venerdì, novembre 10, 2017

GLI ASTEROIDI

Gli Asteroidi
di Germano Maccioni
con Riccardo Frascari,  Nicolas Balotti, Pippo Delbono
Italia, 2017
genere, drammatico
durata, 91' 


Se dovessimo scegliere un frammento che meglio di altri può aiutare a cogliere il senso ultimo del film di Germano Maccioni, decideremmo per quello piazzato dal regista a metà della storia. A caratterizzare l'inquadratura, realizzata in campo lungo, ci sono Pietro, Ivan e Cosmo, i tre ragazzi protagonisti della vicenda, ma soprattuto c'è il paesaggio circostante. Giocando con le prospettive e restringendo la profondità, Marconi fa si che la struttura della centrale astronomica (la stessa in cui la Monica Vitti di "Deserto rosso" si ritrova a camminare) posta sullo sfondo, risulti in qualche modo accostata al rudere di una casa colonica filmata in primo piano, a definire, non solo il contesto ambientale in cui si svolge la vicenda (collocata nella pianura della bassa padana) ma anche il senso di questa composizione, con la centrale, simbolo di un presente sfuggente e indecifrabile, messa a confronto con le rovine dell'antico edificio, testimonianza di un passato laborioso ma superato dal progresso della tecnica. La collocazione dei protagonisti, disposti in ordine sparso nelle vicinanze del rudere, non è casuale, poiché sembra sintetizzare, - trasfigurandola nell'immagine in questione - la marginalità economica, sociale e culturale dei ragazzi che il film ha raccontato prima di questa scena.

Ripercorrendo la prima parte di film ci si accorge infatti che Maccioni non è stato tenero nei confronti dei protagonisti, raccontanti attraverso la tragedia personale di Pietro, il quale, oltre al suicidio del padre deve far fronte - insieme alla madre - ai debiti contratti con il fallimento della società di famiglia. Le cose non vanno meglio per Ivan, orfano di madre e in combutta con Guido (interpretato da Pippo Delbono), che lo ha convinto a partecipare ai suoi loschi affari. E cosa dire di Cosmic, condizionato da un handicap mentale che però non gli impedisce di essere allo stesso tempo la coscienza morale del gruppo e il folle visionario capace di collegare la fine del mondo al passaggio sulla terra di un gruppo di Asteroidi.

Detto che il prosieguo della vicenda non regalerà agli amici una vita migliore, con il furto organizzato da Guido in collaborazione con Pietro e Ivan destinato a concludersi nel peggiore dei modi, ciò che preme evidenziare sono le contraddizioni di un film in cui l'apatia esistenziale dei protagonisti, la loro mancata adesione al complesso di valori proposto dalla componenti più istituzionale della società (la famiglia ma anche la scuola che Pietro marina spesso e volentieri e in cui Ivan ha smesso da tempo di andare), così come la mancanza di valori evidenziata dalle loro scelte quotidiane si traducono in un dispositivo cinematografico che, al contrario, è ricco di erudizione, di conoscenza e di profonda consapevolezza. Dei riferimenti alla settimana arte abbiamo già accennato (anche se ci sarebbe da aggiungere quello d'apertura dove la connotazione western del paesaggio padano viene anticipata dalla citazione di "Sentieri Selvaggi" ), ma, sparse qua e là, fanno capolino nel corso della proiezione reminiscenze kantiane ("Il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me", sentenzia Cosmic in uno dei suoi vaticini) e simbolismi, come quello del mancato funzionamento della lampada con l'effige del partito comunista, utilizzata per collegare la crisi delle coscienze con la scomparsa delle vecchie ideologie. Per non dire del ricorso alle teorie astronomiche che forniscono lo spunto per equiparare il movimento fuori orbita degli asteroidi alla quotidianità randagia e fuori dagli schemi dei protagonisti. Uno sforzo lodevole, quello di Maccioni, il quale, però, avrebbe bisogno di una messinscena più spontanea, meno preoccupata di confermare la griglia delle sue premesse culturali e più attenta a trovare uno stile di recitazione diverso da quello urlato e poco naturale che contraddistingue le interpretazioni degli attori (non) professionisti Riccardo Frascari (Pietro) e Nicolas Balotti (Ivan). Peculiarità, queste, che fanno il paio con la sensazione di una struttura narrativa che procede a strappi e in maniera forzata.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì, novembre 09, 2017

MAN OF THAI CHI

Man of Thai Chi
di Keanu Reeves
con Tiger Hu Chen, Keanu Reeves, Karen Mok
Usa, Cina, 2013
genere azione, arti marziali
durata 105’


Il giovane Tiger Chen (Tiger Hu Chen) è l’unico discepolo di un’antica scuola dell’arte marziale Tai Chi che professa l’armonia con il mondo e la meditazione, ma Tiger è pieno di rabbia repressa e il suo maestro fatica a indicargli la via. Vive lavorando come fattorino a Pechino, correndo con il suo camioncino nel caotico traffico della capitale cinese a consegnare pacchi arrivando sempre in ritardo. Senza l’approvazione del maestro partecipa a un torneo di discipline di arti marziali, utilizzando il Tai Chi come metodo di combattimento vincente. Viene notato dal misterioso e spietato Donaka Mark (Keanu Reeves), a capo di una multinazionale di sistemi sicurezza, ma in realtà usata come copertura di un’organizzazione che produce uno show per ricchi voyeur di combattimenti fino alla morte.
Questa la trama di L’uomo del Tai Chi che, realizzato nel 2013 e distribuito nei mercati orientali e statunitensi, è la prima (e al momento unica) regia dell’attore americano, famoso per la trilogia di Matrix delle sorelle Wachowski e di tanti film d’amore e d’azione – l’ultimo in ordine di tempo la serie del killer John Wick .
La pellicola è uscita in Italia direttamente in Home Video e il Keanu Reeves The Club Italy, tra le tante attività per far conoscere come persona e artista, ha organizzato martedì 7 novembre a Milano la proiezione della pellicola sul grande schermo dando la possibilità agli invitati di rivedere il film.
Reeves ha iniziato a interessarsi alla filosofia orientale fin dalla sua partecipazione a Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci. Cintura nera di Ju Jitsu, l’attore ha incontrato sul set di Matrix Tiger Hu Chen diventandone amico e poi suo allievo. Sul set ha conosciuto anche Yuen Wo Ping, celebre per aver organizzato le sequenze di lotta in Matrix La Tigre e il Dragonedi Ang Lee a cui ha delegato la coreografia dei combattimenti del suo film e chiesto a Tiger di interpretare il protagonista.
L’uomo del Tai Chi è un omaggio ai film di arti marziali: un terzo della pellicola è composto da una ventina di combattimenti di arti marziali, molto spettacolari e coreografati in maniera perfetta e avvincente. Il film è ispirato al cinema di Hong Kong e alle pellicole di Bruce Lee, in mix tra moderno e il vintage accattivante.

Il tema principale però parla di quanto sia potente la società della comunicazione, dove l’organizzazione dei combattimenti sono solo episodi di un real show mediatico riservato a pochi iscritti, con protagonista un giovane puro che viene trasformato in un lottatore senza scrupoli assetato di potere. Il contrasto tra la via fisica (quella del Male) e la via meditativa (quella del Bene) vede Tiger come il fulcro dello scontro interiore dove prevale prima l’uno poi l’altro. Il potere dell’equilibrio del Chi, il suo controllo, porterà Tiger ha comprendere la via corretta da perseguire. Questo tema viene messo in scena come una sintesi tra The Truman Show di Peter Weir e Fight Club di David Fincher.
La regia di Reeves è ordinata e didascalica, sufficiente per le parti migliori della pellicola, cioè i combattimenti. L’uomo del Tai Chi pecca però di un eccesso di citazionismo e di una sceneggiatura a volte incoerente nel suo sviluppo drammaturgico, con la sequenza finale della lotta nel tempio tra Tiger e Donaka che appare una replica di quelli già visti in Matrix. Detto questo, il film, come spettacolo di arti marziali, risulta divertente e piacevole, visto che poi lo scopo dell’attore era fare un “classico film di kung fu”.

Antonio Pettierre

mercoledì, novembre 08, 2017

ADDIO FOTTUTI MUSI VERDI

Addio fottuti musi verdi
di Francesco Capaldo
con Ciro Priello, Beatrice Arnera, Simone Ruzzo
genere, commedia
Italia, 2017
durata, 93’


Il gruppo di youtuber The Jackal arriva al cinema con "Addio fottuti musi verdi" (abbreviato AFMV), che tratta in chiave satirica il problema della disoccupazione in Italia soprattutto tra i trentenni. Il trentenne Ciro Priello è un grafico napoletano che però non riesce a trovare un lavoro all’altezza della sua qualifica e nel frattempo lavora in un ristorante. Manda curriculum a tutte le aziende senza alcun esito ed alla fine decide di inviarne uno anche nello spazio. Alla società di alieni extraterrestri Ciro e la sua qualifica piacciono e pertanto inizia un rapporto di lavoro tra l’umano e gli alieni. Qui tra gli extraterrestri Ciro riscopre i valori della meritocrazia e finalmente si sente gratificato per l’attività che svolge. Questa insolita idilliaca situazione ha però forse un prezzo: Ciro sarà disposto a pagarlo? Il film è svolto in chiave fantascientifica con un tema caro soprattutto al cinema americano: quello degli extraterrestri. Da ET a Fargo la centralità dell’alieno è spesso sinonimo di diversità e sua eventuale accettazione. Questa volta sono degli youtuber che si cimentano e lo fanno non più con un semplice video bensì con un lungometraggio rivelando la loro voglia di espandersi oltre il web, attraverso il classico canale del theatrical. Questo fenomeno denota il fatto che in Italia il web non sia stato in grado di fornire modelli di business plan adeguati e del tutto svincolati dai canali classici dell’intrattenimento. Dopo Maccio Capotonda anche i napoletani The Jackal non resistono al sogno di fare cinema e non intendono fermarsi alle loro serie di video storie come "Gay ingenui" o "Lost in Google".


I The Jackal quali autori di cortometraggi surreali e delle suindicate web series come detto di grandissimo successo ("Lost in Google" su tutte), già nell’agosto del 2013 rilasciavano un’intervista all’Huffington Post in cui raccontavano Napoli  come ombelico del web italiano e spiegavano cosa significasse essere youtuber oggi in Italia.   E alla domanda “ Cosa vorreste fare che ancora non avete fatto?” Rispondevano: “Il nostro grande sogno, fin da piccoli, è il cinema. Ora, non sappiamo se il cinema si sposterà sul web o se il web si sposterà al cinema. In ogni caso noi ci saremo”.
Pertanto il sogno di fare cinema resta sempre il sogno primario anche di ogni ragazzo e non a caso i The Jackal già nei loro video hanno sempre coinvolto star come loro guest, come ad esempio Alessandro Gassman, Maccio Capotonda e Caparezza. E la fantascienza è sempre stata una grande passione per il gruppo che da sempre è stato molto influenzato dai film d'azione e di fantascienza degli anni '80: "Die Hard!, "Ghostbusters", Ritorno al Futuro, per il modo in cui riescono ad unire la commedia all'azione senza mai scadere nella parodia di se stessi. Inoltre hanno sempre ammirato anche Quentin Tarantino per la sua capacità di utilizzare il cinema a suo piacimento e i Monty Python per la comicità surreale. 

Alla fine i The Jackal sono approdati al cinema soddisfacendo il loro sogno attraverso questa commedia satirica ricca di citazioni e riferimenti, da "Alien" a "Men in Black", con scene ricche di comicità, tra astronavi e robot che fanno il verso ai Transformers e con tempi misurati su sketch di pochi minuti. Con una guest star d’eccezione: Gigi D’Alessio diverse volte evocato nel corso del film prima della sua apparizione La domanda centrale che viene posta nel film è : se non c’è lavoro sulla terra forse si potrebbe provare a cercare nello spazio?  Ma la storia come poi si svolge e viene raccontata come ”parodia spaziale” non strappa tutte le risate che aveva promesso riuscendo a far sorridere solo in alcuni frangenti, deludendo dunque nella sostanza. Forse anche a causa della sua veste formale, sceneggiata come un algido puzzle di citazioni cinematografiche e non. Si è dunque lontani dalla comicità della webseries di fantascienza Lost in Google anche se al gruppo va riconosciuto sia inventiva che talento. Nel film si tenta di scherzare molto sul tema del lavoro e sulle molte difficoltà dei trentenni di oggi. Infatti se Ciro riesce ad essere assunto con contratto a tempio indeterminato dagli alieni rendendosi così indipendente anche dall’atavico ed italiano cordone ombelicale con la madre, la sua amica Matilda (Beatrice Arnera) decide di andare a Londra mentre il suo amico Fabio si crogiola nel suo lavoro con il padre quale scelta più facile da perseguire in un mondo dove lottare non è più una delle priorità.

Certo manca il coraggio di qualsivoglia forse troppo facile denuncia alla criminalità organizzata e di converso il cd. deus ex machina a cui i ragazzi si rivolgono per trovare lavoro è la Chiesa o la polizia, canali tradizionalmente confortanti.  Lo spaccato sul mondo dei trentenni che ne esce è anche a tratti velato da sottile malinconia e su tutto incombe la paura e l’ansia di non riuscire a superare gli ostacoli sul proprio cammino. Forse solo con la propria ironia, creatività ed ambizione si potrà ricomporre l’impasse sociale: questo è comunque il messaggio positivo che i The Jackal ci lasciano mentre scorrono i titoli di coda.

Michela Montanari

GIFTED - IL DONO DEL TALENTO

Gifted - Il dono del talento
di Marc Webb
con Chris Evans, Mckenna Grace, Jenny Slate
USA, 2017
genere, drammatico
durata, 101'

L’istinto sarebbe quello di sottovalutare “The Gifted - Il dono del talento” il film che Marc Webb ha diretto subito prima di “The Only Living Boy in New York”, appena visto alla Festa del cinema di Roma. La diffidenza iniziale crediamo dipenda dalla convenzionalità del soggetto, ultima versione del family drama alla “Kramer contro Kramer” e da una confezione, caratterizzata da estetiche che puntano tutto sulla riconoscibilità del prodotto. La storia, in effetti, è di quelle alquanto sfruttate, con il personaggio maschile costretto dalle circostanze a ricoprire entrambi i ruoli genitoriali nella speranza di non far pesare alla prole l’assenza della figura materna. Come pure l’espediente di sviluppare la trama intorno ai tentativi del protagonista di opporsi a chi, non ritenendolo adeguato al compito, vorrebbe toglierne l’affidamento. Se poi ci mettiamo che l’attore protagonista ha la faccia e soprattutto il fisico di uno (Capitan America) degli eroi più popolari dell’universo Marvel, si capisce quali siano le ragioni del pregiudizio nei confronti del lungometraggio.


Senza voler affermare a tutto costi il contrario, è bene non liquidare su due piedi il film di Webb perché pur lavorando nell’ambito del conosciuto il regista 

statunitense con l’aiuto della sceneggiatura opera delle varianti capaci di scompigliare il canovaccio. 

Senza entrare troppo nel dettaglio basterà dire che Frank è in realtà lo zio della piccola Mary e che quest’ultima, alla pari della madre suicida, è una sorta di bambina prodigio in grado di risolvere problemi matematici in una frazione di secondo. E, ancora, che a rendere meno certe le iniziali conclusioni dello spettatore ci pensa la comparsa di un terza persona, destinata a riformulare le coordinate esistenziali che hanno portato i protagonisti nella situazioni in cui li vediamo all’inizio della vicenda. Altrettanto da scoprire - e qui veniamo agli attori - è la performance dei due protagonisti, fondata su un’alchimia che fa gridare al miracolo per la verosimiglianza con la quale viene reso il rapporto tra personaggi di Chris Evans (Frank) e della strepitosa Mckenna Grace (Mary), quest’ultima capace di dare vita a una genialità scevra dagli stereotipi ai quali ha abituato certo cinema hollywoodiano. Dell’attore americano invece non stupisce l’attitudine a mettere in discussione l’universo maschile attraverso la rappresentazione di uomini alle prese con le proprie fragilità. E’ anche merito loro se “Gifted” riesce a sconfessare i preconcetti che ne avevano preceduto la visione. 
Carlo Cerofolini

martedì, novembre 07, 2017

MY NAME IS EMILY

My Name is Emily
di  Simon Fitzmaurice.
con Evanna Lynch, George Webster
Irlanda, 2017
genere, drammatico
durata, 100'

La premessa è d’uopo e in quale modo c'entra con gli umori che emergono nel film diretto da Simon Fitzmaurice. My Name is Emily, infatti, non è solo il primo lungometraggio realizzato dal regista irlandese ma è anche l’ultimo da lui diretto, a causa della prematura e tragica scomparsa, avvenuta due anni dopo le riprese. Non è dunque un caso che il film sia pervaso da sentimenti di segno opposto, che vedono la protagonista divisa tra la voglia di mollare tutto, conseguente alla scomparsa della madre e alla successiva depressione del genitore, e un desiderio di riscatto che si traduce nella decisione di escogitare un piano per far fuggire il padre dall’istituto di igiene mentale dove l’uomo è ricoverato. Raccontato a parole e senza il supporto delle immagini My name is Emily potrebbe sembrare diverso da quello che è, tanto i contenuti, da soli, non consentono di apprezzare l’umorismo agrodolce e il contagioso non sense con i quali la stravagante ragazza e il compagno di scuola che ha deciso di aiutarla si mettono in viaggio verso la loro meta.


Adeguando le caratteristiche del paesaggio irlandese, pittoresco e bucolico quanto basta per rispecchiare la dimensione fuori dal comune nella quale si formano i pensieri di Emily – riportati nel film attraverso la voce fuori campo della ragazza – e, più in generale, da cui nascono le singolari reazioni messe in mostra dalla (strana) coppia durante il percorso di avvicinamento, My Name is Emily non casca nel tranello di considerare la malattia (del padre) e il dolore che essa provoca nell’esistenza di Emily (la brava Evanna Lynch) come scorciatoia per arrivare al cuore dello spettatore. Al contrario, facendo della figura paterna una presenza fantasmatica, fissata sullo sfondo di ricordi che alimentano gli slanci poetici con cui la ragazza riesce a sublimare l’assenza dell’uomo, il film di Fitzmaurice non dimentica i suoi generosi protagonisti, regalando loro una storia d’amore che sembra uscita da un libro della favole.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)




lunedì, novembre 06, 2017

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: PORCUPINE LAKE

Porcupine Lake
di Ingrid Veninger
con Charlotte Salisbury, Lucinda Armstrong Hall 
Canada, 2017
genere, drammatico
durata, 84'
Come molti dei film presenti nella sezione Alice nella città, anche "Porcupine Lake" si manifesta allo spettatore come un'opera a basso profilo. Senza grandi proclami e con attori sconosciuti, il film della canadese Ingrid Veninger fa del minimalismo il marchio di fabbrica che lo pone nell'alveo del cinema indie. Con la sola ma fondamentale eccezione che, a differenza della china intrapresa dalle ultime produzioni indipendenti di area anglosassone, "Porcupine Lake" sfugge la maniera proponendoci sentimenti tratteggiati con rara e sentita delicatezza. La storia del film è tanto semplice quanto efficace nell'inserirsi nel filone di un cinema di formazione scandito dalla finestra temporale costituita dalle vacanze estive che favoriscono l'incontro delle due ragazzine protagoniste della vicenda, le quali, alle prese con la crisi dei rispettivi nuclei famigliari trovano il modo di confortarsi attraverso un legame che, come dice Bea poco prima della conclusione, è qualcosa di più di una semplice amicizia. Sponsorizzata dall'attrice canadese Melissa Leo, che innamoratasi della sceneggiatura ne ha favorito la realizzazione, "Porcupine Lake" può contare sulla sensibilità interpretativa di Charlotte Salisbury, che nella parte di Bea riesce a dare spessore allo smarrimento della protagonista di fronte agli agguati dell'esistenza. Alla luce di questo film e di quelli visti nei giorni precedenti ci sbilanciamo in suo favore attribuendole il premio (virtuale) come migliore Alice del concorso 2017.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

IL MIO GODARD


Il mio Godard
di Michel Hazanavicius
con Louis Garrel, Stacy Martin, Bérénice Bejo
Francia, 2017
genere: commedia 
durata: 102’

Il ritratto di una delle figure più importanti del cinema francese e mondiale, quella di Jean-Luc Godard, vista attraverso gli occhi dell'allora giovanissima moglie Anne Wiazemsky, il sessantotto, il maoismo, le proteste contro la guerra in Vietnam, ma soprattutto la storia d'amore appassionata e complicata, tra Anne e Jean-Luc. Tutto questo è raccontato da “Il mio Godard”.
Michel Hazanavicius dopo il fallimento di “The Search”, torna alla sua pratica cinematografica preferita: rivisitare un genere, offrendogli una nuova occasione di visibilità. Era accaduto con un grande e, in parte, inatteso, successo di pubblico per “The Artist” e non si sa quanto il miracolo possa ripetersi con questo “Redoutable” (è questo il titolo originale del film).
L'incertezza è dettata dal soggetto scelto: non molti, probabilmente, al di là dell'ambito della cinefilia, conoscono il cinema di JLG (come ha finito per essere chiamato da ammiratori e detrattori) e, in particolare, le opere che precedono e seguono il periodo preso in considerazione nel film.
Solo chi ne ha apprezzato o detestato l'opera può cogliere tutte le sfumature ironiche di un ritratto che nasce dall'autobiografia dell'allora giovanissima moglie Anne. C'è una consistente dose di odio/amore in questo film che si appropria degli stilemi dell'autore per sottolinearne le contraddizioni. Hazanavicius ammira il Maestro ma fondamentalmente detesta l'uomo, del quale mette in luce tutte le aporie. 


Godard in questo film appare come un borghese, costantemente impegnato ad affrancarsi dalla propria estrazione sociale, senza successo. Non sono tanto gli occhiali, che come un tormentone si ritrovano infranti, a sottolinearne una simbolica miopia nei confronti di chi gli sta vicino, quanto piuttosto le modalità in cui vorrebbe ingabbiare la relazione con Anne ad evidenziare questa condizione. La pervicacia con cui insiste sul vincolo matrimoniale, con annesse gelosie e desiderio di avere sempre la giovanissima consorte al proprio fianco, lo rappresenta come il più borghese dei borghesi. In questo film il regista si diverte a mostrare aspetti inediti del carattere di colui che rappresenta un punto di riferimento professionale, con una lettura a distanza di un periodo che, per ragioni anagrafiche, Hazanavicius non ha vissuto e del quale sottolinea più le ombre che le luci.
Riccardo Supino

domenica, novembre 05, 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Erana James da "The Changeover" di MIranda Harcourt e Stuart McKenzie - Nuova Zelanda 2017- (Alice nella città)

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: MAZINGA Z INFINITY

Mazinga Z Infinity
di Junji Shimizu
genere, animazione
Giappone 2017
durata, 95’


I lasciti del tempo vanno sempre maneggiati con attenzione. Essendo costituiti da elementi deperibili, si prestano di fatto a interpretazioni contraddittorie, se non a veri e propri equivoci. Inoltre, nel caso in cui al quadro, già di suo poco esaltante, s’aggiunge la fatalità della perdita d’una condizione privilegiata - in genere coincidente con la giovinezza di colui il quale con taluni di questi lasciti ha avuto la ventura d’imbattersi - ecco che il disinganno velato di delusione si fa strada anche nei meccanismi di difesa (perché, tutto sommato, tali sono i tentativi di conservare intatti o, addirittura, vedere migliorati, certi frutti dell’ingegno adottati dal proprio immaginario) più accomodanti.

Simile suggestione accompagna il trovarsi al cospetto d’un’opera come “Mazinga Z Infinity” di Shimizu, basata sulla figura dell’eroe umano-meccanico (mecha) partorito dall’estro di Go Nagai nei primi anni ’70. Lo sforzo di tenere insieme in un unicum coerente e vitale un’intuizione coronata dal successo ma appartenente al passato con l’esigenza d’attualizzarla senza snaturarne l’essenza (duplicità ribadita anche in senso strettamente tecnico e stilistico lavorando su un’idea d’animazione che tiene presente, ossia fa convivere, l’innovazione digitale con l’artigianalità pura del disegno) è, per l’appunto, rivelatore d’una ambiguità di fondo - quasi archetipica, potremmo dire - tra genuina ispirazione e necessità contingenti, che il film dal canto suo non risolve ma amplifica in una sorta di guado perenne dal quale mano mano tenta di cavarsi fuori ricorrendo però a (noti) mezzi interlocutori che rispondono vuoi al passo altalenante d’una trama complicata e circolare; vuoi ai rovelli interiori del protagonista oscillanti tra l’approdo a un ruolo d’osservatore quasi distaccato delle sorti d’un’umanità ritratta sul crinale d’un imminente e definitiva pacificazione ottenuta grazie all’utilizzo saggio d’una favolosa energia, quella fotonica, e l’altro (funzionale al lato spettacolare del film e ai meccanismi d’immedesimazione), una volta che l’ordine viene insidiato da una terribile minaccia, d’intrepido combattente: vuoi, infine, alla riesumazione d’uno storico avversario (il Dottor Inferno), opposto in tante precedenti occasioni al campione del Bene.

Parallelamente a questo incerto tentativo d’effettuare uno scarto nella riproposizione, s’innesta, altrettanto dispersivamente, il cuneo simbolico d’una doppia natività (quella che allieta Tetsuya e Jun e introduce quella a venire di Koji e Sayaka) e il fenomeno futuro ma tangibile d’una dimensione d’inedita parentela tra genere umano e - diciamo così - quasi tale (Lisa, carattere femminile dalle spiccate implicazioni metaforiche nelle sue sembianze di creatura sintetica ma organica “per oltre il 90%”, affine per capacità cognitive e intraprendenza alla Lucy bessoniana, come pure latrice d’una sfera affettiva, ovvero d’un nucleo di desiderio, umana-troppo-umana), favorita da sovrapposizioni quantistiche inerenti il multiverso (a dire, la comprensenza d’universi paralleli più o meno sfasati d’un certo gradiente temporale), che se per una ragione allude a una possibile moltiplicazione di suggestioni riguardo il destino dei vari attori in scena, per l’altra, spesso e volentieri, s’offre sotto forma di sibilline spiegazioni (per inciso, non facilitate dalla compressione a cui viene sottoposto il più articolato e polisemico intercalare giapponese) che ne diluiscono sia il fascino sia l’effettiva portata.

In un quadro siffatto, ulteriormente ispessito da un sottotesto centrato sulla sottolineatura edificante secondo cui il genere umano da il meglio di sé quando mette da parte i contrasti e s’unisce in uno slancio collettivo, le accelerazioni e i cambi di ritmo dettati dagli scontri tra il malvagio Inferno (e i suoi sodali Ashura e Blocken) e la nutrita compagine dei buoni o, a maggior ragione, la presenza puramente comica di Boss e della sua improbabile squadra di disturbatori ancora pronta a opporsi all’invasione dei mostri con le armi della fantasia e dell’improvvisazione più che con i proverbiali pugni atomici e lame rotanti (intermezzo, questo, di contagioso svago sempre ai limiti d’una ludica e consapevole inverosimiglianza a sua volta parente prossima dell’astrazione più duratura, quella che contiene anticorpi auto-parodistici, i soli in grado di stemperare la sentenzionsità un po’ vacua di quelli chiamati a-salvare-il-mondo circoscrivendone, al contempo, responsabilità e appannaggi), quasi faticano a imporsi o si manifestano - ed è un paradosso - come propaggini dovute (alla rimembranza nostalgica, alle priorità produttive e commerciali) d’una battaglia (narrativa, estetica, morale) che si sta svolgendo altrove, magari proprio nel cuore di quella frizione, oggi nel pieno del suo vigore, all’interno dell’immaginario contemporaneo scisso tra la spinta a costruire inediti (e non di rado inquietanti) scenari futuri e l’irresistibile malìa esercitata da un passato idealizzato (prossimo, recente) mai stato così presente.
TFK

sabato, novembre 04, 2017

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: SCOTTY AND THE SECRET HISTORY OF HOLLYWOOD

Scotty and the Secret History of Hollywood
di Matt Tyrnauer
USA, 2017
genere, documentario
durata, 98'
 

A metà strada tra il cinema di "L.A. Confidential" e il gossip targato "Hush Hush", la rivista scandalistica in voga negli anni successivi al secondo conflitto mondiale. Così appare agli occhi dell'appassionato "Scotty and the Secret History of Hollywood", basato sulla singolare parabola del protagonista Scotty Bowers, procacciatore di piacere e aitante gigolò per alcune delle star più celebri della mecca del cinema. Fedele custode dei segreti dei vari George Cukor, Cary Grant e tra gli altri della (finta) coppia Hepburn/Tracy, Bowers andato in pensione e forte del fatto di non procurare dispiacere ai suoi ex clienti - nel frattempo scomparsi - ha deciso di pubblicare un libro di memorie alquanto evocativo: "Full Service" dal quale il film di Matt Tyrnauer parte per tracciare un profilo del singolare personaggio, nonché del lato meno conosciuto dello stardom americano. Al di là degli aspetti più pruriginosi, che racconta senza reticenza ma anche con una certa parsimonia di dettagli e di fatti, il documentario trova motivi di interesse nella ricostruzione d'epoca partecipe e affettuosa che ne fa il protagonista. Il quale, pur venendo da un'infanzia conflittuale per altro mai condannata o abiurata nonostante i dichiarati abusi subiti, si rivolge ai contenuti del suo libro e quindi del film con un'atteggiamento complice ma distaccato, e come pochi hanno saputo fare, al di sopra del bene e del male. 
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: A PRAYER BEFORE DAWN

A Prayer Before Dawn
di Jean-Stéphane Sauvaire
con Joe Cole, Vthaya Pansringarm. Panya Yimmumphai 
Gran Bretagna, Francia 2017
genere, drammatico
durata, 120'


Per quanto incredibile, la storia dell'inglese Billy Moore è realmente accaduta in una delle prigioni più note della Thailandia, dove l'uomo è stato rinchiuso per circa tre anni. Abituato alla violenza per essere un pugile di professione, Moore scopre ben presto che il modo di salvarsi dalla degradante condizione della detenzione carceraria è quella di continuare a indossare i guantoni, avendo come posta in palio quella di salvarsi la vita. Al modo di un reportage proveniente da una zona di guerra, il film di Sauvaire gira il martirio dei corpi e la loro umiliazione con una consistenza al tempo spirituale e carnale che da una parte riporta con precisione documentaria l'esperienza di Moore all'interno del carcere, del quale il film riesce a restituirne in miniatura le dinamiche del corpo sociale; dall'altra, si cimenta nelle forme di genere e in particolare in quella del prison movie arricchendone gli stilemi. Ciò che ne esce è un film che immerge lo spettatore nella sua vicenda non facendogli sentire le oltre due ore di durata. Jean-Stéphane Sauvaire mette insieme Winding Refn e Mendoza riprendendo, dell'uno, la cinematica della violenza, dell'altro, lo sguardo antropologico. In pratica un capolavoro!
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

venerdì, novembre 03, 2017

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: HOSTAGES

Hostages
di Rezo Gigineishvili
con Merab Ninidze, Darejan Kharshiladze, Avtandil Makharadz
Georgia, Russia 2017
genere, drammatico
durata, 103'


Per ragionare sul tramonto delle ideologie e in particolare di quella comunista quasi a ridosso della caduta del Muro, arriva dalla Georgia la ricostruzione di uno degli episodi più noti della cronaca recente di questo paese. Gli ostaggi del titolo sono quelli del volo di linea sequestrato da un gruppo di giovani georgiani intenzionati a violare la legge, espatriando  in Turchia, Siccome il piano finì tragicamente con la morte di alcuni dei passeggeri e la condanna a morte degli assalitori, "Hostages" fa dimenticare le sua funzione testimoniale in virtù di un'inesorabilità da cinema noir. Sarà forse per questo che la cosa più interessante del film è quella di cogliere la fine di un'epoca attraverso l'insanabile frattura esistente tra le vecchie generazioni, colpevoli di non aver lottato contro gli aspetti più retrivi del regime comunista e le nuove, desiderose di emanciparsene mediante l'affermazione della propria individualità. Nel farlo il regista Rezo Gigineishvili mette in scena una sorta di delitto e castigo  per la logica ferrea del giudizio finale ma anche per la presenza di una serie di figure come  quella del prete corruttore di menti giovanili e dell'esistenza idealistica  e delirante dei ragazzi, uomini e donne,  responsabili del misfatto. Peccato che un simile paragone si sfaldi di fronte a un'impostazione drammaturgia a tratti inesistente, al punto di vanificare    Il portato tragico dell'assunto primario. Presentato all'ultimo festival di Berlino "Hostages" cosi' a metà del guado.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

giovedì, novembre 02, 2017

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: VALLEY OF SHADOWS

Valley of Shadows
di Jonan Matzow Gulbrandsen
con Adam Ekeli, Kathrine Fagerland
Norvegia, 2017
genere, drammatico
durata, 91'
 

Dopo aver visto "Valley of Shadows" il primo pensiero è quello di avere assistito a una sorta di versione norvegese del nostro "Sicilian Ghost Story". La comunanza con l'idea di cinema e le estetiche presenti nell'ultimo film di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, oltre alla fatto di mettere in scena sotto mentite spoglie i riti di passaggio collegati all'età infantile e adolescenziale, sono solo alcune delle cose che rendono l'opera prima di Jonan Matzow Gulbrandsen una delle più sorprendenti e originali viste fin qui alla Festa del Cinema di Roma. Ciò che stupisce in un film così piccolo ed (economicamente) defilato è la grandiosità del suo dispositivo, capace di valorizzare le sue componenti in un unisono tenuto insieme da  quella sonora, orchestrata dalla musica dell'anima del grande Zbigniew Preisner, storico collaboratore di Krzysztof Kieslowski. Se a un primo livello il film racconta l'incontro con la morte da parte di un bambino al quale l'improvvisa scomparsa del fratello fa venire meno le già precarie sicurezze familiari, con il passare dei minuti l'elaborazione del lutto si trasforma in una sorta di viaggio dantesco in cui il percorso erratico di Aslak all'interno del bosco e gli incontri da lui compiuti durante il suo vagabondare altro non sono che il modo per liberarsi delle sue paure. Senza l'utilizzo di effetti speciali, ma con la capacità di riformulare le coordinate dello sguardo con l'obiettivo di attribuire nuovi significati a ciò che già conosciamo, "Valley of Shadows" ci fa entrare in un mondo incantato e in una foresta di segni che dialogano con l'inconscio dello spettatore. Illuminato dalla fotografia espressionista dello stesso Gulbrandsen, che è anche titolare della sceneggiatura, il film procede scarnificando l'opera di messinscena per restituirci la purezza della visione. Senza dimenticare che era dai tempi di "Lasciami entrare" che il cinema non proponeva una rappresentazione così inquieta della fanciullezza.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

mercoledì, novembre 01, 2017

SAW: LEGACY

Saw: Legacy
di Michael e Peter Spierig
con Tobin Bell, Laura Vandevoort, Callum Keith Rennie, Matt Passmore, Cleè Bennett
USA, 2017
genere, horror
durata, 92'

La malerba non muore mai. E nemmeno Saw – l’enigmista che, dopo tredici anni dalla sua prima apparizione e sette anni dall’ultimo episodio della saga, torna con un nuovo gioco e con un’altra scia di macabri omicidi che sembrano ancora portare la firma dell’indiscusso protagonista omicida John Kramer, alias Jigsaw (Tobin Bell). 
 L’enigmista però lo avevamo seppellito nel terzo capitolo. E benché l’iconico personaggio faccia ancora massicciamente parte della trama, il titolo della pellicola dei fratelli Michael e Peter Spierig parla chiaro: la presenza dell’Enigmista è solo un riuscitissimo inganno. Quello che abbiamo davanti non è lui, è la sua eredità.  
Un’eredità che ancora fa rivivere, attraverso l’ennesimo emulatore di Jigsaw, l’idea di un mondo micidiale dove bene e male si confondono. Dove il carnefice e i suoi giochi diventano un passaggio obbligato di purificazione e dove le vittime si trasformano in peccatori senza garanzie di salvezza.
Ancora una volta, trappole ingegnose fanno capolino per scandire i gradini di un macabro percorso di espiazione delle colpe, messo a punto per costringere i giocatori a fare una scelta per sopravvivere.
Eppure, nonostante la coerenza di intenti, c’è qualcosa che allontana “Saw: Legacy” dagli episodi precedenti: l’ambientazione.
Gli ambienti interni e chiusi in cui le vittime si muovono lasciano ampio spazio a un’ambientazione in esterno. La sequenza del gioco è interrotta da inseguimenti polizieschi e da lunghe scene di indagini alla CSI che spezzano e penalizzano di gran lunga il senso di asfissiante claustrofobia proprio della saga.
Nemmeno la crudezza degli agghiaccianti omicidi e il sangue che avevano fatto di Saw un’icona del cinema splatter, plasmando una nuova idea di crudeltà e paura, hanno la forza di una volta.
Perciò alla fine del gioco, il Capitolo 8 ha il sapore di un thriller più che di un horror. I novantadue minuti scorrono veloci ma, pensati per accontentare i fan dopo sette anni di astinenza, non riescono davvero a riportare come vorrebbero i cultori della saga nel mondo di terrore e di ansiosa agitazione del macabro John Kramer.  


Valeria Gaetano

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: C'EST LA VIE

C'est la vie
di Eric Toledano e Oliver Nakache 
Francia, 2017
genere, commedia
durata, 117'


Che "C'est la vie" di Eric Toledano e Oliver Nakache fosse una commedia godibile lo si poteva immaginare, un po' perché i due registi nell'ambito del genere in questione rappresentano uno dei rari casi in cui la popolarità si sposa con l'intelligenza, e poi in virtù del fatto che il film a casa propria è uno dei campioni d'incassi della stagione. "C'est la Vie" però si rivela un passo in avanti rispetto alle più rose previsioni, poiché non solo i registi ritrovano il sano menefreghismo e l'atteggiamento dissacrante che erano stati alla base del successo di "Quasi amici", ma lo uniscono a una gestione dello scena da grandi cineasti. Per essere una commedia l'opera si sviluppa in uno spazio scenico ultra dimensionato e attraverso un numero di personaggi da cinema kolossal. Merito della trama, collocata all'interno di una magnifica villa in cui fervono i preparativi di un matrimonio faraonico, e dei registi, i quali per raccontarne il dietro le quinte delle sua organizzazione decidono di girare il film come se si trattasse di una lunga session musicale e, quindi, di corrisponderne il saliscendi umorale dei personaggi con un ritmo sincopato, che nel film viene visualizzato dall'alternanza tra riprese a camera fissa e piani sequenza in cui la telecamera insegue i tentativi del protagonista di tenere testa alla litigiosità dei suoi dipendenti e ai molti imprevisti che rischiano di far precipitare la situazione. È' inutile dire che le scene esilaranti non si contano e che, alla pari di una partitura musicale, i nostri riescono a far suonare ogni meccanismo dell'ingranaggio, a cominciare dall'amalgama dei tanti attori che compongono il cast. Più importante è però sottolineare il crescendo drammaturgico con il quale il film riesce a trasformare il divertimento in qualcosa di più toccante e profondo, che ha il sapore della vita. Non andarlo a vedere quando uscirà nelle sale significa non volersi bene.
Carlo Cerofolini

Film telecomandati - TRAINING DAY

di,  Antoine  Fuqua
con, Denzel Washington, Ethan Hawke, Scott Glenn, Eva Mendes.
USA 2001

genere, drammatico
durata, 125"






Antoine Fuqua è un regista che comincia ad avere una filmografia sostanziosa. Ciò non gli ha consentito - ancora, perlomeno - di ridurre l'altalenanza degli esiti delle sue opere. A prove poco convincenti ("King Arthur", 2004; “I magnifici sette”, 2016 ), riuscite solo in parte (“Olympus has fallen”, 2013; “The equalizer", 2014; “Southpaw”, 2015) o pericolosamente ai limiti del patetico, se non del ridicolo ("L'ultima alba"/"Tears of the sun", 2003), affianca un esordio promettente ("Costretti ad uccidere"/"The replacement killers", 1998, con C.Yun-Fat e M.Sorvino) e tre colpi niente male: “Shooter”, 2007 "Brooklyn's finest”, 2009 - che può considerarsi un prolungamento e una estremizzazione di alcuni argomenti proposti in "Training day” - e, appunto, "Training day" del 2001.

Utilizzando una messinscena ancorata solidamente a un realismo scabro e non di rado brutale, quanto estetizzante in talune soluzioni formali, l’autore di Pittsburgh racconta ilgiorno (determinante) d'addestramento (training day, appunto) di un giovane poliziotto, Jack Hoyt/Hawke, deciso a diventare detective dell'antidroga di Los Angeles. Intransigente e idealista, Hoyt viene affidato alle cure dell'anziano Alonzo Harris/Washington, spregiudicato sbirro profondo conoscitore della strada, delle sue insidie e delle sue regole non scritte, poco incline a soffermarsi sui regolamenti e invischiato in una fitta ragnatela d'affari poco chiari e frequentazioni potenzialmente letali. I due caratteri - opposti ma con aspetti complementari che via via risalteranno, aumentando l'ambiguità del loro rapporto - arriveranno ben presto ai ferri corti.

Tratteggiato con mano felice da David Ayer, già autore di sceneggiature centrate sul mondo del crimine (vedi "SWAT", "Harsh times", "La notte non aspetta", "End of watch" - questi ultimi tre, diretti oltreché scritti - ), "Training day" si svolge nell'arco di un giorno qualunque in quel gigantesco ginepraio esistenziale che è Los Angeles, all'interno del quale si aggirano i due tutori dell'ordine uniti dal caso e dalle inderogabili necessità del servizio ma divisi dall'applicazione minuta della prassi poliziesca a sua volta minata da una più profonda frattura circa la visione del fine e del senso autentico da attribuire a concetti sempre al centro delle contraddizioni del dibattito sociale contemporaneo, comelegge e ordine. Per Hoyt è ancora possibile gestire l'autorità che il cittadino consegna nelle mani di un Corpo in uniforme e in armi, come è quello della Polizia, entro i limiti che riconoscono nell'altro - seppure criminale - un titolare di diritti; per Harris la quotidiana consuetudine della realtà metropolitana non è che il trasferimento della legge della giungla, della lotta per la sopravvivenza, in un contesto reso sempre più scivoloso e sempre più ostile dalla modernità tecnologica e dall'onnipresenza ossessiva del denaro.

Girato in buona parte negli autentici luoghi del degrado, dei traffici e delle vite perdute, fotografato (Mauro Fiore) evocando cromatismi brillanti e contrastati che rimandano al Müller di "Vivere e morire a Los Angeles" di Friedkin, intriso di cinismo, di sarcasmi senza repliche, come di violenze piuttosto esplicite e ripetute che non lascerebbero presagire improvvise aperture alla tregua e alla stanchezza, il film di Fuqua tocca con una sua ferina sagacia (soprattutto nella prima parte) un buon numero di nervi scoperti e irrisolti di questo nostro tempo e di questo nostro vivere una fine che non finisce mai di finire e ci consegna due tipi umani - uno, disciplinato e leale ma non disposto a tollerare la sopraffazione; l’altro, affetto da una sorta di superomismo scaltro, frutto probabile d’un’esemplarità corrosa dal tempo e dai compromessi - antitetici ma legati a filo doppio, controversi, quindi difficili da dimenticare.

Niente da dire sul finale compensativo/consolatorio, di certo poco coraggioso, forse imposto, se non che ne fa rimpiangere almeno un paio di più inquietanti e metaforici. Oscar a Washington come migliore attore protagonista (con l’immancabile strascico di polemiche riguardo l'attribuzione d'un premio a un attore nero per un ruolo negativo). Nomination per Hawke come migliore attore non protagonista.
TFK