lunedì, marzo 23, 2015

PESTE, MORTE, DONNE: "MARAVIGLIOSO BOCCACCIO" TRA CINEMA E LETTERATURA

Il 26 febbraio nelle sale cinematografiche è uscito “Maraviglioso Boccaccio”, il nuovo film dei fratelli Taviani.
Questo non è il primo “esperimento” cinematografico sul grande capolavoro di Boccaccio. Pierpaolo Pasolini, ben quarantaquattro anni fa, aveva deciso di portare sul grande schermo la “Commedia umana”, con un altissimo grado di rielaborazione, tanto da far sembrare il “Decameron” opera sua.
Tuttavia la lettura del libro stavolta è ben diversa, molto più aderente al suo significato e struttura originari e allo stesso tempo più vicina ai nuovi studi critici sull’opera trecentesca.
Pasolini scelse dieci delle cento novelle di Boccaccio; Paolo e Vittorio Taviani hanno scelto di non iniziare con una novella ma con la cosiddetta “cornice”.
Può sembrare una scelta dovuta soltanto alla volontà di rimanere più aderenti al testo boccacciano, ma dietro questa scelta c’è molto di più…La “cornice” permette di comprendere il vero e più profondo significato del film quanto del “Decameron”.


I primi fotogrammi mostrano la Firenze del 1348. Spazio e tempo sono ben determinati nel film come nell’opera letteraria, secondo quell’istanza di realismo che tutti conosciamo appartenere al Boccaccio del “Decameron”. Il film ci fa entrare fin da subito in uno scenario tanto apocalittico quanto realistico e reale (l’ “orrido cominciamento”): una donna sul suo letto di morte è ricoperta dai “bubboni” della peste, i familiari le stanno a distanza per paura del contagio e se ne vanno poco dopo. Questa scena sembra tratta da ciò che un cronista dell’epoca, Marchionne di Coppo Stefani in “Cronaca fiorentina”, racconta: “…moltissimi morirono che non fu chi li vedesse, e molti ne morirono di fame, imperocché come uno si ponea in sul letto malato, quelli di casa sbigottiti gli dicevano: "Io vo per lo medico" e serravano pienamente l’uscio da via e non vi tornavano più.”
Un’altra scena emblematica del film mostra un uomo che segue il cadavere della sua donna fino alle fosse comuni, gettandosi nella fossa con lei. A quel punto coloro che sono incaricati di ricoprire di terra i corpi degli appestati, nonostante vedano che nella fossa c’è un uomo vivo, che piange l’amata, continuano meccanicamente a gettare terra anche su di lui.
E’ chiaro che i Taviani, come Boccaccio, ci vogliono mostrare una società che non è più società in quanto non esiste più il “vivere insieme”; una società senza più regole, sentimenti di altruismo, dominata dalla paura e dalla morte: sentimenti che portano all’egoismo più puro, per istinto di sopravvivenza. Nel film vediamo che la violenza e l’odio sono presenti anche fra i più giovani: dei bambini litigano per accaparrarsi delle mele e finiscono per tirarsi dei sassi.
E’ proprio questo sovvertimento delle leggi naturali e del quotidiano fluire della vita che muove un gruppo di sette donne a maturare l’idea di abbandonare la città di Firenze per trasferirsi nella campagna circostante e di costituire una “microsocietà”, un vivere comune seppur su piccola scala.
Qua sta l’altro punto focale del film e dell’opera boccacciana: le donne.
A loro, nel “Proemio”, l’autore dedica il suo libro, poiché possano vincere la “noia” ascoltando “nuovi ragionamenti”, e forse non è un caso che le prime inquadrature del film ritraggano personaggi femminili: giovani donne morte di peste.

Nel film è molto chiaro quanto siano le donne a prendere le decisioni più importanti, a fare i ragionamenti più profondi, a porsi domande sul Male e su come sia “giusto” rapportarsi con esso. Gli uomini giungono dopo: i tre giovani accettano di fuggire con le loro donne, accettano quel che le donne hanno già deliberato fra loro. E sarà questa decisione a salvarli.
Appena giunti in un casale della campagna fiorentina è sempre una delle donne della “lieta brigata” a pronunciare una frase che nell’economia del film e dell’opera ha un peso notevole: “Se vogliamo stare qui dobbiamo darci delle regole”. Lontano da una Firenze “impazzita”, i giovani sono adesso in mezzo al nulla. Dovranno scandire i tempi della giornata e lo faranno, altra decisione presa dalle fanciulle, raccontandosi delle storie.
La funzione delle “novelle o favole o parabole o istorie”, come dice Boccaccio, o meglio le funzioni, sono un argomento troppo vasto per essere trattato qua, ma quando ho detto che nella cornice risiede la chiave per capire l’ultimo messaggio del testo, mi riferivo proprio a questo: in una società “morta” si può far rinascere dalle ceneri una società nuova grazie a nuove regole, in questo caso alla parola, al raccontare.
La parola è vita (pensiamo alla cornice delle “Mille e una notte”). L’opera sembra così diventare un raccontare del raccontare, un gioco di specchi su più livelli, fino a che i diversi piani della narrazione si confondono. Questo è stato colto magistralmente dai fratelli Taviani, tanto che durante la novella di Tancredi e Ghismunda, la protagonista della novella, interpretata da Kasia Smutniak, finisce per prendere il posto di Fiammetta e racconta lei, accanto alle giovani della brigata, la sua morte.
Nel “Decameron”, come nel film, si capisce che la realtà si crea e si modifica con la parola, che non tutti sono in grado di padroneggiare, ma che “oratores” si è per ingegno personale. Ormai, ci vuol dire Boccaccio, la nuova società che andrà a costituirsi dopo il 1348 non sarà più guidata dai “bellatores” medievali, classe nobiliare per diritto di nascita, ma da individui che emergono per capacità personali, prima fra tutte quella della parola.
La via del raccontare si pone come via mediana, come “aurea mediocritas”, fra due atteggiamenti all’epoca della peste dominanti e contrapposti: quello autolesionista dei ferventi cristiani e quello edonistico. Il piacere è presente all’interno delle giornate trascorse dalla “brigata” in campagna, ma sempre regolato: è uno dei tre giovani nel film a suggerire che il piacere sessuale sia per il momento bandito, per non destare invidie fra i dieci compagni. Tuttavia l’amore è sempre presente, declinato in tutti i suoi aspetti, sia nella “cornice” che nelle novelle. Ed è proprio in una delle novelle raccontate dai fratelli Taviani che il sesso viene presentato nel suo aspetto più terreno, ma non per questo basso. La novella è la seconda della nona giornata: “Una badessa riprende una consorella ma è a sua volta ripresa per il medesimo peccato”. Nonostante la veste comica, forse fin troppo calcata per la recitazione di Paola Cortellesi nel ruolo della badessa, a quest’ultima è affidato un sermone finale, recitato di fronte alle sorelle, che nel libro viene riportato solo indirettamente, ma che i fratelli Taviani hanno creato in forma diretta. Il sermone afferma, di fronte all’evidenza, quello che Boccaccio pensa delle donne, cioè che esse sono creature “naturali” : “conchiudendo venne impossibile essere il potersi agli stimoli della carne difendere”.

E proprio nel segno del raccontare sembra chiudersi la vicenda: i giorni previsti per “novellare” sono finiti. Nel film dei Taviani i giovani sono distesi sul prato e sentono il rumore delle campanelle di un carro che probabilmente stava portando cadaveri di appestati…Nonostante il raccontare sia un’evasione, questa deve avere un termine, e questo è noto a tutta la brigata. I giovani dicono che la bella stagione sta per finire e infatti durante la notte una pioggia torrenziale si abbatte sulla campagna fiorentina. I dieci ragazzi decidono di tornare a Firenze il giorno dopo. E’ questo finale, forse inaspettato, che ci fa capire che il raccontare è un mezzo per migliorarsi, per conoscere la realtà in tutti i suoi aspetti, ma che dopo aver affrontato e portato a termine questo percorso si deve tornare alla realtà quotidiana, anche nel caso in cui questo implichi la morte, una morte in questo caso “lieta” perché avvenuta dopo l’assoluto perfezionamento di se stessi sotto l’egida del realismo.
Flavia Guidi



CHI E' SENZA COLPA

Chi è senza colpa
di Michael R. Roskam
con Tom Hardy, James Gandolfini, Noomi Rapace
Usa, 2014
genere, thriller
durata, 106'

Bob, barista di un locale gestito dalla mafia cecena, normalmente luogo di deposito e passaggio di soldi sporchi, è un tipo solitario ed introverso che tende a non lasciar trapelare nulla di sé.

Tra una sceneggiatura inizialmente indecifrabile e che poi serra il ritmo tenendo incollati allo schermo ed una fotografia abilissima nel ritrarre sfumature e dimensioni di ogni personaggio e dei luoghi all’interno dei quali gli vengono mossi, “The drop” è un noir metropolitano dall’innegabile fascino che ha il grande pregio di districarsi tra personaggi tutti diversi tra loro ma che hanno in comune trascorsi oscuri  che ognuno tenta di lasciarsi alle spalle - in particolare dai toni al contempo malinconici ed inquietanti sono i caratteri interpretati da Tom Hardy (Bob) e James Gandolfini (Marv) - dimentichi però dell’ovvia considerazione secondo la quale il passato che tentano di dimenticare/rimuovere/seppellire è il motivo del proprio esistere nel presente- nello specifico per “presente” s’intende al momento della narrazione -.

Viste le considerazioni appena fatte, che vanno ad unirsi ad un’ottima codifica strutturale che rispetta il genere dal quale attinge e sul quale pone le basi per la propria estetica, “The drop” sarebbe un film perfetto - verrebbe anzi da dire al limite del capolavoro - se non fosse per gli ultimi dieci minuti che, dovendo giudicare il prodotto nella propria interezza, abbassano, e di parecchio, il livello.
Antonio Romagnoli

domenica, marzo 22, 2015

N-CAPACE

N-Capace
di Eleonora Danco
con Eleonora Danco
Italia, 2014
genere, drammatico
durata, 80'
Il vantaggio del cinema è che in un periodo molto concentrato di tempo si accede velocemente ad una conoscenza che impiegheremmo molto di più a fruire con un altro mezzo di espressione.
In questo caso specifico, davanti alla sincera urgenza di raccontare per immagini che Eleonora Danco offre mettendosi - anche letteralmente - a nudo, l’esperienza può diventare catartica: è tutto lì, a portata di anima, e si può arrivare a cogliere qualcosa di noi lungo il percorso condiviso.
Tutto questo è essenzialmente il primo lungometraggio di Eleonora Danco: poetico, commovente, terapeutico, un film che fa onore al TFF perché ne rappresenta pienamente lo spirito, da un’autrice dotata di quella passione, espressa anche disordinatamente, di quel fuoco sacro che ci si aspetta dagli autori esordienti.

E poi, volendo, potremmo dire che si tratta di un film sull’elaborazione del lutto, sul senso di inadeguatezza, la malinconia per chi è assente, la nostalgia dell’infanzia e dei luoghi dell’infanzia, sul tempo che passa e che cambia tutto. Sulla vita che ci chiede il conto, sui promossi e sui bocciati.
Questi sono alcuni dei temi che emergono lungo un viaggio fatto di interviste ad anziani ed adolescenti, dove con sfrontate domande si chiamano tutti a parlare di sè, lungo un percorso in cui Eleonora Danco coinvolge il proprio padre e il ricordo della madre scomparsa, come in una terapia di gruppo, ci ritroviamo testimoni di confessioni intime che aiutano a recuperare tanti pezzi di sè, per scoprire alla fine che il tempo che è passato forse non ha apportato cambiamenti nella sostanza dell'essere umano, e che l’umanità ruota intorno agli stessi principi ed alle stesse necessità, mentre i corpi sono già polvere e tutte le nostre lacrime sono bellissime.
Soprattutto, da spettatori facciamo il tifo affinché quel fuoco continui a bruciare, con l'auspicio che la scena della vasca piena di "gentilini" in cui “Anima in pena” è immersa nuda, possa diventare un cult come il barattolo di Nutella in Bianca.
Parsec



venerdì, marzo 20, 2015

UNA NUOVA AMICA

Una nuova amica
di Francois Ozon
con Romain Duras, Anais Demoustier, Aurore Clement
Francia 2014
genere, melò, thriller
durata, 107'

Tra stereotipi e nuove conferme, il sottile confine delle identità sessuali e le conseguenze che esso comporta sulla stabilità dell’istituzione familiare sono i temi principali di "Una nuova amica", ultima fatica di Francois Ozon, in cui l’elaborazione del lutto per la perdita dell’amica d’infanzia e la condivisione del segreto che in qualche modo la riguarda, sono alla base della storia di desiderio e di passione destinata a sconvolgere le certezze degli inquieti protagonisti.

Trattandosi di un melo' che assume quasi subito le forme di un thriller hitchockiano e che si nutre, seppur con toni meno viscerali, della schizofrenia sentimentale tipica del cinema di Almodovar, risulta difficile addentrarsi nei particolari della trama senza togliere allo spettatore il gusto della sorpresa. Basterà dire che la stravagante abitudine di David, interpretato da Romain Duris, così pubblicizzata in fase promozionale, e' solo uno dei motivi d'interessi del film, che utilizza l'ambiguità sessuale del protagonista, non tanto per capire le ragioni della sua diversità, quanto piuttosto come espediente narrativo (l'intreccio nasce dal tentativo di nasconderla) e in funzione del mondo che descrive, rivelato dai cliché e dalle ipocrisie suscitat dalla presenza dell'indeciso protagonista.

 


Più utile e' invece soffermarsi sulle caratteristiche del film, a partire dalla particolarità della messinscena, che spinge il film dalle parti della fiaba grazie al lavoro di astrazione operato sugli ambienti, carichi di dettagli scenografici, eppure attraversati da una costante di indeterminatezza che impedisce di stabilire coordinate spaziali e temporali e amplifica le caratteristiche di universalità del racconto. Così come rilevare la capacità di Ozon di far parlare gli oggetti, decisivi quando si tratta di far calzare a Claire (Anais Demoustier)un paio di occhiali scuri per segnalare la decisione di nascondere al marito le abitudini di David, oppure, nell'ultima scena, di affidare alla diversa tipologia di scarpe (con e senza tacchi) indossate dai protagonisti, il compito di definire una volta per tutte il loro ruolo all'interno del sodalizio. Particolari invisibili ma determinanti, che sembrano voler giocare con l'occhio dello spettatore. Forse per ricordagli che nulla è come sembra e che in certi casi l'apparenza inganna.

THE DIVERGENT SERIES: INSURGENT

Insurgent
di Robert Schwentke
Shailene Woodley, Theo James, Kate Winslet
Usa,  2015
genere, fantascienza
durata, 119'

 
Arrivata al secondo atto la saga dedicata ai "Divergenti" doveva scegliere da che parte stare. Ci spieghiamo meglio non prima di aver detto che il nuovo appuntamento delle avventure di Tris (Shailene Woodley) e Tobias ci presenta nuovamente la sfida tra i giovanissimi "resistenti" e la perfida Jeanine (Kate Winslet), intenzionata a eliminare coloro che potrebbe  smascherare la sua brama di potere.
Rispetto alla punta precedente "Insurgents" non ha bisogno di adoperarsi in molte spiegazioni avendo già rilevato molto molto della sua cosmogonia e soprattutto il funzionamento che regola il mondo distopico in cui è immaginata. Sarà per questo che il film, dopo un inizio di ampio respiro che ancora coinvolge i rappresentanti delle diverse fazioni di cui si compone quella società, si concentra sul lato più intimo dei due personaggi, esplorato relativamente al complicato rapporto con la figura materna, in entrambi i casi fonte di un dolore che produce tormento. Non mancano le scene di combattimento e i colpi di scena ma soprattutto, nella seconda parte, in film si costruisce una drammaturgia più umana e personale, legata appunto al tessuto emotivo dei due eroi. Ed è proprio questa caratteristica, volta a rafforzare le peculiarità iconografiche attraverso la riconoscibilità del bagaglio emozionale dei caratteri, a segnalare lo scarto con il modello di riferimento, quell' "Hunger Games", nei cui confronti il film di Schwebtke si mantiene in un precario equilibrio di rispetto e insieme di profanazione. Per in momento a vincere più dei significati profondi e' l'avventura e lo spettacolo. Dal punto di vista del botteghino la missione e' sicuramente compiuta.

giovedì, marzo 19, 2015

LA SOLITA COMMEDIA-INFERNO

La solita commedia – Inferno
di   Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli
 con Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli, Tea Falco
Italia, 2015
genere, comico 
durata, 95'


Alla confusione di Minosse, custode dell’Inferno, dovuta al dover catalogare peccati e peccatori odierni - che siano essi hacker, tecno/dipendenti etc. - prova a porvi rimedio l’Altissimo - qui ritratto come accanito fumatore e alcolizzato a tempo pieno - rimandando Dante sulla terra a rielaborare la struttura dei gironi infernali. Sua guida sarà Virgilo, assunto/precario in un supermercato, che s’improvviserà suo malgrado guida del Sommo tra le assurdità della quotidianità dell’Italia di oggi - i bar alle otto del mattino, il traffico all’ora di punta, gli assalti ai supermercati -. 

Questa la trama con cui Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli - noti al pubblico medio, televisivo e non, con lo pseudonimo de “I soliti idioti” - tornano sul grande schermo nelle vesti di registi ed interpreti di gran parte dei personaggi che compongono questa sorta di teatrino dell’assurdo. Partendo dunque da uno spunto che, fosse stato elaborato in tutt’altra maniera, sarebbe anche potuto risultare interessante, la coppia comica non solo non riesce ad amalgamare il tutto in un contesto drammaturgico ben delineato, ma esaspera e rende inefficaci – qualora non pessimi – gli sketch che vanno a comporre - per l’appunto, in maniera del tutto scomposta e scoordinata - l’intera narrazione. Non essendo un film che si presta ad alcun tipo d’analisi perché, è ovvio, secondo principio parmenideo, non si può parlare di ciò che non esiste, “La solita commedia – Inferno” è un prodotto che si riduce a confermare la diagnosi secondo la quale il cancro che affligge il circuito produttivo e distributivo italiano è lungi dall’essere in remissione.
Antonio Romagnoli
 

mercoledì, marzo 18, 2015

LATIN LOVER


Latin Lover
di Cristina Comencini
con Virna Lisi, Valeria Bruni Tedeschi, Angela Finocchiaro
Italia, 2014
genere, commedia
durara, 114'


Dopo il triste "Quando la notte", Cristina Comencini si risveglia dall'insuccesso di critica e torna a cinema con Latin Lover, una commedia corale dal cast internazionale, impreziosita dall'ultima grande interpretazione della splendida Virna Lisi.

‏A dieci anni dalla scomparsa di Saverio Crispo, divo del cinema italiano, —un genio per la critica, un dongiovanni incallito dentro e fuori lo schermo—, le sue due moglie e le molte figlie si ritrovano nella grande casa del paesino pugliese che gli diede i natali per onorarne la memoria.
Il copione era già stato scritto da ciascuna delle donne ma, come in ogni commedia all'italiana che si rispetti, anche in questa l'imprevisto l'avrà da padrone, e, in un guazzabuglio di equivoci, segreti di pulcinella e ricordi polverosi,  quella che doveva essere una boriosa cerimonia formale diverrà teatro di profondi sconvolgimenti e nuove prese di consapevolezza.

‏Le figlie —il cui numero non si capirà mai con certezza— non potrebbero essere più diverse: la primogenita (Angela Finocchiaro) ha una relazione col vecchio montatore del padre (Neri Marcoré), la "parentesi" francese (una sempre più convincente Valeria Bruni Tedeschi), attrice con tre figli da tre diversi padri, la figlia spagnola (Candela Pena),l'unica sposata ma con uno sciupafemmine fedifrago, la piccola svedese (Pihla Viitala),che a malapena il padre lo conobbe ed infine l'americana, l'avvenente "figlia del test del DNA" (Nedeah Miranda, ex voce dei Nouvelle Vague).
‏A fomentare i battibecchi rosa pensano le due madri: l'italiana (Virna Lisi), amore di gioventù che accudì l'ex marito sul letto di morte e la spagnola (Marisa Paredes), che conobbe l'attore ai tempi del western all'italiana.

Riccardo Tozzi ha forse attinto alla sua personale esperienza nel mondo del cinema per tessere le fila di quest'opera corale così complessa e articolata.
‏A dispetto di quello che fin dal titolo potremmo supporre, il vero protagonista del film non è il Latin Lover di professione e non, bensì la messinscena dei "fuori scena": la Comencini punta le luci e da la parola ai personaggi minori, ai non detti, alle piccole cose della vita quotidiana del grande Saverio, così amato, mitizzato e desiderato ma forse mai davvero conosciuto dalle figlie e dalle mogli, abbagliate dalla sua fama più che dalla sua umanità.


Attraverso un linguaggio internazionale, che si dimena fra il tragico meló di Almodovar —di cui viene emulato lo stile anche grazie all'interpretazione di due suoi cari attori, come la feticcia Marisa Paredes e Lluis Homar—, e il grande cinema italiano che ci rese gloria in tutto il mondo, Latin Lover svolge una funzione doppia.
‏Se da un lato infatti omaggia il nostro glorioso passato —lo spettatore si può divertire a riconoscere citazioni di grandi classici della nostra cultura— senza nostalgia, dall'altro vuole scrollarsi di dosso tutte quelle costrizioni che un passato così ingombrante inevitabilmente poggia sul nostro presente.
‏In questo senso il discorso meta-cinematografico si fa metafora dell'emancipazione femminile, tema tanto caro alla Comencini, personaggio pubblico socialmente attivo su questo fronte.
‏Così come la donna deve uscire da uno stato di subalternità e passività che la vede, prima di ogni altra cosa, moglie e figlia "di", allo stesso modo il nostro cinema deve staccarsi dalle proprie origini e avere il coraggio di prendere il volo.

‏Grande plauso deve essere riconosciuto al direttore della fotografia, Italo Petriccione, che ha pazientemente ricreato l'immagine e il colore propria dei film degli anni sessanta e ottanta —in cui si immagina che Saverio abbia preso parte—, ottenendo un risultato davvero straordinario.
Cristina Comencini, figlia di Luigi Comencini e moglie del produttore
Erica Belluzzi
 

martedì, marzo 17, 2015

LATIN LOVER: CONFERENZA STAMPA

Martedì diciassette marzo il cast attoriale e tecnico di Latin Lover, in sala dal prossimo 19 marzo, ha presentato a Milano l'opera.
Erano presenti Marisa Parades (nel film una delle due madri protagoniste), le figlie Angela Finocchiaro, Philadelphia Viitala e Nadeah Miranda, il latin lover Francesco Scianna, Neri Marcorè e Jordi Molla, unico marito della pellicola.
Oltre alla regista Cristina Comencini, per il cast tecnico sono intervenuti la co-sceneggiatrice Giulia Calenda e il direttore della fotografia Italo Petriccione.


Latin Lover manca di un vero e proprio protagonista singolo, ma vanta la presenza di una coralità di individui che costruiscono una trama fitta e complessa. Come è venuta l'idea di realizzare un progetto così strutturato?


Comencini: mordente di questa avventura è sicuramente stata la voglia di raccontare le relazioni che intercorrono tra l'uomo, inteso quale archetipo mitico, e il genere femminile nel ruolo filiale coniugale e parentale in senso lato. Inizialmente non pensavo  che avrei utilizzato come sfondo per questa vicenda il mondo del cinema, poi, in un secondo momento, mi è venuto in mente di mischiare la figura mitica del padre con quella dell'ex amante, in modo condurre parallelamente un discorso sulle relazioni interpersonali e uno sul cinema.
Al progetto iniziale io e Giulia Calenda abbiamo deciso di dar la forma della commedia. A muovere il nostro lavoro è stata l'idea di fare emancipare le molte donne protagoniste del film dall'uomo, rendendo loro possibile il raggiungimento della libertà grazie al cinema.
Alla fine della vicenda infatti ciascuna di esse riesce a trovare se stessa, palesando questa scoperta con gesti più o meno evidenti ed emblematici.
Certo, questo è stato possibile anche grazie al cast straordinario su cui ho potuto contare, che mi ha permesso di poter precisare con ogni attore e attrice il carattere del personaggio, in modo da dipingere così un'umanità che potesse ricreare tutto il cinema europeo. In questo senso molto importante è stato l'apporto del cinema spagnolo (Marisa Parades, Lluis Homar, Jordi Molla).

Il film segue dialoghi serrati e incalzanti. Quanto spazio è stato relegato all'improvvisazione e quanto ci si è attenuti a una sceneggiatura preesistente?


Calenda: dopo la stesura del canovaccio ci siamo attenuti ad una sceneggiatura ben definita —che ci è costata ben nove copie!—  lasciando meno spazio possibile all'improvvisazione, soprattutto per facilitare il lavoro dei molti attori stranieri che hanno preso parte al progetto...Poi, come sempre accade nella commedia, ci sono state aggiunte improvvise o modifiche inaspettate, ma sempre senza mai variare di troppo lo script iniziale.

Latin Lover  si pone come un atto di amore nei confronti di una stagione indimenticabile del cinema italiano. Quale è il rapporto della regista con quel grandissimo momento del nostro passato? 



Comencini: quello che abbiamo voluto omaggiare è il cinema da cui tutti proveniamo, non solo noi italiani. In vari punti dell'opera ci siamo divertiti a lanciare e nascondere citazioni da sottoporre al pubblico, sperando che riuscisse  a indovinare da quali film provenissero. Vorrei che fosse chiaro che non è un film nostalgico. Il nostro scopo è stato piuttosto quello di far capire come siamo stati grandi a fare film, come non abbiamo avuto problemi di alcun tipo a rischiare, realizzando prodotti immensi  ma che al contempo lasciavano molti fuori scena. Ora, Latin Lover cerca di raccontare ciò che spesso il cinema ha dimenticato, bypassato o dato per scontato, tirandolo fuori e donandogli quella grandezza che troppo spesso gli è stata negata.
Molla: ho imparato l'italiano grazie a questi film, che guardavo con i sottotitoli da bambino..penso a  Fellini, Pasolini, Visconti, De Sica e Rossellini. Ho deciso di fare l'attore forse "per colpa" di questa mia passione adolescenziale... Latin Lover è innanzitutto un omaggio. Quando ho accettato la parte non ho detto di si a un personaggio, ma a un'epoca, a un profumo..

Come è stato lavorare con Virna Lisi?
Comencini: sono onorata di poter dire che per me questo è stato solo l'ennesimo film con Virna. Ho sempre proiettato su di lei il personaggio della madre, dandole il ruolo della donna forte dalla volontà granitica di tenere insieme la famiglia, ma che si porta dietro profonde sofferenze. Era così anche ne Il più bel giorno della mia vita, ma qui la cosa aumenta esponenzialmente, come dovrebbe apparire dalle scena dell'ubriacatura.

Si potrebbe dire che protagonista del film è il rapporto fra sorelle?
Comencini: le sorelle sono metafora del rapporto tra donne. Si tratta di ritrovata unità anche dopo gli antagonismi le incomprensioni. Ho voluto ritrarre la complicità nella tragedia e la  vitalità  tipica dei rapporti femminili, forti della capacità di superare difficoltà e aiutarsi reciprocamente anche nei rapporti con l'altro sesso, anziché sfavorirsi o entrare in stupide competizioni.

Il genere di cinematografia che avete omaggiato e al contempo seppellito ha come protagonista indiscusso il sesso maschile. Avete voluto scientemente rivoluzionare tale predominio attoriale maschile nel cinema italiano?


Finocchiaro: mi sono ritrovata molto nel ruolo della sorella che interpretavo, una donna di mezza età che cerca improvvisamente di affrancarsi da un'identità prestabilita e di recidere i legami con un passato che non le appartiene più. E cosa le consente di fare ciò? Il cinema. 
Comencini: quando in un film vi sono molti protagonisti di sesso femminile, ecco che subito c'è chi parla di film al femminile,pellicola rosa... E perché per un film western non si ė mai detto che si tratta di un'opera maschile? Vorrei che Latin Lover aiutasse il nostro cinema a sdoganare queste anguste categorie.

Francesco, sei il protagonista del film, presente fin dal titolo, eppure ti si vede pochissimo durante a pellicola.. Anche quando compari è in flash-back e ti muovo sempre fra ruoli fra loro molto diversi..

Scianna: C'è un detto che recita: purché se ne parli. Si parla sempre di Saverio, il mio personaggio. Mi sono molto divertito, è stata una sfida eccezionale: è difficile riuscire a rendere visibile e credibile un personaggio con così poco spazio scenico. In solo quattro giorni abbiamo girato la mia parte facendo sei scene al giorno. Cristina ha avuto un intuizione geniale: seguirmi con la camera anche nel camerino e al trucco, riuscendo così a rendere un aspetto fondamentale del mio personaggio, ovvero il suo perenne e insaziabile bisogno di luci e visibilità.
Erica Belluzzi

IO SONO MATEUSZ

Io sono Mateusz
di Maciej Pieprzyca
con Dawid Ogrodnik
Polonia, 2013
genere, drammatico
durata, 112
 

Cinema e disabilità fisica costituiscono da sempre un binomio vincente. Prova ne sia il responso dell’ultima edizione degli Oscar in cui sia Eddy Redmaine che Julian Moore sono stati premiati – ultimi di una lunga tradizione- per ruoli cheriguardavano persone colpite da grave e invalidante malattia. In questa sede non è il caso di ricordare quanto conti, in questo tipo di affermazione, la retorica dei sentimenti e la dolorosa empatia che si sprigiona dalle visioni di simili calvari. Esistono però delle eccezioni, come ad esempio quella che riguardò Daniel Day Lewis e il personaggio da lui incarnato ne “Il mio piede sinistro”, anche lui insignito della famosa statuetta ma nonostante tutto, privo dei consueti ricatti psicologici.

“Io sono Tadeusz” di Maciej Pieprzyca, pur lontano da certe asprezze che caratterizzavano il film di Jim Sheridan si piazza a metà del guado. Anche in questo caso si parla di un persona realmente esistita e come nei film appena citati la patologia sofferta da Mateusz e di quelle che non lascia scampo, trattandosi di una forma di che inibisce la maggior parte delle funzioni motorie e linguistiche di chi ne è colpito. 



Il dramma in questo caso deriva dal fatto che mentre il resto del mondo lo crede incapace di intendere e di volere, il nostro ha un cervello che funziona meglio degli altri. Anzi, il film si potrebbe anche leggere come una favola sul senso della normalità che il film capovolge nella misura in cui i comportamenti e il pensiero di Mateusz si dimostrano sempre più saggi e opportuni di quelli delle cosiddette persone “sane” che attraversano la sua vita. Non mancano come al solito momenti di grande coinvolgimento e anche qualche eccesso di glucosio, con sofferti primi piani protagonista e piani sequenza che ne illustrano con dovizia di particolari gli impedimenti fisici. Ma il tutto è quasi sempre stemperato da un epica del quotidiano che trasforma l’esistenza di Mateusz in un’avventura complicata ma insieme ironica e magnifica. Non privo di una messinscena che riesce a nascondere un assoluto controllo della macchina da presa, disposta a tagliare gli altri personaggi pur di privilegiare il punto di vista del personaggio principale “Io sono Mateusz” conferma il buon momento del cinema polacco che dopo “Ida” ci consegna un altro film da non perdere, segnando una prova d’attore, quella di Dawid Ogrodnik, davvero memorabile.

domenica, marzo 15, 2015

BLACKHAT

Blackhat
di Michael Mann
con Chris Hemsworth, Viola Davis, Tang Wei
Usa, 2015
durata, 135' 


Nell'ultimo film dedicato alla serie all'agente 007 (Skyfall) il personaggio di Javier Bardem si rivolgeva a James Bond, ricordandogli che oggigiorno le guerre non si vincono sul campo di battaglia ma sulla tastiera di un computer. Un inserto minimale e in fondo anche contraddittorio rispetto all'estetica di un prodotto che fa dello scontro fisico e dell'azione tout court i suoi cavalli di battaglia. Eppure l'eccezionalità di quelle parole risuona per tutta la storia, riflettendo in modo drammatico il senso di stanchezza dell'eroe tagliato fuori da una realtà che non riesce più a controllare. Con bel altre conseguenze, tale dimensione di incompletezza e di smarrimento ritorna nel nuovo film di Michael Mann, "Blackhat", titolo gergale che rimanda all’utilizzo illecito delle capacità informatiche da parte di Nick Hathaway (il Chris Hemsworth di "Thor" e di "Rush"), hacker reclutato da Cia e Fbi nel tentativo di sgominare l’organizzazione criminale che sfruttando le risorse della rete mette a rischio la sicurezza delle nazioni.

Lo scenario presentato da Mann però, non si ferma alla semplice lotta tra bene e male, pur presente in molte parti del film con la consueta dose di sparatorie  e altre belligeranze, ma si incunea all’interno di un discorso filosofico ed esistenziale, che contiene i motivi che da sempre agitano le storie del regista americano; come lo sono il tema dell’amicizia virile e degli amori impossibili, rappresentati rispettivamente dal legame fraterno tra Nick e Dawai, ufficiale cinese incaricato di collaborare con gli Stati Uniti nella risoluzione del caso, e dal rapporto sentimentale che il protagonista instaura con la bella Taing Wei (Lust: Caution), sorella dell’amico. Ma soprattutto “Blackhat” ripropone una visione del mondo oscura e minacciosa, che nei film di Mann produce da una parte, la struggente elegia di un paradiso perduto e invano ricercato nella sfera delle cose umane (i soldi, gli affetti, il gioco di squadra), dall’altra, un’esplosione di rabbia folle e insensata che si abbatte sui protagonisti con un tasso di mortalità paragonabile a quella di un altro campione di pessimismo cinematografico come William Friedkin.

A differenza di altre volte gli esiti funzionano a fasi alterne: pregevoli quando il film si apre sulla realtà, interrogandola con scene come quella in cui, appena uscito di prigione Nick, alla maniera del John Dillinger di “Nemico Pubblico”, si ferma a guardare lo spazio che gli sta davanti, ricavandone un senso di vuoto esistenziale. Come pure nella pulsione autodistruttiva derivata dall'infinita reiterazione degli scontri a fuoco, come sempre dilatati oltre le regole del genere e sintonizzati sull'adreanalina dei personaggi. Insufficienti quando si tratta di dare coerenza ai contenuti con una forma, che appare didascalica nei dialoghi, quanto inadeguata nella linerita di una progressione narrativa che sconfessa le caratteristiche di irrazionale di cui il film si fa portatore. Superiore alla media dei film in circolazione, "Blackhat" non è il miglior film di Michael Mann.

FINO A QUI TUTTO BENE

Fino a qui tutto bene
di Roan Johnson
con Alessio Vassallo, Paolo Cioni, Silvia D'Amico
Italia, 2014
genere, commedia
durata, 80'




La storia narra degli ultimi giorni di cinque studenti universitari nel loro appartamento a Pisa. Sulle loro vite, ormai tutte sul viale del tramonto che li condurrà verso futuri non proprio luminosi, aleggia inquietante e/o nostalgica la morte dell'ex coinquilino Michele.


Vincitore del premio del pubblico al festival di Roma, "Fino a qui tutto bene", descrive in maniera abbastanza realista - anche se troppo didascalica - la vita degli studenti fuori sede, ed in questo è d'aiuto la sceneggiatura volutamente "bassa" e condita con i vari dialetti rispecchianti le varie provenienze dei personaggi. I pregi del film di Roan Johnson - qui alla prova con la sua opera seconda - però finiscono qui, non essendoci né spazio per un chiaro e coeso sviluppo dei caratteri né una consapevolezza nell'utilizzo dei generi. Ci si trova quindi di fronte ad una narrazione poco coesa e ad una visione pericolosamente in bilico tra il non spiacevole e l'insapore - ad aumentare questa sensazione sono la fotografia, assolutamente poco incisiva, come poco incisiva è la colonna sonora.

Essendo dunque un prodotto che non utilizza al meglio i codici dei generi che vorrebbe approcciare - nello specifico commedia e documentario che non sono né ben coadiuvati, come dicevamo prima, né ben resi nel proprio essere linguaggi isolati -, il più grande difetto di "Fino a qui tutto bene" è il non riuscire a trovare una propria precisa collocazione.
Antonio Romagnoli

giovedì, marzo 12, 2015

FOXCATCHER- UNA STORIA AMERICANA

Foxcatcher- Una storia americana
di Bennett Miller
con Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo
Usa, 2014
durata, 134'


Il dossier accusatorio dedicato ad "American Sniper" e più in generale, la definizione di cinema americano inteso come strumento di propaganda governativa è destinata a ulteriori riflessioni per via di un film, "Foxcatcher", diretto da Bennet Miller, che, neanche a farlo apposta, si pone in netto contrasto con la tesi sopra espressa. Quella di Miller infatti, è la storia vera dei fratelli Schultz, campioni olimpici di lotta greco romana, e del loro mentore, il miliardario John Du Pont, deciso a promuovere i valori della nazione americana attraverso le imprese dei due campioni sportivi, ingaggiati all'interno di un programma che prevedeva tra l'altro la  costruzione di un centro di allenamento nazionale all'interno della tenuta del ricco magnate.


Siccome la relazione tra i tre uomini è divenuta materia da cronaca nera, per i drammatici risvolti che hanno messo fine al celebrato sodalizio, non c'è dubbio che "Foxcatcher" appartenga a quella categoria di lungometraggi di matrice noir, che esplorano con entomologa abnegazione gli abissi più oscuri dell'animo umano. Certamente la definizione potrebbe risultare un pò stretta ad una vicenda umana che parte da un binomio sportivo – il talento atletico e le imprese dei  due lottatori unite alla passione di Du Pont per il wrestling - e si sviluppa come il resoconto di un amicizia impossibile tra il rampollo di una delle famiglie più in vista del paese e due ragazzi semplici e modesti. Una disfunzione cinematografica acuita dalla presenza nella parte dei ruoli principali di tre attori come Tatum Channing, Steve Carell e Mark Ruffalo, costretti a stravolgere la loro immagine - anche estetica- per aderire alle caratteristiche fisiche e umorali dei rispettivi personaggi. Se poi aggiungiamo il fatto che la regia di Miller, classica e rigorosa, fa di tutto per raffreddare i picchi emotivi di una materia incandescente e ambigua, soprattutto nei risvolti che trasformarono l'ammirazione di Du Pont nei confronti di Mark Schultz  in una sorta di infatuazione, allora ci troviamo di fronte a un prodotto hollywoodiano anomalo, sia dal punto di vista del divismo attoriale (praticamente assente), che sotto il profilo della gestione drammaturgia; 


quest’ultima avulsa da qualsiasi forma di indulgenza che non sia quella di far emergere il "danno" emotivo dalle dinamiche dei corpi. Un richiamo, quello alla fisicità dei personaggi, evocato dall'evidenza del dettaglio fisionomico, accentuato dal make up di Carell/Dupont, come pure dalla mandibola sporgente e dall'espressione perennemente assente di Tatum/Mark; ma soprattutto dal continuo rifarsi ad una dialettica corporale, espressa attraverso un contatto - volontario e accidentale - che è allo stesso tempo una tecnica di combattimento e la manifestazione di una latente ferinità . Se la parabola umana proposta da "Foxcatcher" è di per sé un oggetto filmico, non c'è dubbio che la scelta di mettere in scena una vicenda umana in cui i valori della bandiera americana si confondono con la dimensione patologica di chi se ne fa portatore (Du Pont), diventa la rappresentazione di American Dream triste e funesta. A testimonianza di un cinema che, nonostante tutto, è ancora in grado di mettere in discussione lo stato delle cose.

NESSUNO SI SALVA DA SOLO

Nessuno si salva da solo
di Sergio Castellitto
con Jasmine Trinca, Riccardo Scamarcio, Anna Galiena
Italia, 2014
genere, drammatico
durata, 100'

Un po' come accade ai film diretti da Michele Placido, ogni nuovo lavoro diretto da Sergio Castellitto e' destinato a suscitare negli addetti ai lavori reazioni che vanno oltre la questione estetica, allargandosi -come spesso capita di leggere- a considerazioni che riguardano il privato dell'autore. Come quello di rimarcare in senso negativo il suo connubio con la moglie scrittrice Margareth Mazzantini, colpevole a suo modo di condizionare la vena artistica del cinematografaro, trasformandone l'arte in un'estensione della fonte letteraria.

Senza dimenticare che fino a qualche libro fa la Mazzantini era considerata dai più come una sorta di Sibilla Cumana, ciò che ci interessa in questo caso e' sottolineare la scelta di Castellitto che utilizza una scrittura poetica ed elitaria per realizzare un prodotto che vuol essere innanzitutto accessibile e popolare. Per farlo, punta soprattutto sulla bravura e sul divismo di Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca, esplorati ed esposti con un coraggio davvero raro per il cinema italiano, pudico e bacchettone quando si tratta di filmare gli aspetti più carnali dell'amore. E poi su una sceneggiatura che, nell'andamento sincopato e nel suo scabro sentenziare anticipa e insieme accompagna la gestualità istintiva e diretta dei protagonisti. 


Certo anche in questo caso non siamo di fronte a un capolavoro del nostro cinema perchè la ricerca del grande pubblico si sente soprattutto in una sintesi eccessiva della ragioni del disamore, affastellate una dietro l'altra e affidate più alla riconoscibilità delle situazioni che ad un reale approfondimento psicologico ed emotivo, così come nell'abitudine di una colonna musicale adoperata come amplificatore ridondante di quello che le immagini hanno già detto. Da parte sua Castellitto, oltre all'ottima direzione degli attori, aggiunge una messinscena nervosa e dinamica, con la macchina da presa che alterna riprese da cinema del reale, ad altre, soprattutto quelle girate all'interno del locale dove Gaetano e Delia si ritrovano a fare il consuntivo dell'amor perduto, più statiche e teatrali, a sottolineare la dirittura d'arrivo di quella storia.

mercoledì, marzo 11, 2015

CENERENTOLA

Cenerentola
di Kenneth Branagh
con Lily James, Cate Blanchett, Helena Bonham Carter
Usa, 2015
genere, fiabesco
durata, 105'



Per sparigliare le carte ci voleva un cavallo di razza. Stiamo parlando di Kenneth Branagh e della sua rivisitazione di un classico per grandi e piccini come “Cenerentola”, tradotto sullo schermo dal regista inglese nel pieno rispetto della tradizione che negli anni è stata tramandata,. Un’inversione di tendenza dunque, se si considera che la riscoperta del filone fiabesco aveva fin qui generato una serie di “remake” che spingevano in direzione di un rinnovamento iconico e anche contenutistico; si pensi ad esempio alla Biancaneve di “Maleficent” e in particolare all’interpretazione in stile fantasy della strega cattiva interpretata da Angelina Jolie, oppure al pout porri proposto dall’imminente “Into the Woods”, che mette insieme e in parte  stravolge alcune delle fiabe più famose del creato. Non è dunque un caso, pensiamo noi, che per questa piccola “restaurazione” sia stato chiamato un regista come Branagh, naturalmente portato alla lettura dei sacri testi così come allestimento di film in costume.

Il quale Branagh, in una sorta di continuità con la sua penultima fatica (Thor) continua ad occuparsi di re e regine e di regni in pericolo, trasformando la mitica Asgard in un piccolo principato e il figlio di Odino in una principe azzurro "illuminato" e gentile. Insomma nulla di paragonabile alle epiche avventure del mitico Asgardiano, se non fosse che la spietata matrigna interpretata da una Cate Blanchett in versione Crudelia Demon, per non dire delle sue due figlie, non perdono nulla in fatto di perfidia rispetto a Loki e ai suoi accoliti. Nel caso di "Cenerentola" poi si doveva tenere conto di una cosa non da poco, e cioè di rendere meno traumatico possibile il passaggio dall'animazione (risalente al 1950) al live utilizzato dalla Disney per questa nuova versione. Branagh ci riesce lavorando sull'estetica del film, e prima di tutto sui colori, iperreali e vivi come potevano essere quelli dell'originale, e poi, sui volti dei personaggi, di una perfezione stilizzata ed eguale a quella dei loro predecessori; e poi regalando al film scenografie - di Dante Ferretti - che soprattutto negli interni diventano protagoniste, grazie a una ricchezza di forme e arredamenti che miracolosamente si mantengono su livelli di un'opulenza che non diventa mai kitsh ne barocca. E in un cast praticamente all british la cenerentola di Lily James (Downton Abbey) appare davvero all'altezza del suo ruolo.

martedì, marzo 10, 2015

THE SEARCH

The Search
di Michel Hazanavicius
con Berenice Bejo, Annette Benning
Francia, 2014
genere, drammatico
durata, 149'


L'uscita del nuovo film di Michel Hazanavicius non era equiparabile alle molte altre che si accavallano senza capo ne' coda nella programmazione delle sale cinematografiche. A fare la differenza in questo caso c'era una serie di fattori d'eccezione. Il primo, forse quello più importante rispetto alla materia cinematografica consisteva nella verifica di un talento esploso improvvisamente e in maniera dirompente grazie a un film, "The artist", che aveva catapultato il suo autore tra le stelle del Parnaso dopo anni di carriera routinaria. Si trattava in buona sostanza di verificare se la poetica leggerezza e l'originalità di un film girato in bianco e nero e per di più senza parole, fosse stata qualcosa di più di una serie di fortunose coincidenze, il più delle volte non replicabili. In seconda battuta, constatare la permanenza di un livello di empatia talmente contagiosa da trasformare un film senza pretese commerciali in uno dei più grandi incassi della stagione.

Possibilità che l'avvenuta selezione al festival di Cannes sembrava confermare in senso positivo nel ricordo di quello che era successo al film precedente di Hazanavicius che proprio della manifestazione francese aveva fatto il trampolino di lancio per la conquista del pianeta. A qualche mese di distanza, la visione di "The Search" conferma le perplessità suscitate ai tempi della sua presentazione. I motivi sono presto detti, non prima di aver specificato che la storia del film e' collocata sullo sfondo della guerra cecena (il secondo conflitto per l'esattezza), con l'invasione del paese da parte dell'esercito russo a innescare l'odissea di quattro personaggi - un bambino e tre adulti- coinvolti in diverso modo e con differenti conseguenze dalla brutalità di quella guerra. Un tema quanto mai attuale che Hazanevicius tratta con dovizia di particolari e senza risparmiarci nulla in termini di violenza e brutalità, a partire dalla scena iniziale dove in una sorta di mockumentary assistiamo all'eccidio che spinge il piccolo Hadij alla fuga che da il via alla storia, oppure portandoci all'interno delle "Linee nemiche" per ragguagliarci sulle forme di coercizione utilizzate dall'esercito russo per addestrare i suoi soldati, e in particolare Kolija, uno dei personaggi del film, "adescato" dalla polizia per futili motivi e costretto ad arruolarsi per evitare la prigione. Una volontà omnicomprensiva che non si accontenta dell'evidenza dei fatti e che attraverso la figura di Carole (una Berenice Bejo in versione madre coraggio), la rappresentante per i diritti umani dell'unione europea che ad un certo punto si prende cura di Hadij, arriva a spingersi nelle stanze dei bottoni per denunciare l'ipocrisia e il disinteresse del sistema politico e governativo.


Di fronte ad un progetto così ambizioso e complesso Hazenevicius reagisce nella maniera più facile e scontata, schierandosi dalla parte degli umiliati e offesi e adottando un punto di vista che si sforza continuamente di denunciare storture e ingiustizie. Un atteggiamento lodevole e anche dovuto ma che nell'ottica dell'approccio scelto dal regista appare riduttivo soprattutto quando si tratta di andare oltre i segni più tangibili della guerra per indagarne cause e conseguenze. Se poi aggiungiamo la presenza di una struttura narrativa che sostituisce la lunghezza del minutaggio (ben 149') alla necessità di tenere insieme in maniera logica e con una buona dose di verosimiglianza così tanta carne al fuoco allora è inevitabile che "The Search" si trasformi in un melodramma politicamente corretto e emotivamente ricattatorio, con scene madri e sermoni anti sistema pronti a far fuoco, sulle speranze di chi si attendeva qualcosa di più di un feuiletton edificante e consolatorio. In questo senso basterebbe da sola la faccetta perennemente sbigottita e bisognosa del piccolo protagonista per dare la misura della dimensione unilaterale e monocorde in cui si muove il film.
(pubblicata su ondacinema.it)

lunedì, marzo 09, 2015

LAGGIES

Laggies
di Lynn Shelton
con Keira Knightley, Chloe Grace Moretz, Sam Rockwell
Usa, 2014
genere, commedia sentimetale
durata, 99'

In America li chiamano Chick Flick, termine che in gergo cinematografico viene affibbiato con toni poco lusinghieri a quei film caratterizzati dalla predominanza di una compagine femminile pettegola e ciarliera. Generalmente questa categoria di lungometraggi si distingue dalle altre per la presenza di ragazze adolescenti e donne da maritare, afflitte da quel tipo di vicissitudini che di norma lasciano indifferente il popolo maschile, non a caso ridotto in questo genere di storie a presenza puramente decorativa. Ad una prima occhiata “Laggies”, il film diretto da Lynn Shelton e interpretato nei ruoli principali da Keira Knightley e Chloe Grace Moeretz, potrebbe essere scambiato per uno di questi, perché la crisi di Megan, trentenne in fuga da un’esistenza incerta e insoddisfacente, si riflette sul film moltiplicandosi nei punti di vista di altrettante donzelle irrequiete e insoddisfatte; al contrario “Laggies”, dopo una partenza piuttosto decisa, dettata da contorni netti e definiti, in cui la forzata ricerca del punto di rottura è necessaria a giustificare con poche battute la defezione della protagonista, perde a poco a poco la naturale baldanza, per abbracciare contorni morbidi e sfumati attraverso il personaggio di Annike, la teen agers  con cui Megan fa amicizia e nella cui casa trova ospitalità, e in quello di Sam, il padre della ragazzina, oltremodo responsabilizzato dal dover supplire alla mancanza della moglie che ha abbandonato la famiglia.

Uno scarto drammaturgico reso possibile da una scrittura che da modo alle protagoniste di costruirsi un còte sentimentale – rappresentato dal duplice innamoramento a cui andranno in contro Megan e Annike – solitamente assente nei film ai quali avevamo accennato, e in cui gli stereotipi, pur presenti nei passaggi in cui si dispiega la “resurrezione” di Megan, sono sviluppati con una delicatezza che consente a “Laggies” di rimanere a contatto con l’anima dei suoi personaggi. Di certo ci troviamo di fronte ad un prodotto indirizzato a un pubblico prettamente femminile ma la presenza di due attrici del calibro della Knightley e della Moretz, sommata alla possibilità di apprezzare, seppur in un ruolo secondario, l’interpretazione “sui generis” di Sam Rockwell, la dice lunga sul tasso di classe di un film che si rivela superiore alle aspettative. 

sabato, marzo 07, 2015

COWBOY BEBOP

Cowboy be-bop/the movie
di Watanabe Shin'ichiro.
Giappone 2001 
genere, animazione
115'




Al volgere del secolo XXI, nella rallentata decomposizione di un mondo in apparenza ammansito, a ridosso delle celebrazioni di Halloween, il crimine - che ancora si alimenta dal basso di una prassi miserabile e routinaria e nei grandi numeri s'irrobustisce a colpi d'intrecci che vincolano a filo doppio istituzioni, apparati militari e grandi multinazionali della ricerca e della tecnologia - continua a passar da vivere anche a chi, e sono i cacciatori di taglie protagonisti, si adopera per circoscriverne a modo suo l'ingerenza.

Spike Spiegel, giovane uomo lesto di comprendonio e di mani, quanto cinico e, di fondo, disilluso, assieme alla sua squadra - l'ex sbirro brontolone Jet Black, l'intraprendente e capricciosa Faye, la ragazzina prodigio Ed, geek naïf, e il perspicace botolo Ein - s'arrabatta tra miseri cabotaggi investigativi a malapena sufficienti a sbarcare il lunario. L'eventualità di un remunerativo cambio di registro (per relativa taglia sul capo) si materializza con la comparsa di Vincent Volaju, bio-terrorista umbratile, come unico superstite di rivoluzionari esperimenti a base di nano-macchine proteiche via via degenerati sulla china che separa la scoperta scientifica sensazionale dall'ennesima tentazione sull'assemblaggio dell'arma totale in foggia di epidemia globale. Uomo privato di ogni ricordo che non siano "meravigliose farfalle bianche" a fluttuare in improbabili grumi di luce, Volaju vaga in silenzio a mo' di scherzo-di-natura (immune al potenziale contagio), a meta' fra vendicatore solitario e incontrollabile Angelo della Morte...

Al crocevia di suggestioni disparate eppure sotterraneamente sincrone - hard boiled, cyberpunk, fantascienza, distopia, western, esistenzialismo - "Cowboy be-bop/the movie" torna in questo 2015 sulla scia di una memoria tuttora vivida legata all'omonima saga, offrendo intatto, al netto di pregi e manchevolezze, un certo numero di elementi di fascinazione. Innanzitutto, il paesaggio urbano di Alba City, concepito come stratificazione oramai ineluttabile e, forse, fatale, di etnie e culture diverse, la cui collocazione lontana (2071) lenisce solo in parte ansie e aspettative tutte contemporanee. Squarci metropolitani che mimano e ibridano prospettive che ricordano, ad esempio, Chicago, Il Cairo, Sidney, Tokyo (a restituire, nel viluppo di quartieri residenziali e finanziari, centri commerciali, sopraelevate, suq futuribili, un'idea policentrica e ingovernabile di vita collettiva), ammantati spesso di una luce granulosa, azzardano addirittura il paradosso di un affanno retrospettivo che istilla il sospetto circa un domani sfuggito di mano o sprecato malamente nella forma ostile di un presente-agonia corrotto, brutale, a volte, ma ben impregnato di rassegnazione e tenuto soprassaturo dalla cupidigia e dal controllo sociale di pochi e dallo spauracchio/liberazione per un'apocalisse sempre imminente, di tutti gli altri. In secondo luogo - e sebbene in una dimensione che non rinuncia allo scherzo, come alle tregue più schiettamente infantili - la caratterizzazione psicologica, che delinea in modo semplice ma preciso i singoli personaggi, i quali trovano poi un denominatore comune nella moralità ambigua dei loro comportamenti - pacifici, violenti, più o meno interessati - mai ascrivibili ad un'etica netta, ossia non revocabile, nella implicita convinzione che certi nodi non sono destinati a sciogliersi se non, con ogni probabilità, in un epilogo tragico nemmeno tanto remoto. Ciò che più intriga, pero' - e sono gl'inserti davvero coinvolgenti del film - e' l'alterno rincorrersi di atmosfere indolentemente noir attraversate da partiture jazz soffuse o da morbidi blues a sottolineare i momenti riflessivi (e scoraggiati), degni di nota non tanto per l'incedere anti-retorico dei dialoghi (al contrario più di una volta appesantiti da una qual monotona assertività), quanto per il clima di arresa e quasi impacciata mestizia che emerge da dettagli dell'inquadratura non del tutto a fuoco o contraddistinti da una sorta di opaca persistenza: scarto che li rende, di fatto, incongrui, spostando di continuo la loro verosimiglianza verso l'indecidibilita' o il sogno. D'altro canto, meno convincente si dimostra l'animazione (e il disegno ad essa sotteso), di per se' abbastanza convenzionale nonostante, per dire, gl'isolati ammicchi sienkiewicziani degli arredi cittadini: sfondi e figure in primo piano svelano a tratti una non perfetta armonizzazione, mentre talune movenze umane risultano forzate o legnose.

Tra echi ("Star Wars", "Blade Runner", "12 Monkeys", "Strange days", "Matrix") e premonizioni ("Wasabi", "Collateral"); innocui moniti anti-capitalisti ("McDonald's" si trasforma, in un graffito, in "WcDonald's") e fragili certezze (prosperare sul/per mezzo del crimine), "Cowboy be-bop", in ogni caso, non abdica alla propria vocazione prima, quella intimista con venature scettiche, a paragone della quale l'ottimismo per il raggiungimento di un provvisorio equilibrio sembra l'approdo definitivamente triste delle già inconsolabili e inutili lacrime-nella-pioggia. Keep the mower blades sharp.
TFK

venerdì, marzo 06, 2015

TWO NIGHT STAND

Two Night Stand
di Max Nichols
con Miles Teller, Analeigh Timpton
Usa, 2014
genere, commedia romantica
durata, 86'

 
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Il segno dei tempi e delle mode influenza la distribuzione cinematografica. Difficile quantificarne i risultati ma nello specifico un film come “Two Night Stand” può servire per farsi un’idea degli avvenuti cambiamenti. Il lungometraggio di Max Nichols infatti, appartiene a quella categoria di film – commedia romantica di stampo giovanilista – che solo qualche anno fa il distributore italiano non si sarebbe fatto mancare nel proprio listino e che invece adesso è quasi impossibile trovare sugli schermi. Sia inteso, la storia delle schermaglie sentimentali tra due ragazzi, Megan e Chris, costretti per ragioni “atmosferiche” a condividere per due giorni lo stesso appartamento non è di quelle che fanno urlare al capolavoro. Anzi, se dobbiamo dirla tutta, la guerra dei sessi che i due personaggi mettono in scena, comprensiva dello scontato lieto fine, appare un canovaccio tutt’altro che originale. 

A suo favore però ci sono due fattori, quelli si, degni di nota. Il primo è costituito dal fatto di poter rivedere all’opera Miles Teller, appena consacrato da un piccolo gioiello come “Whiplash” e qui alle prese con un tipo umano affetto da assoluto pragmatismo e lontano da ogni tipo di velleità artistiche. Il secondo, non meno importante, è l’assoluta alchimia tra i due protagonisti, a cui contribuisce  il fascino da ragazza della porta accanto di Analeigh Tipton, attrice proveniente dalla televisione e fin qui, ingaggiata dal cinema per ruoli di secondo piano. Presa a spallate dal gusto imperante, rivolto quasi esclusivamente all’esaltazione delle disavventure del bamboccione di turno, quella che una volta costituiva l’occasione per vedere in azione le star del futuro diventa adesso uno spettacolo per soli intenditori. Come si diceva all’inizio, il segno dei tempi.   

giovedì, marzo 05, 2015

FOCUS-NIENTE E' COME SEMBRA

Focus-niente è come sembra
di Glenn Ficarra, John Requa
con Will Smith, Margot Robbie, Rodrigo Santoro, Gerald Mc Raney
Usa, 2015
genere, commedia
durata,


Nella carriera di un attore ci sono film che valgono più di altri. Lo abbiamo detto più di una volta ma nel caso di "Focus- niente è come sembra" vale la pena di ripetersi, perchè il suo protagonista Will Smith, una delle star più amate e pagate del firmamento Hollywoodiano, veniva da un paio di film ("Seven Souls" e "After Earth") che almeno al botteghino ne avevano offuscato la fama di Asso pigliatutto. Non deve quindi stupire che il divo americano  per rilanciare le sue credenziali abbia scelto un genere come quello della commedia - sentimentale e action- che lo aveva reso famoso con titoli come "Bad Boys" e "Hitch", capaci di esaltarne la versatilità comica e la prestanza fisica. In tal senso "Focus" rappresentava il giusto mix perchè la storia di Nicky (Smith) maestro dell'inganno e di Jess, la sua avvenente recluta (Margot Robbie) impegnati a derubare il prossimo con inganni degni del mago Sylvan e di David Copperfield, consentivano a Smith di allontanarsi da dubbi esistenziali e dalle durezze degli ultimi film per riprendersi la fiducia e il senso di autostima che gli avevano permesso di farsi un nome interpretando personaggi simili a quello di Nicky, furfante dal cuore d'oro capace di mantenere il senso dello humour anche in situazioni da ultimo minuto. Come lo è quella che ad un certo punto del film vedrà i due amanti, seduti e legati uno di fronte all'altra, in attesa di sapere cosa gli riserverà la vendetta del cattivo di turno. Ovviamente trattandosi di cinema mainstream tutto finirà per il meglio ma ciò non toglie che "Focus", strizzando l'occhio a film come "Ocean's Eleven" (anche qui c’è un lavoro di squadra) e i "Maghi del crimine" (per l'esibizionismo dei "trucchi" del mestiere) è capace di un’empatia che deriva, tanto dagli affari di cuore tra Nicky e Jess, quanto dagli intrighi malandrini della loro attività.



Da parte loro, gli indipendenti Glenn Ficarra e John Requa costruiscono un giocattolo attento a non perdere colpi in termini di ritmo e di colpi di scena, alternando le schermaglie amorose dei due protagonisti a momenti di pura tensione, quest'ultima determinata dal continuo rialzo della posta in gioco, rappresentata dalla veromiglianza della frode messa in atto dai simpatici lestofanti. Ed è proprio questa voglia di sbalordire a tutti i costi, con ciò che ne consegue in termini di ripetizione del meccanismo di infingimento messo in atto dai due registi a costituire l'unico neo di un prodotto completamente in linea con le aspettative di leggerezza e di intrattenimento  richieste dal pubblico.

mercoledì, marzo 04, 2015

MARAVIGLIOSO BOCCACCIO

Maraviglioso Boccaccio
di Paolo e Vittorio Taviani
con Riccardo Scamarcio, Kim Rossi Stuart, Jasmine Trinca
Italia, 2015
durata, 120'




Non ci faremmo irretire dalla solita domanda ma certo la curiosità è tanta intorno alla scelta del fratelli Taviani di proporre oggi, una rivisitazione delle novelle di Giovanni Boccaccio. E' noto che il progetto costituiva da tempo uno dei sogni nel cassetto dei due registi, così come sappiamo della predilezione dei nostri per i film in costume e per le storie tratte dai grandi della letteratura. Ciò non toglie che alla luce di quello che propone il tempo presente in termini di crisi e di sconvolgimenti, la favola dei ragazzi che si chiudono al mondo per sfuggire alla peste che nel 300 colpisce Firenze e i suoi cittadini fa pensare non solo a un voluto cortocircuito tra il passato e il presente della nostra nazione ma anche a una via d'uscita dai mali contemporanei, che i Taviani sembrano individuare in un ritorno alle nostre radici culturali e a una bellezza che la campagna toscana, con le sue nobili dimore, di certo rappresenta. Ovviamente, essendo il Boccaccio un'umanista, nel film dei Taviani lo spazio riservato alle figure in movimento conta eccome, e anzi, lo stuolo di attori, soprattutto giovani e giovanissimi, accorsi alla corte dei maestri non sfigura affatto. 


A loro e ai loro volti, i maestri dedicano primi piani che danno mistero a fisiognomiche ampiamente risapute e nello stesso tempo riescono a tratteggiare di una bellezza senza tempo la modernità di quelli appena arrivati. Ma il fascino e allo stesso tempo il difetto di un film come "Maraviglioso Boccaccio" consiste nel fatto di nutrirsi della propria dimensione artistica, svincolato com'è da logiche commerciali che appaiono evidenti nella scelta di portare sullo schermo un modo di raccontare che al contrario di precedenti versioni evita ogni tipo di licenziosità sessuale, lasciando all'immaginazione quello che altri hanno "regalato" alla vista. 


La bravura di Taviani è quella di far si che la tensione pittorica e la plasticità delle immagini pur presente non prenda mai il sopravvento sulla materia narrata. L'equilibrio che ne deriva rende il film un oggetto prezioso, e certe sequenze, come quelle potenti e drammatiche che aprono il film raccontando la paura e la morte provocata dalla terribile pandemia restano impresse e mettono a disagio.

martedì, marzo 03, 2015

A PROPOSITO DI: VIZIO DI FORMA


Circa il fatto che il caos non sia proditorio ma quintessenza da arginare e di cui eventualmente sorridere (magari aiutandosi un po'), Doc Sportello ne riceve ulteriore conferma dalla pervicacia con cui un'assortita fauna sapiens insiste a commissionargli indagini della cui plausibilità di fondo e' la prima a fregarsene e dalle cui ricadute farebbe bene a stare alla larga. Il dato iperreale - nel senso di più-reale-del-reale, quindi sul serio tragico - di uno scherzo come "Inherent vice" (con "vizio di forma" che e'/sembra essere tutto ciò che non si può prevedere eppero' nemmeno trascurare) e' l'accelerazione di un girare a vuoto di denaro, di oggetti, di sentimenti, di animali umani, di ideali, di parole - chiacchiere su chiacchiere che s'accumulano e sempre meno dicono - in vista di una perfezione ipotetica che i tempi, i nostri, si sono poi incaricati - con alacrità notevole, bisogna dirlo - di realizzare e statuire come moto perpetuo: l'unica, vera forma di un vizio, quello di non vivere, e senza che ci sia, oramai, neanche più tanto da ridere.
TFK


L’elaborazione più arguta da fare, quando si tratta di maneggiare il testo di uno come Thomas Pynchon, è lasciare l’opera originale intatta. È esattamente ciò che fa P.T. Anderson nel portare sullo schermo la decostruzione - forse meglio identificabile come disordine preordinato, vista la sistematicità e la consapevolezza con la quale (non) incede lo sviluppo della storia - che avviene in una narrazione solo in apparenza scomposta. La confusione del protagonista, dunque, lungi dall’avere una risoluzione - anzi procedendo in direzione beffardamente opposta - va di pari passo con quella del fruitore, al quale non rimane altro che “non chiedere” - “Don’t ask” è una delle prime frasi che sente dirsi “Doc” Sportello da Shasta agli albori della propria indagine -. Se l’intento di Pynchon è quello di adattare la fantascienza americana al palco dell’Opera, quello di Anderson - qui riuscito con una maturità definitivamente raggiunta - è di adattarla allo schermo cinematografico.
Antonio Romagnoli


L'analogia è scontata ma non si può fare a meno di notarla, perché la natura sentimentale del rapporto tra il detective Doc Sportello e Shasta, la donna che lo ha appena mollato, rappresenta il motore di tutto il cinema Andersoniano, da sempre innescato da una richiesta d'amore che appartiene a tutti i personaggi del suo cinema. "Ineherent Vice" non ne è immune, anzi, a ben guardare l'indagine del detective cinematografico più naif che si ricordi riesce a declinare questa caratteristica radunando intorno a se i topos più ricorrenti del regista americano. Ecco allora farsi avanti un tessuto emotivo che ha a che fare con la ricerca di un paradiso perduto e, di pari passo, con il tentativo di ricreare quello stato di grazia che permette di essere felici. A farla da padrone è quindi la famiglia, che nel cinema di Anderson rappresenta l'orizzonte imprescidibile a cui bisogna rifarsi per capire l'essenza dei personaggi; da un lato (negativo) quella biologica, artefice del trauma originale, dall'altro (positivo) la sua versione putativa e "allargata". Gli esempi si sprecano ma basterà ricordare quella "cinematografica" in cui trova asilo e poi si forma l'Eddie Adams di "Boogie Nights", simile per stravaganza e irriverenza a quella della comunità hippie in cui vive lo stranulato investigatore, oppure riandare ai fotogrammi iniziali di "Punch Drunk Love" (il film più lisergico di Anderson), quelli in cui il protagonista oppresso da madre e sorelle sfoga che la sua frustrazione distruggendo ogni cosa. E poi, come dicevamo l'elemento affettivo che, nei film di Anderson, con l'eccezione di quello interpretato da Adam Sandler, è inadeguato e causa di ulteriore dolore, sia che riguardi surrogati genitoriali ("The Master" ma anche ne "Il petroliere") che campionesse di sensualità come lo sono a loro modo Amber Wess, la porno diva interpretata da Julian Moore in "Boogie Nights, e, ultima arrivata, la ragazza della porta accanto che fa perdere la testa a Doc Sportello.
nickoftime

LE LEGGI DEL DESIDERIO

Le leggi del desiderio
di Silvio Muccino
con Silvio Muccino, Nicole Grimaudo, Carla Signoris
Italia, 2015
genere, commedia
durata, 105'

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Il cinema di Silvio Muccino ha una caratteristica ben precisa, e cioè quello di essere concepito con quella Bigger Than Life con cui normalmente negli States si identifica ciò che è fuori dall'ordinario. Certo la materia amorosa di cui parla Muccino è di per se foriera di grandi slanci , ma il regista romano la racconta utlizzando delle iperboli che risultano controproducenti se raffrontate alla normalità della scrittura che poi la mette in scena. "Le leggi del desiderio" conferma questo trend, imbastendo una storia che parte a mille, con il protagonista, Giovanni Canton (Muccino), che alla maniera del Tom Cruise di "Magnolia" guarda dritto negli occhi dello spettatore proponendogli la posizione della felicità, e alla fine dei giochi si rivela un tapino come gli altri, irretito dagli stesse complicazioni - amorose, sentimentali e motivazionali - da cui prometteva di renderci immuni. Una parabola sintomatica, quella raccontata dal regista  e da Carla Vangelista, di un cinema che non riesce mai ad essere all'altezza delle proprie premesse. In questo caso infatti la figura del life coach introdotta attraverso il personaggio di Canton e le tecniche da lui adottate, invece di creare un alternativa alla routine narrativa in cui si muove buona parte del cinema italiano d'intrattenimento, si rivela un semplice espediente per ripiombare nei soliti malesseri ombelicali di un'umanità che non riesce ad andare oltre necessità da spot pubblicitario. A poco valgono la cura della confezione, la precisione del dettaglio scenico, i movimenti di macchina ad ampio respiro e, perchè no, la bravura degli attori, e soprattutto di una Nicole Grimaudo in versione Bridget Jones. A rimanere in mente è la sensazione di insicurezza e confusione che i modi smargiassi e sicuri di Giovanni Canton, nella loro enfatica esibizione certificano a pieno titolo.