venerdì, aprile 26, 2019

AVENGERS: ENDGAME - FENOMENOLOGIA CINEMATOGRAFICA DELLA SERIALITA' DEI SUPEREROI





C’è poco che una comune spettatrice come me possa dire su Endgame senza fare spoiler. 
Mi è piaciuto il film? Sì, specie la prima parte. 
La trama era solida? No: quando mai le trame Avengers sono state solide? 
Fucili di Cechov che non hanno sparato? A volontà, come sempre (quelli di Bucky non fanno testo). 
Porte che si chiudono, altre che si aprono? Non tante quanto possiate credere. 
Quante tra le “Endgame theories” si sono avvicinate a quanto abbiamo visto in sala? Ben poche: i Russo Bro hanno sorpreso anche stavolta creando un forte stacco stilistico con “Infinity War”. 
Dopo una ventina di film di supereroi di ogni taglia, pochi sessi e giusto un colore e mezzo, il mio desiderio più grande era che Brooke si rimettesse con Ridge, che Taylor resuscitasse e si sposasse con l’ex marito di Ava Rescott (ah, no, ho sbagliato soap opera). Perché questo erano diventati gli Avengers, una ripetitiva e noiosa soap “da maschi” (la prima recensione con spoiler che ho trovato in rete è di una donna, #segnatevelo), tanto a chiarire come il fantastico piaccia tutti, maschi e femmine #risegnatevelo. 
Absit iniura, non c’è niente di male in una soap di salsicce canterine: ciò che in undici anni questi personaggi erano stati trasformati da sceneggiature più o meno riuscite, ma infine sempre più chine alle richieste di botteghino e alla stanchezza degli attori. Ma non confondiamo una salsiccia che canta con Frank Sinatra. Diamo alle salsicce la dignità di salsicce e non trasformiamole in ciò che non sono. 

L’incapacità delle poche sale dei paeselli dove vivo nel gestire un evento cinematografico di tale portata è stata esemplare: giovani di età media “groot” con capelli tagliati che neanche lo schema di “Maze Runner”, assembrati come elettroni in un mare di Dirac pronti a entrare nel buco nero della sala. Film in programmazione completamente saltati per far posto a tre spettacoli quotidiani su tre sale stracolme. 
Neanche i gestori dei cinema si attendevano un tale successo, evidente segno che non conoscono ciò che vendono. 
Perché? Perché tutti questi groot erano lì ad aspettare il verdetto? Tony Stark morirà per salvare il mondo? Spiderino resuscita? Che ruolo avrà Capitan Marvel, e soprattutto, come saranno acconciatura e make-up? Si vedranno le cosce, stavolta? 
La risposta in fondo è molto semplice, e l’ho avuta sotto gli occhi il giorno che andai a vedere “Alien: Covenant”. Un signore di età tra i settanta e gli ottanta, magro, ossuto, con un bastone a cui si appoggiava con fatica, una giacca a quadri demodé, un’andatura claudicante e sofferente, usciva con noi dalla sala, spalle curve. Mi sono detta che era un giovane quando per la prima volta, nel 1979, Ripley sparava l’Alieno nello spazio, “attraverso la cabina stagna”. Quel giorno era tornato a vedere “la fine del gioco”. Il gioco con cui lui era cresciuto, che aveva amato da giovane uomo, che l’aveva sorpreso, incantato, che l’aveva fatto sognare. 
Così è per questi groot, groottini e groottoni: sono undici anni che il cinema gli propina Avengers, come altri groot sono cresciuti con “Harry Potter”, la seconda trilogia di “Star Wars”, il film del “Signore degli Anelli”. Perché alla base di tutto questo c’è un fatto relativamente nuovo nella storia del cinema: la serializzazione. 


Se è vero che di secondi episodi ne abbiamo avuti diversi, e molto buoni, anche in tempi non sospetti (Aliens, Terminator, La Famiglia Addams, Toy Story), solitamente erano pessimi o scarsamente considerati. Le saghe o i “volumi” (à la Tarantinò) erano malvisti, una sorta di Anticristo cinematografico. Le serie dell’epoca dovevano avere puntate singole, rarissime volte era consentita una sequenza narrativa di due episodi. Lo spettatore medio doveva poter arrivare a casa, fare la pipì, farsi un caffè, buttarsi sul divano e vedere una qualunque puntata di Star Trek in cui Picard diceva: “Numero Uno, attivare!”, ed essere felice di poter rimuovere l’intero episodio dalla memoria. 
In questo J.J. Abrams ha piazzato una boa cronotonica. “Lost” è in assoluto la serie in cui l’interlacciarsi di puntate e continuum narrativi non ha eguali, dal punto di vista della storia della TV. Da lì in poi non c’è stata serie che non fosse obbligata a essere l’esatto opposto di ciò che furono fino agli anni Novanta. Puntate singole? C’è sopra una croce. E da quando anche i grandi attori hanno fatto carte false per infilarsi in serie come “Friends” o “Due uomini e mezzo”, il cinema si è inchinato al piccolo schermo. 
Video killed cinema star. 
Perciò serializzazione per tutti! Carbonara vegana e sushi con maionese! E quando alle tue spalle hai montagne di fumetti che a metterli uno sopra l’altro ci raggiungi la Luna, serializzare è la cosa più facile del mondo. Hai un buco? Bam, c’è di sicuro un personaggio secondario pronto a colmarlo. Ti serve la quota rosa? Eccoti Capitan Marvel.  C’è bisogno del personaggio nero, perché in USA votano anche gli afroamericani? Zac! Pantera Nera! Valchiria è lesbica? Non lo so, ma nel fandom si sbranano su queste cose. Ragazzini affetti da acne giovanile che pontificano sull’orientamento sessuale di un personaggio inesistente, attribuendolo all’interprete. C’è da chiedersi, ma seriamente, se sappiano cos’è un orientamento sessuale, e se distinguano l’interprete dal personaggio, se riescano a mettere i Lego nei fori giusti, a meno che non sia una app per cellulare. Altri pezzi di fandom che si dichiarano sommamente indignati per le affermazioni di Hemsworth su Loki, minacciando il boicottaggio del film. La maggior parte dei fandomisti è potenzialmente in grado di caricare come un gruppo di Black Bloc chiunque gli dica che in questo genere di film non conta niente se rimangono fili appesi, e che anzi, le trollate dei Russo sono la parte più divertente delle salsicce canterine. 


Sono le loro salsicce, me ne rendo conto, salsicce che gli hanno tenuto compagnia quando erano germogli di groot, piccoli virgulti, salsicce su cui hanno versato lacrime. Ma qui ci troviamo davanti a orde di groot che non capiscono la differenza tra una salsiccia, una patatina fritta e Frank Sinatra. 
Ciò che mi destabilizza non sono neanche i groot, forse crescendo comprenderanno la differenza tra una salsiccia e le patatine fritte, ma quelli della mia età, pronti per la casa di riposo di Odino (e vi assicuro che nei fandom tutti quelli che dicono di avere vent’anni ne hanno almeno il doppio), che non riescono a divertirsi vedendo questo tipo di film perché “ci sono delle regole da rispettare, c’è il canone”.
Il canone in una struttura narrativa che per sua natura ha la facoltà, anzi, il diritto e il dovere di prendere le “regole” e farne carta straccia?
Questi film sono pura ludicità: prenderli seriamente è rovinarsi lo spettacolo, snaturarli. Perché trasformarli in ciò che non sono? In parte è un comportamento a cui siamo indirizzati dallo stesso sistema, c’è quindi una componente “voluta”, predeterminata, uno sfruttare indebito le emozioni dei groot (l’acme è stata l’evaporazione di Spiderino in “Infinity War”), ma anche il groottizzare i maturi, l’infantilizzazione del pubblico. Un qualcosa di inaccettabile e molto pericoloso, dal mio punto di vista. 
Le stesse persone sentenziano sull’assurdità delle “leggi della fisica che cessano di esistere” nei film di fantascienza. 
Mettere la maionese o il ketchup sulle patatine è un questione di palato: le patatine non diventano salsicce. Ma chiunque, specie se superata l’età dell’acne giovanile, dovrebbe essere in grado di distinguere una salsiccia da una patata fritta, ed entrambe da Frank Sinatra, e godersi pienamente e liberamente ognuna di queste cose, consapevole di ciò che sta facendo. 


Lidia Zitara

Nessun commento: