domenica, novembre 13, 2016

FAI BEI SOGNI

Fai bei sogni
di Marco Bellocchio 
con Valerio Mastrandrea, Bèrènice Bejo, Guido Caprino
Italia-Francia, 2016 
genere: drammatico
durata, 134' 


A nove anni, Massimo perde la mamma per un infarto improvviso - o almeno così gli dicono i parenti, riluttanti a renderlo partecipe della morte della donna. Dopo un'infanzia solitaria e un'adolescenza difficile, Massimo diventa un giornalista affermato, ma continua a convivere con il ricordo lacerante della madre scomparsa, nonché con un senso di mistero circa la sua improvvisa dipartita. Solo alla fine scoprirà come sono andate esattamente le cose, e troverà il modo di risalire la china. Marco Bellocchio si cimenta con uno dei più grandi successi editoriali degli ultimi anni, il romanzo autobiografico "Fai bei sogni" scritto da Massimo Gramellini, giornalista de La Stampa. Come molto del cinema di questo regista, "Fai bei sogni" narra la storia di un'assenza: un sorriso negato, una porta chiusa con tanto di catenaccio, la rinuncia alla cura da parte di chi vi è preposto, la nostalgia bruciante di quella accoglienza assoluta e inesauribile che una madre dovrebbe poter dare ad un figlio amato. Il film, come il libro, è imbevuto di un rimpianto inconsolabile, e, se il romanzo di Gramellini era strutturato come una sorta di detective story, il film di Bellocchio è un horror in cui Nosferatu e Belfagor sono i migliori alleati del piccolo Massimo, mentre i nemici indossano una maschera sociale spaventosa, per non dover dire la verità ad un bambino. L'atto di coraggio principale di Bellocchio è quello di prendere il testo di Gramellini, sceneggiato dal regista insieme ad Edoardo Albinati e Valia Santella, nella sua accezione di narrazione popolare che coglie bene lo spirito della gente comune, più dei saggi di antropologia culturale. Bellocchio, capace di vertiginose astrazioni e di altissimi afflati filosofici, racconta la storia di un salto nel vuoto, non sottovalutando mai quelle "ovvietà che sconvolgono", intuendo che esse costituiscono la forza primordiale del romanzo di Gramellini, perché parlano a tutti, accantonando il comune senso del pudore, ma anche lo snobismo da intellettuale. 


Le raffinate musiche di Carlo Crivelli sottolineano, invece, la presenza costante di un battito nascosto, che viaggia in direzione contraria rispetto alla melodia di facciata, irrazionale e ingestibile come un attacco di panico, rivelatore di una verità che nessuna glassa superficiale può tenere nascosta. Il contesto è quello della Torino dei tardi anni '60 e poi di fine anni '90, ugualmente caratterizzate da quella "falsa cortesia" e quell'abitudine a "negare, negare tutto" che sono imposizioni sociali, ma anche scelte di vita. Un'Italia perbenista in cui circolano i finanzieri senza scrupoli, o i preti che insegnano astronomia riconducendo i loro alunni più inquisitivi al mistero della Fede. Sono loro le uniche eccezioni metaforiche ad una galleria di personaggi più quotidiani e reali di quelli cui Bellocchio ci ha abituato, senza sottotesti metafisici ma con segreti da nascondere prima di tutto a se stessi. In questa favola nera, si diventa grandi, con le tante assenze di figure importanti e le frequenti disillusioni. Bellocchio accetta con umiltà il suo ruolo di narratore accessibile a grandi e piccini, correndo il rischio di incontrare quel seguito popolare che tormenta Gramellini da quando ha messo da parte la vergogna.
Riccardo Supino

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