mercoledì, marzo 09, 2011

127 ORE

127 ORE
Regia: Danny Boyle


La vera, incredibile storia di Aron Ralston (James Franco), un alpinista americano, in questo caso superficiale, intrappolato in un canyon dello Utah.
Danny Boyle è regista dalle indubbie capacità, che alterna grosse produzioni a film dal budget medio-basso.
Se si esclude il trionfo di The Millionaire (8 Oscar) il regista inglese ha messo a segno i suoi colpi migliori quando si è cimentato con produzioni "minori" come 28 giorni dopo (2002) e l'ormai film di culto Trainspotting (1996), mentre quando ha avuto a disposizione budget importanti è andato incontro a flop clamorosi come nel caso di The Beach (2000).
Forse è questo il motivo che lo ha spinto a rinunciare alle mega offerte hollywoodiane piovutegli addoso dopo il successo planetario di The Millionaire, per girare questo 127 Ore.
Nel raccontare questa storia, Boyle sfida se stesso, cercando di portare sullo schermo l’assenza di movimento.
Ci riesce usando l'escamotage del flashback e delle allucinazioni di cui è vittima il protagonista.
Ci riesce grazie ad alcuni virtuosismi, alla fotografia, al montaggio pop e soprattutto grazie ad alcune trovate come quella che simula la presenza della mdp all'interno degli oggetti.
Il regista inglese porta il suo protagonista nelle viscere della terra per dimostrare al pubblico che dall'assenza di movimento fisico può scaturire un furioso dinamismo mentale, così mentre il corpo è inchiodato la mente partorisce pensieri e viene violentata da stati allucinatori.
Se durante la visione si tiene ben presente che siamo dinanzi ad una storia realmente accaduta, alcune scene potrebbero risultare insostenibili.
Metafora sul rapporto uomo-natura e chiaro messaggio, in salsa americana, della rinascita spirituale dopo la sofferenza fisica.
Fastidiosamente infarcito di pubblicità, per niente occulta.
Presentato in anteprima durante l'ultimo Torino Film Festival.

Fair Game

Fair Game


Le bugie che portarono alla guerra irachena e la voglia di un attore di rappresentare quella parte di America che provò a ribellarsi: ingredienti di un cinema impegnato diluiti nella forma di un prodotto di consumo che se non nella sostanza si avvicina almeno nello spirito al desiderio di rappresentare il proprio tempo e gli uomini che ne fanno parte.

Ed in questo senso il film di Doug Liman non omette niente, partecipando lo spettatore di nomi e cognomi ed agevolando la lettura delle vicende piuttosto complicate che segnarono la vita di Valerie Plam, agente della Cia sottocopertura la cui copertura fu rivelata pubblicamente dall’amministrazione Bush come risposta ad un articolo in cui il di lei marito smentiva l’esistenza di una minaccia nucleare da parte dell’Iraq.

Il film segue la vicenda in maniera cronologica, privilegiando il punto di vista di chi si deve difendere dall’attacco del Leviatano: supportato dai resoconti scritti di chi quella storia la visse veramente Doug Liman non riesce ad evitare certa enfasi retorica soprattutto nell’esposizione troppo sintetica che non deve omettere nulla delle ragioni degli uni e degli altri, oppure espedienti troppo conclamati come quelle delle cene amicali inserite nel film in maniera sistematica per fornire attraverso le discussioni estemporanee il polso di un opinione pubblica altrimenti emarginata dalla condizioni di isolamento che caratterizzò la vita dei due coniugi.

Interpretato con inaspettata sobrietà da un Sean Penn che sembra volersi rifare alla vocazione liberal che fu già di Redford/Hoffman in “Tutti gli uomini del presidente” e che nell’attore, presente nei luoghi della guerra per sostenere i diritti del popolo inerme e vittima predestinata dei bombardamenti americani, assume un plus valore di assoluta credibilità, e con una Naomi Watts professionalmente ineccepibile, Fair game non fa fatica a deludere politologi ed appassionati per la mancanza di approfondimento, così come sul piano strettamente cinematografico tutti coloro che di fronte a tali ingiustizie invocano crociate e furori calvinisti.

In realtà nella paura di risultare fazioso il film raffredda il pathos, cercando di privilegiare l’evidenza dei fatti. Non sempre gli riesce, soprattutto nel versante privato in cui prevale una drammaturgia di facile consumo, costruita contrapponendo l’onestà dei protagonisti al malaffare del mondo esterno.

Difetti che solo in parte posso spiegare la disaffezione del pubblico addestrato a ben altra rozzezze e che invece deve essere ricercata nello scarso appeal cinematografico del tema (la dietrologia delle nuove guerre non sono mai state premiate al botteghino) e nella scarsa disponibilità dei due interpreti a flirtare con uno spettatore che ama essere vezzeggiato.

Ciò nonostante il film è migliore dell’accoglienza ricevuta e merita almeno una visione.

lunedì, marzo 07, 2011

IL GRINTA

IL GRINTA
di J. e E. Coen


La quattordicenne Mattie Ross (H. Steinfeld) assolda lo sceriffo Cogburn (J. Bridges) per catturare Tom Chaney (J. Brolin) che le ha ammazzato il padre.
Alla caccia all'uomo, rifugiatosi in territorio indiano, si unirà il ranger texano La Boeuf (M. Damon).
Nel 1969 piombò sugli schermi l'innovativo e revisionista Mucchio Selvaggio di Sam Peckinpah.
Tra il 1964 e il 1966 Sergio Leone con la sua "Trilogia del dollaro" aveva stravolto i canoni del western classico.
Ecco perché quando nel 1969 arrivò nelle sale il Grinta interpretato da John Wayne e diretto da Harry Hathaway, risultò essere una pellicola arrivata fuori tempo massimo, un film vecchio stile o forse vecchio e basta.
Per questo motivo fondamentale, per i fratelli Coen, non avrebbe avuto senso mettere in piedi un remake del film di Hathaway.
Infatti, i fratelli del Minnesota, per quanto possibile, cercano di tenersi lontano dalla pellicola che portò all'oscar il duca e ci offrono una personale rilettura del racconto (pubblicato a puntate sul Saturday Evening Post nel 1968) di Charles Portis.
Joel e Ethan Coen si insinuano nelle pagine del romanzo, rileggendolo e fornendo la loro personale visione della vicenda, che porta ad un ridimensionamento del ruolo del ranger La Boeuf e soprattutto rende molto più agguerrita e bellicosa la quattordicenne Mattie Ross.
Esteticamente virano con decisione prima sul truculento, nella scena del capanno, e poi sfiorano il lisergico sia quando si materializza l'indiano che porta via il cadavere dell'impiccato sia durante la sfiancante galoppata notturna.
Il direttore della fotografia Roger Deakins, inoltre, ci mette del suo trasformando lo scontro notturno tra La Boeuf e la banda di Lucky Ned (B. Pepper) in una partita di baseball giocata con la luce artificiale.
Praticamente perfetto l'imponente J. Bridges nei panni dello sceriffo alcolizzato, dai modi rudi e sbrigativi.
Film sul distacco, la separazione, la perdita.
Ennesima sfida dei fratelli Coen, che per la prima volta sono riusciti ad abbattere il muro dei cento milioni di dollari di incasso negli Stati Uniti, cosa non riuscita neanche a capolavori come Il grande Lebowsky (1998) e Non è un paese per vecchi (2007).
Curiosità: nel Grinta del 1969 la benda del protagonista era sull'occhio sinistro, in questa versione è posizionata su quello destro.

giovedì, marzo 03, 2011

Film in sala dal 3 marzo 2011

Beyond
(Beyond)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Svezia, Finlandia
REGIA: Pernilla August

Easy girl
(Easy A)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Will Gluck

Il buongiorno del mattino
(Morning Glory)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Roger Michell

Il gioiellino
(Il gioiellino)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia, Italia
REGIA: Andrea Molaioli

La vita facile
GENERE: Drammatico, Sentimentale
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Lucio Pellegrini

Piranha 3D
(Piranha 3-D)
GENERE: Horror
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Alexandre Aja

The Fighter
(The Fighter)
GENERE: Biografico, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: David O. Russell

Una cella in due
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Nicola Barnaba

lunedì, febbraio 28, 2011

Sono il numero quattro

La complicità tra cinema e televisione è la caratteristica più evidente dell'ultimo lavoro di DJ Caruso, regista approdato alla corte di gente del calibro di Steven Spielberg, Ivan Reitman ed ora anche di Michael Bay, quello di "Trasformers", qui nelle vesti di produttore per conto della Dreamworks. Padrini importanti per un film che rischiava di replicare stancamente le fatiche dei suoi mecenati e che invece pur non rinnovando il genere, perché "Sono il numero quattro" è il classico film di fantascienza in cui un manipolo di eroi tenta di salvare il mondo da una possibile invasione aliena, lo rinfresca utilizzando format che appartengono all'universo romantico sentimentale dei teenagers di mezzo mondo: stiamo parlando di serie televisive del tipo "The O.C", "Beverly Hills 90210" e via dicendo, che esplorando l'universo giovanile ne codificano tendenze ed i nuovi modelli comportamentali.
Un mondo dicotomico in continua spola tra forme di aggregazioni istituzionalizzate come la famiglia, luogo della ragione e del buon senso, e la scuola, territorio di formazione dove si decidono le sorti della gioventù, verrebbe da dire dell'umanità intera se è vero che lo scontro finale tra buoni e cattivi avverrà nel campo da football del liceo, ed un senso di alienazione che in simili vicende sembra la chiave più efficace per esplorare i territori dell'amicizia e dell'amore.
Ed è proprio per questa spiccata propensione verso le vicende del cuore che il film, sulla scia di un prodotto come "Twilight", capace di rileggere la saga dei vampiri con gli strumenti di un romanzo d'appendice, riesce a creare le condizioni per una partecipazione che non si ferma alla meraviglia ma arriva a coinvolgere la sfera emozionale.
Così dopo una scena d'apertura tanto crudele quanto spettacolare la sceneggiatura incomincia una sorta di lavoro ai fianchi dello spettatore, da un lato immergendolo nelle atmosfere ovattate e sognanti di una provincia americana immersa in una natura solare e vitale e le cui promesse di american dream sono evidenti nell'alchimia di due protagonisti destinati a reiterare un immaginario di prosperità familiare, dall'altra disseminando indizi ed atmosfere sul tipo de "il buio si avvicina", anche qui il contatto è frutto di un avvicinamento continuamente rimandato ma allo stesso tempo inesorabile, con improvvise sottrazione di colore a favorire un oscurità densa di presagi e restringimenti di campo che rendono il senso di una situazione senza via di scampo.
Da una parte il male con i suoi segni di morte, visi tatuati e pastrani neri, simili a quelli indossati dalle gerarchie naziste, dall'altra la faccia buona dell'America con le sue facce slavate e gli indumenti di un disimpegno calcolato sono gli altri segni di un manicheismo funzionale ad una storia che non ammette vie di mezzo.
Usando cromatismi artificiali utili ad enfatizzare gli aspetti fiabeschi di una vicenda che si mantiene lontana da qualsiasi forma di realismo e supportato da uno script perfettamente oliato (la sceneggiatura è degli stessi autori di Smalville) Caruso filma con disinvoltura, creando meccanismi di suspense ad orologeria in cui la continua sottrazione di certezze è riequilibrata dalla tipicità della situazioni. Forte di una modernità di tipo classico che privilegia una messa in scena di ampio respiro, con riprese più vicine allo stile "long take" che a quello frammentato, il regista si dimostra all'altezza di un film che non viene mai meno alle sue qualità di puro intrattenimento.

(pubblicata su ondacinema.it)

venerdì, febbraio 25, 2011

Amore ed altri rimedi

Metamorfosi di un attrice. La voglia di cambiar pelle si infrange negli esiti di un film che non mantiene le sue promesse. Le sventure sentimentali unite all’età anagrafica sembrano aver convinto Anne Hathaway ad accettare ruoli più rischiosi, non solo per la ricerca di un realismo che riesce a fare a meno dei paraventi Hollywoodiani- si pensi al personaggio di Kym in “Rachel sta per sposarsi” di J Demme-, ma anche per il coinvolgimento molto fisico e quasi carnale nell’adesione al personaggio. Beninteso nulla di sconvolgente se si pensa alla disinvoltura di certe sue colleghe, ma abbastanza per una paese dalla morale vittoriana. In questo senso l’esuberanza di Maggie unita all’autostima che quasi sempre accompagna le persone disposte ad accettarsi sembrava un ulteriore segno di maturità dell’attrice americana.

Hard Sell: The Evolution of a Viagra Salesman di J. Reidy il film racconta l’incontro di due personalità apparentemente diverse come Jamie (un Jake Gyllenahall in versione salutista), diviso tra il lavoro di rappresentante farmaceutico e la passione per le donne ed appunto Maggie, decisamente indipendente e riottosa a qualsiasi tipo di legame. Ad unirli è inizialmente l’intesa sessuale poi, anche l’amore: il tutto complicato dalle condizioni di salute di lei, affetta dal morbo di parkinson, e dalle oscillazioni del mercato farmaceutico preso d’assalto dalle spasmodiche richieste del Viagra, di cui Jamie è il fortunato venditore e che in qualche modo sembra condizionare gli umori dei due amanti.

Sulla scia di un film come “Amore al 90°” in cui gli alti e bassi di una coppia dipendevano dai risultati della squadra del cuore del protagonista anche qui l’originalità del testo consiste soprattutto nel mettere in relazione le alchimie del cuore con la chimica del medicinale, contrapponendo il vitalismo naturale dei due amanti con quello artificiale ed un po’ forzato derivato dal Viagra. Ed è soprattutto nella sua fase più sbarazzina, quella in cui gli opposti stentano a conciliarsi, in cui le ritrosie fanno a gara con l’attrazione che il film e gli attori danno il meglio di sé: così se da una parte l’accostamento di due attori che si erano già sfiorati nell’ormai famoso Brokeback Mountain risulta credibile soprattutto perché riesce a trasmettere il divertimento ed il piacere di quelle situazioni e nonostante Edward Zick, regista d’attori, sia bravo a raffreddare l’ atmosfera, inserendo momenti di puro pragmatismo se non di cinismo legati ai tentativi di Jamie e dei suoi colleghi di vendere il prodotto anche a costo di immani sacrifici (come quello di andare a letto con una segretaria bruttina ma indispensabile per arrivare all’obiettivo), il film non riesce ad andare fino in fondo, ad esplorare quel rapporto con uno sguardo svincolato dalle convenzioni del cinema mainstream. Sarà per la voglia di strafare o forse per evitare di offendere il pubblico pagante con un eccesso di libertinaggio (per l’occasione la Hathaway esibisce un topless diventato materiale di culto per gli internauti) la storia ad un certo punto fa marcia indietro, precipitando nel cinema dei sensi di colpa e del dolore, un po’ sul modello di Love story, un po’ assecondando la moda dei telefilm ospedalieri, con Maggie resa inabile dal morbo e Jamie distrutto dal dolore e dai tentativi di salvarla da un destino senza futuro. Tra inserti che alla maniera del cinema verità (peraltro ricercata anche nella scelta di una location come Pittsburgh famosa per le sue tradizioni in campo medico) illustrano il decorso della malattia e lasciano spazio alle testimonianze di persone realmente malate il film sembra quasi volerci far sentire le conseguenze di una vita presa con leggerezza e fuori dagli schemi, come se la libertà sessuale manifestata dalla coppia fosse la causa di questo triste conclusione. L’epilogo finale, con un aggiustamento in corso d’opera che sembra voler salvare capra e cavoli, della serie fate pure le vostre cose ma con una certa moderazione, non serve a farci passare la sensazione di un tradimento consumato a mente fredda. Più che un brutto film “Amore ed altri rimedi” è un occasione mancata, un'altra commedia da mettere nell’archivio di un anonimato di cui si può facilmente fare a meno.

giovedì, febbraio 24, 2011

IL CIGNO NERO - BLACK SWAN

IL CIGNO NERO - BLACK SWAN
Regia: Darren Aronofsky


Nina (N. Portman), ballerina del New York City ballet, è ambiziosa e molto competitiva.
Il regista e coreografo Thomas Leroy (V. Cassel), dopo aver licenziato la prima ballerina (W. Ryder) le affida il ruolo di protagonista in una versione del Lago dei Cigni.
Aronofsky dopo aver affondato la mdp nella carne martoriata di Mickey Rourke in The Wrestler (2008) torna con questo Black Swan, riprendendo in un certo senso il discorso iniziato nel film precedente, trasformando il ring in palcoscenico, e ammiccando, forse, a David Cronenberg.
Storia di rivalità artistica, della competizione all’interno di un mondo delimitato, di un morboso rapporto tra madre e figlia.
Nina è una ragazza che ha conosciuto solo disciplina e rigore, che ha visto la propria esistenza soffocata dall'ambizione e da una madre frustrata che ha riposto su di lei ogni aspettativa.
Cigno bianco o cigno nero, bene e male convivono nella mente malata di Nina, introversa e casta e allo stesso tempo allucinata e paranoica.
Thriller dai contorni psicologici, probabilmente (anche) una parabola sulla perdita d'identità.
Il Cigno nero deve qualcosa alla letteratura (Dostoevskij) e soprattutto a quel capolavoro assoluto che è La Pianista (2001) del maestro Michael Haneke.
Le scene esplicite(?) di sesso saffico (per i puritani statunitensi, che minacciavano il boicottaggio) hanno convinto i produttori ad investire solo 13 milioni di dollari (quando la Portman si è incrinata una costola, per pagare il medico da far arrivare sul set è stata sacrificata la roulotte in dotazione alla stessa attrice).
Qualche luogo comune sul competitivo mondo del balletto classico e sulla sessualità, non scalfiscono questo buon film che merita la visione.
Per gli amanti delle curiosità, la bravissima Portman piange anche in questa occasione.

Film in sal dal 25 febbraio 2011

127 Ore
(127 Hours)
GENERE: Biografico, Drammatico, Avventura
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: Danny Boyle

Body
(Body sob 19)
GENERE: Drammatico, Horror, Thriller, Mystery
ANNO: 2007
NAZIONALITÀ: Thailandia
REGIA: Paween Purikitpanya

Ladri di cadaveri
(Burke and Hare)
GENERE: Commedia, Horror
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: John Landis

Manuale d'amore 3
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giovanni Veronesi

Ramona and Beezus
GENERE: Commedia, Family
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Elizabeth Allen (III)

Shelter - identità paranormali
(Shelter)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Måns Mårlind, Björn Stein

Unknown - senza identità
(Unknown)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Jaume Collet-Serra

giovedì, febbraio 17, 2011

Film in sala dal 18 febbraio 2011

Amore e altri rimedi
(Love and Other Drugs)
GENERE: Commedia, Sentimentale
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Edward Zwick

Come lo sai
(How Do You Know)
GENERE: Commedia, Drammatico, Sentimentale
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: James L. Brooks

Il cigno nero - Black Swan
(Black Swan)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Darren Aronofsky

Il grinta

(True Grit)
GENERE: Drammatico, Western, Avventura
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Joel Coen, Ethan Coen

Il padre e lo straniero
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Ricky Tognazzi

Sono il numero quattro
(I Am Number Four)
GENERE: Azione, Fantascienza
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: D.J. Caruso

The Shock Labyrinth: Extreme 3D
(Senritsu meikyû 3D)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Giappone
REGIA: Takashi Shimizu

Un gelido inverno
(Winter's Bone)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Debra Granik

martedì, febbraio 15, 2011

INTO PATRADISO

INTO PATRADISO
Regia: Paola Randi


Alfonso D'onofrio (Gianfelice Imparato) è uno scienziato a cui l'università non rinnova il contratto di lavoro.
Per poter riottenere il suo posto di ricercatore, su suggerimento di un amico, Alfonso si rivolge al politico Vincenzo Cacace (Peppe Servillo, fratello di Toni e cantante degli Avion Travel) che intrattiene pericolosi rapporti con una boss della camorra.
Il politico Cacace raggira l'ingenuo Alfonso e lo coinvolge in una guerra tra camorristi, braccato da alcuni killer, Alfonso si rifugia in un vecchio palazzo abitato integralmente da immigrati provenienti dallo Sri Lanka, ritrovandosi esule in Patria.
Commedia nera surreale e a tratti stravagante che l'esordiente milanese Paola Randi infarcisce di leggerezza e ironia smorzandone i toni tragici.
Into Paradiso vuole essere metafora dell'integrazione e dell'accoglienza, utilizzando amicizie improbabili, amori impossibili, convivenze forzate.
Ottima prova di Gianfelice Imparato che sa essere mattatore senza risultare invadente.
Qualche caduta nella sceneggiatura, ma nell'insieme un esordio coraggioso e apprezzabile, al pari di alcune ottime trovate come la proiezione delle immagini sugli oggetti.
Pellicola a metà tra Mio Cognato (2002) di A. Piva e Tano da morire (1997) di R. Torre.
Il titolo del film fa riferimento al palazzone in cui si svolge la storia che si trova nel quartiere Cavone a Napoli.

lunedì, febbraio 14, 2011

IL DISCORSO DEL RE

IL DISCORSO DEL RE
Regia: Tom Hooper


Edoardo VIII (Guy Pearce), figlio maggiore di Giorgio V è destinato a sedere sul trono dell'impero britannico, ma preferisce abdicare pur di sposare l'amata Wally Simpson, già divorziata e con una pessima fama, "costringendo" il fratello Albert, timido e balbuziente a diventare re.
In un tempo in cui un primo ministro si dimetteva per non aver colto in tempo la gravità della situazione politica (la minaccia Hitler); in un tempo in cui decoro e competenza risultavano essere valori necessari per governare; in un tempo in cui un' intera Nazione è chiamata a stringersi al suo re per non finire sepolta dalle macerie della storia, Giorgio VI, a causa della propria balbuzie, si sente e, soprattutto, appare agli occhi dei suoi sudditi, inadeguato a ricoprire il ruolo di guida della Nazione.
Nel momento più importante del secolo scorso, vacilla e balbetta mentre i dittatori fascisti di Germania e Italia usano la loro voce per esaltare le folle.
Dopo essersi fatto curare dai medici di corte senza risultati apprazzabili, l'amorevole moglie Elisabeth (Helena Bonham Carter) lo affida alle cure dell'attore mancato Logue (Geoffrey Rush) reinventatosi logopedista, che con dei metodi poco ortodossi, ma assai efficaci, cercherà di aiutare il nuovo re.
Il discorso del re riesce a trasmettere perfettamente le difficoltà di un uomo obbligato a dare di sé un' immagine solenne, ma in realtà goffo e impacciato perché frenato dalla balbuzie.
Questo è possibile grazie alla bravura di Tom Hooper che con la sua grande tecnica schiaccia la mdp sul volto di Colin Firth, abbassa i soffitti e restringe gli spazi, toglie il respiro, fa mancare l'aria, soffoca il protagonista sullo schermo, per poi strozzarlo con la balbuzie.
Bella sceneggiatura di David Seidler (a sua volta un balbuziente).
Pellicola solida e raffinata, recitata con grande stile.
Candidato a 12 premi Oscar.

domenica, febbraio 13, 2011

Che bella giornata

Che bella giornata
di Gennaro Nunziante


Siamo sempre alle solite perché di fronte ad un fenomeno commerciale e di consenso come quello portato a casa da Che bella giornata, miglior film italiano di tutti i tempi in termini di incassi, superiore persino al mitico La vita è bella, qualsiasi approccio puramente cinematografico appare riduttivo rispetto ad un cinema che più o meno inconsciamente chiama in rassegna aspetti e sentimenti che appartengono al paesaggio umano della nostra penisola.
Personaggio televisivo catapultato sulla ribalta di celluloide, Checco Zalone ha avuto il merito di non strafare, di mantenersi con i piedi per terra riproponendo il personaggio che lo ha reso famoso, una specie di Mister Magoo meridionale che si muove leggiadro ed inconsapevole lungo il binario di una follia surreale ma bonaria, fatta di non sense lessicali alla maniera di Nino Frassica, e stereotipi prelevati direttamente dall’immaginario cinematografico di una certa commedia italiana di serie b, soprattutto quella degli anni '80, dei Banfi e poi del primo Abatantuono, entrambi meridionali, entrambi alieni al mondo al quale devono rapportarsi, eppure come Zalone eternamente vincitori grazie alla capacità tutta cinematografica di ribaltare i difetti in virtù.
Ed alla stregua di chi l'ha preceduto nello strapotere al botteghino, anche Che Bella giornata, come già Pieraccioni e molto del cinema di Benigni, riprende un canovaccio in cui lo sviluppo della storia dipende in gran parte dal tentativo del protagonista di conquistare la controparte femminile, solitamente distratta da urgenze costruite ad hoc, per catapultare il primo in situazioni più grandi di lui e che proprio per la loro esagerazione diventano il principale motivo di ilarità.
In questo caso Checco, improbabile addetto al servizio di sicurezza della Madonnina del Duomo di Milano - lavoro conquistato grazie all’aiuto della madre, un altro must dell’uomo italico perennemente dipendente la figura materna - si innamora di Zara, una ragazza marocchina che lo avvicina nel tentativo di organizzare insieme al fratello un attentato terroristico proprio nel sito che lui deve sorvegliare.
La drammatica attualità dell’incipit, inserita nel mondo farsesco costruito dagli autori, perde qualsiasi gravità per diventare uno degli elementi su cui il film gioca le sue carte.
Se infatti il personaggio di Zalone è di per sé un outsiders, portatore di anomalie in un contesto di apparente normalità (l’identificazione/empatia avviene infatti al di fuori dello schermo, con lo spettatore che guarda la vicenda seduto nella sala e non con i coprotagonisti di una storia che per far ridere deve necessariamente vivere di opposti), allora l'ignoranza rispetto ad una verità conosciuta dal pubblico (la pianificazione della strage) diventa un detonatore emotivo che Zalone sfrutta per enfatizzare le caratteristiche di un personaggio inaffidabile ma vincente, capace di mettere in subbuglio con la forza della propria incoscienza forze dell'ordine e gerarchie religiose, organizzazioni terroristiche e moltitudini turistiche, e nel contempo riflette sulla soglia di una sanità mentale il cui confine finisce per diventare sempre più labile, al punto da non sapere più chi è sano e chi è malato.
Perché, ed è questa la lezione che si potrebbe ricavare dalla visione del film, se l’esistenza è assurda la cosa migliore è farsi gioco di essa, sbeffeggiare lei e chi le crede, alzando ancora di più il livello di anarchia che la presiede.
Una ribellione confermata da un finale in qualche modo anticonformista, con l'eroe che fallisce nel suo intento (a differenza degli illustri colleghi sempre a segno quando si tratta di materia amorosa) ma riparte più forte di prima, entrando a far parte della scorta papale del quale, lo si intuisce da un pacca sulle spalle e dal riferimento culinario, ha già preso le misure.
Ineccepibile sul piano della simpatia ed anche spigliato nel riferirsi alla stretta attualità, Che bella giornata non riesce però a diventare film, rimanendo legato ad una logica tutta televisiva che risolve la trama in una serie di episodi anche simpatici ma costretti ad incassare in tempo breve la dote di risate che ci si aspetta da questo genere di intrattenimento.
Inoltre a fronte della carica eversiva che investe il personaggio principale fa riscontro un buonismo generalizzato che non risparmia nessuno, dal Vescovo che cerca in tutti i modi di evitare il licenziamento dell'incapace Checco, ai terroristi islamici coinvolti in una cena meridionale che appianerà le differenze culturali, ma anche l'antipatico Colonnello dei Carabinieri coinvolto in una serie di gag del tipo torte in faccia e gavettoni che lo allontanano quasi subito da quella fisognomica trasformandolo in una creatura da slap stick comedy, simile ad una comica di Buster Keaton: niente di male, se non fosse che il cinema è un'altra cosa.

venerdì, febbraio 11, 2011

the green hornet

the green hornet
di Michel Gondry


The Green Hornet (dal serial radiofonico americano degli anni 30) è tanto lontano dal cliché del cavaliere oscuro afflitto da gravi travagli interiori o dai traumi infantili quanto dalle rivoluzioni genetiche che stravolgono la vita e rendono gli amori difficili: Britt Reid è uno spensierato ramPollo che conduce una leggera e gaudente vita-party dove i soli turbamenti riguardano il perseguimento della felicità attraverso collezioni (di ragazze e popolarità) e colazioni (preparate come dio comanda).

Possiamo tirare un sospiro di sollievo… finalmente non c’è nulla di serio in questo eroe che ha molti difetti ma non quello più stupido comune a tutti i super eroi, ovvero essere buoni e ricattabili: non è seria la sua missione, i principi sono quelli di uno sfaticato superficiale e goliardico che fa della giustizia un hobby da edonista e, a partire dal nome “calabrone verde”, non è seria la sua genesi, frutto dell’incontro casuale con Kato, il meccanico/maggiordomo cinese fan di Bruce Lee (nel serial televisivo the green hornet degli anni 60 Kato era interpretato proprio da Lee), un incontro generato a sua volta dal puro capriccio di un apologeta del cappuccino perfetto.


Lo scoppiettante faccia a faccia iniziale tra James Franco – che non compare nei credits – ed il bravissimo e cattivissimo Christoph Waltz è l’antipasto di autoironia e di parodia che anticipa una storia scritta e interpretata in modo intelligente e strepitoso dallo stesso attore protagonista Seth Rogen (Strafumati, Funny People) e messa abilmente in scena dal francese Michel Gondry (Eternal Sunshine, Be kind rewind) che qui ha il talento di sparire, perché senza essere invasivo mette la propria poetica “artigianale” al servizio dei mezzi immensi della produzione americana e a sostegno delle idee geniali di un autore/attore originale e incontenibile,

insomma Gondry dà cuore e anima al caos lasciandolo magicamente scorrere fluido e compatto e trasformando il guazzabuglio prolisso del super-anti-eroe ricco e cretino in un film di 2 ore molto divertente.

Voto: 8


giovedì, febbraio 10, 2011

Film in sala dal 11 febbraio 2011

Burlesque
(Burlesque)
GENERE: Drammatico, Musical
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Steve Antin

Gianni e le donne

GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Gianni Di Gregorio

Il Truffacuori
(L'arnacoeur)
GENERE: Commedia, Romantico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Pascal Chaumeil

Rabbit Hole
(Rabbit Hole)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: John Cameron Mitchell

Sanctum 3D
(Sanctum 3D)
GENERE: Azione, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Australia, USA
REGIA: Alister Grierson

Senna
(Senna)
GENERE: Biografico, Documentario
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Asif Kapadia

martedì, febbraio 08, 2011

Frankie & Alice

Sarà stata la lontananza dallo schermo o forse il bisogno di recuperare un'ispirazione sacrificata sull’altare del prestigioso riconoscimento, sta di fatto che Halle Berry non ha badato a spese per organizzare la sua rentrée: abituata ad esaltare il proprio corpo con scelte sempre attente a soddisfare le pruderie di un cinema mai a disagio nei confronti di un'esposizione sottomessa ai voleri del Dio denaro, e nella consapevolezza di doversi confrontare con una reputazione santificata dall’inattesa vittoria hollywoodiana, l’attrice gazzella diventa imprenditrice di se stessa e sottomette l’intera produzione alla riuscita del personaggio da lei interpretato.
Tutti al suo servizio dunque, a cominciare da un alter ego dall’effetto assicurato se è vero che i personaggi borderline come quello di Frankie Murdoch, una ragazza affetta da disturbi bipolari, sembrano sintonizzati sull’emotività delle platee così come su quella dei giurati, e proseguendo con un compagno di merende, Stellan Skarsgård nella parte dello psichiatra, tanto professionale quanto parsimonioso nell’evitare la ribalta di una vicenda in cui la dialettica medico/paziente deve essere necessariamente a favore del secondo e per finire da un regista carneade, tale Geoffrey Sax, capace di tralasciare qualsiasi iniziativa per modellarsi sui desideri fotogenici della sua divina. Il risultato è una serie interminabile di scene madri in cui il susseguirsi degli sdoppiamenti schizofrenici (Frankie che diventa Alice) si alterna allo struggimento per un destino apparentemente già deciso. Ambientato nell’America degli anni 70 più per giustificare il razzismo a monte della tragedia che per motivi filologici (la vicenda parrebbe ispirata ad una storia vera), il film latita anche nella ricostruzione del panorama storico, affidato esclusivamente alla presenza di brani musicali inconfondibili, ai pantaloni a zampa di elefante ed alla vaporosa capigliatura della protagonista. Eccessivamente castigata anche quando non sarebbe richiesto, vedasi il prologo in cui Frankie ancora ignara di quello che l’attende si esibisce come stripper in un locale per soli uomini con la telecamera che mantiene lontana dall’oggetto del proprio desiderio, la Berry satura la scena con una performance così paradigmatica da annullare qualsiasi effetto sorpresa e toglie al personaggio con delle scelte quanto meno discutibili -la schizofrenia è resa in maniera così bonaria da uniformare le opposte tendenze- quel minimo di empatia capace di tenere desto l’interesse. Uscito in America alla fine di dicembre per alimentare le speranze di un eventuale candidatura della sua star, "Frankie & Alice" non ha fatto fatica a rientrare nei ranghi di un anonimato ampiamente giustificato.

(pubblicato su ondacinema.it)

lunedì, febbraio 07, 2011

The Constant Gardener

L’incontro tra Justin e Tessa durante la conferenza da lui tenuta per giustificare scelte diplomatiche piuttosto discutibili è qualcosa di davvero folgorante: è l’amore che se ne frega degli schieramenti e delle ideologie, che abbatte le posizioni di partenza, che riesce a trasformare le diversità in pluralismo. Alle proteste di Tessa, attivista politica e ragazza appassionata lui risponde proteggendola da una platea che non apprezza la schiettezza di quelle rimostranze.
E’ un lasso di tempo brevissimo, quanto basta per guardarsi negli occhi e fiutare un linguaggio del corpo dissimulato dalle necessità di uno spazio comune. Ed è proprio in quella dimensione collettiva che si verifica la magia, la capacità di trasformare note da stadio in musica da camera. E’ un amore a prima vista, un colpo di fulmine che lascia indietro le future incomprensioni. Il buon senso e la conoscenza reciproca devono fare un passo indietro rispetto all’energia dell’attrazione. Il matrimonio repentino, la gravidanza travagliata, il viaggio in Africa al seguito del marito diplomatico sono gli accessori che trasformano il quotidiano in qualcosa di più grande. Quello che segue appartiene ai romanzi di spionaggio, alle teorie cospirative del grande Fratello, ad una lotta di denaro e di potere in cui saranno coinvolte una multinazionale farmaceutica, il governo inglese ed un manipolo di personaggi senza scrupoli decisi a tutto pur di favorire la sperimentazione di un farmaco nocivo. Una partita giocata all’ombra delle grandi corporation umanitarie, degli slogan perbenisti e terzomondisti in cui le motivazioni di Tessa, paladina dei più deboli troverranno terreno fertile e purtroppo, un destino senza futuro. Ma come spesso accade nei cicli naturali anche qui la morte significa rinascita e dovremo dire riscoperta poiché il motivo del lutto e l’indagine per individuare i mandanti del delitto diventeranno per Justin l’occasione di conoscere veramente la persona che gli stava accanto e sulla quale, per un momento pur breve, aveva dubitato. Rivestito delle caratteristiche del film di genere, la fonte della storia è infatti l’omonimo libro dello scrittore John Le Carrè, The Constant Gardner è in realtà uno spaccato sull’ambivalenza delle relazioni umane una grande romanzo d’amore in cui la presenza assenza della persona amata, sottratta al protagonista ed a noi spettatori all’inizio del film e poi riproposta con una serie di flash back ed attraverso le azioni dell’inconsolabile marito, è il paradigma di quella dialettica emotiva in cui il rapporto con la persona amata deve passare inevitabilmente per la sua negazione. In bilico tra la storia dei grandi numeri ed un intimismo che trascolora in un romanticismo tout court The Constant Gardener è anche l’occasione per il suo regista, Fernando Meilleres (The city of God), di tornare sulla geografia delle nostre dimenticanze, sui luoghi necessari al benessere ingordo del mondo occidentale. Colorato in maniera iperrealista da una fotografia che esaltando i colori netti e luminosi rimarca la vitalità di un paesaggio saccheggiato ma ancora vitale, il film si avvale della performance di due attori, Ralph Fiennes e Rachel Weisz, capaci di dare credibilità alle alchimie del cuore lavorando di sottrazione ed esaltando il valore dello sguardo. Per questo film la Weisz ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Sicuramente meritato.

(dedicato all'amico Joachim che mi ha lasciato un po' piu' solo)

sabato, febbraio 05, 2011

NON C'ERA NESSUNA SIGNORA A QUEL TAVOLO

NON C'ERA NESSUNA SIGNORA A QUEL TAVOLO
Regia Lorenzo Conte - Davide Barletti


Il nuovo lavoro di Lorenzo Conte e Davide Barletti ci racconta di Cecilia Mangini (Mola di Bari 1927) saggista, critica cinematografica e soprattutto una delle più importanti esponenti del cinema documentario italiano.
Il suo lavoro più noto è probabilmente La canta delle marane (1961) dove la sua mdp scruta i gesti e gli sguardi di un gruppo di ragazzini della periferia romana, mentre il commento di Pier Paolo Pasolini ne racconta le storie e i sogni.
Altri lavori che vanno sicuramente ricordati sono Stendalì (1960), testimonianza sul lamento funebre in lingua grika, All'armi siam fascisti (1962) e Essere donne (1965).
Nel documentario di Barletti e Conte riprendono vita le immagini di un Italia apparentemente lontana nel tempo: quella degli anni '60, del boom economico, con le sue lacerazioni sociali e i suoi drammi.
Una porzione di storia del nostro Paese ci viene riproposta attraverso l’occhio di una delle protagoniste della stagione più ricca e vitale del cinema italiano.
Barletti e Conte confezionano Non c'era nessuna signora a quel tavolo alternando le immagini dei documentari con il commento appassionato della stessa Mangini legando il tutto con immagini di vecchi proiettori e fasci di luce che mettono in risalto quella polvere che solo apparentemente ricopriva il materiale che viene proposto allo spettatore.
L'opera di Cecilia Mangini basterebbe da sola a soddisfare l'appetiito di appassionati e spettatori che guardano al cinema con interesse, ma Barletti e Conte oltre a compiere un'operazione colta si preoccupano anche di fornire alcuni strumenti di approccio al tema, ottenendo il risultato di ridare vita ad un intera epoca e ai suoi protagonisti.

http://www.fluidproduzioni.com/mangini/

venerdì, febbraio 04, 2011

ANOTHER YEAR

Another year
di M. Leight


Se fosse un colore avrebbe la classicità del Fumo di Londra; ed invece è un film, per giunta importante, vista la firma del suo regista, un abituè dei palmares festivalieri e da anni uno dei massimi umanisti del cinema mondiale.

Anche questa volta era annunciato come uno dei favoriti tra i film in concorso all’ultimo festival di Cannes ed invece a conti fatti “Another Year”, una storia corale incentrata sulle vicissitudini di una donna delusa dalla vita e sulle reazioni di chi le sta vicino, si dimostra un lavoro poco ispirato e soprattutto senza la naturalezza delle opere precedenti.

Leigh sembra più interessato alla costruzione della cornice piuttosto che allo sviluppo della storia. Avendo a che fare con una drammaturgia da teatro cechoviano, di cui riprende non solo il rapporto tra lo scorrere del tempo e lo stato d’animo dei personaggi ma anche una certa staticità nell’azione, il regista rende evidente le sue scelte dividendo la vicenda in quattro quadri corrispondenti alle omonime stagioni, utilizza la luce naturale ed anche quella artificiale, (nell’ultimo quadro, quello invernale desaturato dei colori primari per corrispondere all’atmosfera di dolore per una morte improvvisa) e si mantiene sempre all’interno di un cinema da camera, fatto di interni domestici e piani americani, saltuariamente interrotto dallo stesso campo lungo che, riprendendo scene di vita contadina sembra alludere al ciclo naturale della vita. Un allestimento tanto impeccabile quanto schematico che fa il paio con il dipanarsi di una vicenda che non esce fuori da un naturalismo privo di sorprese ed un fiume di parole che non aggiunge nulla a quello che vediamo.

Tra nevrosi ed insoddisfazione, il film procede capitalizzando la bravura dei suoi interpreti, specialmente quelli femminili ma si conclude senza nessuna variazione rispetto al punto di partenza.

02/01/11

giovedì, febbraio 03, 2011

Film in sala dal 4 febbraio

Another Year
(Another Year)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Mike Leigh

Biutiful
(Biutiful)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Messico
REGIA: Alejandro González Inarritu

Femmine contro maschi
(Femmine contro maschi)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Fausto Brizzi

I fantastici viaggi di Gulliver in 3D
(Gulliver's Travels)
GENERE: Commedia, Avventura
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Rob Letterman

Into Paradiso
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paola Randi

mercoledì, febbraio 02, 2011

VENTO DI PRIMAVERA - La Rafle

Vento di primavera
titolo originale: la rafle (la retata)
un film di roselyne bosch


vento di primavera, di rose bosch, mette in scena una storia realmente accaduta, personaggi che sono realmente esistiti, nel preciso contesto storico del nazismo. siamo in francia, è il 1942.
verrebbe da dire che si tratta dell'ennesimo film sull'orrore dell'olocausto - su cui tanto si è scritto e girato - e che poco di nuovo potrebbe dare al cinema, ma vento di primavera racconta un fatto che ha macchiato la francia per sempre e lo fa mettendosi dalla parte dei bambini.
come sappiamo spesso non sono i temi affrontati a rendere un film un buon prodotto quanto come li si racconta.
nel tentativo di riportare all'attenzione del grande pubblico la deportazione, voluta dal regime collaborazionista del maresciallo vichy, di circa 13.000 ebrei che si erano rifugiati a parigi, bosch focalizza l'attenzione sui bambini: dai loro occhi apprendiamo i fatti, partecipiamo allo strazio che li ha travolti insieme alle loro famiglie, cerchiamo risposte che non troveremo e ci sentiamo assaliti dal medesimo senso di abbandono e smarrimento.
i bambini, che con la loro innocenza e purezza d'animo guardano l'orrore degli adulti senza poter comprendere, rappresnetano il motore della pellicola. gli adulti ne sono i comprimari.
il medico ebreo eroico (jean reno) che non pensa nemmeno per un secondo di salvarsi e che invece assiste fino alla fine i propri compagni, oppure l'infermiera cattolica (melanie laurent) che non abbandonerà i bambini ebrei nemmno nello sfinimento della propria malattia, non sorreggono il film ma ne sono sorretti, perchè vento di primavera è un film corale, di molti piccoli occhi che non si arrendono alla morte e che ci testimoniano una forza vitale preziosa.
dei cira 25.000 ebrei destinati al rastrellamento solo una parte si salvò grazie al prezioso aiuto dei cittadini francesi che accettarono di nasconderli. i rimanenti furono condotti al vélodrome d'hiver da dove partirono per quello che fu il loro ultimo viaggio. di essi ritornarono solo venticinque persone e nessun bambino.
film di denuncia, di memoria, crudo ed autentico, l'opera di bosch ha la precisione del documentario ed il pudore dei prodotti televisivi destinati alle famiglie.
i colori sono saturi, la luce è intensa e giocata sempre sul limite tra finzione e realtà.
dal ritmo sostenuto e mai scevro di delicatezza, il film rivela senza mostrare troppo.
bosch non cede mai all'evidenza, ma piuttosto spiega lasciando ampio margine di intuizione allo spettatore, senza abbandonarlo alla supposizione.
sappiamo bene che fine faranno le vittime, quali orrori subiranno e possiamo immaginare cosa hanno dovuto affrontare. proprio in questa non evidenza, in tal non esplicitare, risiede la forza emotiva del racconto.
jean reno, un po' imbolsito e sgualcito, è piuttosto intenso, così come lo è melanie laurent (la bionda vendicatrice del tarantinato Inglorious Basterds), che dà vita ad una donna sensibile, determinata e dalla grande forza interiore.
vento di primavera è un film sui bambini e sulla loro forza, sulla forza dell'amore umano e del credere nella vita.
un buon prodotto per tutti, per non dimenticare mai.

LAST NIGHT

Last night
un film di Massy Tadjedin


I motivi della tentazione sono spesso caratterizzati dalla mancanza di luce: che la si interpreti in maniera metaforica, associando l’accecamento della ragione ad un buio primordiale fatto d’istinto e poco altro, oppure scegliendo la strada di un realismo che la nasconde alla vista del quotidiano, il deragliamento dei sensi è di per sé un animale notturno abituato ad orientarsi senza bisogno di accessori.
Ed è proprio questa sobrietà espressiva, continuamente ribadita nell’essenzialità degli ambienti così come dei personaggi, mai sopra le righe seppure emotivamente surriscaldati dalle diverse contingenze- la coppia del film si ritrova per una notte separata ed in compagnia di un potenziale amante - unità alla scelta di concentrare l’azione della storia nello spazio di un unico arco notturno a rendere intrigante un film come Last Night.
Immersi nella notte urbana, illuminata quel tanto che basta per riconoscere un linguaggio del corpo fatto di gambe che si incrociano e sguardi che si perdono, i quattro protagonisti danno vita ad una quadriglia sentimentale in cui perdersi e ritrovarsi è una costante così come la luce ed il suo opposto, continuamente in contrasto, come la ragione nei confronti dell’istinto.
Una lotta alla pari se non fosse che cedere alla propria essenza è il solo modo per essere se stessi, per rimanere attaccati ad una natura continuamente tradita dalle menzogne del giorno dopo. Diretto con eleganza da Massy Tadjedin il film integra perfettamente ambienti e personaggi con una simbiosi che aiuta a dilatare i limiti di un discorso in cui le reticenze prevalgono sull’azione e si avvale di una fotografia di un tipo che ha lavorato con David Lynch e che qui riesce a trasformare le pareti del quotidiano in autentici non luoghi capaci di enfatizzare la centralità delle figure umane.

lunedì, gennaio 31, 2011

VALLANZASCA - GLI ANGELI DEL MALE

VALLANZASCA - GLI ANGELI DEL MALE
Regia: Michele Placido


Siamo a metà degli anni '80 e il fuorilegge Renato Vallanzasca è rinchiuso in una cella di isolamento nel carcere di Ariano Irpino. Andando indietro con la memoria ripercorriamo la storia della sua carriera criminale: le rapine, i sequestri, gli inseguimenti, la sanguinosa guerra con la banda di Francis Turatello, le sue evasioni al limite dell’incredibile, la galera.
In una livida Milano, come non la si vedeva dai tempi di Fernando Di Leo, Michele Placido lancia la mdp all'inseguimento dell'irrefrenabile Renato Vallanzasca esattamente come le Alfa della polizia si lanciavano all'inseguimento del boss della comasina e della sua banda.
Vallanzasca - Gli angeli del male è sostanzialmente costruito sull'azione, che poi, in buona sostanza, è quello che si chiede ad un gangster movie.
Placido incalza i suoi attori imponendo alla pellicola un ritmo frenetico, cosa rara per il cinema italiano.
Il regista di Ascoli Satriano si trova alle prese con una materia che sicuramente sa trattare al meglio ed infatti dirige con grande mestiere e mano sicura questo gangster movie di buon livello; è bravo a romanzare la vita del "bel Renè", e a raccontare con efficacia i suoi crimini indagando su quell'etica del male che fece del bandito Vallanzasca un uomo da copertina.
Polemiche preventive, isteriche e ingiustificate che non ricordo abbiano preceduto l'uscita di altri film come Banditi a Milano (C. Lizzani 1968) che narrava le gesta criminali di Pietro Cavallero e che arrivò in sala a "ferite ancora aperte" in quanto si trattava di un instant movie o altre pellicole come Romanzo Criminale (2005) diretto dallo stesso Placido.
"Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è predisposta unicamente per l'autoflagellazione". Con questa frase di Truman Capote, il regista pugliese apre il suo film. I doni che Dio concesse a Renato Vallanzasca furono fascino e arguzia, la sua scelleratezza fu l'inesorabile frusta e Michele Placido racconta tutto questo con franchezza senza moralismi e senza voler fare pedagogia.
Vallanzasca - Gli angeli del male, con un cast solido e un Kim Rossi Stuart ad altissimi livelli è uno dei rari prodotti italiani che non faticherà a trovare mercato nel resto d'Europa.

giovedì, gennaio 27, 2011

Film in sala dal 28 gennaio

Vento di primavera
(La Rafle)
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Germania, Francia, Ungheria
REGIA: Roselyne Bosch

Febbre da fieno

GENERE: Commedia, Romantico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Laura Luchetti

Il discorso del Re
(The King's Speech)
GENERE: Drammatico, Storico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Australia, Gran Bretagna
REGIA: Tom Hooper

Parto col folle
(Due Date)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Todd Phillips

The Green Hornet
(The Green Hornet)
GENERE: Azione, Giallo, Thriller
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Michel Gondry

Yattaman - Il film
(Yattâman)
GENERE: Fantasy
ANNO: 2010
NAZIONALITA': Giappone
REGIA: Takashi Miike

lunedì, gennaio 24, 2011

QUALUNQUEMENTE

QUALUNQUEMENTE
Regia: Giulio Manfredonia


Cetto La Qualunque (Antonio Albanese) fuggito in Sudamerica a causa di problemi con la giustizia ritorna a Marina di Sopra, paesotto calabrese.
Al suo rientro viene informato dagli amici che il suo patrimonio e i suoi interessi sono minacciati da un'ondata di legalità che sta investendo la cittadina e che ha come portabandiera il tenente dei Carabinieri Cavallaro (Antonio Gerardi) e il candidato sindaco De Santis (Salvatore Cantalupo).
Per difendere i propri interessi ed evitare la galera Cetto La Qualunque, indotto e incoraggiato dai suoi amici, decide di candidarsi a sindaco.
Il trionfo della volgarità, dell' ignoranza e della corruzione, del menefreghismo e del clientelismo, questo è Qualunquemente, in poche parole lo specchio di una porzione importante del nostro Paese.
Paesaggi stuprati dall'abusivismo edilizio, ospedali fatiscenti, assenza dello Stato, disprezzo più assoluto delle leggi, informazione di parte, lacchè, killer, prostitute, un improbabile coach elettorale che rinnega le origini baresi (Sergio Rubini) in questo ambiente si muove il personaggio creato da Antonio Albanese, cinico e spietato malfattore che conquista il potere.
Qualunquemente rischia di apparire come un istant movie, ma non lo è, visto che la sceneggiatura risale al 2009 e il personaggio Cetto La Qualunque è comparso per la prima volta nel programma televisivo di rai tre Non c'è problema datato 2003, bisogna riconoscere quindi ad Albanese di aver visto lungo e capito prima di altri quale piega andava prendendo la politica italiana e a quale genere di politici i cittadini italiani avrebbero affidato il loro futuro.
Come detto, Cetto la Qualunque nasce con ritmi televisivi e portarlo su grande schermo, dilatandone i tempi comici, è operazione difficile, infatti spesso il repertorio di battute mostra la corda a causa dell'usura televisiva, ma il vero problema di questa pellicola è che purtroppo, la realtà politica italiana spesso supera la farsa.
Qualunquemente è un film sottilmente violento, che se non avesse scelto la via della satira potremmo definire un film di denuncia.
Una regia (Giulio Manfredonia), superiore alla media per questo genere di pellicole, dove troppo spesso trionfa il "fai da te" e il comico di turno, reduce dai successi televisivi, si improvvisa attore-regista-sceneggiatore con risultati pessimi; un attore di gran livello come Antonio Albanese; una spalla eccellente come Sergio Rubini e una serie di comprimari del calibro di Lorenza Indovina e Luigi Maria Burruano, fanno di Qualunquemente un buon prodotto dove la risata passa in secondo piano per lasciare spazio alla riflessione e allo sconforto. Straordinaria fotografia dell'Italia che lascia l'amaro in bocca.

giovedì, gennaio 20, 2011

Film in sala dal 21 gennaio 2011

Animals United 3D
(Die Konferenz der Tiere)
GENERE: Animazione
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Germania
REGIA: Reinhard Klooss, Holger Tappe

Immaturi
(Immaturi)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paolo Genovese

La donna che canta
(Incendies)
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Canada
REGIA: Denis Villeneuve

Qualunquemente

(Qualunquemente)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giulio Manfredonia

Segui il tuo cuore
(Charlie St.Cloud)
GENERE: Drammatico, Fantasy, Sentimentale
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Burr Steers

The Shock Labyrinth 3D

(Senritsu meikyû 3D)
GENERE: Horror, Thriller
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Giappone
REGIA: Takashi Shimizu

Vallanzasca - Gli angeli del male
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Michele Placido

lunedì, gennaio 17, 2011

KILL ME PLEASE

KILL ME PLEASE
Regia: Olias Barco


Il dottor Kruger (Aurelien Recoing) gestisce una clinica che offre assistenza a chi ha deciso di mettere fine ai propri giorni e alle proprie sofferenze.
Tra gli obiettivi della clinica vi è quello di dissuadere i pazienti dal suicidarsi e, in caso di decisione irreversibile, di dare dignità e decoro al suicidio.
Nella villetta del suicidio medicalmente assistito sbarcano i personaggi più disparati, dal depresso che si finge malato di cancro pur di poter accedere al programma di morte assistita, alla cantante ( Zazie De Paris- che nella vita reale è una trans ) che ha perso la voce, a chi ha perso la moglie giocando a poker (Bouli Lanners).
Non essendo ben vista dalla bigotta comunità locale, la clinica viene presa d'assalto da un gruppo di fanatici pronti a far valere le loro convinzioni a colpi d'arma da fuoco.
Con pochissimi soldi, una troupe composta da pochissimi elementi, un cast che ha lavorato praticamente gratis, Olias Barco è riuscito nell’impresa di girare un film spiazzante, scorretto e cinico.
Obbligato a ricorrere al bianco e nero per ovvie ragioni di budget, Olias Barco ha dato vita ad una pellicola maledettamente coraggiosa che sviluppa la questione eutanasia ricostruendo tramite i personaggi del suo film il dibattito sulla morte assistita che tanto divide i cittadini dei Paesi occidentali.
Lo schema del film è molto semplice: la clinica è l’eutanasia, gli abitanti del piccolo centro rappresentano la difesa catto-integralista del diritto alla vita, l’intervento dello Stato tramite l'agente della Guardia di Finanza altro non è che l’ingerenza delle istituzioni su questioni private.
Piccolo film che più indipendente non si può, è riuscito nell'impresa di vincere un festival del cinema tutto lustrini e paillettes come quello di Roma, impresa ancor più difficile se si pensa al fatto che il tutto è avvenuto nella città simbolo della cristianità pur trattando un tema assai delicato e tanto caro ai gerarchi del vaticano
Il film è piacevole, infarcito di scene seriamente disturbanti, ma è evidente che ci troviamo dinanzi ad una pellicola "da festival" forse pensata per un pubblico di cinefili piuttosto che per le grandi platee.
Probabilmente con un maggior impegno a livello di dialoghi e calcando ulteriormente la mano sul lato grottesco della vicenda, Kill me please avrebbe avuto le carte in regola per raggiungere un pubblico più ampio.

sabato, gennaio 15, 2011

La mia classifica 2010


































Il segreto dei suoi occhi (Juan José Campanella)
Bright Star (Jane Campion)
Il profeta (Jacques Audiard)
Animal Kingdom (David Michôd)
Io sono l’amore (Luca Guadagnino)
Soul Kitchen (Fatih Akin)
L’uomo nell’ombra (Roman Polanski)
Revanche – Ti ucciderò (Götz Spielmann)
Uomini di Dio (Xavier Beauvois)
Nine (Rob Marshall)


Miglior regia:
Jane Campion (“Bright Star”)
Miglior attore:
Ben Wishaw (“Bright Star”), Ricardo Darín (“Il segreto dei suoi occhi”)
Miglior attrice:
Abbie Cornish (“Bright Star”), Soledad Villamil (“Il segreto dei suoi occhi”)
Miglior debutto:
Animal Kingdom (David Michôd)

Chi vuole si puo' accomodare....

giovedì, gennaio 13, 2011

Film in sala dal 14 gennaio 2011

Kill Me Please
(Kill Me Please)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Belgio, Francia
REGIA: Olias Barco

La versione di Barney
(Barney's Version)
GENERE: Commedia, Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Canada, Italia
REGIA: Richard J. Lewis

L'orso Yoghi
(Yogi Bear)
GENERE: Animazione, Commedia, Avventura, Family
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Nuova Zelanda, USA
REGIA: Eric Brevig

Skyline
(Skyline)
GENERE: Fantascienza, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Greg Strause, Colin Strause

Un giorno della vita
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010 DATA: 14/01/2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Giuseppe Papasso

Vi presento i nostri

(Little Fockers)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Paul Weitz

lunedì, gennaio 10, 2011

HEREAFTER

Hereafter
di Clint Eastwood


Hereafter è la storia di tre persone che vedono le loro esistenze sconvolte perchè toccate in maniera diversa dalla morte.
A San Francisco vive George (Matt Damon), un uomo che ha il potere-dono-maledizione di parlare con i defunti.
A Londra vive Marcus (George McLaren), un dodicenne con madre tossicodipendente e un gemello deceduto in un incidente stradale mentre cercava di sfuggire ad un'aggressione.
A Parigi vive Marie (Cècile de France), giornalista televisiva molto nota, che ha avuto un'esperienza fra la vita e la morte durante un terribile tsunami.
I tre episodi di Hereafter si sviluppano in modo indipendente per quasi tutta la durata del film, intrecciandosi solo verso la fine e portando ad una conclusione commovente una vicenda iniziata in circostanze ruvide e violente.
Clint Eastwood ha tagliato il traguardo degli 80 anni e Hereafter è il sesto film che gira negli ultimi quattro anni e sempre più spesso le tematiche trattate dal regista americano riguardano la morte.
In Hereafter si da per scontato che esista un aldilà ma il paradiso resta meno di una ipotesi, rimarcando come già avvenuto in Gran Torino, la diffidenza di Eastwood verso le religioni.
L'inossidabile Clint, questa volta si rivolge agli atei, ai non credenti, a coloro che sono convinti che le religioni ipnotizzino le menti.
Attraverso sequenze, che nella loro classicità rendono il film un po' rigido, l’autore americano mette lo spettatore nella condizione di confrontarsi con qualcosa che dovrebbe essere familiare come il dolore, fornendo alcuni punti di vista e ponendo domande sul tema della morte.
Nel complesso, a mio modesto parere, Hereafter è un film interessante e (inutile dirlo) ben girato ma che manca di energia e perde di forza nell'eccessivo minutaggio e in una struttura dal passo lento.
Matt Damon in grande spolvero.

giovedì, gennaio 06, 2011

Film in sala dal 7 gennaio 2011

Hereafter
(Hereafter)
GENERE: Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Clint Eastwood

Oggi è una bella giornata
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Gennaro Nunziante

Tamara Drewe
(Tamara Drewe)
GENERE: Commedia
ANNO: 2011
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Stephen Frears

mercoledì, gennaio 05, 2011

Ano Bisiesto

di Michael Rowe

Cinema punitivo o allegoria di una forma d’arte sempre più invasiva, simile alle pene corporali subite dalla giovane protagonista, una donna che nel giro di pochi giorni e per un motivo non meglio precisato decide di mettere fine alla sua vita durante l’ennesimo atto amoroso con un partner che come lei preferisce il sesso estremo.

Pur non risparmiandoci nessuno degli abusi e delle stranezze messe in atto dall’acrobatico duo, il film isola questi momenti e li riduce, anche dal punto di vista emotivo, all’interno di un quotidiano dove l’isolamento, l’alienazione e la mancanza di un sincero sentimento di condivisione sono il “Pasto Nudo” al quale sembra dobbiamo proprio abituarci. Un attualità ribadita anche dal punto di vista formale, per la capacità di rendere un esistenza ed il personaggio che la vive attraverso una sobrietà di mezzi davvero rara: facendo di necessità virtù e volendo rendere i labirinti mentali di una personalità allo stremo, Rowe utilizza un unico spazio scenico, la casa della donna, privandosi completamente del mondo esterno, una chimera per chi ha deciso di togliersi la vita. Così facendo, e grazie anche ad un utilizzo invisibile della macchina da presa il regista mantiene evidente la cifra realistica del suo cinema, enfatizzata dalla presenza ossessiva dell’ambiente domestico e degli oggetti che lo costituiscono, ma allo stesso tempo la trascolora con una liturgia gestuale che restituisce il mondo interiore della giovane donna.

Interpretato da Monica Del Carmen con assoluta naturalezza ed un masochismo che piacerebbe all’inventore del Dogma, “Año bisiesto” è un film apolide perchè prodotto da capitali (si fa per dire) messicani e diretto da un regista australiano, Michael Rowe; presentato alla Quinzaine de Realisateurs dell’ultimo Festival di Cannes, ha vinto la Camera D’or come migliore opera prima.

(pubblicato su Ondacinema.it)

giovedì, dicembre 30, 2010

8 Million way to die

8 Million way to die
di H. Ashby


Una città tentacolare e la voce di una fine anticipata. I numeri della violenza snocciolati dai burocrati del crimine danno parola all’indifferenza di una città ridotta ad un grumo di strade perdute.
La sequenza iniziale, panoramica dall'alto di un arteria stradale in overdose di clienti con commento fuori campo a definire lo spazio d’azione di una scena altrimenti anonima, sono il biglietto da visita di un film che tenta di mettere insieme il compendio esistenziale di Hal Ashby un autore in lotta con la vita, e le regole di un genere, la crime story, che di lì a poco e con differenti nomi (neo noir) sarebbe diventato la forma di cinema più adatta a rimettere insieme i pezzi di un mondo andato in frantumi.
Non è difficile infatti riconoscere nel percorso esistenziale di Matt Scudder, interpretato da un Jeff Bridges, un ex poliziotto che cerca di redimersi aiutando una prostituta a liberarsi dal proprio carnefice, i segni di una biografia fortemente segnata dall’uso di additivi, nel film la tossicodipendenza diventa alcolismo, e da una diversità difficilmente assimilabile dal sistema-dopo la sua fuoriuscita Scudder continua a comportarsi come un poliziotto ma lo fa a modo suo e di fatto il desiderio di rientrare nei ranghi finisce in secondo piano rispetto alle urgenze della vita - cosi’ come le convenzioni del genere, riassunte nella struttura di un racconto circolare in cui l’identità perduta e poi ritrovata è il pretesto per un percorso attraverso i gironi di un inferno che ha il profumo di una città dal ventre molle.
Certo il paragone con il resto della filmografia del regista fa difetto alla sua ultima opera, soprattutto perché la visione caustica della realtà e la contagiosa ingenuità dei suoi personaggi più famosi (Harold e Maude) è qui sostituita da un pessimismo spalmato a piene mani nelle rispettive esistenze dei personaggi coinvolti nella vicenda, invischiati in una solitudine dorata ma letale (le due prostitute che per differenti ragioni cambieranno la vita di Scudder, ma anche Maldonado, trafficante di droga rinchiuso in una torre d’avorio piena di cadaveri per non parlare del protagonista principale, abbandonato dalla famiglia e costretto ad elemosinare l’attenzione della figlia) ma soprattutto da una sensazione di immobilismo che non permette a nessuno di tirarsi fuori dalla propria infelicità.
Ashby è bravo ad inserirsi negli spazi della crisi, nelle frazioni di tempo in cui bisogna decidere se vivere o morire. È lì, in quella penombra di sguardi e di silenzi, di corpi fiaccati dal tempo e dalle abitudini che emerge il talento di un regista abituato a lavorare per gli attori. E’ per questo che pur in un panorama rappresentato con molte approssimazioni (i ruoli antagonisti rimangono poco caratterizzati ed anche gli ambienti sono ridotti ad un realismo di facciata), non si può non mettersi dalla parte di Scudder, interpretato con sofferta partecipazione da Jeff Bridges, cavallo di razza piegato ma non abbattuto, con le scarpe bucate ed i vestiti da due soldi, eppure regale nella sua dignità fatta di poche parole e molto sentimento, pronto a riconoscere negli altri il riflesso di se stesso e per questo a coinvolgersi senza mezzi termini.
Anima e cuore di un film diseguale ma sincero, sfuggito più volte di mano al suo artefice per motivi produttivi ed uscito nelle sale americane solamente in versione video.
Hal Ashby è stato una figura di riferimento del cinema americano degli anni '70, ma la sua filmografia seppur caratterizzata da successi importanti (Coming home, Being there, The last detail) è passata sotto silenzio. A rimanere più impressi sono stati la vita da outsiders ed i comportamenti fuori dalle righe.
Sean Penn ha dedicato a lui ed a John Cassavetes "Indian Runner" il suo esordio cinematografico. Un accostamento che gli rende giustizia.

domenica, dicembre 26, 2010

Ladro di bambini

Rosetta e Luciano sono due fratellini che il destino mette nelle mani di Antonio, il carabiniere calabrese che li deve accompagnare all’istituto per minori, dopo l’arresto della madre, colpevole di far prostituire la figlia con avventori occasionali. Antonio è inizialmente distaccato, risentito (“ma non li potevano affidare all’assistente sociale” dice senza neanche conoscerli) rispetto ad un incarico che sembra sminuirlo agli occhi di un ego che guarda a quella carriera come un mezzo per emanciparsi dai problemi della terra natia. Poi, complice il rifiuto dell’istituto demandato all’accoglienza dei bambini ed al conseguente prolungamento del viaggio verso la nuova destinazione, inizia ad affezionarsi ai due ragazzi di cui nessuno sembra volersi curare.
Dopo una serie di film in cui l’impegno civile si traduceva nella scelta di soggetti legati alla Storia del nostro paese (I ragazzi di via Panisperna, Colpire al cuore, Porte Aperte), Gianni Amelio cambia registro per fare i conti con le urgenze di una vicenda umana e personale, che solamente le necessità di consolidare un mestiere iniziato per scommessa e continuato per passione, avevano potuto rimandare. Così il trauma di un padre partito per Lamerica e mai più ritornato rivive nella trasposizione cinematografica negli occhi e negli sguardi dei due piccoli protagonisti, costretti a fare i conti con il dolore di un affetto negato e con un mondo che li punisce per una colpa che non hanno commesso. Amelio decide di raccontarsi e di raccontare la propria esperienza attraverso la storia di un infanzia violata, in cui l’indifferenza degli uomini, delle istituzioni e della loro leggi è ancora più dolorosa della causa che l’ha creato. Inizialmente separati dalle rispettive esperienze, i tre personaggi si ritrovano accomunati nella stessa condizione di umiliati ed offesi fino a quando, per una situazione contingente, anche Antonio, finalmente solidale con i due diseredati, dovrà fare i conti con i meccanismi di un sistema che scambia la sua solidarietà per un colpo di testa e lo costringe a rientrare nei ranghi, a diventare come gli altri, indifferente e duro, pena la messa a rischio del posto di lavoro. Girato con uno stile che sembra entrare in punta di piedi nella vita dei suoi personaggi (siamo lontani dal “combact film” che avrebbe caratterizzato il cinema d’autore degli anni successivi), “Ladro di bambini” è in realtà, anche sotto questo profilo un film capolavoro. Sintonizzato sulle note musicali che Francesco Piersanti riduce all’essenziale, suoni dell’anima che fanno da contraltare agli hit musicali dell’epoca (tra cui “I Maschi” di Gianna Nannini e “Le mani” di Zucchero), Amelio gira con tempismo eccezionale, utilizzando un procedimento a fisarmonica che espande e poi condensa l’anima del suo film all’interno di un intreccio volutamente esile, fatto apposta per evidenziare, senza dare la sensazione di farlo, i rami secchi di una società in decadenza: dal quartiere dormitorio che dà l’avvio alla vicenda, simbolo di un nord dove l’immigrazione non si è mai integrata, ai palazzi della capitale in perenne decadenza, e poi con le case abusive del paesaggio calabrese, il regista sembra voler concretizzare in maniera precisa lo sradicamento esistenziale che attanaglia i protagonisti: che si tratti della casa degli orrori dove i due bambini hanno trascorso la loro giovane vita, oppure di quella senza identità, presa in affitto dai colleghi di Antonio, così come l’abitazione della sorella, una specie di ibrido architettonico, con il ristorante al piano terra e le camere senza finestre al piano di sopra, il dramma si acuisce nella mancanza di un posto dove andare od uno in cui tornare. Un disagio che il film riproduce attraverso la presenza costante dei bagagli che i tre sono costretti a trascinarsi: ingombranti, poco maneggevoli quei pesi diventano non solo l’evidenza di una costrizione fisica, ma anche il simbolo di un peso morale, di un marchio che impedisce di essere liberi. Una condizione logorante evidenziata nella scelta di restituire gli spazi della tregua in interni scarsamente accoglienti o normalmente delegati ad altro, come gli interni della macchina che Antonio ha preso in affitto o le sedie della stazione dove aspettano il treno che li porterà in Calabria, che tolgono allo spettatore qualsiasi possibilità di ricondurre quei momenti all’interno delle proprie consuetudini (al contrario i luoghi deputati al riposo diventano il palcoscenico di questo inferno metropolitano). Ma è soprattutto nei corpi e nei volti dei protagonisti, su cui la telecamera si sofferma, che il film costruisce la sua memoria: Amelio li mette sempre al centro della scena, insieme o separati, ne coglie gli umori attraverso gli sguardi reticenti, l’andatura indolente, il rumore dei silenzi, ma al contempo evita il melò raffreddando la scena con un paesaggio privo di quella retorica che spesso accompagna molto cinema italiano. Caratterizzato da continui cambi di luogo, “Ladro di bambini” si avvantaggia di questo dinamismo per enfatizzare l’immobilismo del mondo che fa da sfondo alla vicenda: i bambini all’interno dell’istituto religioso costretti nei banchi dal dettato della suora, le forze dell’ordine trincerate dietro scrivanie piene di carte, la famiglia di Antonio arroccata dentro un ristorante che sembra un fortilizio, diventano lo specchio di un umanità incapace di comunicare (e quando lo fa usa un linguaggio burocratico e pieno di luoghi comuni) e ripiegata su se stessa. Amelio sceglie di non gravare sullo stato emotivo dei suoi protagonisti e per questo allontana la telecamera quando Rosetta è costretta a prostituirsi, utilizza i campi lunghi per custodire meglio i rari momenti di felicità o allentare la tensione, trasformando il mezzo cinematografico in un espediente taumaturgico capace di agire sulle endorfine degli esseri umani.Destinato a diventare la prima puntata di un ideale trilogia (“Lamerica” e “Così ridevano” completano il trittico) in cui la ricerca della propria identità non potrà prescindere dal recupero del rapporto paterno, seppure surrogato da un serie di figure sostitutive (Il vecchio “Piro Milkani” de Lamerica e “Giovanni” il fratello maggiore di Così ridevano), “Ladro di bambini” riportò all’attenzione mondiale un cinema italiano che da tempo attendeva un riconoscimento a livello internazionale. Il Gran premio della giuria al festival di Cannes del 1992, l’Oscar europeo come miglior film ed un'altra serie di premi collaterali furono il giusto riconoscimento per uno dei film più importanti dell’ultimo ventennio.

giovedì, dicembre 23, 2010

Film in sala dal 24 e 31 dicembre 2010

DAL 24 DICEMBRE

Le avventure di Sammy - Il passaggio segreto
(Around the World in 50 Years 3D)
GENERE: Animazione, Avventura
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Belgio
REGIA: Ben Stassen

Un altro mondo
GENERE: Drammatico
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Silvio Muccino

DAL 31 DICEMBRE

Tron Legacy
(Tron Legacy)
GENERE: Azione, Fantascienza, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Joseph Kosinski

domenica, dicembre 19, 2010

The tourist


"The Tourist", film del regista diventato famoso per "Le vite degli altri" e qui irriconoscibile in una storia senza fiato, divisa tra l'alone romantico di una coppia a spasso per i calli veneziani e la suspence di una caccia al ladro in versione italica. Un bacio ed una pistola orchestrato da una partitura di parole perennemente in ritardo ed incapace di creare scenari di credibilità cinematografica.
Un mix di generi e di intenzioni che diventa il lievito di uno spettacolo svilito dalla deferenza verso una città scenografia e dall’ambizione di conciliare uno spirito scanzonato da cavalleria rusticana con il fascino di un valzer al chiaro di luna. Deep e Jolie come il Leone di piazza San Marco vivono di una staticità che ricorda le pagine dei magazine, mentre una pletora di attori italiani si svilisce pur di vivere il riflesso di tale celebrità. Lanciato come strenna natalizia per contrastare i cinepanettoni, “The Tourist” è in realtà un prezioso alleato del loro futuro successo.

venerdì, dicembre 17, 2010

Jack goes boating

L'importante è sentirne la necessità. Se poi oltre al desiderio di un attore che cerca di reinventarsi circumnavigando la macchina da presa si deve prendere in esame i risultati di questa esperienza, allora l'emotività è costretta a fare i conti con la ragione e per quanto si possa amare uno straordinario uomo da palcoscenico, un artista che è riuscito ad imporsi rimanendo se stesso, cosa non facile in un mondo di lustrini, bisogna dire che l'esordio da regista di Philip Seymour Hoffman è piuttosto deludente.
E questo non perché la storia di Jack e Connie, due 40 enni teneramente problematici ed affetti da reciproca attrazione rientri nel clichè di tanto cinema indipendente per la scelta di portare in primo piano una diversità senza compromessi, Jack ha l'ingenuità di un bambino ed al limite dell'afasico mentre Connie è afflitta da perenne disistima, e filmata con i tempi dilatati di chi intende andare oltre l'apparenza. E neppure per la sensazione di uno spettacolo più adatto al palcoscenico che al buio illuminato della sala, nonostante il tentativo di allargare al mondo esterno, New York e le sue strade ma anche Central Park e persino L'Hotel Waldorf Astoria rientrano nella topografia di una metropoli come al solito protagonista, una vicenda pensata inizialmente per il teatro (lo sceneggiatore Robert Glaudini è anche l'autore della piece da cui è tratto il film) .

Niente di tutto questo, o forse, non solo questo, ma piuttosto la decisione di non rischiare nulla da parte di un regista che usa se stesso (ed anche gli altri attori) seguendo alla lettera la lezione di quelli che l'hanno preceduto: una ricetta che prevede come unica soluzione l'inquadratura del malinconico faccione alla ricerca del lampo di genio che fa la differenza.

Ed in effetti l'Hoffman attore la differenza la fa: basterebbe vedere la tenerezza prodotta dalla sua figura corpulenta alle prese con le lezioni di nuoto che Jack riceve dall'amico, oppure gli impacciati dialoghi con la futura fidanzata, un mix di imbarazzo ed intraprendenza da personaggio delle favole, per far spostare l'ago della bilancia a favore dell'intero pacchetto. Ma il fatto di poter contare su questo valore aggiunto sembra adagiare il suo alterego in una regia senza invenzioni, che fa il paio con una sceneggiatura troppo attenta a rispettare le fasi di un innamoramento destinato ad accontentare le anime più romantiche.
Più che un occasione mancata "Jack goes boating" potrebbe essere il prezzo da pagare di chi sa di aver qualcosa da perdere. In questo senso aspettiamo con fiducia il seguito di questa nuova carriera.

(pubblicato su ondacinema.it)

giovedì, dicembre 16, 2010

Film in sala dal 17 dicembre 2010

The Tourist
(The Tourist)
GENERE: Drammatico, Thriller
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Francia, Italia, USA
REGIA: Florian Henckel von Donnersmarck

American Life
(Away We Go)
GENERE: Commedia, Drammatico, Sentimentale
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA
REGIA: Sam Mendes

La banda dei Babbi Natale
(La banda dei Babbi Natale)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Paolo Genovese

La bellezza del somaro
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Sergio Castellitto

Le cronache di Narnia: il viaggio del veliero
(The Chronicles of Narnia: The Voyage of the Dawn Treader)
GENERE: Fantasy, Avventura
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Gran Bretagna
REGIA: Michael Apted

L'esplosivo piano di Bazil
(Micmacs à tire-larigot)
GENERE: Commedia
ANNO: 2009
NAZIONALITÀ: Francia
REGIA: Jean-Pierre Jeunet

Megamind
(Megamind)
GENERE: Animazione, Commedia, Family
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: USA
REGIA: Tom McGrath

Natale in Sudafrica
(Natale in Sudafrica)
GENERE: Commedia
ANNO: 2010
NAZIONALITÀ: Italia
REGIA: Neri Parenti