giovedì, febbraio 15, 2024

PAST LIVES

Past Lives

di Celine Song

con Greta Lee, Teo Yoo, John Magaro

USA, 2023

genere: drammatico, sentimentale

durata: 106’

Sembra proprio sia ancora possibile raccontare grandi storie con pochi elementi e con grande semplicità. Perché è questa la vera e forse più importante lezione da apprendere dopo la visione di “Past Lives” di Celine Song.

L’esordio alla regia di questa regista coreana, che ormai vive in America, è forse il film che più di tutti elogia la semplicità, la quotidianità e la normalità (sulla scia del recente “Perfect Days”).

La protagonista della vicenda è Nora (il cui nome di battesimo coreano è Na Young) che all’età di 12 anni deve trasferirsi insieme alla famiglia (la madre scrittrice, il padre regista e la sorellina) dalla Corea all’America. Nel paese natio deve lasciare, quindi, la sua vecchia vita e soprattutto il suo primo amore (Hae Sung) con il quale, però, riesce a mettersi nuovamente in contatto dall’America 12 anni dopo, salvo poi bloccare le comunicazioni perché troppo distanti e probabilmente senza futuro. Nel giro di poco tempo in una residenza per artisti (a New York Nora è una sceneggiatrice) la protagonista incontra Arthur del quale si innamora. I due si sposano, ma cosa succederà quando dopo altri 12 anni Nora incontrerà nuovamente sulla sua strada il suo primo amore?

Un film nel quale, come “spiegato” nel titolo, si intersecano vite passate (o presunte tali) con un presente e un ipotetico futuro, andando a scavare nelle profondità dell’animo di ognuno di noi.

Quante volte è capitato di dire o di pensare “e se fosse andata diversamente?”. Ecco, “Past Lives” mette sullo schermo la risposta (e le tante ulteriori domande che ne derivano) a questo quesito quasi impossibile.

Ma a colpire, al di là della visione alla “Sliding Doors”, sono la semplicità e la delicatezza, a volte anche crudele, con le quali Celine Song mette in scena la vita di Nora. Continuamente di fronte a bivi, dualismi e contrasti, Nora deve sempre cercare la soluzione che non è quasi mai quella semplice o quella che vuole/vorrebbe.

A incarnare, anche visivamente, queste scelte obbligate ci pensa anche la messa in scena sempre attenta a creare una sorta di contrapposizione. Dagli elementi fisici, che sembrano frapporsi tra i protagonisti, alle dinamiche umane. Perché se le scale rappresentano metaforicamente la scalata sociale (e non solo) compiuta da Nora, sono le sue affermazioni e il suo modo (semplice) di vedere la vita, le persone e i rapporti umani a decretarne il successo.

Celine Song parla di assenza di supereroi in una storia semplice che elogia la semplicità attraverso personaggi che potrebbero essere chiunque. Ma forse è proprio questa la magia di una storia comunque unica perché “personale”.

Bivi e scale sono solo la rappresentazione fisica delle difficoltà alle quali andrà incontro Nora nella propria vita. Difficoltà che si iniziano a presentare fin dall’infanzia e che andranno ad aumentare con l’andare avanti del tempo, messe in evidenza dalla saggia decisione di ricorrere non soltanto a una barriera linguistica, ma anche a una barriera reale e ancora più difficile da superare: la distanza. Una distanza che, grazie al progresso e alla modernità, può essere scavalcata tramite alcuni mezzi, ma solo in parte. Il filtro dello schermo, infatti, è solo un esempio. Un esempio concretizzato poi dalle differenze linguistiche e di usi e costumi. E non è un caso che la storia inizi da una situazione ben precisa che viene scardinata, mostrata ed elaborata tornando indietro di diversi anni. La primissima scena mette in evidenza tutte queste differenze e lo fa senza dare spiegazioni. Le voci fuori campo commentano quello che vedono come farebbe qualsiasi spettatore. Le differenze sono tante e fin troppo evidenti e l’obiettivo diventa quindi quello di scardinarle. Cos’è che è “troppo coreano” come Nora tenta di spiegare al marito? E cosa non lo è? Come ci si avvicina (o allontana) da una cultura, da un modo di vivere e di essere? Lo si può fare davvero?

Alla fine la lingua diventa solo un pretesto per avvicinarsi o allontanarsi e, nel caso di “Past Lives”, per far (ri)vivere a Nora qualcosa che forse, nonostante tutto, non potrà più vivere.

Un dualismo continuo e perenne che si evolve e si intreccia attraverso la figura di Nora che cerca, per quanto possibile, di far avvicinare due persone, due culture, due lingue, due mondi diversi ricorrendo comunque, anche se involontariamente, a situazioni diverse e contrapposte. Cosa è giusto e cosa sbagliato? Per chi fare il tifo? Non ci sono schieramenti in “Past Lives”, ma solo grande consapevolezza. Di ognuno di noi e del mondo che ci circonda.


Veronica Ranocchi

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