Fracassone, cafone, simpaticamente sporcaccione, Una notte da leoni 2 associato a una bibita e al popcorn rappresenta una possibilità per chi non riesce a star lontano da una sala cinematografica in un periodo di proposte fiacche, come da sempre sono in Italia i mesi estivi.