domenica, dicembre 13, 2015

FRONTE DEL PORNO: AVA ADDAMS


Soavemente a riparo dalle contraddizioni del principio di piacere, volteggia inesausta ma sempre leggiadra - 
nonostante rotondità inesorabili e pressoché sempre al lavoro - AvaAddams, super wonder woman del porno: eroina negletta (o sarebbe meglio dire sotterranea) di svariati milioni di frames a luci cremisi. Già l'anagrafe fittizia - a pensarci, tra i più banali birignao del cosiddetto cinema di serie A (la creatura nasce, altresì, come Alexis Roy, a fine anni '70, da genitori francesi trapiantati negli USA) - cortocircuito a suo modo simbolico tra fraintendimenti, ammicchi - e chissà - illusioni infrante, richiama alla memoria (oltrechè ai sensi) scampoli di un immaginario cinematografico al tempo tipicamente americano, di grande impatto popolare e di una non comune quanto bizzarra malìa. Se, di fatto, il nome della Nostra Impavida non può che scontrarsi fin quasi a sovrapporsi a quello di un'altra divina, la Gardner - donna totale "di un intero secolo", Ellroy docet - femmina di bellezza contundente e dagli appetiti non meno variegati sebbene, come da cronache, spesso tumultuosi, ecco che il patronimico Addams rincorre e tenta di riprodurre, non senza alcune curiosità fisiognomiche - l'ovale allungato, i lunghissimi capelli livrea di corvo, un certo aplomb distante - addirittura fascinazioni adolescenziali legate alla frequentazione (si suppone televisiva) dell'omonima famiglia di-nero-vestita risalente agli anni '30, strambo e ironico coacervo d'innocuo gusto-del-macabro calato entro dinamiche parentali simili assai al mènage quotidiano di certa middle class alle prese con le più ovvie consuetudini/scelleratezze dell'american way of life: le tensioni moglie/marito, i problemi di crescita di una prole difficile, le spassose follie dell'anziano di casa, et. Tutto in chiave pacatamente dissacratoria e lucidamente anacronistica.




Nell'ipertrofia selvaggia, nei parossismi di forme e colori del porno, Ava Addams cala (è il caso di dirlo e con tutto ciò che ne segue), al tempo, con l'esuberanza fisica della pin-up da fusoliera di B-29 (labbra sottili, piccolo naso impertinente, chioma da Medusa di soap-opera pomeridiana, occhi scuri e curiosi: complessione fondamentalmente asciutta su cui spiccano seni ubertosi più o meno intatti e gambe tornite in genere issate su tacchi/trampoli di centimetratura indefinita) e la sufficienza ammodo dell'attivista "per la salvaguardia del granchio violinista" ("o delle mammole"), nonchè di quella delle famose/famigerate commesse-dei-negozi-del-centro, riuscendo spesso a provocare uno scarto - minimo quanto si vuole ma tant'è - un grumo d'imprevedibilità nel forsennato meccanismo idraulico del sesso a gettone. Scarto che è propriamente e completamente questa sorta di assente naturalezza da modernissima sfinge che scimmiotta la seduzione ben oltre il grottesco e sempre con un sorriso furbo sulle labbra; offre per intero il proprio catalogo di delizie come se sul serio non ci fosse altro da desiderare al mondo ed esso solo bastasse ad imporgli una tregua duratura; incarna e recita il piacere sul binario singolo dell'illusione per cui esso rima sempre con soddisfazione (demenziale e spassoso il suo arrovesciare lo sguardo negl'istanti di godimento incontrollabile: pantomima che richiama certe maliziose promesse di fantasmagorici deliqui, per palesi motivi solo accennati, quindi doppiamente erotici, di un'altra allusiva sexy girl come Betty Boop), ben al di qua, nella sua linearità ludico-ginnica dal ghetto (o, a seconda dei punti di vista, suprema liberazione) del porno più brutale od estremo.

In tal senso, i ruoli - stereotipatissimi ma essenziali nelle fantasie porno - e gli ambienti - perlopiù, nella loro trasfigurazione dovuta all'usura della ripetizione, oramai improbabili: dalle eterne camere da letto e docce, ai proverbiali backyards ingombri di utensili da giardinaggio, tinozze con cumuli di biancheria da lavare e cassette da carpentiere-meccanico-elettricista; per tacere di soggiorni sempre indecisi tra l'opulenza che certifica il raggiungimento di un certo status nella graduatoria sociale - leggi: del denaro - e un minimalismo che occhieggia a sedicenti più raffinati modi d'intendere le relazioni, a consapevolezze squisite tali da impreziosire eventualmente anche la monotonia borghese del sesso - sembrano per un attimo sfuggire, sotto l'egida svagatamente prepotente della Addams, al rigido determinismo che li vuole sempre e solo meri simulacri e sfondi, griglie di contenimento per un tritacarne a cui non deve sfuggire il più irriflesso dei rantoli, e caricarsi di un'intenzione in egual misura futile ma rilassante, morbidamente vacua ma non aggressiva, competitiva ma non perentoria, sempre passibile, cioè, di un teorico grado zero dell'indulgenza, entro cui anche il sesso prova a sganciarsi dalla zavorra delle sue mille implicazioni per tornare ad essere un gioco, nè più nè meno insensato di tanti altri (a tal proposito risultano persino astratti certi filmati, molto spesso di breve durata, nella gran parte dei casi montati a casaccio con inquadrature insistite o sgangheratamente endoscopiche, in cui Ava "non fa nulla", se non esserci-mostrandosi ad un occhio che non ha la minima idea di come leggerla che non sia la reiterazione passiva dell'evidenza della sua venustà). Sfilano, allora, per dire, sempre le stesse mogli insoddisfatte; le stesse tiranniche erinni da ufficio; le stesse solerti ma disinibite questuanti del porta-a-porta e le stesse madri premurose che svezzano assieme figlie e rispettivi fidanzati. E sfilano nei soliti salotti con divani ampi un ettaro; nei soliti finti uffici/recinti d'ingrasso tre-metri-per-tre; sull'uscio delle solite porte di legno a vetri; dentro le solite camere da teenager in odore di college... Eppure la presenza/consistenza quasi assorta di Ava - di certo, a questo punto, campionessa di abnegazione ma, soprattutto, inopinata latrice di una qual enigmatica impenetrabilità - finisce per avere successo, a tratti, nel restituire ai predetti ruoli e ai predetti ambienti parte della loro plausibilità, primo passo sulla strada dell'approssimazione del mistero del Cinema al mistero del vero


Tanto che il suo immancabile uscire dalla pugna otto volte su dieci con quello che potrebbe essere ricondotto ad un generico appagamento, getta una luce clemente anche sulle prestazioni schiavili dei suoi innumerevoli partner, officianti privilegiati ma casuali di un rito pagano di cui lei sola e' in grado di far funzionare l'intima chiave - attrezzi surdimensionati senza storia per volti senza storia e sforzi degni di miglior causa (tranne, forse, nel caso, tra i pochi, del crudele James Deen: vedere, per credere, la sua interpretazione in "The Canyons" di Schrader) - quasi alla fine compensati della loro funzione marginale di macchine condannate alla resistenza da un ingranaggio che esaspera il dubbio circa l'impossibilità di equilibrare la già non ben tarata bilancia lavoro/piacere.

Unica tra le Semiramidi ipotetiche di una modernità dissanguata dai suoi stessi spettri - fra cui il sesso non e' che il più vistoso - la Addams dispensa e rinnova, allora, ai suoi (quanti ?) sudditi, per una manciata di byte, la suggestione più stupida e più appetitosa, più infantile e più esigente: quella di una accessibilità gentile e senza apparenti controindicazioni. Detto così, sembra il Paradiso, sebbene artefatto (quindi, paradossalmente, persino, sul serio, al di la' del reale). O forse, più mestamente, è solo uno dei tanti, vecchi Inferni secreti dal nichilismo incompleto di una morente ex-Civiltà.
TFK

sabato, dicembre 12, 2015

IL PROFESSOR CENERENTOLO

Il professor Cenerentolo 
di Leonardo Pieraccioni
con Leonardo Pieraccioni, Laura Chiatti, Massimo Ceccherini,  Flavio Insinna
Italia, 2015
genere: Commedia
durata: 90'


Umberto è un ingegnere che ha tentato una rapina in banca ed è stato colto con le mani nel sacco. Per questo sta scontando oltre tre anni di pena nel carcere di Ventotene, ma può frequentare la biblioteca locale e girare film educativi insieme ai compagni e al direttore. Durante la proiezione del suo ultimo film, Umberto incontra Morgana, una bella insegnante di ballo, che lo scambia per un operatore culturale e pare interessata a frequentarlo. Lui alimenta l'equivoco e si inventa mille occasioni per uscire dalla prigione, nella quale, però, deve obbligatoriamente rientrare a mezzanotte, proprio come accadeva a Cenerentola.
Non è un film impegnato "Il professor Cenerentolo", ma una commedia sulla traccia di una favola che racconta di un padre che ha sbagliato e che deve rimediare con una figlia adolescente. In mezzo una storia d’amore e gli immancabili personaggi eccentrici. Alcuni interpreti - Sergio Friscia nei panni di un carcerato siciliano, Lorena Cesarini in quelli della figlia del direttore del carcere e Davide Marotta nel ruolo di Arnaldino, l'addetto alla biblioteca - gestiscono bene lo spazio loro assegnato.

È apprezzabile il desiderio di Pieraccioni, come sempre regista e protagonista delle sue commedia, di introdurre novità nel genere: in questo senso, la regia ha qualche momento felice. Il tentativo, però, forse, non è riuscito fino in fondo. Si ride per alcune gag, per qualche battuta, ma la pellicola non è esaltante: il ritmo è lento, la storia non molto originale e  la sceneggiatura  un po' scricchiolante. Il carcere sembra un villaggio vacanze e si trova su un’isola del Lazio in cui tutti parlano toscano  e napoletano. Il vero problema, però, è una storia un po’ confusa, e in cui si riscontra un difetto tipico delle commedie prodotte in Italia in questi anni: si soffermano sugli sketch, sulle gag, sui singoli momenti, quasi dimenticandosi di costruire un racconto che dovrebbe coinvolgere dall’inizio alla  fine.
Solo verso la fine del film si intuisce quale strada avrebbe potuto percorrere Pieraccioni per tornare alle sue radici e a un argomento veramente personale: si tratta del momento in cui Umberto dichiara la sua inadeguatezza alla figlia nata da un precedente matrimonio e la prega di perdonargli i suoi difetti. In quel rapporto c'era una storia tenera e potenzialmente divertente, pur nel suo pathos sotteso.
Riccardo Supino

A PERFECT DAY


A Perfect Day
di Fernando León de Aranoa
con Benicio Del Toro, Tim Robbins, Melanie Laurent, Olga Kurylenko
Spagna, 2015
genere, drammatico
durata, 106' 


Non capita tutti i giorni di assistere alla proiezione di un piccolo film girato nei balcani e finanziato con soldi europei, in grado di mettere insieme un cast internazionali composto da attori americani come Benicio Del Toro e Tim Robbins, abituati a figurare in bel altri palcoscenici e qui convinti dalla bontà della causa a spendersi a favore di una storia che ha il merito o potremo dire il coraggio di riportarci nel 1995 quando dopo una lunga e sanguinosa guerra gli stati dell’ex Iugoslavia si apprestavano a firmare il cessate il fuoco. “A Perfect Day” racconta quei giorni attraverso le vicissitudini di un gruppo di operatori umanitari impegnati ad assistere la popolazione locale, aiutata nella risoluzione dei tanti problemi quotidiani. Una missione umanitaria che il regista spagnolo Fernando Leon De Aranoa racconta nello spazio di una giornata esemplare, chiamata a rappresentare nel bene e nel male le conseguenze di quel conflitto attraverso la precarietà degli eventi che scaturiscono dal tentativo di Sophie, B e Mambrù di rendere salubri le acque di un pozzo, inquinate dalla presenza del cadavere di un uomo senza identità. La ricerca della fune necessaria a rimuoverne il corpo sarà l’inizio di un viaggio drammatico e picaresco all’interno di un paese senza identità e nella natura selvaggia e aspra che lo fa assomigliare in una sorta di far west contemporaneo, in cui tanto nelle dispute tra bambini – con i ragazzini che rubano un pallone con la minaccia di una pistola -  che nelle questioni di stato – i militari dell’Onu che si attengono agli ordini senza tener conto del buon senso -  a farla da padrone è la legge del più forte.


Il regista è bravo a tenere insieme le due anime del film, infittendo la trama con una serie di episodi, a volte divertenti, come quello che vede i nostri impegnati a fronteggiare le rimostranze di un cane inferocito, a volte così tragici, da rasentare l’indicibile, come in effetti succede quando Aranoa sceglie di non mostrare la macabra scoperta che a un certo punto del film coinvolgerà il destino del ragazzino a cui Mambrù (Del Toro) ha promesso di regalare un pallone. Senza dimenticare che il fatto di svolgersi lontano dal fronte e in una atmosfera in cui la guerra viene restituita dalla povertà e dal degrado della popolazione piuttosto che dall'agone dei soldati in battaglia,  aumenta la mancanza di senso di cui si macchia ogni conflitto  e che "Perfect Day", con il suo sguardo minimale e antiretorico rappresenta. Al resto ci pensano le facce degli attori e soprattutto quella di Benicio Del Toro a cui basta allontanarsi da Hollywood per ritornare a essere quello di sempre.

venerdì, dicembre 11, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI - QUEL FANTASTICO PEGGIOR ANNO DELLA MIA VITA

Quel fantastico peggior anno della mia vita
di Alfonso Gomez-Rejon
con Thomas Mann, Olivia Cooke
Usa, 2015
durata, 104'


Nato come fucina di giovani talenti il Sundance Film Festival di Robert Redford si è progressivamente spogliato delle caratteristiche più innovative diventando di fatto uno dei serbatoi privilegiati della grandi Major che un poco alla volta hanno finito per condizionarne la creatività, diventata  con il passare degli anni sempre meno originale e sempre più standardizzata. Una tendenza che “Quel fantastico peggior anno della mia vita” - gran premio della giuria dell’ultima edizione della kermesse americana - sembrava confermare per il carico di vezzi e di stranezze di cui si faceva garante. E che riguardavano tanto la forma, dominata da colori pastello di ispirazione fumettistica e corredata da una serie di inserti di animazione che oramai sono un must imprescindibile della commedia indie, quanto nei contenuti, incentrati sul solito coagulo di adolescenze fuori dal coro per carattere e stile di vita (Greg e Earl i due protagonisti maschili nel tempo libero realizzano filmini amatoriali che fanno il verso a titoli più o meno rinomati). In questo caso però, a fare la differenza con quanto abbiamo detto è la condizione di Rachel, la terza protagonista del film che ammalandosi di leucemia e costretta a lasciare temporaneamente la scuola mette in moto gli avvenimenti che inducono Greg a diventargli amico e a fargli da supporto durante il decorso della patologia.



Diversamente da “Colpa delle stelle”  che inseriva il tema della malattia all’interno del contesto tipico del film di genere giovanilista per arrivare a replicare con qualche sorriso e molto romanticismo le situazioni che erano state di “Love Story”, il film di Gomez-Rejon esorcizza il dramma di Rachel cercando una via d’uscita  nella dimensione tragicomica dei suoi personaggi e in special modo nelle disavventure di Greg che, prossimo al diploma e consapevole delle responsabilità che lo attendono  di li a venire, enfatizza le paure tipiche della sua età attraverso una diversità che potrebbe essere quella del giovane Holden di salingeriana memoria. Ma l’intelligenza sarcastica e un pò saputella con cui “Quel fantastico peggior anno della mia vita” infarcisce la sua storia non riuscirebbe a cancellare la sensazione di deja vu che deriva dalla scontata successione degli eventi se non fosse per la modalità con cui il film viene al dunque rispetto al destino della sfortunata ragazza. E’ in questo momento che “Me, Earl and the Dying Girl” (questo il titolo originale del lungometraggio), complice uno dei finali più emozionanti e sorprendenti degli ultimi tempi, riesce a trovare il senso di ciò che racconta, assumendo le forme di un romanzo di formazione che rimane nel cuore prima ancora che negli occhi.

giovedì, dicembre 10, 2015

NE' GIULIETTA NE' ROMEO

Nè Giulietta nè Romeo
di Veronica Pivetti
con Corrado Invernizzi, Veronica Pivetti, Sara Sartini, Pia Engleberth
Italia, 2015
genere, Commedia
durata, 104'


Rocco è un adolescente, figlio unico d Olga, madre iperprotettiva, e di Manuele,  padre sciupa femmine. Olga e Manuele hanno divorziato, lei fa la giornalista e ha idee progressiste, lui è psicanalista e va in televisione a presentare i suoi best seller. Rocco frequenta il liceo con i suoi migliori amici, la vulcanica Maria e il placido Mauri. L'unico suo problema, almeno apparentemente, è la presenza del bullo della scuola, che lo tormenta fin da quando erano bambini.
"Né Giulietta, né Romeo" segna il debutto alla regia di Veronica Pivetti, che ha anche collaborato alla sceneggiatura e recita nel ruolo di Olga. L'attrice riempie il suo esordio cinematografico di trame e sottotrame, e lo fa durare troppo. La direzione degli attori è disomogenea: ne fanno le spese soprattutto il suo personaggio e il giovane attore protagonista, Andrea Amato. 


La sceneggiatura commette alcuni errori: primo fra tutti quello di rendere Olga incoerente, non tanto perché si dichiara progressista e si scopre retrograda, quanto perché le sue reazioni al comportamento del figlio diventano sempre più improbabili e improntate all'enfasi televisiva. Infine la tematica omosessuale viene trattata come se fosse un corpo estraneo: molto poco delle dinamiche relazionali fra Rocco e i ragazzi cui è attratto appare autentico, e l'ambiente gay viene rappresentato in maniera stereotipata. Anche il mondo dei giovani è raccontato in modo "antico". L'impronta resta quella del tv movie, dunque se verrà proiettato in televisione, probabilmente, risulterà maggiormente godibile.


"Né Giulietta, né Romeo", però, ha anche alcuni significativi pregi: la scrittura dei dialoghi, ad esempio, che sono brillanti, freschi, originali. Il personaggio della nonna di Rocco, Amanda, e quello di Maria sono molto divertenti, grazie alla recitazione elegante dell'ottima Pia Engleberth e a quella sorprendentemente naturale di Carolina Pavone, un'esordiente assoluta che è la vera rivelazione del film. Anche Corrado Invernizzi è efficace nel ruolo di Manuele, che è, forse, quello la cui scrittura è la più riuscita. Infine una menzione merita l'abilità della Pivetti nel condurre le riprese: compie, infatti, alcune scelte interessanti, ad esempio la conversazione in corsa fra Maria e Rocco, e quella in macchina fra Olga e la madre, la cui efficacia è accresciuta dal sapiente montaggio di Federico Conforti.
Riccardo Supino

martedì, dicembre 08, 2015

ABACUC - INTERVISTA A LUCA FERRI


Qualche settimana fa è apparsa su questo blog la recensione ad "Abacuc", un film che si pone l'obiettivo di tornare all'essenzialità del cinema. Oggi siamo lieti di pubblicare un'intervista che abbiamo avuto l'opportunità di fare al regista, Luca Ferri.



Buonasera, Luca. "Abacuc" è il primo lungometraggio apparso al cinema, ma non la sua prima esperienza. Ci racconta qualcosa di ciò che l'ha preceduto.

C'è tutta una filmografia, nata tra gli anni 2002 e 2011, che ormai non mi rappresenta più. Nel 2011, poi, c'è stata la svolta, con la presentazione a Pesaro di "Magog". Da lì tutti i lavori hanno riferimenti linguistici maturi, più allineati al mio modo di scrivere. È stato un lavoro lungo, che ha comportato 4 anni di riprese. È stato molto complesso: mi sono occupato di tutto completamente da solo, dalla messinscena alla fotografia.


Dunque si può dire che rinnega parte della sua produzione passata.

In quella produzione ci sono elementi che ritornano, ma non c'è la conoscenza del mezzo cinematografico e l'idea di cinema portata avanti da "Magog" in poi. Sono esperimenti che non fanno riferimento al concetto di "testamento" e che, quindi, non si confrontano con il tema della morte, nettamente presente solo da "Magog" in poi.

Da cosa deriva la sua scelta di fare un cinema incentrato sulla morte

L'idea nasce dal fatto che non si può non pensare alla morte. Poi tutto il mio cinema è comico, anche questo tema è affrontato con ironia. Il mio cinema trae spunto da altre forme d'arte: letteratura, architettura, musica.

A proposito di questo, in "Magog" il riferimento è a "Gog e Magog" di Giovanni Pascoli.

No. Il riferimento è a Giovanni Papini, che ha scritto un'opera intitolata "Gog". Lo ritengo un autore straordinario, la cui opera contiene passaggi strepitosi. Papini ha avuto una vita molto attiva, nell'ultimo periodo è diventato anche cristiano. 

Il suo cinema, quindi è colto. Nel pensarlo, aveva in mente un target specifico a cui rivolgersi.

No, non è rivolto solo alle persone colte. Sono riconoscente al critico Giulio Sangiorgio, che ha dimostrato che il problema non è il pubblico, ma l'idea di pubblico che i selezionatori hanno. "Ecce Ubu" e "Curzio e Marzio", ad esempio, sono stati colti nella loro essenza anche dalle persone più umili.

Quindi non c'è il pericolo di essere fraintesi

Ovviamente ci sono vari livelli di lettura: se si riconosce la presenza di Donizetti in "Abacuc", per esempio, passa qualcosa in più, ma si può comprendere la mia opera anche senza cogliere le citazioni. La citazione è un aspetto anche comico. Utilizzo autori per lo più obsoleti, ma molto comici.


Quindi non ci sono difficoltà a far accettare al pubblico questo tipo di cinema. Immagino, però, che sia abbastanza complicato fare tutto da solo, senza molti aiuti.

È chiaro che comporta grandi sacrifici e un grande coinvolgimento da parte dell'autore. I miei film sono stati fatti con poco: per lo più senza budget. A volte, un certo tipo di cinema deve vedere il limite come un'opportunità. Non bisogna scoraggiarsi: si può fare molto anche con pochi mezzi.

A proposito di mezzi, gli strumenti e le tecniche adoperati nella sua produzione, in "Abacuc" in particolare, sono quelli del passato: da cosa deriva il desiderio di tornare alle origini del cinema. 

Nella mia opera "Habitat Piavoli" si parla esplicitamente della necessità di tornare a un linguaggio precinematografico. Credo che ci siano ancora aspetti legati allo stupore per il mezzo che valga la pena approfondire.

Quindi questo è solo l'inizio.

Sì: l'idea è di fare, da qui in poi, un cinema che non vuole sedersi. Non bisogna accontentarsi, per non rischiare di finire etichettati.


Ritiene, dunque, riduttivo incasellare il suo cinema in uno specifico genere. 

Forse è cinema di genere, forse tutto il cinema è di genere. Ma il mio cinema è un continuo rimettersi in gioco. Poi, naturalmente, qualcosa in comune c'è. Da "Magog" a "Una società di servizi" ci sono undici lavori, che hanno tutti qualcosa in comune. 


Un'ultima domanda, per concludere, sulle collaborazioni con Dario Agazzi e Lab80. Può raccontarci come sono nate.

Agazzi l'ho conosciuto tramite un mio libro, "Fiori di broca", che lui aveva letto. Lab80 è una realtà territoriale di Bergamo molto importante: ha un grande coraggio. Mi permetto di aggiungere, tra le varie collaborazioni, una realtà di Bologna: Nomadica. È un circuito autonomo di registi significativi, anche internazionali, gioco forza esclusi: Bruno Munari, ad esempio. Poi ci sono collaborazioni saltuarie, tra cui quella con Enrico Mazzi, insieme al quale ho condotto un ultimo lavoro a Torino.
Riccardo Supino

REGRESSION

Regression
di Alejandro Amenabar
con Ethan Hawke, Emma Watson
Usa, Spagna. 2015
genere, thriller
durata, 106'


Se lo scrivere di cinema ci ha insegnato qualcosa questo riguarda soprattutto la necessità di andare oltre a ciò che appare nella certezza che i film, a qualunque genere essi appartengano, sono in grado di fornirci le informazioni necessarie a interpretarli. Di “Regression” per esempio a risultare significativa è la notizia che riguardava la decisione di anticiparne la presentazione americana con due uscite tecniche, rispettivamente in Spagna e in Italia, che di norma vengono utilizzate per salvaguardare i prodotti più deboli, quelli che in vista della verifica casalinga sperano di recuperare posizioni raccogliendo consensi e buoni incassi nei mercati che gli sono più favorevoli. Era successo così per il remake americano de “Il segreto dei suoi occhi”, uscito prima nelle nostre sale e poi in quelle degli Stati Uniti, capita la stessa cosa al film di Alejandro Amenabar che per il suo primo film girato in terra americana (“The Others” e “Agorà” pur prodotti dalle major era stati girati fuori da quei confini) ritorna al genere a lui più congeniale, il thriller, per raccontare la storia di una violenza famigliare che si trasforma in un incubo quando il detective Bruce Kenner, incaricato di scoprirne le ragioni, si convince che il crimine commesso sia il risultato di una manipolazione orchestrata dai membri di una sedicente setta satanica, attiva nel paesino del Minnesota in cui si svolge la vicenda.


Lavorando sull’inconscio dello spettatore, portato a dubitare sul reale significato di ciò che sta vendendo, Amenabar come accadeva in “Apri gli occhi” e in “The Others” trasforma l’indagine del protagonista in una viaggio allucinato e allucinante alla ricerca della verità. A differenza degli esempi appena citati però, la sovrapposizione tra sogno e realtà appare meno naturale e più forzata alla pari della recitazione che, almeno per quanto riguarda Ethan Hawke e Emma Watson, sembra essere fuori sincrono rispetto al tono e alle situazioni proposte dalla sceneggiatura. La quale, nel raccontare i misteri della storia preferisce farlo in maniera esplicita invece che suggerita, costruendo un dispositivo incapace di sfruttare le potenzialità insite nella valorizzazione di ciò che rimane al di fuori del campo visivo.  Esattamente il contrario di quello a cui ci aveva abituato il cinema di Alejandro Amenabar, che in questo caso non riesce ad andare al di là di un onesto anonimato.

domenica, dicembre 06, 2015

A BIGGER SPLASH

A Bigger Splash
di Luca Guadagnino
con Tilda Swinton, Mathias Schoenaerts, Dakota Johnson, Ralph Fiennes                  
Italia, Francia 2015
genere, drammatico
durata, 120'


In epoca di imperante conformismo essere una voce fuori dal coro può avere anche i suoi vantaggi. Nel caso di Luca Guadagnino questa condizione di alterita' e' però qualcosa che va al di là di ogni convenienza e che invece dipende dalla naturale predisposizione del regista a superare i confini di ciò che è lecito immaginare. "A Bigger Splash", il suo nuovo film lo dimostra in ogni aspetto della sua realizzazione. A partire dalla scommessa di rimettersi in gioco dopo il successo di "io sono l'amore", confrontandosi con un classico del cinema francese - "La piscina" di Jaques Deray - sulla cui struttura il film di Guadagnino si modella, e soprattutto per la scelta di proporre una storia che nel suo porsi al di fuori della stretta attualità e nel ribadire la predominanza dell'istinto sulla ragione, della forma sui contenuti, della bellezza sulla logica,  ribadisce l'autarchia dell'autore, ancora una volta svincolato dai parametri che almeno in Italia determinato il cotè culturale di qualsiasi forma di espressione artistica. Per non parlare del fatto di essere riuscito a mettere insieme il cast più internazionale per quello che riguarda il film italiano, con l'attrice feticcio Tilda Swinton coadiuvata da star del calibro di Raph Fiennes, Matthias Schoenaerts e della Dakota Johnson di "Cinquanta sfumature di grigio". In realtà a fronte di un impianto visivo che nel glamour dei suoi interpreti, nella fluidità del girato e nell'armonia delle sue composizioni restituisce l'idea di un cinema bello da vedere e da ascoltare (con la colonna sonora che pesca ta i classici del rock e della musica classica) "A Bigger Splash" sotto la sua colorata leggerezza è un melodramma sugli infingimenti della natura umana e sull'instabilità dei sentimenti che l'attraversano. Come dimostra l'ambivalenza dei rapporti instauratisi all'interno del sodalizio vacanziero costituito dalla coppia formata da Marian Lane, rock star musicale che ha perso temporaneamente la voce e da Paul, il suo fidanzato, a cui si aggiunge quasi subito quella formata da Harry Hawks, discografico con cui in passato aveva avuto una relazione e Penn, la figlia di cui l’uomo ha da poco scoperto di essere padre.


Mantenendo invariato l’impianto narrativo e sostituendo l’entroterra di Saint Tropez con quello di Pantelleria Guadagnino tradisce il modello francese, rendendo meno nette le differenze tra i caratteri come pure i motivi che volgeranno la storia in tragedia, anche qui come nel film di Deray, legati alla fascinazione dei presenti nei confronti di Penn, la cui bellezza acerba e conturbante finisce per rompere gli equilibri del gruppo di persone che con lei condivide le giornate nella villa siciliana. In questo modo ad essere diverso non è tanto l’intreccio della storia, che seppur con itinerari diversi finisce per arrivare alle stesse conclusioni dell'omologo francese, quanto piuttosto il tono drammaturgia che alla decadente inquietudine dei personaggi affianca una jeu de vivre che traspare non solo dal vitalismo di alcune sequenze, prima fra tutte quella in cui vediamo il personaggio di Ralph Fiennes scatenarsi sulle note dei mitici Rolling Stones ma anche dalla presenza pulsante del paesaggio naturale, fotografato in maniera tale da farne sembrare i personaggi letteralmente fagocitati. Il risultato è un panteismo endemico che si alimenta delle contraddizioni stesse dei protagonisti, a prima vista lontani dalle ipocrisie tipiche della società borghese e invece, come dimostrano le reazioni di fronte ai comportamenti di Peen - lei si avulsa da ogni tipo di morale - intimamente legati a quel tipo di consuetudini. 



Da questo punto di vista “A Bigger Splash” costituisce la versione cosmopolita di “Io sono l’amore”, a cui lo lega lo scenario in cui si svolge la vicenda, anche qui costituito da una casa/dimora chiamata a simboleggiare l’universo culturale e sociale dei personaggi e poi la tipologia dei contenuti, ancora una volta legati alle dinamiche di una collettività le cui regole vengono messe in discussione dall'inserimento di un elemento estraneo. Si potrebbe pensare al cinema di Visconti di cui “Io sono l’amore” era debitore. In questo caso invece riconoscendo a Guadagnino il proprio marchio di fabbrica, ci sentiamo di avvicinare il film di Guadagnino al Bertolucci di “Io ballo da sola” senza dimenticare di riconoscere al regista palermitano il copyright di una Tilda Swinton che solo lui riesce a rendere così morbida e sensuale.

MR.HOLMES: IL MISTERO DEL CASO IRRISOLTO

Mr. Holmes: il mistero del caso irrisolto
di Bill Condon
con Ian Mckenney, Laura Linney, Milo Parker, Hattie Morahan, Patrick Kennedy
Gran Bretagna, USA, 2015
genere, thriller
durata, 104'




Abbandonata la professione e ritiratosi da tempo in una casa di campagna, Sherlock Holmes è un anziano che deve lottare con la perdita di memoria e le difficoltà di una vita senile. C'è, però, ancora qualcosa che deve scoprire, un dettaglio che non riesce a mettere a fuoco, relativo alla maniera in cui ha chiuso la sua carriera. Un disastro con le api della sua coltivazione, un non ben chiaro viaggio in Giappone e il rapporto con la donna che bada alla casa e il suo bambino condiscono questa ricerca privata.

Sherlock Holmes, il celebre detective letterario creato da Arthur Conan Doyle, sta vivendo una rinnovata popolarità sul piccolo e grande schermo. La rappresentazione contemporanea più riuscita è, probabilmente, quella della serie tv diretta da Benedict Cumberbatch per la BBC, stessa compagnia che ha prodotto questo nuovo film sull’investigatore di Baker Street. Non è, forse, un caso che la serie s’intitoli "Sherlock" e il film "Mr. Holmes".

Tratto dal romanzo apocrifo "Un impercettibile trucco della mente", scritto da Mitch Cullin, "Mr. Holmes" si regge sulle spalle del gigantesco Sir Ian McKellen, uno dei più grandi attori viventi, non solo in ambito inglese, che riesce a interpretare magistralmente uno Sherlock ultranovantenne, le cui capacità deduttive e i processi logici devono vedersela con la demenza senile e con i sentimenti che iniziano a farsi largo nel cuore dell’anziano detective.

Il film si articola su tre linee narrative. La principale è ambientata nel 1947 e vede Sherlock dedicarsi all’apicoltura nella sua fattoria mentre combatte con i propri ricordi. Poi ci sono i flashback: il primo è il caso irrisolto della donna col guanto; il secondo porta Sherlock in Giappone in cerca di una pianta curativa. Le dinamiche investigative sono abbastanza succinte e viene lasciato più spazio alla componente melò ed intimista, che grava anche sul ritmo del film.
L’opera è pregevole soprattutto per la destrutturazione di Sherlock Holmes, che prende le distanze dalla dimensione mitica della sua controparte letteraria creata da Watson. In uno splendido gioco metacinematografico, Holmes va al cinema a vedere un film in cui Sherlock è interpretato da Nicholas Rowe, protagonista di "Piramide di Paura". Il vecchio protagonista scrive il suo ultimo racconto, ma non è chiaro se stia davvero ricordando come sono andati i fatti o stia inventando. Il film diventa, quindi, metaletterario, con il personaggio che prende il posto di Conan Doyle, diventando autore di se stesso. 
Riccardo Supino













LA FOTO DELLA SETTIMANA























Star Wars: il risveglio della forza, di J.J.Abrams (Usa, 2015)

venerdì, dicembre 04, 2015

BANGLAND - INTERVISTA A LORENZO BERGHELLA



Nel cinema italiano si sta facendo largo una nuova generazione di registi che si differenzia da quelli del passato per un tipo di autorialità che frequenta generi e formati senza disdegnare la possibilità di di diventare parte in causa di progetti altrui. Lorenzo Berghella, il regista di "Bangland" uno dei film rivelazione dell'ultimo edizione del festival di Venezia, è uno di questi. Dopo aver visto in anteprima il suo lungometraggio siamo andati a incontrarlo a Pescara, la città dove vive e lavora. Quella che ne è nata più che un'intervista è diventata una conversazione tra appassionati di cinema. 


Che ruolo hanno avuto, ammesso che l’abbiano avuto, nel tuo immaginario, il fumetto e l’animazione di origine americana e britannica.

Hanno avuto un’importanza fondamentale, visto che la mia idea originaria era quella di portare la maturità del fumetto soprattutto britannico nell’animazione, perché proprio l’animazione è spesso considerata una cosa per bambini, mentre invece,  per fare un esempio,  “Watchmen” appartiene alla letteratura “per adulti” nonostante sia un fumetto. Quindi il mio intento era proprio quello di non fare un film d’animazione ma un vero e proprio film realizzato con la tecnica dell’animazione. Altresì ha giocato un ruolo fondamentale l’animazione americana, infatti il desiderio di intraprendere la strada dell’animazione è nato proprio dopo aver visto “American pop” di  Ralph Bakshi.

Quindi tu all’inizio volevi fare il regista e successivamente  hai deciso di esserlo di un film d’animazione.

Sì, io ho iniziato a studiare all’Ifa (Scuola del cinema di Pescara)  il cinema dal vero – aggiungo che da bambino ad esempio mi dilettavo nel girare film con i pupazzi o con i giocattoli, mai con le persone reali – poi però, visto che mi dilettavo nel disegno amatoriale di fumetti, uno degli insegnanti della scuola, Cristiano di Felice –  poi diventato anche uno dei produttori del film insieme ad Alessandro Di Felice e Gianluca Arcopinto – mi ha chiesto di provare a fare un videoclip animato, da lì ho deciso di voler provare a portare il linguaggio cinematografico nell’animazione e così è nato “Bangland”.



Lo sguardo che hai avuto sulla società americana è molto particolare perché sembra un approccio comunque di un autore europeo, quindi una cosa che un americano non avrebbe mai potuto fare. È stato un procedimento su cui hai ragionato.

Sì il mio intento era proprio quello di raccontare l’America vista da fuori, quello che ho cercato di fare è stato raccontare come ci viene mostrata e come noi la percepiamo – attraverso il cinema, la musica, i notiziari, etc. –; difatti tutte le citazioni presenti nel film non sono fini a sé stesse ma sono votate a restituire quel mondo che loro ci mostrano. Un’operazione del genere, ad esempio, l’aveva fatta Garth Ennis, scrittore irlandese, col fumetto “Preacher”.

Il tuo alla fine è un film dalla quale l’America non esce per niente bene, d’altra parte tutti i dettagli con cui descrivi quel Paese dimostrano che da parte tua c’è una certa attenzione per quella cultura. Non trovi che questa potrebbe apparire come una contraddizione.

È sicuramente una contraddizione, visto che c’è una sorta di rapporto di amore/odio. Anche se “l’amore” è in tal caso indotto, visto che tutti noi siamo cresciuti con l’immaginario americano come punto di riferimento. Quindi con uno sguardo critico noto i difetti e le problematiche di quella stessa cultura verso la quale c’è comunque un’ovvia attrazione.

A quali motivi espressivo/linguistici è legata la scelta di un montaggio così serrato.

Il montaggio di “Bangland” più che a questioni linguistiche purtroppo è legato a questione delle tempistiche ristrette che ho avuto per realizzarlo, però proprio per questo è stato molto istintivo, come istintive sono state  l’idea e la stesura della sceneggiatura. La fretta era in ogni caso dovuta alla scadenza imminente dei termini per l’iscrizione del film al festival di Venezia.


Un difetto del film è, a nostro avviso, il doppiaggio: cosa ne pensi.

Tutti gli attori, pur essendo bravissimi, erano alla loro prima esperienza al doppiaggio e con i ritmi serrati avuti, cui facevamo riferimento anche parlando del montaggio, non avrebbero potuto fare di meglio e non posso che ringraziarli.

Il film arriverà nelle sale.
Il film uscirà a inizio 2016 e sarà distribuito dalla Pablo Distribuzione di Gianluca Arcopinto.

Ci parli di come hai scelto la struttura cromatica del film.

Premetto di essere un pessimo disegnatore (ride) però effettivamente il lavoro cromatico è la cosa che mi riesce meglio e in questo senso o lavorato per cercare di contrastare blu e rosso in un contesto permanentemente grigiastro, cercando di ricreare la sensazione della fotografia cinematografica. L’intenzione era quella di trasportare il gusto estetico psichedelico degli anni ’60/’70 ai giorni nostri, cercando di restituire una psichedelia distopica piuttosto che utopica.

I movimenti dei personaggi sono un po’ robotici, è una tua scelta stilistica o una limitazione tecnica.
Le movenze dei personaggi per lo più sono quelle di persone riprese dal vero poi ricalcate con la tecnica del rotoscopio, cercando di dare l’impressione di un movimento che fosse il più naturale possibile. In alcuni casi è riuscito, in altri ho dovuto lasciare quelle movenze un po’ robotiche cui facevi riferimento.


Che idea hai dell’estetica della violenza nel cinema.

Penso che la presenza della violenza nel cinema sia inevitabile, anche a causa della fascinazione che esercita sul nostro immaginario, si pensi ad esempio  a Caravaggio. Così come nei videogiochi, che secondo me hanno un potenziale artistico da non sottovalutare, anche se oggi sono ancora troppo legati al concetto di intrattenimento.

Nei dialoghi del film ci sono due meccanismi emotivi molto americano: sono o ironici in riferimento ai modelli di cui si parla o c’è una forte disillusione; questo è intenzionale o è un’eredità percepita da “l’americanesimo”.

Il mio modo di fare ironia è per arrivare a un fine, arte prese dalla stand up comedy. L’idea era quella di “dare la medicina – il fine a cui voglio arrivare – con lo zucchero – in questo caso l’ironia –. I dialoghi di Tarantino, ad esempio, sono fatti tecnicamente benissimo ma non portano (volutamente) a nulla.

Il tuo cinema è citazionista e post-moderno, quindi come lo definiresti.

Il cinema che vorrei fare è un mezzo per un fine, come dicevo prima. Vorrei che portasse non dico a cambiare la testa delle persone ma vorrei almeno portarle ad avere un pensiero critico, quindi usando gli strumenti del cinema post-moderno, superarlo ed arrivare a qualcosa di diverso. Per esempio “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij è un romanzo che potrebbe essere considerato alla base del noir: c’è la struttura di genere che però arriva a qualcos’altro.

Per ora all’orizzonte c’è solo in cinema d’animazione.

Non saprei mai girare un film “vero”, non so se sarei in grado di gestire tante persone, però in futuro mi piacerebbe farlo.

Per quanto riguarda la censura, tu fai fare a Spielberg, che è un ebreo, il presidente, quindi lo metti a capo della cospirazione. Quando hai fatto questa scelta ne eri consapevole.

Sì consapevole ma non pensavo che sarebbe diventato un film, quindi non ho fatto autocensura. Ora che comunque mi trovo davanti alla censura non me ne pento, il valore aggiunto del film è essere un film coraggioso.

Perché hai scelto proprio Spielberg.

Mi piaceva prendere delle personalità associate a cose buone, come ad esempio Bill Murray. Spielberg appartiene alla cultura ebraica e in secondo luogo rappresenta Hollywood più di ogni altro.

Qual è il cinema che più ti piace.

Il cinema si Sergio Leone per me  è una religione. “Apocalypse Now” appartiene a quella lista di film che mi hanno scioccato.

Quando lessi le prime recensioni di Venezia hanno scritto di te in maniera clamorosa, ne eri a conoscenza.

Ho saputo qualcosa, ma io ho il terrore delle recensioni negative, la prendo sul personale.

Progetti nuovi in cantiere.


Ho il soggetto di un film d’animazione, questa volta più intimo e spinto sul lato surreale, vorrei fare un film su un gangster che ha un tumore al cervello e ha dei blackout e delle allucinazioni che avranno delle ripercussioni sulla drammaturgia.
Antonio Romagnoli, TFK, nickoftime, Andrea Gatopulos

giovedì, dicembre 03, 2015

SCHEGGE DI CINEMA - IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE

Il giardino delle vergini suicide
di Sofia Coppola
con Kirsten Dust, 
Usa, 1999
genere, drammatico
durata, 97' 

Raccontando delle sorelle Lisbon e del loro tragico destino, l'esordiente Sofia Coppola mette in scena la prima tappa ("Lost in Translation" e "Marie Antoinette" completano la sequenza) di un'emancipazione personale e cinematografica che trasfigura quella intrapresa dalla regista nei confronti dell'ingombrante genitore, messo in discussione dal punto di vista artistico attraverso figure femminili se non ribelli, certamente fuori della norma per la forza con cui cercano di ritagliarsi il proprio posto nel mondo. "Il giardino delle vergini suicide" nonostante la dose di reminiscenze Coppoliane, alimentate dalla nostalgia nei confronti di un passato che non può più tornare ("Peggy Sue si è sposata", "I giardini di pietra") trova la sua strada nel delicato romanticismo con cui descrive il paradiso perduto di una giovinezza interrotta anzitempo. Tra vecchie glorie e nuove scoperte a essere davvero indimenticabile è la Lux di Kirsten Dust. A lei va il nostro cuore e quelli di coloro che hanno amato il film.
(pubblicata su ondacinema.it/Speciale Registi - Il Miglior Film Di Sofia Coppola)

mercoledì, dicembre 02, 2015

MON ROI

Mon Roi
di Maewenn
con Emanuelle Bercot,Vincent Cassel
Francia, 2015
genere, drammatico
durata, 128'


Indipendentemente dai suoi risvolti, la contemporaneità raccontata dal cinema presenta delle costanti che ne fanno una specie di cartina di tornasole degli usi e dei costumi del nostro tempo. In tale scenario i sentimenti occupano da sempre una posizione di rilievo, per il senso d'identificazione   che scaturisce dalla visione di un campionario di emozioni corrispondente, almeno in parte, a quello sperimentato nella vita, dalla gente seduta in sala. Ed è forse questo a spiegare, da un lato, la decisione di Thierry Frémaux, il direttore del festival di Cannes, di inserire un film "popolare" come "Mon roi" nel concorso principale; e, dall'altra, a giustificare l'attitudine del pubblico, pronto a lasciarsi coinvolgere dalle vicende di Tony (Emanuelle Bercot) e Georgio (Vincent Cassel), i protagonisti del film, chiamati a rappresentare, con il loro con l'amour fou, le mille contraddizioni che attraversano i rapporti di coppia. La storia, scritta e girata da Maiwenn, regista messasi in luce nel 2011 grazie alla conquista del gran premio della giuria del festival francese ottenuto con "Polisse, segue per filo e per segno la struttura narrativa utilizzata per questo genere di film, raccontando le tappe di una parabola amorosa pronta a rovesciarsi sugli sciagurati personaggi non prima di averli illusi sull'eternità delle passioni umane. Anche qui, ad innescare la tenzone, ci pensa il più classico dei colpi di fulmine e, di pari passo, l'attrazione sessuale tra due opposti (lei è un avvocato arrivato ai quaranta con molto lavoro e pochi divertimenti, lui un ristoratore narciso e volubile) destinati a soccombere sotto i colpi delle incongruenze caratteriali; e nonostante la presenza di un neonato che dovrebbe funzionare come deterrente e che invece diventa il pretesto per continuare a "darsele" - in senso figurato - di santa ragione.


Raccontato dal punto di vista femminile e secondo il modello sociologico imposto da saggi come quello di Barbara Norwood, terapista americana che in "Donne che amano troppo", aveva esplorato la casistica di donne che si innamorano dell'uomo sbagliato, "Mon roi" sconta in qualche modo lo squilibrio che deriva dal contrasto tra la straordinaria naturalità degli attori - in grado di azzerare la finzione a favore di un sorprendendo realismo interpretativo - e la scontata convenzionalità della messinscena; quest'ultima, evidente soprattutto nell'espediente narrativo che fa coincidere, grazie a al montaggio alternato di passato e presente,  il risveglio emotivo di Tony, progressivamente cosciente dell'impossibilità del proprio menage coniugale, alla complessa e dolorosa guarigione del suo ginocchio, lesionato durante un incidente sciistico e preso in cura dall'istituto specializzato in cui la donna è ricoverata. Con la necessità di dipanare a dismisura i dettagli del ciclo terapico allo scopo di fornire il contraltare metaforico su cui innestare i flashback che illustrano la schizofrenico rapporto tra Georgio e Tony. I quali, non volendo, finiscono per  diventare i rappresentanti di quella borghesia parigina, benestante e autolesionistica, che Michel Houllebecq ha preso più volte in prestito per raccontare la decadenza del mondo occidentale.


Certo "Mon roi", con il suo appeal dichiaratamente edonistico (i corpi tonificati dall'esercizio fisico e generosamente esposti ne sono una dimostrazione), è lontano dall'infelicità senza speranza raccontata dallo scrittore francese; ma quando, verso la metà della storia, iniziamo ad assistere all'impari confronto tra il vitalismo dei ragazzi arabi, che condividono il percorso terapeutico di Tony, e la dispersione priva di costrutto del suo egocentrico partner, non si può fare a meno di pensare all'autore di "Estensione del dominio della lotta" e al tentativo di Maewenn di conferire spessore al soggetto del film, con una morale che risulta evidentemente programmatica. Per la sua interpretazione, Emanuelle Bercot si è aggiudicata il premio ex equo come miglior attrice del festival, legittimando i motivi di una partecipazione che l'aveva vista anche regista del film d'apertura. Per lei un'edizione sicuramente da incorniciare.
(pubblicato su ondacinema.it)

martedì, dicembre 01, 2015

I PUGNI IN TASCA

I pugni in tasca
di Marco Bellocchio
con Paola Pitagora, Lou Castel, Marino Masè, Liliana Gerace
Italia 1965,
genere, drammatico 
durata, 107'


Quattro fratelli vivono in una grande villa di famiglia sulle colline del Piacentino con la madre cieca. Augusto, il maggiore, è l'unico ad avere un lavoro. Giulia ne è morbosamente innamorata. Gli altri due sono Leone, affetto da ritardo mentale e Ale dal carattere nevrotico e solitario. Sarà quest'ultimo a far saltare i già precari equilibri familiari.

“Un arrivo folgorante nel cinema italiano”. Così Michel Ciment parla del lungometraggio d’esordio di Marco Bellocchio, I pugni in tasca, presentato nel 1965 al Festival di Locarno. Nel 50° anniversario della sua uscita, I pugni in tasca torna, restaurato dalla Cineteca di Bologna al laboratorio L’Immagine Ritrovata, con la supervisione di Daniele Ciprì e la promozione di Kavac Film,  sostenuta da Giorgio Armani.

Con I pugni in tasca, Bellocchio lancia il suo primo grido di rivolta, mettendo in scena l’autodistruzione di una famiglia sfortunata: infierisce con rabbia e disperazione contro i legami parentali e il cattolicesimo, istituzioni imprescindibili per la borghesia italiana del tempo.
Selvaggio, sarcastico, molto liberamente autobiografico, girato nelle campagne di Bobbio, porta in scena un eroe antisociale e ribelle. In equilibrio fra adesione e distacco dalla folle lucidità del protagonista, il regista, a cinquant’anni di distanza, mantiene intatta la propria modernità e carica corrosiva. “Impossibile non vedere nei Pugni in tasca una catarsi – scrive Michel Ciment, curatore del libro che accompagna la nuova edizione in DVD –, un esorcismo del passato recente di Bellocchio. L’ambiguità, la complessità della trama vanno di pari passo con l’eccezionale maturità di uno stile che rifiuta il compiacimento estetico tipico dei giovani [...]”.


L’e­sor­dio di Bel­loc­chio die­tro la mac­chi­na da presa ha tutto il gusto delle nuove on­da­te eu­ro­pee e ame­ri­ca­ne del pe­rio­do. L’ef­fi­ca­cia della pel­li­co­la ri­sie­de nelle no­vi­tà del­l’im­pian­to sti­li­sti­co, in grado di la­ce­ra­re il pas­sa­to con una messa in scena svin­co­la­ta da dogmi ci­ne­ma­to­gra­fi­ci e nel­l’ir­ruen­za con cui il re­gi­sta trat­ta temi “de­li­ca­ti” come rap­por­ti fa­mi­lia­ri, ma­lat­tia fi­si­ca e men­ta­le.
Parte del me­ri­to della riu­sci­ta del film va at­tri­bui­ta alle in­ter­pre­ta­zio­ni degli at­to­ri prin­ci­pa­li, tra le quali bril­la quel­la di Lou Ca­stel: l’al­lo­ra gio­va­ne at­to­re donò al suo per­so­nag­gio, San­dro, una ma­lin­co­ni­ca fol­lia unita a una fred­da cru­del­tà.
L’in­te­ra vi­cen­da ruota at­tor­no ad una fa­mi­glia di pro­vin­cia, un tema che in qual­che modo può esser con­si­de­ra­to at­ti­guo alla real­tà ita­lia­na. In tal modo Bel­loc­chio si av­vi­ci­na ai gran­di esor­di del­l’e­po­ca: trat­ta­re nello spe­ci­fi­co un ar­go­men­to per quan­to pos­si­bi­le pros­si­mo al­l’am­bien­te co­no­sciu­to, così da pren­de­re le di­stan­ze dalle gran­di sto­rie, con uno stile in­no­va­ti­vo e per­so­na­le. ­Attraversa me­lo­dram­ma e crudo rea­li­smo, sim­bo­li­smo ed echi di ri­vo­lu­zio­ne. Il ci­ni­smo del film è un mezzo ne­ces­sa­rio per rap­pre­sen­ta­re la pa­lin­ge­ne­si della ge­ne­ra­zio­ne che da lì a pochi anni sarà pro­ta­go­ni­sta dei mo­vi­men­ti del ’68.


L'iso­la­ta villa piacentina di­ven­te­rà una gab­bia dalla quale sarà im­pos­si­bi­le eva­de­re, un mi­cro­co­smo au­to­di­strut­ti­vo che si nutre della fol­lia dei suoi abi­tan­ti. L’u­ni­co che sem­bra riu­sci­re ad al­lon­ta­nar­si è Au­gu­sto, il fra­tel­lo mag­gio­re, il solo che con­du­ce una vita or­di­na­ria. Gli omi­ci­di che si sus­se­guo­no sono co­strui­ti in una cli­max che fa im­me­de­si­ma­re lo spet­ta­to­re nei sen­ti­men­ti vis­su­ti in quel­l’i­stan­te da San­dro. Alla morte non segue sof­fe­ren­za, non a caso, sen­ti­re­mo dire: “Que­sta casa non è mai stata cosi viva come per un fu­ne­ra­le”; letta in senso al­le­go­ri­co, la morte, che è un ta­glio netto con il vec­chio, di­ven­ta una ri­ge­ne­ra­zio­ne, un buon inizio per l'agoniata ri­vo­lu­zio­ne. Anche la ce­ci­tà della madre può esser in­te­sa in senso me­ta­fo­ri­co: è quella della vec­chia ge­ne­ra­zio­ne e della nuova so­cie­tà bor­ghe­se. La to­ta­le man­can­za di una fi­gu­ra pa­ter­na è sim­bo­lo di un vuoto di ri­fe­ri­men­ti.  
Nella pel­li­co­la, la ma­lat­tia fi­si­ca di­ven­ta­ il pre­sup­po­sto per leg­ge­re la real­tà che ci cir­con­da, così come quel­la men­ta­le di­vie­ne un modo nuovo d’in­ten­de­re la vita. Colui che nel film rap­pre­sen­ta la nor­ma­li­tà cioè Au­gu­sto, non raf­fi­gu­ra la se­re­ni­tà che vor­reb­be rag­giun­ge­re San­dro, ma l’o­mo­lo­ga­zio­ne che in­ve­ce ri­fug­ge. La città, con i suoi sche­mi, di­ven­ta più clau­stro­fo­bi­ca della villa iso­la­ta, forse unico luogo in cui è per­mes­sa l’e­spres­sio­ne del pro­prio es­se­re, dove la li­ber­tà, esa­spe­ra­ta fino alla fol­lia, sarà vis­su­ta pie­na­men­te.
Riccardo Supino


UNO PER TUTTI

Uno per tutti
di Mimmo Calopresti
con Fabrizio Ferracane, Giorgio Panariello, Isabella Ferrari, Thomas Trabacchi
Italia, 2015
genere, noir, drammatico
durata, 85'


Siamo certi che non basta qualche parola per definire la carriera di un regista, eppure nel caso di Mimmo Calopresti non si può fare a meno di pensarne almeno un paio che secondo noi sarebbero sufficienti a rendere il senso. Generosità è la prima a farsi strada perché pur arrivando al successo con il cinema di finzione, il regista calabrese non ha mai perso l'attenzione verso le questioni sociali che attraverso la pratica del documentario hanno trovato espressione nelle tematiche legate al mondo del lavoro e alla sua organizzazione da cui nasce tra le altre cose un film come " La fabbrica dei tedeschi" sull'incidente che costò la vita agli operai della Tyssen Krupp e che poi, con "Volevo solo vivere" realizzato nel 2006 per conto della fondazione di Steven Spielberg, si sono aperte alla tragedia dell'Olocausto. Senso di colpa è invece quella che meglio di altre rende il significato della costante fuga dal cinema di finzione, incapace, dopo il confortante esordio nel cinema politico e militante (La seconda volta, 1995) di tenere desta la tensione nei confronti del reale, a dir poco eluso da una serie di lungometraggi (da "La parola amore esiste" uscito nel 1998 a "L'abbuffata realizzato nel 2007) votati a un intimismo di derivazione autobiografica.



Soprattutto in virtù di quest'ultima ragione "Uno per tutti" rappresentava una resa dei conti innanzitutto personale, nei confronti della propria arte e del modo di intendere lo strumento cinematografico; e poi pubblica, nei riguardi di un intero Paese, tornato ad essere quella pietra dello scandalo che nell'ottica di Calopresti diventa il pretesto per raccontare come eravamo e come siamo diventati. La storia degli amici che tenendo fede al giuramento d'infanzia ("Uno per tutti" ripreso nel titolo del film) si ritrovano laddove si erano lasciati (una Trieste livida e cupa) per tentare di scongiurare che il figlio di uno di loro finisca in prigione, è di quelle che si prestano a una duplice lettura. Da una parte infatti, l'ineluttabilità della corruzione, morale e materiale, che traspare in controluce dalle difficoltà di tenere fede alle premesse di quel sodalizio forniva di per se il materiale per imbastire una racconto intriso di rimandi agli stilemi tipici del cinema noir.  Dall'altra, i tentativi di Gil (interpretato dal Fabrizio Ferracane di "Anime nere") e con lui degli altri amici, di forzare la situazione per rimediare alle colpe del ragazzo, diventano ben presto il modo utilizzato dal regista per orchestrare una ricognizione sul malessere della nostra società e sul crollo di un sistema di  valori da cui come da copione niente e nessuno riesce a salvarsi.  Ne la lotta politica, messa sotto accusa - come già era successo nel film del 1995 -  attraverso la sequenza di  uno dei tanti flash back che ci riportano alla fanciullezza dei protagonisti in cui abbiamo modo di valutare le conseguenze nefaste provocate dall'arma lasciata incustodita dal corteo di manifestanti disperso dalla polizia, ne dalle differenze ideologie, azzerate  - come dice lo sbirro interpretato da un ottimo Giorgio Panariello -  dalla paura di non riuscire ad arrivare alla fine del mese, ne la famiglia, incapace di rappresentare un modello di riferimento - come dimostrano la mancanza di costrutto dei comportamenti posti in essere dalla madre interpretata da Isabella Ferrari - e svuotata di quelle energie emotive e sentimentali la cui mancanza il film traduce nell'esasperata fluidità dei rapporti umani che si intrecciano nel corso della vicenda.



Spostandosi sul terreno che gli è più congeniale Calopresti organizza un dispositivo capace di fare di necessità virtù e, come tale, di riuscire a trasformare la mancanza di mezzi nell'espediente estetico che permette al regista di liberarsi da quel superfluo che aveva appesantito il suo cinema. Certo il risultato è tutt'altro che fluido, perché la sceneggiatura scritta in collaborazione con Monica Zappelli  è fin troppo schematica nel rendere esemplari situazioni e tipologie umane, e l'impianto di genere troppo poco definito, specialmente quando si tratta di dare vita alle zone d'ombra che sono parte in causa del malessere esistenziale dei protagonisti così come di definire l'ambiente che fa da sfondo alle attività illecite di Gil, per risultare davvero efficace. Ma la sinergia tra l'essenzialità dei suoni elettronici prodotti dalla musica di Max Casacci, figura di riferimento della nuova scena musicale torinese, il montaggio secco e discontinuo di Valerio Quintarelli e soprattutto la ridotta profondità dell'immagini filmate da Calopresti, regalano al film una sorta di innocenza che riscatta una parte dei suoi evidenti difetti. E nonostante questo, "Uno per tutti" proprio per le caratteristiche che abbiamo appena detto lascia intendere l'inizio di una nuova fase della carriera cinematografica del regista calabrese.
(pubblicato su ondacinema.it)