giovedì, novembre 19, 2015

GLI ULTIMI SARANNO GLI ULTIMI

Gli ultimi saranno gli ultimi
di Massimiliano Bruno
con Paola Cortellesi, Alessandro Gassman, Fabrizio Bentivoglio
Italia, 2015
genere, commedia
durata, 103'



Luciana vive ad Anguillara, in provincia di Roma, lavora in fabbrica ed è sposata con Stefano, disoccupato cronico pieno di idee multimilionarie ma refrattario all'idea di stare sotto padrone. Da tempo desiderano un figlio che non arriva: quando, finalmente, il loro sogno si avvera, il datore di lavoro di Luciana si rifiuta di rinnovarle il contratto a tempo determinato, vista la gravidanza in corso. Antonio è un poliziotto veneto trasferito ad Anguillara con disonore e accolto con scherno dai colleghi. Il suo è un percorso di espiazione costellato dalle punizioni del capo e le mortificazioni dei compagni di pattuglia. Scritto e diretto da Massimiliano Bruno, Gli ultimi saranno ultimi nasce come pièce teatrale ma nella trasposizione cinematografica si sposta dal Piemonte al Lazio, allargando lo spazio a molti caratteri riconoscibili: gli amici, i vicini, la poliziotta goffa e sfortunata, la guardia giurata affettuosa, l'apprendista ambiziosa. Ognuno brilla grazie a una scrittura precisa e credibile e all'interpretazione esatta ed empatica di un cast di ottimi caratteristi: Maria Di Biase, gli amici Silvia Salvatori, Emanuela Fanelli, Giorgio Caputo e Marco Giuliani. Bravissimi anche Diego Ribon nei panni di un sindacalista, Duccio Camerini padrone di casa e Francesco Acquaroli padrone delle ferriere, Ariella Reggio mamma di Antonio.

Paola Cortellesi (Luciana) è perfetta: tenera, stressata, commovente, buffa, patetica. Le tiene testa uno straordinario Alessandro Gassmann (il marito Stefano) che dà prova inconfutabile, con apparente leggerezza, della sua raggiunta maturità d'attore e della sua capacità, condizione necessaria per la commedia all'italiana, di essere insieme gaglioffo e gagliardo. Fabrizio Bentivoglio si cala con difficoltà nei gesti e nell'accento del poliziotto Antonio, ma rende bene la gravità del personaggio. Accanto a loro, Stefano Fresi e Ilaria Spada lasciano il segno e Irma Carolina di Monte interpreta con precisione quello che, forse, si può definire il personaggio più originale del film. Vale la pena dettagliare il lavoro degli attori perché la regia è completamente al loro servizio: ne segue i movimenti interiori ed esteriori, resta loro addosso.


Gli ultimi saranno ultimi racconta con umorismo e levità, che nascondono una forte partecipazione, le vicende di un gruppo di italiani del presente, stretti fra la crisi e la necessità di negarla, strozzati dalla paura e la vergogna, sempre più limitati nelle loro possibilità e nei loro margini di scelta. Persone che non riescono più a vedere ciò che sta davanti ai loro occhi, che prendono derive deleterie senza nemmeno rendersene conto, che vedono la loro dignità costantemente sotto attacco e tentano di difenderla come possono. Persone stanche, che smettono di essere ragionevoli. Bruni le racconta con delicatezza, sempre evitando le esagerazioni. Senza limitazioni, però, sottolinea un concetto già noto agli antichi romani: homo sine pecunia est imago mortis, l'essere umano senza soldi è l'immagine della morte e, in quanto tale, tutti lo evitano. Massimiliano Bruno torna con il suo cinema corale, varcando la soglia della satira politica, come già aveva fatto in Nessuno mi può giudicare, ma in maniera molto più decisa: di quella pellicola riprende la riflessione sul lavoro, invertendo le occorrenze drammaturgiche. La commedia, intesa come territorio di confine tra generi, è ancora il motore che gli consente di oltrepassare i bordi, modulando spesso i toni in direzioni opposte e contrastanti.


È interessante il modo in cui Bruno riproponga coerentemente gli elementi di un racconto che attraversa tutti i suoi film con un vero e proprio processo di disseminazione, non solo attraverso i rimandi giocosi, ma nell’impiego di alcuni frammenti narrativi reinterpretati da diverse angolature, mettendo al centro il lavoro, la famiglia, le relazioni e le antinomie della vita. Gli ultimi saranno ultimi riassume tutta la filmografia precedente, con una maggiore introspezione psicologica dei personaggi e abitando quel confine che consente di trasformare le situazioni della commedia nell’innesco della tragedia: è sufficiente un lieve slittamento di senso o uno scambio semantico per imboccare la deriva della gag o "il riflesso del tragico antico nel mondo moderno", per dirla con Kierkegaard.
Riccardo Supino

mercoledì, novembre 18, 2015

Q&I - DANNY BOYLE PARLA DI "JOBS"



Quando arriva nella sala dove è stato appena proiettato il suo ultimo film Danny Boyle ha l’aria di chi sa di aver fatto un buon lavoro. "In effetti non era facile intercettare un personaggio importante e controverso come Steve Jobs, la cui vita" - afferma il regista - "fu piena di successi ma anche di ombre, soprattutto nel privato e in special modo nell'ambito della propria sfera relazionale. Non a caso i rapporti con le persone, soprattutto con quelle che gli furono più vicine furono sempre il suo tallone di achille" - conferma Boyle che, a chi gli chiede se non gli sembra che in qualche modo il suo lavoro corra il rischio comunque di alimentare il mito  del personaggio risponde di non aver mai pensato a questo tipo di conseguenze ma di essersi concentrato esclusivamente sul modo di restituire nella maniera più efficace e imparziale la  storia e i fatti che lo riguardarono.


Interpretato da Michael Fassbender nel ruolo del protagonista e da Kate Winslet in quello della sua fedele assistente, “Jobs” può contare sulla sceneggiatura di Aaron Sorkin, diventato celebre per aver firmato gli script di  “Moneyball” e di The Social network”. "Aaron" - dice Boyle - "ha scritto una sceneggiatura diversa da quella che solitamente mi capita di leggere perché in questo caso si trattava di girare sulla base di un copione di circa duecento pagine, composto per la maggior parte da dialoghi fittissimi e da descrizioni molto dettagliate sull’ambiente e i personaggi" - che poi aggiunge -  “Più che al teatro come potrebbe far pensare la scelta di girare in interni ho cercato di rifarmi a un linguaggio cinematografico il più possibile cinematico che mi permettesse di esprimere, attraverso il continuo movimento del protagonista, perennemente in moto da uno spazio, la sua volontà di mantenere il controllo sulle cose e di rendere visibile in che maniera questa ossessione finisse per alienarlo da famigliari e colleghi"



Se "Jobs" non sottrae il suo personaggio alle contraddizioni meno piacevoli della sua esistenza, sottolineandone per esempio l’incapacità a rapportarsi con la figlia oppure a condividere con gli altri, e per esempio con l’amico e collega Stephen Wozniak interpretato da Seth Rogen, i meriti legati alla rivoluzione tecnologica dei prodotti Apple, è pur vero che il film ne sottolinea anche il carisma, la visionarietà e l’incredibile successo. “La personalità di Steve Jobs, con i suoi alti e bassi così come il suo percorso esistenziale  fornivano alla storia un materiale drammaturgico di per sé affascinante, che in qualche modo avvalora il mito del genio bello e maledetto” afferma Boyle che poi si affretta ad aggiungere “ questo non vuol dire che personalmente condivida questa tesi anzi io voglio continuare a pensare che si possa essere straordinariamente creativi e al tempo stesso buoni e giusti”. 

E a proposito dei tentativi della moglie di Jobs di opporsi alla realizzazione del film il regista è categorico “ si è vero, e anzi aggiungo che molte delle persone che avevo interpellato hanno rinunciato al film proprio a causa della pressioni esercitate della moglie di Jobs . Da parte mia posso dire che in passato mi è capitato di rinunciare a un progetto per motivi più o meno simili ma in questo caso c’era di mezzo una biografica autorizzata, da cui il film è stato tratto, che costituisce una sorta di unicum in quanto Jobs per la prima volta nella sua vita decise di lasciare totale libertà a chi la scrisse, rinunciando a qualsiasi tipo di controllo o condizionamento.Da qui la convinzione che il film andava comunque fatto perchè raramente accade che di una persona così importante si possa parlare con la sincerità offertami dal materiale di cui disponevo". 

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI - LORO CHI?

Loro chi?
di Francesco Miccichè, Fabio Bonifacci
con Marco Giallini, Edoardo Leo
Italia 2015
genere, commedia
durata, 


Privo di sfondo e con gli attori in primo piano che vi figurano senza alcun infingimento, il poster di “Loro chi?” di Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci non fa mistero sulla natura dell' offerta che punta le sue carte sulla riconoscibilità di una coppia d' interpreti sulla cresta dell'onda per essere stati parti in causa di alcune delle commedie italiane più riuscite e popolari degli ultimi anni. Basterà ricordare, nel caso di Marco Giallini, la partecipazione nelle veste di co protagonista di “Posti in piedi in paradiso” e, per quanto riguarda Edoardo Leo l’accoppiata costituita dal cult “Smetto quando voglio” di Sidney Sibilia e di “Noi e la giulia” di cui era anche regista, per rendersi conto della via preferenziale di cui il film disponeva nella corsa per la conquista del botteghino . A dire il vero anche la trovata del copione non era così male, perché l’incontro scontro tra personaggi di segno opposto - David fragile e impacciato e Marcello determinato e vincente - veniva messa a disposizione di una trama che, nel raccontare la storia di due imbroglioni impegnati a sbarcare il lunario alla maniera divertente e un pò cialtrona dei soliti ignoti monicelliani, prevedeva la messa in discussione del primato del pubblico rispetto alla storia, facendo dello spettatore allo stesso tempo complice e vittima di ciò che sta guardando.


In questo modo il film funziona soprattutto all’inizio, quando si tratta di raccontare il mondo senza prendersi sul serio ma anzi ironizzando non poco sul mestiere dell’attore e sull’essenza di un’arte che pur alimentandosi del proprio egoismo ha bisogno di una platea in grado di legittimarne l’esistenza; come ha modo di evidenziare Marcello che, sottolineando la funzione catartica della menzogna, unico rimedio per rendere accettabile la vita non solo si costruisce una morale in grado di giustificarne i comportamenti truffaldini ma permette agli autori del testo di affermare il valore catartico del cinema nell’ottica di un film come “Loro chi?” che in un certo senso di assume il compito di sollevare lo spettatore da suoi problemi quotidiani. Nella seconda parte invece, quando “Loro chi?” terminata l’introduzione dei personaggi decide di ampliare i propri orizzonti raccontando i preparativi e l’esecuzione del grande colpo, quello messo a punto per sottrarre all’ex capo di David un importante formula industriale, “Loro chi?” finisce per credere a ciò che racconta, e, di conseguenza, a trattare il narrato senza quel doppio fondo di allusioni e significati che fino a quel punto gli avevano permesso di fare la differenza. E questo nonostante l’impegno dei mattatori Giallini e Leo a cui va comunque assegnato il primato della bravura e della simpatia.



martedì, novembre 17, 2015

IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI

Il segreto dei suoi occhi
di Billy Ray
con Chiwetel Ejiofor, Nicole Kidman, Julia Roberts
Usa, 2015
genere, thriller
durata, 131'


In questo caso solo il cinema potrebbe salvarci. Poiché l'unico modo di accostarsi al remake de "Il segreto dei suoi occhi" di Billy Ray senza provare nostalgia per la sua versione originale sarebbe quella di dimenticare il film di Juan José Campanella, facendoci aiutare dagli sceneggiatori di  "Se mi lasci ti cancello". Nell'impossibilità che tutto ciò si possa realizzare in tempo utile per la scrittura della recensione, non ci resta che affrontare la consapevolezza di quel precedente e dunque valutare gli esiti di un film che professa le sue intenzion nella tipologia della confezione, debitamente adattata agli standard del pubblico americano e internazionale, a cui il film ammicca predisponendo un cartellone da premio Oscar; con la new entry costituita da Chiwetel Ejiofor, fresco di nomina per il ruolo da protagonista in "12 anni schiavo" ad affiancare due veterane dell'Academy come di Nicole Kidman e di Julia Roberts, ricche di premi e di nomination. Per chi ancora non lo sapesse, la vicenda del film è destinata a ruotare attorno al brutale omicidio di una ragazza e ai successivi tentativi di catturarne il colpevole da parte del detective incaricato di occuparsi del caso e del vice procuratore distrettuale  che in qualche modo si ritrova a coadiuvarlo. Suddivisa in due diversi archi temporali,  la storia procede alternando un prima e un dopo che scaturiscono dalla decisione delle autorità di liberare l'assassino che, una volta  assicurato alla giustizia, viene rilasciato per poter continuare a svolgere il lavoro di informatore necessario a sgominare un importante rete terroristica.


Intenzionato a sfruttare il potenziale divistico dei suoi attori, il regista promuove il personaggio di Jess (Julia Roberts), la madre della vittima, a una visibilità maggiore rispetto a quella del corrispettivo argentino, facendola entrare in gioco non solo nelle varie fasi dell'indagine messa in piedi per catturare l'omicida, in cui interferisce e come parte in causa e come collega di lavoro del protagonista Ray Kasten, ma soprattutto, e qui secondo noi risiede una delle pecche del film, interfacciandola all'interno del rapporto tra Ray e l'algida Claire (Nicole Kidman); le cui dinamiche, sottratte al contesto intimo e privato per cui era nato dall'intrusione del terzo incomodo -  rappresentato appunto dal personaggio interpretato da Julia Roberts - non riesce a rendere come dovrebbe la tensione amorosa che nei piani della sceneggiatura doveva qualificare quella relazione. Ora, tenuto conto che nel film del 2010 a fare la differenza era stata  la perfetta sovrapposizione tra la materia criminale, legata appunto all'omicidio della ragazza, e quella melodrammatica, conseguenza della passione mai dichiarata che univa Benjamin e Irene; e che, sempre per rimanere nell'ambito della sfera emotiva, era stata proprio la legge del desiderio, considerato nelle sue forme più disparate  (anche in  quello malato e deforme provato dall'assassino nei confronti della vittima) a tenere compatta e a fornire il senso di una storia che altrimenti, presa nei suoi singoli filoni narrativi, presentava più di un punto debole, si può capire cosa significhi in termini di qualità il venire meno di queste caratteristiche. Che, nella trasposizione americana sono travasate in maniera parziale e attraverso una drammaturgia costruita su una serie di scene madri - da quella del ritrovamento del cadavere  al confronto con il probabile assassino all'interno degli uffici della polizia - scaturite quasi esclusivamente dal plot criminale e dagli ostacoli proposti dal percorso investigativo e non dal non detto esistente tra Ray e Claire.


Così, snaturata dell'essenziale componente melò e ridotta a semplice criminal movie, la trasposizione americana ingigantisce quello che era stato il maggior difetto del modello originale, e cioè il fatto di promuovere una detection costruita sull'intuito invece che sulla ragione e su una successione di trovate che mettono a repentaglio ogni logica investigativa: come quella che consente a Kasten di risalire all'assassino e al movente del crimine desumendolo da un dettaglio fotografico di per sé irrilevante, oppure all'escamotage che consente a Claire di ottenere l'insperata confessione del presunto colpevole. A rimanere inalterato è dunque è lo scheletro del racconto e poi una liturgia di particolari poco significativi come quello del calcio estemporaneo sferrato dal detective al cane troppo zelante o il gergo da strada utilizzato da Claire durante l'interrogatorio decisivo, e ancora il ricorso all'ambientazione sportiva  (con il football americano al posto del calcio) utilizzata per ricostruire il profilo del fantomatico omicida. A mancare è invece il coinvolgimento e la trepidazione per la sorte dei personaggi che, soprattutto per quanto riguarda il comparto femminile, risente della svogliata prestazione delle due divine, troppo comprese nel proprio ruolo di star per calarsi nell'inquietudine esistenziale dei rispettivi caratteri.
(pubblicata su ondacinema.it) 

lunedì, novembre 16, 2015

ABACUC

Abacuc
di Luca Ferri
con Dario Bacis
Italia, 2015
genere, commedia, drammatico
durata, 85'


Abacuc è un gigante muto che vaga per cimiteri senza un obiettivo preciso: a volte con un libro sottobraccio, talvolta con una parrucca in testa. La sua peregrinazione e le sue attese sono interrotte solo da inserti di ritratti fotografici d'epoca o raffigurazioni grafiche di scheletri, su cui scorrono registrazioni musicali o di parlato. Di volta in volta, voci automatizzate, ultraterrene, una maschile e una femminile ripetono meccanicamente sequenze di testo o messaggi telefonici.

Opera anti convenzionale, volutamente inintelligibile, ermetica e ricca di citazioni, "Abacuc" provoca il pubblico, sfidandolo a decifrare il misterioso protagonista. Nome da profeta biblico e gestualità ridotta al minimo, Abacuc sembra non poter far altro che prendere atto della fine di un'umanità autoreferenziale e senza speranza. Si muove tra architetture mostruose, sempre vuote, desolanti.
La cifra stilistica di Abacuc è la ripetizione, sia sul piano visivo che sonoro. Tornano di frequente tombe private, loculi, edifici funebri anche monumentali. Accuratissimo il lavoro sul sonoro: un commento spesso dissonante, disturbante, a cura di Dario Agazzi, compositore dei pezzi originali con effetti di riavvolgimento e stratificazione vocale e autore anche delle "composizioni verbali", ossia delle litanie stranianti e ironiche che costellano il tempo vuoto di Abacuc, elenchi di affermazioni in assonanza surreali come «leggo Lacan/ vado in montagna» o «leggo Adorno/guardo film porno».
In questo film così criptico, l'unica cosa chiara è la volontà di tornare all'essenzialità del cinema, sfruttando le risorse della sua povertà: bianco e nero, super 8, recitazione da muto, camera, per lo più fissa, rivolta a set familiari, delimitati, orrendi. Abacuc è un poema per immagini e suoni che canta l’esistenza dell’eroe eponimo, un omaccione di circa duecento chili di incredibile potenza espressiva. Corpo-oggetto che, a dispetto del peso, si libra leggero all’interno delle inquadrature.

Ferri riprende Abacuc ponendolo al centro di cadre al limite dell’onirico, esaltate da un montaggio e un commento musicale di rara efficacia. Quattro anni di lavoro ossessivo per dare forma a un film che sfugge alle classificazioni. La definizione più vicina potrebbe essere quella di sperimentale, ma è comunque limitante.2

Certo, non è un’opera per tutti, ma, superato l’impatto iniziale, si rivela un’esperienza visiva emozionante.
Riccardo Supino 

domenica, novembre 15, 2015

LA FOTO DELLA SETTIMANA


Timbucktu di Abderrahmane Sissako (Francia, Mauritania, 2014)

sabato, novembre 14, 2015

SALO' O LE 120 GIORNATE DI SODOMA

Salò o le 120 giornate di Sodoma
di Pier Paolo Pasolini
con Paolo Bonacelli, Giorgio Cataldi, Aldo Valletti
Italia, 1976
genere, drammatico
durata, 126'


Quattro signori, il Duca, il Monsignore, Sua Eccellenza e il Presidente, al tempo della Repubblica Sociale di Salò si riuniscono in una villa con 4 ex prostitute, ormai non più giovani, e un gruppo di giovani maschi e femmine catturati con rastrellamenti dopo lunghi appostamenti. Nella villa i Signori per 120 giorni potranno assegnare loro dei ruoli e disporre, secondo un regolamento da essi stessi stilato, in modo assolutamente insindacabile, dei loro corpi. La struttura del film è divisa in 4 parti: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue. Dopo la Trilogia della vita (Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una Notte), Pasolini sente la necessità di affrontare un'opposta, tragica lettura dell'uso della sessualità. Questa volta, ispirandosi all'opera del marchese De Sade, condanna il potere di ogni tempo, non solo quello fascista.

"Ora tutto si è rovesciato. Primo: la lotta progressista per la democratizzazione espressiva e per la liberalizzazione sessuale è stata brutalmente superata e vanificata dalla decisione del potere consumistico di concedere una vasta (quanto falsa) tolleranza. Secondo:anche la "realtà" dei corpi innocenti è stata violata, manipolata, manomessa dal potere consumistico: anzi, tale violenza sui corpi è diventato il dato più macroscopico della nuova epoca umana. Terzo: le vite sessuali private (come la mia) hanno subìto il trauma sia della falsa tolleranza che della degradazione corporea, e ciò che nelle fantasie
sessuali era dolore e gioia, è diventato suicida delusione, informe accidia". Così si
esprimeva il regista in un suo testo del 1975, pubblicato postumo.

Rilette oggi, queste sue parole assumono un valore chiarificatore sugli intenti di un film che cerca lo scandalo e insiste sui particolari più turpi. Nonostante la motivazione, la reazione non si è fatta attendere: si voleva far scomparire per sempre l'opera dalle sale. Proiettato a Parigi per la
prima volta a 20 giorni dall'uccisione del suo autore, il film subì sequestri e dissequestri, ma la sua libera circolazione fu sancita solo dieci anni dopo. Il degrado delle mura entro il cui perimetro si svolgono le azioni ci mostra, grazie al mirabile apporto dello scenografo italiano Dante Ferretti, non solo i segni lasciati dal tempo sull'edificio, ma anche, e soprattutto, quelli ben più significativi di un disfacimento acui sembra impossibile porre rimedio. Quello di Pasolini si pone come un grido di allarme disperato. La mercificazione dei corpi e del sesso sarebbe divenuta, negli anni successivi, sempre più invasiva sotto le mentite spoglie di una apparente libertà. Da parte di alcuni si è voluto leggere il film come una sorta di testamento di Pasolini alla ricerca della morte, ma si tratta, di fatto, di una lettura a posteriori e non necessaria per comprenderne la forza dirompente di un requiem per una civiltà che ormai non è più tale. Salò può sembrare monotono, ripetitivo, a suo modo didascalico, e moralistico come, necessariamente, diventa una rappresentazione che cerchi di ricalcare la struttura dell’inferno.

In tutto il film prevale un unico organo genitale: il fallo. La supremazia del fallo è propria della fase evolutiva che Freud chiama fallica. I personaggi sembrano fissati a questo stadio, nel quale il bambino non conosce ancora la differente costruzione dei sessi.Questa immaturità è confermata dal fatto che nel film non vi è conclusione, così come avviene nella realtà in ogni forma di sessualità perversa o deviata nell’oggetto. In Salò soggettivo e oggettivo, in precedenza tenuti separati nell’intera produzione filmica pasoliniana, si ricompongono come una massa compatta, senza alcuna possibilità diriscatto e, ancor meno, senza alcuna sublimazione. Infatti, esso segna un autentico taglio epistemologico. Non più il mondo da un lato e la coscienza infelice dall’altro, bensì una scrittura che abbraccia tutto, i dettagli e l’insieme, che, metaforicamente, rimuove ogni speranza, implicando tutti nel tetro universo che descrive e che preclude un qualunque alibi e conforto.

Riccardo Supino

giovedì, novembre 12, 2015

68 FESTIVAL DEL FILM DI LOCARNO - IL CINEMA CHE FA STARE BENE: PIETRO MARCELLO PARLA DI BELLA E PERDUTA

In occasione della presentazione di "Bella e perduta", in concorso alla 68 edizione del festival del film di Locarno abbiamo avuto modo di parlare del film con il suo regista Pietro Marcello La seguente è intervista è solo in parte il frutto di domande personali ed è stata realizzata mettendo insieme le dichiarazioni del regista emerse durante la conferenza stampa e nell'approndimento a cui il regista si è prestato per una piccola parte dei giornalisti italiani presenti al festival.



Da che cosa viene la scelta di presentare il film a Locarno?
Principalmente dal desiderio di Carlo Chatrian di avermi in concorso e dal fatto che nel momento in cui ho dovuto dargli una risposta definitva non avevo ricevuto altre chiamate. Il film era stato inviato anche a Venezia però, col senno del poi, credo che Locarno sia un festival che si addica maggiormente alle mio modo di essere. Se ci fossi andato, se fossi stato chiamato probabilmente mi sarei dovuto presentare con Sarchiapone, il bufalo che ho fatto recitare nel film, quindi alla fine è stato meglio così
Per certi versi "Bella e perduta" è un film che sembra ripartire da zero rispetto a quello che avevi fatto prima, parlo anche in termini di linguaggio.
Il mio linguaggio cinematografico si rimodula film dopo film ma fondamentalmente rimane sempre lo stesso. In questo caso "Bella e perduta" è nato da solo perché dopo la morte di Tommaso, il pastore che aveva scelto di prendersi cura della reggia di Carditello, abbiamo dovuto rivedere il piano di lavorazione. All'inizio infatti, volevamo fare un viaggio attraverso le regioni d'italia alla ricerca di personaggi emblematici, poi con la morte di Tommaso, abbiamo deciso di restare nella provincia Casertana per continuare a parlare di lui attraverso Sarchiapone, il bufalo che ha lasciato in testamento al contadino della Tuscia a cui poi Pulcinella lo dovrà recapitare. Da qui anche lo scarto formale del film che, dopo un inizio prettamente documentaristico si trasforma in una vera e propria fiaba, con quello che ne segue in termini di contenuti e montaggio.


Nel film ci sono immagini d'archivio molto esplicite che mostrano le diverse reazioni della popolazione rispetto alla questione della cosidetta Terra dei fuochi.
Volevo far capire alle persone le problematiche legate alla Terra dei fuochi ma ero consapevole del rischio di poter sfociare nel film d'inchiesta. D'altra parte non potevo raccontare quella terra che è anche la mia senza parlare di queste cose. Ancora una volta la morte di Tommaso mi è venuta incontro facendo diventare la storia una vera e propria fiaba.
Te la senti di poter dire che il film è influenzato da film come "Au  Hazard Balthzard" di Robert Bresson e "Uccellini e uccellaci" di Pier Paolo Pasolini.
Sono film che ho visto e che certamente hanno influenzato la mia formazione ma penso che "Bella e perduta" sia un'altra cosa rispetto a quei due capolavori. Di certo però ho pensato spesso al film di Pasolini.
Tu hai affermato di non essere interessato al teatro ma poi nel film proponi Pulcinella che appunto deriva da quella tradizione, non ti sembra un controsenso
In verita la figura di Pulcinella mi è stata ispirata da ricordi che risalgono alla mia fanciullezza e da un vicino di casa che dopo aver finito di lavorare si vestiva da Pulcinella e se ne andava in giro a far divertire le persone. Mi ricordo che un giorno lo vidi mentre si levava la maschera, e forse è stato proprio l'impatto emotivo di quella visione ad aver ispirato la mia versione di questo celebre personaggio. Aggiungo che nel film Pulcinella è interpretato da Sergio Vitolo, un non attore visto che nella vita fa il fabbro, ma certamente l'unico disposto a portarsi dietro un animale di 100kg.


Volevo chiederti se ti eri posto l'idea di che tipo di pubblico potrebbe vedere il tuo film, che differisce molto dai prodotti che arrivano nelle sale e che quindi potrebbe avere difficoltà a trovare spettatori
Sinceramnte non saprei risponderti perché è un problema che non mi pongo. Quando faccio un film lo faccio per me perché è una cosa che mi fa stare bene. Mi rendo conto che di fronte ho un pubblico paratelevisivo, l cui gusto è stato rovinata da anni di cattiva televisione ma io di questo non posso farci niente e di certo non mi fa cambiare il mio modo di girare. Ed è proprio per continuare a mantenere la mia indipendenza che giro con risorse limitate. Con il mio carattere non potrei sopportare intromissioni. Non amo il cinema del reale e penso che a me come regista spetta il compito di trasporre la realtà dal mio punto di vista. Per fare questo devo avere totale libertà.

Ci puoi parlare degli aspetti tecnici e produttivi 

Il film si è potuto realizzare dapprima grazie a Mario Gallotti e successivamente a Paola Malanga di Rai Cinema che voglio ancora ringraziare. Il budget è stato di quattrocentocinquanta mila euro e per quanto riguarda gli aspetti tecnici ti posso dire che ho girato con pellicole scadute, che  mi davamo la possibilità di lavorare con la celluloide e quindi con un prodotto alchemico che non potevo controllare. Lo so che è un paradosso per me che appartengo a una generazione cresciuta con il digitale ma così è per me. Al contrario il film è stato montato con i tempi del documentario e cioè molto velocememte. In questo modo sono stato in grado di risparmiare tempo e denaro.
(pubblicata su ondacinema.it/speciale 68 festival del film di Locarno)

INSIDE OUT

Inside Out
di Peter Docter, Ronnie del Carmen
Usa, 2015
genere, animazione
durata, 94'



Mentre dalle parti del Sol Levante il cartone animato - si pensi agli anime dello studio Ghibli o agli hentai  - è sempre stato normalmente un genere pensato anche per  il mondo adulto, la tradizione occidentale è sempre andata nella direzione esattamente opposta, ovvero quella di relegare i cartoon alla visione per bambini - si veda la filmografia Disney -. Tendenza questa che la Pixar, da qualche anno a questa parte, ha iniziato a invertire già da un titolo come “Up”, e che con “Inside out” sembra aver preso una piega definitiva. Modellamento, quello fatto in quest’ultima produzione, che sembra essere un compromesso - senza le accezioni negative del termine - ideale nel coniugare le necessità di fruizione del pubblico adulto e di quello dell’infanzia, inserendo da un lato un punto di vista che stimola l’occhio critico e dall’altro assolvendo alla finalità commerciale - vedasi lo straordinario successo al botteghino - .

In quest’ottica “Inside out” affianca al divertimento l’indagine sugli imperi della mente di una bambina, la cui crescita emotiva procede parallelamente con gli avvenimenti narrativi dei personaggi - veri protagonisti della vicenda - che nell’immaginario degli autori muovono la coscienza  della ragazzina, mai dimentichi però di essere mossi a loro volta da un contesto esterno che, nello specifico, riguarda un espediente narrativo spesso usato nel mondo adolescenziale, e che già la Pixar aveva usato in “Toy story”, ovvero quello della famiglia costretta al trasloco causando squilibri emotivi alla prole.

Mentre il finale, dopo aver commosso, lascia aperte le porte ad un probabilissimo sequel - “Ormai ha 12 anni, cosa potrà mai accadere?”, alludendo ironicamente ai futuri deliri adolescenziali - bisogna prendere atto che “Inside out”, dal punto di vista della scrittura, è avanti anni luce alla maggior parte dei film in-carne-ed-ossa.
Antonio Romagnoli

mercoledì, novembre 11, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI -THOU WAST MILD AND LOVELY

Thou Wast Mild and Lovely
di Josephine Decker
con Joe Swanberg, Sophie Traub, Robert Longstreet
Usa, 2014
genere, drammatico
durata, 78'




Era dai tempi dell’esordio alla regia di Philip Ridley, e stiamo parlando di “Riflessi sulla pelle” girato nel 1990, che il cinema anglofono non era stato più in grado di  sublimare in maniera altrettanto potente quella parte di territorio extraurbano che per determinismo ambientale e tradizione culturale costituisce da sempre il cuore pulsante della nazione americana. Ed è proprio a quella dimensione rurale che era stata oggetto d’indagine del collega inglese a funzionare da elemento  scatenante della vicenda che è al centro di “Thou Wast Mild and Lovely”, il lungometraggio con cui Josephine Decker ribalta aspettative e luoghi comuni normalmente associati alla visione di un’esistenza scandita dalle mansioni necessarie alla conduzione della fattoria in cui vivono e lavorano i protagonisti della storia. Che, isolati dal mondo e obbligati a condividere buona parte del tempo libero, si ritrovano a fronteggiare la gelosia di Jeremiah, il padre di Sarah, morbosamente attaccato alla figlia, e per questo deciso a ostacolare il legame di complicità che la ragazza stabile con Akin, temporaneamente impiegato nell’azienda.
Utilizzando il contesto bucolico come amplificatore delle pulsioni dei personaggi e, di conseguenza, del crescendo di tensione e di erotismo che scaturisce dall’ambiguità dei loro rapporti, “Thou Was Mild and Lovely” lambisce i confini che dividono il cinema di finzione da quello documentario, raccontando il paradiso perduto dei suoi protagonisti attraverso un flusso di immagini e parole che, tanto nella forma quanto nei contenuti, sembra continuare sulla scia di quello stream of consciousness inaugurato dal Terence Malick di “Tree of Life”, e poi ripreso, tra gli altri, da un film come “Stop the Pounding Heart”, di cui quello della Decker potrebbe essere la versione noir


Perchè “Thou Wast Mild and Lovely”, svincolandosi da qualsiasi giustificazione che non sia quella riguardante la riproduzione della specie, salvaguardata al di là di ogni merito e giustizia (come testimoniano gli esiti del drammatico finale), intraprende una strada alternativa al film di Minervini mediante un depistaggio che, lasciandosi indietro ogni parvenza di poesia precipita, lo spettatore in un gorgo di ossessioni seducenti e malsane. Qualcuno ha fatto il nome di David Lynch ma poco importa, perché se “Thou Wast Mild and Lovely” ha un merito, è quello di farci appassionare al talento della sua regista e alla bravura dei suoi splenditi attori; tra i quali, con una menzione speciale vogliamo ricordare Sophie Traub, autrice di un’interpretazione che nella resa emotiva del suo personaggio ci consegna una figura femminile davvero indimenticabile. 

BASETTE



Basette
di Gabriele Mainetti
con Valerio Mastandrea, Daniele Liotti, Marco Giallini
durata 16'38''
Italia 2008


Da un po' di tempo a questa parte, anche grazie alla definitiva consacrazione del digitale, molti autori giovani si sono affacciati - e sempre più numerosi continuano a farlo - sul panorama cinematografico nazionale smentendo le voci che vorrebbero rappresentare il cinema italiano contemporaneo come un cadavere in decomposizione. Perché se è vero che un certo sentimento massonico continua ad influenzare le più importanti case di distribuzione e di produzione,  Gabriele Mainetti - e come lui tante eccezioni che iniziano ad essere un numero sostanzioso -  ora definitivamente lanciato con "Lo chiamavano Jeeg robot", si era già fatto notare nel 2008 col cortometraggio "Basette", cortometraggio nel quale la criminalità di borgata si fonde al "fan movie" che omaggia i personaggi di Lupin e dei propri fedeli compagni di furti - splendide le caratterizzazioni, in particolare quella di Jigen -. L'abilità visivo/narrativa di Mainetti s'intravede quindi già in quest'operazione complessa, nella quale fonde la dimensione neo-realista della  micro-criminalità  - appartenente, questa, agli angoli bui di una Roma fatiscente - alla maniera della commedia da fumetto, tutto volto ed evidenziare e a restituire una dignità poetica a immaginari opposti che solo uno spunto brillante come quello di Mainetti poteva amalgamare. 
Antonio Romagnoli 

Qui il link per vedere il cortometraggiohttps://www.youtube.com/watch?v=NMs7lQt9DsA

martedì, novembre 10, 2015

LE ANTEPRIME DE I CINEMANIACI - EXPERIMENTER

Experimenter
di Michael Almereyda.
con, Peter Sarsgaard, Wynona Ryder, Kellan Lutz, Dennis .Haysbert.
USA 2015
genere, drammatico
durata, 90'




"Per correggere un difetto, l'uomo preferisce
alla qualità antagonista il difetto simmetrico".
- N.G.Davila -


1961, università di Yale (CT), Stanley Milgram (in aramaico melograno)/Sarsgaard, giovane studioso di scienze sociali conduce, coadiuvato da una piccola equipe, una serie di esperimenti inerenti il comportamento umano finalizzata all'indagine dei meccanismi spontanei o indotti che regolano le reazioni dei singoli di fronte al binomio comando/obbedienza. Contrariamente all'opinione accademica corrente, scopre ben presto che una percentuale significativa dei partecipanti - mai inferiore al 65% - risponde ad una sollecitazione autoritaria con atteggiamento passivo (nonostante il palese conflitto morale che essa ingeneri): ossia, tende ad acconsentire all'esecuzione di un ordine ricevuto benché esso, inequivocabilmente, comporti una punizione (nello specifico: il test messo a punto da Milgram e dai suoi collaboratori prevede la presenza di due volontari - uno dei quali, all'insaputa dell'altro, e' membro del gruppo di ricerca - a cui vengono assegnati i ruoli di insegnante e di allievo e che, sistemati in stanze attigue prive di comunicazione visiva, vengono chiamati a seguire uno schema per cui, dati dei quiz a risposta multipla in cui ciò che conta e' la corretta memorizzazione degli abbinamenti stabiliti, ad ogni valutazione errata dell'allievo corrisponde l'invio di una scarica elettrica ad intensità crescente da parte dell'insegnante).

Milgram, uomo all'apparenza invisibile, aplomb tolteco (prevale, nel film, la tessitura di un unanime grigiore a partire dall'insistenza dell'occhio cinematografico sui toni bruni e sfumati), si dimostra da subito puntuale e inflessibile nella raccolta dei dati, nel loro studio e successiva analisi ma soprattutto nella conclusiva elaborazione di tesi poco ortodosse - e quindi mal digerite - che con certosina perizia arrivano a smontare buona parte delle convinzioni condivise circa le risposte psicologiche (e le conseguenti ricadute in termini di azione abitudinaria) dell'uomo animale-sociale a sollecitazioni legate all'accettazione/diniego di un'imposizione.


Almereyda si appropria della vicenda di Milgram ripercorrendola lentamente e secondo le tappe fondamentali che ne hanno caratterizzato il percorso di scienziato e di uomo, avvalendosi di una gran copia di materiale di prima mano proveniente dall'attività pubblicistica e cattedratica del suo protagonista. Minuziose ricostruzioni delle sessioni dell'esperimento che lo hanno reso - sebbene in modo controverso - noto, si alternano a scampoli di una vita privata ordinaria (Milgram - persona in ogni caso dotata di una qual distante ironia - incontra e in breve sposa Sasha/Ryder, con cui imbastisce un sodalizio tanto umano, coronato dalla nascita di due figli, che, in parte, professionale, per via delle prestazioni di collaborazione a latere da lei curate) ma come sospesa/sacrificata dall'impellenza di una ricerca che giunge ad interessarsi delle interrelazioni logiche/psicologiche che coinvolgono gruppi umani sempre più vasti, fino a lambire altri campi di studio - più o meno affini - che vanno dal comportamentismo, agli approfondimenti sull'origine del conformismo; dalla verifica della teoria dei sei gradi di separazione, alla disamina degl'ingranaggi mentali che stanno alla base della formazione del cosiddetto senso comune, e a produrre rielaborazioni di carattere generale intorno, ad esempio, al principio di stato d'agente, in base al quale gl'individui di una società complessa, causa il progressivo restringimento delle capacita' di organizzazione (e controllo) degli aspetti di un vivere oltremodo composito - a loro volta strettamente relati ad occupazioni sempre più specialistiche esperite quasi solo come funzioni di un preciso mansionario; stili di vita vieppiù routinari; riduzione degli spazi reali d'intervento sulle dinamiche che stabiliscono le linee d'indirizzo comuni - finiscono quasi inconsapevolmente con l'assoggettarsi, opponendo, cioè, una resistenza via via minore, all'autorità.


Secondo un metodo narrativo prevedibile ma efficace nel sottolineare l'attitudine analitica di Milgram avvezza ad osservare la realtà tutta come un immenso campo di applicazione in tensione continua tra formulazioni teoriche e tentativi sperimentali, costituito, per dire, da riflessioni e congetture pronunciate direttamente verso lo spettatore, come dalla presenza di sovrapposizioni fotografiche e fondali posticci al posto della usuale ripresa dal vero degli ambienti, Almereyda registra i singoli stati d'avanzamento di un intelletto costantemente al lavoro, arrivando spesso - al termine di sentieri disseminati di grumi di una sommessa inquietudine - alla pressoché indistinguibile sovrapposizione tra elaborazione mentale e quotidiano spicciolo, in cui si smarrisce (o non e' più così netta) la pertinenza degli ambiti di ciascuno. Milgram, detto in altro modo, progredisce/vive di fronte al nostro sguardo in relazione diretta alle giravolte della sua indagine, al punto da constatare criticamente ma fuggevolmente e con l'impassibilità tipica di uno di quei referti che per un'intera esistenza ha stilato, persino la propria morte, avvenuta per arresto cardiaco, al termine di un percorso concettuale parte dei cui assunti alimentano ancora il dibattito di una contemporaneità tutt'altro che a riparo dalle contraddizioni da esso sollevate, in un giorno di fine dicembre del 1984.
TFK

lunedì, novembre 09, 2015

SPECTRE

Spectre
di Sam Mendes
con Daniel Craig, Lea Seydoux, Christoph Waltz, Monica Bellucci
Italia, 2015
genere, azione
durata, 150'


In missione per conto della defunta M, che gli ha lasciato un video e un incarico spinoso da risolvere, James Bond sventa un attentato e uccide Marco Sciarra, terrorista legato a Spectre, una misteriosa organizzazione criminale tentacolare. Il suo colpo di testa gli aliena Gareth Mallory, il nuovo M alle prese con pressioni politiche, e Max Denbigh, membro del governo britannico, che non vede l'ora di mandare in pensione i vecchi agenti dell'MI6 e di controllare con tanti occhi le agenzie del mondo. Congedato a tempo indeterminato, Bond prosegue la sua indagine contro il parere di Mallory e con l'aiuto dei fedeli Q e Moneypenny. Tra un funerale e un inseguimento, una vedova consolabile e una gita in montagna, l'agente 007 stana Mr. White, una vecchia conoscenza con crisi di coscienza e una figlia da salvare. Bond si fa carico di entrambe e protegge Madeleine Swann dagli scagnozzi di Spectre, amministrata dal sadico Franz Oberhauser. È lui l'uomo dietro a tutto, è lui il megalomane da eliminare. Madeline la chiave per risalire.

Spectre affonda nelle pieghe dell’animo di Bond: per la prima volta vediamo il suo appartamento, le sue foto da bambino e scopriamo dettagli personali sconosciuti, per non parlare delle varie volte in cui ritorna il nome di Vesper Lynd, la donna che 007 ha amato di più. Sono brevi momenti che contrastano con l’immaginario classico del vecchio Bond, in linea con il reboot della quadrilogia messo in atto da Neal Purvis e Robert Wade per dar vita a un eroe post-moderno, umano e meno mitologico.


Il bello del 24mo Bond è che recupera i cliché, ma li sovverte con humor: si pensi a quando, ordinando il solito Vodka Martini agitato non mescolato, si vede rifilare un beverone salutista, fino alla scena della resa dei conti dall’esito a sopresa e all’abbandono della consueta misoginia, episodio con la vedova Sciarra (Monica Bellucci) escluso, naturalmente. Con un occhio alla tradizione e uno alla modernità, Spectre attua un ribaltamento dell’iconografia, che serve a rendere credibile l’evoluzione finale dell’eroe, il suo soffermarsi a riflettere sul percorso complessivo della sua esistenza.

Con una manovra azzardata, Sam Mendes prende lo 007 che avevamo lasciato in "Skyfall" e lo porta in "Spectre" ripercorrendo passo dopo passo la galleria dei cimeli del suo passato e della sua mitologia, per metterlo di fronte allo specchio (anche letteralmente, in più di un'occasione) e reinventarlo radicalmente, proprio come logica prosecuzione di questo cammino.

E allora ecco che, scena dopo scena, tornano i vodka martini, le Aston Martin - quelle del presente, ma con le levette uscite dagli anni Sessanta e quelle del passato - la Walter PPK, i treni vecchio stile, le Rolls e lo scagnozzo di goldfingeriana memoria, il confronto con le proprie radici: il tutto mentre Bond è costretto a cambiare. Anzi, vuole cambiare: deviare da vecchi stili di vita per abbracciarne di nuovi.


Non è un caso, forse, che abbia un nome proustiano la donna che sarà strumento del suo riconciliarsi col “tempo perduto”, quella Madeleine che gli consentirà di guardare in faccia tutti i fantasmi della sua vita, che gli si ripresenteranno davanti in una scena clou. È, probabilmente, frutto di una scelta ponderata il fatto che le prime scaramucce tra i due si svolgano su un treno, come già era avvenuto tra lui e Vesper in "Casino Royale". Sam Mendes conclude la sua avventura bondiana con un finale nettamente freudiano: è necessario riconciliarsi con quello che è stato per poter aprirsi a un futuro del tutto inedito.
Riccardo Supino

domenica, novembre 08, 2015

10 FESTIVAL DEL FILM DI ROMA - OURAGAN, L'ODISSE'E D'UN VENT/HURRICANE, A WIND ODISSEY

Ouragan, l'odissee d'un vent/Hurricane, A Wind Odissey
di Cyril Barbacon, Jaqueline Farmer
Francia, 2015
genere, documentario 
durata, 85'



"Enough about you, let's talk about life for a while/
The conflicts, the craziness and the sound of pretenses
falling all around... all around".
- A.Morissette - 


Tra le pieghe di un concetto allo stesso tempo scomodo e cogente come quello della Fine (più volte ricordato altrove), s'annida una delle varianti il cui peso viene spesso ridimensionato a favore di una più subdola quanto perversamente compiaciuta soluzione antropica: il disastro naturale definitivo.

Proprio tale spauracchio, tutt'altro che irrealistico, serpeggia qua e la' e affiora - a tratti - tra le immagini che spiano lo splendore impenetrabile di una primordiale possanza, catturato dal terzetto anglo-francese autore di questo "Hurricane, a wind odyssey", sulle tracce del percorso fisico-geografico segnato dal cosiddetto uragano atlantico: dalle origini sotto forma di pigra brezza a lambire, in un giorno d'agosto, le pianure del Senegal; in crescita rapida lungo il transito oceanico, fino a raggiungere le dimensioni e la potenza - nonché la statura simbolica - di un fenomeno meteorologico di categoria 4, con venti superiori ai 250 km/h (e un occhio centrale azzurro tenue immerso in un'atarassia tutta sua ad una pressione tra gli 880 e i 920 mbar), con le conseguenze sconvolgenti immaginabili, in specie per ciò che attiene gl'insediamenti umani.


Le inerzie stabilite nel corso di milioni di anni secondo uno schema tanto all'apparenza brutale quanto nel profondo insostituibile e - paradossalmente - fragile nel possibile sfasamento delle sue variabili, si rincorrono in sequenze che alternano spesso un ansioso stato di quiete ad una sorta d'ineluttabilità catastrofica la cui spinta fondamentale all'incessante ripristino di un punto di equilibrio - entro cui, date certe condizioni stabilizzate ma fatalmente destinate al decadimento, se ne instaurano senza indugi di nuove, allo scopo di promuovere comunque una rigenerazione (piccoli crostacei sopravvissuti al passaggio del nume, per dire, riguadagnano, furtivi ma decisi, il sentiero dell'acqua) - nella nostra contemporaneità, caratterizzata in via preponderante dalla proliferazione delle attività della specie sapiens a cui, banalmente, corrisponde una costrizione dell'ambito vitale di ogni altro organismo, sembra sempre più virare, per l'anomala interazione delle spinte in campo, verso la manifestazione periodica di brandelli di apocalisse anticipata, nei confronti della quale ci si e' disposti oramai persino con una certa svagata apatia. Non si spiegherebbe altrimenti la costanza - molto più affine, qui, alla stoltezza che alla coerenza - con cui vengono ripristinate, a fronte di quelli che allo stato attuale possono essere considerati veri e propri avvertimenti (l'incidenza generale degli uragani è in costante aumento, così come la dilatazione degli estremi dell'intervallo della loro stagione e la frequenza dei fenomeni più violenti), le inaffidabili consuetudini di partenza. La massa atlantica che devasta Porto Rico, s'abbatte "come un mietitore" su parte del territorio insulare cubano, recupera energia e travolge la zona costiera degli Stati Uniti meridionali (Louisiana), in altre parole, apre di certo la strada ad un cambiamento significativo degli eco-sistemi interessati (nella foresta portoricana - El Yunque - lo sfoltimento di alberi ad alto fusto consente l'esposizione diretta al sole di varietà vegetali rimaste in latenza per decenni) ma, come con chiarezza mostrato, lascia pressoché inerte l'animale umano il quale, o resta - comprensibilmente - attonito di fronte alla devastazione, predisponendosi, però, di fatto, all'ennesima, identica, strategia di ricostruzione, o accumula dati e statistiche, nella vaga prospettiva di stabilire un criterio affidabile di prevedibilità.

Poggiato, come detto, sul doppio binario dell'attesa e della valutazione delle conseguenze, "Hurricane..." propone, in aggiunta, "il dio delle Tempeste" come vero e proprio protagonista della vicenda, soggetto che parla di sè, spiega i propri intenti, adduce motivazioni, ammonisce. Se l'idea è interessante (per quanto non nuova) - modulata, nel caso, nei toni di una suadente voce femminile - da un punto di vista mirato a sottolineare la concretezza vivente di un'epifania naturale, parte della sua realizzazione lo è meno, concertata com'è sui ritmi di una sorta di poeticismo arcadico e sentenzioso (peraltro ricorrente nel documentario naturalistico francese) che, espediente antico ma sempre inefficace, tenta di esorcizzare avvicinandola una forza che non ha la minima possibilità di controllare. Nemmeno, poi, ci fosse ancora chissà quanto tempo...

(Come spesso accade, non determinante il 3D).
TFK


LA FOTO DELLA SETTIMANA




























Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini (Italia, 1962)

sabato, novembre 07, 2015

IO CHE AMO SOLO TE

Io che amo solo tedi Marco Ponti
con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Maria Pia Calzone
Italia, 2015
genere, commedia
durata 



Il cinema che va in vacanza, o per meglio dire, il cinema che manda in vacanza il pubblico. A secondo dei punti di vista, il merito o il difetto di un film come “Io che amo solo te” è quello di non far pensare lo spettatore, distraendolo dai problemi del quotidiano con un lungometraggio che racconta i colori, il mare e le persone di un’isola che non c’è prestata a mo di cartolina alla storia di Marco e Chiara, i quali, arrivati alla vigilia delle nozze si ritrovano a fare i conti con i dubbi e le paure che precedono il giorno del matrimonio, quando, dopo una serie di tira e molla sentimentali che in diversa maniera li ha visti capitolare sotto il peso delle proprie responsabilità, si ritrovano davanti all'altare con l'impressione di non rappresentare l'idea che uno ha dell'altro. Come se non bastasse, a rincarare la dose ci si mettono pure i rispettivi genitori che, in un valzer di rimpianti e recriminazioni, trovano l'occasione per rispolverare  quella promessa d'amore a cui in gioventù non ebbero la forza di tenere fede. 


Trattandosi di una commedia sentimentale, e avendo a che fare con un regista abituato a raccontare la versione agrodolce dei rapporti uomo donna, tutto finirà per il meglio non prima di aver dato sfoggio al campionario di tipologie caratteriali  previste dal copione; che, in ordine di apparizione vedono in prima fila l'inedita coppia rappresentata da Michele Placido nel ruolo di Don Mimi, il padre di Marco e di Maria Pia Calzone in quello di Ninella, la madre di Chiara, davvero in parte nel gioco di specchi che li fa entrare in dialettica con la coppia protagonista di cui diventano in qualche modo il modello da tradire per arrivare alla felicità. Seguiti a breve distanza dalla gran cagnara di famigliari parenti e amici che in questo tipo di film servono per arricchire il cartellone di nomi e di volti in grado di soddisfare la trasversalità del prodotto, in cui tra gli altri trovano posto la prezzemolina Luciana Littizzetto nella parte della cognata brontolona e ancora  i "fidanzati per finta" Eva Riccobono e Eugenio  Franceschini che all'insegna dell'adagio "nessuno e' perfetto" diventano i portabandiera di un film che si fa promotore di un sistema di valori capace di aprirsi al nuovo senza rinunciare al buono che c'era prima. Come testimoniano Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti, attori molto contemporanei  a cui Marco Ponti dona un look e un'ingenuità da poveri ma belli. 







venerdì, novembre 06, 2015

10 FESTIVAL DI ROMA - FREEHELD, AMORE, GIUSTIZIA E UGUAGLIANZA

Freeheld
di Peter Sollet
con Julianne Moore, Helen Page, Michael Shannon, Steve Carell
Usa, 2015
genere, drammatico
durata, 103' 



Non è la prima volta e temiamo non sarà l'ultima che accadrà di ragionare sull'opportunità di presentare cinebiografie come quelle che arrivano sui nostri schermi. Il motivo del ragionamento è conseguente all'incapacità dei film in questione di soddisfare i requisiti di approfondimento e di rigore che dovrebbero costituire il presupposto indispensabile per legittimarne la realizzazione e che, al contrario (l'ultimo dei quali è rappresentato da"The Program" il film di Stephen Frears incentrato sulla figura di Lance Armstrong) si rivelano incapaci di giustificarla. Carenze che sono state impietosamente evidenziate dalla qualità di documentari come "Citizen Four" e "Going Clear: Scientology e le prigioni della fede" che dei suddetti biopic costituiscono l'alter ego capace di esaltare le istanze di realtà tipiche del formato all'interno di struttura drammaturgia che riesce ad essere appassionante e tesa come quella dei thriller e dei crime movie. Così, in'attesa di saperne di più dal confronto che tra breve metterà uno di fronte all'altro "Jobs", il nuovo film di Danny Boyle e "Steve Jobs: The Man in the Machine" ultima fatica del documentarista Alex Gibney, la festa del cinema di Roma ci offre l'opportunità di continuare a trattare la questione grazie a "Freeheld" di Peter Sollet, lungometraggio che ricostruisce la vicenda di Laurel Hester e della compagna Stadie Andree, protagoniste nei primi anni del nuovo secolo di una lungo contenzioso contro la decisione della contea di Ocean County in New Jersey di negare alla Hester - malata terminale e prossima alla morte - il diritto di lasciare la  pensione alla propria partner.


La disputa, che assunse fin da subito la fisionomia di una lotta per la parità dei diritti civili e del matrimonio e che ricevette il sostegno di vari movimenti della comunità LGBT riscosse l'interesse del cinema che del caso si occupò attraverso la produzione di un cortometraggio che fu capace di vincere l'Oscar della sua categoria. Ora, considerato che il film di Sollet oltre a essere un biopic è anche la riproposizione in chiave fiction del documentario di cui abbiamo appena parlato, non si può fare a meno di chiedersi, prima di entrare nel merito degli esiti raggiunti, se  davvero fosse necessaria un'operazione di questo tipo. Detto che il "Freeheld" presentato alla festa del cinema di Roma non è una copia allungata del suo prototipo ma prende in considerazione anche gli anni più felici della coppia, quelli che precedettero la scoperta della malattia e dell'impegno militante, la discriminante favorevole potrebbe essere fornita dall'opportunità di sfruttare la popolarità degli interpreti per allargare la visibilità della storia di Laurel (Julianne  Moore) e Stadie (Helen Page). Un scelta che permette a chi scrive di agganciarsi all'analisi della materia filmica, condizionata non poco negli aspetti formali dalle implicazioni di un contenuto che vuole essere particolare e insieme universale; manifesto esistenziale di una comunità che nell'affermare la propria identità si impegna a mostrarne la continuità con i valori della quotidiana convivenza. Sul piano filmico questa volontà trova la sua coerenza nelle scelta delle attrici che impersonano le due donne, con la presenza della Page divenuta dopo il suo coming out una delle esponenti più note e considerate del movimento GLBT, bilanciata da quella di Julian Moore che la recente vittoria dell'Oscar  ha proiettato in una dimensione di successo generalizzato e privo di etichette. E poi in una regia, che non sappiamo quanto consapevolmente, tende a tipizzare situazioni e modi di essere, al fine di eliminare tutte quegli aspetti che potrebbero circoscrivere la vicenda e quindi spiegarla in ragione di condizioni riferibili unicamente al suo contesto geografico e culturale e non, come invece fu, alla reazione di un bisogno che appartiene all'essenza stessa della condizione umana.



Parimenti al film della Tognazzi (Io e lei), anche quello di Sollet nel ricercare una trasversalità che gli consenta di esprimersi senza urtare la suscettibilità dei benpensanti è costretto a lasciare fuori campo gli aspetti più sconvenienti e meno rappresentabili della tenzone, adeguandosi a una omologazione che è quella della maggior parte dei biopic attualmente in circolazione. Così a mancare e' soprattutto quel surplus d'energia e di determinazione che appartenne alla realtà delle persone coinvolte nella vicenda e che invece sembra mancare a personaggi del film. Senza mai prevedere una parola fuori posto o una reazione fuori dalle righe, e con i cattivi che così non sono, "Freeheld" risulta troppo ecumenico per riuscire ad appassionare come invece dovrebbe.
(pubblicata su ondacinema.it)                

HOME VIDEO - JURASSIC WORLD

Jurassic World
di Colin Trevor
con Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Vincent D'Onofrio
Usa, 2014
genere, 124'


Più che a Jurassic World verrebbe da dire "benvenuti in casa Spielberg". E questo perchè non solo il nuovo episodio dedicato alla saga del parco più "mostruoso del pianeta" ricalca con varianti impercettibili gli altri capitoli della serie ma anche per il fatto che è solo qui che gli ammiratori del grande regista americano potranno ritrovare parte di quello spirito ludico e di quella fantasia che a partire dal 1975 avevano reso grandi film come "Lo squalo", "E.T" e "Indiana Jones", capaci di rinnovare il concetto di spettacolo coniugandolo con un robusto merchandising. Diventato "adulto", il buon Steven ha messo da parte la voglia di divertirsi senza perdere la proverbiale lungimiranza che a un certo punto della carriera gli ha permesso di diventare il Tycoon di se stesso  e che ora, a quattordici anni dalla regia di "Jurassic Park", lo spinge a rituffarsi, in veste di produttore, in questo "Jurassic World", presentato dal diretto interessato come la naturale prosecuzione del film del 93.


Rispetto al prototipo, il film di Colin Trevorrow certamente non può contare sulla sorpresa provocata dalle prime immagini dei dinosauri in movimento, ne sullo stupore della sala scaturito dal realismo degli effetti sonori – alla prima uscita il frastuono dei passi del Tyrannosaurus - Rex divenne presto il parametro su cui misurare la bontà dei primi home video – ma offre comunque la possibilità di ritrovare gli stilemi e le situazioni più tipiche del cinema spielberghiano, spalmati ad arte su un sottotesto che ripropone l’eterno scontro tra scienza e natura, con la seconda pronta a ribellarsi ai condizionamenti imposti da chi la vorrebbe sottomettere.



Da questo punto di vista “Jurassic World” non tradisce le attese, con gli autori pronti a ricreare quella commistione di avventura spaventevole e insieme rassicurante, che deve in egual misura alla conoscenza dei meccanismi dell'intrattenimento e della suspence, quanto alla riconoscibilità di alcuni dei luoghi più tipici del cinema spielberghiano; a cui "Jurassic World" rende omaggio attraverso un percorso di formazione che conferma il primato dei rapporti affettivi su quelli sentimentali, qui, come sempre nei film del regista di "E.T", messi in disparte anche di fronte all’evidenza rappresentata dal rapporto tra i personaggi di Chris Pratt e Bryce Dallas Howard, impegnati a evitare la catastrofe e nel frattempo calati in una schermaglia dialettica che prelude all’amore. Rispetto ai film della sua categoria "Jurassic World" si fa apprezzare per il realismo degli effetti speciali e per la capacità di costruire sequenze di senso compiuto, laddove gli odierni blockbuster  privilegiano sensazionalismo visivo e frenesia ipercinetica. Solo per questo sarebbe da non perdere.