sabato, dicembre 19, 2015

CINEMA KINO: ROUND - TRIP FESTIVAL A/R - VERGINE GIURATA

Vergine giurata
di Laura Bispuri
con Alba Rohrwacher, Flonja Kodheli, Emily Ferratello, Lars Eidinger
Italia, 2015
genere, drammatico
durata, 90'


Abituato a raccontarsi all'interno dei confini nazionali, il cinema italiano negli ultimi anni è attraversato da una necessità di cambiamento che interessa tanto il sistema produttivo, con progetti nati sulla scia di nuove forme di sovvenzionamento e di distribuzione (pensiamo allo streaming on demand e al crowdfunding), quanto la sua genesi narrativa, sempre più propensa a occuparsi di storie che enfatizzano la trasformazione attraverso continue fughe dalla terra natia. Soffermandosi su quest'ultimo aspetto e tralasciando gli esempi, peraltro numerosissimi, riconducibili alla commedia italiana più recente che ha fatto del "movimento logistico" il volano di ogni intreccio ("Sei mai stata sulla luna?" ne è solo il modello più recente) la ricerca di nuovi spazi vitali ha dato vita a una sorta di osmosi geografica e antropologica, resa tale dai movimenti da e verso il nostro paese. Se la fuga dall'Italia coincide quasi sempre con motivi di ordine esistenziale, come accade in "Un giorno devi andare" di Giorgio Diritti e in parte in un film "leggero" come "Viaggio da sola" di Maria Sole Tognazzi, la presenza straniera nella nostra penisola nasce molto spesso da vicissitudini di tipo economico, legate al fenomeno migratorio che ha investito l'intero continente.

In un contesto che abbraccia entrambe le possibilità si inserisce "Vergine giurata", dell'esordiente Laura Bispuri che, rifacendosi all'omonimo libro di Elvira Dones, narra le vicende di una ragazza albanese (Alba Rohrwacher), costretta dalla legge del Kanun -praticata nelle zone più remote di quel paese- , a rinunciare alla propria femminilità per acquisire gli stessi diritti della compagine maschile. E, contemporaneamente, dopo la morte dei genitori adottivi, della decisione di Hana (diventata nel frattempo Mark) di trasferirsi in Italia per ritrovare la sorella e forse se stessa.


La Bispuri, pur assegnando alla sua protagonista una condizione di sofferenza e di subordinazione appartenente alla maggior parte dei clandestini che sbarcano ogni giorno sulle nostre coste, evita di consegnarsi alla scelta più facile e remunerativa dal punto di vista empatico. Così, benché la regista non risparmi nulla degli aspetti più crudi della cultura albanese, arrivando a toccare momenti di puro cinema antropologico nella scena del funerale, con le donne in secondo piano e gli anziani del villaggio a guidare la cerimonia, a ribadire l'assoluta supremazia della componente maschile, "Vergine giurata" evita di stigmatizzare quelle usanze ed anzi, attraverso il rispetto di Mark nei confronti del padre padrone, si accosta a quel mondo in punta di piedi e con una delicatezza che stempera in qualche modo la violenza di quei comportamenti. Ma non solo, perché liberando il film da qualsiasi tipo di ricatto terzomondista, e lasciando che a parlare sia la fisicità dei suoi protagonisti, la regista riesce a trasformare l'intera vicenda in qualcosa di diverso ed eccezionale. Da una lato, esplorando la realtà con "un'estraneità" derivata in parte dall'adozione del punto di vista di Mark/Hana, in parte dalla scelta di precludere l'ambiente italiano a una riconoscibilità topografica e folkloristica; dall'altra, trasformando "Vergine giurata" in un percorso di liberazione tutto al femminile, che coinvolge in una sorta di reciproco soccorso anche Iolanda, la figlia italiana di Lila, la sorella di Mark, a testimonianza di una condizione, quella della donna, che è universale e non legata ad alcun particolarismo.


La Bispuri utilizza una tecnica mista, che prende molto dal cinema del reale (oltre allo stile di ripresa e al rispetto delle location, efficace e coraggiosa è la scelta di far parlare Mark in lingua albanese), senza rinunciare a momenti di lirismo che prendono forza dall'assoluta veridicità di ciò che vediamo. A cominciare dalle suggestioni indotte dagli inserti dedicati al rapporto tra la protagonista e il ragazzo conosciuto in piscina, in cui l'istintualità violenta e rapace dei personaggi sottolinea la volontà di liberarsi da qualsiasi tipo di condizionamento o sovrastruttura. Oppure, nelle due scene, quella delle ragazze che urlano di gioia, schiamazzando sotto i portici, e nella ripresa subacquea, con la soggettiva sulle gambe in movimento delle atlete di nuoto sincronizzato, in cui le pulsioni sessuali di Mark vengono anticipate dalla spontaneità di quelle esternazioni. Contribuisce al risultato una straordinaria Alba Rohrwacher, capace di calarsi nel ruolo con immedesimazione da Actors Studio. Il resto del cast, formato anche da attori alla prima esperienza non gli e' da meno, a conferma di una bontà complessiva davvero sopra la medi.
(pubblicata su ondacinema.it)

venerdì, dicembre 18, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI - ITALIAN GANGSTERS

Italian Gangsters 
di Renato De Maria 
Andrea Di Casa, Francesco Sferrazza Papa, Sergio Romano
Italia, 2015
genere, docu-fiction
durata, 87'


Dopo il successo di critica e pubblico lo scorso settembre alla 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti, l’ultimo film di Renato De Maria è programmato in anteprima dalla Fondazione Cineteca Italiano presso lo Spazio Oberdan a Milano.
“Italian Gangsters” mette in scena la vita di un’Italia, che va dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Sessanta, raccontata attraverso il punto di vista di famosi banditi protagonisti della cronaca nera del periodo: Ezio Barbieri, Paolo Casaroli, Pietro Cavallero, Luciano De Maria, Horst Fantazzini, Luciano Lutring. Tra Torino, Milano e Bologna, in mezzo alle rovine delle città appena uscite dal conflitto e in ricostruzione fino al boom economico, le storie di questi banditi e delle loro gesta diventano tante lenti differenti, un caleidoscopio di “tipi” d’italiano, che nella loro eccezionalità rappresentano, in una forma metonimica, una società in trasformazione, dove povertà, riscatto, rivalsa sociale e politica sono le cause scatenanti delle loro azioni.
E così abbiamo Horst Fantazzini (Andrea Di Casa) figlio di un anarchico bolognese che iniziò a rapinare banche ed entrare e uscire dal carcere anche attraverso rocambolesche evasioni; Ezio Barbieri (Francesco Sferrazza Papa) protagonista della mala milanese della fine degli anni 40 e coinvolto in una sanguinosa rivolta carceraria a San Vittore; il bolognese Paolo Casaroli (Sergio Romano) a capo di una banda responsabile di rapine e omicidi tra Bologna e Roma; il torinese Pietro Cavallero (Aldo Ottobrino) a capo dell’omonima banda di rapinatori tra Torino e Milano che colpiva contemporaneamente più banche e alla fine rivendicò un operato politico alle sue azioni; Luciano De Maria (Paolo Mazzarelli) protagonista della rapina “perfetta” di via Osoppo a Milano; Luciano Lutring (Luca Micheletti) “il solista del mitra”, rapinatore milanese che operò anche in Francia tra belle donne e jet set fino agli anni 70 e che si riciclò come pittore e scrittore negli ultimi anni della sua vita avventurosa.
Assistiamo alle testimonianze dei vari banditi interpretati da un gruppo di attori poco noti (ma molto bravi) su una scena neutra, inquadrati spesso in primo piano, i cui monologhi, con sguardo in camera, sono alternati in un montaggio con sequenze di filmati originali d’epoca, recuperati dall’archivio dell’Istituto Luce e della Rai, e di pellicole di finzione di autori affermati (come “La classe operaia va in Paradiso” di Elio Petri o “I vinti” di Michelangelo Antonioni) e tutta una serie di film del genere “poliziottesco”. 

Renato De Maria costruisce un vero e proprio “docu-fiction” utilizzando tutti materiali di repertorio e mettendo in bocca agli attori le parole raccolte dalle informazioni e interviste dei vari giornalisti Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Enzo Biagi, dai verbali di polizia, dai resoconti dei processi, dai libri (auto)biografici dei protagonisti. Ma se un documentario è già in sé un punto di vista della realtà, della sua messa in quadro parziale, del suo autore, qui abbiamo uno scarto in più. Oltre al montaggio, come momento di costruzione del racconto, che inserisce l’elemento di “finzione”, come (ri)costruzione di un’epoca attraverso l’utilizzo dei canoni del genere thriller, abbiamo l’intervento degli attori che forniscono un’interpretazione con il corpo, lo sguardo e la voce, i pensieri e le parole dei vari “gangsters” nostrani. Tutto ciò fornisce un’altra impronta che modifica fortemente l’elemento documentaristico, trasformando “Italian Gangsters” in una narrazione che diviene altro da sé, un metafilm pieno di ritmo, per mettere in scena le radici dell’Italia contemporanea, ascoltando le gesta di banditi che diventano la coscienza sporca di un paese che facilmente dimentica il passato. In una continua suspense che non finisce mai e dove il confine tra realtà e finzione viene annullato, in una società che si autoalimenta di gesta reali rappresentate nelle immagini della cronaca televisiva e giornalistica. 
Antonio Pettierre
“Italian Gangsters - Anteprima”, Fondazione Cineteca Italiana, Spazio Oberdan, Sala Alda Merini a Milano dal 19 dicembre 2015 al 6 gennaio 2016 http://oberdan.cinetecamilano.it/eventi/italian-gangsters-anteprima/











CINEMA KINO: ROUND - TRIP FESTIVAL A/R - ARIANNA

Arianna
di Carlo Lavagna
con Ondina Quadri, Massimo Popolizio, Valentina Carnelutti
Italia, 2015
genere, drammatico
durata, 84'



Nonostante le difficoltà che sta attraversando dal punto di vista produttivo, il cinema italiano continua a dare segnali di vitalità. Prova ne sia, all’ultimo festival di Venezia, la presenza di un gruppo di film che ha portato alla ribalta i nomi di Antonio Messina (L’attesa),  Alberto Caviglia (Pecore in erba),  Lorenzo Berghella (Bangland), e appunto di Carlo Lavagna, il regista di “Arianna”, che alla pari degli altri appena menzionati  partecipavano alla manifestazione con la loro opera d’esordio. Al di là delle differenze rintracciabili all’interno dei singoli titoli, ad emergere  in linea generale è il desiderio di porsi in alternativa alla dilagante voglia di omologazione, che caratterizza il panorama cinematografico nostrano. Una diversità che “Arianna” iscrive di diritto nel proprio Dna, attraverso la vicenda della giovane protagonista, adolescente introversa e inquieta che, nell’arco dell’estate trascorsa a contatto con un ristretta cerchia di coetanei  e immersa nella natura incontaminata che circonda la villa di famiglia, è costretta, un poco alla volta, a fronteggiare le conseguenze di un segreto che troverà risposta nella particolarità fisiologica del proprio corpo. 




Partendo dall’anello mancante di una personalità altrimenti incompleta, “Arianna” è il racconto di una presa di coscienza, dolorosa ma necessaria, in cui l’acquisizione dei diversi tasselli che serviranno a ricomporre il mosaico psicologico , della protagonista ma in sottordine anche degli altri famigliari, sono il risultato di un percorso narrativo che adottando la struttura di un thriller esistenziale, procede più per accumulazioni visive che verbali, producendo immagini, a volte svianti, sul tipo di quelle dal sapore bucolico che, contraddicendo la drammaturgia della storia, improntata a un soffuso senso di precarietà, inducono a sentimenti di spensieratezza e di divertimento; a volte evocative del futuro della protagonista; anticipato dal primo piano del volto incorniciato da acque dalla consistenza amniotica, a sottolineare la metamorfosi in atto; in certi casi persino ardite, nella rappresentazione di una sessualità che non solo non rinuncia alle nudità dei corpi ma che nel caso di Arianna, la mostra con un occhio che sembra acuire il mistero di cui la sua carne si fa portatrice. Qualità estetiche e figurative che, sulla scia del successo di registi come Matteo Garrone e Paolo Sorrentino, sono diventate tratto comune a una fetta sempre più numerosa del cinema italiano; e che però, a differenza di altre volte, nel film di Lavagna riescono a fare a meno del proprio decor, per dare linfa agli aspetti emozionali di una vicenda che, seppur collocata in un contesto anche poetico, risulta nelle sue conclusioni tutt'altro che idilliaca; come testimoniano le parole di Arianna che, nel commentare a posteriori il suo percorso di rinascita non omette le difficoltà della consapevolezza acuisite al termine del suo viaggio esistenziale. Senza dimenticare che “Arianna” affrontando tra gli altri temi, quello relativo alle nuove (per modo di dire) forme di identità sessuale – come già aveva fatto Laura Bisturi in “Vergine giurata” - mette in circolo un’idea di comprensione e di tolleranza che davvero sono un invito a non aver paura di affermare le proprie differenze; qualsiasi esse siano.

mercoledì, dicembre 16, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI - STAR WARS: IL RISVEGLIO DELLA FORZA

Star Wars: The Force Awakens
di J. J. Abran
con Harrison Ford, Carrie Fisher, Mark Hamill, Anthony Daniels
USA, 2015
genere, fantascienza
Durata: 136'


Luke Skywalker è scomparso. La mappa con il luogo in cui si è nascosto suscita l'attenzione di Primo Ordine, organizzazione paramilitare che si richiama all'Impero Galattico cercando di restaurarne l'autorità, e della Resistenza, gruppo di repubblicani decisi a contrastare l'autoritarismo di Primo Ordine. Quando Kylo Ren, malvagia pantomima di Darth Vader, scopre che la mappa si trova all'interno di un droide, si scatena una caccia all'uomo senza tregua, che coinvolgerà Finn, uno Stormtrooper che ha deciso di non uccidere, e Rey, una ragazza che vive rivendendo cianfrusaglie recuperate da astronavi.
Dopo 32 anni la saga di Star Wars ha un seguito. Transitata dalle mani di George Lucas a quelle della Disney, la serie viene affidata a J.J. Abrams, creatore di "Lost", già dimostratosi capace di rivitalizzare "Star Trek".
Abrams non tenta di riprendere e rimodernare un'epica, non compie la rischiosa operazione di attualizzare la storia. Preferisce dichiarare immediatamente la resa di fronte a un mito impossibile da scalfire, che si può solo emulare. Il romanzo di iniziazione di un nuovo gruppo di eroi, catapultati in un'avventura più grande di loro, non può quindi che ripercorrere la struttura narrativa e gli stilemi dell'episodio originale, "Star Wars IV - Una nuova speranza", di cui "Il risveglio della Forza" pare un remake, più che un sequel. Così facendo Abrams attribuisce a Lucas la valenza di classico che non si può riscrivere, al pari di Shakespeare o Omero, e insieme accontenta i fan e prepara il terreno per un'invasione mediatico-commerciale su vasta scala.
Calcolare ogni mossa e rispettare l'esigenza di tutti è un processo troppo complesso per risultare privo di conseguenze: a farne le spese è il lato emozionale. La vertigine che si prova di fronte all'introduzione all'episodio o alla prima comparsa degli eroi della trilogia originale è inevitabile, ma, eccezion fatta per quei momenti, "Il risveglio della Forza" coinvolge ma non emoziona. Benché le vicende quasi ricalchino quelle di "Star Wars IV", lo spirito che le infonde pare lontano dall'ingenuità contagiosa da space opera che animava il capostipite.




Un distacco brutale, che porta con sé qualcosa di positivo, a partire dalla crudeltà e dal verismo di sequenze belliche lontanissime dalla tradizione della saga. Gli assalti del Primo Ordine e i loro efferati delitti sono vissuti dalla parte di chi è vittima di un bombardamento o di un'invasione, di chi subisce gli effetti di un disprezzo raro per la vita umana. Quella empietà che prima era molto teatrale, troppo fantastica per suscitare inquietudine, qui per la prima volta si traduce in violenza genocida effettivamente percepibile.
Tra i molti, spesso inconsistenti, personaggi introdotti da Abrams, prevale la figura ambivalente di Kylo Ren: terrificante, tragica, patetica. Una maschera nera che rivela ben presto la sua natura di mera emulazione, trasfigurazione di un ipotetico fan della saga catapultato nel suo stesso mondo di fantasia e incapace di mantenere il giusto equilibrio. Difficile dire se Abrams e lo sceneggiatore Lawrence Kasdan avessero in mente la deriva dell'ossessione nerd di fronte a un potere smisurato o una riflessione più sottile sulla rilettura degli archetipi e sulla ripetizione dei medesimi errori, ma l'incastro tra Kylo e la natura speculare di "Il risveglio della Forza" rispetto a "Una nuova speranza" funziona.
"Il risveglio della Forza" è il trionfo di un cinema contemporaneo nella sostanza, non soltanto nello sviluppo tecnologico.
Riccardo Supino

LE ANTEPRIMA DE ICINEMANIACI - IRRATIONAL MAN

Irrational Man
di Woody Allen
con Joaquin Phoenix, Emma Stone, Jamie Blackley
Usa, 2015
genere, drammatico
durata, 95'



Uguale a se stesso più di qualsiasi altro autore contemporaneo Woody Allen ha delegato allo schermo il compito di mettere a nudo le proprie ossessioni. Da qui la preoccupazione per l’umore del talentuoso ottuagenario che dopo il romanticismo cosmopolita di “Magic in the Moonlight” torna a incupirsi con un film, “Irrational Man” che soprattutto nella forma si collega a quella fetta sempre più consistente di opere – l’ultima delle quali “Blue Jasmine” ha fatto vincere l’oscar a Cate Blanchett – in cui a farla da padrone è la parte più oscura e pessimista del regista newyorkese. Il quale per il suo ultimo film è capace di ingaggiare un attore maledetto come Joaquin Phoenix e di assegnarli la parte di Abe Lucas, il professore di filosofia protagonista della storia che, deluso dagli ideali della propria giovinezza e frustrato dal fatto di non riuscire più a scrivere, oltrepassa il punto di non ritorno con una scelta tanto drammatica quanto risolutiva. Evitando per ovvi motivi di entrare nei dettagli di una trama che per più di una ragione non mancherà di riservare sorprese, soprattutto per quanto riguarda il suo inaspettato epilogo, va detto che “Irrational Man” pur concentrandosi sulla personalità del disturbato protagonista dimostra il proprio eclettismo inventando una controparte femminile – Jill Pollard interpretata da Emma Stone – che come spesso succede nei film di Allen è il risultato di una serie di contraddizioni femminili destinate a mandare il tilt l’universo maschile, qui rappresentato da una coppia di uomini che oltre al nevrotico professore di cui la ragazza si innamora prevede anche un premuroso e asservito fidanzato (Jamie Blackley) pronto ad assecondare gli estri della frivola ragazza.


Con la scelta di ambientare la storia in un luogo – il campus universitario – che isolando i personaggi dal resto del mondo rispecchia sul piano dei contenuti la volontà di Allen di equiparare l’autoreferenzialità dell’istituto di formazione con quella di Abe, che parla per interposta persona, parafrasando le parole di filosofi e pensatori (da Heidegger a Dostoevskij senza dimenticare gli esistenzialisti) “Irrational Man” riesce a creare una cornice fuori dal tempo capace di contenere tutto e il contrario di tutto. E quindi ad essere allo stesso tempo una crime story realizzata secondo le regole del cinema noir, presente a partire dalla struttura narrativa organizzata intorno alla voce over di Jill che racconta i fatti in prospettiva e che dal punto di vista drammaturgico prevede un crescendo di tensione legata all’ineluttabilità del destino riservato ai personaggi.  

E, dall’altra parte, di contenere la casualità e gli arrovellamenti  tipicamente alleniani, questa volta più di altre accompagnati da citazioni che prendono in considerazione in rispettivamente “Un’altra donna” ripreso nella sequenza in cui Abe e Jill ascoltano la conversazione della donna di cui Abe decide di diventare il salvatore, e “Match Point” menzionato nell’espediente che permette al regista di chiudere il film confermando la supremazia del caso su ogni tipo di iniziativa umana. Anche se in alcuni passaggi l’intreccio e i dialoghi perdono un po’ di ritmo “Irrational Man” è sublime nella maniera in cui riesce a far sembrare semplici le cose difficili e a giocare con i massimi sistemi come noi europei non riusciamo proprio a fare.


ROUND – TRIP FESTIVAL A/R - L'ATTESA

In occasione della proiezione de "L'attesa" prevista il 17 dicembre presso il cinema KINO di Roma  nell'ambito del del Round - Trip Festival A/R pubblichiamo la recensione del film di Piero Messina
L'ATTESA

L’attesa
di Piero Messina
con Juliette Binoche, Lou de Laâge, Giorgio Colangeli
Italia,  Francia, 2015
genere, drammatico
durata, 100'




Tra le tante contestazioni rivolte al nostro cinema una delle più ricorrenti è quella che ne sottolinea l’incapacità di cogliere l’essenza del paesaggio circostante, il più delle volte presente nei film come semplice fondale o, ancora peggio, ricognito nei suoi aspetti più scontati e risaputi. Fa quindi piacere constatare come, accanto alla persistenza dell’antico difetto, rimarcato soprattutto nelle tante commedie che imperversano nelle sale, ci sia ancora spazio per una visione d’autore che, al contrario, fa dell’Italia e del suo territorio il punto di partenza per un cinema di ricerca e di scoperta. Una tendenza che nell’ultimo scorcio di stagione ha ricevuto nuovi stimoli grazie ai film di Pietro Marcello, regista di “Bella e perduta” presentato a Locarno e speriamo presto nelle nostre sale e poi, provenienti dal concorso ufficiale della 72 edizione del festival di Venezia, da quelli di Lucio Gaudino (Per amor vostro) e di Piero Messina (L’attesa) che, pur nelle riconosciute diversità hanno fatto dell’universo in cui sono ambientate qualcosa di più di un semplice riferimento topografico. Riferendoci a “L’attesa” per esempio, capita che, accanto al formarsi del legame che unisce la madre e la fidanzata del ragazzo di cui entrambe aspettano il ritorno, si faccia strada la rappresentazione di un sentimento che corrisponde in tutto e per tutto all’anima stessa della Trinacria, la terra dove si svolge la vicenda; una peculiarità che trova, soprattutto nella centralità della villa posta sulle pendici dell’Etna - emblema di quel senso di famiglia da cui, nel film cosi come nella cultura siciliana, tutto nasce e ritorna - le radici più ancestrali della sua riconoscibilità. Lungi dall’essere disgiunta, questa doppia valenza non rimane una semplice dichiarazione d’intenti ma si concretizza nella capacità delle immagini di farla diventare la materia del narrato; che, non per nulla si muove su un doppio livello di percezione, in parte reale, in parte immaginata, e poi di significati, continuamente in bilico tra la vita e la morte.

Così, partendo dall'incontro delle due protagoniste e stabilendo come unica certezza quell’attesa che progressivamente diventa la modalità con cui Anna (Juliette Binoche) e Jeanne (Lou de Laâge) scelgono di allontanare il momento in cui dovranno guardare in faccia alla verità e quindi alle ragioni che impediscono al ragazzo di tornare, il film allenta le maglie narrative per accogliere allusioni e rimandi che amplificano la risonanza del dato psichico; pensiamo, a proposito di misteri, alla valenza cristologica stabilita dalla simmetria tra l'immagine iniziale del volto della donna che si avvicina ai piedi del crocifisso con quella collocata subito prima dei riti pasquali, in cui il personaggio della Binoche chiude il cerchio con il disagio della sua condizione ricorrendo alle parole di uno struggente de profundis.  


Oppure, ai fotogrammi riferiti a particolari della vita più minuta che fanno corrispondere l’epifania di un gesto al passaggio di un’emozione , oppure un angolo di casa e gli oggetti che l’arredano al ricordo della persona a cui quelle cose sono legate. Da vedere più che da raccontare, Messina realizza un film che può contare sull’indispensabile presenza di Juliette Binoche, letteralmente trasfigurata nel dolore di Anna e brava a tal punto da far sembrare normale l’ottima prova della giovane collega. Rispetto all’accoglienza ricevuta all’anteprima veneziana “L’attesa” è un esordio che avrebbe meritato  miglior sorte critica e almeno un premio all’attrice francese.

lunedì, dicembre 14, 2015

HEART OF THE SEA - LE ORIGINI DI MOBY DICK

Heart of the Sea
di Ron Howard
con Chris Hemsworth, Benjamin Walker, Cillian Murphy
Usa, 2015,
genere, avventura, drammatico, azione
durata, 121



Nella ricca filmografia di Ron Howard realtà e fantasia si sono spesso date il cambio nel definire il contesto narrativo delle storie portate sullo schermo dal regista americano. Da “Splash” e “Cocoon” a “Frost/Nixon – Il duello” e “Rush” il passo non è certo breve e anzi sembra fatto apposta per ragionare sull’eclettismo dell’autore che, numeri alla mano, sembra trovare il medesimo consenso sia quando si appropria delle cronache del nostro tempo, rivestite con la stoffa del mainstream vecchia maniera, sia quando, allontanandosi dal mondo reale, lo ridisegna a immagine e somiglianza dei libri delle fiabe. Da questo punto di vista “Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick” può considerarsi una piacevole eccezione perché non c’è dubbio che il misterioso naufragio della baleniera Essex, ricostruito nel libro dello scrittore Nathaniel Philbrick da cui Howard ha ricavato la storia del  film, rappresenti, per i rimandi  alla celebre opera di Herman Melville che nel suo capolavoro trasfigurò in parte gli avvenimenti di quella tragedia, il punto d’equilibrio tra le diverse anime del regista americano.



Ricostruendo la cronaca degli avvenimenti che portarono i marinai della baleniera ad affrontare le ire del gigantesco cetaceo Howard racconta si, un pezzo di storia americana ma lo fa da par suo, ripercorrendola attraverso il mito del romanzo melvilliano, trasfigurato sia nella figura dello stesso scrittore, presente negli inserti che fanno da cornice alla narrazione vera e propria, quelli in cui Thomas Dickerson rievoca gli avvenimenti di cui fu testimone, sia, e qui entra in gioco il cinema, nell’epica fantastico avventurosa con cui vengono descritte le gesta del Capitano Pollard (Benjamin Walker), il comandante della nave e del suo secondo, il signor Chase (Chris Hemsworth) che per coraggio e abilità marinare è destinato a diventare la stella polare del racconto. 



Segnalata dall’iperrealismo cromatico della fotografia e dagli effetti speciali che permettono al progenitore di Moby Dick di sembrare più reale del reale, la componente leggendaria dell’assunto nelle mani di Howard assume le forme di una favola morale in cui gli ideali ambientalisti affermati attraverso la nemesi rappresentata dalla punizione che la balena infligge a chi per motivi di lucro ha osato sfidare le leggi del mare avventurandosi nell’ignoto più profondo, trovano un contraltare meno nobile nella spettacolarizzazione della morte e della violenza a cui il film paga tributo sia quando si tratta di mettere in scena lo scontro tra uomo e natura; sia quando, nel momento della resa – e parliamo del naufragio che decimerà gran parte della ciurma – “Heart of the Sea” mette a rischio la sua incolumità commerciale con un epilogo a tinte forti, fatto di scelte estetiche - volte a illustrare la maniera in cui  i protagonisti riescono a sopravvivere - raramente utilizzate nei film rivolti a un pubblico famigliare. Ed è proprio questa cupezza di fondo, accompagnata a una narrazione fin troppo misurata per i tempi che corrono, a fare del film di Ron Howard un prodotto in un certo senso sfuggente rispetto ai canoni di popolarità che sembrerebbe comunque perseguire. Un’irrisolutezza nondimeno affascinante ma al tempo stesso poco utile alla conquista del botteghino.

domenica, dicembre 13, 2015

LA FOTO DELLA SETTIMANA

























L'attesa, di Piero Messina (Italia, Francia 2015)

ROUND – TRIP FESTIVAL A/R

       I Edizione: ITALIA/ GERMANIA
Roma, 17/19 dicembre 2015
c/o CINEMA KINO
(Via Perugia, 34)


Raramente ci capita di parlare di cinema che non sia direttamente collegato alla visione di un film ma in questo caso è sembrato opportuno invertire la tendenza poichè l'iniziativa del cinema KINO di Roma è di quelle da segnalare per più di un motivo. Innanzitutto perchè nei tre giorni di incontri e di proiezioni lo spettatore avrà modo di recuperare tre opere di registi italiani che anzitempo avevamo segnalato tra le più significative di questa stagione. 


Stiamo parlando di "Vergine Giurata" di Laura Bispuri, di "Arianna" di Carlo Lavagna" e di "L'attesa" di Piero Messina che oltre ad accompagnare la proiezione dei rispettivi film, e questo è l'altro motivo di interesse della manifestazione, incontreranno, in un confronto informale e appassionato aperto al pubblico, tre dei migliori cineasti esordienti del cinema tedesco presenti al KINO con le loro opere ancora inedite in Italia. 


Insomma un'occasione da non perdere che noi seguiremo giornalmente, anticipando la visione dei film italiani con la pubblicazione delle recensione e delle interviste a suo tempo realizzate con gli autori dei lungometraggi in questione. 
(Carlo Cerofolini)








Per maggiori informazioni:
www.ilkino.it
info@ilkino.it
tel.
06 96525810

FRONTE DEL PORNO: AVA ADDAMS


Soavemente a riparo dalle contraddizioni del principio di piacere, volteggia inesausta ma sempre leggiadra - 
nonostante rotondità inesorabili e pressoché sempre al lavoro - AvaAddams, super wonder woman del porno: eroina negletta (o sarebbe meglio dire sotterranea) di svariati milioni di frames a luci cremisi. Già l'anagrafe fittizia - a pensarci, tra i più banali birignao del cosiddetto cinema di serie A (la creatura nasce, altresì, come Alexis Roy, a fine anni '70, da genitori francesi trapiantati negli USA) - cortocircuito a suo modo simbolico tra fraintendimenti, ammicchi - e chissà - illusioni infrante, richiama alla memoria (oltrechè ai sensi) scampoli di un immaginario cinematografico al tempo tipicamente americano, di grande impatto popolare e di una non comune quanto bizzarra malìa. Se, di fatto, il nome della Nostra Impavida non può che scontrarsi fin quasi a sovrapporsi a quello di un'altra divina, la Gardner - donna totale "di un intero secolo", Ellroy docet - femmina di bellezza contundente e dagli appetiti non meno variegati sebbene, come da cronache, spesso tumultuosi, ecco che il patronimico Addams rincorre e tenta di riprodurre, non senza alcune curiosità fisiognomiche - l'ovale allungato, i lunghissimi capelli livrea di corvo, un certo aplomb distante - addirittura fascinazioni adolescenziali legate alla frequentazione (si suppone televisiva) dell'omonima famiglia di-nero-vestita risalente agli anni '30, strambo e ironico coacervo d'innocuo gusto-del-macabro calato entro dinamiche parentali simili assai al mènage quotidiano di certa middle class alle prese con le più ovvie consuetudini/scelleratezze dell'american way of life: le tensioni moglie/marito, i problemi di crescita di una prole difficile, le spassose follie dell'anziano di casa, et. Tutto in chiave pacatamente dissacratoria e lucidamente anacronistica.




Nell'ipertrofia selvaggia, nei parossismi di forme e colori del porno, Ava Addams cala (è il caso di dirlo e con tutto ciò che ne segue), al tempo, con l'esuberanza fisica della pin-up da fusoliera di B-29 (labbra sottili, piccolo naso impertinente, chioma da Medusa di soap-opera pomeridiana, occhi scuri e curiosi: complessione fondamentalmente asciutta su cui spiccano seni ubertosi più o meno intatti e gambe tornite in genere issate su tacchi/trampoli di centimetratura indefinita) e la sufficienza ammodo dell'attivista "per la salvaguardia del granchio violinista" ("o delle mammole"), nonchè di quella delle famose/famigerate commesse-dei-negozi-del-centro, riuscendo spesso a provocare uno scarto - minimo quanto si vuole ma tant'è - un grumo d'imprevedibilità nel forsennato meccanismo idraulico del sesso a gettone. Scarto che è propriamente e completamente questa sorta di assente naturalezza da modernissima sfinge che scimmiotta la seduzione ben oltre il grottesco e sempre con un sorriso furbo sulle labbra; offre per intero il proprio catalogo di delizie come se sul serio non ci fosse altro da desiderare al mondo ed esso solo bastasse ad imporgli una tregua duratura; incarna e recita il piacere sul binario singolo dell'illusione per cui esso rima sempre con soddisfazione (demenziale e spassoso il suo arrovesciare lo sguardo negl'istanti di godimento incontrollabile: pantomima che richiama certe maliziose promesse di fantasmagorici deliqui, per palesi motivi solo accennati, quindi doppiamente erotici, di un'altra allusiva sexy girl come Betty Boop), ben al di qua, nella sua linearità ludico-ginnica dal ghetto (o, a seconda dei punti di vista, suprema liberazione) del porno più brutale od estremo.

In tal senso, i ruoli - stereotipatissimi ma essenziali nelle fantasie porno - e gli ambienti - perlopiù, nella loro trasfigurazione dovuta all'usura della ripetizione, oramai improbabili: dalle eterne camere da letto e docce, ai proverbiali backyards ingombri di utensili da giardinaggio, tinozze con cumuli di biancheria da lavare e cassette da carpentiere-meccanico-elettricista; per tacere di soggiorni sempre indecisi tra l'opulenza che certifica il raggiungimento di un certo status nella graduatoria sociale - leggi: del denaro - e un minimalismo che occhieggia a sedicenti più raffinati modi d'intendere le relazioni, a consapevolezze squisite tali da impreziosire eventualmente anche la monotonia borghese del sesso - sembrano per un attimo sfuggire, sotto l'egida svagatamente prepotente della Addams, al rigido determinismo che li vuole sempre e solo meri simulacri e sfondi, griglie di contenimento per un tritacarne a cui non deve sfuggire il più irriflesso dei rantoli, e caricarsi di un'intenzione in egual misura futile ma rilassante, morbidamente vacua ma non aggressiva, competitiva ma non perentoria, sempre passibile, cioè, di un teorico grado zero dell'indulgenza, entro cui anche il sesso prova a sganciarsi dalla zavorra delle sue mille implicazioni per tornare ad essere un gioco, nè più nè meno insensato di tanti altri (a tal proposito risultano persino astratti certi filmati, molto spesso di breve durata, nella gran parte dei casi montati a casaccio con inquadrature insistite o sgangheratamente endoscopiche, in cui Ava "non fa nulla", se non esserci-mostrandosi ad un occhio che non ha la minima idea di come leggerla che non sia la reiterazione passiva dell'evidenza della sua venustà). Sfilano, allora, per dire, sempre le stesse mogli insoddisfatte; le stesse tiranniche erinni da ufficio; le stesse solerti ma disinibite questuanti del porta-a-porta e le stesse madri premurose che svezzano assieme figlie e rispettivi fidanzati. E sfilano nei soliti salotti con divani ampi un ettaro; nei soliti finti uffici/recinti d'ingrasso tre-metri-per-tre; sull'uscio delle solite porte di legno a vetri; dentro le solite camere da teenager in odore di college... Eppure la presenza/consistenza quasi assorta di Ava - di certo, a questo punto, campionessa di abnegazione ma, soprattutto, inopinata latrice di una qual enigmatica impenetrabilità - finisce per avere successo, a tratti, nel restituire ai predetti ruoli e ai predetti ambienti parte della loro plausibilità, primo passo sulla strada dell'approssimazione del mistero del Cinema al mistero del vero


Tanto che il suo immancabile uscire dalla pugna otto volte su dieci con quello che potrebbe essere ricondotto ad un generico appagamento, getta una luce clemente anche sulle prestazioni schiavili dei suoi innumerevoli partner, officianti privilegiati ma casuali di un rito pagano di cui lei sola e' in grado di far funzionare l'intima chiave - attrezzi surdimensionati senza storia per volti senza storia e sforzi degni di miglior causa (tranne, forse, nel caso, tra i pochi, del crudele James Deen: vedere, per credere, la sua interpretazione in "The Canyons" di Schrader) - quasi alla fine compensati della loro funzione marginale di macchine condannate alla resistenza da un ingranaggio che esaspera il dubbio circa l'impossibilità di equilibrare la già non ben tarata bilancia lavoro/piacere.

Unica tra le Semiramidi ipotetiche di una modernità dissanguata dai suoi stessi spettri - fra cui il sesso non e' che il più vistoso - la Addams dispensa e rinnova, allora, ai suoi (quanti ?) sudditi, per una manciata di byte, la suggestione più stupida e più appetitosa, più infantile e più esigente: quella di una accessibilità gentile e senza apparenti controindicazioni. Detto così, sembra il Paradiso, sebbene artefatto (quindi, paradossalmente, persino, sul serio, al di la' del reale). O forse, più mestamente, è solo uno dei tanti, vecchi Inferni secreti dal nichilismo incompleto di una morente ex-Civiltà.
TFK

sabato, dicembre 12, 2015

IL PROFESSOR CENERENTOLO

Il professor Cenerentolo 
di Leonardo Pieraccioni
con Leonardo Pieraccioni, Laura Chiatti, Massimo Ceccherini,  Flavio Insinna
Italia, 2015
genere: Commedia
durata: 90'


Umberto è un ingegnere che ha tentato una rapina in banca ed è stato colto con le mani nel sacco. Per questo sta scontando oltre tre anni di pena nel carcere di Ventotene, ma può frequentare la biblioteca locale e girare film educativi insieme ai compagni e al direttore. Durante la proiezione del suo ultimo film, Umberto incontra Morgana, una bella insegnante di ballo, che lo scambia per un operatore culturale e pare interessata a frequentarlo. Lui alimenta l'equivoco e si inventa mille occasioni per uscire dalla prigione, nella quale, però, deve obbligatoriamente rientrare a mezzanotte, proprio come accadeva a Cenerentola.
Non è un film impegnato "Il professor Cenerentolo", ma una commedia sulla traccia di una favola che racconta di un padre che ha sbagliato e che deve rimediare con una figlia adolescente. In mezzo una storia d’amore e gli immancabili personaggi eccentrici. Alcuni interpreti - Sergio Friscia nei panni di un carcerato siciliano, Lorena Cesarini in quelli della figlia del direttore del carcere e Davide Marotta nel ruolo di Arnaldino, l'addetto alla biblioteca - gestiscono bene lo spazio loro assegnato.

È apprezzabile il desiderio di Pieraccioni, come sempre regista e protagonista delle sue commedia, di introdurre novità nel genere: in questo senso, la regia ha qualche momento felice. Il tentativo, però, forse, non è riuscito fino in fondo. Si ride per alcune gag, per qualche battuta, ma la pellicola non è esaltante: il ritmo è lento, la storia non molto originale e  la sceneggiatura  un po' scricchiolante. Il carcere sembra un villaggio vacanze e si trova su un’isola del Lazio in cui tutti parlano toscano  e napoletano. Il vero problema, però, è una storia un po’ confusa, e in cui si riscontra un difetto tipico delle commedie prodotte in Italia in questi anni: si soffermano sugli sketch, sulle gag, sui singoli momenti, quasi dimenticandosi di costruire un racconto che dovrebbe coinvolgere dall’inizio alla  fine.
Solo verso la fine del film si intuisce quale strada avrebbe potuto percorrere Pieraccioni per tornare alle sue radici e a un argomento veramente personale: si tratta del momento in cui Umberto dichiara la sua inadeguatezza alla figlia nata da un precedente matrimonio e la prega di perdonargli i suoi difetti. In quel rapporto c'era una storia tenera e potenzialmente divertente, pur nel suo pathos sotteso.
Riccardo Supino

A PERFECT DAY


A Perfect Day
di Fernando León de Aranoa
con Benicio Del Toro, Tim Robbins, Melanie Laurent, Olga Kurylenko
Spagna, 2015
genere, drammatico
durata, 106' 


Non capita tutti i giorni di assistere alla proiezione di un piccolo film girato nei balcani e finanziato con soldi europei, in grado di mettere insieme un cast internazionali composto da attori americani come Benicio Del Toro e Tim Robbins, abituati a figurare in bel altri palcoscenici e qui convinti dalla bontà della causa a spendersi a favore di una storia che ha il merito o potremo dire il coraggio di riportarci nel 1995 quando dopo una lunga e sanguinosa guerra gli stati dell’ex Iugoslavia si apprestavano a firmare il cessate il fuoco. “A Perfect Day” racconta quei giorni attraverso le vicissitudini di un gruppo di operatori umanitari impegnati ad assistere la popolazione locale, aiutata nella risoluzione dei tanti problemi quotidiani. Una missione umanitaria che il regista spagnolo Fernando Leon De Aranoa racconta nello spazio di una giornata esemplare, chiamata a rappresentare nel bene e nel male le conseguenze di quel conflitto attraverso la precarietà degli eventi che scaturiscono dal tentativo di Sophie, B e Mambrù di rendere salubri le acque di un pozzo, inquinate dalla presenza del cadavere di un uomo senza identità. La ricerca della fune necessaria a rimuoverne il corpo sarà l’inizio di un viaggio drammatico e picaresco all’interno di un paese senza identità e nella natura selvaggia e aspra che lo fa assomigliare in una sorta di far west contemporaneo, in cui tanto nelle dispute tra bambini – con i ragazzini che rubano un pallone con la minaccia di una pistola -  che nelle questioni di stato – i militari dell’Onu che si attengono agli ordini senza tener conto del buon senso -  a farla da padrone è la legge del più forte.


Il regista è bravo a tenere insieme le due anime del film, infittendo la trama con una serie di episodi, a volte divertenti, come quello che vede i nostri impegnati a fronteggiare le rimostranze di un cane inferocito, a volte così tragici, da rasentare l’indicibile, come in effetti succede quando Aranoa sceglie di non mostrare la macabra scoperta che a un certo punto del film coinvolgerà il destino del ragazzino a cui Mambrù (Del Toro) ha promesso di regalare un pallone. Senza dimenticare che il fatto di svolgersi lontano dal fronte e in una atmosfera in cui la guerra viene restituita dalla povertà e dal degrado della popolazione piuttosto che dall'agone dei soldati in battaglia,  aumenta la mancanza di senso di cui si macchia ogni conflitto  e che "Perfect Day", con il suo sguardo minimale e antiretorico rappresenta. Al resto ci pensano le facce degli attori e soprattutto quella di Benicio Del Toro a cui basta allontanarsi da Hollywood per ritornare a essere quello di sempre.

venerdì, dicembre 11, 2015

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI - QUEL FANTASTICO PEGGIOR ANNO DELLA MIA VITA

Quel fantastico peggior anno della mia vita
di Alfonso Gomez-Rejon
con Thomas Mann, Olivia Cooke
Usa, 2015
durata, 104'


Nato come fucina di giovani talenti il Sundance Film Festival di Robert Redford si è progressivamente spogliato delle caratteristiche più innovative diventando di fatto uno dei serbatoi privilegiati della grandi Major che un poco alla volta hanno finito per condizionarne la creatività, diventata  con il passare degli anni sempre meno originale e sempre più standardizzata. Una tendenza che “Quel fantastico peggior anno della mia vita” - gran premio della giuria dell’ultima edizione della kermesse americana - sembrava confermare per il carico di vezzi e di stranezze di cui si faceva garante. E che riguardavano tanto la forma, dominata da colori pastello di ispirazione fumettistica e corredata da una serie di inserti di animazione che oramai sono un must imprescindibile della commedia indie, quanto nei contenuti, incentrati sul solito coagulo di adolescenze fuori dal coro per carattere e stile di vita (Greg e Earl i due protagonisti maschili nel tempo libero realizzano filmini amatoriali che fanno il verso a titoli più o meno rinomati). In questo caso però, a fare la differenza con quanto abbiamo detto è la condizione di Rachel, la terza protagonista del film che ammalandosi di leucemia e costretta a lasciare temporaneamente la scuola mette in moto gli avvenimenti che inducono Greg a diventargli amico e a fargli da supporto durante il decorso della patologia.



Diversamente da “Colpa delle stelle”  che inseriva il tema della malattia all’interno del contesto tipico del film di genere giovanilista per arrivare a replicare con qualche sorriso e molto romanticismo le situazioni che erano state di “Love Story”, il film di Gomez-Rejon esorcizza il dramma di Rachel cercando una via d’uscita  nella dimensione tragicomica dei suoi personaggi e in special modo nelle disavventure di Greg che, prossimo al diploma e consapevole delle responsabilità che lo attendono  di li a venire, enfatizza le paure tipiche della sua età attraverso una diversità che potrebbe essere quella del giovane Holden di salingeriana memoria. Ma l’intelligenza sarcastica e un pò saputella con cui “Quel fantastico peggior anno della mia vita” infarcisce la sua storia non riuscirebbe a cancellare la sensazione di deja vu che deriva dalla scontata successione degli eventi se non fosse per la modalità con cui il film viene al dunque rispetto al destino della sfortunata ragazza. E’ in questo momento che “Me, Earl and the Dying Girl” (questo il titolo originale del lungometraggio), complice uno dei finali più emozionanti e sorprendenti degli ultimi tempi, riesce a trovare il senso di ciò che racconta, assumendo le forme di un romanzo di formazione che rimane nel cuore prima ancora che negli occhi.

giovedì, dicembre 10, 2015

NE' GIULIETTA NE' ROMEO

Nè Giulietta nè Romeo
di Veronica Pivetti
con Corrado Invernizzi, Veronica Pivetti, Sara Sartini, Pia Engleberth
Italia, 2015
genere, Commedia
durata, 104'


Rocco è un adolescente, figlio unico d Olga, madre iperprotettiva, e di Manuele,  padre sciupa femmine. Olga e Manuele hanno divorziato, lei fa la giornalista e ha idee progressiste, lui è psicanalista e va in televisione a presentare i suoi best seller. Rocco frequenta il liceo con i suoi migliori amici, la vulcanica Maria e il placido Mauri. L'unico suo problema, almeno apparentemente, è la presenza del bullo della scuola, che lo tormenta fin da quando erano bambini.
"Né Giulietta, né Romeo" segna il debutto alla regia di Veronica Pivetti, che ha anche collaborato alla sceneggiatura e recita nel ruolo di Olga. L'attrice riempie il suo esordio cinematografico di trame e sottotrame, e lo fa durare troppo. La direzione degli attori è disomogenea: ne fanno le spese soprattutto il suo personaggio e il giovane attore protagonista, Andrea Amato. 


La sceneggiatura commette alcuni errori: primo fra tutti quello di rendere Olga incoerente, non tanto perché si dichiara progressista e si scopre retrograda, quanto perché le sue reazioni al comportamento del figlio diventano sempre più improbabili e improntate all'enfasi televisiva. Infine la tematica omosessuale viene trattata come se fosse un corpo estraneo: molto poco delle dinamiche relazionali fra Rocco e i ragazzi cui è attratto appare autentico, e l'ambiente gay viene rappresentato in maniera stereotipata. Anche il mondo dei giovani è raccontato in modo "antico". L'impronta resta quella del tv movie, dunque se verrà proiettato in televisione, probabilmente, risulterà maggiormente godibile.


"Né Giulietta, né Romeo", però, ha anche alcuni significativi pregi: la scrittura dei dialoghi, ad esempio, che sono brillanti, freschi, originali. Il personaggio della nonna di Rocco, Amanda, e quello di Maria sono molto divertenti, grazie alla recitazione elegante dell'ottima Pia Engleberth e a quella sorprendentemente naturale di Carolina Pavone, un'esordiente assoluta che è la vera rivelazione del film. Anche Corrado Invernizzi è efficace nel ruolo di Manuele, che è, forse, quello la cui scrittura è la più riuscita. Infine una menzione merita l'abilità della Pivetti nel condurre le riprese: compie, infatti, alcune scelte interessanti, ad esempio la conversazione in corsa fra Maria e Rocco, e quella in macchina fra Olga e la madre, la cui efficacia è accresciuta dal sapiente montaggio di Federico Conforti.
Riccardo Supino

martedì, dicembre 08, 2015

ABACUC - INTERVISTA A LUCA FERRI


Qualche settimana fa è apparsa su questo blog la recensione ad "Abacuc", un film che si pone l'obiettivo di tornare all'essenzialità del cinema. Oggi siamo lieti di pubblicare un'intervista che abbiamo avuto l'opportunità di fare al regista, Luca Ferri.



Buonasera, Luca. "Abacuc" è il primo lungometraggio apparso al cinema, ma non la sua prima esperienza. Ci racconta qualcosa di ciò che l'ha preceduto.

C'è tutta una filmografia, nata tra gli anni 2002 e 2011, che ormai non mi rappresenta più. Nel 2011, poi, c'è stata la svolta, con la presentazione a Pesaro di "Magog". Da lì tutti i lavori hanno riferimenti linguistici maturi, più allineati al mio modo di scrivere. È stato un lavoro lungo, che ha comportato 4 anni di riprese. È stato molto complesso: mi sono occupato di tutto completamente da solo, dalla messinscena alla fotografia.


Dunque si può dire che rinnega parte della sua produzione passata.

In quella produzione ci sono elementi che ritornano, ma non c'è la conoscenza del mezzo cinematografico e l'idea di cinema portata avanti da "Magog" in poi. Sono esperimenti che non fanno riferimento al concetto di "testamento" e che, quindi, non si confrontano con il tema della morte, nettamente presente solo da "Magog" in poi.

Da cosa deriva la sua scelta di fare un cinema incentrato sulla morte

L'idea nasce dal fatto che non si può non pensare alla morte. Poi tutto il mio cinema è comico, anche questo tema è affrontato con ironia. Il mio cinema trae spunto da altre forme d'arte: letteratura, architettura, musica.

A proposito di questo, in "Magog" il riferimento è a "Gog e Magog" di Giovanni Pascoli.

No. Il riferimento è a Giovanni Papini, che ha scritto un'opera intitolata "Gog". Lo ritengo un autore straordinario, la cui opera contiene passaggi strepitosi. Papini ha avuto una vita molto attiva, nell'ultimo periodo è diventato anche cristiano. 

Il suo cinema, quindi è colto. Nel pensarlo, aveva in mente un target specifico a cui rivolgersi.

No, non è rivolto solo alle persone colte. Sono riconoscente al critico Giulio Sangiorgio, che ha dimostrato che il problema non è il pubblico, ma l'idea di pubblico che i selezionatori hanno. "Ecce Ubu" e "Curzio e Marzio", ad esempio, sono stati colti nella loro essenza anche dalle persone più umili.

Quindi non c'è il pericolo di essere fraintesi

Ovviamente ci sono vari livelli di lettura: se si riconosce la presenza di Donizetti in "Abacuc", per esempio, passa qualcosa in più, ma si può comprendere la mia opera anche senza cogliere le citazioni. La citazione è un aspetto anche comico. Utilizzo autori per lo più obsoleti, ma molto comici.


Quindi non ci sono difficoltà a far accettare al pubblico questo tipo di cinema. Immagino, però, che sia abbastanza complicato fare tutto da solo, senza molti aiuti.

È chiaro che comporta grandi sacrifici e un grande coinvolgimento da parte dell'autore. I miei film sono stati fatti con poco: per lo più senza budget. A volte, un certo tipo di cinema deve vedere il limite come un'opportunità. Non bisogna scoraggiarsi: si può fare molto anche con pochi mezzi.

A proposito di mezzi, gli strumenti e le tecniche adoperati nella sua produzione, in "Abacuc" in particolare, sono quelli del passato: da cosa deriva il desiderio di tornare alle origini del cinema. 

Nella mia opera "Habitat Piavoli" si parla esplicitamente della necessità di tornare a un linguaggio precinematografico. Credo che ci siano ancora aspetti legati allo stupore per il mezzo che valga la pena approfondire.

Quindi questo è solo l'inizio.

Sì: l'idea è di fare, da qui in poi, un cinema che non vuole sedersi. Non bisogna accontentarsi, per non rischiare di finire etichettati.


Ritiene, dunque, riduttivo incasellare il suo cinema in uno specifico genere. 

Forse è cinema di genere, forse tutto il cinema è di genere. Ma il mio cinema è un continuo rimettersi in gioco. Poi, naturalmente, qualcosa in comune c'è. Da "Magog" a "Una società di servizi" ci sono undici lavori, che hanno tutti qualcosa in comune. 


Un'ultima domanda, per concludere, sulle collaborazioni con Dario Agazzi e Lab80. Può raccontarci come sono nate.

Agazzi l'ho conosciuto tramite un mio libro, "Fiori di broca", che lui aveva letto. Lab80 è una realtà territoriale di Bergamo molto importante: ha un grande coraggio. Mi permetto di aggiungere, tra le varie collaborazioni, una realtà di Bologna: Nomadica. È un circuito autonomo di registi significativi, anche internazionali, gioco forza esclusi: Bruno Munari, ad esempio. Poi ci sono collaborazioni saltuarie, tra cui quella con Enrico Mazzi, insieme al quale ho condotto un ultimo lavoro a Torino.
Riccardo Supino