Non sorprende, conseguentemente a quanto detto, l'attenzione riservata dal direttore della fotografia Dick Pope ("Reflecting skin", di P.Ridley; "The way of the gun", di C.McQuarrie; "The illusionist", di N.Burger, ad integrare il lungo sodalizio con Leigh) nella scelta delle fonti luminose, dei punti di vista, dei chiarori improvvisi e delle morbidezze pulviscolari, degli spiragli incerti o delle perentorietà degli spazi aperti: i rimandi alla pittura di Turner nelle varie fasi della sua vita, gli echi dei suoi stati d'animo, degli studi, dei ritagli di socialità, si delineano e s'intrecciano in un campionario di opzioni in corrispondenza diretta con la ricerca prodotta durante l'arco di una singolare vocazione (e tralasciando qui - ad esempio e giocoforza - digressioni possibili circa la consistenza drammatica delle ombre, delle generiche oscurità, approcci, percorsi e soluzioni che l'uomo di Covent Garden condivide forse solo con Caravaggio e Rembrandt). Fasci di luce radente proveniente dalle grandi finestre dello studio raccontano, allora, gl'istanti in cui il metodo cerca lo stesso ritmo dell'estro; sottili raggi convogliati a dovere in ragione di esperimenti sulla scomposizione del prisma nei cromatismi fondamentali, suggeriscono la curiosità intellettuale che fruga tra le pieghe di strutture di pensiero consolidate; stasi dorate accompagnano la giovialità discreta e i brandelli di un umorismo burbero come pure pugnace: pallori, semioscurità, cupezze incombenti, sottolineano incomprensioni, rigidità, chiusure et...
Stati d'animo, dunque, mano mano arricchiti d'interrogativi e pazientemente circostanziati - tanto nel quotidiano, quanto nell'opera (e nel film) - al cospetto di tempi che prendono ad accelerare con una frequenza che non conoscerà mai più incertezze e che Turner presentisce e comincia a constatare sulla propria pelle riversandone il portato emotivo e spirituale in numerose tele (in specie ad olio). Leigh stesso si sofferma su quello che e' lo spartiacque decisivo della Storia Moderna, stringendo il campo sugli occhi di prassi semi-serrati del pittore intento a seguire il passaggio di un treno sulla linea ferroviaria che collega Londra a Reading. La Rivoluzione Industriale si presenta, così, sotto le spoglie di una possente locomotiva che sbuffa, penetra i recessi silenziosi della campagna, mentre cumuli di vapore niveo si fanno strada fra le geometrie indolenti di alberi e cespugli: per lunghi istanti Macchina e Natura sembrano sciogliersi l'una nell'altra, ingaggiando per la prima volta quel braccio di ferro che tuttora le impegna, a oltre duecentotrent'anni di distanza. Turner, immobile, appare irretito e al tempo turbato, come uno che avverte/sospetta/intuisce di essere stato ammesso alla presenza di uno di quei rari eventi che, spezzando il ripetersi di equilibri ciclici dati per immutabili, separa in modo inequivocabile un prima da un dopo, non a caso, quest'ultimo, da subito catturato e a breve riproposto in un'opera dal titolo quantomai esplicito di "Pioggia, vapore e velocità. La grande ferrovia occidentale", (1844).
Nel dipinto, la locomotiva corre in direzione di chi guarda (mentre nel film se ne allontana) a sancire - certo - l'ineluttabilità dei tempi nuovi ma pure a pungolare la necessita' di adeguare ad essi la percezione, al fine di non esserne travolti o non limitarsi a subirli (come la minuscola lepre che attraversa i binari, a conferma dell'imminente/quasi avvenuto superamento del meccanismo inanimato a scapito dell'ordo rerum). Che Turner si sia trovato a vivere a ridosso dell'instaurazione dell'era-delle-macchine e', banalmente, un caso. Meno banale e' il suo farsi interessante al momento di constatare la nient'affatto prevedibile circostanza per cui esso favorisce, in colui che ci s'imbatte facendone parte, movimenti di pensiero in grado di oltrepassarne il mero riscontro, alimentando una dialettica che insiste nel rilanciarlo in una dimensione che osa prefigurare quello che non c'è ancora. E ciò che non c'è ancora - e non ci sarà più - e', fra l'altro, il rapporto esclusivo, perché senza filtri, tra l'artista e il mondo che gli si dipana attorno. Medesima legge a cui dovrà attenersi, per elementare inferenza, il frutto del di lui (e di chiunque altro) ingegno, nella, come si dirà, "epoca della sua riproducibilità tecnica".
oramai versione spettrale della splendida nave da guerra trionfatrice a Trafalgar, viene mestamente condotta alla distruzione da un natante a vapore, incarnazione del Progresso che travolge il Passato (esemplarmente la scena si svolge al tramonto, con questo che cattura quasi i due terzi dell'intera opera) e con esso lo spirito di un'epoca che pareva persuaso - almeno in un certo milieu sociale - della propria relativa inattaccabilità: pensiamo, per dire, a gran parte dell'aristocrazia terriera (alcuni esponenti della quale Turner stesso frequenta a diverse riprese e al modo di lunghi e sofisticati incontri salottieri, sovente conditi di sottigliezze cavillose che egli con stoicismo ascolta e alle quali talvolta intercala una replica per puro - e terapeutico - spirito di contraddizione o come opposizione in limine alla carezza soporifera dello cherry) geneticamente disposta ad illudersi di poter eternare se stessa in una sorta di tempo-senza-tempo puntellato da privilegi immensi.
Considerazioni sociologiche a parte, resta ineludibile, nel ragionamento intorno al rapporto che vincola l'uomo/l'artista al mondo naturale, alle maniere in cui tale rapporto viene percepito, meditato e restituito/espresso,
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