sabato, novembre 14, 2015

SALO' O LE 120 GIORNATE DI SODOMA

Salò o le 120 giornate di Sodoma
di Pier Paolo Pasolini
con Paolo Bonacelli, Giorgio Cataldi, Aldo Valletti
Italia, 1976
genere, drammatico
durata, 126'


Quattro signori, il Duca, il Monsignore, Sua Eccellenza e il Presidente, al tempo della Repubblica Sociale di Salò si riuniscono in una villa con 4 ex prostitute, ormai non più giovani, e un gruppo di giovani maschi e femmine catturati con rastrellamenti dopo lunghi appostamenti. Nella villa i Signori per 120 giorni potranno assegnare loro dei ruoli e disporre, secondo un regolamento da essi stessi stilato, in modo assolutamente insindacabile, dei loro corpi. La struttura del film è divisa in 4 parti: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue. Dopo la Trilogia della vita (Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una Notte), Pasolini sente la necessità di affrontare un'opposta, tragica lettura dell'uso della sessualità. Questa volta, ispirandosi all'opera del marchese De Sade, condanna il potere di ogni tempo, non solo quello fascista.

"Ora tutto si è rovesciato. Primo: la lotta progressista per la democratizzazione espressiva e per la liberalizzazione sessuale è stata brutalmente superata e vanificata dalla decisione del potere consumistico di concedere una vasta (quanto falsa) tolleranza. Secondo:anche la "realtà" dei corpi innocenti è stata violata, manipolata, manomessa dal potere consumistico: anzi, tale violenza sui corpi è diventato il dato più macroscopico della nuova epoca umana. Terzo: le vite sessuali private (come la mia) hanno subìto il trauma sia della falsa tolleranza che della degradazione corporea, e ciò che nelle fantasie
sessuali era dolore e gioia, è diventato suicida delusione, informe accidia". Così si
esprimeva il regista in un suo testo del 1975, pubblicato postumo.

Rilette oggi, queste sue parole assumono un valore chiarificatore sugli intenti di un film che cerca lo scandalo e insiste sui particolari più turpi. Nonostante la motivazione, la reazione non si è fatta attendere: si voleva far scomparire per sempre l'opera dalle sale. Proiettato a Parigi per la
prima volta a 20 giorni dall'uccisione del suo autore, il film subì sequestri e dissequestri, ma la sua libera circolazione fu sancita solo dieci anni dopo. Il degrado delle mura entro il cui perimetro si svolgono le azioni ci mostra, grazie al mirabile apporto dello scenografo italiano Dante Ferretti, non solo i segni lasciati dal tempo sull'edificio, ma anche, e soprattutto, quelli ben più significativi di un disfacimento acui sembra impossibile porre rimedio. Quello di Pasolini si pone come un grido di allarme disperato. La mercificazione dei corpi e del sesso sarebbe divenuta, negli anni successivi, sempre più invasiva sotto le mentite spoglie di una apparente libertà. Da parte di alcuni si è voluto leggere il film come una sorta di testamento di Pasolini alla ricerca della morte, ma si tratta, di fatto, di una lettura a posteriori e non necessaria per comprenderne la forza dirompente di un requiem per una civiltà che ormai non è più tale. Salò può sembrare monotono, ripetitivo, a suo modo didascalico, e moralistico come, necessariamente, diventa una rappresentazione che cerchi di ricalcare la struttura dell’inferno.

In tutto il film prevale un unico organo genitale: il fallo. La supremazia del fallo è propria della fase evolutiva che Freud chiama fallica. I personaggi sembrano fissati a questo stadio, nel quale il bambino non conosce ancora la differente costruzione dei sessi.Questa immaturità è confermata dal fatto che nel film non vi è conclusione, così come avviene nella realtà in ogni forma di sessualità perversa o deviata nell’oggetto. In Salò soggettivo e oggettivo, in precedenza tenuti separati nell’intera produzione filmica pasoliniana, si ricompongono come una massa compatta, senza alcuna possibilità diriscatto e, ancor meno, senza alcuna sublimazione. Infatti, esso segna un autentico taglio epistemologico. Non più il mondo da un lato e la coscienza infelice dall’altro, bensì una scrittura che abbraccia tutto, i dettagli e l’insieme, che, metaforicamente, rimuove ogni speranza, implicando tutti nel tetro universo che descrive e che preclude un qualunque alibi e conforto.

Riccardo Supino

giovedì, novembre 12, 2015

68 FESTIVAL DEL FILM DI LOCARNO - IL CINEMA CHE FA STARE BENE: PIETRO MARCELLO PARLA DI BELLA E PERDUTA

In occasione della presentazione di "Bella e perduta", in concorso alla 68 edizione del festival del film di Locarno abbiamo avuto modo di parlare del film con il suo regista Pietro Marcello La seguente è intervista è solo in parte il frutto di domande personali ed è stata realizzata mettendo insieme le dichiarazioni del regista emerse durante la conferenza stampa e nell'approndimento a cui il regista si è prestato per una piccola parte dei giornalisti italiani presenti al festival.



Da che cosa viene la scelta di presentare il film a Locarno?
Principalmente dal desiderio di Carlo Chatrian di avermi in concorso e dal fatto che nel momento in cui ho dovuto dargli una risposta definitva non avevo ricevuto altre chiamate. Il film era stato inviato anche a Venezia però, col senno del poi, credo che Locarno sia un festival che si addica maggiormente alle mio modo di essere. Se ci fossi andato, se fossi stato chiamato probabilmente mi sarei dovuto presentare con Sarchiapone, il bufalo che ho fatto recitare nel film, quindi alla fine è stato meglio così
Per certi versi "Bella e perduta" è un film che sembra ripartire da zero rispetto a quello che avevi fatto prima, parlo anche in termini di linguaggio.
Il mio linguaggio cinematografico si rimodula film dopo film ma fondamentalmente rimane sempre lo stesso. In questo caso "Bella e perduta" è nato da solo perché dopo la morte di Tommaso, il pastore che aveva scelto di prendersi cura della reggia di Carditello, abbiamo dovuto rivedere il piano di lavorazione. All'inizio infatti, volevamo fare un viaggio attraverso le regioni d'italia alla ricerca di personaggi emblematici, poi con la morte di Tommaso, abbiamo deciso di restare nella provincia Casertana per continuare a parlare di lui attraverso Sarchiapone, il bufalo che ha lasciato in testamento al contadino della Tuscia a cui poi Pulcinella lo dovrà recapitare. Da qui anche lo scarto formale del film che, dopo un inizio prettamente documentaristico si trasforma in una vera e propria fiaba, con quello che ne segue in termini di contenuti e montaggio.


Nel film ci sono immagini d'archivio molto esplicite che mostrano le diverse reazioni della popolazione rispetto alla questione della cosidetta Terra dei fuochi.
Volevo far capire alle persone le problematiche legate alla Terra dei fuochi ma ero consapevole del rischio di poter sfociare nel film d'inchiesta. D'altra parte non potevo raccontare quella terra che è anche la mia senza parlare di queste cose. Ancora una volta la morte di Tommaso mi è venuta incontro facendo diventare la storia una vera e propria fiaba.
Te la senti di poter dire che il film è influenzato da film come "Au  Hazard Balthzard" di Robert Bresson e "Uccellini e uccellaci" di Pier Paolo Pasolini.
Sono film che ho visto e che certamente hanno influenzato la mia formazione ma penso che "Bella e perduta" sia un'altra cosa rispetto a quei due capolavori. Di certo però ho pensato spesso al film di Pasolini.
Tu hai affermato di non essere interessato al teatro ma poi nel film proponi Pulcinella che appunto deriva da quella tradizione, non ti sembra un controsenso
In verita la figura di Pulcinella mi è stata ispirata da ricordi che risalgono alla mia fanciullezza e da un vicino di casa che dopo aver finito di lavorare si vestiva da Pulcinella e se ne andava in giro a far divertire le persone. Mi ricordo che un giorno lo vidi mentre si levava la maschera, e forse è stato proprio l'impatto emotivo di quella visione ad aver ispirato la mia versione di questo celebre personaggio. Aggiungo che nel film Pulcinella è interpretato da Sergio Vitolo, un non attore visto che nella vita fa il fabbro, ma certamente l'unico disposto a portarsi dietro un animale di 100kg.


Volevo chiederti se ti eri posto l'idea di che tipo di pubblico potrebbe vedere il tuo film, che differisce molto dai prodotti che arrivano nelle sale e che quindi potrebbe avere difficoltà a trovare spettatori
Sinceramnte non saprei risponderti perché è un problema che non mi pongo. Quando faccio un film lo faccio per me perché è una cosa che mi fa stare bene. Mi rendo conto che di fronte ho un pubblico paratelevisivo, l cui gusto è stato rovinata da anni di cattiva televisione ma io di questo non posso farci niente e di certo non mi fa cambiare il mio modo di girare. Ed è proprio per continuare a mantenere la mia indipendenza che giro con risorse limitate. Con il mio carattere non potrei sopportare intromissioni. Non amo il cinema del reale e penso che a me come regista spetta il compito di trasporre la realtà dal mio punto di vista. Per fare questo devo avere totale libertà.

Ci puoi parlare degli aspetti tecnici e produttivi 

Il film si è potuto realizzare dapprima grazie a Mario Gallotti e successivamente a Paola Malanga di Rai Cinema che voglio ancora ringraziare. Il budget è stato di quattrocentocinquanta mila euro e per quanto riguarda gli aspetti tecnici ti posso dire che ho girato con pellicole scadute, che  mi davamo la possibilità di lavorare con la celluloide e quindi con un prodotto alchemico che non potevo controllare. Lo so che è un paradosso per me che appartengo a una generazione cresciuta con il digitale ma così è per me. Al contrario il film è stato montato con i tempi del documentario e cioè molto velocememte. In questo modo sono stato in grado di risparmiare tempo e denaro.
(pubblicata su ondacinema.it/speciale 68 festival del film di Locarno)

INSIDE OUT

Inside Out
di Peter Docter, Ronnie del Carmen
Usa, 2015
genere, animazione
durata, 94'



Mentre dalle parti del Sol Levante il cartone animato - si pensi agli anime dello studio Ghibli o agli hentai  - è sempre stato normalmente un genere pensato anche per  il mondo adulto, la tradizione occidentale è sempre andata nella direzione esattamente opposta, ovvero quella di relegare i cartoon alla visione per bambini - si veda la filmografia Disney -. Tendenza questa che la Pixar, da qualche anno a questa parte, ha iniziato a invertire già da un titolo come “Up”, e che con “Inside out” sembra aver preso una piega definitiva. Modellamento, quello fatto in quest’ultima produzione, che sembra essere un compromesso - senza le accezioni negative del termine - ideale nel coniugare le necessità di fruizione del pubblico adulto e di quello dell’infanzia, inserendo da un lato un punto di vista che stimola l’occhio critico e dall’altro assolvendo alla finalità commerciale - vedasi lo straordinario successo al botteghino - .

In quest’ottica “Inside out” affianca al divertimento l’indagine sugli imperi della mente di una bambina, la cui crescita emotiva procede parallelamente con gli avvenimenti narrativi dei personaggi - veri protagonisti della vicenda - che nell’immaginario degli autori muovono la coscienza  della ragazzina, mai dimentichi però di essere mossi a loro volta da un contesto esterno che, nello specifico, riguarda un espediente narrativo spesso usato nel mondo adolescenziale, e che già la Pixar aveva usato in “Toy story”, ovvero quello della famiglia costretta al trasloco causando squilibri emotivi alla prole.

Mentre il finale, dopo aver commosso, lascia aperte le porte ad un probabilissimo sequel - “Ormai ha 12 anni, cosa potrà mai accadere?”, alludendo ironicamente ai futuri deliri adolescenziali - bisogna prendere atto che “Inside out”, dal punto di vista della scrittura, è avanti anni luce alla maggior parte dei film in-carne-ed-ossa.
Antonio Romagnoli

mercoledì, novembre 11, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI -THOU WAST MILD AND LOVELY

Thou Wast Mild and Lovely
di Josephine Decker
con Joe Swanberg, Sophie Traub, Robert Longstreet
Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 78'




Era dai tempi dell’esordio alla regia di Philip Ridley, e stiamo parlando di “Riflessi sulla pelle” girato nel 1990, che il cinema anglofono non era stato più in grado di  sublimare in maniera altrettanto potente quella parte di territorio extraurbano che per determinismo ambientale e tradizione culturale costituisce da sempre il cuore pulsante della nazione americana. Ed è proprio a quella dimensione rurale che era stata oggetto d’indagine del collega inglese a funzionare da elemento  scatenante della vicenda che è al centro di “Thou Wast Mild and Lovely”, il lungometraggio con cui Josephine Decker ribalta aspettative e luoghi comuni normalmente associati alla visione di un’esistenza scandita dalle mansioni necessarie alla conduzione della fattoria in cui vivono e lavorano i protagonisti della storia. Che, isolati dal mondo e obbligati a condividere buona parte del tempo libero, si ritrovano a fronteggiare la gelosia di Jeremiah, il padre di Sarah, morbosamente attaccato alla figlia, e per questo deciso a ostacolare il legame di complicità che la ragazza stabile con Akin, temporaneamente impiegato nell’azienda.
Utilizzando il contesto bucolico come amplificatore delle pulsioni dei personaggi e, di conseguenza, del crescendo di tensione e di erotismo che scaturisce dall’ambiguità dei loro rapporti, “Thou Was Mild and Lovely” lambisce i confini che dividono il cinema di finzione da quello documentario, raccontando il paradiso perduto dei suoi protagonisti attraverso un flusso di immagini e parole che, tanto nella forma quanto nei contenuti, sembra continuare sulla scia di quello stream of consciousness inaugurato dal Terence Malick di “Tree of Life”, e poi ripreso, tra gli altri, da un film come “Stop the Pounding Heart”, di cui quello della Decker potrebbe essere la versione noir


Perchè “Thou Wast Mild and Lovely”, svincolandosi da qualsiasi giustificazione che non sia quella riguardante la riproduzione della specie, salvaguardata al di là di ogni merito e giustizia (come testimoniano gli esiti del drammatico finale), intraprende una strada alternativa al film di Minervini mediante un depistaggio che, lasciandosi indietro ogni parvenza di poesia precipita, lo spettatore in un gorgo di ossessioni seducenti e malsane. Qualcuno ha fatto il nome di David Lynch ma poco importa, perché se “Thou Wast Mild and Lovely” ha un merito, è quello di farci appassionare al talento della sua regista e alla bravura dei suoi splenditi attori; tra i quali, con una menzione speciale vogliamo ricordare Sophie Traub, autrice di un’interpretazione che nella resa emotiva del suo personaggio ci consegna una figura femminile davvero indimenticabile. 

BASETTE



Basette
di Gabriele Mainetti
con Valerio Mastandrea, Daniele Liotti, Marco Giallini
durata 16'38''
Italia 2008


Da un po' di tempo a questa parte, anche grazie alla definitiva consacrazione del digitale, molti autori giovani si sono affacciati - e sempre più numerosi continuano a farlo - sul panorama cinematografico nazionale smentendo le voci che vorrebbero rappresentare il cinema italiano contemporaneo come un cadavere in decomposizione. Perché se è vero che un certo sentimento massonico continua ad influenzare le più importanti case di distribuzione e di produzione,  Gabriele Mainetti - e come lui tante eccezioni che iniziano ad essere un numero sostanzioso -  ora definitivamente lanciato con "Lo chiamavano Jeeg robot", si era già fatto notare nel 2008 col cortometraggio "Basette", cortometraggio nel quale la criminalità di borgata si fonde al "fan movie" che omaggia i personaggi di Lupin e dei propri fedeli compagni di furti - splendide le caratterizzazioni, in particolare quella di Jigen -. L'abilità visivo/narrativa di Mainetti s'intravede quindi già in quest'operazione complessa, nella quale fonde la dimensione neo-realista della  micro-criminalità  - appartenente, questa, agli angoli bui di una Roma fatiscente - alla maniera della commedia da fumetto, tutto volto ed evidenziare e a restituire una dignità poetica a immaginari opposti che solo uno spunto brillante come quello di Mainetti poteva amalgamare. 
Antonio Romagnoli 

Qui il link per vedere il cortometraggiohttps://www.youtube.com/watch?v=NMs7lQt9DsA

martedì, novembre 10, 2015

LE ANTEPRIME DE I CINEMANIACI - EXPERIMENTER

Experimenter
di Michael Almereyda.
con, Peter Sarsgaard, Wynona Ryder, Kellan Lutz, Dennis .Haysbert.
USA 2015
genere, drammatico
durata, 90'




"Per correggere un difetto, l'uomo preferisce
alla qualità antagonista il difetto simmetrico".
- N.G.Davila -


1961, università di Yale (CT), Stanley Milgram (in aramaico melograno)/Sarsgaard, giovane studioso di scienze sociali conduce, coadiuvato da una piccola equipe, una serie di esperimenti inerenti il comportamento umano finalizzata all'indagine dei meccanismi spontanei o indotti che regolano le reazioni dei singoli di fronte al binomio comando/obbedienza. Contrariamente all'opinione accademica corrente, scopre ben presto che una percentuale significativa dei partecipanti - mai inferiore al 65% - risponde ad una sollecitazione autoritaria con atteggiamento passivo (nonostante il palese conflitto morale che essa ingeneri): ossia, tende ad acconsentire all'esecuzione di un ordine ricevuto benché esso, inequivocabilmente, comporti una punizione (nello specifico: il test messo a punto da Milgram e dai suoi collaboratori prevede la presenza di due volontari - uno dei quali, all'insaputa dell'altro, e' membro del gruppo di ricerca - a cui vengono assegnati i ruoli di insegnante e di allievo e che, sistemati in stanze attigue prive di comunicazione visiva, vengono chiamati a seguire uno schema per cui, dati dei quiz a risposta multipla in cui ciò che conta e' la corretta memorizzazione degli abbinamenti stabiliti, ad ogni valutazione errata dell'allievo corrisponde l'invio di una scarica elettrica ad intensità crescente da parte dell'insegnante).

Milgram, uomo all'apparenza invisibile, aplomb tolteco (prevale, nel film, la tessitura di un unanime grigiore a partire dall'insistenza dell'occhio cinematografico sui toni bruni e sfumati), si dimostra da subito puntuale e inflessibile nella raccolta dei dati, nel loro studio e successiva analisi ma soprattutto nella conclusiva elaborazione di tesi poco ortodosse - e quindi mal digerite - che con certosina perizia arrivano a smontare buona parte delle convinzioni condivise circa le risposte psicologiche (e le conseguenti ricadute in termini di azione abitudinaria) dell'uomo animale-sociale a sollecitazioni legate all'accettazione/diniego di un'imposizione.


Almereyda si appropria della vicenda di Milgram ripercorrendola lentamente e secondo le tappe fondamentali che ne hanno caratterizzato il percorso di scienziato e di uomo, avvalendosi di una gran copia di materiale di prima mano proveniente dall'attività pubblicistica e cattedratica del suo protagonista. Minuziose ricostruzioni delle sessioni dell'esperimento che lo hanno reso - sebbene in modo controverso - noto, si alternano a scampoli di una vita privata ordinaria (Milgram - persona in ogni caso dotata di una qual distante ironia - incontra e in breve sposa Sasha/Ryder, con cui imbastisce un sodalizio tanto umano, coronato dalla nascita di due figli, che, in parte, professionale, per via delle prestazioni di collaborazione a latere da lei curate) ma come sospesa/sacrificata dall'impellenza di una ricerca che giunge ad interessarsi delle interrelazioni logiche/psicologiche che coinvolgono gruppi umani sempre più vasti, fino a lambire altri campi di studio - più o meno affini - che vanno dal comportamentismo, agli approfondimenti sull'origine del conformismo; dalla verifica della teoria dei sei gradi di separazione, alla disamina degl'ingranaggi mentali che stanno alla base della formazione del cosiddetto senso comune, e a produrre rielaborazioni di carattere generale intorno, ad esempio, al principio di stato d'agente, in base al quale gl'individui di una società complessa, causa il progressivo restringimento delle capacita' di organizzazione (e controllo) degli aspetti di un vivere oltremodo composito - a loro volta strettamente relati ad occupazioni sempre più specialistiche esperite quasi solo come funzioni di un preciso mansionario; stili di vita vieppiù routinari; riduzione degli spazi reali d'intervento sulle dinamiche che stabiliscono le linee d'indirizzo comuni - finiscono quasi inconsapevolmente con l'assoggettarsi, opponendo, cioè, una resistenza via via minore, all'autorità.


Secondo un metodo narrativo prevedibile ma efficace nel sottolineare l'attitudine analitica di Milgram avvezza ad osservare la realtà tutta come un immenso campo di applicazione in tensione continua tra formulazioni teoriche e tentativi sperimentali, costituito, per dire, da riflessioni e congetture pronunciate direttamente verso lo spettatore, come dalla presenza di sovrapposizioni fotografiche e fondali posticci al posto della usuale ripresa dal vero degli ambienti, Almereyda registra i singoli stati d'avanzamento di un intelletto costantemente al lavoro, arrivando spesso - al termine di sentieri disseminati di grumi di una sommessa inquietudine - alla pressoché indistinguibile sovrapposizione tra elaborazione mentale e quotidiano spicciolo, in cui si smarrisce (o non e' più così netta) la pertinenza degli ambiti di ciascuno. Milgram, detto in altro modo, progredisce/vive di fronte al nostro sguardo in relazione diretta alle giravolte della sua indagine, al punto da constatare criticamente ma fuggevolmente e con l'impassibilità tipica di uno di quei referti che per un'intera esistenza ha stilato, persino la propria morte, avvenuta per arresto cardiaco, al termine di un percorso concettuale parte dei cui assunti alimentano ancora il dibattito di una contemporaneità tutt'altro che a riparo dalle contraddizioni da esso sollevate, in un giorno di fine dicembre del 1984.
TFK

lunedì, novembre 09, 2015

SPECTRE

Spectre
di Sam Mendes
con Daniel Craig, Lea Seydoux, Christoph Waltz, Monica Bellucci
Italia, 2015
genere, azione
durata, 150'


In missione per conto della defunta M, che gli ha lasciato un video e un incarico spinoso da risolvere, James Bond sventa un attentato e uccide Marco Sciarra, terrorista legato a Spectre, una misteriosa organizzazione criminale tentacolare. Il suo colpo di testa gli aliena Gareth Mallory, il nuovo M alle prese con pressioni politiche, e Max Denbigh, membro del governo britannico, che non vede l'ora di mandare in pensione i vecchi agenti dell'MI6 e di controllare con tanti occhi le agenzie del mondo. Congedato a tempo indeterminato, Bond prosegue la sua indagine contro il parere di Mallory e con l'aiuto dei fedeli Q e Moneypenny. Tra un funerale e un inseguimento, una vedova consolabile e una gita in montagna, l'agente 007 stana Mr. White, una vecchia conoscenza con crisi di coscienza e una figlia da salvare. Bond si fa carico di entrambe e protegge Madeleine Swann dagli scagnozzi di Spectre, amministrata dal sadico Franz Oberhauser. È lui l'uomo dietro a tutto, è lui il megalomane da eliminare. Madeline la chiave per risalire.

Spectre affonda nelle pieghe dell’animo di Bond: per la prima volta vediamo il suo appartamento, le sue foto da bambino e scopriamo dettagli personali sconosciuti, per non parlare delle varie volte in cui ritorna il nome di Vesper Lynd, la donna che 007 ha amato di più. Sono brevi momenti che contrastano con l’immaginario classico del vecchio Bond, in linea con il reboot della quadrilogia messo in atto da Neal Purvis e Robert Wade per dar vita a un eroe post-moderno, umano e meno mitologico.


Il bello del 24mo Bond è che recupera i cliché, ma li sovverte con humor: si pensi a quando, ordinando il solito Vodka Martini agitato non mescolato, si vede rifilare un beverone salutista, fino alla scena della resa dei conti dall’esito a sopresa e all’abbandono della consueta misoginia, episodio con la vedova Sciarra (Monica Bellucci) escluso, naturalmente. Con un occhio alla tradizione e uno alla modernità, Spectre attua un ribaltamento dell’iconografia, che serve a rendere credibile l’evoluzione finale dell’eroe, il suo soffermarsi a riflettere sul percorso complessivo della sua esistenza.

Con una manovra azzardata, Sam Mendes prende lo 007 che avevamo lasciato in "Skyfall" e lo porta in "Spectre" ripercorrendo passo dopo passo la galleria dei cimeli del suo passato e della sua mitologia, per metterlo di fronte allo specchio (anche letteralmente, in più di un'occasione) e reinventarlo radicalmente, proprio come logica prosecuzione di questo cammino.

E allora ecco che, scena dopo scena, tornano i vodka martini, le Aston Martin - quelle del presente, ma con le levette uscite dagli anni Sessanta e quelle del passato - la Walter PPK, i treni vecchio stile, le Rolls e lo scagnozzo di goldfingeriana memoria, il confronto con le proprie radici: il tutto mentre Bond è costretto a cambiare. Anzi, vuole cambiare: deviare da vecchi stili di vita per abbracciarne di nuovi.


Non è un caso, forse, che abbia un nome proustiano la donna che sarà strumento del suo riconciliarsi col “tempo perduto”, quella Madeleine che gli consentirà di guardare in faccia tutti i fantasmi della sua vita, che gli si ripresenteranno davanti in una scena clou. È, probabilmente, frutto di una scelta ponderata il fatto che le prime scaramucce tra i due si svolgano su un treno, come già era avvenuto tra lui e Vesper in "Casino Royale". Sam Mendes conclude la sua avventura bondiana con un finale nettamente freudiano: è necessario riconciliarsi con quello che è stato per poter aprirsi a un futuro del tutto inedito.
Riccardo Supino

domenica, novembre 08, 2015

10 FESTIVAL DEL FILM DI ROMA - OURAGAN, L'ODISSE'E D'UN VENT/HURRICANE, A WIND ODISSEY

Ouragan, l'odissee d'un vent/Hurricane, A Wind Odissey
di Cyril Barbacon, Jaqueline Farmer
Francia, 2015
genere, documentario 
durata, 85'



"Enough about you, let's talk about life for a while/
The conflicts, the craziness and the sound of pretenses
falling all around... all around".
- A.Morissette - 


Tra le pieghe di un concetto allo stesso tempo scomodo e cogente come quello della Fine (più volte ricordato altrove), s'annida una delle varianti il cui peso viene spesso ridimensionato a favore di una più subdola quanto perversamente compiaciuta soluzione antropica: il disastro naturale definitivo.

Proprio tale spauracchio, tutt'altro che irrealistico, serpeggia qua e la' e affiora - a tratti - tra le immagini che spiano lo splendore impenetrabile di una primordiale possanza, catturato dal terzetto anglo-francese autore di questo "Hurricane, a wind odyssey", sulle tracce del percorso fisico-geografico segnato dal cosiddetto uragano atlantico: dalle origini sotto forma di pigra brezza a lambire, in un giorno d'agosto, le pianure del Senegal; in crescita rapida lungo il transito oceanico, fino a raggiungere le dimensioni e la potenza - nonché la statura simbolica - di un fenomeno meteorologico di categoria 4, con venti superiori ai 250 km/h (e un occhio centrale azzurro tenue immerso in un'atarassia tutta sua ad una pressione tra gli 880 e i 920 mbar), con le conseguenze sconvolgenti immaginabili, in specie per ciò che attiene gl'insediamenti umani.


Le inerzie stabilite nel corso di milioni di anni secondo uno schema tanto all'apparenza brutale quanto nel profondo insostituibile e - paradossalmente - fragile nel possibile sfasamento delle sue variabili, si rincorrono in sequenze che alternano spesso un ansioso stato di quiete ad una sorta d'ineluttabilità catastrofica la cui spinta fondamentale all'incessante ripristino di un punto di equilibrio - entro cui, date certe condizioni stabilizzate ma fatalmente destinate al decadimento, se ne instaurano senza indugi di nuove, allo scopo di promuovere comunque una rigenerazione (piccoli crostacei sopravvissuti al passaggio del nume, per dire, riguadagnano, furtivi ma decisi, il sentiero dell'acqua) - nella nostra contemporaneità, caratterizzata in via preponderante dalla proliferazione delle attività della specie sapiens a cui, banalmente, corrisponde una costrizione dell'ambito vitale di ogni altro organismo, sembra sempre più virare, per l'anomala interazione delle spinte in campo, verso la manifestazione periodica di brandelli di apocalisse anticipata, nei confronti della quale ci si e' disposti oramai persino con una certa svagata apatia. Non si spiegherebbe altrimenti la costanza - molto più affine, qui, alla stoltezza che alla coerenza - con cui vengono ripristinate, a fronte di quelli che allo stato attuale possono essere considerati veri e propri avvertimenti (l'incidenza generale degli uragani è in costante aumento, così come la dilatazione degli estremi dell'intervallo della loro stagione e la frequenza dei fenomeni più violenti), le inaffidabili consuetudini di partenza. La massa atlantica che devasta Porto Rico, s'abbatte "come un mietitore" su parte del territorio insulare cubano, recupera energia e travolge la zona costiera degli Stati Uniti meridionali (Louisiana), in altre parole, apre di certo la strada ad un cambiamento significativo degli eco-sistemi interessati (nella foresta portoricana - El Yunque - lo sfoltimento di alberi ad alto fusto consente l'esposizione diretta al sole di varietà vegetali rimaste in latenza per decenni) ma, come con chiarezza mostrato, lascia pressoché inerte l'animale umano il quale, o resta - comprensibilmente - attonito di fronte alla devastazione, predisponendosi, però, di fatto, all'ennesima, identica, strategia di ricostruzione, o accumula dati e statistiche, nella vaga prospettiva di stabilire un criterio affidabile di prevedibilità.

Poggiato, come detto, sul doppio binario dell'attesa e della valutazione delle conseguenze, "Hurricane..." propone, in aggiunta, "il dio delle Tempeste" come vero e proprio protagonista della vicenda, soggetto che parla di sè, spiega i propri intenti, adduce motivazioni, ammonisce. Se l'idea è interessante (per quanto non nuova) - modulata, nel caso, nei toni di una suadente voce femminile - da un punto di vista mirato a sottolineare la concretezza vivente di un'epifania naturale, parte della sua realizzazione lo è meno, concertata com'è sui ritmi di una sorta di poeticismo arcadico e sentenzioso (peraltro ricorrente nel documentario naturalistico francese) che, espediente antico ma sempre inefficace, tenta di esorcizzare avvicinandola una forza che non ha la minima possibilità di controllare. Nemmeno, poi, ci fosse ancora chissà quanto tempo...

(Come spesso accade, non determinante il 3D).
TFK


LA FOTO DELLA SETTIMANA




























Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini (Italia, 1962)

sabato, novembre 07, 2015

IO CHE AMO SOLO TE

Io che amo solo tedi Marco Ponti
con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Maria Pia Calzone
Italia, 2015
genere, commedia
durata 



Il cinema che va in vacanza, o per meglio dire, il cinema che manda in vacanza il pubblico. A secondo dei punti di vista, il merito o il difetto di un film come “Io che amo solo te” è quello di non far pensare lo spettatore, distraendolo dai problemi del quotidiano con un lungometraggio che racconta i colori, il mare e le persone di un’isola che non c’è prestata a mo di cartolina alla storia di Marco e Chiara, i quali, arrivati alla vigilia delle nozze si ritrovano a fare i conti con i dubbi e le paure che precedono il giorno del matrimonio, quando, dopo una serie di tira e molla sentimentali che in diversa maniera li ha visti capitolare sotto il peso delle proprie responsabilità, si ritrovano davanti all'altare con l'impressione di non rappresentare l'idea che uno ha dell'altro. Come se non bastasse, a rincarare la dose ci si mettono pure i rispettivi genitori che, in un valzer di rimpianti e recriminazioni, trovano l'occasione per rispolverare  quella promessa d'amore a cui in gioventù non ebbero la forza di tenere fede. 


Trattandosi di una commedia sentimentale, e avendo a che fare con un regista abituato a raccontare la versione agrodolce dei rapporti uomo donna, tutto finirà per il meglio non prima di aver dato sfoggio al campionario di tipologie caratteriali  previste dal copione; che, in ordine di apparizione vedono in prima fila l'inedita coppia rappresentata da Michele Placido nel ruolo di Don Mimi, il padre di Marco e di Maria Pia Calzone in quello di Ninella, la madre di Chiara, davvero in parte nel gioco di specchi che li fa entrare in dialettica con la coppia protagonista di cui diventano in qualche modo il modello da tradire per arrivare alla felicità. Seguiti a breve distanza dalla gran cagnara di famigliari parenti e amici che in questo tipo di film servono per arricchire il cartellone di nomi e di volti in grado di soddisfare la trasversalità del prodotto, in cui tra gli altri trovano posto la prezzemolina Luciana Littizzetto nella parte della cognata brontolona e ancora  i "fidanzati per finta" Eva Riccobono e Eugenio  Franceschini che all'insegna dell'adagio "nessuno e' perfetto" diventano i portabandiera di un film che si fa promotore di un sistema di valori capace di aprirsi al nuovo senza rinunciare al buono che c'era prima. Come testimoniano Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti, attori molto contemporanei  a cui Marco Ponti dona un look e un'ingenuità da poveri ma belli. 







venerdì, novembre 06, 2015

10 FESTIVAL DI ROMA - FREEHELD, AMORE, GIUSTIZIA E UGUAGLIANZA

Freeheld
di Peter Sollet
con Julianne Moore, Helen Page, Michael Shannon, Steve Carell
Usa, 2015
genere, drammatico
durata, 103' 



Non è la prima volta e temiamo non sarà l'ultima che accadrà di ragionare sull'opportunità di presentare cinebiografie come quelle che arrivano sui nostri schermi. Il motivo del ragionamento è conseguente all'incapacità dei film in questione di soddisfare i requisiti di approfondimento e di rigore che dovrebbero costituire il presupposto indispensabile per legittimarne la realizzazione e che, al contrario (l'ultimo dei quali è rappresentato da"The Program" il film di Stephen Frears incentrato sulla figura di Lance Armstrong) si rivelano incapaci di giustificarla. Carenze che sono state impietosamente evidenziate dalla qualità di documentari come "Citizen Four" e "Going Clear: Scientology e le prigioni della fede" che dei suddetti biopic costituiscono l'alter ego capace di esaltare le istanze di realtà tipiche del formato all'interno di struttura drammaturgia che riesce ad essere appassionante e tesa come quella dei thriller e dei crime movie. Così, in'attesa di saperne di più dal confronto che tra breve metterà uno di fronte all'altro "Jobs", il nuovo film di Danny Boyle e "Steve Jobs: The Man in the Machine" ultima fatica del documentarista Alex Gibney, la festa del cinema di Roma ci offre l'opportunità di continuare a trattare la questione grazie a "Freeheld" di Peter Sollet, lungometraggio che ricostruisce la vicenda di Laurel Hester e della compagna Stadie Andree, protagoniste nei primi anni del nuovo secolo di una lungo contenzioso contro la decisione della contea di Ocean County in New Jersey di negare alla Hester - malata terminale e prossima alla morte - il diritto di lasciare la  pensione alla propria partner.


La disputa, che assunse fin da subito la fisionomia di una lotta per la parità dei diritti civili e del matrimonio e che ricevette il sostegno di vari movimenti della comunità LGBT riscosse l'interesse del cinema che del caso si occupò attraverso la produzione di un cortometraggio che fu capace di vincere l'Oscar della sua categoria. Ora, considerato che il film di Sollet oltre a essere un biopic è anche la riproposizione in chiave fiction del documentario di cui abbiamo appena parlato, non si può fare a meno di chiedersi, prima di entrare nel merito degli esiti raggiunti, se  davvero fosse necessaria un'operazione di questo tipo. Detto che il "Freeheld" presentato alla festa del cinema di Roma non è una copia allungata del suo prototipo ma prende in considerazione anche gli anni più felici della coppia, quelli che precedettero la scoperta della malattia e dell'impegno militante, la discriminante favorevole potrebbe essere fornita dall'opportunità di sfruttare la popolarità degli interpreti per allargare la visibilità della storia di Laurel (Julianne  Moore) e Stadie (Helen Page). Un scelta che permette a chi scrive di agganciarsi all'analisi della materia filmica, condizionata non poco negli aspetti formali dalle implicazioni di un contenuto che vuole essere particolare e insieme universale; manifesto esistenziale di una comunità che nell'affermare la propria identità si impegna a mostrarne la continuità con i valori della quotidiana convivenza. Sul piano filmico questa volontà trova la sua coerenza nelle scelta delle attrici che impersonano le due donne, con la presenza della Page divenuta dopo il suo coming out una delle esponenti più note e considerate del movimento GLBT, bilanciata da quella di Julian Moore che la recente vittoria dell'Oscar  ha proiettato in una dimensione di successo generalizzato e privo di etichette. E poi in una regia, che non sappiamo quanto consapevolmente, tende a tipizzare situazioni e modi di essere, al fine di eliminare tutte quegli aspetti che potrebbero circoscrivere la vicenda e quindi spiegarla in ragione di condizioni riferibili unicamente al suo contesto geografico e culturale e non, come invece fu, alla reazione di un bisogno che appartiene all'essenza stessa della condizione umana.



Parimenti al film della Tognazzi (Io e lei), anche quello di Sollet nel ricercare una trasversalità che gli consenta di esprimersi senza urtare la suscettibilità dei benpensanti è costretto a lasciare fuori campo gli aspetti più sconvenienti e meno rappresentabili della tenzone, adeguandosi a una omologazione che è quella della maggior parte dei biopic attualmente in circolazione. Così a mancare e' soprattutto quel surplus d'energia e di determinazione che appartenne alla realtà delle persone coinvolte nella vicenda e che invece sembra mancare a personaggi del film. Senza mai prevedere una parola fuori posto o una reazione fuori dalle righe, e con i cattivi che così non sono, "Freeheld" risulta troppo ecumenico per riuscire ad appassionare come invece dovrebbe.
(pubblicata su ondacinema.it)                

HOME VIDEO - JURASSIC WORLD

Jurassic World
di Colin Trevor
con Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Vincent D'Onofrio
Usa, 2014
genere, 124'


Più che a Jurassic World verrebbe da dire "benvenuti in casa Spielberg". E questo perchè non solo il nuovo episodio dedicato alla saga del parco più "mostruoso del pianeta" ricalca con varianti impercettibili gli altri capitoli della serie ma anche per il fatto che è solo qui che gli ammiratori del grande regista americano potranno ritrovare parte di quello spirito ludico e di quella fantasia che a partire dal 1975 avevano reso grandi film come "Lo squalo", "E.T" e "Indiana Jones", capaci di rinnovare il concetto di spettacolo coniugandolo con un robusto merchandising. Diventato "adulto", il buon Steven ha messo da parte la voglia di divertirsi senza perdere la proverbiale lungimiranza che a un certo punto della carriera gli ha permesso di diventare il Tycoon di se stesso  e che ora, a quattordici anni dalla regia di "Jurassic Park", lo spinge a rituffarsi, in veste di produttore, in questo "Jurassic World", presentato dal diretto interessato come la naturale prosecuzione del film del 93.


Rispetto al prototipo, il film di Colin Trevorrow certamente non può contare sulla sorpresa provocata dalle prime immagini dei dinosauri in movimento, ne sullo stupore della sala scaturito dal realismo degli effetti sonori – alla prima uscita il frastuono dei passi del Tyrannosaurus - Rex divenne presto il parametro su cui misurare la bontà dei primi home video – ma offre comunque la possibilità di ritrovare gli stilemi e le situazioni più tipiche del cinema spielberghiano, spalmati ad arte su un sottotesto che ripropone l’eterno scontro tra scienza e natura, con la seconda pronta a ribellarsi ai condizionamenti imposti da chi la vorrebbe sottomettere.



Da questo punto di vista “Jurassic World” non tradisce le attese, con gli autori pronti a ricreare quella commistione di avventura spaventevole e insieme rassicurante, che deve in egual misura alla conoscenza dei meccanismi dell'intrattenimento e della suspence, quanto alla riconoscibilità di alcuni dei luoghi più tipici del cinema spielberghiano; a cui "Jurassic World" rende omaggio attraverso un percorso di formazione che conferma il primato dei rapporti affettivi su quelli sentimentali, qui, come sempre nei film del regista di "E.T", messi in disparte anche di fronte all’evidenza rappresentata dal rapporto tra i personaggi di Chris Pratt e Bryce Dallas Howard, impegnati a evitare la catastrofe e nel frattempo calati in una schermaglia dialettica che prelude all’amore. Rispetto ai film della sua categoria "Jurassic World" si fa apprezzare per il realismo degli effetti speciali e per la capacità di costruire sequenze di senso compiuto, laddove gli odierni blockbuster  privilegiano sensazionalismo visivo e frenesia ipercinetica. Solo per questo sarebbe da non perdere.   

giovedì, novembre 05, 2015

THE LAST WITCH HUNTER


The Last Witch Hunter
di Breck Eisner
con Vin Diesel, Elijah Wood, Rose Leslie, Michael Caine
Usa, 2015
genere fantasy
durata 106’

Il fantasy è un genere che negli ultimi anni va per la maggiore sia sul grande schermo che in televisione. Dai fasti della trilogia de “Il signore degli anelli” di Peter Jackson alla saga di Harry Potter, arrivando fino al serial televisivo come “Il trono di spade”, il fantasy ha un successo mondiale con un pubblico di appassionati fedele e vasto. Questo “The Last Witch Hunter” è buon ultimo arrivato, in un sottogenere – quello dello sword and sorcery -  dove la magia e lo scontro tra bene e male, in un ambiente fantastico in un’epoca remota senza tempo, ne sono le caratteristiche principali.
Qui il “cacciatore” di streghe Kaulder è interpretato dal muscolare (e simpatico) Vin Diesel che intorno al XIII secolo riesce a uccidere la regina delle streghe in uno scontro feroce, dove però subisce una maledizione che lo rende immortale. Otto secoli dopo, ai giorni nostri, Kaulder è al servizio di un ordine cripto religioso che, insieme a un consiglio della magia, mantiene una specie di tregua tra gli umani e le streghe e i maghi. Però la regina non è completamente morta ed è pronta a ritornare per vendicarsi di Kaulder e conquistare il mondo, con l’aiuto di maghi e streghe che praticano la magia nera.


“The Last Witch Hunter” mette in scena un mondo parallelo che prende a piene mani da un immaginario cinematografico e televisivo, a dire la verità senza molta originalità e con una sceneggiatura veramente infantile. Abbiamo così Kaulder che fa il verso al MacLeod di “Highlander”; la società segreta delle streghe e dei maghi sembra uscita da un film di “Blade”; Kaulder è aiutato da una giovane strega “buona” con potenti poteri interpretata da Rose Leslie che invece di uscire da “Il trono di spade”, dove fa parte del cast, sembra invece ispirarsi a una della sorelle Halliwell della serie degli anni 90 “Streghe”. Insomma un patchwork confuso e male assortito dove anche le interpretazioni di Michael Caine e di Elijah Wood, nella parte dei Dolan che si tramandano la missione di essere l’aiutante religioso del cacciatore di streghe, sono sottotono per dei personaggi che a tratti rasentano il ridicolo per le battute messe loro in bocca e per le loro psicologie tagliate con l’accetta. L’uso poi di una CGI per le sequenze degli scontri tra Kaulder e gli adepti della magia nera fa rimpiangere gli efficaci e divertenti numeri di “Willow”. 
Quasi sicuramente poi non hanno giovato le continue revisioni del copione, passato nella mani di differenti sceneggiatori, e la rinuncia del regista kazako Timur Bekmambetov, sostituito da Breck Eisner, il cui unico merito è quello di essere il figlio del produttore della Walt Disney Michael Eisner. Insomma, “The Last Witch Hunter” è un’operazione commerciale con lo scopo esplicito di creare un franchise sfruttando le capacità attrattive di Vin Diesel e l’onda lunga del genere del momento, incurante però dei minimali livelli di buon gusto e divertimento per un normale Blockbuster.
Antonio Pettierre




LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI - ROCK THE KASBAH

Rock the Kasbah
di Barry Levinson
con Bill Murray, Kate Hudson, Bruce Willis, Zooey Deschanel
Usa, 2015
genere, commedia
durata, 116'


Parafrasando il titolo di una delle canzoni simbolo del punk  inglese, portata al successo dai Clash del compianto Joe Strummer, il nuovo film di Barry Levinson non può sottrarsi dalle responsabilità artistiche conseguenti alla scelta di quella citazione. Perché ricollegandosi allo spartito musicale di Strummer e soci e ricordando la dirompente irriverenza delle loro esibizioni, facciamo fatica a ragionare su “Rock the Kasbah” senza tenere conto delle aspettative che il ricordo di quella musica aveva prodotto rispetto ai presupposti narrativi che stanno a monte della vicenda raccontata in “Rock the Kasbah”. Perché oltre al fatto di presentare l’inedita commistione tra la comicità surreale di Bill Murray  e la tragedia evocata dai fantasmi di una guerra (afghana) che non è mai terminata, c’era da tenere conto del potenziale dissacratorio – e quindi della risonanza con la canzone di cui abbiamo accennato – insito nel personaggio di Richie Lanz, il manager musicale che, totalmente avulso dal contesto ambientale in cui ad un certo punto si ritrova, è chiamato suo malgrado a rappresentarne il corpo estraneo che fa saltare il banco. Come puntualmente accade quando Richie, nel tentativo di rimediare alla fuga della cantante che gli ha fatto perdere i soldi dei concerti organizzati a favore delle truppe americane, si mette in testa di sfruttare le straordinarie doti canore di Saleema, una ragazza pashtun che vive in un villaggio della provincia afghana.



Interpretato da Murray, il personaggio di Richie è per forza di cose il termometro emotivo della storia tanto negli aspetti dinamici, legati al coraggio che ad un certo punto lo spingono a imbarcarsi nell’impresa di riuscire a iscrivere la ragazza al talent show Afghan Star, versione locale del programma American Idol; sia quando la sceneggiatura, dovendo distinguere tra buoni e cattivi, assegna al protagonista il compito di incarnare i valori di una democrazia (americana) giusta e universale, attraverso una persuasività e una simpatia che, nella sfida vincente alle regole delle legge islamica, messe in discussione quando il padre della ragazza vuole negare alla figlia il diritto di esibirsi in pubblico, ribadisce la filosofia di una nazione cresciuta nella convinzione di essere il principio di tutte le cose. Murray dall’alto della sua maestria caratterizza le contraddizioni del protagonista – diviso da aspirazioni artistiche e voluttà mercantili - tratteggiando una tipologia umana amabilmente difettosa. Al contrario di Levinson che, forse condizionato dalla flemma del suo attore, forse semplicemente a corto d’ispirazione, si rende artefice di una regia troppo compassata per riuscire a trasmettere l’energia che la storia e il titolo del film gli mettono a disposizione. 

mercoledì, novembre 04, 2015

TUTTI PAZZI IN CASA MIA

Tutti pazzi in casa mia
di Patrice Leconte
con Christian Clavier, Carole bouquet, Rossy De Palma
Francia, 2015
Genere Commedia
durata, 79'

A differenza dell’esempio italiano, i drammaturghi d’oltralpe hanno saputo preservare quasi intatta la propria maniera del fare commedia. Non fa eccezione in tal caso “Tutti pazzi in casa mia” – “Une heure de tranquillité” il titolo originale al solito storpiato malamente dalla distribuzione italiana – che narra di come Michelle Leproux, professionista egocentrico oltre ogni limite, per tutta una serie di imprevisti non riuscirà a trovare un momento da dedicare al rarissimo disco “Me, Myself and I”, comprato per caso e per pochi soldi al mercato delle pulci.

Tutta la serie di stratagemmi narrativi che fanno procedere il racconto lasciano intendere fin da subito che il testo di partenza proviene dal teatro e soprattutto che è proprio il teatro la fonte – pare inesauribile - dalla quale un certo tipo di cinema francese attinge per non prosciugarsi a sua volta. Accade dunque che gli stereotipi di partenza caratterizzanti i personaggi passino in secondo piano rispetto all’efficacia con la quale l’equivoco di molieriana memoria s’inserisce in un tessuto drammaturgico pressoché perfetto, non precludendosi la possibilità di un finale poetico e tutt’altro che scontato.

Al netto di una costruzione impeccabile, l’unico difetto appartiene ancora una volta alle modalità distributive italiane e si tratta  del doppiaggio, che sta diventando una vera piaga per i film d’autore che arrivano nelle nostre sale e che va ad impoverire ulteriormente la cultura cinematografica di un pubblico – quello italiano – già di per sé abbastanza lacunosa e problematica.
Antonio Romagnoli

martedì, novembre 03, 2015

BELLI DI PAPA'

Belli di papà
di Guido Chiesa
con Diego Abantantuono, Antonio Catania, Matilde Gioli
Italia, 2015
genere, commedia
durata, 100'


A voler guardare le cose da un’unica prospettiva ci sarebbe di che preoccuparsi; perché apprendere che uno come Guido Chiesa, capace di imparare il mestiere da gente del calibro di Jim Jarmush e Amos Poe e, in virtù di questo, di girare film che di quei maestri ne possedevano il rigore e la mancanza di compromessi, sia oggi il principale artefice di un prodotto tutto sommato convenzionale e facile come “Belli di papà” non può non far pensare all’ineluttabilità con cui certi meccanismi produttivi finiscano per mortificare le aspirazione dei più volenterosi. Se invece proviamo ad allargare lo sguardo ad altre possibilità che non siano quelle di un cinema duro e puro, magari rifacendosi a quel modo di fare che Chiesa ha conosciuto negli States e che consente anche agli autori più apprezzati di quel paese di concedersi a operazioni di pura speculazione commerciale, allora la faccenda cambia. Perché in questo caso i discorsi intorno al film in questione non dipendono più dal suo grado di parentela che questo con la  precedente filmografia del regista quanto piuttosto dalle modalità con cui l’autore riesce a mantenersi fedele all’onestà del suo sguardo.



Così, con il film ancora ai nastri di partenza la questione principale per Chiesa era quella di non perdere la faccia di fronte ad un modello produttivo che applicava a memoria il format utilizzato da buona parte delle nostre commedie, e che prevedeva tra le altre cose una storia a dimensione privata, incentrata sui risvolti sentimentali scaturiti dalle dinamiche interne a un gruppo ristretto di persone; e ancora un ambientazione che nella necessità di usufruire degli incentivi economici offerti dalla Apulia film commission  si preannunciava come l’ennesima rappresentazione del presepe pugliese. Entrando nei dettagli, “Belli di papà” esibiva un copione incentrato sulle vicissitudini di Vincenzo, imprenditore milanese che nell’intento di dare una lezione ai figli indolenti e viziati finge di trovarsi in bancarotta e con la scusa di dover fuggire dalle grinfie della finanza di obbligare la famiglia di riparare a Taranto  dove i ragazzi si devono confrontare con i sacrifici e le complicazioni della vita lavorativa.


Detto che - incredibile ma vero - i personaggi e le situazioni presenti nel canovaccio di “Belli di papà” non sono il frutto di un’idea originale ma piuttosto l’adattamento di uno sconosciuto film messicano, bisogna dire che il lavoro effettuato da Chiesa per dotare il film di una propria identità può considerarsi riuscito. E questo perché, se è vero che “Belli di papà” non è esente dai difetti tipici di un prodotto costruito per andare incontro ai gusti di un pubblico generalista, e quindi a quelle semplificazioni fatte di clichè e di stereotipi che gli consentono di raccontare situazioni e personaggi immediatamente riconoscibili, allo stesso tempo la regia di Chiesa riesce a dare spazio ad alcuni segni di distinzione che vale la pena di citare; primo tra tutti quello di una scelta paesaggistica meno scontata del solito, in cui il buen ritiro della masserie pugliesi e gli scorci balneari delle coste salentine vengono sostituite da abitazioni in rovina (per esempio la casa natale di Vincenzo decadente e decrepita) e da un degrado urbano che per il fatto di trovarci a Taranto sembra riflettere sulle conseguenze dei danni provocati dalla sconsiderata gestione dello stabilimento dell'Italsider, non a caso presente con le sue ciminiere sullo sfondo di alcune inquadrature. 


E, sullo stesso piano, per esserne la diretta conseguenza del primo, la presenza di una fotografia che diventa espressione di questa precarietà; con le luci contrastate e lo spessore dei colori  che attenuano non poco l’ottimismo e la joie de vivre  normalmente attribuite all'iconografia meridionale. Chiesa scegli dunque una strada meno folklorista e più cinematografica, forte anche della prestazione di un attore mostre come Diego Abatantuono che nel mix di istinto e tempi comici si conferma tra i pochi capaci di avvicinare la tradizione della grande commedia all'italiana. Il film meriterebbe solo per lui ma se si è disposti a cercare il divertimento e il buon umore stanno anche altrove.

lunedì, novembre 02, 2015

QUELQUES HEURES DE PRINTEMPS


Quelques heures de printemps
di Stéphane Brizé
con VIncent Lindon, Florence Mignon
Belgio, 2012
Genere, drammatico
Durata, 109’


Ci sono film di cui è complicato parlare. A rendere difficile un discorso, in questo caso, non è la cripticità della storia e neanche la mancanza di contenuti, bensì il tema, quello di un rapporto tra una madre e un figlio minato da una malattia incurabile che lascerà alla donna poche settimane di vita. Quando Alain quasi per caso lo scopre siamo già a metà del film e, nel frattempo, abbiamo assistito ad un legame caratterizzato da non detti carichi di rabbia e di impotenza destinati a confluire negli attacchi di collera del figlio nei confronti dell'anziana madre, incapace di saper gestire la presenza di quel figlio appena tornato a casa dopo essere uscito di prigione per un reato che non conosceremo mai. L'omissione, viste le altre presenti nel corso della vicenda, è la caratteristica più evidente di un film che fa del pudore e del rispetto, nei confronti di una storia che mette a nudo il dolore dei suoi personaggi, la sua cifra contenutistica e formale.

E' proprio con questa sottrazione che si riesce a non perdere niente dal punto di vista emotivo e della costruzione dei caratteri ma che, anzi, vengono arricchiti di una drammaticità struggente e dignitosa: Brizé si serve di queste peculiarità per arrivare al suo atto conclusivo, quello del suicidio assistito presso una clinica svizzera in cui la distanza emotiva accumulatasi durante tutto la storia si scioglie in un abbraccio finale, quello che congederà per sempre il figlio dalla propria madre in una sequenza destinata a rimanere tra i ricordi più importanti dell'intera stagione cinematografica, per il carico di significati e la compostezza realizzativa. Se "Quelques heures de printemps" è, come si suol dire, un film di scrittura per il meccanismo perfetto della sua sceneggiatura, molto della sua riuscita è dovuta anche alla direzione attoriale che ci regala una coppia di interpreti, come il redivivo (da un po' di tempo) Vincent Lindon nei panni di un uomo ostinatamente attaccato al proprio disagio, e di Helen Vincent in quello della madre di Alain, perfetta nel rendere una laconicità densa di parole. In attesa della fatica di Marco Bellocchio, quest'opera sembra quasi cavalcare molti degli argomenti che già oggi si sono scatenati attorno al tema dell'eutanasia di cui questa pellicola, laica, si fa portatrice.
(pubblicata su ondacinema.it/speciale 65° edizione del festival del film di Locarno)

    

domenica, novembre 01, 2015

LA FOTO DELLA SETTIMANA





















Io la conoscevo bene, di Antonio Pietrangeli (Italia, 1965)

KREUZWEG - LE STAZIONI DELLA FEDE

Kreuzweg - le stazioni della fede

di i Dietrich Brüggemann 
con Lea Van Aken, Francisca Weisz
Germania, 2014
genere, drammatico
durata, 114'



Ripercorrendo  i momenti che condussero Cristo in cima al Calvario, “Le stazioni della fede”, film per l’appunto diviso in quattordici capitoli, racconta altrettanti fasi della vita di Maria, quattordicenne cresciuta in una famiglia devota alla società di San Pio dodicesimo, organizzazione religiosa che ha come peculiarità quella di rifiutare ogni punto del Concilio Vaticano II. Facile immaginare come una ragazza di quell’età, divisa tra l’educazione dogmatica più estrema e le turbe adolescenziali, possa subire effetti psichici devastanti derivanti dalla repressione etica/morale inculcatale dalla famiglia.

Ogni capitolo è composto da un’inquadratura fissa – scelta questa che verrà tradita con alcuni movimenti di macchina, seppur necessari, negli ultimi momenti del film, spezzando “l’incantesimo” che fino a quel momento attrae magneticamente chi guarda – eppure c’è una continuità sorprendente rispetto a ciò che dovrebbe apparire spezzato e/o slegato. Continuità data in primo luogo dalla fotografia, che va rarefacendosi parallelamente allo sviluppo drammaturgico, dalla recitazione impeccabile di tutto il cast e, soprattutto, dalla continuità geometrica che sussegue i vari “quadri” che compongono il film. Nonostante il finale sembri quasi forzato nel dover a tutti i costi raggiungere numericamente le fasi della via crucis, la sceneggiatura per buona parte del film regge perfettamente specie nel momento in cui bisogna restituire la dicotomia, cui facevamo riferimento precedentemente, circa l’ambiguità dell’adolescente avviata sulla strada – che sarebbe bene definire vicolo cieco – del dogma.


A rendere interessante - oltre che inquietante - la pellicola s’aggiunge, infine, la rappresentazione di una schizofrenia caratterizzante il fondamentalismo religioso – e quello cattolico, in questo, poco ha da invidiare al “cugino islamico” – andando ad individuare anche all’interno di una tragedia come questa  elementi grotteschi restituendoci un mondo costruito su una complessità troppo spesso data per scontata.
Antonio Romagnoli