venerdì, aprile 10, 2015

ROBERT CAPA – FRA CINEMA E FOTOGRAFIA: THE JOURNEY/HOMME QUI VOULAIT CROIRE A SA LEGEND

The Journey
di Robert Capa


The Journey è un film di Robert Capa, unica testimonianza del miglior reporter di guerra del XX secolo dietro la macchina da presa non in veste di fotografo ma di regista.
Il mediometraggio é stato fortemente voluto dal neonato stato d'Israele per favorire la raccolta di fondi a favore dei sopravvissuti alla Shoah che, una volta approdati nel porto di Haifa, sarebbero divenuti cittadini israeliani.  A metà strada fra il documentario e il filmato propagandistico della prima metà del secolo —in questo senso é da notare l'utilizzo di un'immagine intrisa di retorica politica—, l'opera si sviluppa secondo una rapida successione di immagini che paiono cartoline in movimento più che estratti cinematografici. Le inquadrature, ad altezza d'uomo, sono strutturate in composizioni certamente non ricercate o raffinate, ma immediatamente fruibili e indagabili dell'occhio del possibile fruitore, in accordo con le finalità politico-sociale che animano il film. La telecamera si sofferma sulla fisionomia dei suoi attori, di cui indaga, tra le rughe d'espressione e impercettibili movimenti facciali, emozioni e sentimenti che confermano le parole entusiastiche con cui una voce fuori campo descrive la nascita dello Stato d'Israele. Il film è dichiaratamente incompleto perché la storia d'Israele deve ancora essere scritta, questo il messaggio che Capa nel lontano 1950 ha lasciato ai posteri. Le scene successive sono state redatte, nel bene o nel male, da noi, e il giudizio su questo operata non sarà sottoposto a critici impietosi ma al ben più severo tribunale della coscienza politica internazionale.




Homme qui voulait croire à sa légende
di Patrick Jeudy


Merito di Jeudy è quello di universalizzare la portata dell'affaire Capa, spostare l'indagine sullo statuto della professione del reporter di guerra. Come lo stesso Capa appuntó nel suo diario, egli venne tacciato da un soldato che lo colse nell'atto di fotografare un compagno morto, di essere un avvoltoio. È innegabile che il suo successo derivi dall'essere stato capace di danzare con la morte così vicino da riuscire ad immortalarla durante ben cinque conflitti bellici. È moralmente accettabile, si chiede fra le righe il regista, che l'estro di Capa sia stato riconosciuto in tutto il mondo grazie ad una fotografia, come la celebre del combattente spagnolo, o innumerevoli altre di donne incinta coperte di sangue, corpi di bambini morti o anziani che piangono i figli? Se col suo operato ha fatto conoscere a tutto il mondo le nefandezze della guerra, il suo successo è innegabilmente macchiato del sangue di altri, senza il quale non sarebbe mai stato possibile. Coraggiosamente L’Homme qui voulait croire à sa légende scava nel l'interiorità del personaggio che Endre Ernő Friedmann ha costruito e a cui ha malvolentieri obbedito, come l'abuso di alcol e una vita continuamente al limite dimostrano.
Il documentario, non molto velatamente, fornisce un'immagine di Capa vicina a quella dell'artista maledetto, e, senza fornire alcuna risposta palese, mette la pulce nell'orecchio dello spettatore, spingendolo a interrogarsi  sul motivo per cui alcune delle sue fotografie —inutile dire che fra queste si trova quella del miliziano— siano state rivendicate dal fratello Cornell e dalla Magnum, che ora ne possiede interamente i diritti.





La guerra per l'indipendenza d'Israele è stato il conflitto più intimamente vissuto e partecipato da Capa, ungherese d'origine ebraiche, come mostrato in L’Homme qui voulait croire à sa légende. Nel documentario, Patrick Jeudy, oltre ad affrontare l'annoso problema dell'autenticità della sua più celebre foto —quella del miliziano spagnolo colpito a morte e immortalato nell'attimo che congiunge vita e morte—,  getta nuova luce sul personaggio-Capa, sdoganandolo dai comodi topoi dall'opinione comune, che lo ha oramai posto nel novero dei più grandi artisti dello scorso secolo.

Erica Belluzzi

giovedì, aprile 09, 2015

UNO SU DUE

Uno su due
di Francesco Pavolin
con Maurizio Battista, Paola Tiziana Cruciani,
Italia, 2015
genere, commedia
durata, 88'


Un Maurizio Battista aspirante suicida sul ponte Milvio si accinge a raccontare a dei passanti incuriositi la propria storia. La soluzione registica che relega l'intera storia al ruolo di flashback però non è in questo caso -come invece avveniva per Soldato semplice di Paolo Cevoli- utilizzata per restituire scene che caratterizzino i personaggi, sorta di incisi scevri da un banale andamento cronologico, ma anzi non ha nemmeno un colpo di scena finale che ne giustifichi la scelta.
La storia è quella di Nando, Ninetto Davoli nei panni di un piattissimo senex amans -questa è l'unica caratterizzazione che gli viene fornita dalla scrittura- che muore di infarto a causa della vicina del secondo piano, provocando una pioggia di terribili guai per il figlio e altrettante terribili gag basate sul fraintendimento del tipo di pillole che il vecchio libertino era solito assumere.
Alla morte del padre, Giorgio/Maurizio Battista -che non si sforza neanche di simulare un qualsiasi tipo di reazione utile a pensare ad una qualche vaga elaborazione del lutto- scopre infatti di essere tanto sommerso di debiti da dover vendere il bar a un personaggio secondario, un suo cameriere la cui provenienza asiatica deve essere sufficiente allo spettatore per intuirne l'astuzia. Iniziano così una serie di peripezie finanziarie aggravate dalle spese che il figlio (Emanuele Propizio) -narrativamente caratterizzato come nerd perché abbigliato con un maglietta di batman- lo costringe a sostenere per le proprie nozze, pagando a metà con i genitori della sposa. Una regia fin troppo semplice ci accompagna per un'ora e un quarto di battute fiacche, gag scontate e spesso anche meschine: al funerale -scenico ma anche artistico viene da pensare- di Nando, la zia Elvira “lo benedice” -questa è la battuta di Maurizio Battista- emettendo dei peti che costringono i partecipanti ad allontanarsi, portando all'apice una scena in cui la verve comica scaturiva dal fatto che il prete -un improbabilissimo mago Silvan- bagnava tutti con l'aspersore al momento della benedizione.

E via dicendo, attraverso una serie di accadimenti dispersivi, come la comparsa di Suellen -una surreale Claudia Pandolfi- la sorella del protagonista con cui divide la scena per nemmeno venti minuti, il tempo di presentare un personaggio la cui comicità dovrebbe risiedere nel fatto che imita il dialetto dei propri compagni. Soluzione già debole infiacchita dal fatto che la donna compare in modo fugace e casuale. A tutto questo si affianca un comparto umano per niente stereotipato: oltre al già citato vecchio libertino abbiamo il giovane sottomesso, la sposa autoritaria (Stefania Corsi), la moglie ingenua e petulante (Paola Tiziana Cruciani), un vago antagonista (Ernesto Mathieux), un servus callidus cinese e una serie di romani tutti infelici della propria moglie e tutti lamentosi e nichilisti.
Il tentativo di inquadrare la comicità di Maurizio Battista in una narrazione non episodica viene reso nullo dall'assenza di qualsiasi altra spalla -di cui invece si avvaleva con successo il più umile Paolo Cevoli, affiancando alla propria altri tipi di comicità- o anche solo di una sceneggiatura abbastanza coinvolgente -dove per abbastanza coinvolgente si intende “che non ricalchi l'ennesima commedia degli equivoci di architettura plautina con soluzioni di scrittura abusate”- da non far credere allo spettatore di trovarsi davanti a una versione pretenziosa di quello stesso genere di film dai personaggi macchiettistici e dalle dinamiche prevedibili che è tanto presente nel nostro immaginario da rendere superfluo indicarne il nome.
Michelangelo Franchini

mercoledì, aprile 08, 2015

HUMANDROID

Humandroid
di Neil Blomkamp
con Sharito Copley, Dev Patel, Hugh Jackman
Usa, 2015
genere, azione
durata, 120'


L’intelligenza artificiale e le sue conseguenze sono un mondo che il cinema di fantascienza continua a esplorare con interesse e grandi investimenti di denaro. A testimoniarlo è la prevalenza del tema, entrato nella storia del cinema con un affatto popolare (Frankestein) e in progetti costruiti per riscuotere un successo vasto e trasversale. Senza scomodare Stanley Kubrick e Steven Spielberg che all’argomento si appassionarono non poco (AI), dobbiamo dire che sulla carta l’idea di Neil Blomkamp di raccontare in chiave di attualità il rapporto tra lo scienziato e la sua creatura, sembrava più che altro il tentativo da parte del regista di rientrare in pista con un lavoro “sicuro”, capace di rimediare in termini d’incasso al flop commerciale di “Elysium”, produzione hollywoodiana che Blomkmamp si era guadagnato sul campo, grazie al successo di “District 9”. Di quel film “Humandroid” mantiene non solo la geografia sudafricana e metropolitana (il film è infatti ambientato a Johannesburg) ma soprattutto quel look ruvido e sporco da scenario apocalittico che è da sempre è un segno distintivo del nostro regista. Questa volta però, invece di puntare tutto sul realismo di scene filmate alla maniera di un reportage documentaristico, Blomkamp opta per uno stile classico, con la telecamera meno nervosa e più statica e una fotografia dominata dall’iperrealismo dei colori. Una scelta che potrebbe sorprendere, visti i precedenti del regista, se non fosse che “Humandroid” dietro le sua forma da action movie nasconde un’ingenuità e una purezza perfettamente attagliata alla personalità di Chappie, il robot dall’animo dolce e sensibile che si ritrova al centro della contesa tra lo scienziato che gli ha donato la coscienza e una banda di teppisti intenzionati a sfruttarne le doti in quella che dovrebbe essere la rapina del secolo.
Appurato che la trama, ricalcando il dissidio tra Scienza a Natura rappresentato dall'istinto di sopravvivenza di Chappie, che a un certo punto lo porta a sfuggire al controllo del suo creatore, con conseguenze drammatiche per chi ne farà le spese, "Humandroid" riesce a dare il meglio quando si tratta di enfatizzare gli aspetti favolistici del racconto. Chappie infatti, con il suo disperato bisogno d'affetto e i suoi atteggiamenti tragicomici, è il massimo che un regista possa chiedere in termini di empatia e coinvolgimento. Caratteristica che non sempre riesce a coinciliarsi con la richiesta di spettacolarità che dovrebbe generarsi dallo scontri tra buoni e cattivi; specialmente questi ultimi, capitanati dal villain di Hugh Jackman, messi in ombra dalla contaggiosa umanità del cibernetico eroe.

FRENCH CONNECTION

French connection
di C.Jimenez.
con: J.Dujardin, G.Lellouche, B.Magimel, C.Sallette.
Francia, Belgio, 2014
genere, thriller
durata135'



Talune apparenti banalità rivelano interessanti risvolti se si dimostra quella sagacia minima e quella pazienza utili ad inquadrarle da punti di vista appena più eccentrici rispetto a quelli usuali. Affermare, in tal senso, che un arco di tempo teso fra due opposti distanti più o meno un decennio emette una vibrazione e produce uno slancio differente a seconda che si consumi nella cornice febbrile del Crimine o in quella - quantomeno esteriormente - solenne, compartimentata e fitta di procedure, della Legge, rasenta l'ovvio solo se si evita di considerare l'impatto, ad esempio, emotivo che i fatti, le circostanze, il caso hanno sulle rispettive visioni-del-mondo. Ecco, quindi, che dieci anni bastano appena - segnandone spesso l'epilogo - a circoscrivere il primato violento di un potentato malavitoso; o, d'altro canto, sembrano non tanto non passare, quanto non produrre mai risultati soddisfacenti in campo investigativo - per opacità del Sistema, intoppi burocratici, ritardi o deviazioni più o meno pilotate, mera incapacità, lassismo - a fronte di sforzi, non di rado a carico di singoli invisi o negletti, sovrumani.

Simile parallelismo rivive - ed e' il pregio maggiore, almeno fintanto che le tensioni innescate dalla prossimità dei due universi alternativi per statuto (Crimine/Legalità) generano frizioni tali da provocare ripercussioni nei rispettivi ambiti - in "French connection", di C.Jimenez, che del semi-leggendario omonimo di Friedkin (1971) oltre al titolo (quello originale e' comunque "La French") conserva l'attenzione minuta alla ricostruzione del dettaglio (qui, retrospettivamente, quello d'epoca: abbigliamento, arredamenti, suppellettili, mezzi di trasporto, armi), come l'evidenza di certi esiti d'indagine (l'eroina suddivisa in panetti plastificati stipati nei pertugi metallici delle automobili destinate all'esportazione o semplicemente imbarcate per il trasporto oltreoceano).

 
Dieci anni, si diceva, in via approssimativa dall'alba degli anni '70 agli esordi del primo settennato di Mitterrand, restituito attraverso il percorso professionale e privato del giudice Pierre Michel/J.Dujardin (figura estratta dalla viva cronaca), uomo integerrimo eppure pragmatico capace di applicarsi fino all'ossessione per ottenere un risultato (da profondo conoscitore delle lusinghe subdole del poker quale era), promosso da una sezione del Tribunale dei Minori all'Anticrimine, ossia messo faccia a faccia con l'impero stupefacente dei Marsigliesi - La French, appunto, organizzazione eterogenea formata da francesi, corsi e italiani trapiantati, con solidi agganci nella Polizia stessa come nelle Istituzioni, tratteggiata, per dire, e in via pressoché definitiva, dalla penna di uno come J.-C.Izzo - in specie con l'indiscusso, ai tempi, burattinaio, il transalpino di origine napoletana Gaetan Zampa/G.Lellouche, detto Tany, tipo guascone e charmant, quanto, all'occorrenza, spietato.

 
 
Con disponibilità di mezzi e apprezzabile disinvoltura, Jimenez riannoda fili (impossibili da recidere) di rimembranze cinematografiche disparate, non ultime quelle del già ricordato Friedkin, altre ancora di chiara ascendenza scorsesiana - i suoi bravi ragazzi, i suoi casino - per lo più nella resa enfatica di alcune sottolineature di montaggio, che isolando particolari caldi ne esaltano al tempo la consistenza materica e la valenza simbolica (una siringa in uso; una mazzetta di banconote; una pistola, et.): stesso dicasi per l'uso circostanziale e storico-narrativo della colonna sonora, nonché per una qual tendenza ad impostare il racconto come l'avvicendarsi fatale delle tappe di una grande epopea negativa. Nel rispetto di cromie complementari - la luce radente fra le pietre calcinate e i vecchi lastricati di Marsiglia, sullo sfondo di un azzurro impassibile; la pienezza avvolgente e vistosa delle tonalità nei locali notturni o di singoli sfarzi da rotocalco - distribuite come miraggi seducenti ad avvolgere altrettanti crudeli disinganni, il regista piega altresì l'inesorabilità feroce del (neo-)polar ad un andamento cronachistico (quindi giocoforza fluttuante sulla superficie d'intrecci fin troppo ramificati) che si mantiene efficace se cadenzato sulla brutalità episodica dei vis-a-vis, delle esecuzioni, dei regolamenti di conti ma che dilata e diluisce l'incalzare degli eventi, oltreché buona parte delle loro istanze nobili (il desiderio di giustizia, la ribellione alla rassegnazione, et.), al momento d'indulgere entro il perimetro umano/personale dei personaggi/contendenti, chi alle prese con le ovvie incomprensioni maturate durante il decorso di un mestiere che le vicissitudini rende via via pericoloso, chi furente di scoraggiamento al cospetto del progressivo sgretolarsi della propria egemonia.

Pierre e Tany si sfidano, allora, come figure emblematiche di una realtà - il traffico di droga su vasta scala, la corruzione, le connivenze inconfessabili - data per scontata o solo lambita da un vaglio analitico centrato ma parziale, diligente nello stabilire i limiti morali di inconciliabili codici di comportamento ma come prudentemente equanime nella sua programmatica allusivita' al momento di ridistribuire le responsabilità a quei comportamenti sottese, fino ad un bel mattino di Ottobre, quando sarà lo schiocco secco di una calibro 9 a spezzare quell'arco, quei dieci anni e ad imporre il silenzio tra le scaglie di sole e di mare di una città della bassa Provenza.
TFK

lunedì, aprile 06, 2015

LA SCELTA

La scelta
di Michele Placido
con Ambra Angiolin, Raoul Bova, Valeria Solarino, Michele Placido
Italia, 2015
genere, drammatico
durata, 86'


Nella filmografia di un regista umorale ed eclettico come Michele Placido è possibile identificare almeno tre linee di sviluppo. La prima a manifestarsi e che in un certo senso gli ha permesso di imporsi come autore a tutto tondo è stata quella impegnata e militante, cui appartengono "Pummarò" e "Un eroe borghese". C'è poi il filone dedicato ai crime movie, con lungometraggi come "Romanzo criminale" e "Vallanzasca" che hanno espanso la fama del regista oltre i confini nazionali, consentendogli di dirigere - ne "Il cecchino"- due mostri sacri del cinema francese come Mathieu Kassovitz e Daniel Auteuil. Infine, esiste un terzo segmento, forse il più controverso, per i difetti rilevati dalla critica, in cui Placido ha dato sfogo al suo lato maggiormente appassionato e autoriale, raccontando la tenzone amorosa nella malinconica e struggente versione fornita dalle sue opere. Alla pari di "Un viaggio chiamato amore" e "Ovunque sei" anche "La scelta", il nuovo film del regista pugliese, sembra seguire" un'ispirazione diversa e più personale, caratterizzata da una rinnovata libertà creativa che investe sia gli aspetti formali che quelli di scrittura.


Partendo da un testo di Luigi Pirandello (L'innesto) Placido immagina l'esistenza di Laura e Giorgio, sconvolta dalla decisione di portare avanti una gravidanza che quasi certamente è il frutto della violenza subita dalla donna. Il dubbio, alimentato dalla probabile sterilità della coppia, è rafforzato dalla decisione di Laura di evitare gli accertamenti che potrebbero risolverne il quesito. Un dramma che "La scelta" racconta dall'interno, pedinando l'escalation emotivo di una relazione che si sfalda sotto i colpi del destino; e per la volontà di Laura, decisa a respingere i tentativi del marito, intenzionato a disfarsi delle "conseguenze" di quel tragico evento. E che poi, per riflesso, si estende al mondo circostante, con i parenti e gli amici chiamati a recitare, tra buona fede e ipocrisie, il ruolo della ragione e del buon senso. Detto subito che il lavoro sugli attori è come al solito eccellente e che la coppia interpretata da Raoul Bova e da Ambra Angiolini comunica al meglio il travaglio interiore dei personaggi, "La scelta", viene meno alle premesse quando, nell'intenzione di raccontare il dolore attraverso il non detto che si cela dietro lo smarrimento di Laura, decide di lasciare all'apparato formale e visuale il compito di integrare il significato che le parole non riescono più a formulare. Placido parte dalla centralità dei volti, vivisezionati con un puzzle fisiognomico che nella sua compulsione visiva allude al caos del reale e alla gestualità istintiva che caratterizza tanto gli amanti - pronti ad accoppiarsi con impaziente ferinità - quanto il misterioso carnefice. E su questa fa convergere un'architettura sensoriale fatta di immagini (algide e perfette sotto la direzione di Alfonso Catinari) e di suoni (presi in prestito dal canto classico insegnato da Laura ai suoi studenti) che nel rigore e nella compostezza dell'ordito sembrano corrispondere alla volontà di sublimare la tragedia in un bene superiore; secondo lo spirito di Laura, intenzionata a vedere nel torto subito la risposta, seppure travagliata e incoerente, al desiderio di maternità finalmente esaudito.




Una strategia che funziona fino alla sequenza dello stupro, quella che consegna il film ad una seconda parte complicata dalla necessità di tirare le fila dei sentimenti e delle azioni poste in essere nella fase precendente. Costretto a spiegare le ragioni più che gli stati d'animo, "La scelta" fa ricorso a soluzioni che esasperano l'estetica del film - pensiamo all'invadenza della colonna sonora e ai virtuosismi di regia come quello delle immagini girate a velocità doppia - senza però riuscire a progredire dal punto di vista narrativo. In questo modo a perdere plausibilità sono le ragioni del cambiamento che ad un certo punto si produce nel rapporto di coppia messo in scena dai protagonisti, così come rimane irrisolta la presenza di alcuni ruoli secondari; primo fra tutti quello del commissario interpretato da Placido, in sospeso tra la funzione assegnatagli dall'incarico istituzionale e l'altra, attribuitagli in chiave poetica dal regista, che sembra farne, perché la cosa non è del tutto chiara, una sorta di coscienza morale delle vicende raccontate. A farne le spese è il potenziale drammaturgico insito nell'opera Pirandelliana, incapace nella versione di Placido, di incamerare persino il gradiente di coinvolgimento messogli a disposizione dalla popolarità dei suoi attori. A conferma di quello scollamento tra autore e spettatore a cui accennavamo all'inizio del testo.
(pubblicata su ondacimema.it)

domenica, aprile 05, 2015

ROBERT CAPA: IN LOVE AND WAR

 Robert Capa: in Love and War
di Anne Makepeace
con Steven Spielberg, Goran Visnijc
Usa, 2003
genere, documentario
durata, 90' 


Quando Robert Capa morì aveva partecipato in prima linea a ben cinque guerre come fotografo e reporter. Una di troppo forse, visto che proprio in Indocina nel 1954 fu il primo corrispondente americano a perdere la vita. La madre rifiutò l’offerta del comando degli Stati Uniti d’America di seppellire l’amato figlio nel cimitero militare di Arlington, replicando che Robert era un uomo di pace, la sua macchina non era uno strumento da guerra.
Indubbiamente, e questo è un punto magnificamente elaborato nel documentario Robert Capa: In Love and War, commissionato nel 2003 dalla PBS ad Anna Makepeace, perchè Capa aborriva qualsiasi forma di sofferenza e conflitto, tanto da arrivare a dire che “the war photographer’s most fervent wish is for unemployement”. Cionondimeno non è stata questa ricerca di situazioni aliene da guerre e conflitti a caratterizzare la breve ma intensa esistenza del fotografo ungherese, incisore di immagini di combattimenti, invasioni e bombardamenti. Egli era nella prima ondata dello sbarco americano in Normandia, unico fotografo presente. 

Dalla guerra civile spagnola fino al termine della sua vita, Capa è stato in prima linea, impugnando non la pistola ma la macchina da presa. Se i suoi compagni guardando nel mirino cancellavano intere esistenze, Capa attraverso l’obiettivo cercava di donare immortalità ed eterna memoria al milite ignoto che aveva di fronte o al civile spaventato che chiedeva perdono al cielo, portando un po’ di luce nell’oscurità della guerra.
 
Grazie al suo talento ha reso possibile una versione della storia scritta non più solo dai vincitori, ma anche dagli uomini semplici, dai soldati comuni e dai civili. Come il documentario mostra, esplorando sul grande schermo l’estremo patetismo delle sue fotografie, Capa vagabondò in ogni luogo, dall’Ungheria all’America, dalla Cina al Vietnam, dall’Europa al Nord Africa, prendendo parte a tutte le guerre cui avrebbe potuto, senza mai essere distolto da comode opportunità o facili sistemazioni. Come racconta Isabella Rossellini, perché avrebbe dovuto sposarsi con l’affascinante Ingrid Bergman - conosciuta sul set di Notorius, di cui era fotografo di scena-, quando un eventuale matrimonio, sia pure con una delle donne più talentuose della scena hollywoodiana, lo avrebbe distolto dalla vita vera?
Anne Makepeace afferma che quando la American Masters le commissionò un documentario su Capa, le parve di primo acchito un’impresa impossile, perchè la vita del fotografo le pareva così incredibile, così leggendaria, da essere straniera alla grammatica filmica che aveva fino a quel momento utilizzato. Questo finchè non si trovò ad osservare le centinaia e migliaia di fotografie che Capa scattò a civili e bambini, piene di umanità e compassione. Come la regista è poi stata perfettamente in grado di mostrare, Robert Capa obbediva non a quel certo senso estetico che oggigiorno prostituisce la fotografia nella vana ricerca di un’astratta perfezione, ma manteneva fede a un autentico spirito giornalistico: egli letteralmente scriveva con la luce (dal greco fos-grafein) ciò che vedeva, organizzando l’immagine in inedite composizioni verticali.
 
 Lungi dall’essere un noioso documentario biografico, la Makepeace rende la pellicola ancora più interessante grazie alle testimonianze di chi conobbe davvero quel mascalzone dallo sguardo di velluto –come lo definisce Henri Cartier-Bresson -, intervistando Eva Bensyo, Cornell Capa, Marc Riboud, Elliot Erwin, e Steven Spielberg, che, per Salvate il soldato Ryan si rifece alle immagini dello sbarco a Ohama Beach scattate dal co-fondatore della Magnum. Robert Capa: In Love and War palesa l’importanza storica e culturale, oltre che fotografica ed estetica del giovane ungherese che, nato come Endre Erno Friedmann decise che sarebbe diventato Robert Capa, ovvero il fotografo insignito della nomina di migliore reporter di guerra al mondo dopo la guerra di Spagna.
Se Capa affermava che “se le tue fotografie non sono abbastanza buone vuol dire che non sei andato abbastanza vicino” si può certo asserire che la Makepeace non si sia tirata indietro di fronte ad una così difficile sfida, come offrire un ritratto del più importante fotografo di guerra del ventesimo secolo.
Erica Belluzzi
 

sabato, aprile 04, 2015

WILD

Wild
di  Jean-Marc Vallé
con Reese Witherspoon, Laura Dern
Usa, 2014
genere, drammatico, autobiografico
durata, 115' 


Forte del successo di Dallas Buyers Club, premiato con ben tre statuette d’oro, Jean-Marc Vallé porta sullo schermo Wild, suo ottavo lungometraggio.
Adattato dal novellista e sceneggiatore inglese Nick Horby (Fever Pitch, An Education) a partire da Wild: from Lost to Found on the Pacific Cost Trail, scritto autobiografico di Cheryl Strayed nel film interpretata da Reese Witherspoon, il film narra la parabola di caduta, e redenzione –?– della giovane che nel 1995 percorse da sola le 2650 miglia del sentiero montuoso che conduce dal Messico al Canada.

Con sette pazzi ma splendidi anni di matrimonio alle spalle, il lutto della madre -suo baricentro, migliore amica e compagna di studi-, una gravidanza non programmata, sola come un cane e reduce da una vita promiscua come eroinomane, Cheryl decide di intraprendere un percorso fisico e spirituale per i luoghi più sperduti e meno frequentati della sua terra

In accordo col topos- o forse clichè-, che accompagna la cultura occidentale da Chaucher a Kerouac, passando per Proust, secondo cui il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi, ancor prima di giungere a destinazione la protagonista riesce ad avere una visione gestaltica sulla sua realtà e a liberarsi dai fantasmi che la perseguitano. Se Cheryl riesce a raggiungere la sua meta, lo stesso non si può affermare con certezza per Vallée, che, attraverso metafore e allogorie imbarazzanti (una su tutte: come Cheryl deve disfarsi di certi fardelli ereditati dalla sua vita passata, così le persone che incontrerà sulla via l’aiuteranno a gestire meglio l’enorme bagaglio), imbastisce una narrazione sì evocativa e suggestiva, ma carente di continuità e logica.
In questo senso l’utilizzo del flash-back, oltre che avvicinare pericolosamente "Wild" a "Into the Wild" –per il percorso di liberazione del protagonista– e Nynphomaniac –per l’abuso del sesso quale mezzo di evasione–, crea un vero e proprio iato concettuale tra il prima e il dopo, rendendo poco chiari i motivi che hanno condotto la giovane a compiere certe scelte.


La pellicola è cosparsa da una qual certa aura femminista, inindagata e del tutto gratuita. Dicotomica è anche la presentazione della figura maschile: se prima di iniziare il percorso gli uomini erano per Cheryl legati solamente ad una vita insana all’insegno di sesso droga –e poco rock and roll ma molta poesia-, ora più volte la salvano donandole acqua e cibo nel momento del bisogno.
Più che di un viaggio di scoperta si tratta per Cheryl di un percorso di purificazione: in negativo, di liberazione dall’eroina e da un’esistenza selvaggia, in positivo di accettazione e –letteralmente- com-prensione dei moniti della madre, come you can put yourself in the way of beauty, che risuonano lungo tutto il percorso e la pellicola sotto forma di un’invadente flusso di coscienza.
Erica Belluzzi

venerdì, aprile 03, 2015

SOLDATO SEMPLICE

Soldato semplice
di Paolo Cevoli
con Paolo Cevoli, Antonio Orefice
Italia, 2015
genere, commedia
durata, 99'

Un film scritto, diretto e interpretato da Paolo Cevoli. Il comico emiliano -già noto nel mondo del cabaret- si cimenta con una storia che non è la mera trasposizione cinematografica del personaggio che si è costruito negli anni, ma un tentativo -lodevole per intento ma riuscito solo fino a un certo punto- di dar voce a una storia che il regista-comico-attore-produttore sentiva come propria. Una premessa che da sola basterebbe a fare del film una gradevole opera d'intrattenimento che -sebbene con tutti i difetti di sorta- non è macchiata dall'intento, spesso malcelato, di spremere soldi da una figura tutto sommato conosciuta. Soldato semplice è Gino Montanari, maestro elementare libertino e anticonformista inviato al fronte da un preside che lo vorrebbe più patriottico. Il montaggio -narrativamente legato all'intreccio anziché alla fabula- alterna scene di vita quotidiana nell'Italia sull'orlo del conflitto e momenti in cui il protagonista si confronta con lo spettro della Grande Guerra, sorta di ombra che aleggia attorno all'accampamento degli alpini, manifestandosi solo quando la sceneggiatura lo richiede.




A volte con dubbio esito: da citare il momento in cui, fuggendo dalle esplosioni, i soldati si tuffano nelle latrine accompagnati dal triste commento: “meglio un vivo smerdato che un morto improfumato”. Grande punto debole del film è forse proprio l'eccessiva confidenza in una vis comica che si esprime attraverso il dialetto, i vari dialetti dei vari Italiani che s'incontrano al fronte, ognuno specchio di un microcosmo regionale sempre sull'orlo della macchietta. La commistione fra una sceneggiatura tutto sommato accettabile, che riesce a portare avanti il film, e in particolare il rapporto affettivo fra il protagonista e il giovanissimo napoletano Aniello Pasquale, e una comicità che si fa perdonare qualche scivolone, fa del film un'opera leggera ma tutto sommato gradevole. A tenere insieme il tutto non è tanto la forza della storia in sé quanto piuttosto la recitazione di un comparto attoriale che ben si conforma a dei ruoli che -per quanto limitati nella scrittura- riescono a reggere bene, come una ciurma navigata che riesca a seguire la rotta anche con una barca malridotta. Una storia il cui soggetto è modellato su un autobiografismo -il nonno di Cevoli era eliografista al fronte come Gino Montanari- che forse implica i limiti di una vicenda che pure non si sposa male con un certo tipo di comicità: Cevoli raffigura bene l'ingenuità che ha storicamente accompagnato l'ingresso dell'Italia nel primo conflitto mondiale. Tuttavia la volontà di far emergere una lettura moderna della vicenda, fornendo cioè la parabola di un'Italia che -sebbene tutti i conflitti interni- è capace di unirsi e affrontare con successo un nemico estraneo si perde in una scrittura troppo subordinata a un certo tipo di comicità, rivelando così i veri limiti di un film che, senza nessuna pretesa, si lascia guardare.
Michelangelo Franchini

giovedì, aprile 02, 2015

THIRD PERSON

Third Person
di Paul Haggis
con Liam Neeson, Adrian Brody, James Franco, Olivia Wilde, Mila Kunis
Usa, 2013
genere, drammatico
durata,

Prima di diventare un regista di successo, capace di trionfare in una memorabile edizione degli Academy Awards con uno di quei film destinati a figurare nella categoria dei belli e impossibli per l'esiguità del budget e la complessità dei contenuti, Paul Haggis si era fatto le ossa con una lunga gavetta di sceneggiatore sia alla televisione che al cinema, diventando in questa veste sodale del grande Clint Eastwood, con cui ha condiviso i trionfi dell'ultimo scorcio di carriera del regista americano
Un Dna che il regista americano non ha mai perso, e che anzi continua ad essere il segno di distinzione di un cinema fatto di storie e di scrittura. Caratteristiche che un film come Third Person" conferma nell'articolazione   della trama, suddivisa in tre storie che nascono e si sviluppano dall'incontro reale e figurato di sentimenti e vicissitudini di personaggi costretti a subire gli smacchi di un esistenza  - alla maniera di capolavori come "Million Dollar Baby" e "Crash" - costellata da rimorsi e sensi di colpa, alla quale tutti si oppongono con un pentimento quasi mai adeguato alla posta in gioco. Ma non solo, perchè nella distanza, solo apparente, che separa il quotidiano dei vari personaggi, Haggis continua ad indagare i motivi di un esistenzialismo in cui la volontà di riscatto si scontra con la difficoltà di operare un vero cambiamento. Così, se il punto di partenza dei singoli episodi è lo stesso, con l'espiazione dell'antico peccato direttamente legata all'assenza della persona amata (un figlio, una moglie, un marito), "Third Person" segue strade differenti, dividendosi per i rivoli di una natura umana mutevole ed eterogenea che non mancherà di manifestarsi nelle sue molte contraddizioni.

Dopo il sottovalutato "The Next Three Days" Paul Haggis torna all'antico con una struttura che, nelle continue ellissi narrative e nella dilatazione dell'elemento temporale ben si addice allo spaesamento emotivo dei personaggi, acuito questo, da un senso di sradicamento in parte derivato dalla scelta di collocare i personaggi (americani) al di fuori del loro abituale contesto; buona parte del film è infatti girato in Europa (Parigi e Roma) e in serie continua di non luoghi che diventano territorio di una condizione umana universale e condivisa. Se la direzione degli attori e la capacità di fondere storie diverse in un unico racconto rimane inalterata, questa volta l'abilità di mantenere alta la tensione drammatica - con l'utilizzo di canoni che potrebbero essere quelli di un thriller esistenziale - è in parte ridotta da una riconoscibilità - formale e stilica - che, nella sua ricercata perfezione, rischia di diventare maniera.

FAST & FURIOUS 7

Fast & Furious 7
di James Wan
con Vin Diesel, Paul Walker
Usa, 2015
genere, azione, thriller, drammatico
durata, 137'


Per trattarsi dell’ultimo episodio di una delle saghe più replicate del pianeta e di un film consegnato al culto degli appassionati per la morte improvvisa di uno dei suoi protagonisti (Paul Walker), “Fast and Furious 7” possiede quel desiderio di piacere a tutti i costi che di solito ti girare una scena come quella d’apertura, caratterizzata dall’inverosimile esibizione di Deckard Shaw, villain interpretato da Jason Statham, capace di allontanarsi indisturbato dalla scena del delitto dopo aver lasciato sul pavimento una montagna di cadaveri. Una partenza del genere metterebbe in discussione ogni chance di credibilità, se non fosse che la serie dedicata alle avventure di Domic Toretto e dei suoi driver ha fatto dell'opulenza visiva e dell'eccesso ridondante il suo brand d'esportazione, come dimostra, pochi minuti dopo, l'inserto della gara automobilistica in mezzo al deserto, arricchita da una generosa esibizione di parti anatomiche femminili, enfatizzate dall’insisto mordi e fuggi di James Wan (in vacanza dal cinema horror) che, a colpi di montaggio e carrellate, associa i corpi abbronzati e torniti delle provocanti majorettes a una selezione di dettagli ricavati dalla carrozzeria dei prototipi pronti a lanciarsi verso linea del traguardo.




Un collegamento questo, che la dice lunga sull'intenzione dei produttori di badare al sodo, preservando al massimo il livello la fruibilità della storia e la popolarità dei personaggi. Un Diktat a cui contribuiscono da un lato la semplicità della trama, incentrata sulla vendetta di Shaw nei confronti di Toretto - colpevole di avergli ridotto in fin di vita il fratello - dall'altro la metamorfosi dell'elemento paesaggistico, qui come altrove utilizzato per dare respiro a una storia che ripiega continuamente su se stessa, e che poi riparte, alla volta di una nuova escursione intercontinentale. Dall’america al medio oriente, la caccia al nemico porterà i protagonisti a sfidare le leggi della fisica e anche quelle dell’incolumità fisica, con macchine lanciate nel vuoto (ad un certo punto ci sarà anche un impatto degno dell’11 settembre) e strapiombi usati come vie di fuga. Improbabile quanto spettacolare, “Fast and Furious 7” è un film senza mezze misure, da amare o da odiare, a secondo dei casi. A chi invece si dovesse trovare nel mezzo, rimane la malinconia di vedere per l’ultima volta Paul Walker, salutato dalla frase sibillina pronunciata da Toretto che, nel momento di congedarsi dall'amico (“Non è mai un addio”, dice, rivolgendosi a Brian) lascia intendere che ci sarà ancora tempo per un'altra avventura. Con o senza il compagno d’armi.


mercoledì, aprile 01, 2015

TEMPO INSTABILE CON PROBABILI SCHIARITE


Tempo instabile con probabili schiarite
di Marco Pontecorvo
con Luca Zingaretti, Pasquale Petrolo, John Turturro, Carolina Crescentini
Italia, 2015
genere, commedia
durata, 100'  
 
 

Con ciclica frequenza il cinema italiano torna ad occuparsi degli ideali e delle utopie sessantottine per fare il punto su quanto resta del "grande sogno". Un interesse che, nel caso di Marco Pontecorvo, assume valenze psicanalitiche, se è vero che il periodo in questione è lo stesso in cui visse e trovò applicazione il talento del suo famoso genitore. Invero pensiamo sia questo il motivo del cambio di passo che ha spinto il regista romano ad abbondare il realismo impegnato di “Pa-Ra-Da” a favore del surrealismo comico e un po’ fiabesco di “Tempo instabile con probabili schiarite”, storia di due amici d’infanzia che si ritrovano uno contro l'altro a causa del giacimento petrolifero scoperto nella loro cooperativa. Ermanno vorrebbe rinunciare allo sfruttamento di quel tesoro per salvaguardare il bene dell'ambiente, Giacomo invece, ricavarne i soldi per ripianare i debiti dell'azienda e vivere felice. Un conflitto di personalità che si trasforma quasi subito in un confronto di ideologie - il comunismo proletario e militante del primo opposto alle mire capitalistiche e borghesi del secondo - sotteso ad allargare il discorso alla natura politico e sociale del nostro paese, "miniaturizzato" nel presepe di personaggi e avvenimenti della cittadina marchigiana che da i natali alla storia.

Allineato alle caratteristiche tipiche della commedia nostrana (decentramento periferico, coralità di personaggi, attori provenienti dalla televisione) "Tempo instabile con probabili schiarite" si distingue nella ricerca di un'universalità atipica, soprattutto per gli inserti che, nello stile dei manga giapponesi, fanno da commento agli avvenimenti della storia, trasferendo i personaggi in carne e ossa nel bel mezzo di avventure extragalattiche. E poi per la patina di malinconica dolcezza, con cui Pontecorvo guarda ai suoi stranulati personaggi, soprattuttto a quello del "candido" Ermanno, sotto la quale sembra di riconoscere la tenerezza di un figlio (Marco) verso un padre (Gillo) che non c'è più. E per restare in tema, e continuando  a parlare di figure putative, non c'è dubbio che il primo cinema di Lucchetti costituisca il riferimento cinematografico del nostro film. Come pure John Turturro, già protagonista della prima regia di Pontecorvo (il corto ore 2: calma piatta), qui arruolato nelle vesti "cameo" di un improbabile ingegnere minerario.