Certo non si pretendeva l'afflato e la coerenza del modello Wendersiano, autore inarrivabile di un cinema che non puo' prescindere dal viaggio, mentale e geografico, e che da' il meglio di sé quando si confronta e si nutre dell'America come contenitore del nostro immaginario, ma perlomeno era necessario un cambiamento di prospettiva, una presa di coscienza del mutamento in atto. KAR WAI guarda senza vedere, affidando alle immagini il compito di costruire una storia che non c'e'. Descrivere l'amore e la sua mancanza, seguire il gioco degli amanti nel viaggio sublime e periglioso della vita, raccontare gli sguardi ed i silenzi di chi vive ogni gesto come fosse l'ultimo, necessita' di una struttura invisibile ma presente, capace di dare forma all'ineffabile e concretezza a cio' che e' impalpabile, liberando le parole dai limiti imposti dal linguaggio. Invece il regista rimane prigioniero di quello stile che gli ha dato la fama, costruendo immagini perfette ma vuote, riflesso di un mondo autoreferenziale e mortifero. La luce calda ed avvolgente dei neon eternamente accesi, la melodia jazz dell'attrice/cantante dal volto perennemente imbronciato non bastano a giustificare un'operazione di cui si fa fatica a trovare il senso e che per lunghi tratti appare come una gentile concessione di un genio alle prese con manie di onnipotenza.
sabato, marzo 29, 2008
My blueberry nights
Certo non si pretendeva l'afflato e la coerenza del modello Wendersiano, autore inarrivabile di un cinema che non puo' prescindere dal viaggio, mentale e geografico, e che da' il meglio di sé quando si confronta e si nutre dell'America come contenitore del nostro immaginario, ma perlomeno era necessario un cambiamento di prospettiva, una presa di coscienza del mutamento in atto. KAR WAI guarda senza vedere, affidando alle immagini il compito di costruire una storia che non c'e'. Descrivere l'amore e la sua mancanza, seguire il gioco degli amanti nel viaggio sublime e periglioso della vita, raccontare gli sguardi ed i silenzi di chi vive ogni gesto come fosse l'ultimo, necessita' di una struttura invisibile ma presente, capace di dare forma all'ineffabile e concretezza a cio' che e' impalpabile, liberando le parole dai limiti imposti dal linguaggio. Invece il regista rimane prigioniero di quello stile che gli ha dato la fama, costruendo immagini perfette ma vuote, riflesso di un mondo autoreferenziale e mortifero. La luce calda ed avvolgente dei neon eternamente accesi, la melodia jazz dell'attrice/cantante dal volto perennemente imbronciato non bastano a giustificare un'operazione di cui si fa fatica a trovare il senso e che per lunghi tratti appare come una gentile concessione di un genio alle prese con manie di onnipotenza.
giovedì, marzo 27, 2008
Film in sala da venerdi' 28 marzo
Il cacciatore di aquiloni
The Kite Runner
regia: Marc Forster
genere: drammatico
prod.: USA
Un bacio romantico
My Blueberry Nights
regia: Wong Kar-wai
genere: sentimentale
prod.: Francia, Cina, Hong Kong
Tutta la vita davanti
Tutta la vita davanti
regia: Paolo Virzi'
genere: commedia
prod.: Italia
Nessuna qualità agli eroi
Nessuna qualità agli eroi
regia: Paolo Franchi
genere: drammatico
prod.: Italia
Walk Hard: The Dewey Cox Story
Walk Hard: The Dewey Cox Story
regia: Jake Kasdan
genere: commedia
prod.: USA
Mars - Dove nascono i sogni
Mars - Dove nascono i sogni
regia: Anna Melikian
genere: commedia
prod.: Russia
L'amore secondo Dan
Dan in Real Life)
regia: Peter Hedges
genere: commedia
prod.: USA
Misstake
Misstake
regia: Filippo Cipriano
genere: commedia nera
prod.: Italia
Ci sta un francese, un inglese e un napoletano
Ci sta un francese, un inglese e un napoletano
regia: Eduardo Tartaglia
genere: commedia
prod.: Italia
The Kite Runner
regia: Marc Forster
genere: drammatico
prod.: USA
Un bacio romantico
My Blueberry Nights
regia: Wong Kar-wai
genere: sentimentale
prod.: Francia, Cina, Hong Kong
Tutta la vita davanti
Tutta la vita davanti
regia: Paolo Virzi'
genere: commedia
prod.: Italia
Nessuna qualità agli eroi
Nessuna qualità agli eroi
regia: Paolo Franchi
genere: drammatico
prod.: Italia
Walk Hard: The Dewey Cox Story
Walk Hard: The Dewey Cox Story
regia: Jake Kasdan
genere: commedia
prod.: USA
Mars - Dove nascono i sogni
Mars - Dove nascono i sogni
regia: Anna Melikian
genere: commedia
prod.: Russia
L'amore secondo Dan
Dan in Real Life)
regia: Peter Hedges
genere: commedia
prod.: USA
Misstake
Misstake
regia: Filippo Cipriano
genere: commedia nera
prod.: Italia
Ci sta un francese, un inglese e un napoletano
Ci sta un francese, un inglese e un napoletano
regia: Eduardo Tartaglia
genere: commedia
prod.: Italia
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film in uscita 2008
martedì, marzo 25, 2008
La banda
Invitati ad esibirsi in Israele presso un centro di cultura araba, nessuno si preoccupa di riceverli all'areoporto e con il loro inglese stentato e uno scarso senso pratico finiranno in un villaggio dimenticato da tutti, forse anche dallo Stato di Israele.
L'esordiente Eran Kolirin (una sorta di Kaurismaki del medio oriente) servendosi della bravura del protagonista Sasson Gabai (fantastico) e degli altri interpreti, ci racconta di un universo a parte, tagliato fuori dal mondo, un microcosmo a cui è stata imposta la cultura occidentale e la rimozione di quella araba.
I protagonisti si raccontano, si confessano, si confrontano in questa terra di nessuno in un alternarsi di scene surreali e situazioni comiche.
LA BANDA è un piccolo capolavoro, una medicina, una speranza, per chi guarda al prossimo con spirito di fratellanza, cercando di superare le fittizie barriere culturali e ideologiche che troppo spesso non sono frutto dell'animo umano, ma imposte da chi con queste "armi" vuole continuare a godere del suo potere politico o religioso che sia.
Film di una dolcezza infinita, una carezza al cuore.
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recensioni
venerdì, marzo 21, 2008
Fine pena mai
Il film racconta il percorso umano e criminale di Antonio da spacciatore e piccolo trafficante indipendente fino all'ingresso nella quarta mafia, la Sacra Corona Unita, all'arresto e alla condanna.
Il film ha una buona idea di fondo, ma che non viene sviluppata in maniera soddisfacente.
Ci sono delle cose positive, come l'attenzione per la costruzione di alcune belle inquadrature e lo sforzo del bravo Claudio Santamaria nel dare al suo italiano una cadenza salentina credibilissima. Buono anche lo sforzo degli autori nel dosare la lingua italiana e le espressioni dialettali.
Ma per il resto è notte fonda, la sceneggiatura è in molte occasioni incongruente: non si capisce il perchè del suicidio di Gianfranco; il figlio di Antonio sembra avere sempre la stessa età; il profilo della moglie (V. Cervi) è confuso, a tratti sembra integrarsi benissimo nel mondo malavitoso con atteggiamenti arroganti da vera moglie del boss, salvo poi reclamare un ruolo moralista.
Film pieno di citazioni, che non reputo un male, ma che bisogna saper dosare, altrimenti diventa scimmiottamento, come purtroppo succede in diversi casi tipo il bagno subaqueo che ricorda spudoratamente L'atalante e la scena dei fiori che rimanda ad American Beauty, per non parlare della scena di affiliazione che avviene in prigione che è una scopiazzatura de Il Camorrista.
La figura del protagonista viene dipinta con tono benevolo, quasi fosse "vittima" del sistema criminale che non gli concede autonomia nel delinquere e quasi lo costringe ad affiliarsi.
Nella pellicola non c'è quasi traccia delle imprese criminali di Antonio, eppure questo signore è stato condannato a 49 anni di prigione per associazione a delinquere di stampo mafioso, spaccio di droga, concorso in omicidio e nessun giudice di tribunale ha mai sentito pronunciare la parola pentimento.
Questo film ci dà l'occasione per rimpiangere i tanto vituperati polizieschi anni '70 dove i cattivi erano cattivi e i buoni erano buoni....ma mica tanto.
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recensioni
mercoledì, marzo 19, 2008
Film in sala da venerdi' 21 marzo
Questa notte e' ancora nostra
Questa notte e' ancora nostra
regia: Paolo Genovese, Luca Miniero
genere: commedia
prod.: Italia
Colpo d'occhio
Colpo d'occhio
regia: Sergio Rubini
genere: giallo
prod.: Italia
(in sala da giovedi' 20 marzo)
Spiderwick - Le cronache
The Spiderwick Chronicles
regia: Mark Waters
genere: fantastico
prod.: USA
Nelle tue mani
Nelle tue mani
regia: Peter Dal Monte
genere: drammatico
prod.: Italia
27 volte in bianco
27 Dresses
regia: Anne Fletcher
genere: commedia
prod.: USA
Interview
Interview
reia: Steve Buscemi
genere: dramamtico
prod.: USA
Cover Boy - L'ultima rivoluzione
Cover Boy - L'ultima rivoluzione
regia: Carmine Amoroso
genere: drammatico
prod.: Italia
La volpe e la bambina
Le renard et l'enfant
regia: Luc Jacquet
genere: documentario
prod.: Francia
La banda
Bikur Ha-Tizmoret
regia: Eran Kolirin
genere: commedia
prod.: Israele, Francia
Mimzy - Il segreto dell'universo
The Last Mimzy
regia: Robert Shaye
genere: avventura
prod.: USA
Questa notte e' ancora nostra
regia: Paolo Genovese, Luca Miniero
genere: commedia
prod.: Italia
Colpo d'occhio
Colpo d'occhio
regia: Sergio Rubini
genere: giallo
prod.: Italia
(in sala da giovedi' 20 marzo)
Spiderwick - Le cronache
The Spiderwick Chronicles
regia: Mark Waters
genere: fantastico
prod.: USA
Nelle tue mani
Nelle tue mani
regia: Peter Dal Monte
genere: drammatico
prod.: Italia
27 volte in bianco
27 Dresses
regia: Anne Fletcher
genere: commedia
prod.: USA
Interview
Interview
reia: Steve Buscemi
genere: dramamtico
prod.: USA
Cover Boy - L'ultima rivoluzione
Cover Boy - L'ultima rivoluzione
regia: Carmine Amoroso
genere: drammatico
prod.: Italia
La volpe e la bambina
Le renard et l'enfant
regia: Luc Jacquet
genere: documentario
prod.: Francia
La banda
Bikur Ha-Tizmoret
regia: Eran Kolirin
genere: commedia
prod.: Israele, Francia
Mimzy - Il segreto dell'universo
The Last Mimzy
regia: Robert Shaye
genere: avventura
prod.: USA
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film in uscita 2008
martedì, marzo 18, 2008
Waitress
Si scopre infatti che la cameriera -vittima di se stessa e non del proprio coniuge (quando la sua vita smetterà di dipendere dallo schema vittima/carnefice nulla le impedirà di lasciarlo)-con la sua aria da frigida fatina è capace di trasformarsi in una insaziabile amatrice, e che le amiche non le sono da meno in fatto di infedeltà coniugale (nei confronti di mariti impediti dalla malattia) e mancanza di autostima (la timida collega, interpretata dalla regista è consapevole di accettare le avance di un tipo visibilmente disturbato). Insomma un quadro in cui ognuno ha qualcosa da rimproverarsi e nessuno può dirsi al di sopra delle parti. Per fortuna in ogni Favola che si rispetti il principe azzurro è sempre dietro l'angolo ed anche in questo caso, con una soluzione questa si un pò di parte, per l'idea di famiglia tutta al femminile che suggella il finale della storia, si presenterà nelle spoglie di una deliziosa pargoletta destinata ad ereditare la passione culinaria della propria genitrice. Alternando i colori della verità e quella della finzione, e procedendo con una messa in scena che lavora sulle sfumature, la regista realizza un film garbato e non privo di significati, che eccelle sopratutto nella direzione degli attori. Brava Adrienne Shelly, ovunque tu sia
Jimmy Hollywood
E come si fa ad ignorare un attore come Joe Pesci che se non fosse per una fisicità fuori dagli schemi lo troveresti appeso nelle stanze dei provinanti a mo di santo ispiratore o nelle pagine dei giornali radical chic ad intrigare le working women di tutto il mondo ed invece è praticamente scomparso da qualsiasi tipo di produzione cinematografica. Insieme a lui due compagni di ventura come Cristian Slater piu che mai stranulato e quindi perfetto nel ruolo di novello Sancio Pancia e Victoria April dimentica dei trascorsi almodovariani e qui in un interpretazione che rappresenta il contraltare ai voli picareschi dello sgangherato duo. Per chi avesse nostalgia di un cinema dove recitare conta ancora qualcosa o sentisse il bisogno di rimediare ad una svista colossale su un film che ha il pathos della vita vissuta dalla parte dei perdenti, Jimmy Holliwood si offre come cibo prelibato che non ha bisogno di palati fini per essere apprezzato ma di un cuore che abbia ancora voglia di emozionarsi.
lunedì, marzo 17, 2008
Onora il padre e la madre
l film è saturo di mestizia ed è attraversato da un dolore che diventa fisico nel corpo nudo di Marisa Tomei (per un ruolo da protagonista dobbiamo resuscitare Cassavetes?), violato e privo d’affetto, oppure quando la cinepresa si concentra sulle facce perennemente sfatte e segnate da posture che le deformano (su tutti la bocca del padre aperta in un spasmo indefinito). I corpi profanati diventano la testimonianza della condizione umana: l’esilità nervosa ed inetta di Hawke, il figlio piccolo e viziato, si oppone alla corpulenza poderosa e sgraziata di Hoffman (, il primogenito, trattato come un corpo estraneo dalla famiglia (tanto da arrivare a dubitare di farne parte in un drammatico confronto con il padre) e perciò abituato a cavarsela da solo.
venerdì, marzo 14, 2008
Factory girl
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recensioni
giovedì, marzo 13, 2008
Popcorn
A dire il vero non so cosa siano i film “underground". A suo modo e a suo tempo, Ombre era una specie di film underground di novelle vogue..In realta’ci sono delle persone che tentano di esprimersi e poi nascono le etichette.
Se il tuo film non ha la possibilità di venire mostrato dovunque, se non hai abbastanza soldi e lo proietti in locali sotterranei, allora diventa underground.
Io la vedo così. Non ci sono che individui. Poco importano le definizioni.
Due film di due persone diverse non si assomiglieranno mai.
Ognuno ha il suo modo di pensare. Quando fai un film non fai parte di un movimento. Vuoi fare un film, questo film, personale, individuale, e lo fai, con l’aiuto dei tuoi amici
(John Cassavetes)
Se il tuo film non ha la possibilità di venire mostrato dovunque, se non hai abbastanza soldi e lo proietti in locali sotterranei, allora diventa underground.
Io la vedo così. Non ci sono che individui. Poco importano le definizioni.
Due film di due persone diverse non si assomiglieranno mai.
Ognuno ha il suo modo di pensare. Quando fai un film non fai parte di un movimento. Vuoi fare un film, questo film, personale, individuale, e lo fai, con l’aiuto dei tuoi amici
(John Cassavetes)
Planet terror
Planet Terror è un film che non può prescindere dagli eventi che precedono la sua visione : tutto quello che ti scorre davanti rimanda inevitabilmente a qualcosa che è gia successo ; la pellicola mutilata fisicamente di una parte del suo corpus filmico, sacrificato agli interessi commerciali dei distributori impauriti dalla sua sfrontata e provocatoria opulenza, i segni incisi sulla pellicola crepitanti ed insistiti come quelli di una fiamma ossidrica, la forma del suo linguaggio che riproduce fino all’esasperazione un idea di cinema che è già andata in scena, sono i segni inequivocabili di questa dissociazione.
“Non siamo intelligenti come dicono. Certe cose sono successe e basta. I film parlano da soli, e spesso fai una cosa che ti pare giusta senza pensarci in anticipo”.(Al Ruban)
Al Ruban fu un collaboratore fondamentale di ben sette degli undici film realizzati da John Cassavetes. Incominciò come assistente di produzione poi divenne direttore della fotografia, produttore e fece due brevi apparizioni
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recensioni
mercoledì, marzo 12, 2008
Film in sala da venerdi' 14 marzo
Onora il padre e la madre
Before the Devil Knows You're Dead
regia: Sidney Lumet
genere: drammatico
prod.: USA
I padroni della notte
We Own the Night
regia: James Gray
genere: drammatico
prod.: USA
10.000 AC
10,000 BC
regia: Roland Emmerich
genere: avventura
prod.: USA, Nuova Zelanda
Tutti i numeri del sesso
Sex and Death 101
regia: Daniel Waters
genere: commedia
prod.: USA
Water Horse - La leggenda degli abissi
Water Horse: The Legend of the Deep
regia: Jay Russell
genere: Avventura
prod.:USA
Before the Devil Knows You're Dead
regia: Sidney Lumet
genere: drammatico
prod.: USA
I padroni della notte
We Own the Night
regia: James Gray
genere: drammatico
prod.: USA
10.000 AC
10,000 BC
regia: Roland Emmerich
genere: avventura
prod.: USA, Nuova Zelanda
Tutti i numeri del sesso
Sex and Death 101
regia: Daniel Waters
genere: commedia
prod.: USA
Water Horse - La leggenda degli abissi
Water Horse: The Legend of the Deep
regia: Jay Russell
genere: Avventura
prod.:USA
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film in uscita 2008
Joe Strummer - The future is unwritten
JOE STRUMMER - the future is unwritten
di REBEL63
Bellissimo film di Julien Temple sulla vita di Joe Strummer leader dei Clash. La storia di un uomo che, con la sua musica, ha voluto "essere" e non "avere". Buona l'idea di radunare intorno ad un fuoco le persone dello spettacolo e gli amici che lo hanno conosciuto.
IL FUTURO NON E' SCRITTO
di Parsec
Vita morte e miracoli di John Graham Mellor che, figlio di un diplomatico inglese, a 12 anni aveva già girato mezzo mondo. Nato ad Ankara nel '52 e morto a Broomfield, Uk, a ridosso del natale 2002 a causa di un cuore difettoso che gli ha regalato una fine domestica sul divano di casa durante la lettura del London Observer, e che soprattutto non gli ha impedito di stravivere, di assurgere a mito, di risorgere dalle proprie ceneri e vivere una seconda avventura artistica con i Mescaleros, dopo aver segnato la storia della musica con i Clash tra il '79 e l'83.
Mai retorico o agiografico il film riesce ad essere anche commovente e rappresenta un'occasione per chi non ha vissuto negli anni del british punk e per chi non sa nulla del "white riot" di conoscere Strummer e i Clash.
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sciarada
Grande, grosso e... Verdone
In questo senso "Grande grosso e...Verdone" rappresenta un inversione di tendenza non solo per la struttura episodica, la cui mancanza di "espansione" non si addice alla debordante personalità del suo autore (ed infatti l'episodio più riuscito è quello di Morena ed Enzo, la coppia di cafoni a cui il regista dedica il minutaggio più alto), ma anche per la smaccata indulgenza autocelebrativa che si nasconde dietro la riproposta di personaggi (il fatto di ritrovarli con nomi diversi non è indice di cambiamento) che lo hanno reso famoso. Certo i protagonisti delle storie ispirano una naturale simpatia- dall'ingenuo Leo, padre di famiglia e figlio devotissimo alle prese con il funerale della mamma, al mefistofelico professor Callisto, un uomo di vizi privati e pubbliche virtù che vuole organizzare la vita amorosa del figlio, per non parlare de i due coatti (la Gerini è proprio brava)alla ricerca della passione perduta ed intenta a risolvere le problematiche del figlio adolescente- ma alla lunga , quella che che dovrebbe essere la premessa del discorso rimane l'unica qualità di un film che procede senza vitalità, accumulando un catalogo di tic (la camminata con il balzelo a piedi uniti del professore, gli occhi al cielo di Leo in un misto di devozione e stupidità)ed ossessioni( quella di Moreno per i soldi enfatizzata dal gesto rumoroso e plateale che precede la distribuzione delle mance) che appartengono al repertorio del mattatore ma non hanno l'indignazione neccessaria per trasformare la risata in un arma capace di salvarti la vita dalle brutture quotidiane. Le caratterizzazioni dei personaggi appaiono troppo morbide, poco aggressive rispetto alla rapacità dei Freak che circolano per le strade; costretti a fare i conti con l'evidente assenza metafisica (le preghiere recitate come fossero un elenco telefonico, le istituzioni religiose, zelanti come la Suora dell'Istituto di accoglienza femminile decisa a disfarsi della disdicevole presenza di alcune prostitute) ed immersi in una condizione di evidente disagio esistenziale, i personaggi sbilanciano il film con un senso di rassegnazione che offusca tutto il resto. E' come sè il segno dei tempi, presente nella luce metafisica e malata che illumina la camera da letto in cui giacciono i giovani innamorati, nella patologia (i valori del tasso glicemico che superano la soglia di rischio) che impedisce la fuga nei piaceri della carne e persino nella negazione del lutto che trasforma la memoria dei defunti in un gesto di cui vergognarsi (a causa di un equivoco la defunta viene esumata nella tomba sbagliata e la famiglia è costretta a pregarvi di nascosto), finisse per annullare quelle componenti di spensieratezza e divertimento che in un film del regista romano dovrebbero essere la specialità della casa e che invece finiscono per far rimpiangere la semplicità senza ambizioni delle opere che ne hannp preceduto la comnsacrazione.
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sabato, marzo 08, 2008
Lezioni di felicita'
Un po' Amelie e un po' Mery Poppins, Odette Toulemonde riesce a scaldare il cuore con un frizzante buon umore ed un tocco di fiabesco romanticismo che non fa mai male. La fantasiosa commedia di Eric-Emmanuel Schmitt abbraccia lo spettatore con una storia di ordinaria quotidianità che diventa unica se guardata da una nuova prospettiva.
Odette non e' una maga, ne' una strega, e non ha poteri sovrannaturali come wonder woman o la donna invisibile. Eppure, nonostante sia una semplice umana, Odette piu' di tutte queste superdonne riesce a portare zucchero e scintille nella vita di tutti noi: balla, canta, vola, ci fa ridere e sognare.
Odette e' animata dai suoi sogni, dal potere della fantasia, dalla forza dei sentimenti. E' una donna che ha sofferto, che e'riuscita a superare il buio senza pero' dimenticarsene. Ed il suo tacito messaggio, nascosto tra le pieghe del suo caldo e contagioso sorriso, e' che la vita e' bella e unica, se solo lo sappiamo percepire, se solo lo vogliamo cogliere in noi.
Il film ci accompagna in un percorso di scoperta dei sentimenti e delle reazioni umane agli eventi. I fatti non sono affatto originali, cosi' come la trama, ma quello che conta e' lo spirito di ottimismo che pervade tutto il film. Lezioni di felicita' e' una favola moderna ben scritta e diretta. Le lezioni alle quali allude il titolo sono quelle che servirebbero a tutti noi per vivere meglio, per sentire davvero con intensita' e amore ogni giorno, ogni momento, sia nella difficolta' che nella gioia.
Musiche di Josephine Baker, che caratterizza in modo perfetto film e protagonista.
Si esce dalla sala canticchiando. Aaaah, che buona boccata d'ossigeno. Grazie Odette!
Sonetàula
Questo l'inizio della storia-biografia Sonetàula messo in scena dal capace e sensibile Salvatore Mereu (la cui opera prima Ballo a tre passi suscito' ampio gradimento di critica e pubblico) e tratto dall'omonimo libro di Giuseppe Fiori (Einaudi editore), romanzo di formazione che abbraccia un'epoca di trasformazione storica e personale.
Ottima ed efficace trasposizione cinematografica di un romanzo non scontato (e nemmeno tanto giovane, il testo ha 40 anni), che racconta una storia amara di passioni e dolore, di vendetta e fughe, ambientata nelle montagne della sardegna durante la seconda guerra mondiale. Si tratta di un film in lingua (interamente recitato in dialetto sardo e sottotitolato) interpretato da attori non professionisti. Una storia dura e d'impatto, che Mereu dipana con coerenza e fluidita', forte della lezione di grandi registi quali De Seta e Rosi.
Sceneggiatura ben strutturata, dialoghi efficaci, aderenza al soggetto ed alla realta' storica.
Uno dei pochi ottimi lavori italiani in un panorama cinematografico nazionale sconfortante e asettico.
Distribuisce la sempre ottima Lucky Red di Occhipinti.
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venerdì, marzo 07, 2008
Film in sala dal 7 marzo
Titolo: Grande Grosso e..Verdone
Regia: Carlo Verdone
Genere: Commedia
Produzione: Italia
Titolo: Lezioni di felicità. Odette Toulemonde
Regia: Eric-Emanuel Schmidtt
Genere: Commedia
Produzione: Francia/Belgio
Titolo: Sonetàula
Regia: Salvatore Mereu
Genere: Drammatico
Produzione: Italia
Titolo: Vogliamo anche le rose
Regia: Alina Marrazzi
Genere: Doc
Produzione: Italia
Titolo: Biùtiful Cauntri
Regia: Esmeralda Calabria, Andrea D'ambrosio,Peppe Ruggiero
Genere: Doc
Produzione: Italia
Titolo: Cenerentola e gli 007 nani
Regia: Paul Bolger, Yvette Kaplan
Genere: Animazione
Produzione: Usa/ Germania
Regia: Carlo Verdone
Genere: Commedia
Produzione: Italia
Titolo: Lezioni di felicità. Odette Toulemonde
Regia: Eric-Emanuel Schmidtt
Genere: Commedia
Produzione: Francia/Belgio
Titolo: Sonetàula
Regia: Salvatore Mereu
Genere: Drammatico
Produzione: Italia
Titolo: Vogliamo anche le rose
Regia: Alina Marrazzi
Genere: Doc
Produzione: Italia
Titolo: Biùtiful Cauntri
Regia: Esmeralda Calabria, Andrea D'ambrosio,Peppe Ruggiero
Genere: Doc
Produzione: Italia
Titolo: Cenerentola e gli 007 nani
Regia: Paul Bolger, Yvette Kaplan
Genere: Animazione
Produzione: Usa/ Germania
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film in uscita 2008
Vogliamo anche le rose
Lo dimostra la volonta’ di privilegiare la dimensione privata ed emozionale delle sue protagoniste all’elemento sociale e politico: nel corso del documentario, costruito come un patchwork di immagini e parole tratte dalle fonti piu’ disparate (materiale di repertorio, super 8, filmato d’animazione e testimonianza diaristica), al di la’ della cronaca di una battaglia che non e’ ancora finita , emerge il tormento di una presa di coscienza lunga e dolorosa, popolata da fantasmi personali e sovrastrutture opprimenti ed in cui solitudine e sensi di colpa sono le uniche certezze. La fluidita’ dello stile insieme ai simpatici siparietti d’epoca concorrono ad abbassare i toni, ma i nervi sono scoperti ed il pericolo di farsi male e’ inevitabile. Nel corso della presentazione del film, rispondendo ad una domanda di Nanni Moretti su un suo eventuale passaggio al cinema di finzione, l’autrice dapprima titubante poi decisa, ha detto di considerare come tale il suo documentario per la capacita’ di far vivere le protagoniste al di sopra del vissuto che raccontano.
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martedì, marzo 04, 2008
Rambo
Rambo è tornato! Appesantito in volto, segnato , un po’ gonfio Stallone non è sicuramente uno di quegli attori a cui daresti l’Oscar, am Rambo è un bel film. Un modo tutto suo di affrontare il sociale e l’attualità in maniera cruda, non da documentario o scoop giornalistico, Rambo è Rambo dopotutto, ma riesce comunque a far emergere il degrado in cui la Birmania sta vivendo ormai da anni. Le esagerazioni sono addirittura contenute, ci sono e soni in linea con lo standar gore di questi ultimi anni, ma sono sufficienti le immagini di vissuto reale e di cronaca che scorrono prima del film, nel film, come antefatto, per dare un’idea del fatto che certe atrocità non possono essere eguagliabili nemmeno nella finzione cinematografica. La morte reale nella sua semplice crudezza è più orribile di qualunque messa in scena, splatter, gore, horror che si possano immaginare. Stallone mi dà l’impressione di essere un uomo in cammino, con una fede o una voglia di fede molto forti; il suo personaggio è perso, abbandonato in un luogo sperduto, lontano da tutti e forse, spera anche da se stesso. Ritrova se stesso, solo quando comprende e accetta ciò che lui è, grazie ad una bella introspezione della co-protagonista che porta l’apatico Rambo a reagire ed in seguito ad acquisire la consapevolezza che quello che è non è bello, non è una cosa giusta, ma lui ha il potere di utilizzarlo a “fin di bene”. Interessante anche il risvolto dei mercenari coinvolti, in netto contrasto con quello che farà lui, e con quello che fanno i missionari ad inizio film. Il mercenario quando arriva il pericolo fugge; l’atteggiamento alla prima difficoltà è quello: fuggire i problemi per non correre rischi, incuranti del fatto di essere stati pagati. Essi non hanno un etica, una morale che li psinga a proseguire, mentre Rambo è diverso: non accetta soldi, perché sono i principi che lo mandano avanti; crede in quello che fa ed è quello che lo spinge oltre. Gli anni passano e mi stupisco a ripensare alla denuncia sociale che Stallone ha fatto nella serie di Rambo; una denucia a volte oscurata dalle belligeranze cinematografiche, però presente. Giochi di sguardi che ad un analisi non vizizta da pregiudizi trasmettono anche il dramma di un uomo. La trama è in sintonia con i film del genere: antefatto, missione per liberare delle persone e bagno di sangue per finire con un piccolo risvolto al termine del fil. Non mi dilungo oltre, concludo con un giudizio buono del film.
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Sogni e delitti
Allen, forse ricordandosi del suo capodopera Ombre e Nebbia,, sembra ribadire che la cosa più pericolosa, quella che ci manda letteralmente in tilt ed in definitiva produce il caos in cui siamo immersi non stà nel disconoscere la differenza tra
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Prospettive di un delitto
E’ in questi attimi, poco prima che il presidente prenda la parola che il film ci fa conoscere tutti i protagonisti della vicenda: una serie di facce tutte convincenti a partire da quella del redivivo Dennis Quaid nei panni di un agente appena tornato in servizio dopo una convalescenza causata dalle pallottole indirizzate al Presidente (William Hurt un ex grande attore che si guadagna da vivere prestando la sua faccia sempre uguale al miglior offerente) per continuare con il Matthew Fox di Lost, collega ed amico, Sigourney Weaver responsabile del network che filma l’avvenimento fino a Forrest Withaker, tornato a lavorare dopo la gloria dell’oscar nel ruolo di un turista in cerca di emozioni. Sono tutti lì quando in rapida successione 2 colpi di arma da fuoco colpiscono a morte il presidente ed una bomba esplode saturando l’aria e lo schermo con una nuvola di fumo che ricorda quelle seguite al crollo delle torri Newyorkesi. Il film in pratica si ferma qui perché quello che segue non è altro che un backward/forthward di quei minuti (tanti quanti sono i punti di vista dei personaggi) per ricostruire le dinamiche e catturare i responsabili. Sorvolando sui discorsi del cinema che riflette su se stesso (Il De Palma di Occhi di serpente, riferimento più o meno dichiarato dal regista, è un'altra cosa) e senza soffermarsi più di tanto sulla forma dello sguardo che è organico/meccanico, fatto di tessuti cellulari e meccanismi in fibra ottica (esaltato dal trionfo di schermi, telecamere e videofonini sempre in primo piano e che nel caso di Withaker sembrano un tutt’uno con il resto della sua fisiologia) possiamo dire che Prospettive di un delitto spreca l’eccellenza del cast nella riproposizione all’infinito di un meccanismo fin troppo prevedibile che non riesce ad integrarsi con i tempi dell’azione che risulta frenata dai continui andirivieni ed un intreccio che concepisce la suspence come sfinimento visivo e sonoro. A posteriori risulta più interessante constatare il paradosso di un film che si professa democratico, con il summit pacifista ed il Presidente deciso a non rispondere alle provocazioni dei terroristi per poi organizzare un carosello di violenza che, seppur esagerata e quindi in qualche modo anestetizzata, è aggravata dall’assoluta mancanza di ironia. Una presa di posizione che riproduce perfettamente lo stato d’animo di una Nazione che ha prodotto la propria nemesi.
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lunedì, marzo 03, 2008
L'innocenza del peccato
Il prolifico regista, autore di una filmografia sconfinata e di livello si ripresenta ai nastri di partenza con un'altra storia di ordinaria follia in cui le conseguenze dell’ossessione amorosa e della lotta di classe sono i temi dominanti. Intenta a conquistarsi un posto al sole nel mondo giornalistico televisivo, Gabrielle, ragazza bella e disinvolta si imbatte dapprima con lo scrittore di successo Charles di cui diventa impudica ed insaziabile amante, e successivamente in Paul, fragile e viziato erede di una impero commerciale, abituato ad ottenere ciò che vuole e deciso a conquistarla. L’incrocio di caratteri tanto diversi ma in fondo accomunati da un comune senso di insoddisfazione, darà il via ad una serie di reazioni a catena, frutto di personalità sempre in bilico tra cedimento patologico e premeditatà meschinità, le cui drammatiche conseguenze ribalteranno le premesse psicologiche dei suoi protagonisti.
Il film conferma la predilezione del regista per l’analisi dei comportamenti e dei condizionamenti sociali rispetto all’intreccio della trama che alla maniera dell’amato Simenon nasconde sotto l’apparente semplicità degli eventi una tensione drammaturgia derivanti dall’ambivalenza della psiche umana. Un inferno di ipocrisie che Chabrol disvela con un processo rigoroso ed inesorabile, costruito su analogie e dissonanze (commenti musicali e dialoghi in apparente contraddizione con il corrispettivo filmico), e che si compone di una serie di dettagli visibili ma non invadenti, che assumono senso con il procedere della storia: si pensi al libro dello scrittore ripetutamente disprezzato all’inizio del film con un gesto che sembra quasi una presa di posizione nei confronti dei premi letterari oppure alla valenza degli ambienti, in questo caso le case dei 3 protagonisti, quella natale di lei, divisa con la madre, a rivelare un bisogno d’affetto mai sopito opposta a quello del suo amante, una villa asettica e piena di confort simbolo della doppiezza del suo amante che in pubblico si proclama uomo dai costumi monacali, per finire con quella vittoriana del miliardario, immobile e perfetto campanello di allarme di una famiglia che nasconde la sua spietata freddezza davanti al decoro delle maniere. Per non dimenticare il sapiente uso dei colori, con il rosso che doppia quello dei guanti del giudice inflessibile interpretata dalla Huppert ne “La commedia del potere” e che qui compare saturando le sequenze iniziali e negli abiti più spregiudicati della protagonista, feticcio che riceve e produce sangue, a quelli finti e definiti della televisione, surrogato della vita reale di cui riproduce gli stessi meccanismi di potere, a quelli in penombra dell’ambiguo club dove lo scrittore regala alla giovane un regalo di compleanno indimenticabile, a quelli neutri e prosaici della vita quotidiana. Un determinismo costruito sulle differenze economiche e di ceto che non può essere messo in discussione neanche dalla verità delle pulsioni che al di la del godimento momentaneo finiscono per condannare i trasgressori del sistema con una punizione pari alla grandezza del loro sogno. Il sorriso di Gabrielle, in abiti circensi ed appena resuscitata da una "morte per scherzo" (il trucco del prestigiatore che taglia in due la ragazza rimanda simbolicamente al titolo originale "Una ragazza tagliata in due") che fa il verso a quella vera,(accaduta poco prima sullo schermo), sembra il presagio, per quella risposta d'amore appena ricevuta dall'applauso generoso del pubblico pagante, di una fine ancora lungi dall'essere decisa.
Il mattino ha l'oro in bocca
Se il fattore della casualità risponde necessariamente all’esperienza autobiografica, tutt’altra questione è la sua messinscena che sembra dettata da esigenze di carinerie produttive più che da una coerente cifra stilistica. Accade infatti che la regia, decisa a rinunciare al talento visivo ed all’audacia di Paterfamilias, si appiattisce su una messinscena che si sforza di far convivere all’interno di una storia di per sé dolorosa ma di fatto impostata con toni tragicomici film virziniano, un cote da autore drammatico che dovrebbe far emergere la deriva della dipendenza. Anche l’impianto narrativo non gli è da meno in termini di dualismi irrisoltì, fallendo il sincretismo tra la vita radiofonica e quella delle scommesse, entrambe attraversate da un protagonista che sembra non rendersi conto delle inevitabili differenze e lasciando spazio ad una serie di personaggi minori che si affacciano nel film per dare a scene macchiettistiche che incidono negativamente sull’economia del film. Il risultato è un film senza lacrime ne riso che scorre via anonimo se non fosse per la bella interpretazione di Elio Germano che inizia a distinguersi anche per il talento con cui getta a mare la sua bravura
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italia,
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Jumper
Doug Liman ha smarrito la strada. È la cosa non è bella per chi si era entusiasmato con, Swingers, (1996), esordio da indipendente targato Sundance, proseguito con il puzzle modello Pulp Fiction di Go- Una notte da dimenticare fino al primo e miglior film della serie delle avventure di Jason Bourne. Da li una vertiginosa discesa con Mr and Mrs Smith, una specie di corso prematrimoniale per la coppia Pitt/ Jolie fino al tonfo di questo film. Lanciato come un mix tra Bourne e Matrix, per le analoghe mobilità spazio temporali e le fughe globe trotters del protagonista Jumpers in realtà è ben altra cosa. E' uno spettacolino per adolescenti che il film blandisce mescolando estetiche giovanilistico televisive con il testosterone superoistico modello Marvel ( l’alleanza formata dei due saltatori si rifà agli albi cosiddetti Team Up dove gli eroi di 2 differenti testate davano vita ad estemporanee collaborazioni) che sono inserite all’interno di un impianto narrativo discontinuo ( gli inserti esistenziali che dovrebbero spiegare le motivazioni del protagonista sono didascalici e rallentano l’azione) e privo di meraviglia ( i tuffi dentro e fuori dal tempo, unico motivo del film perdono presto la loro efficacia). Il mondo in cui si muovono i personaggi, uno degli elementi di forza in film di questo genere per la capacità di dare senso e verosimiglianza alle incredibili vita dei personaggi è del tutto assente. Quando invece il film prova a spiegarsi lo fa in maniera confusa e stereotipata (gli accenni alla politica da grande fratello messo in atto all’indomani dell’11 settembre così come quelli all’america teocom, omofobica e puritana sono uno sfruttatissima via di uscita per la totale mancanza di idee). La crociata dei Paladini sodalizio di origine medievale impegnati a tenere alto i valori di Dio eliminando tutte le manifestazioni che potrebbero metterne in discussione il primato (la presenza dei Jumpers, con i loro poteri sovraumani lo potrebbero fare) incrocia le strade di David Rice (il poco simpatico Hayden Christensen), mutante capace di teletrasportarsi con la sola forza del pensiero e costretto ad affrontare le persecuzioni di Samuel Lee jackson a capo della squadra incaricata di eliminarlo. Quando il cerchio si stringe ed arriva a minacciare la fidanzata appena ritrovata, il nostro troverà il coraggio di prendersi le proprie responsabilità, affrontando la sua nemesi in una sfida da ultima spiaggia. La banalità della trama basterebbe da sola ad annichilire qualsiasi curiosità ma l'insulsaggine con cui il film la traduce sullo schermo castra qualsiasi tipo di slancio immaginifico e questo un film del genere non se lo può permettere. Uomo avvisato è mezzo salvato.
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Lo scafandro e la farfalla (2)
Ed in effetti se lasciamo perdere le pretese di realismo legate alle vicissitudini del genere presenti ma non preponderanti ed i pregiudizi morali per i film che fanno “vedere” la malattia non sarà difficile trovare analogie tra lo sfortunato protagonista ed il fanciullo viaggiatore creato da Euxepery nel “Il piccolo principe”; ad accomunare i due naufraghi esistenziali non è solamente la consapevolezza di un destino già segnato ma piuttosto il loro approccio alla vita, la forza interiore con cui affrontano quest’ultimo viaggio, il senso panteistico con il quale gli si offrono, lo sguardo stupito ed una curiosità insaziabile per il sublime del mondo, le cui infinite meraviglie sembrano un giardino d’infanzia per bambini mai cresciuti ed il posto ideale per reinventare la propria esistenza. Esente dai soliti clichè pietistici e ricattatori, valga per tutti l’atteggiamento del protagonista deciso ad affermare se stesso e le sue scelte di uomo libero anche di fronte all’evidente impotenza fisica (il sentimento amoroso per l’amante confermato in maniera impietosa di fronte alla moglie che lo sta accudendo e l’irrefrenabile desiderio verso l’angelica infermiera) il film è girato per la maggior parte in soggettiva, con lo schermo che riproduce il mondo visto ed immaginato da Bauby, e si avvale di una struttura che mischia continuamente elementi onirici (la natura psichedelica e surreale ricorda quella immortalata da Godfrey Reggio in Koyaanisqatsi così come le apparizioni della dama ottocentesca desunte dal busto femmineo presente nell’ospedale) e naturalistici (le lettere dell’alfabeto scandite dalla logopedista ed i dettagli fisioterapici) che deve molto alla fantasia del pittore Schnabel capace di svincolare l’idea di bellezza dalla fisicità in cui l’abbiamo relegata e maestro nell’amalgamare sequenze che riproducono su pellicola una sensibilità aperta alle commistioni degli stili cinematografici (dalle sequenze in super 8 al video al video clip anni 80 dal flusso spezzato e rapsodico della novelle vague a quello lineare e televisivo, non dimenticando il primo piano dell’occhio cucito che rimanda a quello tagliato dell’indimenticaile capolavoro di Bunuel) e pittorici (esp/imp-ressionismo, surrealismo e pop art si mischiano e si confondono in un gioco di rimandi e suggestioni che rompono gli schemi e gridano libertà) ma anche alla tecnica insuperabile del suo direttore della fotografia Janusz Kaminski, uno dei migliori in circolazione impareggiabile nel ricreare i colori della memoria e quelli del sogno (la Farfalla), nel riprodurre i limiti fisici e le costrizioni della tomba di carne (lo Scafandro) così come le posture di un corpo che si ribella alla natura (le riprese a tre quarti a replicare il capo reclinato). Qualità che sono di per sé straordinarie ma che in fin dei conti risultano troppo controllate, frutto di uno studio a tavolino che conferisce al film originalità ma toglie respiro alle emozioni che finiscono per vivere di natura propria , nascono dall’evidenza dei fatti e non dalla drammaturgia della vicenda. Pur non essendo un capolavoro siamo di fronte ad un film di regia che si mantiene abbondantemente sopra la media e segna un deciso passo in avanti nella carriera dell’intraprendente autore.
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giovedì, febbraio 28, 2008
30 giorni di buio
Forte della lezione dei maestri del genere (Carpenter ma anche Romero) presenti non solo nell'evocazione del titolo ed in alcune citazioni (la nave su cui viaggiano i manigoldi. la nebbia che preannuncia l'arrivo del diavolo,la cittadina isolata e sotto assedio) ma anche le caratteristiche produttive che esaltano l'abilità nel valorizzare risorse finanziarie da B-movie (Carpenter in "Fantasmi da Marte" ci ha insegnato che la notte è un ottimo antidoto che valorizza gli effetti speciali e nasconde le carenze scenografiche). Uno stile fluido ma solido, che si increspa quando il buio si avvicina (ve lo ricordate il capolavoro della Bigelow ?, se no andatevelo a riguardare poi mi dite) con primi piani raggelati e bradisistiche accelerazioni che stimolano il subconscio dello spettatore. Il film vive sui contrasti psicologici (gli spazi sconfinati del territorio e quelli angusti e claustrofobici delle vittime così come nell'antitesi degli sguardi, quello dei vampiri, che si rinvigorisce con l'oscurità anteposto a quello cieco delle loro prede)e visivi (il sangue che scorre sul biancore della neve e le improvvise fiammate che interrompono il colore della notte), il cui effetto straniante riesce a trascinarti all'interno di una situazione senza uscita. Il regista costruisce uno spettacolo appiccicoso che inchioda alla sedia con una fantasia che si ciba di quotidianità (ancora Carpenter)- si pensi alla doppia valenza del potente Caterpillar, macchina infernale nell'incidente che cambia il destino della bella protagonista e successivamente strumento salvifico in una sequenza da sfida all'OK CORRALL (ancora Western- ed un mestiere che gli consente di tenere sempre alta la tensione.la visione del male come entitàsconosciuta eppure reale così come la rappresentazione sacrificale della vita necessaria alla continuazione della specie, sono la naturale conseguenza degli avvenimenti e non il frutto di una riflessione premeditata che dovrebbe secondo i soloni della 7 arte , ma qui per fortuna non accade, (anche se la visione della famiglia come proprietà privata grida vendetta), creare il messaggio capace di nobilitare l'anima pulp di questo tipi di prodotti ed invece finisce quasi sempre per imbrigliarne l'istinto. La faccia di Harnett, ripresasi dalla paresi facciale di Black Dhalia,è quella giusta per rendere credibili le emozioni di un uomo alle prese con qualcosa che sfugge alla sua comprensione
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mercoledì, febbraio 27, 2008
Film in sala da venerdi' 29 febbraio
Persepolis
Persepolis
regia: Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud
genere: animazione
prod.: Francia, USA
Rec
Rec
regia: Jaume Balaguero'
genere: horror
prod.: Spagna
Jumper
Jumper
regia: Doug Liman
genere: avventura
prod.: Usa
Rendition - Detenzione illegale
Rendition
regia: Gavin Hood
genere: thriller
prod.: Sudafrica
Il mattino ha l'oro in bocca
Il mattino ha l'oro in bocca
regia: Francesco Patierno.
genere: commedia
prod.: Italia
Tutta la mia vita in prigione
In Prison My Whole Life
regia: Marc Evans
genere: documentario
prod.: Gran Bretagna
Prospettive di un delitto
Vantage Point
regia: Pete Travis
genere: thriller
prod.: Usa
La rabbia
La rabbia
regia: Louis Nero
genere: drammatico
prod.: Italia
Fine pena mai
Fine pena mai
regia: Davide Barletti, Lorenzo Conte
genere: drammatico
prod.: Italia
Forse Dio e' malato
Forse Dio e' malato
regia: Franco Brogi Taviani
genere: drammatico
prod.: Italia
Il futuro non è scritto - Joe Strummer
Joe Strummer: The Future is Unwritten
regia: Julien Temple
genere: documentario
prod.: Gran Bretagna
Persepolis
regia: Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud
genere: animazione
prod.: Francia, USA
Rec
Rec
regia: Jaume Balaguero'
genere: horror
prod.: Spagna
Jumper
Jumper
regia: Doug Liman
genere: avventura
prod.: Usa
Rendition - Detenzione illegale
Rendition
regia: Gavin Hood
genere: thriller
prod.: Sudafrica
Il mattino ha l'oro in bocca
Il mattino ha l'oro in bocca
regia: Francesco Patierno.
genere: commedia
prod.: Italia
Tutta la mia vita in prigione
In Prison My Whole Life
regia: Marc Evans
genere: documentario
prod.: Gran Bretagna
Prospettive di un delitto
Vantage Point
regia: Pete Travis
genere: thriller
prod.: Usa
La rabbia
La rabbia
regia: Louis Nero
genere: drammatico
prod.: Italia
Fine pena mai
Fine pena mai
regia: Davide Barletti, Lorenzo Conte
genere: drammatico
prod.: Italia
Forse Dio e' malato
Forse Dio e' malato
regia: Franco Brogi Taviani
genere: drammatico
prod.: Italia
Il futuro non è scritto - Joe Strummer
Joe Strummer: The Future is Unwritten
regia: Julien Temple
genere: documentario
prod.: Gran Bretagna
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film in uscita 2008
Lo scafandro e la farfalla
Dopo il bell'esordio di "Prima che sia notte" (con uno Javier Bardem molto ispirato) e la delusione di un "Basquiat" venduto allo star system (le premesse erano ottime, il cast tirato a lucido e di grande spicco, la regia di molto visionario talento, ma il risultato fu un lungometraggio superficiale e un po' specchietto x le allodole....) Julian Schnabel ritorna in grande forma per parlarci di uomini, di vita e di poesia.
Colpito da ictus all'eta' di 43 anni, Jan Dominique Bauby, aiutato da un team di infermieri, fisioterapisti, ortofonisti e medici di eccellente livello professionale e soprattutto umanita', riesce a trascorrere l'ultimo anno di vita con grande coraggio e forza, combattendo contro un male feroce, nonostante la condizione di vita vegetativa quasi assoluta nella quale si ritrovò costretto a vivere e la quasi totale incomunicabilita'.
Per evadere da questa trappola si aggrappa ai suoi pensieri, alla memoria, alla fantasia (tutte meravigliose farfalle) e ricomincia a vivere intensamente e con verita' i giorni, le gocce di ore, le microparticelle emozionali dei minuti, nella sorpresa personale di assaporare sensazioni mai provate.
Bauby - e' innagabile - ha molto sofferto ma ha anche saputo utilizzare quello stato di blocco per rileggere la propria vita e scoprirne il lato nascosto, la linfa autentica che la ha attraversata.
"Ero cieco e sordo" dice a se stesso ad un certo punto.
Nonostante i successi nella vita professionale e le altalene emotive con donne bellissime e figli stupendi, Bauby si rese conto di come non era riuscito davvero a vivere con senso autentico e di quanto in realtà si fosse trascinato tra le cose.
L'uomo Bauby prende coscienza di se' e trova l'energia per compiere atti straordinari in una condizione fisica allucinante. E proprio durante questa prigionia sommersa scrive un diario bellissimo di se stesso (diario dal quale e' trato il film).
Schnabel riprende gran parte delle sequenze in soggettiva e utilizza il suono come principale mezzo esplicativo delle scene e delle emozioni. Il montaggio aiuta motlo bene a ricostruire il passato ed a dipanare il presente.
Un film molto visivo, di intense sensazioni, molto immaginario, fantasioso. Molto Schnabel, direi. E certamente molto Bauby.
Dopo il film ho letto il libro e ho potuto apprezzare a tutto tondo l'eccellente lavoro registico e di sceneggiatura.
E ho acquistato "Il conte di Montecristo": ma solo vedendo il film capirete il perche'!
Il film perfetto, che avrei tanto voluto saper scrivere.
Bella la colonna sonora, bella la fotografia.
Molti direbbero "certo, con un soggetto non originale così forte, bello e pronto da utilizzare, non si può sbagliare". Ed invece direi che sta proprio li' la difficolta', nel mettere in scena una storia cosi' intensa e di profondo insegnamento. Il rischio che si corrre è quello di sminuire tutto, di renderlo melenso, patetico, clichè.
Schanbel dirige sopra le righe, sopra le regole.
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Sweeney Todd
Tornato a Londra per vendicarsi del giudice Turpin che lo ha separato dall'amatissima moglie e da una figlia appena nata, Sweeney Todd, (alter ego dell'uomo che prima dell'efferato evento fu Benjamin Barker, interpretato da un Depp tornato a livelli d'eccellenza dopo un periodo di odiose faccette), un barbiere che usa i rasoi come fossero un appendice naturale delle mani (Burton ha nostalgia di Edward?), si allea con una donna dal fascino perverso ed ambiguo, sinceramente innamorata dello scapigliato protagonista, il cui truce aspetto e la postura in perenne agitazione ricorda i ritratti dell'uomo di penna Vittorio- volli sempre volli fortissimamente volli- Alfieri , afflitto dalla stessa ansia esistenziale e sempre sul punto di esplodere in maniera definitiva (il paragone spiacerebbe alla sua nuova compagna che parlando di poeti, ma anche gli attori definiti già bolliti non sono da meno, afferma la loro tendenza ad essere morti prima del tempo), e decisa ad aiutarlo nella sua voglia di rivalsa.
Premendo l'acceleratore sul genere musical in costune (siamo in pieno ottocento)di assoli e duetti canterini (La fabbrica del cioccolato al confronto era solo un tentativo) che lo dotano di un apparato emotivo altrimenti latitante ma cosa più importante, decide di rompere con il passato per quanto riguarda i toni, che si colorano di un pessimismo mai visto in un film burtoniano, con esecuzioni sommarie surreali ma crudeli, enfatizzate dalla carne delle vittime, messa in bella mostra, analizzata da ogni parte, quasi concupita allo scopo di deturparla per poi darla in pasto ai golosi avventori nella topaia divenuta un ristorante alla moda (suprema ironia nei riguardi di un consumismo privo di gusto e senza spirito critico), che i due gestiscono sotto la Barberia (una vera e propria camera della morte ) in cui , con un organizzazione che almeno nella meccanica precisione sembra rifarsi a certe pratiche di sterminio nazista, il barbiere uccide i malcapitati clienti. Talmente alto è il tasso di negatività e di sangue che scorre davanti ai nostri occhi , con la telecamera che ci costringe a guardare il fluido che schizza (estetica tarantiniana desunta dal carton manga inserito in Kill Bill) dalle gole tagliate come l'acqua di una fontana impazzita, che sembra quasi di assistere ad un esagerazione figlia della provocazione di un artista arrivato al bivio, coscientedel manierismo di chi ripete se stesso ad oltranzae desideroso di esplorare nuovi terrtori. Solo così, accettando questo punto di vista si può promuovere un film come Sweeney Todd, che rimane comunque un prodotto del "vecchio Burton" per quanto riguarda il solito apparato delle meraviglie: dalle scenografie dell'oscarizzato Dante Ferretti(ma perchè anche io come altri continuo a citarlo da solo, senza aggiungere il nome di Francesca Lo Schiavo, anch'essa artefice di tanta beltà? Forse, mi rispondo, perchè la sua freakkittudine farebbe a pugnicon la bellezza assoluta delle loro creazioni), così bravo da far sembrare la città ed i suoi recessi come il prodotto di una patologia malata, alle soluzioni visive (dal sogno di una vita impossibile riassunto da quadretti gioiosamente surreali e così stranularti da desiderare un altro film che sviluppi solo quelli, con Deep, marionetta senza fili trascinato catatonico sull'altare dall'intrepida compagna, per finire con gli stratagemmi che ruotano intornoa ai malaffarri del protagonista), alla fotografia che riflette le pulsioni del personaggi, con i colori desaturati a far prevalere i grigi ed i neri e dove il sangue che sembra vernice sembra la classica ciliegia sulla torta, a quelli caldamente impastati e decisamente dorati di chi ancora ha da chiedere alla vita. I temi esistenziali (l'amore declinatro inm tutte le sue forme e la vendetta) insieme a quelli di schietta attualità (la giustizia , incarnata dall'odiato avversario è un leviatano superficiale e meschino che colpisce a casaccio ed assicura il mantenimento dello status quo ma nache la sopraffazione, vista come forma di cannibalismo sociale che non risparmia nessuno secondo il motto "Homo Homini Lupus") non sono supportati dall'impianto narrativo che gira per quasi tutto il film attorno ad un idea fissa (L'ossesione di Todd nei riguardi del Giudice), e poi di colpo la esplica i maniera frettolosoa, annullando tutta l'enfasi preparatoria con un finale che sembra quasi rubarci un altro pezzo di storia, quello in cui si dà il tempoi la feroce assassino di riprendersi dall'ebbrezza di sangue, oppure di conoscere qualcosa di più della figlia, a sua insaputa miracolosamente ritrovata, e del di lei salvatore, un giovane cavaliere con la faccia da cherubino, così innamorato da spezzare le redini del male e, perchè nò, cercare di comprendere un pò meglio il comportamento della stregosa dark lady interpretata dalla Carter (uguale alla Marla di Fight Club e finalmente tornata a far splendere il suo fascino perverso) che ci viene portata via, in una delle scene più belle del film, sull'entusiasmo di un valzer inaspettato e tristemente lugubre
NON E' UN PAESE PER VECCHI
Non è un paese per vecchi
di Joel, Ethan Coen
con Javier Bardem, Josh Brolin, Tommy Lee Jones
Usa, 2007
genere, thriller, noir, drammatico, western
durata, 122'
Per Llwelyn (Josh Brolin ancora convincente dopo il ruolo delloo sbirro corrotto di American gangster) veterano del Vietnam la guerra non è ancora finita:sposato ad una donna bambina che probabilmente ha smesso di amare, deve tornare a combattere quando un pericoloso serial killer si mette sulle sue tracce per recuperare quei soldi rubati sul luogo di un orribile carneficina provocata da un mancato scambio di droga nel deserto texano. L'occasione della vita si trasforma in un orgia di sangue che ha il suono dell'arma ad aria compressa (in realtà è una bombola piena d'aria usata per ammazzare i bambini prima della macellazione) adoperata dallo spietato assassino ed il colore del sangue dei cadaveri seminati lungo la strada. Bell (Tommy L.Jones,attore che sembra non recitare) uno sceriffo disilluso e prossimo alla pensione,si mette sulle loro tracce nella speranza di fermare il massacro.
Il ritratto della provincia americana diventa ancora una volta allegoria di un mondo insensato e caotico in cui la morte è l'unica certezza. Questa volta i Cohen radicalizzano il loro cinema sfrondandolo oltrechè dai manierismi dell'ultima ora, anche di quel sorriso beffardo e surreale (ove si eccettui l'impossibile taglio di capelli del carnefice) che da sempre caratterizza le loro storie. La prateria infinita e disabitata è il luogo di perdizione in cui la morte si consuma a sangue freddo, lontano dalle leggi degli uomini e dove il male incarnato dalla figura di Anton Shigur (Javier Bardem con la faccia da pugile suonato e lo sguardo che raggela) una macchina di morte che ricorderemo per un bel pezzo, agisce secondo esigenze oscure e metafisiche. Tutto il film è dominato dalla sua presenza che assume fin da subito connotati apocalittici (quello che sta arrivando non si può fermare dicono quelli che gli si oppongono) e metafisici (la sua apparizione all'inizio del film così come quella che lo vede scomparire dopo l'incidente d'auto prima dell'epilogo, come se non fosse mai esistito, porteranno con se le ragioni della sua esistenza).
A fargli da specchio c'è un umanità che non sa più stare insieme, divisa dall'odio razziale (in questo caso sono i messicani a pagare lo scotto), dall'indifferenza (di questi tempi scavare delle fosse nel giardino di casa è diventato normale dice lo sceriffo riferendosi ad una serie di omicidi commmessi con la complicità indiretta di una comunità apatica e chiusa in se stessa) e la mancanza d'amore (è il contesto e non i gesti a rivelarci l'esistenza dei legami coniugali). Come animali, ed il film non manca di sottolineare quest'analogia, gli individui si riconoscono per il marchio di sangue inferto sui loro corpi dalle atrocità della guerra (l'americanità ha i dati anagrafici di quella combattuta in Vietnam) e dall'assurdo della vita.
Travolto dagli eventi, incapace di scegliere (lo so che sto mettendomi nei guai ma ormai è così è la sola spiegazione che il protagonista riesce a trovare di fronte alla moglie spaventata dalle sue decisioni). Llwelyn ritrova se stesso ed il suo antico vitalismo nel momento in cui decide di guardare in faccia alla realtà e sceglie di affrontarla anche a rischio della propria incolumità. E' la paura della fine e le ferite del suo corpo e non la normalità dell'esistenza che lo fanno sentire vivo. I Cohen traducono queste pulsioni in un cinema lineare e pulito che procede per accumulazione e si carica di una tensione claustrofobica e disturbante quando la cinepresa abbandona gradualmente gli spazi circostanti e si concentra sui protagonisti che isola all'interno di ambienti limitati ed angusti che trovano un apoteosi di macabra ordinarietà nella scena in cui Shigur ripreso di fronte all'abitazione della sua ultima vittima mentre si pulisce le scarpe dal sangue del suo lavoro, con la telecamera che lo incornicia per sempre a quelle pareti, in un accostamento che fa della casa la tomba domestica delle nostre speranze, e dove la notte prevale sul giorno a sottolineare il progressivo svanire di qualsiasi punto di riferimento.
Tutto diventa a loro misura e lo sguardo si sofferma sulla metodicità dei loro gesti, in un continuo parallelismo di metodi e movimenti (si pensi al confronto delle posture, quello di Shigur pesante e catatonica ma anche implacabile opposta a quella sinuosa e sfuggente figura del suo avversario) e sulla natura delgi oggetti in continua mutazione, sempre differenti da quello che sembrano (i paletti della tenda che diventano un arpione,la moneta usataper il testa o croce uguale ad un vaticinio, le manette come un nodo scorsoio, il congegno di rilevamento la materializzazione di un araldo di morte), per arrivare ad una resa dei conticosì spettacolare ed antiemotiva, con il corpo sul pavimento appena inquadrato e riconoscibile solo dagli indumenti, che ribalta completamente le prospettive di chi guarda, togliendo alla vicenda il suo ruolo di primo piano per ridurla a realtà infinitesima, cellula di un organismo universale destinato ad irreversibile entropia. Una presa di coscienza che ci fa abbandonare il ruolo di semplici spettatori , rendendoci compartecipi di una sorte che è metafora della nostra essenza. Premiato con 4 premi Oscar "Non è un paese per vecchi" sembra ricalcare la formula usata da Scorsese per The Departed ma in questo caso il risultato si mantiene più vicino alle corde dei suoi autori (predilezione per la caratterizzazione di personaggi ordinariamente eccentrici e mescolanza dei generi cinematografici) e porta alla ribalta uno dei massimi scrittori statunitensi contemporanei, quel C. Mac Carthy, autore dell'omonimo libro di cui hollywood sembra decisa (è in produzione un altro film tratto dal suo romanzo "La strada")a servirsi per rivitalizzare il suo cinema
di Joel, Ethan Coen
con Javier Bardem, Josh Brolin, Tommy Lee Jones
Usa, 2007
genere, thriller, noir, drammatico, western
durata, 122'
Per Llwelyn (Josh Brolin ancora convincente dopo il ruolo delloo sbirro corrotto di American gangster) veterano del Vietnam la guerra non è ancora finita:sposato ad una donna bambina che probabilmente ha smesso di amare, deve tornare a combattere quando un pericoloso serial killer si mette sulle sue tracce per recuperare quei soldi rubati sul luogo di un orribile carneficina provocata da un mancato scambio di droga nel deserto texano. L'occasione della vita si trasforma in un orgia di sangue che ha il suono dell'arma ad aria compressa (in realtà è una bombola piena d'aria usata per ammazzare i bambini prima della macellazione) adoperata dallo spietato assassino ed il colore del sangue dei cadaveri seminati lungo la strada. Bell (Tommy L.Jones,attore che sembra non recitare) uno sceriffo disilluso e prossimo alla pensione,si mette sulle loro tracce nella speranza di fermare il massacro.
Il ritratto della provincia americana diventa ancora una volta allegoria di un mondo insensato e caotico in cui la morte è l'unica certezza. Questa volta i Cohen radicalizzano il loro cinema sfrondandolo oltrechè dai manierismi dell'ultima ora, anche di quel sorriso beffardo e surreale (ove si eccettui l'impossibile taglio di capelli del carnefice) che da sempre caratterizza le loro storie. La prateria infinita e disabitata è il luogo di perdizione in cui la morte si consuma a sangue freddo, lontano dalle leggi degli uomini e dove il male incarnato dalla figura di Anton Shigur (Javier Bardem con la faccia da pugile suonato e lo sguardo che raggela) una macchina di morte che ricorderemo per un bel pezzo, agisce secondo esigenze oscure e metafisiche. Tutto il film è dominato dalla sua presenza che assume fin da subito connotati apocalittici (quello che sta arrivando non si può fermare dicono quelli che gli si oppongono) e metafisici (la sua apparizione all'inizio del film così come quella che lo vede scomparire dopo l'incidente d'auto prima dell'epilogo, come se non fosse mai esistito, porteranno con se le ragioni della sua esistenza).
A fargli da specchio c'è un umanità che non sa più stare insieme, divisa dall'odio razziale (in questo caso sono i messicani a pagare lo scotto), dall'indifferenza (di questi tempi scavare delle fosse nel giardino di casa è diventato normale dice lo sceriffo riferendosi ad una serie di omicidi commmessi con la complicità indiretta di una comunità apatica e chiusa in se stessa) e la mancanza d'amore (è il contesto e non i gesti a rivelarci l'esistenza dei legami coniugali). Come animali, ed il film non manca di sottolineare quest'analogia, gli individui si riconoscono per il marchio di sangue inferto sui loro corpi dalle atrocità della guerra (l'americanità ha i dati anagrafici di quella combattuta in Vietnam) e dall'assurdo della vita.
Travolto dagli eventi, incapace di scegliere (lo so che sto mettendomi nei guai ma ormai è così è la sola spiegazione che il protagonista riesce a trovare di fronte alla moglie spaventata dalle sue decisioni). Llwelyn ritrova se stesso ed il suo antico vitalismo nel momento in cui decide di guardare in faccia alla realtà e sceglie di affrontarla anche a rischio della propria incolumità. E' la paura della fine e le ferite del suo corpo e non la normalità dell'esistenza che lo fanno sentire vivo. I Cohen traducono queste pulsioni in un cinema lineare e pulito che procede per accumulazione e si carica di una tensione claustrofobica e disturbante quando la cinepresa abbandona gradualmente gli spazi circostanti e si concentra sui protagonisti che isola all'interno di ambienti limitati ed angusti che trovano un apoteosi di macabra ordinarietà nella scena in cui Shigur ripreso di fronte all'abitazione della sua ultima vittima mentre si pulisce le scarpe dal sangue del suo lavoro, con la telecamera che lo incornicia per sempre a quelle pareti, in un accostamento che fa della casa la tomba domestica delle nostre speranze, e dove la notte prevale sul giorno a sottolineare il progressivo svanire di qualsiasi punto di riferimento.
Tutto diventa a loro misura e lo sguardo si sofferma sulla metodicità dei loro gesti, in un continuo parallelismo di metodi e movimenti (si pensi al confronto delle posture, quello di Shigur pesante e catatonica ma anche implacabile opposta a quella sinuosa e sfuggente figura del suo avversario) e sulla natura delgi oggetti in continua mutazione, sempre differenti da quello che sembrano (i paletti della tenda che diventano un arpione,la moneta usataper il testa o croce uguale ad un vaticinio, le manette come un nodo scorsoio, il congegno di rilevamento la materializzazione di un araldo di morte), per arrivare ad una resa dei conticosì spettacolare ed antiemotiva, con il corpo sul pavimento appena inquadrato e riconoscibile solo dagli indumenti, che ribalta completamente le prospettive di chi guarda, togliendo alla vicenda il suo ruolo di primo piano per ridurla a realtà infinitesima, cellula di un organismo universale destinato ad irreversibile entropia. Una presa di coscienza che ci fa abbandonare il ruolo di semplici spettatori , rendendoci compartecipi di una sorte che è metafora della nostra essenza. Premiato con 4 premi Oscar "Non è un paese per vecchi" sembra ricalcare la formula usata da Scorsese per The Departed ma in questo caso il risultato si mantiene più vicino alle corde dei suoi autori (predilezione per la caratterizzazione di personaggi ordinariamente eccentrici e mescolanza dei generi cinematografici) e porta alla ribalta uno dei massimi scrittori statunitensi contemporanei, quel C. Mac Carthy, autore dell'omonimo libro di cui hollywood sembra decisa (è in produzione un altro film tratto dal suo romanzo "La strada")a servirsi per rivitalizzare il suo cinema
sabato, febbraio 23, 2008
Riparo
La storia e' ambientata nel profondo Nord italiano e riesce, nonostante il forte rischio, a non cadere negli stereotipi.
Riparo e' il nuovo interessante progetto del regista Marco Simon Puccioni - gia' autore di "Quello che cerchi" - realizzato in un momento in cui il cinema italiano sembra proprio moribondo, dove nemmeno gli autori sono in grado di tratteggiare storie che raccontino con franchezza la nostra Italia contemporanea ed i suoi tanti problemi sociali e di coscienza.
L'amore tra le due protagoniste (ben interpretate da Antonia Liskova e Maria De Medeiros) e' rappresentato con pudore e delicatezza e si evolve verso un cambiamento sostanzale delle due donne e della loro visione delle cose: il loro gia' precario equilibrio viene definitivamente destabilizzato da Anis, un giovane immigrato magrebino, che piomba nel loro quotidiano come un'apparente non voluta ragione di svolta. Il film racconta un percorso di crescita e di cambiamento per tutti i personaggi coinvolti, che in alcuni casi lascia l'amaro in bocca.
Finalmente, come purtroppo non sempre accade, le due amanti sono femminili, due donne consapevoli della propria femminilita' e che non si confondono con icone androgine.
Alcune imperfezioni di fondo mi hanno fatto storcere il naso, ma non hanno indebolito la struttura.
"Io ho scritto la sceneggiatura, il soggetto invece è opera di Monica Lametta e Clara Ferri. Quando cercavo l’ispirazione per un secondo film ho letto questo soggetto ed ho trovato che contenesse i temi che frequento di più, che mi sono più cari: il discorso sulla famiglia, le famiglie alternative, il rapporto con l’altro, con lo straniero, con il diverso. Il rapporto che si crea tra i tre personaggi di questa storia è in genere poco indagato dal cinema. Anche nel mio film precedente ho lavorato con un ragazzo preso dalla strada perché mi piace anche la recitazione "non intellettuale". Naturalmente è piacevole lavorare con un’ attrice come Maria de Medeiros o con Antonia Liscova che hanno invece molta esperienza -Maria soprattutto ha fatto moltissimi film- e che ti possono regalare dei momenti interessanti, frutto della loro capacità di leggere il personaggio e di dare delle coloriture particolari. Con degli attori così mi trovo a dover dirigere molto poco." (Marco Simon Puccioni)
Leggi l'intervista al regista (da cinemaitaliano.info)
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Caramel
In una Beirut contemporanea le storie di un gruppo di donne in cerca della propria felicita' e della realizzazione dei propri sogni. Ognuna delle protagoniste intraprende un percorso privato eppure comune che le condurra' verso la comprensione di loro stesse e dei limiti cosi' tremendi, eppure affascinanti, degli esseri umani.
Layale (Nadine Labaki, anche sceneggiatrice del film) e' innamorata di un uomo sposato, Nisrine (Yasmine Al Masri) sta per sposarsi ma non sa come dire al futuro sposo che ha gia' perduto la verginita', Rima (Joanna Moukarzel) non riesce ad accettare la propria omosessualita', Jamale (Gisèle Aouad), e' ossessionata dall'età e dall'invecchiamento, Rose (Siham Haddad) ha sacrificato i suoi anni migliori e rinunciato all'amore per prendersi cura della sorella Lili (Aziza Semaan).
Le donne sono le protagniste assolutee; gli uomini, spesso relegati ai margini e piuttosto sgualciti, le guardano con stupore e ammirazione.
La messa in scena offre uno sguardo amorevole e critico su una realta' urbana difficile e povera, ma che non ha perduto la speranza. La Beirut che si muove sullo sfondo e' rumorosa, polverosa, scassata e piena di contraddizioni.
"Agli occidentali il Libano appare come esempio di un paese aperto, libero ed emancipato, ma non è sempre vero. Dietro la facciata, le donne sono ancora costrette a molti vincoli, al timore costante degli sguardi della gente e dei giudizi che impediscono loro di vivere la vita come vorrebbero. Per questo sono piene di sensi di colpa e di rimorsi, anche per cose che altrove possono apparire normali, come l’omosessualità femminile. I personaggi del film rappresentano queste contraddizioni e rubano costantemente attimi di felicità, sentendosi poi colpevoli." (Claudia Resta)
La scelta delle attrici e la caratterizzazione dei loro personaggi ricorda molto da vicino il Pedro Almodovar di Volver e le icone sexy-grunge del Tarantino di Grindhouse, nonche' una certa cinematografia arabo-francese ambientata nella Francia degli anni '50.
Mai volgare, ne' eccessivo, Caramel e' permeato da una pulsante sensualita' e da uno humor raffianto e legggero.
Un tocco di favola non guasta e si esce dalla sala commossi e soddisfatti.
martedì, febbraio 19, 2008
Il petroliere
Un nodo mai risolto a cui si risponde con un esistenza irrequieta e raminga fatta di pozzi di petrolio e paternità acquisite,di visioni profetiche e sguardi accecati dall'odio e la paura; un movimento sistematico ed ossessivo che è ricerca ed insieme fuga da quella risposta di amore che neanche Dio vuole soddisfare. L'incontro con il predicatore(Paul dano splendidamente ambiguo), è lo scontro tra due ossessioni (di Dio e dell'affermazione di sè)che si manifestano per antitesi visive (il petrolio è caratterizzato da un evidenza oggettiva a cui corrisponde un Dio antimaterico)e comportamentali (il predicatore è l'uomo dell'affabulazione, il petroliere del pensiero che diventa fatto)che finiscono per essere la faccia della stessa medaglia e di una sorte comune. Anderson si immerge nella Storia con precisi riferimenti temporali (siamo a cavallo tra 800 e 900)e filologici(la ricostruzione degli ambienti e delle atmosfere sembrano uscire da un album fotografico dell'epoca)che filtra attraverso uno sguardo lucidamente moderno (basti pensare all'uso ancora una volta vincente dell'apparato musicale creato da Gymmy Greenwood, chitarrista dei Radiohead, un crogiuolo di suoni e rumori che sembrano provenire dall'alba dei tempi e da una dimensione mai esistita)ed allo stesso tempo antico, per la presenza degli archetipi della modernità americana(la Ferrovia, la conquista del territorio e delle anime, la Frontiera e l'Etica protestante di matrice calvinista)di cui il film si serve per cristallizzare il momento della svolta, quello in cui il potere economico e quello religioso unirono le proprie forze in un patto di mutuo soccorso e di reciproca leggittimazione. La prosperità economica come segno evidente della Grazia di Dio, la fede come oggetto di scambio e chiave di accesso ai beni terreni sono i parametri di questa alleanza destinata a rinnovarsi nel tempo. La regia riesce a farci sentire la forza primordiale che muove il protagonista (un uomo che sembra condividere gli enigmatici silenzi dello spettacolo naturale che lo circonda)ed insieme il tormento che precede l'estasi dell'epifania petrolifera, sovrapponendoli al realismo del paesaggio che si carica di valenze simboliche ed evocative fatte di colori (magnifica fotografia di Bob Elswitt)che esplodono sullo schermo ed oggetti disposti nello spazio con una geometria di metafisica precisione. Forma e sostanza di un opera che si pone nella continuità di quel cinema della New Hollywood di cui si sentiva la mancanza. Un capolavoro.
Film in sala da venerdi' 22 febbraio
John Rambo
Rambo
regia: Sylvester Stallone
genere: azione
prod.: USA, Germania
Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street
Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street
regia: Tim Burton
genere: musical
prod.: USA, Gran Bretagna
Non e' un paese per vecchi
No Country for Old Men
regia: Ethan e Joel Cohen
genere: drammatico
prod.: USA
Un uomo qualunque
He Was a Quiet Man
regia: Frank Cappello
genere: commedia
prod.: USA
Rambo
regia: Sylvester Stallone
genere: azione
prod.: USA, Germania
Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street
Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street
regia: Tim Burton
genere: musical
prod.: USA, Gran Bretagna
Non e' un paese per vecchi
No Country for Old Men
regia: Ethan e Joel Cohen
genere: drammatico
prod.: USA
Un uomo qualunque
He Was a Quiet Man
regia: Frank Cappello
genere: commedia
prod.: USA
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film in uscita 2008
mercoledì, febbraio 13, 2008
Caos calmo
Lui non c'è, in quel momento è in mare e, per un crudele scherzo del destino, sta salvando la vita ad una donna.
Sua figlia ha 10 anni e frequenta la quinta elementare.
Pietro la accompagna il primo giorno di scuola e decide di aspettarla fino alla fine delle lezioni.
Anche il giorno dopo rimane lì ad aspettarla, e il giorno dopo ancora.
Aspetta, come se fosse l'unica cosa da fare.
Pietro in realtà aspetta l'arrivo del dolore, che non arriverà mai.
E' questo a sconvolgerlo, il dolore che non prova per la morte della moglie.
Il CAOS CALMO è quello dei bambini: una confusione priva di drammi, che il protagonista osserva all'uscita della scuola.
Ed è proprio osservando il CAOS CALMO di sua figlia e dei suoi amichetti, che Pietro cerca di esiliarsi dal mondo, di distaccarsi dalle tensioni della sua attività lavorativa, sforzandosi di rimettere ordine nella propria esistenza.
Moretti, che per la terza volta recita in un film non diretto da lui, è praticamente perfetto nel ruolo di Pietro Paladini.
Inutile dire che Moretti dal punto di vista interpretativo, sa solo interpretare se stesso, se a questo aggiungiamo che è anche co-autore della sceneggiatura ne risulta che il film diventa molto "moretti-style".
2 le scene chiave per "leggere" il film: il confronto con la posta elettronica della moglie morta, che Pietro decide di non leggere e cancellare, per paura di essere dilaniato da quello che potrebbe scoprire e l'ormai famosa scena di sesso che tanto sta facendo discutere i vescovi (ma quando la smetteranno di "mettere le mani" nelle mutande degli italiani?) senza motivo apparente, visto che si tratta di una normalissima scena dove 2 persone adulte e consezienti fanno l'amore.
Scena di sesso dicevamo, che rappresenta la rinascita, il ritorno alla vita del protagonista.
Il regista Antonello Grimaldi (Il cielo è sempre più blu - serie tv Distretto di polizia) dirige abbastanza anonimamente.
Ottimo Alessandro Gassman.
Alla base della storia c'è il romanzo di Sandro Veronesi.
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lunedì, febbraio 11, 2008
Cloverfield
L'idea alla base del film è quella di raccontare la terrificante vicenda grazie al RITROVAMENTO DEL MATERIALE GIRATO "nell'area un tempo nota come Central Park" da un gruppo di giovani.
Iniziamo subito col dire che questa idea spacciata dal produttore J.J. Abrams come originale e innovativa, non è, nè originale, nè innovativa.
Andiamo indietro di qualche anno: THE BLAIR WICTH PROJECT è del 1998 e il film della coppia Myrick-Sanchez racconta di 3 studenti che vanno tra i boschi inseguendo la leggenda di una strega ritenuta responsabile della sparizione di alcuni bambini.
Ovviamente faranno una brutta fine, ma tutto verrà alla luce grazie al RITROVAMENTO DEL MATERIALE GIRATO dai 3 ragazzi.
Andiamo ancora più indietro nel tempo: CANNIBAL HOLOCAUST l'italianissimo stracult supercensurato di Ruggero Deodato è addirittura datato 1979.
Nella pellicola di R. Deodato 4 giovani reporter scompaiono in amazzonia eil RITROVAMENTO DEL MATERIALE GIRATO ci mostra come sono stati uccisi e mangiati dagli indigeni.
Quanto sopra per ribadire ancora una volta che quando si parla di "film di genere", tutti, ma proprio tutti, attingono a piene mani dai lavori anni '60-'70 degli "artigiani del cinema" italiano (che facevano di necessità virtù) e il tanto celebrato produttore di LOST e di questo CLOVERFIELD non fa eccezione.
Il film è ben strutturato, a tratti anche piacevole, a patto che lo si "inquadri" per quello che è, vale a dire un film di serie B girato con un budget da categoria superiore.
"Sorprendente" come l'autore delle riprese, anche in pieno pericolo riesce a tenere la sua handycam quasi sempre all'altezza giusta e addirittura riesce a fare qualche primo piano.
Bellissima la trovata della testa della statua della libertà mozzata, ma ahimè anche questa si era già vista sul manifesto di 1997: FUGA DA NEW YORK di J. Carpenter del 1981.
(Fabrizio Luperto)
Film in sala da venerdi' 15 febbraio
Parlami d'amore
Parlami d'amore
genere: commedia
regia: Silvio Muccino
prod.: Italia
Il petroliere
There Will Be Blood
genere: drammatico
regia: Paul Thomas Anderson
prod.: USA
Lo scafandro e la farfalla
Le scaphandre et le papillon
genere: drammatico
regia: Julian Schnabel
prod.: Francia
Lontano da lei
Away From Her
genere: drammatico
regia: Sarah Polley
prod.: Canada
Parlami d'amore
genere: commedia
regia: Silvio Muccino
prod.: Italia
Il petroliere
There Will Be Blood
genere: drammatico
regia: Paul Thomas Anderson
prod.: USA
Lo scafandro e la farfalla
Le scaphandre et le papillon
genere: drammatico
regia: Julian Schnabel
prod.: Francia
Lontano da lei
Away From Her
genere: drammatico
regia: Sarah Polley
prod.: Canada
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film in uscita 2008
lunedì, febbraio 04, 2008
Film in sala da venerdi' 8 febbraio
30 giorni di buio
30 days of night
regia: David Slade
genere: horror
prod.: USA
La guerra di Charlie Wilson
Charlie Wilson's War
regia: Mike Nichols
genere: drammatico
prod: USA
Caos calmo
Caos Calmo
regia: Antonello Grimaldi
genere: drammatico
prod.: Italia
Asterix alle Olimpiadi
Astérix aux jeux olympiques
regia: Frédéric Forestier
genere: drammatico
prod.: Francia, Spagna, Germania
L'innocenza del peccato
La Fille Coupée En Deux
regia: Claude Chabrol
genere: drammatico
prod.: Francia
Non c'è più niente da fare
Non c'è più niente da fare
regia: Emanuele Barrresi
genere: commedia
prod.: Italia
30 days of night
regia: David Slade
genere: horror
prod.: USA
La guerra di Charlie Wilson
Charlie Wilson's War
regia: Mike Nichols
genere: drammatico
prod: USA
Caos calmo
Caos Calmo
regia: Antonello Grimaldi
genere: drammatico
prod.: Italia
Asterix alle Olimpiadi
Astérix aux jeux olympiques
regia: Frédéric Forestier
genere: drammatico
prod.: Francia, Spagna, Germania
L'innocenza del peccato
La Fille Coupée En Deux
regia: Claude Chabrol
genere: drammatico
prod.: Francia
Non c'è più niente da fare
Non c'è più niente da fare
regia: Emanuele Barrresi
genere: commedia
prod.: Italia
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film in uscita 2008
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